lunedì 29 febbraio 2016

Il Partito del Sud con De Magistris

Si aggiungono tasselli al quadro delle alleanze per le prossime amministrative a Napoli. La compagine di Luigi De Magistris, in particolare, ora può contare di nuovo sul sostegno ufficiale del Partito del Sud, che già era stato parte della sua coalizione nel 2011 fin dal primo turno. 
Il tutto è stato suggellato in una conferenza stampa dal candidato sindaco, dal presidente del partito Natale Cuccurese e dal suo vice Andrea Balìa: in quella sede si è scelto di presentare - assieme ai candidati della lista e al documento "Autonomia per Napoli", studio dello stesso Balìa sull'autonomia fiscale per la città - il contrassegno elettorale: esso riprende il simbolo nuovo del partito, varato solo pochi mesi fa, con la prevedibile aggiunta del sostegno esplicito a De Magistris. Il segno giallo stilizzato dell'infinito su fondo rosso, con un cammeo dell'antico giglio si sposano dunque con l'indicazione del supporto al sindaco uscente (particolarmente visibile per il fondo blu, in contrasto col rosso). 
La presentazione della lista, peraltro, è stata anche l'occasione per rifare il punto sulla storia del partito, che sì si era strutturato a livello pressoché nazionale dal 2007 in poi, ma ha avuto origine esattamente nel 2002, a Gaeta, per mano dello scrittore Antonio Ciano, autore del libro I Savoia e i massacri del Sud: se all'inizio la vocazione era essenzialmente localistica, con il tempo le partecipazioni elettorali si sono allargate. Tutto, anche in quel caso, è partito da Gaeta, ma il simbolo si è visto anche alle elezioni politiche del 2008 e del 2013 e alle regionali della Puglia dello scorso anno, a sostegno di Michele Emiliano. 
"Attualmente - si legge in un comunicato - il Partito è presente in 11 regioni italiane e in 5 paesi all’estero, con sedi, iscritti e referenti; è un Partito meridionalista, progressista e gramsciano che si rifà al pensiero meridionalista storico dei suoi padri, ovvero Antonio Gramsci, Guido Dorso e Gaetano Salvemini". Comparirà in altre città l'infinito del Partito del Sud?

domenica 28 febbraio 2016

Oderzo, tra ventagli, ponti e sampietrini

Scorre il tempo verso le elezioni anche a Oderzo, comune del trevigiano di circa 20mila abitanti. Gli schieramenti, in realtà, non sono ancora perfettamente definiti, ma alcuni punti fermi ci sono già. Ad esempio, di donne candidate alla guida della città ce ne saranno almeno due. Le sinistre, per esempio, hanno scelto come possibile sindaco Rossana Barbieri, operaia (in mobilità) alla Sole, di Rifondazione comunista, iscritta Fiom e Anpi. La lista che la sostiene è denominata Lavoro ambiente diritti e, come segno grafico caratterizzante, ha adottato un ventaglio arcobaleno, in una circonferenza rossa. La grafica non profuma di modernità, probabilmente, ma parla con chiarezza del posizionamento della lista e di chi vorrà votarla.
La prima donna a candidarsi, tuttavia, era stata Maria Scardellato, scelta dalla Lega Nord. A suo sostegno, ovviamente, ci sarà Alberto da Giussano affiancato al Leone di San Marco della Liga Veneta, ma non solo: fin dall'inizio, infatti, la candidata aveva annunciato la presenza sulla scheda anche della lista Scardellato sindaco. Anche il suo simbolo, tuttavia, rimanda subito alla Lega, almeno per chi ha buona memoria: il cognome (qui molto ristretto, essendo lungo) in blu scuro stretto tra due spesse barre orizzontali dello stesso colore rimanda inevitabilmente al contrassegno "Zaia presidente" visto alle precedenti elezioni regionali in Veneto. Non impossibile, a questo punto, che diventi o sia già diventato un format grafico da sfruttare in altre occasioni. 
Sulla scheda ci sarà anche sicuramente Oderzo 2016, altro format nominale ormai utilizzato da anni in occasione di varie amministrative: non guarda al futuro spinto (come chi contrassegna un nome con un anno ancora di là da venire), ma cerca di occuparsi del presente, sperando che quell'anno sia di buon auspicio e sia legato alla propria vittoria. Qualcosa di simile, peraltro, viene suggerito anche da "il futuro che cambia", "sottotitolo" della lista che ormai muove passi da diversi mesi (nata come "nuovo inizio" a partire dal sogno di riqualificare l'area Caserme Zanusso) e candida a sindaco Mario Gherlenda. La grafica, per i non opitergini, sembra richiamare in qualche modo l'arco del "Torresin", edificio costruito a richiamo di un'antica porta della città; dalla lista, però, gentilmente fanno sapere il riferimento è al ponte sul fiume Monticano, a Oderzo. "Nelle nostre intenzioni - spiegano - è un simbolo della 'concordia', in quanto i ponti uniscono".  
Altri emblemi sembrano ancora piuttosto incerti, così come certe candidature. Stando ai giornali, ad esempio, nel centrosinistra non è chiaro se il Pd userà o meno il suo simbolo, mentre lo stesso partito sembra impegnato in un "corteggiamento" nei confronti di Giuseppe Zago: questi ha legato il suo nome a Oderzo sono io, "un gruppo civico - si legge in rete - costituito da cittadini di Oderzo che vogliono impegnarsi in un percorso di informazione su temi importanti" per il territorio. Il gruppo ha già una sorta di emblema, che richiama le pavimentazioni stradali coi sampietrini, ma in qualche modo anche gli emicicli dei parlamenti o dei consigli comunali, come simboli di assemblea e comunità. Sarà anche per questo, forse, che per la Tribuna di Treviso quello è "di fatto il logo di quella che potrebbe essere una lista civica". Sarà così?

sabato 27 febbraio 2016

Libertas tenta di conquistare Roma e arriva in Parlamento

Tra i pretendenti al Campidoglio, lasciate perdere per un attimo Marchini, Bertolaso, le primarie del centrosinistra... Da qualche giorno a questa parte, infatti, bisogna conteggiare anche Giovanni Maria Morani. Sarà lui, avvocato, a presentarsi come candidato sindaco per il Movimento politico Libertas, il partito guidato da Antonio Fierro che si propone di rappresentare gli ideali della Democrazia cristiana, senza rischiare di restare impigliato nei rovi delle battaglie legate al nome, al simbolo e al patrimonio. La loro rondine crociata inclusa in uno scudo si prepara a finire sulle schede - firme permettendo, anche se si dice che le abbiano già raccolte - e cerca di guadagnarsi l'attenzione dei media, oltre che dei romani.
Non è questo, peraltro, l'unico tentativo di acquistare visibilità portato avanti nelle ultime settimane. Scoprire l'altro non è nemmeno troppo difficile; del resto, come ho già detto su queste pagine, controllare con una certa frequenza i nomi dei gruppi parlamentari è un'attività proficua, non particolarmente gravosa e, alle volte, riserva delle sorprese. L'amico Arturo Famiglietti, ad esempio, giusto pochi giorni fa mi ha segnalato un'interessante new entry nella denominazione completa di Grandi autonomie e libertà al Senato: arrivando quasi a fare concorrenza agli ex "responsabili" di Popolo e Territorio (Camera, XVI legislatura) quanto a lunghezza e numero di modifiche del nome, dal 16 febbraio ospita anche il Movimento politico Libertas (oltre che "Euro Exit", la componente delle ex M5S Monica Casaletto e Paola De Pin, di cui si parlerà meglio più avanti). 
Ma chi, del gruppo, rappresenta il partito che si richiama alla Dc? Anche qui l'occhio allenato può aiutare: per caso, contemporaneamente all'apparizione di Mpl, è scomparsa qualche parte del nome? In questo caso sì: si tratta del Movimento Base Italia, che giusto pochi mesi fa aveva fatto ingresso all'interno di Gal grazie alla rappresentanza di Bartolomeo Pepe, eletto nel M5S e in seguito rappresentante anche dei Verdi. Ed è proprio Pepe, in effetti, a rappresentare Libertas. In effetti essere presenti in quel modo in Parlamento non dà grandi vantaggi (non esenta, ad esempio, dalla raccolta firme), ma qualcuno, a quanto pare, ci tiene particolarmente... 

