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martedì 28 febbraio 2017

Vuoti, generici e scelti (quasi a caso): cosa c'è in un nome e in un simbolo?

What's in a name? Che cosa c'è in un nome? Non ci sarebbe forse bisogno di scomodare Shakespeare e di fare tanto le persone serie, non fosse che la politica e i suoi attori si prendono drammaticamente sul serio, e proprio sulla questione dei nomi. Perché i simboli sono importanti, ma in fondo il primo simbolo di un partito dovrebbe essere proprio il nome: a chi sta dentro e a chi sta fuori dovrebbe dire chi c'è in quel soggetto politico, cosa vuole e  cos'ha in mente per il paese, o almeno cercare di darne un'idea in poche parole. 
E invece, così come i simboli - intesi come elementi grafici chiari e molto evocativi - sono pressoché spariti da tempo, i nomi sembrano essersi svuotati, dicendo poco o nulla (se non concetti assolutamente generici) e, soprattutto, la loro scelta sembra governata da una certa dose di casualità. In questo fenomeno conviene farci guidare da un articolo - dal titolo d'impatto di Alberi, ossimori e un tocco d’italianità. Quando il partito scivola sul nome - pubblicato ieri dalla Stampa a firma di Mattia Feltri, giornalista che già in passato sulle stesse pagine aveva piazzato divertissement tanto amari quanto ben scritti sulla decadenza e decomposizione delle sigle politiche (per tutti, si legga Il triste cimitero dei partiti della Seconda Repubblica, uscito quasi tre anni fa).
Per Feltri, al di là della scelta bizzarra di "chiamare un nuovo partito Dp, in semplice inversione delle lettere del partito da cui ci si è scissi" e, per giunta, "chiamarlo come Democrazia proletaria", a colpire della creatura politica di Speranza e compagni è proprio il nome che è stato scelto. Perché "Democratici e progressisti" denuncerebbe "la stanchezza e la vaghezza delle idee diffuse nella politica italiana", così come sarebbero stanche e già ampiamente sfruttate viste le "fonti battesimali" da cui molti partiti (e, di conseguenza, molti dei loro simboli) hanno preso origine. Così ha scritto ieri Feltri: 
c’è stato il tempo dei vegetali (querce, margherite, ulivi), il tempo ancora attuale del centro orfano della Dc (Centro cristiano democratico, Unione di centro, Centro democratico), e il tempo che non finisce mai in cui ci si vergogna di usare il termine «partito», come se definirsi altro fosse di per sé una garanzia di estraneità alla palude. E così i Democratici e progressisti non sono un partito ma un Movimento, come i Cinque stelle ma anche come il Movimento italiani all'estero e il Movimento la Puglia in più, tutti così presi dalla folgorazione movimentista da dimenticarsi il progenitore toponomastico: il Movimento sociale italiano, erede del fascismo. 
Ha ragione Feltri, ci sono stati tutti quei tempi, anche se a ben guardare non sembrano del tutto finiti. Passi per l'era vegetale, con la quercia (dei Ds) che si è seccata, la Margherita che è appassita e l'Ulivo che ancora si ostina a fare capolino dal simbolo Pd, benché il creatore dell'antico vessillo prodiano, Andrea Rauch, abbia chiesto da tempo di rimuovere quel lacerto, senza ricevere il minimo ascolto. Ma poi, ad esempio, si è vissuta anche un'era animale, che ci ha consegnato un bestiario di asinelli, elefantini, gabbiani, leoni (monarchici, valdostani e venetisti), orsetti, aquile, api, tartarughe e via zoologando: per quasi tutti loro è arrivata l'estinzione - per fine o mininaturizzazione del partito - e si sarebbe detta conclusa anche quest'epoca, almeno fino alla comparsa prima dell'Ala verdiniana, poi del leone fittiano, che Direzione Italia ha mutuato dai Conservatori e riformisti (ma su questi si dovrà tornare tra poco).
E se il tentativo di risvegliare la Dc andato in scena domenica è la dimostrazione di come l'era dello scudo (crociato) al centro è ben lungi dall'essere archiviata, di certo il tempo in cui ci si vergogna di chiamarsi partito non può dirsi alle spalle, dopo aver percorso praticamente tutta la Seconda Repubblica: ci si può forse dimenticare che Forza Italia, proprio come nel 1994, si qualifica come "Movimento politico"? Ma se chiamarsi "partito" è vergognoso e paludante, mettere la parola "movimento" in vista sembra che trasmetta un'immagine poco rassicurante: non tutti, infatti, la riportano nell'emblema, a partire dalla Puglia in Più di Dario Stefàno.   
La tassonomia di Feltri continua così:    
Altra moda è la doppietta: Democratici e progressisti, come Civici e innovatori (dalla frantumazione di Scelta civica), come Libertà e diritti (partito arcano del Gruppo misto), e soprattutto Conservatori e riformisti (dalla scissione di Raffaele Fitto da Forza Italia), che più di altri portano l’evidenza dell’ossimoro: conservare e riformare. E se non c’è ossimoro, sembra esserci la necessità di ampliare la proprie ambizioni, in realtà smisurate, per darsi un tono.  
Già, la doppietta: mettere due parole in fila, rigorosamente congiunte dalla "e", per farne una formula unitaria. Anche qui, in effetti, il fenomeno è molto meno recente di quanto si creda, visto che prima, molto prima degli esempi citati veniva Pensioni & Lavoro: l'emblema, coniato nel 1996, è uno dei tanti sfornati da Ugo Sarao nella sua lunghissima - e non ancora terminata - carriera di candidato e demiurgo di liste. A distanza di oltre vent'anni dalla nascita della sua creatura politica più longeva (sorta per contrastare il Partito pensionati, che Sarao aveva abbandonato in polemica), l'ex cancelliere ne è profondamente convinto: "Pensioni & Lavoro è stato il precursore di tutti i partiti che poi hanno usato la E di congiunzione". E, in questo caso, addirittura la "e" commerciale, per non passare inosservati. 
Tornando alle doppiette più recenti, nota Feltri che Libertà e diritti "non vuole dire assolutamente niente di quello che si è e si vuole propugnare: la libertà e i diritti stanno a cuore a chiunque; sarebbe stato già più interessante un partito - pardòn, movimento - che si fosse chiamato Libertà e doveri". Ed è curioso, tra l'altro, che l'impaginatore abbia inserito a commento dell'articolo la grafica tonda di Led, verosimilmente mai finita sulle schede: all'atto dell'uscita da Sel, del resto, fu Titti Di Salvo a precisare che "l'associazione non è un partito né ha l'obiettivo di diventarlo, è solo un progetto che intende alimentare la cultura del centrosinistra". I suoi aderenti, infatti, avrebbero presto aderito al Pd.
E se "Libertà e diritti" non è un'indicazione di programma, non lo era nemmeno "Diritti e libertà", che pure aveva attraversato per qualche giorno il panorama politico italiano alla fine del 2012 grazie a Massimo Donadi e ad altri fuoriusciti dall'Italia dei valori, come il gabbiano stilizzato voleva ricordare. Uccello che, peraltro, rimase in volo pochissimo, fino a quando scivolò - guarda caso - sulla buccia di banana del nome, che era già stato adottato da un'associazione che chiese di non creare confusione. Il nome in effetti rimase, ma fu inserito nell'emblema di Centro democratico di Bruno Tabacci e, così rimpicciolito, sembrò non dare più fastidio a nessuno. 
Alla base di tutto c'è un problema ben noto ai drogati di politica e a coloro che la seguono per professione:
È che nascono formazioni una settimana sì e una settimana no, figlie di divisioni incomprensibili (per fortuna, perché quando le si comprende è peggio), che si buttano nell’anagrafe partitica prendendo una parola qui e una là, sempre le stesse: Area popolare, Azione popolare, Alleanza liberalpopolare, Alleanza nazionale, Alleanza per l’Italia, di modo che è diventato impossibile per chiunque, persino per topacci di palazzo, ricordare chi appartenga a un gruppo e in che si distingua dagli altri. 
Feltri nota che "ultimamente va molto forte la dichiarazione di italianità, che per un partito italiano dovrebbe darsi per acquisita", mentre fino al 1994 - se pure l'aggettivo "italiano" era parte di quasi tutti i nomi dei partiti maggiori - il tricolore era mostrato solo da missini, liberali e - sotto la bandiera rossa con falce, martello e stella - comunisti. Il concetto di "sinistra" è stato poi declinato in chissà quanti modi, ciascuno - vai a capire perché - sempre un po' diverso dall'altro. E anche a sinistra, tra l'altro, per un certo periodo ha spopolato il concetto di "libertà", che pure tra poli, case e popoli era stato connotato in senso fortemente berlusconiano: l'anno dopo il Pdl, in effetti, spuntò Sinistra e libertà, cartello elettorale per le europee 2009 nato male e finito peggio, prima di diventare l'ascendente politico di Sel.
La ricetta finale, secondo Feltri, è comunque a portata di mano: 
Insomma, oggi se si fonda un partito e si cerca di passare inosservati, è necessario prendere un paio dei seguenti termini - sinistra, Italia o italiano, democrazia, libertà, popolo o polare, progressisti o riformisti - associarli più o meno a caso - Popolo riformista, Democrazia e libertà, Italia progressista, Progresso popolare - e sperare che il copyright non sia già stato depositato. È proprio questo il punto: se non sai chi sei non riesci a definirti, e se sei nato a caso ti definisci a caso.
E sembra proprio di dovergli dare ragione: ci hanno provato un po' tutti a chiamarsi popolari (da Berlusconi ad Alemanno, da Mario Mauro ad Alfano, fino alle innumerevoli formazioni più o meno cattolicheggianti nate a livello locale, specie al centrosud) e, magari, ad adottare il nome "Italia popolare", dovendo ogni volta fare i conti con chi lo usa e occupa da anni. E chissà a quanti - nelle parole o nei fatti - piace dirsi dirsi democratici e praticare la libertà. 
Ovvio che tanti nomi, prima o poi, siano già stati utilizzati, anche quando la memoria viene meno. Così, se Feltri cita "Democrazia e libertà", molti potrebbero non ricordarsi che basta aggiungere l'accento sulla congiunzione per indicare il vero nome della Margherita rutelliana (all'inizio il fiore era solo disegnato, senza essere richiamato verbalmente). Quasi nessuno, tuttavia, si ricorderà che Democrazia e libertà, già dalla metà degli anni '90, era stato un nome e un simbolo legato a doppio filo a Ciriaco De Mita: fu eletto nel 1996 con quell'emblema, che ufficialmente portava il nome di "Centro di cultura e di iniziativa politica Leonardo da Vinci". Istituzione realmente esistente, con sede - guarda caso - ad Avellino. Anche allora, in fondo, era giusto chiedersi: "What's in a name?"

