giovedì 7 febbraio 2013

Quando il sole cominciò a ridere

Con quel nome, esistevano già ed erano conosciuti da una buona parte degli elettori, anche quando le schede elettorali erano in bianco e nero. Del resto, i "rossi" erano rossi già allora nelle teste della gente, a dispetto della stampa monocromatica (i "bianchi" lo erano abbastanza, a giudicare dagli spazi vuoti nel contrassegno; i "neri", per parte loro, lo erano ancora di più, senza il tricolore visibile della loro fiamma); non ci si stupisca dunque se gli ambientalisti, fin dall'inizio, in politica - e non solo in Italia - si sono chiamati Verdi e ancora adesso continuano a chiamarsi così, anche se alle elezioni non si presenteranno direttamente, ma solo attraverso Rivoluzione civile.
Era molto semplice e a un tempo dirompente il loro primo contrassegno, comparso sulle schede di qualche elezione regionale nel 1985: nel cerchio, completamente nero senza sfumature, risaltavano per il loro colore bianco il nome della "Lista verde" (di costituire un partito di livello nazionale, ancora non si parlava) e, al centro, il disegno subito ribattezzato da tutti "sole che ride". I primi ad adottarlo, dieci anni prima, erano stati vari antinuclearisti danesi, ma da allora quel sole divertente e divertito era diventato in tutto il mondo uno dei simboli preferiti degli attivisti contrari al nucleare
Arrivò a sbarcare anche in Italia, pare per iniziativa di quel vulcano di Marco Pannella: raccontano alcuni sedicenti ben informati che quel segno, come marchio, se lo era già messo da parte Marco Pannella, un po' come con la "rosa nel pugno" del Partito socialista francese; gli stessi ben informati sono pronti a giurare che proprio Pannella, per concedere l'uso del contrassegno alle liste, non abbia voluto alcuna contropartita. Un dono in piena regola, dunque, che ancora oggi dura: possono non presentarsi alle elezioni con il loro emblema tradizionale, ma quel sole sorridente, alla fine dei conti, nessuno vuole spegnerlo.

mercoledì 6 febbraio 2013

Io voto Daffy Duck. A Torino

A qualcuno, nel vedere i manifesti delle candidature per le elezioni comunali di Torino, sarà venuto da sorridere. E, magari, sarà ripassato di lì col figlio piccolo, giusto per far ridacchiare un po' anche lui. Oppure avrà programmato di andare ai seggi "scortato" dalla nonna, ché al piccolino ci avrebbe pensato lei, intrattenendolo proprio davanti a quei manifesti. Già, perché quell'anno - era il 2006 - qualche torinese ebbe l'impressione di essersi trasferito in un mondo di cartoni, in cui in cabina elettorale era tutto