domenica 30 giugno 2013

Fratelli (coltelli) d'Italia: venti giorni come otto anni?

Il ritorno a «Forza Italia» preannunciato in questi giorni da Silvio Berlusconi ha di nuovo messo di cattivo umore i tifosi della Nazione (o, più modestamente, della Nazionale) che vorrebbero poter parteggiare per il loro paese e per le sue squadre senza essere targati politicamente. Ora, in verità, si rischia anche con l’inno nazionale, soprattutto perché a contendersi il suo primo verso, «Fratelli d’Italia», sono due formazioni politiche diverse: una è “famosa”, ma è nata poco prima di avere depositato il suo simbolo; l’altra, pur avendo una storia molto più lunga, è meno nota, non ha potuto partecipare alle ultime elezioni politiche, in compenso le sono stati notificati pacchi di verbali per affissioni abusive effettuate dai “Fratelli” famosi.

A fare la fila al Viminale per consegnare i simboli per partecipare alle elezioni, nei giorni che hanno preceduto l’11 gennaio, c’erano sì i rappresentanti di «Fratelli d’Italia – Centrodestra nazionale», il partito che ufficialmente era nato solo il 21 dicembre 2012 (a conti fatti, venti giorni prima) ad opera di Guido Crosetto, Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. In coda, però, c’erano anche altri Fratelli d’Italia, per l’esattezza «Movimento politico Fratelli d’Italia», costituito invece il 21 ottobre del 2004 a Marsala e rappresentato dal segretario Salvatore Rubbino. Il simbolo attuale del movimento, la sagoma di un cavaliere su destriero su fondo blu ed elemento tricolore in basso, sulle schede per eleggere Camera e Senato non è mai arrivato: lo hanno bocciato prima il Ministero dell’interno, poi l’Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di cassazione. Di tutte le esclusioni operate in quei giorni, quella del Mpfi ha ricevuto meno attenzione da parte dei media (rispetto ai casi dei “cloni” di Grillo, Ingroia e Monti, per dire), eppure è il caso più insidioso, per come certe regole sono state interpretate da chi era chiamato a decidere; dovesse capitare di nuovo, sarebbe addirittura pericoloso.
Cos’era accaduto, dunque, al Viminale? Nelle bacheche si potevano vedere due contrassegni: al numero 10, i Fratelli di Crosetto, con tanto di nodo tricolore tra la parte superiore azzurra (col nome del partito) e quella inferiore bianca; al numero 47, i Fratelli di Rubbino, con l’emblema ricordato. Per il Ministero dell’interno, c’era il rischio di confondere i due emblemi a causa del colore dello sfondo (anche se il blu di Rubbino era molto più scuro dell’azzurro di Crosetto), ma soprattutto per una questione di «identità letterale»: entrambi presentavano la dicitura «Fratelli d’Italia» nel contrassegno, cosa del resto abbastanza ovvia, avendo in comune quella parte del nome.
Una volta individuata la confondibilità, i funzionari del Ministero ritengono di risolverla invitando Rubbino a sostituire il suo emblema, dando preferenza al contrassegno di Crosetto e Meloni, sia perché era stato depositato per primo (al numero 10, contro il numero 47 degli altri Fratelli), sia perché è stato considerato «espressione di una forza politica rappresentata in Parlamento», vale a dire dal gruppo parlamentare formatosi al Senato il 20 dicembre; sempre il Viminale ha precisato che tanto la costituzione di Fd’i di Crosetto quanto l’adozione del suo simbolo «sono stati ampiamente pubblicizzati e diffusi da organi d’informazione e di stampa nazionali nelle ultime settimane». Un ragionamento simile è stato fatto dall’Ufficio elettorale presso la Cassazione, che ha continuato a riconoscere tutela al gruppo della Meloni perché «rappresentato nel disciolto Parlamento»; i magistrati però hanno anche precisato che non rilevano a favore del Mpfi il deposito del simbolo presso l’Ufficio italiano brevetti e marchi e, soprattutto, l’uso del contrassegno «in competizioni elettorali locali e circoscritte». Morale, Rubbino e i suoi Fratelli (d’Italia) sono fuori dal gioco, ritentino la prossima volta.