giovedì 25 febbraio 2016

Primarie di Nichelino: i candidati si fanno (il loro) simbolo

A rigore di logica, a Nichelino, paese in provincia di Torino (qualche anno fa noto essenzialmente ai drogati di calcio, essendo la città della sezione arbitri cui si riferiva Pierluigi Pairetto, tra i fischietti più quotati negli anni '90), non si sarebbe dovuto votare quest'anno: le elezioni si erano già svolte nel 2014, dunque l'amministrazione uscita dalle urne avrebbe avuto altri tre anni davanti a sé. All'inizio di dicembre invece, il consiglio comunale ha sfiduciato Angelino Riggio e la città si è preparata al nuovo voto alla prima occasione utile.
I veleni, in realtà, precedevano l'inizio della consiliatura: Riggio aveva vinto (di poco) le primarie del centrosinistra, ma il Pd locale (all'epoca guidato dall'ex parlmentare Salvatore Buglio) aveva cercato un'altra candidatura "non divisiva" per vincere le elezioni. Riggio l'aveva presa male e si era presentato comunque ai nichelinesi, sostenuto dal Pdci e liste civiche: aveva portato al ballottaggio il candidato "ufficiale" della coalizione di centrosinistra - che comprendeva anche Sel, socialisti e Moderati - Santo Cistaro e al secondo turno proprio Riggio aveva vinto per un soffio (51% contro 49%). Le ruggini, tuttavia, non erano scomparse, anzi ne erano sorte di nuove, che hanno coinvolto il vicesindaco della giunta Riggio, Franco Fattori (anch'egli candidato nel 2014, appoggiò lo stesso Riggio al ballottaggio): la sfiducia al primo cittadino è stata solo l'ultimo atto.
La storia, ovviamente, non poteva finire lì: per questo, nei giorni scorsi, la coalizione di centrosinistra "Non fermiamo il cambiamento", già sostenitrice di Riggio, ha deciso di ricorrere di nuovo alle primarie. Stavolta "contro il Pd", come si legge nel blog Patria del Ribelle (che ripercorre anche la storia delle primarie sconfessate e della fine della giunta Riggio) e contro la mutazione genetica che lo strumento stesso delle primarie sembra avere subito ("Se vince il candidato 'prescelto' dai soliti politicanti, le primarie sono un sano esercizio democratico. Se vince il candidato 'dissidente' o non gradito, le primarie non vengono riconosciute e si sovverte l'esito democratico o si rompe l'alleanza sul nascere"): i componenti della coalizione invece "non temono le primarie, e saranno gli unici a riproporle. Dare voce ai cittadini, nella scelta del candidato sindaco, nella scelta del programma. Un esercizio di democrazia, sincero".
Anche in questo caso, ai nichelinesi il 13 marzo sarà sottoposta una scheda che riporterà solo i nomi dei candidati; ognuno di loro, tuttavia, si è comunque dotato di qualcosa che somiglia a un simbolo e che non verrà utilizzato in seguito. Giampiero Tolardo, per esempio, un emblema tondo non lo ha nemmeno preparato, ma un suo segno grafico soprattutto testuale ce l'ha: nel nome - Democratici per la Sinistra Nichelino - e nella grafica richiama chiaramente i Ds, cui Tolardo apparteneva prima di essere cofondatore del Pd a Nichelino; il nome (e la stessa struttura essenziale del logo), peraltro, rimandano anche al vecchio contrassegno di Democratici per Nichelino, lista in appoggio a Riggio nel 2014, di cui è stato capogruppo proprio Tolardo.
Qualcosa di più simile a un simbolo invece la candidata Sara Sibona ce l'ha, anche se è molto semplice e lo si vede solo in parte del materiale promozionale: né più né meno che il suo nome, scritto in una font aggraziata e simil-manuale, e sotto il suo claim, "Agire per cambiare". Il tutto è giocato sul colore rosso, quello della sinistra, ma anche della grinta femminile e della nettezza ("Niente trucchi" è l'altro motto della candidata). In effetti, una grafica come questa potrebbe essere buona per la costruzione di una lista civica aperta anche ad altre componenti, quindi non è affatto detto che questo simbolo molto bianco (come non se ne vedono da tempo nell'agone politico) sparisca rapidamente dalla circolazione.   
L'unico simbolo almeno già in parte noto, essendo circolato nelle scorse settimane, è quello adottato per la propaganda da Fiodor Verzola. Lui è membro del Partito comunista d'Italia e, non a caso, sceglie di contrassegnarsi con lo smiley sorridente, modificato come falce e martello, adottato a gennaio per la celebrazione del Giubileo Comunista a Roma. La sua è "la sinistra dell'impegno, della responsabilità", una sinistra seria ma non austera né polverosa, come il sorriso in fondo vuole dimostrare.
Sempre nell'articolo sulla Patria del Ribelle si legge che le primarie sono state convocate "sfidando tutti, a partire dal Partito Democratico, che ha già dichiarato che chiunque si candiderà contro il partito sarà cacciato via". Si vedrà col tempo se sarà davvero così; la coalizione di sinistra, in ogni caso, non si ferma. 

mercoledì 24 febbraio 2016

Chi si ricorda i Cristiano democratici europei di Pedica?