possibile, anche votare per Daffy Duck. Già, sembrava proprio lui, il vecchio Daffy, il papero nero di casa Warner Bros., ad apparire quasi minaccioso, mentre spezza un fucile rubato a chissà quale cacciatore di anatre di frodo, all'interno del simbolo di Sì ad un futuro senza caccia, regolarmente presente sulla scheda e sui manifesti per eleggere il successore di Sergio Chiamparino (sarebbe stato lo stesso Chiamparino, al suo secondo mandato).
Sembrava davvero Daffy, al punto che qualcuno si chiese se non fosse stato un marchio registrato, che dunque non sarebbe stato possibile utilizzare passandola completamente liscia. Era registrato eccome, la Warner l'aveva depositato all'Ufficio italiano brevetti e marchi fin dal 1988, eppure chi aveva esaminato gli emblemi quell'anno, sul papero anticaccia non aveva avuto niente da dire. Per dire, la lista in questione era a sostegno della candidatura di Alessandro Lupi (da sempre legato alla Federazione dei Verdi-Verdi, quell'anno ridenominata Veri Ambientalisti) e per la commissione elettorale, liste come "Uniti e prodi per la Pace" non andavano bene (col rischio che qualcuno mettesse la maiuscola, a quel "prodi"), così come sparì al volo dal simbolo "Noi meridionali" una croce, prestampata come fosse stata tracciata a mano. 
Tutto bene allora? Non tanto: a protestare contro l'ammissione del papero c'era anche Silvio Viale, che in quel momento militava tra i radicali, ma negli anni '80 era tra i Verdi e da lì aveva promosso un referendum regionale contro la caccia (che, tra un ritardo e l'altro, da allora ha finito per non tenersi mai, bloccato nel 2012 da un voto del consiglio regionale). Il simbolo dei promotori della consultazione era proprio quel papero, che era stato disegnato da qualche appartenente al gruppo: che questo qualcuno si fosse ispirato direttamente al personaggio della WB, era il segreto di Pulcinella (anche se, in effetti, i muscoli del papero sono poco da cartoon). L'elettore, però, non sapeva nemmeno che, con quella lista, i referendari piemontesi non c'entravano proprio nulla, anzi, si sentirono defraudati perché il permesso, a quella gente, non lo avrebbero mai dato.
Motivo in più, verrebbe da dire, per fermare tutto e cassare simbolo e lista. Invece il papero anticaccia finì sulle schede e, per quanto se ne sa, si beccò 183 voti. Gli ammiratori di Daffy erano sicuramente di più, ma molti non avrebbero potuto votare per problemi di età; quel giorno, del resto, non avrebbero rinunciato a quel manifesto nemmeno per sbaglio. Avessero potuto staccarlo, non ne avrebbero lasciato uno, nei seggi.

