domenica 21 dicembre 2014

Noi, Salvini copia la forzista Calabria? Per niente

Quando si tratta di affrontare qualcosa di nuovo o inatteso, di cui non si comprende ancora appieno il potenziale e potrebbe in qualche modo arrecare disturbo, il primo impulso è quello di approntare le difese, magari sparando qualche colpo in aria o a salve, col risultato che la situazione non appaia così chiara. 
Così, non stupisce che, poche ore dopo la presentazione alla Camera di Noi con Salvini, il simbolo (già depositato come marchio il 4 dicembre) con cui il segretario della Lega Nord intende proporre un nuovo progetto nelle regioni centromeridionali, sia arrivata su Twitter la risposta di Annagrazia Calabria, deputata di Forza Italia e presidente nazionale di Forza Italia giovani. 
La parlamentare ha affidato a Twitter il suo pensiero, mettendo a confronto la foto di Matteo Salvini che presenta il nuovo contrassegno con uno scatto che la ritrae a fianco di Silvio Berlusconi sul palco della manifestazione romana "Noi, la forza dell'Italia" (organizzata dai giovani forzisti il 23 novembre dell'anno scorso) e con il logo di "noi" coniato per l'occasione. 
I manifesti con il logo di Annagrazia Calabria (Dagospia)
La nota diffusa alle agenzie parla di un simbolo "regolarmente depositato e registrato e quotidianamente usato per le attività di Forza Italia Giovani". L'emblema in effetti è stato sperimentato già dall'inizio di novembre, quando le plance romane per le affissioni sono state affollate da decine di manifesti a fondo blu, con l'esclamazione "no!" che - con la rotazione del punto esclamativo - cambiava a poco a poco in "noi", con la scritta e il rettangolo di contorno colorato di giallo: lo stesso segno è stato utilizzato su manifesti e sulle scenografie delle varie manifestazioni.
Nessuno ha parlato (per il momento) di azioni legali o altri passaggi contro il progetto di Salvini, anche se certamente l'uscita della Calabria potrebbe guastare almeno in parte la festa e affiocare il progetto neonato di Noi con Salvini.
Ha certamente il pieno diritto Annagrazia Calabria di esprimersi come ha fatto, anche e soprattutto come titolare del marchio depositato in data 4 novembre 2013 presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi e registrato ad agosto di quest'anno; non coglie però nel segno quando dice che il simbolo "è di '#Noi'". Non c'è nessun originale, nessuna imitazione e questo per varie ragioni. Chi conosce il diritto della proprietà industriale sa che si distingue tra marchi forti e deboli, a seconda della loro capacità distintiva, cioè di distinguere un prodotto o un servizio dagli altri. Si ha un marchio debole quando si è di fronte a un segno sostanzialmente descrittivo, o che preveda l'impiego di termini di uso comune o denominazioni generiche: la tutela, in questi casi, è limitata alle "variazioni sul tema" rispetto ai termini comuni o generici, ricomprendendovi anche la resa grafica del segno.
Ora, non può certo dirsi che "noi" sia un marchio forte: come pronome personale, la parola è una delle più usate nel linguaggio quotidiano (anche in tempi di forte individualismo come questo). In politica, poi, esistono molti precedenti dell'uso del termine "noi" all'interno di un contrassegno elettorale: Noi Sud ne era solo l'esempio più recente (ma rappresentato anche in Parlamento nella scorsa legislatura), ma a livello locale non si contano i casi di liste che si fondano sul concetto di "Noi con..." o "Noi per...", sottolineando l'impegno al fianco di una persona o per un territorio. E' pure vero che la Calabria ha registrato come marchio la sola parola "noi" (chiedendo la protezione per la classe 41, in cui sono ricompresi "servizi di formazione in ambito di associazionismo politico, movimenti politici, associazionismo civico, movimenti civici, servizi di organizzazione e direzione di attivita' per manifestazioni politiche"), ma è evidente che la logica delle norme che tutelano il marchio - e di quelle, diverse ma non lontane nell'ispirazione - che tutelano il contrassegno politico-elettorale - è quella di tutelare l'originalità, non di consentire a un singolo o a un gruppo di detenere il monopolio su termini o realtà di uso comune: cosa c'è di più politico e di generico del senso di comunità e di unità, riassunto dal termine "noi"?
Ma allora, ci si potrebbe chiedere, a cos'è servito registrare "noi"? Che tutela può invocare la deputata forzista? Come si diceva prima, in questo caso oggetto di protezione in caso di marchio debole è l'elemento di originalità comunque presente: in questo caso, unico vero tratto distintivo è la rappresentazione grafica, con il "noi" scritto con una determinata font e incluso in un rettangolo a bordo leggermente più spesso del corpo del testo; qui si prescinde dal colore, visto che il segno è stato volutamente depositato in bianco e nero, in modo da coprire tutte le varianti cromatiche possibili. E' di tutta evidenza, però, che non c'è alcuna possibilità di confondere l'emblema registrato dalla Calabria e quello lanciato da Salvini: il simbolo presentato venerdì, infatti, contiene sufficienti elementi che lo differenziano da quello dei giovani forzisti (l'assenza di un rettangolo, il carattere diverso e in stile maiuscolo, l'aggiunta di parti testuali caratterizzanti, lo sviluppo circolare). L'unico elemento di contatto tra i due emblemi, insomma, è il "noi": proprio quello su cui, come si è visto, nessuno può mettere le mani in esclusiva. 