lunedì 27 febbraio 2017

Verso i Cittadini con la Marianna, per ridare casa alla passione politica (radicale)

D'accordo, non si poteva non dedicare molta attenzione alla Dc e all'ennesimo tentativo di farla tornare, ma l'assemblea degli iscritti al vecchio partito non è stato il solo evento politicamente interessante della domenica: a Bologna, infatti, sempre ieri si è chiusa la convenzione con cui ha preso avvio La Marianna, progetto politico immaginato da Giovanni Negri dopo una sua lunga assenza dalla politica attiva (il suo addio ai radicali è del 1995, dopo le suppletive fallite del collegio di Padova). Lui stesso, nel sito della Marianna, ricorda che tutto è iniziato da un invito di Enrico Mentana a Bersaglio mobile su La7, per ricordare Marco Pannella dopo la sua morte: l'intervento in trasmissione di Negri è parso raccogliere notevoli consensi tra coloro che avevano militato nel Partito radicale e continuano a farlo, oppure si limitano a seguire la politica senza praticarla perché "non c'è più un luogo dove far vivere le loro idee". 
E La Marianna si è posta proprio come "casa per gli homeless della politica", costruita da Negri, autoribattezzatosi "dottor Jekyll della vigna o dei libri" e ora anche "Mr. Hyde della politica", seguendo la convinzione in base alla quale "ricominciare da capo non vuol dire tornare indietro". E se la scelta della Marianna, "allegoria della Rivoluzione francese, dei diritti, della libertà" era quasi obbligata per chi aveva un passato - e forse un presente - da radicale libertario, le forme sono state nuove: nuovo il mezzo di comunicazione (soprattutto Facebook), nuova la piattaforma web ("Ordigno", nome molto rivoluzionario) per partecipare e deliberare. E nuovi anche i colori della stessa Marianna, prima caratterizzata soprattutto dalla coccarda tricolore e poi con le stesse tinte della bandiera stese con una certa eleganza sul nuovo simbolo (il cui disegno è assai più delicato rispetto alla Marianna radicale tradizionale).
Se al centro dell'azione e del pensiero del nuovo soggetto politico ci sono soprattutto le Frecce, ossia le proposte di iniziativa politica elaborate online fin qui (Giustizia è Economia, Shock fiscale, Esercito del lavoro, Migrazioni & piani Marshall, Europa, Nuova Repubblica), nonché il documento finale approvato all'unanimità dalla convenzione, sul piano organizzativo gli iscritti - che entro il 2016 avevano versato la quota di tesseramento, ottenendo di poter partecipare all'evento fondativo di Bologna - si sono trovati d'accordo sul considerare la strada fatta sin qui come un punto di partenza per una nuova avventura politica, già denominata Cittadini con la Marianna, un movimento "che - si legge nel documento organizzativo, sempre votato all'unanimità - avrà forma giuridica, statutaria, politica, organizzativa altra da quella sin qui sperimentata". L'idea è di proseguire le iscrizioni dei singoli e di creare "circoli della Marianna" in tutta l'Italia, il tutto con l'idea di convocare entro il 2018 - e comunque non prima di un anno - la convenzione fondativa dei Cittadini con la Marianna: alle prossime elezioni, dunque, il movimento ufficialmente non esisterà, anche se potrebbero esserci comunque le liste.
Benché non sia un soggetto definitivo, infatti, la neonata Marianna ha eletto i suoi organi. C'è innanzitutto una presidenza collegiale, di cui fa parte Negri e coordinata da Riccardo Chiavaroli (per i giornali "l'ex braccio destro di Pannella in Abruzzo") come segretario: spetterà al collegio svolgere le funzioni esecutive e di rappresentanza, perseguire gli obiettivi delle Frecce, gestire il sito www.lamarianna.eu (costituendo, tra l'altro, "una società responsabile" dello stesso, che manterrà il doppio ruolo di informatore e di piattaforma di partecipazione politica democratica) ed elaborare, con l'aiuto di una commissione, una bozza di statuto per il nuovo movimento, sottoponendolo alla nuova convenzione nazionale. Il consiglio della Marianna - di cui è portavoce Beniamino Bonardi e al cui interno siedono soggetti noti come Giuliano Cazzola, l'ex comandate del Ros e direttore del Sisde Mario Mori e l'ambasciatore Giulio Terzi di Sant'Agata, ex ministro degli esteri dell'era Monti - sarà invece più attenta all'evoluzione dei contenuti e alla valutazione di provvedimenti e proposte provenienti dai vari livelli normativi e governativi.
Poiché al momento nessuno dei soggetti della galassia radicale può, per statuto, partecipare alle elezioni "in quanto tale e con il proprio simbolo", toccherà alla Marianna di Negri dare di nuovo ai radicali un simbolo da votare e sotto cui potersi naturalmente candidare?