martedì 5 febbraio 2013

Il tempo delle schede in technicolor

E pensare che, fosse stato per Dj K (al secolo Francesco Cossiga), la politica nell'urna sarebbe ancora in bianco e nero. O, per lo meno, lo sarebbe rimasta molto più a lungo. Era giusto il 1992 quando, da più parti all'interno delle forze politiche si era fatta strada la richiesta che i simboli dei partiti, dopo tanti anni, sulle schede fossero stampati a colori. La proposta, secondo il socialista Silvano Labriola, si poteva fare "tenendo conto sia del carattere più articolato che hanno assunto nel tempo gli emblemi e i contrassegni elettorali, sia del progressivo sviluppo della capacità tecnologica dei mezzi strumentali a disposizione dello Stato". Non c'era un gruppo parlamentare che non l'avesse sottoscritto, quel progetto di legge.
Certo, ogni cosa aveva un costo: era toccato al sottosegretario socialista all'interno Valdo Spini dire che, se fno ad allora stampare le schede per le elezioni politiche era costato 2,1 miliardi, con il colore il conto avrebbe superato di poco i 3 miliardi. Questioni di portafogli, tanto per cambiare, anche se - Spini ne era certo - gli elettori avrebbero gradito perché la novità avrebbe reso "in qualche modo anche più attraente la prossima scheda". Soprattutto, se la televisione era a colori dal 1977 (e già lì si era arrivati parecchio in ritardo, chiedere ai repubblicani il perché) e i manifesti lo erano ben da prima, perché continuare a votare in bianco e nero?
In Parlamento, in fondo, erano più o meno tutti d'accordo: "Passeremo - sottolineava il diccì Adriano Ciaffi - da un rapporto partecipativo ad uno «televisivo» anche nella scheda, che oggi potrà fiorire in una molteplicità di colori". "Oggi vi è un maggior numero di partiti - prendeva atto, non senza un occhio alle spese, la demoproletaria Edda Fagni - e quindi di contrassegni elettorali, caratterizzati da disegni di fiori, piante ed altre cose; se sono contraddistinti da un colore, gli elettori hanno la possibilità di distinguerli meglio". "Sembra uno strumento utile - notava la deputata del Pds Silvia Barbieri - in una realtà in cui le schede recano una gran quantità di simboli, che può generare confusione e difficoltà per l'elettore sotto il profilo di un suo rapido orientamento".
Senz'altro la Barbieri non sapeva, forse non immaginava, che il boom per i contrassegni sarebbe arrivato proprio dopo il colore. Forse lo sapeva, nella sua imperscrutabile attività premonitoria, l'onorevole Kossiga Francesco, alle ultime battute del suo settennato da Presidente della Repubblica, ormai in fase largamente picconatoria: fu proprio lui a rinviare la legge alle Camere, perché ci tornassero sopra e riflettessero anche sulla questione dei simboli in technicolor Per carità, non che lo scopo chiarificatore della "mano di colore" non fosse da condividere, ma qualche problemino da risolvere c'era, tipo "gli inconvenienti che possono derivare sia dalla stampa delle schede presso stabilimenti tipografici diversi, sia dalle modificazioni che la riproduzione dei colori può subire per effetto del tipo e del colore della carta utilizzata per le schede di votazione".
Ma soprattutto, Cossiga metteva in guardia tutti, contro i furbetti del simbolino ancora da inventare: "per partiti o movimenti politici che utilizzino simboli con segni grafici diversi, ma con colori identici [...] possono aumentare, anziché diminuire i motivi di confusione e quindi di esclusione", con tanto di incertezza sui criteri di valutazione e connessi rischi di screditare tutta la baracca elettorale. Senza contare che, nel 1992, si sarebbe votato per la prima volta con la preferenza unica, dopo il referendum del 1991, e indicando i candidati solo coi cognomi, non coi numeri: "Sono state cambiate le abitudini seguite dagli elettori da più di quarant'anni. Sicché - proponeva il presidente - parrebbe preferibile operare in modo tale che gli elettori possano sperimentare progressivamente le varie innovazioni". Della serie: cosa volete, sono abitudinari questi elettori, non li sconvolgete troppo.
La vagliò di nuovo il Parlamento, quella legge, ma non cambiò nulla, almeno sul piano degli emblemi: alle politiche del 1992, per la prima volta, si sarebbe votato a colori, come i partiti volevano. Poche settimane dopo, al Ministero dell'interno ne ammisero 125 (54 in più rispetto al 1987) e quasi altrettanti ne ricusarono: molti dei tarocchi, a dire il vero, erano in bianco e nero, ma un piccolo boom ci fu e si consolidò nel 1994, quando si sfondò quota 300. Al Viminale tutti gli addetti lavorarono come non mai; Cossiga, che al Quirinale non c'era più da due anni e il Ministero l'aveva lasciato da un pezzo, dev'essere stato colto almeno da qualcuno nell'atto di soffocare una risatina con la mano. O forse era un miagolio che suonava come un "ve l'avevo detto": il non ancora Gatto Mammone, quella volta, ci aveva visto giusto.