Quelli che il 6 marzo si affronteranno alle primarie per individuare il candidato a sindaco di Roma per il centrosinistra, a quanto pare, non hanno fatto granché per non finire bersaglio di critiche e sfottò. Un caro amico membro dell'eletta schiera dei drogati di politica, ha dipinto le primarie come "un evento tragicomico" che vede affrontarsi "un fedelissimo del presidente del consiglio [...] così certo della vittoria da permettersi il lusso di non presentare nemmeno il programma", "uno della vecchia guardia candidato su spinta di quel che resta della 'ditta', ma ancora indeciso sul da farsi", "uno che sta facendo campagna elettorale portandosi dietro un orso di peluche, che sarà il suo assistente personale una volta eletto al Campidoglio", "un ex generale che da qualche anno ha scoperto il piacere di fare politica, sempre attraverso incarichi ben retribuiti [e che] ha scelto come simbolo della campagna elettorale i suoi baffi" e, da ultimo, "un evergreen della politica". 
Ora, se è facile riconoscere nei primi quattro profili, nell'ordine, le figure di Roberto Giachetti, Roberto Morassut, Gianfranco Mascia e Domenico Rossi, sull'ultimo si potrebbe anche andare per esclusione, essendo rimasto fuori soltanto Stefano Pedica. La descrizione, tuttavia, continua, visto che dell'evergreen in questione si dice che "è approdato al Pd dopo aver militato nei seguenti partiti: Dc, Ccd, Udr, Upr, De, Udeur, Patto Segni, Dca, Idv, Cd. A quando il prossimo salto?". La fila di sigle, alcune delle quali pressoché incomprensibili a chi non è parte dei politics addicted, fa probabilmente capire come mai Pedica si sia attirato le critiche e gli affondi più duri da parte dei detrattori della "vecchia politica" e del trasformismo. 
Lui, a dire il vero, non la pensa così. Quando lo intervistai per Termometro Politico e sciorinai quel rosario di sigle, rispose così: "Fa piacere sentire che ho passato tutti questi partiti: a me personalmente non risulta, avendolo vissuto... vengo da un centrosinistra che inizia con Francesco Cossiga presidente del Consiglio, centrosinistra di demitiana memoria; poi ho seguito come segretario particolare Francesco D'Onofrio [nel Ccd, ndb], poi sono tornato con Cossiga nell'Udr e poi sono tornato nel centrosinistra. Sono rimasto fedele al progetto iniziale della mia storia politica, che si chiama Francesco Cossiga: il tutto è politicamente più semplice di tutte queste "transumanze" che mi attribuiscono. Quando ero in Parlamento sono stato in un solo partito, l'Italia dei valori; venuta meno l'Idv, sono entrato nel centrosinistra, area in cui mi rappresento da sempre e in cui è rimasto solo il Pd". Lo fece passando per Centro democratico: "Quando ce ne andammo dall'Idv, con Massimo Donadi e altri, abbiamo fondato l'associazione Diritti e libertà. Ci fu però l'imposizione da parte di Bersani e del Pd, affinché ci si unisse ad altri partiti minori in un progetto che stesse nella coalizione di centrosinistra. Così Donadi ha fatto l'accordo con Cd, il partito di Tabacci: il nostro, però, era solo un accordo elettorale, poi ognuno se ne tornava a casa sua".
Potremmo anche prendere per buone quelle parole, per carità, però... c'è un fatto (che persino nella sfilza partitica del mio amico sembra mancare). Le banche dati di alcune agenzie sono tuttora consultabili e - guarda caso - un lancio dell'Agi datato 21 febbraio 2000 ricorda che giusto in quel giorno vedeva la luce un nuovo movimento, i Cristiano democratici europei, formazione "che si presenterà alle Regionali con candidati indipendenti all'interno delle liste dell'Udeur di Mastella e alle comunali con il proprio simbolo (un cerchio con all'interno la bandiera dell'UE e la sigla CDE)". Obiettivo del partito? "Riaggregare i moderati che non si riconoscono negli attuali due schieramenti politici" e agire, tra l'altro attraverso la Rete. La rappresentanza parlamentare era assicurata da Alessandro Meluzzi (nato comusocialista, eletto in Parlamento con Forza Italia e poi emigrato con Pedica nell'Udr), il legame con la vecchia Dc era Nino Cristofori (vicinissimo per anni ad Andreotti), mentre Pedica era il coordinatore nazionale.

martedì 23 febbraio 2016

E se la soluzione per Roma fosse la Lista Nathan?

E se la soluzione migliore per Roma venisse guardando indietro di un secolo o poco più? La proposta arriva da Unità repubblicana, che si qualifica come "Associazione politica per l’Italia della Ragione" e ha come riferimento storico-politico la figura di Ernesto Nathan, che guidò la capitale dal 1907 al 1913, risollevandola in modo percettibile. 
Già nel 1989 Marco Pannella lanciò l'idea di presentare alle elezioni romane delle "liste Nathan", per rilanciare la laicità e il rigore assieme "all'urbanesimo e all'ambientalismo". Ora, assieme all'idea, per la Lista Nathan per Roma c'è anche un simbolo, che riporta un arco tricolore (più mazziniano che italiano) a nastri sfalsati e un tralcio di foglie di edera, simbolo appunto dell'associazione Unità repubblicana. Di seguito si riporta l'appello ai cittadini romani diffuso sul sito, per riempire di contenuto l'emblema proposto:
Questo è un appello ai cittadini di Roma, un invito a riprendere in mano la guida della loro città contro il malcostume e il malgoverno municipale che hanno degradato la capitale d’Italia in decenni di cattiva amministrazione frutto di maggioranze sia di centro-destra che di centro-sinistra.Le prossime imminenti elezioni per il rinnovo del consiglio comunale e per l’elezione del sindaco possono, devono, essere l’occasione da non perdere.Invitiamo, perciò, i cittadini di Roma a collaborare e partecipare alla formazione di una lista Nathan per Roma, con un esplicito richiamo alla figura di quel sindaco che è stato esempio ineguagliabile di buon governo della nostra città.Ernesto Nathan, repubblicano nell’Italia monarchica, laico nella Roma preda all’aristocrazia nera papalina, democratico di fervente fede mazziniana,è stato sindaco di Roma dal 1907 al 1913. Unanimemente riconosciuto dagli storici come il miglior sindaco della città dall’unità di Italia ad oggi seppe trasformarla in pochi anni da degradato borgo periferico a dignità di capitale.Si deve alla sua amministrazione il primo piano regolatore della città contro gli speculatori terrieri e i centri di potere affaristici, la nascita delle aziende municipalizzate per fornire luce e trasporti ai cittadini, la creazione di scuole, ospedali e quartieri popolari che garantissero dignità di cittadinanza anche ai ceti meno abbienti.Tutto questo assicurando, con il taglio degli sprechi, il più assoluto rigore nell’amministrazione della cosa pubblica. Dopo di lui Roma ha avuto sindaci monarchici, podestà fascisti, sindaci democristiani, tutti complici dello sfascio urbanistico che ha devastato la città in decenni di amministrazione clientelare, fino ad arrivare ai sindaci della spartizione bipolare che hanno aggravato il degrado politico, morale, amministrativo e sociale in cui oggi è costretta a vivere la capitale d’Italia.Di fronte a tutto questo non basta l’indignazione, né tanto meno la sterile protesta, occorre, al contrario, che la città si svegli, che la parte migliore dei cittadini si impegni per ridare un volto dignitoso alla gestione politica di Roma.In presenza di una soffocante occupazione da parte di un imposto bipolarismo, che ha generato movimenti di velleitarismo protestatario, noi riteniamo che sia doveroso impegnarsi per la rinascita della città, spezzando le catene di questo sistema politico e riprendere la bandiera di quei valori di rigore morale, laici, democratici, repubblicani e liberali che contrassegnarono l’esperienza di Ernesto Nathan.Per questo, invitiamo i cittadini romani a sostenere la presentazione alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale della Capitale una lista Nathan che a quell’esperienza e a quei valori si ispiri. La lista Nathan sosterrà il candidato sindaco che si impegnerà a rappresentarli in Campidoglio.Questo appello è rivolto a tutti i cittadini di Roma perché aderiscano e diano il loro sostegno all’iniziativa.