sabato 20 dicembre 2014

Le spighe identitarie di Sovranità

Non è ancora un partito, anche se probabilmente desidera diventarlo "da grande". Per ora non ha nemmeno un sito, si accontenta di una pagina Facebook e di un account di Twitter, in compenso un simbolo da usare è già pronto. E' nata sempre nel nome di Matteo Salvini e delle sue battaglie l'associazione "Sovranità - Prima gli Italiani", che al leader leghista punta a dare un sostegno "politico, culturale e organizzativo", mediante "un bagaglio di idee, di strutture e di parole d'ordine" che consenta di "sostenere una proposta politica che oggi può essere l'unica speranza affinché l'Italia non cessi definitivamente di essere un soggetto collettivo dotato di storia, eredità e destino".
Al pari di Salvini, i promotori di Sovranità se la prendono con "l'espropriazione della sovranità italiana da parte della Ue" (sul piano monetario, ma non solo), il "succedersi di governi non eletti e diretta espressione della troika", lamentano "il convergere della destra e della sinistra 'moderate' verso il progetto renziano" e denunciano il progressivo impoverimento della popolazione, "una tassazione cieca che strangola i settori produttivi", la disoccupazione giovanile galoppante e, last but not least, l'accelerazione degli ultimi governi "su progetti etnocidi, da Mare Nostrum alla progettata revisione dello ius sanguinis".
La reazione quasi naturale, secondo le prime anime di Sovranità, è "una proposta politica sovranista, sociale, identitaria, che si faccia portavoce degli interessi del popolo italiano in un momento in cui le caste politiche, economiche e culturali non riescono più a capire ciò che accade nell'Italia rimasta fuori dai salotti". C'è chi l'ha chiamato “lepenismo italiano”; loro lo chiamano semplicemente Sovranità, come il primo dei tre pilastri che l'associazione si è data (gli altri due sono identità e lavoro).
Alla presentazione del simbolo "Noi con Salvini" ieri c'erano anche alcuni rappresentanti di Sovranità (che ancora non spende nomi ufficiali su di sé). E, ironia della sorte, l'emblema dell'associazione - reso noto già all'inizio di dicembre - sembra imparentato con il nuovo marchio salviniano, almeno dal punto di vista cromatico. Il fondo è sempre blu, anche se è più chiaro nella maggior parte del cerchio e più scuro nel segmento inferiore, che riporta il nome completo del gruppo (scritto in bianco e giallo). Sempre il giallo lo si ritrova a colorare l'elemento figurativo che contraddistingue il logo: tre spighe stilizzate, collocate al centro.
Quelle infiorescenze non sono certo nuove nella politica italiana: c'erano già sulle schede per eleggere la Costituente, sui segni del Partito dei contadini d'Italia, del Partito democratico del lavoro e del Partito socialista riformista (niente a che vedere con quello, di molto successivo, fondato da Enrico Manca e Fabrizio Cicchitto). In tutti quei casi, tra l'altro, le spighe erano proprio tre, così come sono tre nell'emblema di oggi. Non c'è una spiegazione ufficiale per quell'emblema grafico, anche se indubbiamente richiama il "pilastro" del lavoro (e, volendo, anche un po' quello dell'identità, perché di grano in Italia se ne coltiva parecchio).
Non è esattamente probabile che il simbolo già pronto veda le schede, visto che il sostegno diretto è a quanto sta facendo e farà Matteo Salvini. In Italia, tuttavia, non si può mai sapere: il fatto stesso di avere già preparato un emblema tondo non esclude che, almeno a qualche piccola corsa elettorale, qualche "sovranista" abbia fatto un pensierino. 