domenica 26 febbraio 2017

All'Ergife ritorna la Dc, o almeno ci prova: racconto di una giornata

Le bandierine tricolori e i vessilli con lo scudo crociato per addobbare il tavolo, la prova microfono e i volumi da regolare, i ritratti di don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi posti sotto la tribuna, quali numi tutelari di chi dovrà parlare. Benvenuti al piano -2 - sala Leptis Magna - dell'hotel Ergife di Roma, il congressificio più noto d'Italia, per l'assemblea dell'associazione Democrazia cristiana, la cui convocazione è stata richiesta al tribunale di Roma da cinque soci del 1992 (Nino Luciani, Renzo Gubert, Alberto Alessi, Renato Grassi, Luigi D'Agrò) e disposta con decreto dal giudice Guido Romano in base all'articolo 20, comma 2 del codice civile. 
Alberto Alessi si accredita
L'appuntamento è per le 10 - in seconda convocazione, dopo che ieri sera alle 21, come ampiamente prevedibile, la prima convocazione non ha raggiunto un numero sufficiente di presenti - ma già poco dopo le 9 arrivano i primi soci per dare una mano a predisporre i tavoli per l'accreditamento. Dall'interno risuonano le note dell'inno nazionale e di O Biancofiore simbol d'amore, per provare, giusto per evitare che al momento di far partire la musica qualcosa vada storto. Fuori, intanto, i primi iniziano ad accreditarsi, proponenti e semplici firmatari: ognuno deve esibire la lettera con cui è stato convocato in assemblea, compilare un modulo con tutti i dati e farsi dare il badge di rito. Perché il controllo all'ingresso è ferreo, con tanto di personale per la security: "Chi non è nella lista degli iscritti non deve entrare, almeno all'inizio - dicono alcuni degli organizzatori - non vogliamo brutte sorprese, nulla deve rischiare di rovinare questa giornata".
Già, perché di tentativi andati non proprio come si sperava se ne sono già assommati diversi e più di qualcuno dei presenti, che nel frattempo arrivano alla spicciolata, ha partecipato a vari di questi. "Se stavolta non va bene, non voglio più saperne", dice qualcuno a mezza bocca prima di entrare nella sala.
Nel frattempo gli arrivi si intensificano, si crea un po' di fila davanti all'ingresso, le operazioni di iscrizione richiedono un po' di tempo, così la security distribuisce direttamente i moduli per l'accreditamento, per cercare di sveltire le procedure. Ai tavoli si avvicinano, tra gli altri, alcuni tra coloro che negli anni hanno cercato - sia pure sotto diversi simboli, magari adattati alla bisogna quando gli uffici elettorali rilevavano la confondibilità - di far rivivere la Dc: Luigi Torriani da Novara, Pellegrino Leo da Caltabellotta, Renato Grassi (già parlamentare Udc), Emilio Cugliari da Milano, Ettore Bonalberti da Mestre, Raffaele Lisi da Lecce, Graziano Crepaldi da Savona ("dalle mie parti posso ancora contare sul 2,5-3%"), esponenti dei comitati di iscritti del 1992-1993 come Raffaele Cerenza e Franco De Simoni e anche Gianni Fontana, che da più parti era stato indicato come possibile presidente - transitorio - della Dc.   
In effetti non va tutto perfettamente liscio, visto che qualcuno fuori chiede di entrare, anche se non è presente nell'elenco di coloro che nel 2012 - dopo che si era già tentato di risvegliare la Dc autoconvocando il consiglio nazionale - avevano dichiarato di essere iscritti nel 1992 e, contestualmente, di voler confermare la propria adesione al partito. "Mi spiace, se non è in elenco non può entrare". "Ma io ho pagato la quota di iscrizione nel 2012, nei termini stabiliti allora", protesta De Simoni. La questione sarà affrontata in seguito; intanto altre persone continuano ad arrivare (arrivando fino a 86 presenti all'inizio, poi diventeranno 104) e qualcuno continua a volersi assicurare che questa volta tutto fili liscio, anche perché l'organizzazione del tutto - tra spese per la sala (oltre 7mila euro), per gli invii delle convocazioni (oltre 8mila euro) e le altre spese materiali - è costata parecchio: "Sapete quanto ho messo io per questa assemblea? - racconta uno dei soci più anziani - Più di un mese della mia pensione!". Le 10 passano, ma si sceglie di aspettare ancora un po', visto che qualcuno sta ancora arrivando: "cinque minuti e cominciamo", dicono dal tavolo della presidenza, poco dopo partono (per davvero) gli inni italiano e democristiano, con quasi tutti i presenti in piedi ad ascoltare, a volte a cantare. "Apriamo questa assemblea - spiega Nino Luciani, indicato come presidente provvisorio della riunione - che ha lo scopo di eleggere il presidente della Democrazia cristiana: è la scintilla che la fa rinascere dopo che per tanti anni è stata priva di organi". E questa volta, forse, si comincia sul serio. 


