venerdì 6 febbraio 2015

La sfida eurografica di Democrazia solidale

Salvo novità dell'ultim'ora, la notizia politica del giorno è data dal "quasi-esaurimento" dell'esperienza politica di Scelta civica per l'Italia: l'aveva provocatoriamente delineato Matteo Renzi a Porta a Porta poche sere fa, lo ha certificato oggi - con un tempismo invidiabile, a una manciata di ore dal congresso nazionale - Stefania Giannini, che di Sc è l'esponente che detiene la carica più alta (come ministro). Se di fatto oggi otto parlamentari sono approdati ai gruppi del Partito democratico, bisogna ammettere tanto che non sono stati certo i primi (la strada, a ben guardare, l'ha aperta Andrea Romano), quanto che il loro passaggio non cambia di una virgola i numeri della maggioranza, visto che Scelta civica era comunque già a sostegno del programma e dell'azione dell'ex sindaco di Firenze.
Tutt'altro discorso, invece, per un altro gruppo di ex compagni di strada montiani, le cui ultime mosse hanno cambiato almeno in parte la conformazione delle Camere, specie dal punto di vista del pallottoliere. Avevano fatto un certo rumore, infatti, verso la fine del 2013, le defezioni di alcuni tra i personaggi più in vista della prima Scelta civica, come Lorenzo Dellai, Andrea Olivero e Mario Marazziti, allontanatisi dai libdem - che avevano scelto di rompere con l'Udc - per seguire l'allora ministro della difesa Mario Mauro nei Popolari per l'Italia: La collocazione, tuttavia, non è durata a lungo: troppo moderato (e un po' troppo rivolto a destra), il nuovo soggetto di Mauro, per Dellai e soci e per la loro storia personale. Anche per questo, all'inizio di luglio era nato il movimento Democrazia solidale, da subito vicino a Renzi e al Pd (cui, del resto, Dellai era già vicino da anni con la sua Unione per il Trentino).
Per un po' di tempo il nuovo gruppo di Lorenzo Dellai non ha avuto un vero emblema: quando a novembre ci eravamo occupati della campagna elettorale che ha preceduto le elezioni regionali in Emilia Romagna, avevamo dato conto del "nuovo" simbolo di Cd, senza colore arancione e con l'espressione "Democrazia solidale", nell'attesa probabilmente che il movimento evolvesse e si desse un'identità anche grafica. 
L'identità sembra sia arrivata poche settimane dopo, visto che ora nel sito di DemoS c'è un emblema che contiene alcuni spunti di originalità e vanno sottolineati. Non è proprio una novità vedere tre figure stilizzate che stanno insieme, vicine (ma se non altro sono in posizioni tali da non sembrare ingessate o ferme), mentre la diventa l'assenza del tricolore: in tutto il cerchio non c'è un tocco di verde nemmeno a pagarlo oro e questo, in un periodo di abuso sistematico delle tinte nazionali, già fa il suo effetto.
Una bandiera in realtà c'è, quella dell'Unione europea, ma qui spunta il secondo guizzo (via, guizzetto) grafico: di fatto il vessillo è uno striscione blu, piegato a S e con tanto di sfumature 2.0, ma soprattutto le dodici stelle sono disegnate metà sul recto dello striscione, metà sul verso e un po' più avanti, in modo da affidarsi alle pieghe per ricostruire la circonferenza stellata. L'idea tutto sommato è carina e, in qualche modo coraggiosa, anche se non per la soluzione grafica: abbinare il concetto di "solidarietà" all'Europa di oggi, fatta soprattutto di regole e parametri da rispettare, ha per lo meno qualcosa di ardito.