lunedì 22 febbraio 2016

Primarie a Roma, i baffi (di Rossi) sotto al Colosseo

La "simbolite ironica" a Roma, a quanto pare, ha colto più persone. Il regolamento delle primarie romane per scegliere il candidato sindaco del centrosinistra per la capitale prevede che sulla scheda debbano andare solo i nomi degli aspiranti primi cittadini, senza alcun'altra indicazione grafica; nonostante questo, sta prendendo piede la tendenza a elaborare comunque dei contrassegni per la campagna delle stesse primarie, con la certezza che non finiranno su nessuna scheda. Anche per questo, forse, chi li ha confezionati si è concesso un'ironia che difficilmente avrebbe potuto trovare sfogo in un'occasione ufficiale. Lo si era già visto con il simbolo di Gianfranco Mascia, parodia di Masha e Orso; capita oggi con l'emblema scelto da Domenico Rossi, sottosegretario di stato alla Difesa e candidato per Centro democratico (pur essendo stato eletto deputato con Scelta civica). 
A ben guardare, il suo emblema (che emerge dall'account di Twitter di Rossi) per più di metà sembra davvero pronto per essere schierato alle elezioni: il cognome impossibile da non notare (per le dimensioni e la scelta cromatica bianco-su-rosso), con tanto di appellativo di "sindaco" somiglia a tanti altri marchi elettorali che affollano i manifesti delle candidature; anche l'hashtag #rispettoperRoma, di conio più recente, non sembra "anomalo" rispetto ad altri contrassegni. A fare la differenza è l'elemento grafico per eccellenza: c'è una stilizzazione del Colosseo, come se ne vedono tante, ma questa si fonde con un elemento strano, che non ci si aspetta. E ci vuole qualche attimo in più per capire che l'Anfiteatro Flavio poggia su due baffi, che richiamano inevitabilmente quelli dello stesso Rossi, evidenti (anche se molto più chiari, anche rispetto ai capelli) nei manifesti e nelle grafiche che accostano viso ed emblema. 
Sulla scheda elettorale raramente qualcuno ha osato tanto (giusto a Mantova, per dire, alle ultime elezioni comunali si ricorda qualcosa di simile, con la lista personale del candidato sindaco del centrosinistra Mattia Palazzi, poi eletto), ma è probabile che alle "secondarie" non si arrivi a replicare questa soluzione, soprattutto se sarà qualcun altro a vincere le primarie. L'ironia grafica, in ogni caso, è stata lanciata e probabilmente fa parte in pieno della strategia dello stesso Rossi (anche se non sembra immediatamente legata al concetto di "rispetto" che lo stesso simbolo intende mettere in luce).
Al di là di Rossi, comunque, la tentazione di coniare un simbolo tocca anche altri. Roberto Morassut, per esempio: per i suoi manifesti ha fatto elaborare un logo imperniato sulle sue iniziali (che, tra l'altro, sono anche quelle della sigla convenzionale di Roma), accompagnato a un pallino rosso, un arco che si fonde con le lettere e l'anno in corso. In sé non è un simbolo vero e proprio e spesso non viene usato così; nelle grafiche destinate alla diffusione in rete, tuttavia, il logotipo viene inserito in un cerchio bianco a bordo marrone scuro, proprio lo stesso utilizzato per le lettere. Morale: al simbolo, in fondo, sembra difficile rinunciare, anche a costo di non doverlo utilizzare mai.

domenica 21 febbraio 2016

Sinistra italiana, un marchio che sa di "già visto"

Si chiude oggi Cosmopolitica, assemblea di tre giorni per far ripartire la sinistra in Italia a partire dalla vita reale, fatta di persone ed esperienze. L'evento l'hanno organizzato varie associazioni e movimenti, da Sinistra ecologia libertà e da Sinistra italiana, contenitore che raccoglie vari ex Pd (come Carlo Galli e Alfredo D'Attorre) e al momento esistente essenzialmente come gruppo alla Camera, appunto assieme a Sel. 
Quella che si chiude ora è essenzialmente un'assemblea delle idee, non un evento congressuale: quello è previsto in dicembre, ma fino ad allora Sinistra italiana è destinata a essere qualcosa di più che il nome di un gruppo parlamentare. E' stato Peppe De Cristofaro di Sel (partito che ha scelto di non rinnovare il tesseramento per il 2016, in vista della nascita di un nuovo soggetto politico) a confermare che quell'etichetta sarà, in via provvisoria, il nome della nuova formazione, in attesa del congresso che potrà confermarlo o cambiarlo. Lo stesso avverrà con il simbolo provvisorio che è stato proiettato venerdì sera al Palazzo dei Congressi di Roma e che, forse, sarebbe meglio denominare logo: si risolve infatti nell'acronimo di Sinistra italiana, con le lettere tracciate da quattro linee rosse e con la "i" minuscola girata, in modo da consentire una lettura anche come punto esclamativo, quasi a voler affermare la convinzione per il nuovo progetto.
Di certo la soluzione grafica adottata venerdì non è piaciuta a tutti (al di là della reazione del pubblico presente non proprio entusiasta, i primi dubbi sono arrivati da Mariano Di Palma di ACT), così come qualcuno ha espresso dubbi sul nome, soprattutto sul reale valore attuale della parola "sinistra". "Cosmopolitica è stata un'opportunità importante per aprire finalmente un'alternativa credibile e di sinistra - precisa Raffaella Casciello, sempre del direttivo di ACT -. Pensiamo per questo che vada fatto uno sforzo ulteriore su nome e simbolo andando ancora oltre il nome provvisorio che è stato scelto. Lo decideremo democraticamente nei prossimi mesi. La parola 'sinistra' e la parola 'italiana' non raccontano a sufficienza l'enorme spazio sociale e politico che le nostre idee e le nostre pratiche possono rappresentare per milioni di persone nel nostro Paese".
Limitandosi al simbolo, tuttavia, ci si può al momento limitare a dire che la novità non sembra il punto di forza del nuovo segno. Innanzitutto la sigla è la stessa dei Socialisti italiani di Boselli (nati alla fine del 1994), a sua volta già usata in precedenza da Vittorio Sgarbi e dai referendari vicini a Massimo Severo Giannini nel 1992. 
Sul piano grafico-visivo, in più, l'idea di tracciare le lettere con varie linee equidistanti tra loro è già stata sfruttata in più occasioni. Il marchio più duraturo probabilmente è stato quello del Coni, il comitato olimpico nazionale italiano, che prima del segno distintivo in uso oggi ha avuto la propria sigla disegnata proprio con cinque linee blu (o, se si preferisce, quattro bande bianche bordate di blu). Soluzioni simili si possono ricordare - sono le prime che mi vengono in mente, in realtà - applicate agli emblemi del Centro sportivo italiano e del Credito italiano. Unica vera novità sembra essere il colore, che forse non poteva essere che il rosso; al momento, comunque, a contrassegnare "una formula ibrida, un partito oltre il classico partito" (sempre parole di De Cristofaro, riportate dal manifesto) restano le lettere "Si". Per capire il futuro, anche simbolico, della sinistra parlamentare c'è ancora qualche mese di tempo e molto lavoro da fare.

sabato 20 febbraio 2016

Secessioni a Roma, da Nord a Sud (tra Ponte Milvio e l'Eur)

