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mercoledì 9 marzo 2016

Genova, il passato (abusivo) che resiste al tempo

Il passato, per definizione, appartiene al passato: una volta vissuto, è pronto a perdersi nel flusso della storia, lasciando tracce che il tempo o le opere dell'uomo di quando in quando riescono a coprire. In qualche caso, però, brandelli di passato si avvinghiano con forza alla zattera del presente, che li porta con sé: si consumano e stingono, come è normale che sia, ma restano lì, pronti a mostrarsi a chiunque li voglia o li sappia vedere.
Prendete, per esempio, un simbolo non troppo originale, di quelli che "ballarono una sola elezione" - facendo rispettosamente il verso a una coppia di libri scritta da Alberto Tonti per ripercorrere le meteore musicali degli anni '60 e '70 - ma cercò ugualmente di farsi notare tra gli elettori di Genova, sia pure con mezzi piuttosto spartani. E il titolare dell'emblema, senza dubbio, ne aveva bisogno. Già, perché nell'anno di scarsa grazia 1997 Adriano Sansa, sindaco uscente della città della Lanterna a capo di una giunta di centrosinistra, non venne ricandidato dalla coalizione che, a livello nazionale, da oltre un anno aveva fatto nascere l'Ulivo e aveva scelto al suo posto l'amministrativista Giuseppe Pericu. Ci voleva altro, tuttavia, per far desistere Sansa, pretore tosto e "d'assalto" prestato alla politica per quella stagione che si stava concludendo: decise di correre comunque, con una sua lista, ma con quale contrassegno?
Sansa era diventato sindaco di Genova nel primo turno elettorale in cui era stata praticata l'elezione diretta dei primi cittadini: vista la legittimazione popolare, puntare sulla propria figura era del tutto legittimo. Non stupisce, dunque, che l'emblema non avesse "simboli di fantasia - come scrisse sulla Stampa Paolo Lingua - ma il suo cognome al centro del dischetto con sopra e sotto scritto 'Noi per Sansa' e 'Noi per Genova' con due frecce che indicano un moto rotatorio". Non era esattamente precisa la descrizione, visto che le scritte si potevano leggere come "Noi per Sansa" e "Sansa per Genova" (praticamente, tutti per uno e uno per tutti), ma anche con la frase tutta intera - e con le frecce a indicare il verso di lettura, oltre che una sorta di moto circolare - come a dire che il gruppo sosteneva il pretore per fare il bene della città. Comunque lo si leggesse, l'elemento più in vista dell'emblema restava sempre il cognome del candidato.
Alla fine i seggi si aprirono, Sansa si batté ma arrivò solo quarto, dietro a Pericu, a Sergio Castellaneta di Genova Nuova e a Claudio Eva candidato dal centrodestra. Il risultato - il 13,8% personale, qualcosa di meno per la lista - non fu probabilmente quello che il magistrato si attendeva, in ogni caso lui tornò al suo lavoro. 
Tutto finito? Probabilmente sì, ma non del tutto. Perché chi a Genova si reca in via Assarotti, nelle vicinanze del civico 31, può trovare ancora un lacerto di quella vicenda elettorale: un adesivo proprio della lista personale di Sansa, decisamente sbiadito e intaccato dal tempo, ma ancora ben riconoscibile. Ironia della sorte, qualcuno l'aveva attaccato proprio su una delle targhe che avvisavano - allora come oggi - i genovesi del divieto di qualunque affissione a quelle pareti, a norma del codice penale. Chissà chi avrà attaccato quell'adesivo proprio lì e chissà se per quello sberleffo alla legge il comitato elettorale del magistrato avrà preso una multa; quelle mani ignote non sapevano, quasi certamente, che quella piccola provocazione sarebbe rimasta incollata alla targa per quasi vent'anni, ricordo duraturo di quella tornata elettorale... 

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