* * *

Il primo punto si apre con la presa d'atto che il giudice del tribunale di Roma ha incaricato Nino Luciani di provvedere all'apertura dell'assemblea. Lui spiega di avere interpretato il decreto del giudice - con tanto di ordine del giorno - in modo estensivo, per evitare ricorsi e problemi; per questo, tuttavia, ha ricevuto la lettera di un avvocato (nell'interesse di alcuni degli iscritti) che lamentava scarso rispetto del decreto del giudice. "Io allora ho scritto al giudice - precisa Luciani - e lui ha detto, essendo stato io indicato per predisporre tutto, che il modo in cui ho proceduto va bene". 
La prima questione riguarda l'ammissione all'assemblea e al voto di sette persone che non figurano nell'elenco degli iscritti confermati nel 2012, quali "eventuali altri aventi titolo": "Vorrei evitare che ci fossero altri ricorsi, com'è avvenuto in passato", precisa Luciani. Qualcuno manifesta dubbi - "questo il giudice non l'ha detto, rischiamo troppo altre grane" -, ma alla fine si vota: ad ampia maggioranza si decide di far votare anche quelle persone, sulla base dei documenti presentati.
Un'altra variazione rispetto all'odg presentato al giudice riguarda la nomina del vicepresidente: "Visto che è probabile che come presidente eleggeremo una persona anzianotta, ho pensato che un vice fosse necessario - aggiunge Luciani - Se per qualche motivo il presidente dovesse venir meno, noi saremmo di nuovo a terra e ci toccherebbe ricominciare daccapo con le firme e questo credo sia da evitare". Sono in molti, però, in questo caso a temere che questa innovazione possa essere causa di altri ricorsi: per questo, quasi tutti, votando, scelgono che non si proceda a indicare anche il vicepresidente. 
Il clima, peraltro, inizia a scaldarsi, visto che le persone che manifestano dubbi sembrano aumentare e il rischio che qualcuno si rivolta al tribunale di Roma per cancellare anche questo nuovo tentativo si fa sempre più concreto: "Abbiamo già perso quattro anni a causa dei ricorsi - dice dalla tribuna Ettore Bonalberti - chiedo un favore a Raffaele Cerenza e ad altri che avessero dubbi procedurali: non ricominciamo un'altra volta, facciamo fronte comune e lavoriamo per ripartire insieme con la Dc". 
Di possibili ricorsi, del resto, qualcuno ha già parlato e non all'interno della sala dell'Ergife, a partire da Pierluigi Castagnetti intervistato oggi da Pietro De Leo per Il Tempo ("L'iniziativa in questione è illegittima. Il fatto che ci sia una sentenza a stabilire che la Dc non si è mai sciolta non fa che confermare la realtà di quanto successe nel '94, cioè la sua trasformazione nel Partito popolare"): "Se Castagnetti ci farà causa - ribatte Bonalberti - noi andremo in tribunale e gli chiederemo conto dei patti di Cannes che hanno distrutto il patrimonio e il partito!"
Quando però si passa a parlare delle deleghe, il clima si surriscalda: per Luciani si dovrebbe ammettere una sola delega ("Non è possibile che qualcuno si presenti in rappresentanza di 300 persone, sarebbe ingiusto!"), ma la si dovrebbe comunque prevedere, a norma del codice civile, per permettere a chi non c'è di votare. In sala, però, l'idea delle deleghe non piace praticamente a nessuno, essendo ritenuta decisamente al di fuori dell'ordine del giorno presentato al giudice. La questione delle deleghe, peraltro, porta alcuni dei presenti a contestare in modo concitato l'operato di Luciani come presidente provvisorio della riunione: le lamentele maggiori arrivano da Leo, da Lisi e da Cerenza. Alcuni interventi non programmati - e, secondo alcuni, certi ingressi non autorizzati - peggiorano decisamente il clima, Luciani invoca più volte l'intervento della polizia (che ovviamente non viene realmente chiamata) e ci vuole più di qualche minuto per portare un minimo di ordine e di calma nella sala. L'impresa. tuttavia, alla fine riesce e si può riprendere con un briciolo di serenità, decidendo - tra l'altro - che non ci saranno deleghe.
Alla fine, con pazienza, si arriva a eleggere il presidente della riunione: tra le candidature di Alberto Alessi, Raffaele Lisi e Renato Grassi, il maggior numero di voti se lo aggiudica Grassi (mentre Emilio Cugliari viene nominato segretario verbalizzante della riunione). E' lui, dunque, a sedersi al centro del tavolo della presidenza, davanti alla bandiera dello scudo crociato (a proposito, nemmeno questa volta è stato scelto l'ultimo simbolo adottato nel 1992: le bandiere portano impressa la versione che fu usata da Pizza, con bordo bianco sullo scudo).

* * *

Grassi fissa finalmente l'orario per la votazione alle 13, aprendo le candidature, mentre si procede alla nomina di una commissione elettorale (con Raffaele Lisi presidente). Tra i primi interventi, tuttavia, si registrano le parole critiche di Raffaele Cerenza, presidente del'associazione iscritti alla Dc al 1993 (e, come tale e come avvocato, già impegnato a lungo nelle cause che hanno portato alla sentenza di Cassazione del 2010): per lui - che ha preparato con Franco De Simoni un intervento da allegare al verbale - ci sono troppi elementi di criticità, a partire dall'odg (modificato rispetto a quello presentato al giudice) e dalla mancata corrispondenza tra i richiedenti la convocazione e i soci Dc (l'elenco presentato al giudice - che non sarebbe nemmeno l'unico - sarebbe stato privato di valore da sentenze precedenti, molti iscritti sarebbero decaduti per aver fondato altri partiti), ma soprattutto nessun tesseramento nel 2012 sarebbe stato possibile. Sulla base di questo, Cerenza chiede di non procedere ad alcun atto, specialmente all'elezione del presidente, suggerendo di svolgere un'altra assemblea aperta a tutte le componenti di coloro che si ritengono democratici cristiani. La sua proposta, tuttavia, viene accolta in modo decisamente negativo, con la consapevolezza che quelle censure si trasformeranno probabilmente in altrettanti punti di un ricorso in sede civile.
Nel frattempo arrivano anche le proposte di candidatura. Pellegrino Leo si propone come presidente ("mi raccomando, scrivete Leo, che si fa anche prima"), ricordando di avere combattuto la battaglia per il ritorno della Dc fin dall'inizio, fin dalla metà degli anni '90 e, in particolare, con la partecipazione all'atto di citazione del 2002 a firma Sandri-Travagin: "La Cassazione ci ha dato ragione, ma non ci si è arrivati per caso - ammonisce - La Dc dev'essere di tutti, ma ha bisogno di un progetto nuovo sulla scia della tradizione". Per questo riprende la sua idea - "molto democristiana, ricordate i biglietti di Aldo Moro?" - della moneta complementare da stampare per migliorare l'economia. Leo avrebbe però preferito indicare la candidatura di Alberto Alessi, in quanto simbolo della Dc non contestabile da alcuno (il partito è nato nello studio notarile di suo padre e il simbolo lo aveva disegnato proprio lui), ma lui si è detto indisponibile e subito dopo tocca proprio ad Alberto Alessi intervenire: "Mio padre aveva detto che la Dc sarebbe caduta per vari motivi - rivela - ma sarebbe ritornata". Sull'eventualità che Pierluigi Castagnetti faccia ricorso, Alessi è tranchant: "Fossero stati vivi don Sturzo e mio padre lo avrebbero preso a calci nel sedere". Ed è sempre Alessi a fare il nome più anticipato nei giorni scorsi, quello di Gianni Fontana, come "candidatura di garanzia: è un uomo mite, può far crescere la Dc che in futuro avrà molti nemici".
La stessa idea viene sostenuta anche da altre persone (che in più di un caso invitano Leo a ritirare la propria disponibilità, per arrivare a una candidatura unitaria, altri invece lo sostengono), mentre non viene accettata dal presidente Grassi (proposto come presidente da Luciani, ma lui non accetta) la proposta di votare Fontana per acclamazione: "Il passato insegna che una scelta simile è rischiosa". L'ultimo a parlare prima del voto è proprio Fontana: "Noi qui non dobbiamo rifare la Dc, solo tirarla fuori dal fiume carsico in cui era stata cacciata; io, sia chiaro, non sono il futuro della Dc, tutti noi siamo solo umili servitori di un'idea".
Alla fine - con un po' di ritardo - si vota, con tanto di urna di plastica forata alla bisogna: ciascuno viene chiamato, mostra i documenti e infila il foglietto nell'urna. Alle 14.30 in punto, come da precedente comunicazione, l'urna viene aperta e inizia lo spoglio: "Fontana, Fontana, Fontana Gianni, Gianni Fontana, Fontana..." scandisce Lisi durante lo scrutinio, mentre in aula arriva anche Mario Tassone, rinnovato leader del Cdu. Alla fine dal voto  - e sono circa le 15 - risultano, su 104 presenti e 92 votanti, risultano 82 voti per Fontana, 5 per Leo, 2 per Luciani e per Grassi, una scheda bianca. "Vorrei che i democristiani - dice alla fine il presidente eletto - non dovessero più piangere, non dovessero più essere tristi per il fatto che le loro scelte che hanno portato l'Italia a traguardi importanti non sono state capite". 
Esaurita l'elezione del presidente, resta l'ultimo punto delle "varie ed eventuali", in cui si discute tra l'altro dell'opportunità che nella nuova assemblea - che sarà convocata dal presidente in seguito - si affidi allo stesso organo il potere di modificare lo statuto (un'opportunità che trova d'accordo molti, ma non Renato Grassi, che ricorda come in passato in tribunale operazioni simili siano state bastonate, né Lisi, che insiste sul fatto che il compito di modificare lo statuto spetti al congresso). Se ne riparlerà probabilmente in futuro, nella nuova riunione; per Gianni Fontana, in ogni caso, sembra pronto un nuovo inizio all'insegna dello scudo crociato. Ciò, almeno fino a quando un altro ricorso e un altro giudice non dovessero intervenire per ribaltare tutto.