lunedì 4 febbraio 2013

Cambiare simboli come gli spazzolini

Una cosa è certa: una volta, ad avere anche solo l'idea di cambiare il simbolo di un partito, si poteva rischiare anche l'incolumità fisica; bene che andasse, ci si limitava a uno psicodramma collettivo. C'era da capirli, visto che allora ci credevano sul serio, a quelle immaginette rigorosamente in bianco e nero che crocettavano sulle schede, in quelle circonferenze larghe giusto 2 centimetri di diametro. Prendete i vecchi militanti del Pci, per dire, e pensate come l'hanno presa quando hanno sentito dire per la prima volta che avrebbero abbandonato l'emblema con cui erano cresciuti, facendosi uomini e donne del loro tempo: «Un martello e una falce - scrisse all'Unità un vecchio militante all'inizio degli anni '90 - portano alla mente sensazioni, esperienze, emozioni, martiri dal mondo del lavoro e per la libertà, posizioni di coscienza, valori e culture alternativi, ma soprattutto portano alla mente giustizia e libertà in tutti i momenti della nostra storia». Nientemeno.
Quando, il 3 febbraio 1991, il XX congresso del Partito comunista italiano a Rimini decise di cambiare definitivamente nome e simbolo del partito più importante della sinistra italiana, riducendo la falce e il martello a minuscola base per il tronco della quercia (che poi era genericamente "l'albero della sinistra", a sentire il grafico Bruno Magno che l'aveva concepito e disegnato), qualcuno aveva pianto. A lungo e magari non solo quel giorno, mentre altri non si erano arresi a quella "fine" e avevano scelto un'altra strada. Ma quattro anni dopo, a Fiuggi, il 27 gennaio 1995, tra i camerati del Msi non è andata in modo diverso: nel giorno in cui la creatura politica di Giorgio Almirante archiviò il suo passato sostituendolo con l'orizzonte di Alleanza nazionale, lasciando a testimonianza di una storia di quasi mezzo secolo una piccola fiamma tricolore, le lacrime non risparmiarono nessuno, mentre si metteva in scena l'ultimo canto corale dell'Inno a Roma e qualcuno già pensava di continuare altrove la storia del Movimento sociale italiano. 
Da allora sono trascorsi vent'anni, su per giù, eppure il mondo sembra essersi ribaltato. Ci sono partiti - vedere alle voci Mir, Samorì - che possono nascere a novembre, avere già cambiato un simbolo e mutarlo di nuovo sotto elezioni; altri - leggi Popolari di Italia domani - possono piazzare sulle schede un contrassegno che nessuno, a parte chi stava in Sicilia, ha mai visto prima, senza peraltro che nel sito web ce ne fosse traccia al momento del deposito al Viminale. Certi emblemi nascono e muoiono nel giro di un giorno - basta che un segretario o un funzionario facciano un'espressione schifata al grafico di turno - o passano di moda semplicemente quando c'è un'altra agenzia di comunicazione da interpellare o da accontentare. Un partito, insomma, può cambiare logo due volte in tre mesi come fosse uno spazzolino, ma non piange più nessuno; anzi, è più probabile che qualcuno non se ne sia nemmeno accorto, che è nato un fregio, che è stato tolto un nastro e così via. Forse, semplicemente, emozioni, sensazioni, esperienze e valori non abitano più in quei simboli ormai divenuti marchi: sono diventati più spaziosi e in molti hanno il terrore di lasciarli vuoti, ma al posto di un'emozione è più semplice metterci una sfumatura di azzurro o una spruzzata tricolore.