giovedì 5 febbraio 2015

Se i Forconi puntano all'Italia intera

Simbolo tratto da una foto
Chi era fisicamente presente al Viminale in aprile, per la presentazione dei contrassegni in vista delle ultime elezioni europee non può dimenticare il piccolo "giallo" consumatosi in chiusura, con la pacifica (ma convinta) "invasione" del movimento dei Forconi, con il leader Mariano Ferro irritatissimo contro chi aveva presentato prima di lui un altro simbolo dei Forconi, ma ben diverso dall'originale e - ovviamente - non autorizzato. 
Ieri Ferro si è rimesso in pista (anche se ufficialmente non si era mai fermato), insieme al resto del suo gruppo, con tanto di conferenza stampa romana per presentare il suo nuovo inizio, marcato con tutti i crismi con un cambio di simbolo. O, meglio, con l'evoluzione di quello precedente, che non guardi solo alla Sicilia - Ferro, del resto, è di Avola - ma all'intera Italia.
Le sagome umane, quasi tutte munite di forcone molto artigianale, che caratterizzavano l'emblema originale del movimento, ora compongono l'intera sagoma del Bel Paese; e se i colori prima erano il giallo e il rosso, tipici della Sicilia, ora le figure si tingono quasi naturalmente del tricolore italico (gli arnesi da lavoro, invece, restano scuri). Il fondo resta bianco, mentre il nome "I Forconi" (anche se la denominazione completa sarebbe Federazione nazionale de "i Forconi", visto l'intento di allargarsi a tutta la nazione) è in una tonalità grigio-marroncina, con una font Stencil ben nota ai frequentatori del pacchetto Office. 
Nella "nuova avventura" Ferro ne ha per (quasi) tutti: per il MoVimento 5 Stelle ("ci ha profondamente delusi"), per le tasse che strozzano i lavoratori e i piccoli imprenditori, per l'Unione europea ("le sue regole ci complicano la vita per agevolare chi arriva dall'estero come i cinesi"). I Forconi sono pronti al dialogo con tutto l'arco parlamentare dei partiti ("anche se non si è ancora fatto vivo nessuno", tranne esponenti di Forza Italia e Fratelli d'Italia che si sono presentati alla conferenza stampa) e hanno in mente di unire il Paese con le loro iniziative, anche se "non sappiamo ancora quali saranno". Intanto, comunque, il simbolo c'è. 

lunedì 2 febbraio 2015

A destra c'è ancora voglia di An?