venerdì 24 febbraio 2017

Democratici e progressisti, il simbolo che non sarà

Così il simbolo non sarà di certo...
Sotto quali insegne, dunque, si presenteranno coloro che usciranno dal Pd e che vorranno costituire un nuovo soggetto politico a sinistra? Un giorno dopo l'altro si sono rincorse varie ipotesi, specie per quanto riguarda il nome. 
L'ultima, da più parti la più accreditata per identificare gli scissionisti di Roberto Speranza ed Enrico Rossi, assieme alla pattuglia di dem pronti a seguirli - da Nico Stumpo a Davide Zoggia, da Federico Fornaro a Miguel Gotor, unendo a loro Arturo Scotto e altri ex Sel che non hanno partecipato a Sinistra italiana - sarebbe Democratici e progressisti, secondo lo schema ormai consolidato che affianca due parole, congiunte dalla "e" (e c'è il rischio che dai dintorni di Cassano d'Adda si senta dire, chiaro e forte, "l'ho inventato io!", visto che l'ex cancelliere Ugo Sarao rivendica da tempo come il suo partito Pensioni & Lavoro sia stato "il precursore di tutti i partiti e movimenti che poi hanno usato la 'e' di congiunzione".
E se la struttura del nome somiglia a quella dei Conservatori e riformisti, si sarebbe tentati in un momento di follia di immaginare un simbolo affine a quello, che come animale di riferimento scelga l'asinello democratico - ma non certo quello disegnato da Francesco Cardinali dei Democratici di Arturo Parisi, che non lo concederebbe mai, vista la distanza di posizioni - e come elemento tricolore riprenda le due tracce di gesso/pastello che nel 1994 Bruno Magno realizzò (appunto) per l'alleanza dei Progressisti. Nessuna possibilità, ovviamente, che l'emblema sia fatto così, ma chissà che qualcuno non ci abbia pensato sul serio.
Al di là della boutade, dalla corsa al simbolo bisogna escludere anche quello adottato dalla lista Democratici progressisti - Calabria, presentata alle ultime elezioni regionali a sostegno di Mario Oliverio: l'emblema ora caratterizza il gruppo corrispondente nato in consiglio regionale. "Il simbolo dei Democratici Progressisti è il simbolo del Pd nei territori - si leggeva in un sito molto snello approntato all'epoca della presentazione delle liste -. Non siamo qualcosa di diverso dal Pd ma siamo il Pd". Al di là della grafica, con il tricolore interpretato a pennellate, sorge qualche dubbio sull'opportunità di usare quel nome (e non è detto che la "e" sia sufficiente a evitare confusioni di sorta tra chi ritiene di non far parte del Pd e chi invece si proclama all'interno).
Qualche altro problema di confondibilità se lo sarebbe posto anche qualcuno degli scissionisti, nel momento in cui - secondo quanto anticipato poco fa da Alessandro De Angelis su HuffPost - la dicitura corretta del nuovo soggetto politico sarebbe Movimento democratico e progressista, per evitare che, come aveva scritto il Secolo d'Italia, si passasse "dal Pd a Dp", ricordando l'acronimo di Democrazia proletaria. Certo è che sperare che le sigle scelte siano libere è particolarmente difficile: Mdp, per esempio, era l'acronimo del Movimento democratico popolare, formazione che presentò il suo emblema alle politiche del 1994 e del 1996. Ovviamente la sigla Mdp non è privata, né qualcuno ricorderà facilmente quel precedente, ma c'è...
E, a proposito del voler evitare assonanze con Democrazia proletaria, per fortuna è stata abbandonata in fretta l'idea di voler chiamare il nuovo gruppo Nuova sinistra, anche qui mutuando lo schema da Ncd. Ai veri drogati di politica, infatti, sarebbe venuta in mente subito la Nuova sinistra unita, cartello elettorale non troppo fortunato, presentatosi alle elezioni del 1979 per unire quasi tutte le sinistre estreme all'infuori del Pdup: essendo profondamente legato all'esperienza di Democrazia proletaria, schierava in bella vista lo stesso pugno chiuso, stavolta senza falce, martello e globo stilizzato che avrebbero caratterizzato per qualche anno l'attività del partito di Mario Capanna.
A quelle stesse elezioni, peraltro, fu presentato anche un altro simbolo, che peraltro figura tra quelli "senza effetti", con il nome Nuova sinistra. Composizione più che essenziale, caratterizzata soltanto da una freccia che puntava in alto a destra (ma proveniva da sinistra), ricavata all'interno di una corona nera, l'emblema era chiaramente figlio di una grafica ancora rigorosamente in bianco e nero; paradossalmente, tuttavia, non sfigurerebbe oggi, nell'epoca della sparizione dei simboli all'interno dei contrassegni, poiché la costruzione tutta geometrica sembra pensata più e meglio di quanto non siano alcuni emblemi concepiti oggi. Una goccia di futuro nel passato, che però resterà dov'è.
Da ultimo, visto l'identikit di chi sembra pronto a lasciare il Pd per un nuovo inizio, verrebbe la tentazione di domandarsi come mai nessuno abbia pensato in questi giorni di utilizzare l'etichetta che Massimo D'Alema ha lanciato per un movimento-rete sui generis nei giorni scorsi, per capitalizzare la lotta sul fronte referendario del No alla riforma costituzionale. Così Consenso potrebbe far nascere Consenso democratico, riuscendo a sfruttare tra l'altro il verde del fondo della prima parola, affiancando ad essa la seconda tinta in rosso per ricostruire il tricolore. Che non è certo di proprietà del Pd, come non lo è la parola "democratico". 