Tutto bene? Nemmeno un po’, a ben guardare. Perché in questo modo, in pratica, si finisce per negare una storia lunga anni, dando tra l’altro una “pesante” legittimazione a chi, a ben guardare, non sembra proprio aver agito per meritarla. Sul piano storico, Il Movimento politico Fratelli d’Italia ha partecipato a varie tornate elettorali in Sicilia, dove appunto è nato, sempre su posizioni di centrodestra: prima nel 2007 a Marsala (lì si è formato già da quell’anno un gruppo consiliare e lo stesso Salvatore Rubbino è diventato assessore), nel 2008 a Trapani (anche alle provinciali, con tanto di eletto) e nel 2012 di nuovo alle elezioni comunali di Marsala e Trapani. 

Se nei primi casi era stato utilizzato il simbolo previsto dallo statuto (con anche la scritta «Ettore Fieramosca» e una grafica più risalente), a quelle del 2012 è stato presentato un contrassegno con la denominazione molto più in evidenza, su fondo bianco. Soprattutto, però, Fratelli d’Italia – Rubbino ha preso parte alle ultime elezioni regionali, datate 28 ottobre 2012, dunque inequivocabilmente prima della costituzione del partito di Crosetto e della Meloni: l’emblema con cui il Mpfi è stato rappresentato sulla scheda elettorale è proprio lo stesso (fondo blu) che il Viminale ha respinto a gennaio.
Ora, se qualcuno potrebbe considerare una “competizione locale e circoscritta” quella che si svolge in un comune (sia pure grande, come Marsala o Trapani), certamente non può ricevere lo stesso trattamento la partecipazione alle elezioni regionali siciliane, anche in considerazione della pubblicità che quella consultazione ha avuto a livello nazionale (giornali, tv, rete…). Il deposito degli emblemi, tra l’altro, è stato fatto presso l’assessorato competente anche a beneficio dell’ufficio elettorale centrale presso la Corte d’appello di Palermo, chiamata a fare le veci delle sezioni regionali della Cassazione (mai costituite) e il simbolo del Mpfi, come gli altri, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale siciliana: per lo speciale livello di autonomia concesso alla Sicilia, se non si vuole riconoscere a questi atti un valore quasi pari a quelli compiuti a livello nazionale, è certamente impossibile fare il paragone con il rinnovo di un consiglio comunale qualunque.