Chi ha pensato che la secessione fosse roba (solo) da Padania, da terre del Po e nient'altro? Errore cosmico, senza alcun dubbio: qualcuno potrebbe averci pensato sul serio e non in un posto qualunque, ma nella Capitale. Perché, da alcune settimane a questa parte, con i primi vagiti ufficiali a settembre del 2015, in rete ha iniziato a comunicare il Partito indipendentista di Roma Nord, in acronimo Pirn. E guai, beninteso, a pensare che sia solo una boutade: sono gli stessi promotori dell'iniziativa, certamente goliardica, a mettere sul tavolo l'ipotesi che il Pirn partecipi alle prossime elezioni comunali di Roma, con il proprio simbolo e una lista maturata in piena autonomia. Indirizzando tutti gli sforzi nell'azione contro Roma Sud, così come si legge nel sito del nascituro partito.
Alla base dell'idea, tra lo scherzo e l'intenzione seria, c'è l'attività di tre giovani intorno ai trent'anni, il cui habitat naturale è ovviamente Roma Nord: il portavoce e futuro presidente è Alberto Gagliardi, Valerio Ferrari e Francesco Pompili ricopriranno invece i ruoli di segretario politico e tesoriere. Tutti e tre sono impegnati nella gestione dei social media e sanno come usarli a dovere: "Sappiamo che per attirare l’attenzione bisogna essere leggeri - ha spiegato Gagliardi a Flavia Amabile della Stampa - . E poi sappiamo che bisogna coalizzare tutti contro qualcosa o qualcuno: nel nostro caso Roma Sud". 
Anche per questo, il gruppo starebbe lavorando per raccogliere le firme necessarie per concorrere al voto amministrativo per Roma (ne servono almeno mille), così da dare rappresentanza a Roma Nord in consiglio comunale e magari fare qualche passo in più verso la secessione dal resto della capitale, per creare - si legge sempre nel pezzo della Amabile - "una repubblica indipendente che dovrebbe comprendere i quartieri Prati, Trionfale, Cassia, Flaminio, Tor di Quinto, Parioli, Trieste, Nuovo Salario, Monte Sacro e Nomentano". Magari costruendo un muro per marcare la divisione.
Assurdità di fine inverno? Non esattamente, secondo il presidente Gagliardi, che dalla sua ha studi di antropologia: a provare la "naturalità" della secessione ci sarebbero evidenze culturali, estetiche e sociali. Le discoteche romane sarebbero tutte nella parte Sud (e uno del Trionfale non ci andrebbe mai), l'eleganza al contrario premierebbe molto di più le zone settentrionali, che si parli di case, di donne o di mobili. Ovviamente ci sarebbe di più: "Roma è troppo grande, le esperienze fallimentari delle ultime amministrazioni dimostrano che non è possibile gestirla - ha dichiarato sempre alla Stampa -. La scissione permetterebbe di avere territori omogenei di dimensioni inferiori e maggiore semplicità nell'amministrazione. Meglio fare da soli. Quello di Roma nord è un popolo coeso e omogeneo, e l’omogeneità culturale è il presupposto fondamentale per lo sviluppo di un paese".
Un popolo omogeneo, ovviamente, si riconosce in simboli e bandiere, così vale la pena di dare un'occhiata al contrassegno disegnato appositamente per il Pirn da Stefano Gentile. "Volevamo che il nostro simbolo rappresentasse entrambe le facce del Partito Indipendentista di Roma Nord - mi spiega il presidente Gagliardi - la serietà del nostro programma politico e l'ironia dei post e meme che diffondiamo su Facebook per veicolare il traffico sulla nostra pagina". La serietà, in particolare, sarebbe garantita da Ponte Milvio, "simbolo di Roma nord sia dal punto di vista geografico che culturale". 
Tutto un programma invece il segno legato all'ironia: "La nostra scelta (sfacciata) - continua Gagliardi - è ricaduta sul lucchetto di Federico Moccia, autore-culto di Roma Nord, ingiustamente preso a esempio di letteratura dozzinale. Nonostante molti critichino i suoi romanzi (spesso senza neanche averli letti), infatti, Moccia è stato uno dei pochi scrittori in grado di diventare così nazionalpopolari da riuscire a imprimere un suo marchio su un ponte che esisteva da duemila anni prima di lui, sdoganando una pratica, quella dei lucchetti, che ora è caratterizzante di ponte Milvio. Una parte di Roma, così come la conosciamo oggi, è a immagine e somiglianza di un romanzo scritto da un autore di Roma Nord e non vediamo proprio perché non andarne fieri". L'ironia prevale in qualche modo sulla serietà, come mostra il colore che tinge il lucchetto e il cielo, ma non il ponte; il nome e la sigla, scritti in font manuali e almeno un po' naïve, completano il tutto, dando un'aria di home hand made symbol che non disturba.
Ai più attenti, peraltro, non sarà sfuggito che all'inizio di febbraio su Facebook è spuntato un altro simbolo, che sembrerebbe proprio l'ideale contraltare del Pirn: si tratta del Pirs, che ovviamente sta per Partito indipendentista di Roma Sud, le cui intenzioni sembrano uguali e contrarie rispetto a quelle della formazione analizzata fin qui. "Prima Porta, Tor di Quinto e Talenti, tanto per citarne alcune, possono essere belle zone di Terni, non certo quartieri della Capitale d’Italia - si legge nel sito -. Forte di questo principio, il Pirs vuole fermamente l’indipendenza di Roma Sud: cambiare la geografia, per riscrivere la storia".
Guai, anche qui, a pensare che il Pirs sia nato dopo il Pirn, come reazione a quest'ultimo: "Il Partito Indipendentista di Roma Sud nasce per far sì che la storia possa fare il proprio corso. [...] la voglia di separazione della Roma meridionale è esistente da sempre dentro i cuori di tutte le persone che vogliono il bene della Capitale. Il fatto che sia nato un partito prima di noi, ha forse solo contribuito a far ricordare cosa siamo e da dove proveniamo". Certo, entrambi i partiti vogliono "rendere indipendente una determinata parte di Roma", i siti hanno esattamente la stessa grafica e struttura; persino i simboli sembrano in dialogo tra loro (qui al posto di Ponte Milvio e del lucchetto c'è il Palazzo della civiltà italiana, ossia il "Colosseo quadrato" dell'Eur, e le scritte assumono uno stile quasi "da ventennio"), ma "il Pirs nei confronti del Pirn nutre la più totale indifferenza". Crediamoci e, ovviamente, ridiamoci sopra riflettendo.

venerdì 19 febbraio 2016

Ravenna in Comune, una stella segno del territorio

Chi pensa che soltanto i partiti maggiori scelgano i loro simboli alla fine di un lungo percorso di riflessione sbaglia: il disegno e la decisione finale sull'emblema di una formazione locale, volendo, è anche più complessa perché occorre cercare di colpire i propri potenziali elettori, per restare impressi nelle loro menti, con una riconoscibilità che non lasci spazio a dubbi. 
Un caso perfetto, in questo senso, sembra rappresentato da Ravenna in Comune, lista proposta essenzialmente dalle forze di sinistra (ad essa, per esempio, partecipano Prc, Sel, Pdci, Possibile e i socialisti) e schiera come candidato sindaco (anzi, candidata sindaca, per rispetto del genere) Raffaella Sutter, sociologa, già dirigente del comune di Ravenna, particolarmente impegnata sul fronte della cultura e dei giovani (impegno che l'ha resa piuttosto nota). 
Il simbolo scelto per Ravenna in Comune, in apparenza, sembra non dire molto: un asterisco giallo su fondo rosso. Alla base, invece, c'è uno studio attento, svolto dall'agenzia Lance Libere, fondata da Orione Lambri: a seguire direttamente la creazione dell'emblema è stata Vanessa Zanzelli, fondatrice, socia e art director dello stesso studio grafico. L'idea di base era scegliere il segno "più emblematico del carattere della città - così si legge nel documento di rational, che spiega in dettaglio la nascita dell'emblema - e, allo stesso tempo, della tempra della lista che è declinata al femminile ed ha incoronato una leader-donna, per la competizione a sindaco". Come segno, è stata scelta la stella a otto punte, della volta celeste che sormonta il mausoleo di Galla Placidia, un dettaglio che a Ravenna è particolarmente noto e che per Lance Libere rappresenta "il femminile alla terza potenza".
Anche altri mosaici dello stesso mausoleo sono stati utilizzati per l'intera campagna comunicativa della lista, ma la stella che qui ci interessa ha subito via via alcune modifiche. All'inizio, in effetti, somigliava piuttosto al fiore che emergeva in alcune delle volte, poi si è scelta come modello una delle stelle della cupola: dal poligono stellato a otto punte si è passati via via a un asterisco, comunque in grado di richiamare la stessa immagine.
Lavorando su quest'idea, si è poi pensato all'aspetto cromatico, ovviamente non lasciato al caso: "Rosso e giallo - si legge sempre nel rational - sono i colori di Ravenna, oltre che, storicamente, quelli che connotano il codice cromatico dei partiti e dei movimenti della sinistra e del movimento operaio. Il rosso, in particolare, domina e campeggia con efficace protagonismo, sgombrando il campo ad equivoci (per gli elettori di area) sulla connotazione politica della lista 'Ravenna in Comune' e semplificando così le operazioni di voto anche per il target più anziano e/o meno addentro al dibattito pubblico".
Quello che finirà sulla scheda, dunque, è il frutto di un lavoro di sintesi, che cerca di richiamare un segno del territorio senza per forza rendere il collegamento così smaccato. Certamente la soluzione grafica è immediata e semplice, senza risultare banale. Resta la curiosità di sapere come sarebbe stato accolto un diverso segno grafico (ma, ovviamente, parente di quello appena analizzato), modellato a forma di gufo: "Chi mi conosce lo sa, è il mio avatar da sempre. Colleziono gufi da sempre e ne ho migliaia a casa". A dirlo è stata la stessa Sutter, anche per spiegare il gufo gigante fatto di post-it che è stato creato all'interno del comitato elettorale. Chi sarebbe stato disposto a mettere la croce su un gufo, finora mai arrivato sulle schede elettorali?