mercoledì 22 febbraio 2017

Rinascita italiana? Bastavano un condottiero e un telefinanziere

A volte certi giorni, certi periodi passano alla storia per alcuni fatti, mettendo in ombra tutto il resto. Eppure, a cercare bene (a volte anche solo a cercare per caso), si scopre che di interessante c'è anche altro, al punto tale che merita di essere portato alla luce: i drogati di politica, in particolare, possono impazzire per una notizia cui è riservato un colonnino, che quasi rischia di sparire al di sotto di un titolo cubitale che prende tutta la pagina. 
Si prenda, ad esempio, il 18 febbraio 1992, the day after il primo episodio di Tangentopoli. Per rivivere quel giorno, affidiamoci a uno scritto di Giacomo Papi, Il giorno della manetta, pubblicato sul Post (ma in realtà è la rielaborazione di un estratto del racconto Atlante di un attimo, pubblicato nell'antologia Festa del perdono, edito da Bompiani nel 2014):
Quel martedì di 25 anni fa il tempo a Milano era saldamente inchiodato alle medie del periodo: -0,8°C di minima e 9 di massima, umidità al 35%, sotto la norma, vento mediamente debole, 8,5 chilometri all’ora, e visibilità atmosferica – cioè la distanza massima al di là della quale un oggetto cessa di essere visibile – oltre la soglia della foschia, a 10,6 chilometri. «Insomma», come scrisse quello, «con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una normale giornata di febbraio dell’anno 1992».Il Corriere della sera del 18 febbraio 1992 costava L.1200, milleduecento lire – sono andato a rileggerlo alla Biblioteca Sormani, la più grande di Milano – e in basso a destra c’era questo titolo: «Milano, arrestato il presidente dei Martinitt. Accusato di concussione finisce in carcere Mario Chiesa, socialista». L’articolo diceva: «Il mondo politico milanese è stato scosso da un clamoroso arresto. Ieri sera i carabinieri, su ordine della magistratura, hanno arrestato l’ingegner Mario Chiesa, 47 anni, socialista, presidente del Pio Albergo Trivulzio cui fanno capo la Baggina e i Martinitt, due istituzioni storiche che si prendono cura degli anziani e dei bambini senza genitori. L’accusa è gravissima: concussione, cioè aver preteso bustarelle approfittando del proprio ruolo di funzionario pubblico». All’interno c’è un articoletto firmato da Alessandro Sallusti, attualmente direttore del Giornale, che racconta le reazioni della giunta – lo sdegno e loscorno – e riporta una dichiarazione di Bobo Craxi, figlio dell’allora segretario del PSI, che assicura: «Il partito socialista milanese è completamente estraneo». [...] Due giorni prima di Mario Chiesa, a Volla, in provincia di Napoli, viene arrestato per tentata estorsione il signor Riccardi, consigliere comunale socialista, uno che grazie alla sua minore centralità geografica e politica riuscì a schivare la storia.
La scrittura è bella e riesce a portare, con pochi elementi, nel clima di allora. Vale la pena impiegare qualche minuto per leggersi tutto il testo (per poi, magari, scegliere di comprare il libro), per vedere cos'è cambiato e cosa è rimasto uguale (a partire da certi fatti e da certe firme sui giornali, come ricorda Papi più in là). Poi, a un certo punto, ecco il guizzo simbolico, che non ti aspetti, che hai dimenticato o, forse, mai hai saputo:
Qualcun altro, forse, [della storia] intuì la direzione, ma si mosse troppo in anticipo e non riuscì ad agganciarla: proprio il 18 febbraio – la notizia è a pagina 5 –  il telefinanziere Giorgio Mendella annunciò la nascita di un nuovo partito: «Si chiamerà “Rinascita italiana” e avrà come simbolo il volto del capitano di ventura Giovanni dalla Bande Nere». La comunicazione di Mendella, scrive il Corriere, sarà affidata a «un messaggio registrato su cassette, preparato nel suo rifugio dorato sulla Costa azzurra, e diffuso attraverso alcune tv locali». Berlusconi ancora si limitava a spronare il Milan in Coppa campioni. La sua «discesa in campo» sarebbe arrivata due anni dopo, il 26 gennaio 1994.
Ecco, lasciate stare Berlusconi, il Milan e la Coppa dei Campioni (non ancora Champions League: quel nome sarebbe arrivato pochi mesi dopo). Tornate indietro appena un po', a quel nome: Giorgio Mendella. Sì, proprio lui, nato monzese e cresciuto viareggino, battezzato televisivamente come venditore di quadri e nel 1988 fondatore di Rete Mia, canale generalista a diffusione nazionale (lo fu ufficialmente dopo l'emanazione della "legge Mammì" del 1990) e che, ironia della sorte, conquistò un po' di fama per avere strappato alla Rai proprio alcune partite di Coppa dei Campioni. Attraverso la sua tv, Mendella riuscì a proporsi al grande pubblico anche come proponente di investimenti nelle sue società, soprattutto attraverso la trasmissione Primo Mercato, anche grazie all'intervento di numerosi volti noti dello spettacolo. 
A dire il vero, in quell'inizio di 1992, i guai per Mendella erano già cominciati: la magistratura si stava già occupando di lui e il suo nome era già finito nelle cronache giudiziarie; nonostante questo, quattro anni dopo aver fondato la sua televisione, il "telefinanziere" penso che fosse giunto il momento di fondare anche il suo partito. Lo stesso giorno, per dire, Repubblica scrisse: "Mendella, ricercato dalla magistratura, vuole un seggio alla Camera". Il 21 febbraio, in effetti, qualcuno il simbolo di Rinascita italiana al Viminale lo depositò sul serio: sul tricolore di fondo, apparve davvero il profilo severo di Giovanni dalle Bande Nere e, pensando che pochi italiani lo avrebbero riconosciuto, il creatore dell'emblema pensò di riportare il nome anche nella parte inferiore del contrassegno.
La fine di quell'operazione politica, tuttavia, fu piuttosto ingloriosa: il 1° marzo sempre Repubblica scrisse che la campagna elettorale di Mendella aveva subito un "brusco stop", perché la Guardia di Finanza di Roma aveva "sequestrato nell'emittente Telemondo 7 cassette nelle quali Mendella invitava a raccogliere firme per presentare la sua lista, Rinascita italiana". Forse le firme - che pure erano dimezzate, visto lo scioglimento anticipato della legislatura - non sarebbero arrivate lo stesso, ma la faccia degli elettori di fronte al cipiglio di quel viso, spuntato su manifesti e schede, sarebbe stata tutta da commentare.