Il Movimento politico Fratelli d’Italia, insomma, ha fatto esattamente quello che la legge e le stesse «Istruzioni per la presentazione e l’ammissione delle candidature» redatte dal Ministero dell’interno richiedono, per cui «I partiti che notoriamente fanno uso di un determinato simbolo sono tenuti a presentare le loro liste con un contrassegno che riproduca quel simbolo»: il gruppo ha sempre utilizzato l’espressione «Fratelli d’Italia» nel simbolo, dunque l’avevano inserita anche a gennaio, accanto alla sagoma del cavaliere. «Fratelli d’Italia» di Meloni, Crosetto e La Russa, invece, non vantava alcun uso tradizionale, né avrebbe potuto farlo, visto che il gruppo era nato venti giorni prima. Le istruzioni ministeriali sono precise nell’affermare che ai partiti che non abbiano un simbolo tradizionale «è fatto assoluto divieto di presentare contrassegni identici o confondibili con quelli […] che riproducono simboli, elementi e diciture» tradizionalmente usati da altri partiti (chi non ci crede, si legga uno dopo l’altro i commi 3 e 4 dell’articolo 14 del d.lgs. 361/1957). A stretta logica, Meloni & co. non avrebbero proprio potuto usare l’espressione (ben identificabile) «Fratelli d’Italia»; né potevano dire di non sapere dell’esistenza di Rubbino e soci, visto che erano stati puntualmente diffidati, perché non usassero quel nome (non a caso, nei documenti presentati in Cassazione dal gruppo neocostituito non c'era nulla che fosse davvero a loro favore, anzi, c'erano persino documenti che davano ragione agli esclusi).
Crea ancora più problemi, però, l’altra osservazione del Ministero, quella sulla tutela privilegiata al simbolo di Crosetto per la rappresentanza parlamentare e la “notorietà”. Sul primo punto, è per lo meno curioso che si possa considerare rappresentata in Parlamento la “forza politica” Fratelli d’Italia – Centrodestra nazionale, il cui il gruppo di senatori era stato costituito solo il 20 dicembre (ma la dicitura «Fratelli d’Italia» è stata inserita addirittura il giorno successivo): non solo il simbolo non ha partecipato alla consultazione politica del 2008, non venendo sottoposto al controllo del Viminale e al giudizio degli elettori, ma addirittura per il gruppo di Meloni e Crosetto questo era il primo uso in assoluto, senza che dunque si potesse far valere alcun test elettorale di altra natura (elezioni europee o regionali). Nonostante la loro esigua vita di venti giorni, ai Fratelli d’Italia nati per secondi è stata accordata una tutela pari a quella su cui avrebbero potuto contare Pdl e Pd, se ne avessero avuto bisogno.
Forse anche per questo, il Ministero dell’interno aveva sentito il bisogno di “rafforzare” la sua decisione sottolineando l’ampia pubblicità data alla nascita del soggetto politico e al suo emblema. La stessa affermazione, del resto, ha “salvato” gli emblemi legati a Mario Monti e quello di Rivoluzione Civile, che certamente non potevano vantare alcuna rappresentanza parlamentare in senso stretto. In quei casi, tuttavia, la posizione del Viminale era del tutto ragionevole, visto che i simboli “cloni” erano stati fatti con l’evidente scopo di ostacolare la partecipazione di determinati soggetti politici (oltre che di mettere in luce varie falle della normativa elettorale); nel caso di Fratelli d’Italia, invece, il riferimento alla pubblicità e, indirettamente, alla notorietà del segno spiega sì la decisione, ma apre una falla potenzialmente letale. Se un soggetto politico del tutto nuovo può prevalere su un partito (di molto) preesistente, con varie esperienze elettorali sia pure di livello regionale, non tanto perché il suo simbolo è stato depositato prima – Meloni & co. avrebbero dovuto comunque astenersi dall’usare nomi altrui consolidati – ma grazie al battage pubblicitario che ha messo in campo, si rischia di far passare il messaggio che chi dispone di mezzi ingenti e può permettersi una promozione adeguata può tranquillamente far pesare un uso di una manciata di giorni più di un uso continuo e documentato lungo anni, mentre chi non è in grado di pagarsi la pubblicità comunque soccombe. 
Un messaggio chiaramente inaccettabile e, come si diceva, pericoloso. Senza contare che, sull’effettiva notorietà dei Fratelli di Crosetto, si potrebbe avere da ridire: per le amministrative di maggio, qualche prefettura ha invitato a riunioni preparatorie i rappresentanti delle forze politiche in corsa alle elezioni, includendo nell’indirizzario tanto Fd'I quanto il Mpfi, anche se magari uno dei due non si presentava affatto. È andata decisamente peggio quando alla segreteria del movimento di Rubbino si son visti recapitare la notifica di circa 400 verbali di affissione elettorale abusiva relative alle elezioni politiche nella maggiore città del Nord: i manifesti, manco a dirlo, erano di Meloni & Co., ma avvisi e verbali, chissà perché, sono finiti a Marsala. 
 

Un’applicazione rigorosa delle regole, dunque, avrebbe dovuto portare all’esclusione temporanea dei Fratelli di Crosetto (fino a che non avessero trasformato l’emblema), senza alcuna tutela privilegiata per la presenza in Parlamento. Certo, è facile immaginare cosa sarebbe successo politicamente se, dopo la campagna pubblicitaria, Meloni e gli altri avessero dovuto presentarsi con un altro emblema; eventualità, del resto, tutt’altro che assurda, visto che graficamente i richiami al contrassegno di Alleanza nazionale erano davvero troppi (il blu per più di metà del segno e la corda tricolore usata nelle campagne degli ex An nel Pdl) e già questo poteva bastare per non ammettere l’emblema, anche se nessuno della Fondazione An pare abbia protestato.
Anche concedendo al Viminale il beneficio di aver voluto tutelare l’affidamento degli elettori che avevano già conosciuto l’emblema attraverso i media (scelta comunque comprensibile), è davvero inaccettabile che sia stato chiesto al movimento di Rubbino di sostituire il simbolo intervenendo (anche) sul nome. Al più sarebbe bastato chiedere di modificare il colore di fondo, tornando al bianco, ma rinunciare al nome sempre utilizzato in tutta l’attività politica sembra una richiesta del tutto priva di senso. 
Per questo giro ormai (purtroppo) i giochi sono fatti e conclusi, ma alle prossime elezioni sarà cosa ottima e giustissima che le decisioni abbiano un segno diverso: nessuno, men che meno nel terzo millennio, può essere più “uguale” di altri.