Post scriptum del 23 dicembre: tra i sostenitori del progetto Sovranità si può annoverare a tutti gli effetti Casa Pound Italia, come si evince da questa intervista al vicepresidente nazionale Simone Di Stefano: “Sovranità - dichiara - è un progetto esterno e indipendente a cui CasaPound ha dato la sua adesione. Si tratta di un contenitore che vuole raggruppare tutti quelli che amano la patria e che vogliono collaborare con la proposta di Matteo Salvini”.

venerdì 19 dicembre 2014

"Noi con Salvini": lo sbarco identitario della Lega al centrosud

Alla fine niente popoli, niente identità come si era ripetuto per mesi e come sembrava anche di avere intuito dalla richiesta di registrazione di un marchio - volutamente senza immagine - depositata a nome di Matteo Salvini il 25 settembre. Alla fine il segretario della Lega Nord il suo simbolo per mettere radici nel centrosud l'ha presentato e ha spiazzato quasi tutti.
Rispetto alla scheda originale del marchio, l'indicazione che più è stata rispettata è quella cromatica. Niente verde, proprio come promesso (troppo legato alla Padania, non certo esportabile sotto la linea gotica): il giallo, il bianco e il blu, invece, sono al loro posto, rispettivamente a colorare la scritta "Noi" (vero elemento dominante dell'emblema), la dicitura "con Salvini" (e il circoletto sottile che racchiude il testo) e il fondo, leggermente mosso grazie a una sfumatura che volendo può virare dal blu all'azzurro. A questi elementi, poi, occorre aggiungere il nome della regione centromeridionale che cambierà di volta in volta e starà su una lunetta bianca che spunterà nella parte inferiore del cerchio. 
In realtà, per essere precisi, c'è un altro elemento che è stato conservato nell'emblema rispetto al progetto originario (oltre ovviamente al riferimento a Salvini): si tratta dell'identità. Perché è vero che la parola non è finita nella rappresentazione grafica, ma cosa c'è di più identitario della parola "noi", che una volta si riteneva tipica essenzialmente dell'area sinistra e del cattolicesimo sociale (punto, questo, che dovrebbe far riflettere sull'effettiva collocazione di questo progetto e sulla "provenienza" di chi lo sosterrà)? Piuttosto che tentare l'avventura della "Lega Sud" (che peraltro esiste già e da tempo), il segretario del Carroccio ha capito subito che era meglio non riutilizzare il termine Lega, troppo connotato e quasi sinonimo del partito che già guida e che non era opportuno né necessario trovare un elemento figurativo che sostituisse l'immagine storica di Alberto da Giussano.
Non doveva essere un'immagine, specie se riferita a un elemento territoriale (divisivo, nell'Italia dei campanili, specie al Sud) a rappresentare il nuovo progetto politico. Occorreva una virata a centottanta gradi, e cosa poteva darla meglio del "noi"? Esso proietta improvvisamente l'elettore al centro dell'azione, al punto che il simbolo - generico che più non si può - potrebbe essere indirizzato anche a chi abita sopra e appena sotto il Po. Il "noi", poi, finisce per dare, ai centromeridionali che sosterranno il progetto, una sorta di responsabilità cementata dall'impegno comune (sia pure sotto la "bandiera" e il nome di Salvini); da ultimo - forse il livello più accessibile - il nuovo emblema volta definitivamente pagina nella storia del "leghismo", lasciando definitivamente in soffitta a decomporsi l'armamentario di insulti, sberleffi e pesantezze verso gli italiani operanti da Roma in giù, spesso messo in campo da chi ha guidato il Carroccio prima di Salvini (e, in più di un'occasione, da lui stesso).
Certamente il simbolo non è un capolavoro artistico e si presenta realmente come un marchio, ma non cede alla logica dei colori nazionali e fa emergere le uniche cose che contano: la comunità, l'impegno e l'uomo di riferimento. Il resto, oggi, forse non fa più breccia come una volta o, magari, non serve proprio.