giovedì 18 febbraio 2016

Simboli fantastici (13): Mascia & Orso, oltre l'immaginabile

Una precisazione va fatta subito: l'inserimento di questo post nella categoria "Simboli fantastici" non è stato ovvio, né automatico. Il logo per la campagna delle primarie di Gianfranco Mascia, ultimo tra i candidati del centrosinistra impegnati per la precorsa verso il Campidoglio, qualche dubbio sulla sua natura di simbolo lo pone: per il regolamento delle primarie romane, le schede "contengono il solo nome e cognome dei candidati", senza che siano previsti elementi figurativi. Il contrassegno dunque tecnicamente non è "votabile" (mentre lo sarebbero stati tutti i "simboli fantastici" spuntati fin qui da film, pubblicazioni e trasmissioni comiche, se solo qualcuno li avesse adottati sul serio) e sarebbe riservato solo alla propaganda e alle rituali spillette da indossare. E' altrettanto vero, tuttavia, che in questo sito mi ero già occupato del simbolo scelto da Beppe Sala per le primarie milanesi che, proprio come quelle di Roma, non contemplavano la presenza di segni grafici: fare differenze, insomma, sarebbe stato tra l'ingiusto e l'indelicato.
Si sarebbe dunque di fronte a un simbolo vero di un partito concretamente inesistente, che non ha alcuna possibilità di finire su una scheda elettorale (accadrebbe così forse anche nella poco probabile ipotesi in cui Mascia vincesse le primarie): tutti i caratteri, insomma, di un "simbolo fantastico", non fosse che qualcuno ha avuto l'ardire di usarlo davvero. Ma è proprio quel "davvero", in fondo, ad avere determinato la scelta di questa categoria: l'idea che un grafico potesse realmente concepire un emblema simile per una campagna di comunicazione politica andava francamente oltre ogni possibile immaginazione. E quando il marchio reale (anche se lontano dalle schede) supera quello di fantasia, attribuirgli il titolo onorifico di "simbolo fantastico" è davvero il minimo che si possa fare.   
Così, ecco che Mascia (nel senso di Gianfranco, "Ecologista, scrittore e blogger - come si legge nel suo sito www.romacambiaclima.itTra i fondatori dei Verdi e animatore dei comitati BoBi [Boicottiamo il Biscione], dei Girotondi e del Popolo Viola") si prepara alla sfida del 6 marzo con una campagna web decisamente singolare, a partire dal format utilizzato: dialoghi quotidiani con ospiti di circa un quarto d'ora, diffusi su internet. Con la particolarità che, a portare avanti la conversazione assieme a Mascia, sarà un orso di peluche. A fronte dell'inevitabile stupore di lettori e drogati di politica, è già stata confezionata una risposta dal candidato dei Verdi di Roma (di cui è coportavoce) e del Lazio: "Non sono impazzito ma ho pensato che sia meglio parlare con un orso onesto, anche se di peluche piuttosto che con Buzzi, Carminati e Casamonica come hanno fatto altri. Preferisco farmi aiutare dai cittadini per decidere cosa Orso debba dire e soprattutto cosa possiamo fare insieme per Roma…".
Già, Orso con la maiuscola, perché appare chiaro che quello che si vede nel video di presentazione - animato da Fabio Rocci, con tanto di canzone scritta dallo stesso Mascia e, per la musica, dal cantautore Marco Velluti, che al brano presta anche la voce - non può essere un orso qualunque. Se non altro perché chiunque abbia bambini per casa (o, magari, per disperazione si rifugi nei palinsesti di Rai Yoyo) conosce perfettamente le avventure frenetiche di Masha e Orso, dell'ipercinetica bambina russa che attenta di continuo alla tranquillità dell'amico orso, alternativa tovarish (anzi, forse unica reale alternativa) al dominio quasi incontrastato di Peppa Pig. 
Non potendo ovviamente richiamare troppo il marchio originale del cartoon, Rocci alla bambina (con l'h) ha ovviamente sostituito un Mascia (senza h) animato e il malcapitato orsone si trasforma in un orsetto giocattolo, ma il gioco di parole resta tutto. A ricordare la provenienza verde del candidato, un paesaggio molto a tinte verdi (con tanto di Colosseo), in cui si può girare in bici, e in cui un sole - che stavolta non ride - fa luce nel cielo tra poche nuvolette. C'è tutto questo nel simbolo che viene utilizzato come logo della campagna e si vede anche nei setting dei dialoghi quotidiani. Un simbolo affollato come pochi, che catalizzerebbe di certo il voto degli eventuali elettori dai sei anni in giù; più difficile dire cosa ne pensino gli adulti (che, si sa, restano sempre un po' bambini, specialmente se di bambini in casa ne gira almeno uno).

mercoledì 17 febbraio 2016

Rosso, verso Torino senza nuovi simboli scomodi?

Ma, che voi sappiate, siamo nel 2001 o nel 2016? Chi abita e vota a Torino, effettivamente, potrebbe chiederselo. La tentazione viene essenzialmente perché, tra coloro che aspirano alla poltrona più ambita di Palazzo civico, c'è anche Roberto Rosso. Candidatosi a metà gennaio (dopo avere inutilmente proposto le primarie per il centrodestra) "per ricostruire la speranza, dare un punto di riferimento ai liberali, moderati ed eredi dei democristiani che non si rassegnano all'idea di vedere a Torino il ballottaggio fra due sinistre, quella Pd e quella del Movimento 5 Stelle", ha incassato finora il sostegno del Nuovo centrodestra e dell'Udc; manca invece quello del suo partito di provenienza, Forza Italia, che con la Lega Nord (e, a quanto si sa, Fratelli d'Italia) ha scelto di sostenere la corsa di Osvaldo Napoli.
Il dato politico più evidente, come è chiaro, è la frammentazione del centrodestra, che sembra consegnare quasi in automatico il ruolo di unica reale competitrice di Piero Fassino alla candidata del MoVimento 5 Stelle Chiara Appendino. Per i drogati di politica e i suoi entomologi dotati di buona memoria, peraltro, c'è almeno un altro dettaglio interessante. Perché il simbolo scelto per la sua lista "personale" dall'avvocato Roberto Rosso - nomen omen, visto che il cognome è proprio indicato con il suo colore - sembra rimandare a un episodio ben preciso, vecchio di quindici anni, che certamente l'allora segretario regionale forzista non ha dimenticato. E, beninteso, non avrebbe potuto cancellarlo, nemmeno volendolo.
Perché, a ben ricordare, nell'anno di scarsissima grazia 2001, quando si era candidato a sindaco di Torino Rosso una lista col suo nome non l'aveva. Forse non aveva pensato che servisse, forse non l'aveva voluta, difficile dirlo. Altri invece ci pensarono eccome: il gruppo di Renzo Rabellino, che due anni prima sosteneva di non aver ottenuto proprio da Rosso le candidature promesse alle elezioni provinciali e voleva rendergli la pariglia (e qualcuno giurò di avere sentito dire, all'indirizzo del deputato e forzista "non ci sono problèeemi, prima o pòi la pàaaaghi", con evidente accento torinese) non aspettava altro ed entrò in azione con una lista di un outsider che si chiamava Rosso. Gianfranco però, non Roberto, e per giunta con il cognome scritto a caratteri cubitali sul simbolo e il nome ben poco visibile; in un primo tempo addirittura il Comitato Torino libera (così si chiamava ufficialmente la lista) aveva tentato di clonare cromaticamente il simbolo della Casa delle libertà, ma la commissione elettorale di Torino si mise di traverso. Anche così, in ogni caso, l'emblema "Rosso Gianfranco sindaco" ottenne i suoi effetti, costringendo Rosso (Roberto) al ballottaggio con Sergio Chiamparino, poi uscito vincitore. Sarà per evitare altre bruciature che, sia pure usando altri colori, questa volta Roberto Rosso ha varato da subito il suo simbolo personale per la corsa verso Palazzo di Città, con nome e cognome in bella vista? Eventuali incubatori di simboli scomodi sono avvertiti...