venerdì 3 maggio 2013

Ambienta-Liste e lune che sorridono

Dopo lo scherzetto delle elezioni del 2004, con la lista Verdi-Verdi e Verdi federalisti, gli ambientalisti che non si riconoscono nelle posizioni “sinistre” della Federazione dei Verdi non sono certo sazi: nel 2005 ci sono le elezioni regionali e quella è un’ottima vetrina per avere visibilità e, magari, ottenere un posto da consigliere che non guasta. 
In Piemonte Maurizio Lupi ci riprova con i Verdi-Verdi, recuperando l’orsetto che ride dei tempi migliori (messo in pausa l’anno prima), ma cambiando in seconda battuta il resto dell’emblema: via il colore verde e la scritta Verdi-Verdi, che al Sole che ride non piacevano per niente (specie dopo la sentenza del Consiglio di Stato dell’anno prima) e si sperimenta una nuova dicitura, «l’Ambienta-Lista», un giochetto di parole che può tornare buono in futuro. Sotto all’orso, l’indicazione gigantesca del cognome di Enzo Ghigo, candidato del centrodestra alla presidenza della regione: c’è chi è pronto a scommettere che all’inizio il nome non ci fosse o fosse molto più piccolo, e sia stato ingrandito ad arte su consiglio dello stesso Ghigo dopo aver scoperto che la Lista consumatori, in quel momento gestita dal gruppo di Renzo Rabellino, aveva il simbolo occupato per metà proprio dal cognome di Ghigo. Il quale doveva aver pensato di vendicarsi di quel tiro mancino “simbolico” di Michele Giovine (in quel momento impegnato per la Lista consumatori e che in seguito avrebbe passato qualche guaio a causa di firme false) suggerendo a Lupi lo stesso stratagemma grafico, forse nella segreta speranza che nessuno dei due gruppi ottenesse alcun eletto, mentre dalle urne ne ricevono uno a testa. E pensare che qualcun altro era pronto a giurare che Lupi stesse tentando un accordo proprio coi “nemici” Verdi-Rossi, ovviamente in cambio di una candidatura blindata che non è mai arrivata.  
In Lazio, invece, è di nuovo in pista Roberto De Santis, il vero ideologo degli ambientalisti non di sinistra: anche lui tenta di fare la sua lista in appoggio al centrodestra, dunque a sostegno della candidatura di Storace. Il simbolo scelto, a suo modo, è devastante, a partire dal nome scelto per la formazione, «Ecologisti verdi»: una sinfonia di verde in varie tonalità colora il contorno del cerchio e buona parte del fondo, quella che sta sotto a un arcobaleno di cinque colori. In alto, in un irrealistico cielo bianco, da dietro l’arcobaleno occhieggia una luna arancione, disposta a mo’ di sorriso (così anche gli alfieri del sole ridente sono serviti) e, su tutto, è sovrapposta la denominazione del partito, con la parola «Verdi» in assoluta evidenza (ma vah!) e tinta in un vezzoso verdino chiaro.  
Per l’ufficio centrale circoscrizionale, però, mancano dei certificati elettorali e le firme depositate non sono più sufficienti, dunque la lista per il momento resta fuori: per la Federazione dei Verdi è ugualmente allarme rosso, perché l’ufficio avrebbe concesso una proroga di due giorni per integrare la documentazione e potenzialmente gli Ecologisti Verdi non sono ancora fuori gioco. Per questo, il Sole che ride fa immediatamente ricorso al Tar e convoca conferenze a destra e a manca, denunciando a sua volta irregolarità nella raccolta delle firme (sempre loro, ieri, oggi e domani). «Firme doppie o triple, stessa identità ma grafie diverse, elenchi in cui i firmatari seguono un preciso e inverosimile ordine alfabetico e che compaiono più volte nello stesso fascicolo»: c’è tutto questo nella denuncia presentata da Angelo Bonelli, in quel momento capogruppo verde alla Pisana. Qualcosa in effetti ci doveva essere (ma quanti possono dire di essere davvero mondi, in tema di sottoscrizioni?): prima il Tar, poi il Consiglio di Stato escludono la lista dalla competizione e la luna che sorride non vedrà mai le schede.  
Non è la fine della storia, naturalmente: anzi, la parola «Ecologisti» sfoderata nel 2005 finisce per legarsi a doppio filo a De Santis, ma per raccontarla ci sono le prossime puntate.

