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giovedì 17 settembre 2015

Premio alla lista o alla coalizione? Per i simboli cambia tutto...

La fila davanti al Viminale nel 2013 (da Lettera43)
Mentre il cammino delle riforme costituzionali procede a tamburo battente (con buona pace dell'art. 72 della Costituzione), si fa strada nel dibattito un punto tutto meno che secondario, relativo alla legge elettorale e che potrebbe facilmente avere riflessi anche sul piano simboli. Anche se sono passati solo quattro mesi abbondanti dall’effettiva nascita dell’Italicum – per gli esperti, legge 6 maggio 2015, n. 52 – c'è già più di qualcuno che vorrebbe mandare in pensione un "dettaglio" del nuovo sistema elettorale con cui si dovrebbe votare per la sola Camera dei deputati da luglio dell’anno prossimo: si tratta del premio di maggioranza alla lista, che per alcuni dovrebbe trasformarsi di nuovo in premio alla coalizione/lista singola più votata.
All'inizio lo chiedeva essenzialmente Forza Italia e non è difficile capire perché. Nelle condizioni attuali, infatti, correndo da solo il partito fondato da Silvio Berlusconi arriverebbe (almeno) terzo e resterebbe fuori dal ballottaggio; un'alleanza con la Lega Nord potrebbe dare risultati migliori, ma metterebbe a rischio la leadership di Berlusconi e di Fi, binomio che dal 1994 ha sempre guidato il centrodestra. Ora invece la stessa richiesta arriva da alcuni partiti di maggioranza, sia pure con uno scopo almeno in parte diverso: quello di non sparire dalla scena, di non rischiare l’irrilevanza. Cesa (Udc) vuole il ritorno alle coalizioni perché l’area cattolica continui a essere rappresentata, senza essere schiacciata tra due listoni di centrodestra e centrosinistra; Quagliariello (Nuovo centrodestra) lo chiede per il rispetto dell’identità, poiché gli elettori di Ncd non sarebbero a loro agio in un centrodestra a trazione salviniana o in un Pd che Renzi ha portato nel Partito socialista europeo.
Tutti i partiti minori, poi, sanno bene che - se la riforma costituzionale entrasse in vigore così com'è ora - con il Senato non più a elezione diretta, solo la lista che vincesse il premio di maggioranza avrebbe un numero di eletti simile a quello che potrebbe ottenere a Montecitorio e a Palazzo Madama vincendo ora le elezioni; tutte le altre formazioni vedrebbero le loro compagini parlamentari decimate e questo varrebbe soprattutto per i partiti minori, potenzialmente alleati della lista più votata, che non godrebbero più del "bonus" dei seggi del premio. Il che significa contare di meno, certamente, ma anche avere meno soldi per la gestione dei gruppi e per pagare il personale (magari "distaccato" dal partito), cosa che oggi pesa tantissimo, anche se in pochi ne parlano.
Se però l'idea del premio di coalizione piace a buona parte della minoranza dem, Matteo Renzi non ci pensa nemmeno: per lui - che ha suggerito la modifica dell'Italicum in questo senso - il premio alla lista è un elemento essenziale per sapere con certezza chi ha vinto la sera stessa delle elezioni, come pure per dare stabilità alla maggioranza uscita dalle urne, cancellando i ricatti degli alleati (che, al più, potrebbero entrare nei "listoni", ma alle condizioni degli "azionisti di maggioranza"). 
Il premio alla coalizione, del resto, non è mai piaciuto neanche a una forza che mai farebbe parte di una coalizione, ossia al MoVimento 5 Stelle: per il suo esperto di questioni elettorali, Danilo Toninelli, l'importante è che "ci sia un vincitore ma non si porti dietro un’ammucchiata di partiti": la scottatura rimediata nel 2013 - quando quelle del M5S erano state le liste più votate in Italia, ma la vittoria era andata alla coalizione di centrosinistra, scioltasi dopo poche settimane con il passaggio di Sel all'opposizione - fa ancora decisamente male.
Altro che “dettaglio” o “piccola modifica” dell'Italicum, come la chiama Quagliariello: trasformare il premio alla lista in premio alla coalizione cambierebbe completamente le carte in tavola (dando, tra l'altro, maggiori margini di miglioramento al centrodestra). Di certo, il primo effetto combinato dell'Italicum e delle nuove norme sui partiti che il Pd ha proposto alcuni mesi fa alle Camere si vedrebbe già al primo atto del procedimento preparatorio alle elezioni politiche: la fila per il deposito dei simboli al Ministero dell'interno. La fila di persone davanti al Viminale, sempre consistente negli ultimi trent'anni, si sfoltirebbe di molto, per almeno due ragioni. 
Da una parte, tutti i soggetti che non avessero ottenuto l'iscrizione al Registro dei partiti politici sarebbero disincentivati a depositare il loro contrassegno, che potrebbe essere dichiarato senza effetti; dall'altra, la corsa al voler presentare i "listoni" (e al tentare di superare le soglie di sbarramento) spingerebbe vari partiti e gruppi ad allearsi tra loro, magari dando luogo a simboli compositi, in numero decisamente minore rispetto a quello dei simboli visti negli ultimi anni alle elezioni. Anche il rito della "fila per la democrazia", insomma, potrebbe vivere i suoi ultimi anni di fulgore. Qualcuno, c'è da scommetterci, lo ricorderà con nostalgia.

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