lunedì 15 febbraio 2016

E' ufficiale, il simbolo del M5S cambia definitivamente

Ci è voluto un po' di tempo, ma la trasformazione (almeno grafica) è terminata. Oggi sul sito www.beppegrillo.it è apparsa la notizia che i militanti e gli eletti del MoVimento 5 Stelle attendevano da alcune settimane: le procedure per la modifica del simbolo sono state completate e ora la decisione degli attiVisti, datata 17 novembre 2015, è stata recepita in pieno.
In quell'occasione, di 40.995 iscritti certificati che avevano partecipato al voto, l'opzione che proponeva di sostituire "Beppegrillo.it" con "Movimento5stelle.it" aveva ampiamente battuto l'idea di lasciare bianco lo spazio (31.343 iscritti contro 9.652 iscritti). Lo stesso sito di Grillo, tuttavia, aveva precisato che il mutamento del simbolo non sarebbe avvenuto "immediatamente per questioni burocratiche" e si prevedeva un periodo transitorio di circa tre mesi, durante i quali i soggetti autorizzati all'uso del simbolo-marchio - in attesa di istruzioni su come agire - avrebbero potuto continuare a usare il simbolo tradizionale del M5S, con cui erano stati eletti. 
Oggi il sito di Grillo parla espressamente di "procedure burocratiche adottate presso il Parlamento italiano ed europeo, le regioni e i comuni": è plausibile, dunque, che tutti gli eletti in ogni sede (all'interno dei gruppi al Parlamento europeo, alla Camera, al Senato, ai consigli regionali e nei tanti consigli comunali in cui oggi il MoVimento è presente) abbiano depositato il nuovo simbolo, precisando che da quel momento in poi si sarebbero distinti con quell'emblema in tutti i loro atti futuri (a partire dalla carta intestata delle mozioni o degli altri documenti presentati), anche se in effetti non ci sono occasioni in cui è obbligatorio l'uso del contrassegno. Di certo, alle prossime elezioni amministrative, non si vedrà più il simbolo con Beppegrillo.it.
Ultimo atto della modifica è stato il ritocco al "non statuto", che in effetti nella nuova versione riporta la data di oggi: piccola curiosità, il simbolo riportato nel file del "non statuto" ha la grafica "provvisoria" vista il giorno della votazione (con la font Helvetica), mentre l'emblema uscito oggi sul sito di Grillo utilizza per Movimento5Stelle.it il carattere Futura usato anche per la parola "MoVimento". 
Paradossalmente è ancora diversa l'immagine presente nella banca dati dell'Ufficio per l'armonizzazione del mercato interno di Alicante, il registro dei marchi europei: il segno, depositato il 18 novembre 2015 (dunque il giorno dopo la votazione in rete) e ancora sotto esame da parte dei funzionari, ha un look leggermente diverso, ma ovviamente la sostanza (cioè il nuovo indirizzo) non cambia. Nessun nuovo emblema, invece, risulta nel database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, anche perché probabilmente non occorre: il segno depositato in Italia, in effetti, era già privo di ogni indicazione di siti internet. Il nucleo forte del simbolo, in ogni caso, è costituito dalla parola Movimento, dalla V di fantasia e dalle 5 stelle gialle, il tutto nella circonferenza rossa: è in questo che gli attiVisti e i simpatizzanti ora si identificano, è questo che cercano sulla scheda.

domenica 14 febbraio 2016

Startup Trieste, il simbolo "trasparente e pulito" di Carini

Qualcosa, a quanto pare, si nuove anche a Trieste, in vista del rinnovo dell'amministrazione comunale; anzi, più esattamente qualcosa inizia. Già perché, tra le liste che si preparano a concorrere per la conquista della guida del capoluogo del Friuli - Venezia Giulia, c'è anche Startup Trieste, configurata come lista civica a sostegno della corsa a sindaco di Fabio Carini
Una vera corsa, in un certo senso, visto che Carini è presidente di Bavisela (manifestazione sportiva che caratterizza Trieste da vent'anni); oltre a questo, ha acquistato notorietà anche per avere ideato "Cuffie d'oro", una sorta di oscar del mondo della radio. Per Il Piccolo, in realtà, "la sua storia professionale [...] ha una chiara matrice di destra. Prima di avventurarsi nel mondo sportivo, entra nell'ufficio stampa della Regione in quota An e nel 2008 è l’uomo su cui Renzo Tondo punta per la campagna elettorale". Nonostante questo, Carini tiene a precisare che la sua sarà una "lista civica totalmente apartitica, caratterizzata da persone che sono fuori dalla politica di schieramento, che hanno a cuore il presente e futuro della Città e sono dotate di professionalità, determinazione, apertura mentale e spirito di sacrificio".  
Nel frattempo, è già pronto il simbolo da usare alle elezioni: circonferenza verde che racchiude uno sfondo bianco e - in basso - un semicerchio blu leggermente arcuato. In alto l'espressione manoscritta "Startup Trieste", in basso "Carini sindaco", con il cognome in grande evidenza. Secondo le dichiarazioni dello stesso Carini riportate dal Piccolo, il simbolo parla "di trasparenza ma soprattutto di pulizia, perché questa città merita di ritornare più pulita e vivibile, in centro come in periferia".
La lista, come detto, non intende schierarsi da una parte o dall'altra, se non da quella del rinnovamento ("La politica è vecchia, gli amministratori sono vecchi, dobbiamo ringiovanire, dobbiamo pensionare i partiti") con l'idea di mettersi completamente a servizio della città ("Dopo anni di esperienza diretta a tutto campo con le amministrazioni e la politica - ha detto Carini - ho le competenze per farlo"), senza che per governare si debbano "attendere le istruzioni da Roma". Per la lista, anzi, viene utilizzata l'etichetta di "rivoluzione pacifica dei cittadini per i cittadini", che abbia alla base "un ascolto senza pregiudizi e preconcetti". Basterà per arrivare al ballottaggio e magari vincere?