domenica 28 aprile 2013

La citazione del sole (nascente)

Sarà il caso di ammetterlo: scoprire che c’è chi ti legge – e, in quel modo, certifica la tua esistenza – fa indubbiamente piacere; in fondo, sorprende sempre un po’ l’idea che qualcuno ti trovi per caso o magari ti cerchi apposta, su un quotidiano, in un sito o magari nell’unico libro che hai scritto (anche se la ricerca è enormemente facilitata da Google Books). Così, può capitare di sgranare un sorriso scoprendo che I simboli della discordia – inteso come libro – è stato citato come fonte nella voce di Wikipedia dedicata al Partito socialista democratico italiano (grazie allora a Sax123, utente che non ho il piacere di conoscere); con altrettanta compiaciuta sorpresa vengo a sapere, del tutto incidentalmente, che lo stesso volume è stato citato dal sito del Psdi, in un articolo che critica  alcune iniziative messe in atto da persone che fino a due anni fa facevano parte del (rigenerato) partito del sole nascente e che ora si riconoscono in gran parte nel partito iSD – i Socialdemocratici che Domenico “Mimmo” Magistro ha fondato nel 2011.
Deve avere infastidito non poco il segretario in carica, Renato D’Andria, vedere che alcune di queste persone continuavano a qualificarsi in Rete come membri del Psdi, con tanto di cariche che sarebbero derivate da un congresso – il XXVIII, tenutosi a Barletta nel 2010 – dagli effetti per lo meno dubbi: quell’assise, infatti, è stata celebrata quando si riteneva che segretario fosse ancora Magistro (eletto sì regolarmente tre anni addietro), ma prima che una sentenza del Tribunale di Roma del giugno 2011, poi divenuta definitiva, facesse di fatto concludere che in realtà la segreteria in quel momento sarebbe spettata a D’Andria, in forza della sua elezione in seno alla direzione nazionale della fine del 2006. I simboli della discordia viene appunto citato come studio più recente a essersi occupato (anche) di quella pronuncia. 
In effetti, non è chiaro in base a cosa quelle persone possano ritenersi parte del Psdi (anche con cariche di rilievo): nessuno ha contestato espressamente l’ultimo congresso, ma nello stesso comunicato stampa che annuncia la nascita di iSD come nuovo partito si legge espressamente che Magistro e altri «lasciano il Psdi», una frase difficile da interpretare in modo diverso. Lo stesso, del resto, si può dire circa l’ultima frase, in cui si legge che Magistro, dimettendosi, «ha deciso di non ostacolare quanti volessero continuare l'attività politica nella forma partitica tradizionale rinunciando a ricorsi che avrebbero solo l’effetto di bloccare l’operatività poiché per anni rimarrebbe sub judice la titolarità della sigla e del simbolo». Allo stesso tempo, peraltro, dovrebbe risultare pacifico che è pienamente legittimo per il nuovo partito prendere la denominazione di «i Socialdemocratici», senza che qualcuno possa lamentare un’usurpazione di nome: essendo la socialdemocrazia un ideale, chiunque vi si riconosca deve poter usare quel nome, a patto che il simbolo sia sensibilmente diverso (e infatti nel simbolo di Magistro non c’è alcun riferimento a soli nascenti, men che meno dal mare).