lunedì 20 febbraio 2017

Nuova Democrazia cristiana europea: l'uovo crociato, per riprovarci

Avviso a tutti i drogati di politica: fate attenzione, molta attenzione. Il fatto che stiate scaldando i motori in preparazione dell'assemblea dei soci della Democrazia cristiana (che pretende di essere in continuità giuridica con quella storica, che aveva cambiato - male - il suo nome nel 1994) non vi esime dall'avere contezza che ieri, a Bari, si è riunito il consiglio nazionale della Nuova Democrazia cristiana europea. Avete letto bene, anzi, benissimo: non si tratta di un'allucinazione, né di una strana creatura ibrida tra Pizza, Sandri, Alessi, Luciani, D'Antoni, Zecchino e chiunque altro senta di condividere l'antica fede democristiana. Si tratta di un nuovo partito, nato pochi mesi fa, che ha gli avvocati Francesco Saverio Papagni come segretario e Filiberto Palumbo come presidente. 
Alla riunione dell'organo si è parlato della situazione politica italiana, definita "del tutto allarmante e, come tale, fonte di assolute incertezze": per questo si sarebbe rafforzato il proposito di "creare una grossa e stabile formazione di centro, cui resterà affidato il compito di contribuire a riequilibrare le forze politiche presenti in Parlamento". I principi ispiratori sono quelli della Democrazia cristiana, "certi - scrivono nel loro sito i fondatori del partito - che questa è rimasta nella mente e nel cuore del Popolo italiano": bando dunque agli esclusivi egoismi personali o di gruppi organizzati, spazio invece al bene comune come obiettivo, combattendo le differenze sociali anche grazie una lotta all'illecito. 
Anche in questo caso il gruppo tiene a sottolineare che "il movimento politico, cui si è inteso dare nuova linfa, per quanto faccia riferimento ad un vecchio e glorioso simbolo, che però appartiene al passato, presenta grossi elementi di novità", se non altro perché è completamente diversa la realtà che sta intorno, a partire da un'Europa che dev'essere valorizzata e ripensata ("a volte si ha la sensazione che l’auspicata unità di intenti sia in costante pericolo di crollo", com'è avvenuto con l'atteggiamento di alcuni paesi sulle migrazioni). La Nuova Dc europea vorrebbe poi intervenire a favore dei giovani, della famiglia basata sul matrimonio (che "deve tornare a essere il fondamento della nostra società civile"), lavorare per una sanità, una scuola e una giustizia migliori, perché siano motore di rinascita per la società civile: per il partito è necessaria una "nuova fase politica, che sia di comprensione e di solidarietà". all'insegna della dignità e della serietà di azione, senza "scandalose rappresentazioni di inimicizia e irragionevoli contrasti". 
In azioni come queste, tuttavia, la Ndce non è sola, nel senso che sono in molti a rivendicare l'eredità morale, politica e a volte - come ben sanno i frequentatori di questo sito - persino giuridica della Dc. I dirigenti del nuovo partito ne sono consapevoli, al punto che al consiglio nazionale di Bari c'è stato spazio per parlare anche di questo. Loro si dicono d'accordo sul fatto che all'Udc "non può essere negato il diritto a utilizzare il simbolo della Dc storica e neppure la dicitura 'Libertas'". E' stata citata la sentenza della Cassazione di fine 2010 (a conferma della pronuncia d'appello dell'anno prima), precisando che, benché il contenzioso abbia riguardato altri partiti, "l’interpretazione data dalla Corte suprema interessa anche gli altri partiti politici, che adottano il simbolo Dc-Libertas", compresa Ndce, a dispetto dei suoi "notevoli elementi di novità e di diversità" rispetto alla vecchia Dc, di cui sarebbe incerta l'esistenza in vita (un comunicato cita la sentenza del 2015 con cui il Tribunale di Roma ha dichiarato nulle le deliberazioni del congresso del 2012, anche se ovviamente il problema è molto più vasto). 
Poiché la Ndce vuole partecipare alle prossime elezioni, per evitare problemi si è data un simbolo che non dovrebbe essere contestato, a dispetto della chiara origine "democristiana". Il fondo, azzurro carico (nel sito, peraltro, stranamente appare come se il simbolo fosse stato stampato e scansionato), è diverso dal bianco originario o dal blu usato dal 1992 in poi; allo stesso modo, il simbolo contiene le dodici stelle d'Europa, anche per rimarcare la necessaria dimensione europea da recuperare. La croce c'è, ma ciò che resta dello scudo ha forma ovale e la parola "Libertas" sul braccio orizzontale (che nel carattere ricorda la grafica della Dc-Sandri) è tinta di giallo, come le stelle; sopra e sotto è riportato il nome (l'aggettivo "Nuova" sembra quasi essere stato aggiunto per evitare confusioni con il simbolo della Democrazia cristiana europea, presentato alle europee del 2004 e depositato come marchio da tale Silvestro Romano. 
Basterà questo "uovo crociato" a evitare le reazioni di altri partiti (a partire dall'Udc) o bocciature autonome da parte degli uffici elettorali via via interessati? Lo vedremo; nel frattempo, la moltiplicazione a vista d'occhio delle sigle in area Dc si fa sempre più evidente.

sabato 18 febbraio 2017

Movimento nazionale, come sorprendersi di nuovo

Alla fine bisogna ammetterlo: sono riusciti un'altra volta a stupirci. Pensavamo, in effetti, che fosse già stato un discreto colpo di teatro la scelta di sottoporre a votazione quattro emblemi che nemmeno erano stati proposti nella prima fase di invio delle idee grafiche per il nuovo "soggetto sovranista" che La Destra di Francesco Storace e Azione nazionale di Gianni Alemanno si apprestavano a far nascere. E invece ieri, all'apertura del congresso fondativo di cui anche in questo sito si è parlato più volte, è spuntato un emblema ancora diverso, nel senso che nemmeno questo era parte - in tutti i suoi elementi - della quaterna che era stata offerta al voto precongressuale online.
La struttura grafica, in realtà, è la stessa di tutte e quattro le opzioni del sondaggio (con le due pennellate "a fiamma" su fondo bianco e il resto su fondo blu tridimensionale), ma a cambiare in modo significativo è il nome: lasciando da parte Destra nazionale e Azione nazionale, alla fine il soggetto da varare è stato chiamato Movimento nazionale. Il nome scelto, va detto, era se non altro parte della quarantina di soluzioni proposte da coloro che avevano partecipato alla call for ideas, esprimendosi tra l'altro con maggior favore per l'opzione "Movimento", rispetto alla possibilità che si parlasse di "Partito".
Sta di fatto, comunque, che se questa mattina a prevalere era decisamente l'opzione "Destra nazionale", senza sigla a caratteri cubitali - particolare poi rispettato dalla scelta finale - e con la scritta "Per la Sovranità" in basso (la soluzione sfiorava il 37%, mentre raccoglieva quasi il 25% la stessa grafica con il nome "Azione nazionale"), è da immaginare la sorpresa di chi si è reso conto che il nuovo simbolo era diverso da ciò che era stato votato. Altri cambiamenti hanno riguardato la scritta "Per la Sovranità", proposta in giallo e non più in bianco, e la font con cui è stato scritto "Movimento nazionale": abbandonato l'Arial per un Helvetica Inserat, il testo fa acquisire al contrassegno un'impronta più retrò, più passatista.
Non è dato sapere cosa abbia portato i dirigenti del nascente soggetto politico a scegliere un nome ancora diverso; senza voler essere minimamente maliziosi, non è impossibile che abbia avuto un piccolo peso la scelta di evitare dall'inizio contenzioni con altre forze politiche, in particolare con il Movimento sociale italiano di Gaetano Saya e Maria Antonietta Cannizzaro, che all'inizio portava proprio il nome di Destra nazionale e tuttora lo comprende all'interno della denominazione estesa e del simbolo, pluriregistrato sotto varie forme.
Sorpresa a parte, sarà questo il nuovo emblema da cui intende ripartire la destra sovranista che non si riconosce nei soggetti attualmente esistenti. Così, mentre Storace rivendicava la necessità di mettersi "in marcia per un’Italia sovrana e mai più colonia" delle banche, dei migranti o dell'Europa, si rammaricava per l'assenza di Giorgia Meloni e di Fratelli d'Italia, ma con la convinzione che per il popolo di destra occorresse una casa unitaria  ("Non dividete più. Bisogna unire, non dividere"), Alemanno rafforzava il pensiero del fondatore della Destra sulla necessità delle primarie ("Dobbiamo farle per arrivare a un centrodestra unito, per scegliere il candidato premier e le linee programmatiche"), senza compromessi al ribasso e archiviando definitivamente i partiti personali (ogni riferimento, tra gli altri, a Fdi è parso poco casuale). Domani, con la chiusura dei lavori congressuali, l'avventura inizierà ufficialmente