Alla fine il consiglio di amministrazione della Fondazione Alleanza nazionale, previsto per la settimana scorsa, è saltato: troppe assenze, quindi tutto rinviato. Tra gli argomenti di cui si sarebbe dovuto occupare l'organo, c'era anche la questione del simbolo di An, per il 2014 affidato al soggetto evoluzione di Fratelli d'Italia: scaduto il termine della "concessione", il partito di Giorgia Meloni continua a fregiarsi dell'emblema, in attesa che l'organo della fondazione - in cui lei stessa siede - prenda una decisione in materia.
L'esito, tuttavia, non è proprio scontato. Perché, a quanto pare, in quell'area c'è ancora molta voglia di An. Con nome e segno originali, non inseriti in altre etichette e grafiche. Qualcosa di simile si era capito già nel 2013, con la ben nota iniziativa di Francesco Storace e altri, che ha cercato di ricostituire An, almeno fino allo stop arrivato proprio dalla Fondazione. Oggi a fare più di un pensierino sul ritorno in campo di Alleanza nazionale sembra essere Francesco Biava, vicepresidente della fondazione e nell'esecutivo nazionale di Fdi.
Giusto sabato - lo stesso giorno in cui un'ampia maggioranza eleggeva al Quirinale Sergio Mattarella, contro il volede di Fratelli d'Italia - Biava se n'è uscito sulla sua pagina Facebook con un post abbastanza duro, almeno in apparenza: "La fondazione di Alleanza nazionale non può più essere la casa di tutti gli ex An. Deve diventare lo strumento di riaggregazione di tutti coloro che credono nella necessità di ricostruire un partito della nazione, una destra comunitaria e identitaria. Aperto a tutti sì, ma che espelle coloro che rimangono in Forza Italia e nell'Ncd. Ora o mai più".
Quel messaggio, come era prevedibile, ha scatenato una serie di commenti, a uno dei quali Biava si è premurato di rispondere direttamente, esplicitando meglio il suo pensiero, a suo dire condiviso da "un'ampia e libera maggioranza" tra gli iscritti: "L'assemblea dei soci può cambiare lo statuto, se l'assemblea decide di trasformare la fondazione in partito, di presentare le liste alle prox elezioni, chi sta in altri partiti se ne andrà di conseguenza". Precisa di non voler cacciare nessuno dalla fondazione, ma "nessuno, tantomeno una minoranza, può permettersi di arrestare un processo di riaggregazione nel nostro mondo".
Anche il chiarimento non doveva essere stato gradevole per tutti, visto che Biava ha sentito il bisogno di cancellare il testo e di scriverne un altro poche ore fa, per generare meno equivoci: "Credo che così com'è la fondazione di An serva solo agli avvocati che ne assumono le cause. La finalità della fondazione è quella di tenere in vita quelli che furono i valori e la storia della destra italiana. Ma come questo debba avvenire in un mondo oggi frammentato tra Fdi, Fi, Ncd, Grillo, Lega e chi di politica non vuole più sentir parlare, le posizioni sono le più diverse e contrastanti, tanto da generare un immobilismo pressoché totale se si escludono alcuni eventi per lo più commemorativi e la tenuta in piedi del Secolo d'italia. È ora che la parola torni agli iscritti che anche a maggioranza indichino qual'è il percorso da seguire. Fatto questo, con la massima apertura a tutti coloro che hanno fatto parte di quella storia, sarà inevitabile o adeguarsi alla maggioranza o dimettersi dalla fondazione". 
L'intenzione di Biava è testimoniata senza troppi dubbi dall'immagine che affianca la fiamma tricolore dell'ultimo Msi e quella del Front national di Le Pen (per lo meno, quella classica in uso fino a pochi anni fa e derivata dal segno del partito di Almirante). Nel frattempo, poi, si avvicina la data dell'8 febbraio, giorno in cui al cinema Adriano si terrà l'incontro che dovrebbe segnare #unnuovoinizio. Già, perché il congresso di Fiuggi che aveva trasformato il Movimento sociale italiano in Alleanza nazionale era datato 27 gennaio 1995: proprio ricordando questo, l'idea è di "riaggregare la Destra in una nuova Alleanza per l'identità e la sovranità nazionale", uno slogan che guarda caso contiene il vecchio nome. 