domenica 3 febbraio 2013

Lo scudo crociato che non molla

Non dev'essere stato facile, per chi l'ha preso in mano per la prima volta, farsi strada tra i molti meandri e i canneti nascosti tra le pagine della Storia infinita, con rimandi, scambi, accenni e intrusioni da richiedere un sovrappiù di attenzione. 
Eppure non è da escludere che per qualcuno possa essere più facile districarsi in quel libro-metalibro così particolare, piuttosto che capire qualcosa nella storia - quella sì, davvero infinita e intricata - della Democrazia cristiana, che settimana dopo settimana continua ad accumulare puntate, a un ritmo quasi instancabile. Davvero instancabili, in compenso, devono essere soprattutto quelli che cercano, molto semplicemente, di non perdersi tra le righe, le carte (spesso bollate) e le parole di una vicenda che va avanti dal 1994 e rischia di non conoscere mai un punto di arrivo, che possa finalmente dare requie e pace meritata allo scudo crociato, dopo tanti anni di uso spesso non debito. E invece, ogni volta che qualche evento sembra scrivere una - sia pure incerta - parola "fine", in grado di far desistere buona parte dei mortali, c'è sempre qualcuno che dà nuova linfa alla storia, facendola continuare per un tempo imprecisato.
Dunque, microriassunto di alcune puntate precedenti: dopo la sentenza della Corte d'appello di Roma del 2009 (confermata dalla Cassazione alla fine del 2010), che ha accertato che non è mai intervenuto lo scioglimento della Dc, un gruppo di iscritti dell'ultimo tesseramento valido (quello del 1992-93) chiede all'allora presidente del consiglio nazionale, Rosa Russo Jervolino, di convocare l'organo per "riattivare" il partito che - a loro dire - non sarebbe mai morto. Non avendo ricevuto risposta, i firmatari della richiesta (guidati da Clelio Darida) hanno autoconvocato il consiglio, tenendolo il 30 marzo 2012: lì si sono dati un nuovo segretario politico (Gianni Fontana) e hanno rinominato segretario amministrativo Alessandro Duce (lo stesso in carica all'inizio del 1994). 
Nel corso dei mesi è stato avviato un nuovo tesseramento e convocato il XIX congresso (che nel frattempo era stato celebrato almeno altre due volte, da altre sedicenti Democrazie cristiane): l'assise si è svolta a novembre e ha confermato Fontana nella sua carica. Il tempo di un altro consiglio nazionale e il partito si spacca, visto che un gruppo non condivide alcune scelte sulle nuove cariche della Dc. Nel frattempo, alcuni tra coloro che avevano guardato con qualche interesse alla riattivazione dell'ex Balena Bianca, si erano rivolti ai giudici perché il procedimento, a loro dire, non era stato seguito correttamente: all'inizio di gennaio, il tribunale civile di Roma si occupa per l'ennesima volta di vicende democristiane, sospendendo l'efficacia delle decisioni prese il 30 marzo, perché i consiglieri nazionali non sono stati convocati personalmente, come da disposizioni attuative del codice civile, per cui tutti gli atti compiuti successivamente per ora non hanno effetto.
Si era già detto che alle elezioni erano stati depositati ben tre contrassegni di Democrazie cristiane (quella rediviva di Franco Mortellaro, un tempo legato a Pizza; quella di Fontana pur sospesa e quella "storica" che Duce riteneva di rappresentare), simboli tutti ricusati dal Viminale e dalla stessa Cassazione; la Dc-Fontana, tuttavia, non si è accontentata e si è rivolta al TAR del Lazio per sospendere l'efficacia della decisione e, alla lunga, farla annullare. La vicenda completa non avrà comunque tempi brevi, considerando che dovrà intervenire di nuovo la Cassazione in una delle questioni più delicate del panorama elettorale italiano (in poche parole: non è ancora stato stabilito chiaramente, nei fatti, se sui provvedimenti del procedimento preparatorio alle elezioni politiche debba giudicare la magistratura ordinaria, quella amministrativa - come avviene per le altre elezioni - o le Camere stesse, e il tutto si risolve negli ultimi anni in uno scaricabarile continuo); in ogni caso, i giudici hanno riconosciuto che "appare prevalente l’interesse pubblico all’ordinato imminente svolgimento della competizione elettorale nei tempi prescritti", quindi non si sospende un bel niente.
Forse un po' se l'aspettavano, Fontana e gli altri, per cui si preparano a continuare l'ennesimo filone giudiziario della storia post-democristiana (ma guai a dirlo a loro, che è post); nel frattempo, sembra ricomposta la frattura creatasi a dicembre e, nell'impossibilità di partecipare alle elezioni di febbraio, l'obiettivo che si è dato il partito è "la presentazione di liste alle prossime elezioni amministrative di Maggio, ripartendo, come nella storia migliore della DC, dalle comunità locali". Lungi dall'idea di chiudere i battenti, dunque, la Dc di Fontana punta a radicarsi di nuovo sul territorio per poter riprendere la propria vita politica, sempre nella convinzione - che per gli aderenti si trasforma in certezza - di essere proprio "quella" Democrazia cristiana. A dispetto degli anni, dei tempi cambiati e delle sentenze, da cui ognuno sembra trarre ciò che più gli interessa, senza nemmeno considerare l'esistenza di altre chiavi di lettura. 

sabato 2 febbraio 2013

La Repubblica di Salò in grafica 0.0?

