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giovedì 21 febbraio 2013

I Verdi dell'anemone

Ricapitolando, i Verdi si erano già moltiplicati, mostrando che un colore poteva in realtà nascondere una tavolozza o, per lo meno, una striscia con molte sfumature, pronte a trasformarsi puntualmente in altrettanti partiti (e simboli). Accanto alla Federazione dei Verdi (quelli del sole che ride) erano già spuntati i Verdi Verdi (dell'orsetto), i Verdi Federalisti (del girotondo di bimbi) e altri gruppuscoli, eppure non erano sufficienti. Forse, erano semplicemente troppo piccoli per contare davvero e portare avanti quelle battaglie e quei progetti che - a detta di chi era della partita - sotto il sole ridente erano stati pressoché abbandonati.
Doveva essere la fine del 1993 o l'inizio del 1994, quando presso la sede dell'associazione ambientalista Kronos 1991, iniziarono a riunirsi un po' di persone: il presidente stesso di Kronos, Silvano Vinceti (non ancora alla guida del Comitato nazionale per la salvaguardia dei beni storici, culturali e ambientali e soprattutto non ancora noto come cercatore di Caravaggio e di Monna Lisa, o per lo meno di ciò che restava di loro), Maurizio Lupi dei Verdi Verdi, Laura Scalabrini dei Verdi Ambientalisti, Enrico Balducci del pugliese Ambiente Club, ma anche alcuni ex esponenti dei Verdi (o, per lo meno, sedicenti tali) come Lele Rizzo e Federico Clavari, già portavoce e tesoriere del sole che ride. Si capì presto che quello che occorreva era un nuovo partito, autenticamente ambientalista, da proporre in alternativa alla Federazione dei Verdi: per prima cosa occorreva battezzarlo. 
Per qualcuno era meglio prendere una strada diversa, scegliere un nome che puntasse all'ambiente ma lasciasse perdere il verde, per distinguersi davvero dagli altri; alla fine, però, si preferì coniare la denominazione "Verdi liberaldemocratici", che a qualcuno piaceva proprio perché permetteva di dire che c'erano "altri" Verdi e non c'era alcun motivo per un ambientalista per stare per forza a sinistra. Che verso destra si muovesse qualcosa, fu chiaro a tutti proprio a febbraio del 1994: "Un terzo dei Verdi è con noi" fu pronto a dichiarare ai giornali il generale Luigi Caligaris a nome di Forza Italia, riferendosi a suoi contatti con Vinceti, Rizzo e Clavari. "Quelli? Sono tre carneadi strumento di Pannella quando nel 1985 pensava di impadronirsi anche dei Verdi - ribattè piccato Gianni Mattioli per il sole che ride -. Sono tre radicali mai diventati Verdi: se ora vanno con la Lega o con Forza Italia non fanno che continuare la loro migrazione".
Carneadi o no, il partito nacque: al nome associò come simbolo un anemone azzurro, ovviamente piazzando la parola "Verdi" maiuscola e in bella vista, col fiore seminascosto proprio come il sole che ride. Qualcuno, a dire il vero, si sfilò prima ancora di cominciare (i Verdi federalisti della Scalabrini), qualcun altro pensò effettivamente più a Forza Italia o a partiti di quell'area che al nuovo progetto. "Molti dei personaggi confluiti nel nuovo soggetto politico - avrebbe scritto vari anni dopo Roberto De Santis, che del partito divenne il segretario - conservavano nel loro Dna caratteristiche e modalità tipiche dei loro cugini presenti nello schieramento di centro sinistra: solo meri e semplici calcoli elettorali che potevano utilizzare per proiettarli sulla scena politica. Nessuno di questi signori era particolarmente interessato alla nuova elaborazione culturale e programmatica dei Verdi liberaldemocratici, in quanto ancora legati ed ancorati a vecchie campagne ideologiche e dogmi del movimento verde quali ad esempio il No al nucleare, la forte presenza dello stato nei beni ambientali, etc." 
Nel 1995 i Verdi liberaldemocratici si avvicinarono alla proposta di Assemblea costituente lanciata da Mario Segni, mentre l'anno dopo presentarono il loro simbolo alle elezioni politiche: quella volta l'accordo con Forza Italia sembrava cosa fatta, con la possibilità di avere un rappresentante in Parlamento. Qualcuno, tuttavia, remò contro (forse perché non amava la presenza di altri ambientalisti, forse perché semplicemente il posto in Parlamento serviva a qualcun altro) e non se ne fece niente. Quella volta il Polo perse, di poco ma perse: forse non sarebbero bastati i voti dei Verdi liberaldemocratici, ma certamente avrebbero fatto comodo.  Fu quello uno degli ultimi atti dei Verdi dell'anemone: tra il 1997 e il 1999 fecero perdere del tutto le loro tracce. Ma De Santis e altri sarebbero tornati: le sfumature del colore verde non erano certo finite.

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