A organizzare l'evento, il movimento Prima l'Italia, concepito da Gianni Alemanno - un po' defilato in questo periodo - e di cui è portavoce la moglie, Isabella Rauti; lo stesso Biava, del resto, è considerato molto vicino ad Alemanno. Al di fuori degli organizzatori, sembra che l'idea dell'incontro sia piaciuta a Storace, mentre non risultano entusiasmi dagli altri Fratelli d'Italia. Di fatto, se Prima l'Italia con i suoi vertici aderisce a Fratelli d'Italia, sembra tenere molto a mantenere una propria identità. Dovremo aspettarci un passaggio di mano dell'emblema di Alleanza nazionale, ammesso che la Fondazione lo consenta?

domenica 1 febbraio 2015

Italia unica diventa partito (e arrotonda il simbolo)

Morale, da ieri si fa sul serio. Tra i partiti della scena politica italiana da sabato - mentre i più erano distratti dalla seduta del Parlamento in seduta comune che ha eletto Sergio Mattarella al Quirinale - si può ufficialmente annoverare anche Italia unica. Formazione che ha anche un presidente, inevitabilmente identificato per acclamazione in Corrado Passera, che quel progetto lo aveva promosso fin dall'inizio, per l'esattezza da quasi un anno (l'aveva lanciato il 23 febbraio dell'anno scorso).
Il lancio è avvenuto in grande stile al Cavalieri Hilton a Roma, davanti ai rappresentanti di coloro che si sarebbero già tesserati (l'Ansa parla di 3mila persone in tutta l'Italia). L'idea è di schierare il nuovo partito alle elezioni politiche "quando ci saranno", per cui il battesimo elettorale rischia di dover aspettare fino a tre anni. Ma varrebbe la pena aspettare, visto che l'ambizione è quella di costruire "il maggior partito italiano".
Sull'area in cui il soggetto sarebbe impegnato non ci sono dubbi: "Italia Unica si pone come alternativa credibile alla sinistra e ai populismi e si ispira ai valori popolari e liberali, e si propone come offerta politica nuova e originale". Nei populismi, di fatto, lui infilza tutti, da Renzi a Berlusconi a Salvini a Grillo, cioè i soggetti che vanno per la maggiore.
"La rivoluzione è possibile. Insieme", si legge nel sito di Italia Unica, nella pagina dedicata al tesseramento. Insieme a chi? A persone poco note (ma certamente "professioniste della loro professione, compresi alcuni già impegnati in Fare), e a nomi già visti in altre formazioni. Ad esempio Renzo Tondo, l'ex presidente del Friuli, oppure Silvana Mura, già tesoriere dell'Italia dei valori; è già noto anche il coordinatore nazionale, Lelio Alfonso, già vicedirettore della Gazzetta di Parma, nonché tra i promotori di Scelta civica (e non eletto nel 2013 in Emilia Romagna).
Nel frattempo, la nascita di un "partito nuovo" ("non un nuovo partito", eppure questo slogan era già stato del Pd ai suoi inizi...) è segnata anche dalla trasformazione in simbolo del logo nato l'anno scorso. Certo, a dirla tutta, nelle scenografie il logo non era ancora stato "imprigionato" nel classico cerchio in cui tutti gli emblemi elettorali sono costretti. La forma circolare, però, è spuntata sull'esemplare di tessera che lo stesso sito riporta: sul fondo blu appare una macchia bianca con al centro il logo tricolore, simile a un tangram tutto speciale. E' un po' come se i riflettori fossero puntati tutti lì, per mettere in luce la nuova creatura politica. L'effetto non è spettacolare, anche se per lo meno la figura sembra proporzionata. Chissà se la rivoluzione di Passerà avrà inizio proprio da lì, oltre che dal logo personalizzato che ogni iscritto potrà sfoderare al bisogno, mostrando il retro della propria tessera.