martedì 23 aprile 2013

La rosa e il pugno

Paese che vai, usanze che trovi. E anche simboli, a quanto pare. Già, perché a viaggiare tra Italia e Francia all’inizio degli anni ’80, per dire, si rischiava di restare confusi. Il Front National di Le Pen aveva mutuato la fiamma del Movimento sociale italiano e, in fondo, non ci si sbagliava, l’area era la stessa. Ma chi pensava di trovare il bellissimo disegno della rosa nel pugno in carico ai socialisti in Italia come in Francia, sarebbe rimasto disorientato: l’emblema, infatti, l’aveva ottenuto Marco Pannella per il Partito radicale proprio al congresso in cui il Psf di Mitterand l’aveva adottato, nel 1971 a Epinay, infilandosi abilmente dopo le perplessità di Giacomo Mancini che alla falce e al martello non si sentiva di rinunciare. La rosa, così, in Italia era stata adottata dai Radicali nel 1976, al punto che quando due anni dopo Craxi volle cambiare il simbolo del Psi e pensò di adottare la rosa, dovette desistere e ripiegare sul garofano.


La stessa rosa sarebbe rimasta a lungo legata alle iniziative politiche radicali (compresa la recentissima Lista Amnistia giustizia libertà), ma qualcosa dovette andare storto: non si capirebbe perché, altrimenti, il tribunale di Roma nel 1981 avrebbe inibito al Partito radicale l’ulteriore uso del disegno, con tanto di risarcimento da stabilire in un secondo momento. A iniziare la causa, nientemeno che Marc Bonnet, il grafico che nel 1969 aveva creato la rose au poing poi adottata dal Psf: viene allora da sospettare che Pannella avesse ottenuto l’autorizzazione dei socialisti francesi, ma non dell’autore del disegno, che – forse per motivi economici – non dovette prenderla bene.
Devono comunque essersi incontrati a metà strada, Bonnet e i radicali, poiché la Marianna dal berretto frigio fu definitivamente abbandonata e il disegno della rosa, con o senza pugno chiuso, in bianco e nero o a colori, sarebbe rimasto quasi una costante dei simboli di Pannella, almeno fino al 1999, quando fu messo da parte per un po’ di tempo. Fu riesumato nel 2006, provvisto di nuovo di pugno e finalmente colorato anche sulle schede, per il cartello elettorale con lo Sdi di Boselli (che una rosa – quella del socialismo europeo – l’aveva già): l’esperienza non fu esaltante, non andando oltre il 2,6%, ma per lo meno riannodò il legame della rose au poing con i loro primi utilizzatori, “riparando” l’occasione persa giusto trentacinque anni prima.