mercoledì 17 dicembre 2014

Due congressi, una Fiamma: qual è quella buona?

Due congressi contemporanei, ma un unico partito: nel senso che solo una delle due assisi rappresenterebbe correttamente il Movimento sociale Fiamma tricolore. Sembra questa la lettura da dare agli avvenimenti che hanno riguardato nello scorso fine settimana il partito fondato nel 1995 da Pino Rauti, dopo aver attraversato nell'ultimo anno (soprattutto dopo la sfiducia a Luca Romagnoli l'8 dicembre del 2013, atto che ha portato al suo abbandono) una fase piuttosto delicata.
Come si è anticipato, una parte della formazione politica si è riunita a congresso nel week end a Roma, confermando alla segreteria Attilio Carelli, già reggente dopo l'addio di Romagnoli; un'altra parte invece avrebbe convocato un diverso congresso a Salò, tenutosi domenica e dal quale sarebbe uscito come segretario Stefano Salmè. Questi, tuttavia, precisa di non avere convocato nulla: sarebbe stata invece la maggioranza dei dirigenti a dare seguito alle deliberazioni del Comitato Centrale in tema di congresso "emendate dalla parte che viola statuto, codice civile e norme di rango costituzionale", violazioni in gran parte oggetto di un'azione intrapresa il 20 novembre presso il tribunale civile di Roma, in cui lo stesso Salmè figura come attore assieme a Daniela Perissutti, entrambi membri del comitato centrale (e che nei giorni successivi risultano dichiarati decaduti dall'iscrizione ad opera del segretario reggente Carelli).
Le violazioni, secondo Salmè, sarebbero state diverse. In primo luogo, la reggenza di Carelli avrebbe dovuto limitarsi - così dice lo statuto all'art. 12, comma 8 - a una durata di sei mesi, fino alla convocazione dei congresso e mantenersi nei limiti dell'ordinaria amministrazione, senza "fare nomine di alcun tipo diverse da quelle strettamente necessarie all'espletamento delle sue funzioni". Il reggente, invece, non avrebbe fatto approvare il bilancio al comitato centrale in ottobre (delegandolo ad altro organo, a differenza di quanto previsto dallo statuto) e non avrebbe fornito agli attori l'elenco degli iscritti fino alla data del 31 luglio ("unici legittimati" a prendere parte al congresso) e i documenti che confermavano dette iscrizioni. 
Altre censure, più gravi, riguardano il regolamento stesso del congresso, approvato dalla segreteria generale dell'assise l'8 novembre con un solo voto contrario. Le critiche, in particolare, cadono sulla quota di delegati di diritto ammessi a partecipare al congresso, un numero "maggiore rispetto a quelli 'eletti', [...] in palese violazione al principio costituzionale di democrazia interna che deve informare ogni partito politico in Italia". 
Il discorso varrebbe soprattutto per i 20 componenti del comitato centrale ("è del tutto illogico che tale organo eletto dal precedente congresso possa incidere in modo così pesante sul congresso futuro, cui parteciperanno circa 100 delegati"), per i membri di determinati organi funzionali (come la commissione di disciplina o il collegio dei revisori dei conti), per la genericità/discrezionalità di formule come "personalità iscritte al partito" e, soprattutto, per alcuni organi che sarebbero stati nominati proprio nell'ultima seduta del comitato centrale (la segreteria nazionale, sia pure reggente, e la coordinatrice femminile nazionale, figura non più prevista dallo statuto) o poco prima (come per il segretario nazionale giovanile, peraltro non eletto ma nominato come commissario dal segretario reggente).
Ce ne sarebbe abbastanza, secondo i soggetti attori, per ritenere violati i diritti degli iscritti all'interno del partito, poiché la prevalenza dei membri di diritto farebbe venir meno l'uguaglianza di diritti tra gli iscritti prevista dall'art. 7 dello statuto. In questo modo, toccherebbe al giudice dichiarare inesistente, nulla o annullare il regolamento congressuale e la delibera della segreteria generale del congresso che l'ha approvato: ciò, all'evidenza, significherebbe far cadere (o, per lo meno, congelare) gli effetti del congresso svoltosi a Roma e che ha confermato Attilio Carelli alla guida del partito (trasformando la sua reggenza in segreteria).
Toccherà ora ai giudici pronunciarsi (anche perché è probabile che lo stesso Carelli o chi per lui abbia deciso di agire nei confronti di Salmè, contestando la legittimità del congresso di Salò) su quale delle due Fiamme tricolori sia quella "legittima", nel pieno rispetto dello statuto e delle altre norme vigenti. Ci vorrà qualche mese, probabilmente (non ci sono elezioni imminenti); nel frattempo, su Facebook e in rete ci si divide, ci si scontra e ci si confronta (nella pagina legata a Salmè si interrogano gli iscritti anche sull'opportunità di tornare al disegno della fiamma del 1999), in attesa di un verdetto. Anche se, tra scissioni e pezzi persi per strada, la goccia tricolore sembra in buona parte evaporata.