venerdì 17 febbraio 2017

Tensioni nella galassia radicale, una storia (anche "simbolica") delicata

Una decina di giorni: tanto manca al 1° marzo, giorno in cui il palazzo del numero 76 di Via di Torre Argentina a Roma, che dal 1991 ospita le varie sedi della "galassia radicale", entrerà nella disponibilità della Lista Pannella. Questo, come si legge in una lettera che la presidenza del Partito radicale nonviolento, transnazionale e transpartito ha inviato agli iscritti e pubblicato sul sito nei giorni scorsi, "comporterà una redistribuzione degli 'spazi' disponibili, tra la stessa Lista, il Partito, e le sole associazioni impegnate nella realizzazione degli obiettivi congressuali stabiliti nella mozione generale del Partito Radicale". Il che, tradotto in soldoni, significa che in quelle "sole associazioni impegnate" a realizzare gli obiettivi del Prntt - e, come tali, con la prospettiva di restare a Torre Argentina - non sembrano rientrare Radicali italiani e altre associazioni della "galassia", a partire dall'Associazione Luca Coscioni.
La notizia ha fatto decisamente rumore, spingendo a occuparsene anche coloro che al mondo radicale non sono soliti dare spazio, ed è stata immediatamente tradotta con "Riccardo Magi ed Emma Bonino sfrattati dalla sede". Ovviamente non c'è alcun riferimento alle persone e men che meno si sta discutendo di espulsioni da qualche soggetto politico (nemmeno previste dagli statuti dei soggetti radicali); la questione, tuttavia, merita di essere trattata con attenzione, perché il quadro può risultare complesso per chi non lo segue a fondo e perché è stata la stessa Presidenza del Partito radicale transnazionale a parlare di una decisione "grave, ma necessaria e non più rinviabile" (nonché "urgente" e perfino "con-vincente", per usare le parole di Pannella citate nella lettera), da prendere per forza per "tentare di scongiurare, letteralmente, la morte del Partito".
Vale la pena ripercorrere almeno alcuni punti della lettera - che, per stile e contenuti, sembra dovuta in gran parte a Maurizio Turco, firmatario insieme a Matteo Angioli, Angiolo Bandinelli, Marco Beltrandi, Rita Bernardini, Maurizio Bolognetti, Antonella Casu, Antonio Cerrone, Deborah Cianfanelli, Sergio D'Elia, Maria Antonietta Farina Coscioni, Mariano Giustino, Giuseppe Rossodivita, Irene Testa, Valter Vecellio ed Elisabetta Zamparutti - per cercare di capire cosa è accaduto nei mesi scorsi e cosa stia accadendo; altrettanto si farà con la risposta che Radicali italiani, assieme alle associazioni vicine a questo soggetto, hanno voluto redigere, raccontando una storia fatta anche - come si vedrà - di simboli.

Alle radici

Alla base di tutto, è forse utile enunciare innanzitutto quella che nella lettera è citata come la regola di base del Partito radicale - e della sua successiva evoluzione in Prntt - ossia "lo stare insieme". Per cui "il Congresso, a cui partecipano per diritto tutti gli iscritti al Partito [...] il “luogo” in cui vengono decisi scopi ed obiettivi politici. È nel dibattito congressuale, e nel voto finale, che il Partito Radicale prende vita. O, magari, morte", come di fatto si è deciso ponendo le 3mila iscrizioni nel 2017 e nel 2018 come obiettivo essenziale per la sopravvivenza del partito. 
Nella stessa lettera - inviata e diffusa per sopperire al silenzio cui l'avrebbero, secondo gli autori, ridotta i media, intolleranti verso i "Radicali ‘scostumati’" - si cita poi una frase di Marco Pannella (dopodomani, tra l'altro, saranno trascorsi nove mesi dalla scomparsa): "il fine non giustifica i mezzi; piuttosto sono i mezzi che qualificano e prefigurano i fini". Meno di un anno fa, in una tesa assemblea del Partito nella sede di Torre Argentina, Maurizio Turco aveva aggiunto: "a maggiore ragione secondo me [i fini] li prefigurano i comportamenti". E, analizzando alcuni comportamenti, gli autori della missiva sostengono come "da almeno tre anni, prima della scomparsa di Marco, si fosse determinata una frattura tra coloro che ritenevano che i Radicali dovevano seguire vie altre da quelle indicate da Marco e coloro che invece ritenevano e ritengono di condividere l’analisi del Regime e le principali battaglie da opporre allo stesso, a partire dalla centralità della battaglia sulla giustizia giusta, con la sua appendice carceraria e sul diritto alla conoscenza". 
Poteva essere così il simbolo?
E se un punto di svolta, in questo senso, sembra essere stato rappresentato dal Congresso di Radicali italiani del 2015 (in cui la linea di Pannella è risultata sconfitta, con l'elezione di Riccardo Magi alla segreteria), il tutto sarebbe iniziato già alla fine del 2012, con il tentativo di "smarcarsi da un Pannella troppo ingombrante": ne sarebbe stato un segno, secondo la presidenza del Prntt, il "rifiuto di presentare nel 2013 le Liste Bonino-Pannella", frutto dell'indisponibilità di Emma Bonino a candidarsi in quell'occasione, con il contemporaneo "suggerimento" da parte della stessa Bonino di presentare le Liste Bernardini-Pannella, indicando le persone che più si erano impegnate per la battaglia a favore dell'amnistia. L'ipotesi, peraltro, fu in campo per pochissimo tempo e non risulta che sia mai stata tradotta in un possibile simbolo da presentare alle elezioni, anche se nulla vieta di pensare che avrebbe potuto avere una struttura analoga a quella del contrassegno della Lista Bonino-Pannella, coniato nel 2009.
Come è noto, alle elezioni del 2013 la lista Pannella presentò poi il contrassegno della Lista Amnistia giustizia libertà, che corse al di fuori dei poli. Una scelta sanguinosa sul piano elettorale, che nella lettera viene descritta come una scelta forzata proprio dall'indisponibilità delle liste Bonino-Pannella (che "letteralmente costrinse a ridosso del voto ad inventarsi le Liste Amnistia Giustizia Libertà con le ovvie conseguenze dal punto di vista elettorale"). Se, da quel momento, unica fase di vera attenzione per i radicali coincise con la permanenza di Emma Bonino alla Farnesina, durante il governo Letta, nel frattempo per gli autori della lettera ci sarebbe stata una corsa di chi prima voleva smarcarsi "a ‘riaccreditarsi’, grazie a media compiacenti e pronti, quali 'Radicali', 'Ultimi Radicali', 'Liste Radicali', 'Segretari dei Radicali', 'Iscritti Radicali', e così via".
Il simbolo della lista a Roma
Anche in questo caso, se prima lo smarcamento si dimostrava, per la presidenza del Prntt, con la necessità di "raccogliere le firme per i referendum o per le proposte di legge sotto vessilli diversi da quelli Radicali (Roma si muove, Milano si muove, ecc.)", temendo che l'identificazione con Pannella ostacolasse la raccolta firme, l'anno scorso "si è arrivati, con Marco morente, a presentare liste elettorali recanti il nome Radicali, sempre a Roma e Milano, in violazione della regola stabilita all’art. 1 dello stesso Statuto di Radicali italiani [cioè la non partecipazione alle elezioni di Ri "in quanto tale", ndb] ed all'insaputa del Partito Radicale e di tutti gli altri soggetti differenti da coloro che quella decisione avevano preso".
Ultimo comportamento concludente sarebbe stato un intervento alla Direzione di “Radicali Italiani” (il riferimento è alle parole di Simone Sapienza, a capo del progetto FaiNotizia.it): si diceva che da due anni, nel "tentativo ciclopico di resistere al disfacimento di una storia", un gruppo di persone (Sapienza ha parlato al plurale, riferendosi probabilmente alla dirigenza di Radicali italiani) si è assunto "la responsabilità personale, politica, collettiva di entrare prima in collisione con lo stesso Marco Pannella [...] e poi con un pezzo del Partito radicale". Per gli autori della lettera, tuttavia, la collisione sarebbe stata "con il Partito nella sua interezza", riconoscendosi questo nella mozione votata alla fine del congresso a Rebibbia.