giovedì 18 aprile 2013

L'unica vera Lista civetta

A voler essere precisi, avendo studiato zoologia o qualcosa di simile, si dovrebbe parlare di Athene noctua. Che, nella classificazione secondo Linneo, altro non è che la civetta. Un rapace notturno che però, in politica, ha potuto agire alla luce del sole, quasi senza che molti se ne accorgessero, nonostante gli strepiti di chi sapeva che sarebbe stato artigliato e beccato. Si torni con la mente all’anno di scarsissima grazia 2001 e, per l’esattezza, alla fine del 2000: i sedicenti esperti elettorali in entrambi gli schieramenti avevano messo a punto un sistema in grado di piegare a proprio vantaggio la complicata macchina della legge elettorale, per lo meno alla Camera, gabbando persino le intenzioni di chi aveva concepito quegli stessi meccanismi
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Per chi era assente, varrà la pena ricordare che per eleggere i deputati c’erano due schede: su quella rosa si votava il candidato delle coalizioni o dei singoli partiti nei collegi uninominali della quota maggioritaria, su quella grigia si dava la preferenza a una mini-lista bloccata per la quota proporzionale; ogni candidato dei vari collegi doveva essere collegato a una delle liste del proporzionale, in teoria quella di appartenenza. Avranno ragionato cosi, probabilmente, da una parte e dall’altra: nel 1993 Mattarella o chi per lui ha inventato quel meccanismo diabolico dello scorporo, per cui i voti di chi arriva primo nella quota maggioritaria vengono sottratti dal totale dei voti della lista collegata nel proporzionale, così che chi vince nei collegi non può stravincere? E noi lo gabbiamo. Come, di grazia? Ad esempio collegando i candidati del maggioritario a liste del tutto inconsistenti, create apposta, che la gente manco riconosce. Per colpa dello scorporo, queste andranno sottozero, ma i partiti maggiori manterranno intatto il loro malloppo di voti. Come dire: i partiti che sono fuori dai poli (e che avrebbero dovuto essere tutelati dalla nuova legge) ci rimetteranno, ma tanto peggio per loro, noi dobbiamo vincere le elezioni.
Detto, fatto. Il centrodestra partorì la lista Per l'abolizione dello scorporo e contro i ribaltoni, il centrosinistra seguì a ruota (per tentare di non perdere in partenza le elezioni) e - se nel 1996 aveva già sperimentato il sistema collegando i candidati a Popolari, Verdi e Partito sardo d'azione - schierò Paese nuovo: due simboli del tutto anonimi, fatti per passare inosservati e possibilmente essere votati poco o nulla, per non sottrarre consenso ai partiti veri. Dio sa come, in 27mila votarono la lista antiscorporo e addirittura in 34mila Paese nuovo, ma le liste ottennero comunque il loro scopo: lo ottennero così bene che Forza Italia ottenne più seggi di quanti candidati effettivamente avesse, senza riuscirli a coprire tutti. Da lì si innescò una bagarre tutta nostrana su come risolvere la situazione, decidendo alla fine che poteva restare tutto così, come se nulla fosse accaduto.
Nel frattempo, però, in pochi avevano notato tra i simboli depositati al Viminale un piccolo colpo di genio. Se infatti la lista antiscorporo e Paese nuovo erano liste civetta senza dirlo, l’unica vera «Lista civetta» dichiarata, con tanto di disegno del rapace su un ramo, era passata quasi inosservata, fatta eccezione per i cronisti politici in legittima cerca di stuzzicherie: Autori dell’operazione, un certo Gianluca Campanella e talaltro Nicola Benedettini, ingegnere il primo, esperto di comunicazione il secondo. Insieme costituirono un’associazione, la Campabene Organization, con tanto di marchio direttamente ricalcato sullo stile del Compact Disc. Far parte del gruppo era facile, purché si avessero tre requisiti (si leggono ancora nelle pagine web di Campanella): voler fare qualcosa per l'Italia; avere la "fedina penale" da sempre candida; non cercare un tornaconto economico. 
Da associazione a gruppo politico organizzato il passo fu breve e il contrassegno lo presentarono sul serio; già che c’erano, presentarono pure il «Giovane astensionismo», con la sagoma di una fanciulla a braccia incrociate, ma glielo bocciarono perché di emblemi ne avevano già depositato uno. Volevano presentarsi nel collegio di Pisa e nella circoscrizione Toscana, ma le liste non riuscirono a farle, anche perché qualche mano birichina fece sparire le firme a tempo indebito: i veri cultori della simbologia politica, tuttavia, non possono che levarsi il cappello, con molto rispetto, di fronte al tentativo avventuroso di due giovani che un messaggio hanno cercato di darlo. Che il sistema così com’era fosse storto e da buttare, loro, l’avevano capito bene.

sabato 13 aprile 2013

Via Monti dal simbolo?



Sembra lontano secoli il giorno in cui Mario Monti aveva chiesto ai ragazzi di Proforma – cercati e incaricati da Lelio Alfonso di Italia Futura – di dare maggiore visibilità al suo nome nel simbolo della lista che stava per nascere. A prendere per buono quanto scritto oggi sul Corriere della Sera da Francesco Verderami, infatti, il nome di Monti dovrebbe proprio sparire dall’emblema di quello che è comunque in procinto di trasformarsi in partito (questa, per lo meno, sembra l’intenzione di una parte consistente del gruppo dei “montiani” entrati in Parlamento e di qualcuno di quelli rimasti fuori).
La cancellazione del nome, più che di una damnatio memoriae, sarebbe il frutto di una scelta del senatore a vita, non particolarmente a suo agio nel ruolo di «capro espiatorio» (sono sempre parole tratte dal pezzo di Verderami) dopo un risultato elettorale che in condizioni normali sarebbe stato apprezzabile, ma è stato molto lontano dalle aspettative iniziali. Probabilmente con l’annessa tentazione di dire con i fatti un chiaro «E ora sbrigatevela da soli. Se siete capaci» agli altri del gruppo e alle forze di contorno, quali l’Udc, ridotta a percentuali che, rispetto a un passato nemmeno troppo lontano, richiedono la lente d’ingrandimento per essere viste.
Cosa resterà, dunque, di quel simbolo le cui linee fondamentali erano state suggerite proprio dallo staff montiano? aveva raccontato Giuseppe Salvaggiulo sulla Stampa che il logo avrebbe dovuto avere un’impronta istituzionale, arricchita «da uno slancio» e con «un incitamento alla partecipazione» della società civile, usando il tricolore «in chiave identitaria ma in modo dinamico e non ingessato» come in altri simboli, il tutto condito da un’abbondante dose di sobrietà. Sarà ancora necessaria, ora che Mario Monti sembra annunciare un passo a lato e uno indietro? Toccherà ancora a Giovanni Sasso e allo staff di Proforma interpretare il nuovo corso di Scelta civica? Auguri e buona scelta. Più che civica, critica.