martedì 16 dicembre 2014

La fiamma italofrancese del Progetto nazionale

Mentre domenica si sono ufficialmente svolti due congressi del Movimento sociale Fiamma tricolore (eleggendo segretario a Roma Attilio Carelli e a Salò Stefano Salmè, ovviamente ciascuna delle due assisi delegittimando l'altra), a destra continuano a ondeggiare varie fiamme, di diversa dimensione e consistenza ma senza desiderio di spegnersi. 
Tra queste, vale la pena segnalare il Progetto nazionale, che si autodefinisce come "a metà strada tra l'associazione culturale e il laboratorio politico - associazione di Uomini, di Idee e di Volontà". Si tratta, per stessa qualificazione del gruppo, di un movimento indipendente, trasversale ed apartitico che si colloca nell'area della destra sociale, popolare ed identitaria. In origine era nato (tra il 2009 e il 2010) proprio all'interno della Fiamma tricolore, come ulteriore anima del partito; nel 2010, invece, come realtà politica si è autonomizzata, sempre sotto la guida del vicentino Piero Puschiavo, senza per questo darsi la forma e la natura di partito. Lo si legge con chiarezza nel sito: "va chiarito che Progetto Nazionale non è un partito politico, che noi non viviamo quindi la politica consumati dall’assillo elettorale, ma anche che è nostra ferma intenzione non precluderci nulla".
Anche per questo, il movimento si è comunque dotato di un simbolo con cui distinguersi ed eventualmente partecipare alle elezioni (cosa che è avvenuta, per esempio, nel 2013 alle elezioni politiche). Le origini politiche degli aderenti sono chiaramente rappresentate dalla fiamma a due corni, uno verde e uno rosso. La "madre" grafica della fiamma, tuttavia, non è l'omologo disegno del Msi, né quello della "goccia" della Fiamma tricolore: il riferimento, casomai, è il logo elaborato dal Front National di Marine Le Pen (non ovviamente quello storico del Fn, direttamente debitore della fiamma del partito di Almirante), utilizzando la "lingua" blu del logo, ribaltandola a specchio e declinandola tanto in verde, quanto in rosso (con minime modifiche). Un marchio che unisce tradizione e modernità, dunque, per un movimento che - insieme essenzialmente a Casa Pound e Forza nuova, oltre a ciò che resta della Destra di Storace e della stessa Fiamma tricolore, nonché ad altre realtà politiche - si propone di rappresentare le istanze della destra sociale italiana.

sabato 13 dicembre 2014

Marche 2020: al via il partito del governatore uscente (dal) Pd

Il simbolo di Marche 2020 (Ansa)
Pensi a partiti "regionali" e te ne vengono in mente, se ti va bene, una manciata. Pensi alla Svp in Alto Adige, all'Union Valdotaine, ai venetisti che dagli anni '80 in poi (e dopo la fine della Liga Veneta come esperienza autonoma) si sono frantumati in varie sigle, al Fronte nazionale siciliano (e al contorno di altre forze simili), al Partito sardo d'azione e a Irs. Da oggi, però, è bene allargare i propri orizzonti, mettendo in preventivo l'operatività di Marche 2020 - Partito delle Marche. 