sabato 13 febbraio 2016

La "pulce" contro le firme? Un'idea di Gremmo e degli autonomisti

Quando si avvicinano le elezioni politiche, magari a data non ancora fissata, l'impegno maggiore per i partiti presenti in Parlamento è profuso per evitare la raccolta delle firme, operazione sempre più difficile in tempi di disaffezione e antipolitica. Anche in passato però non era una passeggiata, soprattutto per le forze politiche meno strutturate. Come avrebbero potuto sottoporre le loro idee al voto dei cittadini, pur non avendo la forza e le energie per raccogliere le firme? 
Un modo doveva esserci e, in effetti, fu elaborato tra il 1979 e il 1980: inserire nell'emblema da stampare sulla scheda il simbolo di un partito che, per legge, sia già esentato dalla raccolta firme. Lo stratagemma viene usato tuttora: di solito basta riprodurre l'elemento caratterizzante del segno, se c'è, oppure lo si inserisce tutto intero ma in miniatura, per questo si parla di "pulce". Il sistema, semplice ma ingegnoso, fu trovato nell'ambito dell'autonomismo e il vero artefice dell'operazione ha un nome e un cognome: Roberto Gremmo
La soluzione non fu immediata, ma richiese alcuni passaggi. Tutto iniziò in vista delle prime elezioni dirette del Parlamento europeo, datate 1979. Allora, probabilmente, il partito autonomista più noto era l'Union Valdôtaine: a guidare la presentazione della lista fu Bruno Salvadori, già consigliere regionale. Nei mesi precedenti - lo racconta Gremmo in Contro Roma, libro pubblicato nel 1992 contenente "storie, idee e programmi delle Leghe autonomiste del Nord" - Salvadori aveva tentato di far assegnare alla Valle d'Aosta un seggio europeo dedicato, come avviene tuttora per Camera e Senato; non riuscendoci, tentò una strada diversa. "Impossibilitata a conquistare il seggio a Strasburgo in virtù di una concessione concordata, l'Union pensò di concorrervi presentando una sua lista elettorale in tutta Italia, chiamando a raccolta tutti coloro che, già allora, in qualche modo si richiamavano all'autonomia, al federalismo, alle minoranze". 
Fu questo, per Gremmo - che fu chiamato a essere parte della coalizione a nome del gruppo Rinascita piemontese - l'episodio alla base della nascita delle Leghe, che negli anni successivi avrebbero mosso i primi passi. Grande assente in quell'operazione fu la Südtiroler Volkspartei, che - in quanto espressione di minoranza linguistica - sfruttò la possibilità di collegarsi a un partito presente in tutte le circoscrizioni (la Dc, in quel caso), cosa che avrebbe assicurato un seggio al proprio candidato più votato, purché avesse avuto almeno 50mila preferenze. 
A prescindere dalla questione Svp, restava un problema legato al simbolo. Quello dell'Uv, grazie ai parlamentari eletti, avrebbe consentito di evitare la raccolta firme e permise comunque una corsa autonoma da ogni altro partito (lo stesso Gremmo, al primo congresso "nazionale" dell'Union, non aveva forse detto "meglio un voto al leone valdostano che cento voti da pecora ai partiti di Roma"?); nonostante questo, il leone rampante su fondo bicolore era inutilizzabile oltre Carema, il comune del torinese che confina con la Valle d'Aosta. Sarebbero state necessarie delle modifiche, ma quali? E, soprattutto, in un periodo in cui mettere mano ai simboli era un'operazione vista con sospetto, sarebbe stato legittimo?
Per saperlo, l'Union interpellò il Ministero dell'interno tramite il proprio senatore Pietro Fosson, ponendo un quesito preciso: era possibile aggiungere al simbolo di un partito già definito altre scritte, senza che questo facesse perdere il beneficio dell'esenzione dalla raccolta firme? La risposta del Viminale fu positiva: era sufficiente che il contrassegno contenesse il simbolo del partito esente che si voleva presentare, non importavano nemmeno le sue dimensioni. Visto che si era pensato di agire sugli elementi testuali, in quell'occasione ci si accontentò di ritoccare appena un po' l'emblema, aggiungendo nel cerchio attorno allo scudo le parole "Europa", "Federalismo" e "autonomie". I riferimenti valdostani erano ancora forti, ma il "marchio" parve più spendibile e le liste furono presentate in tutte le circoscrizioni; con il suo 0,47%, tuttavia, l'Union Valdôtaine "allargata" non riuscì a eleggere alcun parlamentare europeo.
L'obiettivo, dunque, non fu raggiunto, ma l'indicazione simbolica data dal Ministero era molto interessante e la si sarebbe potuta sfruttare in altre occasioni. Nel 1980, in particolare, si votava per rinnovare molte amministrazioni locali e i consigli regionali, compreso quello del Piemonte. Roberto Gremmo era stato uno dei tre candidati piemontesi dell'Uv alle europee dell'anno prima (l'unico biellese, per l'esattezza), aveva ottenuto un certo numero di preferenze e aveva ricevuto il plauso dei vertici del partito autonomista, che gli chiedevano di restare in collegamento con loro: i margini per presentare una lista autonomista anche in Piemonte c'erano. L'impresa non era certo facile: già nel 1968 la Südtiroler Volkspartei aveva tentato di presentare una lista autonomista su tutto il territorio nazionale - lo stesso Gremmo raccontò il tentativo in un suo articolo nel periodico Storia ribelle, n. 25, dal titolo Il 'Sessantotto' autonomista - ma le firme necessarie furono raccolte, fuori dall'Alto Adige, solo a Trieste e a Bergamo, affrontando l'atteggiamento apertamente ostile da parte del Msi (a Bergamo addirittura Mirko Tremaglia sporse denuncia per firme false); anche in Piemonte andò male. 
Ora, il decreto-legge n. 161/1976 (convertito dalla legge n. 240/1976) stabiliva che, per le elezioni regionali, provinciali e comunali, non dovevano raccogliere le firme le liste che fruivano di "contrassegni tradizionalmente usati da partiti o gruppi politici che abbiano avuto eletto un proprio rappresentante in Parlamento o siano costituiti in gruppo parlamentare nella legislatura in corso alla data di indizione dei relativi comizi". Anche qui, dunque, sarebbe bastato utilizzare un emblema rappresentato in Parlamento dall'inizio (o da un gruppo parlamentare sorto in corso d'opera) per riuscire a presentare le liste. 
Si sarebbe potuta fare la stessa operazione del 1979, ma Roberto Gremmo avrebbe voluto dare più risalto a nuovi simboli, creati appositamente per quell'appuntamento elettorale. Si rivolse a un funzionario della prefettura di Genova, chiedendo se l'esenzione dalla raccolta firme sarebbe stata mantenuta anche anche rimpicciolendo le dimensioni del simbolo esente, così come aveva detto il Viminale l'anno prima: il funzionario confermò e Gremmo si mise in moto. Si rivolse nuovamente a Bruno Salvadori per ottenere il simbolo dell'Union da utilizzare alle comunali di Torino: la "pulce" dell'Uv si strinse molto, trovando posto sulla sagoma bianca della Mole. 
Alle regionali invece l'appoggio arrivò dalla lista Per Trieste, nota anche come "lista del melone" (per il melone con alabarda, simbolo della città di Trieste), che nel 1979 aveva ottenuto un deputato: l'apparentamento tecnico arrivò grazie alla "garanzia" di Pietro Bucalossi, già ministro e sindaco di Milano, con cui Gremmo era entrato in contatto e aveva delineato l'idea dell'alleanza con la lista autonomista. "L'adesione di Bucalossi - scriveva sempre Gremmo in Contro Roma - fu giudicata dai triestini garanzia sufficiente per un accordo e così anche la mia lista torinese potè presentarsi sotto l'egida del famoso 'melone' antipartiti". Tutti Su consiglio di Gremmo, tutte le liste parte dell'accordo utilizzarono il sistema della "pulce": ovviamente ogni simbolo conosceva varianti (il Duomo milanese stilizzato per la Lombardia, il profilo di Dante per l'Emilia Romagna e il quadrato crociato con lambello per il Piemonte), ma in tutti i casi il nome della lista era Associazione per Trieste. 
Anche in quel caso non arrivarono eletti e, tra l'altro, con la morte tragica di Salvadori in un incidente di auto proprio nei giorni delle elezioni, si chiuse il tentativo di "esportare" l'autonomismo da parte dell'Union Valdôtaine. Gli autonomisti del Piemonte e delle altre regioni avrebbero dovuto trovare altre strade, ma questa è una storia più lunga, da raccontare a parte; intanto lo strumento della "pulce salvafirme" era stato inventato e sarebbe durato a lungo...