martedì 9 aprile 2013

Il primo sole ridente? A Forlì...

Che poi, magari, uno pensa veramente che il sole che ride in Italia l’ha portato Marco Pannella e ai Verdi l’ha “donato” lui. Cioè, sì, quasi certamente le cose sono andate davvero così e il leader radicale diede davvero gratuitamente in uso il segno distintivo degli antinuclearisti danesi alle liste ambientaliste che nel 1985 nascevano un po’ in tutta l’Italia; qualcuno però all’idea di uno sole animato e un po’ pazzerello aveva già pensato, per lo meno in quella che sarebbe poi diventata la galassia verde, comunque collocata a sinistra.

Anno di grazia 1980, anno di elezioni. Regionali, sì, ma anche amministrative. Tra le tante città in cui si vota per rinnovare il consiglio comunale, c’è anche Forlì. Sulla scheda i soliti partiti e i soliti simboli, scudi, falci e martelli, soli, edere, fiamme, garofani quasi nuovi, bandiere… e una novità, una sorpresa assoluta, che sui manifesti attira più di qualche sguardo. In mezzo a tanti segni noti e un po’ compassati, non può non spiccare un sole a dodici punte e a contorni concavi, che nella realtà sarebbe giallo su fondo rosso, ma che sulla scheda appare inevitabilmente bianco su fondo nero. Così, nero su bianco, si vede ancora meglio il sorriso spalancato di quel sole curioso, ideale pendant di quell’occhio strizzato che agli elettori più attempati – ammesso che l’abbiano visto – dev’essere sembrata una profanazione dell’altare elettorale o anche solo una piccola bestemmia.
Quel simbolo “di rottura” appartiene alla lista Sinistra alternativa, nata con una spontaneità tutta romagnola. A disegnare personalmente il simbolo è Sauro Turroni, uno che poco più avanti avrebbe fatto parte a tutti gli effetti dei Verdi in politica. Turroni il simbolo ce l’aveva in testa, perché quello degli antinuclearisti danesi e poi tedeschi lui l’aveva visto: pensando che potesse essere una buona idea, lo adottò per la sua lista, facendo qualche modifica qua e là. Nessuna obiezione da parte dei funzionari competenti – e sarebbe stato difficile farne, visto che il contrassegno era davvero nuovo per l’epoca – e l’emblema finisce sui manifesti, pronto per essere ritrovato sulle schede.
Quella volta, tanto per cambiare, le elezioni le vince il Pci, con un 46,1% pesante che vale la metà dei consiglieri, mentre la Dc sfiora appena il 20%. I sette partiti maggiori a livello nazionale a Forlì si dividono il 98,9% dei voti validi: in quell’1,1% che resta c’è anche il risultato della Sinistra alternativa. Non sarà molto (anche se con un Pci che si porta a casa un voto su due, in quell’area resta poco da raccogliere), ma è pur sempre un esordio e ci sarà tempo per migliorare: piano piano il verbo Verde sarebbe arrivato un po’ dappertutto e avrebbe conquistato consenso per molti anni Oltre trent’anni dopo, di quei primi passi non è rimasto granché: forse solo un adesivo su un armadio in una vecchia casa o qualche altra traccia qua e là. Ma l’occhiolino di quel sole furbetto nato a Forlì rimane, segno che di avventure da raccontare, in futuro, ne avrebbe avute parecchie…