La nuova formazione politica è stata lanciata proprio stamattina ad Ancona - in una convention intitolata "Obiettivo lavoro" - dai suoi fondatori, Gian Mario Spacca e Vittoriano Solazzi, presidenti uscenti rispettivamente della giunta e del consiglio regionale delle Marche. E' soprattutto il primo nome a essere pesante: Spacca è arrivato alla presidenza della regione (per due mandati) sotto il simbolo dell'Unione e, da quando esiste, in forza al Pd, partito dal quale ora si sta allontanando. 
L'idea è di costruire comunque - anche e soprattutto in vista delle elezioni regionali previste nella prossima primavera - un centrosinistra "con capacità di governo", ma con la consapevolezza che "'Di fronte ad uno scenario di crisi e difficoltà che andrà avanti per anni, non è possibile pensare ad un governo regionale che nasce come risultante di interessi dei partiti in una logica compromissoria, senza bisogna pensare al benessere dei cittadini". Ovviamente al Pd Spacca e compagni devono per forza guardare, ma il partito di Renzi non appare più come unico interlocutore possibile, né la sua alleanza sembra una condizione necessaria per l'azione politica: "Marche 2020 - ha detto il presidente uscente - dà anima a questo progetto, ma se non si vuole attuarlo, noi comunque ci saremo per portare dignità e penetrazione nella comunità regionale e per garantire capacità di governo".
La mossa, naturalmente, al Pd non piace molto, anche perché non può non sorprendere la presenza inattesa (per gli analisti) di Gaetano Quagliariello, coordinatore del Nuovo Centrodestra. Così non stupisce che il segretario regionale del Pd Francesco Comi noti come sia nato un nuovo partito "grazie alla forte determinazione di due ex dirigenti del Partito Democratico", per cui coloro che lo hanno varato dovrebbero "avere l'onestà di dimettersi dagli incarichi istituzionali ottenuti grazie alla generosità degli elettori Pd e la serietà di non utilizzare risorse pubbliche per iniziative propagandistiche''. 
Il logo appena varato è sostanzialmente quello già visto nei giorni precedenti per illustrare il progetto di Spacca: la "M" stile pennarello che domina la grafica acquista solo un tocco di arcobaleno in più, un briciolo di rosso mattone a sinistra che quasi non si vede; il tutto è inserito in una circonferenza blu, lo stesso colore del segmento inferiore (che occupa quasi mezzo cerchio), su cui è riportata la dicitura "Partito delle Marche". Ecco, che non si tratti di una semplice "lista civica" o qualcosa di simile, lo testimonia la scelta di questa espressione, che non si addice a esperienze "solo" elettorali, ma piuttosto a formazioni che intendono durare e, magari, far sentire il proprio peso anche oltre i confini della Regione. Almeno nella mente di chi quei partiti li ha voluti.   