All'improvviso gli sguardi cadono meglio, sbatti le palpebre e le fai calare un attimo, per poi riaprire gli occhi subito dopo e stringerli, così da vedere con più attenzione. Così ti accorgi che avevi visto bene, altroché. Non c'era solo una croce latina, in quel contrassegno esposto insieme agli altri in bacheca al Viminale, una croce che ovviamente non ci doveva stare. C'era tutto il nome del partito riportato all'interno, RSI Nuova Italia. Ove RSI, non c'è dubbio, sta per Repubblica sociale italiana. Eppoi, nel ben mezzo di una grafica tricolore del tutto minimale e assolutamente 0.0 (per arrivare all'1.0 bisognerebbe almeno installare un programma decente e comprare una stampantina anche di seconda mano), la sagona del Paese, due spighe e, a sormontare tutto, un'aquila ad ali spiegate.
E' così che si è fatto conoscere a una piccola-grande parte d'Italia un nuovo partito, RSI Nuova Italia appunto, fondato giusto a fine 2012, con sede ad Ascoli Piceno e si pone come valori di base la libertà, l'uguaglianza, la dignità, la solidarietà, la fratellanza e il rispetto. A vedere sciorinati nello statuto quei valori qualche dubbio sorge: non è che magari RSI significa altro e ci si è caduti come polli, in un tranello ben preparato da alcuni? Quell'aquila sembra lasciare pochi dubbi, mentre la descrizione del simbolo presente nello statuto non aiuta più di quel tanto: "Il simbolo assume come colori dei propri simboli il bianco, rosso e verde della bandiera italiana CON un'aquila dominante e la spiga di grano a conferma della coerenza del Partito alla Repubblica, alla protezione dell’unità nazionale, ed alla cristianità". Nient'altro, nessun elemento in più per decifrare in altro modo la sigla.
Nemmeno il Viminale deve aver avuto altri elementi per farlo, se ha ritenuto di ricusare quel contrassegno, e non solo per quella croce latina che faceva capolino sul bianco sfondo dell'emblema. Nella nuova versione del simbolo - troppo pulita e precisa per non essere passata attraverso il Poligrafico - infatti, non c'è più la croce, ma anche la sigla RSI si è volatilizzata, lasciando spazio a un'altra parolina di tre lettere, molto più inoffensiva, "Una": "Una nuova Italia", in fondo, la promettono tutti, non dovrebbe essere poi difficile riuscirci. Eppoi niente più aquila, per lo meno niente disegno figurativo: a dare l'idea di un volatile curioso e pur sempre ad ali spiegate, provvedono due nastrini (uno verde  euno rosso), che piegati ad arte richiamano almeno un po' l'apertura alare di quella creatura.
Così, a guardare bene quello che fanno i funzionari elettorali del Viminale, si scopre che per loro non solo la RSI, ma anche l'aqula è una condotta a rischio di ricostituzione del partito fascista e, qundi, andava potata o scacciata senza troppi scrupoli. Probabilmente si poteva fare, per carità, ma qualche dubbio rimane. Soprattutto se hai una memoria decente, ti vai a scartabellare i contrassegni ammessi nel 2001, sfogli le pagine e pah!, ecco il Partito del lavoro. E lasciate stare il nome - per non pensare al lavoro che non c'è - lasciate stare il tricolore e concertratevi sulla bandiera. Sopra al tricolore, impossibile non vedere un'altra aquila, ad ali spiegate, quasi identica a quella delle forze armate durante la Repubblica di Salò; eppoi quell'asta, che più che un'asta è una manciata di fasci, uno sopra l'altro, manca giusto la scure ma si riconoscono perfettamente. Eppure, se quel simbolo sta sul libretto del 2001, significa che l'hanno ammesso, che per il Viminale andava bene così. Che è successo in dodici anni per cambiare così tanto idea? E che avranno fatto di male, quelli di RSI Nuova Italia, per ricevere un trattamento molto più severo rispetto a CasaPound, il cui simbolo non creerà problemi ma di preoccupazioni ne dà in abbondanza? 