sabato 31 gennaio 2015

Senza più stelle: le grafiche degli ex M5S

In questi giorni, con l'attenzione monopolizzata dal voto per il Quirinale, si è spenta piuttosto in fretta la notizia del nuovo esodo di massa di parlamentari dal MoVimento 5 Stelle (ma ne hanno ben tenuto conto i pallottolieristi che si sono lambiccati su numeri e maggioranze), Eppure il numero ormai è consistente: ormai tra Camera e Senato si è toccato il numero di 36 passaggi ad altri gruppi (considerando anche l'addio, da ufficializzare, di Francesco Molinari). A Palazzo Madama, volendo, ce ne sarebbero abbastanza per creare un gruppo autonomo, ma le condizioni a quanto pare non ci sono.
Nei mesi scorsi, in effetti, c'è stato più di qualche tentativo di rimettere insieme i pezzi degli ex M5S; a volte si è anche vista qualche prova di identità grafica. Questo blog si era già occupato, per esempio, di Libertà di Movimento, partita dal tentativo di candidatura alle regionali sarde, oppure delle formazioni che hanno visto impegnati Federica Salsi e Giovanni Favia; ora è tempo di guardare agli ambienti parlamentari.
Sembra ancora presto per capire se gli ultimi fuoriusciti, autoetichettatisi come Alternativa libera, si daranno un segno distintivo comune. Lo hanno fatto, invece, due gruppi che sono oggi configurati come componenti del gruppo misto al Senato. La compagine più numerosa, a ben guardare, era stata quella di Italia lavori in corso, legata soprattutto al senatore Francesco Campanella: alla nascita, il 5 maggio 2014, la componente aveva addirittura 9 membri, salvo poi perdere pezzi fino ai due oggi rimasti (lo stesso Campanella e Fabrizio Bocchino). 
Dall'inizio, il nome si era configurato come una sorta di hashtag, aperto dal "cancelletto" e con la parola Italia inevitabilmente tricolore, su fondino giallo-arancione. Se la grafica degli esordi era molto semplice, con il tempo si è cercato di tradurla comunque in un segno "elettorabile": l'etichetta è rimasta, un po' di traverso e ombreggiata all'interno di un cerchio bianco a contorno giallo-arancio, sul cui interno basso si adagia l'indirizzo del sito, come nella vecchia casa stellata. La parte grafica preponderante, però, diventa il cancelletto, piegato alla logica tricolore tanto da farlo spezzare in due metà, una verde e una rossa, decisamente in rilievo e "metallizzate". Così però sembrano due segni di "diverso" uno accanto all'altro (e forse è proprio la differenza rispetto ad altre compagini politiche che il gruppo voleva marcare), anche se qualcuno su Facebook è certo di vedere nel segno un "richiamo alla croce di Lorena".
Al momento, invece, è più numerosa un'altra componente del misto, Movimento X, cui oggi si richiamano Maria Mussini, Maurizio Romani, Bartolomeo Pepe (gà Italia lavori in corso) e Laura Bignami. Già il nome, a modo suo, è un enigma: il nome che emerge dall'indirizzo del gruppo Facebook è "Movimento ics", come se fosse la lettera appunto; la descrizione del gruppo, tuttavia, suggerisce anche altre piste ("per", "ics", "ecs", "10", etc etc: così si legge) e quindi l'interprete può avere quasi briglia sciolta.
Graficamente l'idea ha qualche spunto interessante: la parola "Movimento", scritta in un semplicissimo Times New Roman, appare in viola come su una superficie a specchio, ma la V (un po' stiracchiata) è in realtà la metà superiore di una X grande più del doppio, le cui gambe inferiori sono tinte - guarda caso - di verde e di rosso (ma il riflesso è viola come tutto il resto).
Quella forma della X, tra l'altro, consente di evitare problemi di ricevibilità elettorale, visto che almeno in un caso - la lista Noi Meridionali, alle comunali di Torino del 2006 - un simbolo che conteneva un "crocesegno" era stato bocciato, perché poteva confondere elettori e scrutatori; alle comunali di Roma del 2008, in compenso, era passato senza problemi a sostegno di Alemanno l'emblema di Cittadini X Roma, la cui croce era molto più "manualmente realistica" di quella torinese di due anni prima. Certo, la grafica di Bignami e altri non si presta ancora molto a essere inserita in un cerchio, ma chissà se in futuro tutto resterà così o cambierà qualcosa. Nel disegno o, magari, nel nome e nel progetto.