venerdì 12 dicembre 2014

Riecco (forse) il Partito comunista d'Italia. Ossia, da Pdci a Pcdi

Inutile negarlo, la politica italiana è (o dovrebbe essere) abituata agli eterni ritorni: lo ha testimoniato a sufficienza la miriade di "rinascite", "rifondazioni", di partiti con la parola "nuovo" che precede nomi vecchi e di contrassegni puntualmente debitori di antichi simboli mai davvero accantonati. Negli ultimi anni si sono esercitati soprattutto gli irriducibili dello scudo crociato, finendo non di rado in tribunale (o rischiando di finirci), ma anche tra gli aficionados della falce e martello non si scherza. Soprattutto dopo che qualcuno ha annunciato il "ritorno" del Partito comunista d'Italia. 
Non si tratta del già esistente Partito comunista, cioè la formazione nata come Comunisti Sinistra popolare sotto la guida di Marco Rizzo e tornata al vecchio nome nel 2012; non è nemmeno però un gruppo nuovo a recuperare la denominazione adottata per la prima volta nel 1921 da Antonio Gramsci, Amadeo Bordiga e altri. A prepararsi a tornare all'antica etichetta è il Partito dei comunisti italiani, storicamente legato ad Armando Cossutta e Oliviero Diliberto e attualmente guidato da Cesare Procaccini. E' proprio lui a firmare un lungo comunicato in cui si dà conto del ritorno, o almeno dei suoi preparativi.
Così si apprende che, al comitato centrale Pdci del 23 Novembre, nel valutare il risultato delle elezioni regionali emiliane e calabresi (che hanno visto il buon risultato della lista L'Altra Emilia Romagna, con l'elezione di alcuni consiglieri), si è confermata "la necessità di proseguire con determinazione nel processo di ricostruzione di una soggettività comunista capace di ridare rappresentanza politica alle istanze del mondo del lavoro e delle masse popolari [...] e di rappresentare, prefigurando  una alternativa possibile, una risposta credibile ai loro bisogni", come sottolineato anche dall'appello (non senza seguito) dell’Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista.
E' nata da lì la decisione di partecipare con più vigore alla ricostruzione comunista "dando vita al Partito Comunista d’Italia, quale evoluzione dell’esperienza del PdCI e scelta a ciò funzionale". Sarebbe stato lo stesso comitato centrale a decidere di far registrare statuto e simbolo della nuova esperienza politica, in più promuovendo "rapidamente la relativa campagna di tesseramento per l’anno 2015".
Il tenore del comunicato non fa pensare che si tratti, come si diceva, della formazione di un partito nuovo (anche se ci sono elementi che vanno in questa direzione): si parla espressamente non di una chiusura d'esperienza, ma del "suo rilancio in direzione di una soggettività comunista più grande, la cui necessità e possibilità è sottolineata da ciò che accade, dal perché accade".
Certo, potrebbe comunque seguirsi la strada della costituzione di un nuovo soggetto politico, nella speranza che anche altri soggetti possano aderire; se invece in mente ci fosse proprio il cambio di nome, sarebbe interessante capire se sia previsto in tempi rapidi un congresso, visto che - come ormai è noto, dopo le vicissitudini in casa democristiana - per mutare la denominazione del partito (specie se si fa ricorso a un nome già esistito) occorrerebbe l'assise nazionale. 