venerdì 1 febbraio 2013

La Quercia che resiste

Per convincersi che certe cose durano molto più del previsto e, soprattutto, di quanto la gente possa immaginare, può essere utile fare un salto al Ministero dell'interno per una qualunque ragione plausibile e, già che ci si è, cercare quella parte di corridoi del piano terra che ospita tuttora le bacheche dei contrassegni depositati a gennaio. Lasciate perdere quella pletora di emblemi ammessi, che potrebbero finire sulla scheda che userete per votare (gli altri, la maggior parte, si perderanno fino alla prossima consultazione); lasciate stare anche, per una volta, i simboli ricusati - di quello ci siamo occupati fin troppo nei giorni scorsi - e puntate decisamente su quelli senza effetto. Contrassegni magari validissimi, ma che non potrebbero mai finire sulla scheda perché i partiti non hanno presentato tutta la documentazione: alle rispettive formazioni politiche, in fondo, interessa solo tutelare il loro "marchio" da furbate altrui.
Nel mezzo di quella bacheca, ci trovereste anche la quercia ancora ben piantata dei Democratici di sinistra, nella sua ultima versione - adottata nel 2005 dal congresso di Roma - con la rosa del Pse in bella vista alla base di quello che il "padre" del simbolo del Pds, Bruno Magno, aveva chiamato "l'albero della sinistra", senza specificarne la specie. Chiunque pensava che i Ds fossero finiti con la nascita del Pd e avessero semplicemente cambiato casa, sbaglia di grosso: del resto qui se n'è già parlato, in Italia chiudere un partito è terribilmente difficile. Finché c'è una sola pendenza, per dire, una formazione politica non può chiudere bottega (a meno che non scelga la strada dello scioglimento-liquidazione, passando tutto in mano a un commissario che pensi a sbrogliare la partita di debiti e crediti)
Ora, i Ds - che al 31 maggio dell'anno scorso contavano ancora 49 rapporti di lavoro - l'ultimo bilancio l'hanno reso noto il 25 giugno 2012, pubblicandolo su quattro pagine dell'Unità: alla fine del 2011 risultavano varie procedure di liquidazione ancora in corso, 8,47 milioni di euro di disavanzo, ma soprattutto 156,6 milioni di euro di debiti (ereditati in gran parte dall'Unità, quando era l'organo del partito), 150 milioni dei quali verso banche. Dodici mesi prima la somma era più alta di 30 milioni: ad abbassarla ci ha pensato la quota di rimborsi elettorali che il Tribunale di Roma ha destinato a quello scopo, ma dalla fine del 2011 ai Ds non spetta più alcuna risorsa pubblica.
In queste condizioni è difficile, se non impossibile chiudere la baracca. Così, se i Democratici di sinistra devono continuare a vivere, tanto vale impegnarsi a tutelarne anche il contrassegno. La cosa non è di poco conto, se si considera che nel 2008 tale Antonio Corvasce da Barletta si era presentato al Viminale a depositare proprio il contrassegno dei Ds, sostenendo di esserne stato eletto presidente in un V congresso sconosciuto ai più (chissà perché) svoltosi - guarda guarda - a Barletta il 28 febbraio dello stesso anno. Il Viminale bocciò il contrassegno quell'anno e lo fece anche l'Ufficio elettorale centrale nazionale; la stessa cosa accadde l'anno dopo, ma quella volta il legale rappresentante dei Ds, Ugo Sposetti, fece depositare comunque l'emblema, per maggiore sicurezza. Corvasce ci avrebbe riprovato in seguito, cercando anche di intervenire nel processo esecutivo che era stato iniziato dalle banche per recuperare una parte dei loro crediti attraverso i rimborsi elettorali del partito: anche in quel caso, peraltro, gli sarebbe andata male.
L'esperienza, in ogni caso, ha insegnato: per questo, anche quest'anno la collaboratrice di Sposetti è andata con tutta calma a presentare l'ultimo simbolo dei Ds al Ministero. Non occorreva certo essere i primi, ma era importante esserci. Depositato il contrassegno (ovviamente senza la documentazione, ché tanto non serviva) è uscita soddisfatta: magari non ci saranno problemi - Corvasce quest'anno non si è visto - ma la prudenza non fa male. Meglio non rischiare che la Quercia (o ciò che ne resta) sia messa in pericolo.