L'uso del nome difficilmente potrebbe creare seri problemi di compatibilità con gli altri partiti (in fondo, per il Pdci si tratterebbe solo di invertire le lettere di mezzo): il precedente storico di Gramsci e Bordiga è talmente risalente, infatti, da rendere inimmaginabile qualunque collegamento con quell'esperienza nata negli anni '20. Per il simbolo, invece, la partita sarebbe molto più delicata.
Pare di capire, infatti, che come emblema si voglia utilizzare la doppia bandiera falce-martello e tricolore, con tanto di aste: esattamente la stessa che, dopo il 1948 - e senza che Guttuso ci mettesse mano, a differenza della vulgata comune - ha caratterizzato il "marchio" politico ed elettorale del Partito comunista italiano, da Togliatti a Occhetto (cambierebbe, paradossalmente, solo la sigla, non più puntata e con una font più moderna, mentre in alto comparirebbe la minidicitura "Ricostruire il partito comunista").
Il fatto è che quel segno, almeno fino a pochi mesi fa, era certamente nella disponibilità dei Democratici di sinistra, che dal 1998 sono subentrati al Partito democratico della sinistra nella titolarità dei nomi e dei segni, benché non facessero parte del nuovo contrassegno. Ora che anche formalmente i Ds risultano sciolti - e non disponendo delle carte necessarie a capire bene la vicenda - è da vedere se a essere titolare ora dell'emblema (o, per lo meno, a poter agire davanti al giudice in caso di uso ritenuto indebito) sia la stessa associazione in liquidazione o una delle fondazioni cui è riconducibile buona parte del patrimonio, soprattutto immobiliare, che era stato del partito. Ovviamente l'uso della falce e del martello in sé non sarebbe problematico (ce ne sono già parecchie e di varie fogge); il problema è l'impiego di quel disegno. 
Alla base, tra l'altro, ci sarebbe un episodio già molto chiacchierato. Basta sfogliare le cronache politiche del 1998 - anno in cui proprio Cossutta e compagni, in contrasto con Fausto Bertinotti, avevano provato a salvare il governo Prodi alla Camera, senza riuscirci - per vedere come Rifondazione comunista avesse accusato da una parte il neonato Pdci di avere copiato il suo emblema, dall'altra i Ds, rei di avere "concesso" di fatto l'uso del vecchio segno grafico. Espressamente interrogato sul punto dal sottoscritto, Ugo Sposetti (ultimo tesoriere dei Ds) affermò categoricamente che "Nessuno ha concesso un bel niente!", anche se in effetti non risulta che lui o qualcuno per lui si sia opposto per vie legali - mai risparmiate in Italia - all'uso della grafica, cui mancavano giusto le aste delle due bandiere per ricreare la vecchia atmosfera.
Sarà curioso vedere come la questione evolverà nelle prossime settimane: se qualcuno protesterà ufficialmente (compresa Rifondazione, che fino a qualche tempo prima era unita al Pdci nel progetto di Federazione della Sinistra) e, soprattutto, quanti guarderanno con interesse a quell'emblema. Se in ballo ci saranno bandierine o bandierone, saranno i numeri a dirlo.

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Aggiornamento del 13 dicembre 2014
Contrariamente a quanto detto prima, è probabile che proprio di un partito nuovo si tratti, in cui il Pdci dovrà decidere se confluire o meno. In effetti sarebbe la soluzione più rispettosa delle procedure giuridiche (come si è detto, non si è fatto un congresso per cambiare il nome); si vedrà come e in quanto tempo si arriverà a quel risultato.