martedì 27 gennaio 2015

Il "Noi" di Della Valle (che alle elezioni rischierebbe lo stop)

Su queste pagine è già stato scritto più volte: compulsare la banca dati dell'Ufficio italiano brevetti e marchi con una certa regolarità può portare a scoperte interessanti. Deve averlo fatto anche Paolo Fantuzzi dell'Espresso, che oggi nel sito del settimanale ha sparato la sua esclusiva: è sua infatti la firma sull'articolo che parla di un marchio depositato il 16 gennaio a nome di Diego Della Valle.
La grafica, tanto per cambiare, è minimalista e senza il minimo spunto figurativo, sebbene la descrizione dell'emblema parli di "parte figurativa" per poi rimandare alla riproduzione grafica. Gli ingredienti? "Fondo giallo, scritta blu, immancabile bordino tricolore": così li descrive correttamente Fantuzzi nel suo pezzo.
Al giornalista interessa soprattutto dire - e coglie nel segno - che il claim utilizzato nel logo ritorna come un leitmotiv inesauribile negli interventi di Mr. Tod's: nelle dichiarazioni scelte a corredo della notizia, l'espressione "Noi italiani" è puntuale come un mantra, ricordando il "Noi dell'Italia dei Valori" ripetuto a suo tempo da Antonio Di Pietro e da altri del gabbiano iridato. 
La richiesta di registrazione del marchio per le classi 41 e 45, tra le più vicine all'ambito politico, sarebbero l'ulteriore riprova che qualcosa, per il patron della Fiorentina, sarebbe all'orizzonte in politica. Tant'è che lui stesso, a novembre, avrebbe detto che "bisogna votare il prima possibile". Tutto chiaro e tutto scontato? Non proprio. Perché sulla sua strada verso le elezioni il simbolo di Della valle potrebbe trovare un ostacolo con cui non aveva fatto i conti. Specialmente dalle parti del Viminale.
Il primo problema - il meno grave - può sorgere in sede di registrazione del marchio. Da tempo, come gli addetti ai lavori hanno potuto appurare, chi intende depositare un emblema politico come marchio (o, per lo meno, che appaia chiaramente "pronto all'uso" politico) finisce per litigare con l’art. 10, comma 2 del codice della proprietà industriale. C'è scritto che se il potenziale marchio contiene "parole, figure o segni con significazione politica", l’Ufficio italiano brevetti e marchi deve mandare il marchio alle amministrazioni pubbliche interessate o competenti: se sono contrarie alla registrazione del marchio, la domanda viene respinta. 
Il Ministero dello sviluppo economico non considera più come "segni con significazione politica" i simboli dei partiti, ma spesso il parere sulla registrazione degli emblemi è stato chiesto al Viminale e puntualmente ai richiedenti è stato risposto picche, per i dubbi circa l'uso che i titolari del "marchio politico" potrebbero fare sotto elezioni. Il Ministero teme che la registrazione come marchio permetta di aggirare le regole e i termini per il deposito dei contrassegni elettorali: visto che l'Ufficio brevetti e marchi non valuta la confondibilità, qualcuno potrebbe far circolare marchi simili ai simboli che finiranno sulla scheda. Ancora di più, però, c'è il timore che registrare i simboli come marchi permetta di aggirare le norme sulla propaganda elettorale: magari, dicendo che un certo emblema è utilizzato come marchio e non come contrassegno elettorale, si potrebbe fare pubblicità in tempi e modi non concessi per la propaganda. E visto che per il Viminale a identificare il contrassegno elettorale è "la caratteristica forma di cerchio", in una nota al Ministero dello sviluppo economico si precisa che il logo da registrare "dovrebbe comunque non presentare alcuna forma circolare".
Certo, Della Valle potrebbe fare a meno della registrazione come marchio, accontentandosi di usare il suo simbolo alle elezioni. Eppure il Viminale potrebbe mettersi di nuovo di traverso per tutelare chi è arrivato prima. Cioè Matteo Salvini. Perché non può sfuggire all'occhio come il "NOI" di Della Valle venga dopo il "NOI" fatto depositare da Salvini a dicembre. Graficamente l'impatto salviniano è decisamente maggiore, la scelta dei colori, delle proporzioni e degli spazi consente al messaggio testuale di emergere sicuramente meglio. Eppure quel "NOI" è il vero elemento in comune. Cambiano i colori, ma è innegabile che la parola abbia "la posizione centrale e di massima evidenza prospettica" (espressione presa dalla "sentenza Rizzo" del 2006, una delle tante pronunciate nel corso delle liti sullo scudo crociato) e, a ben guardare, anche lo stesso carattere (la font usata per Salvini è un Gill Sans, se quella di Della Valle non è identica è praticamente un clone).
Non si potrebbe impedire a Diego Della Valle - come a ogni altro - di utilizzare quel pronome nella denominazione di un suo movimento o, più semplicemente, nell'emblema. Ma, proprio per la posizione dominante della parola in entrambi i segni, qualcuno - specie se non segue la politica - potrebbe confondere i due simboli o anche semplicemente pensare che siano legati tra loro. Questo il Viminale non lo ha mai concesso: probabilmente vorrebbe evitare anche questa volta che una persona, entrata in cabina elettorale, davanti a cerchietti di tre centimetri di diametro rischi di crocettare il "Noi" sbagliato. E a evitare la confusione potrebbero non bastare i colori differenti e le dimensioni poco diverse. Ammesso naturalmente che, dopo lo scoop dell'Espresso, Della Valle voglia ancora usare davvero quella grafica.

giovedì 22 gennaio 2015

Senza statuto, niente simboli? Serve, ma fino a mezzogiorno

Capita anche questo. Può capitare che, nel bel mezzo della seduta di oggi a Palazzo Madama in cui si discute dell'Italicum e non si sono ancora spenti i fuochi delle polemiche (e dei bruciori di stomaco) legati all'emendamento Esposito, scattante come un supercanguro, all'improvviso si apra un dibattito sui simboli elettorali, grazie a un altro emendamento che - paradossalmente - non contiene nemmeno la parola "contrassegni".
Si tratta, per i maniaci dell'ordine e della precisione, dell'emendamento 1.12165: il numero dice poco, il presentatore - Ugo Sposetti, tesoriere e legale rappresentante dei Democratici di sinistra anche nella lunga fase seguente alla loro inattività politica - può dire moltissimo. Se non altro perché lo stesso Sposetti si è interessato a lungo di regolazione dei partiti (era sua una delle proposte di legge più attente della passata legislatura, la n. 3809 della Camera), pur non avendo gradito appieno la soluzione adottata circa un anno fa, tra dicembre e febbraio (infatti non la votò).
In ogni caso, l'emendamento citato si va a innestare sull'art. 1, comma 7 del disegno di legge n. 1385, che a sua volta modificherebbe il primo comma dell'art. 14 del testo unico per l'elezione della Camera (e che si applica per relationem anche al Senato, ovviamente finché il Senato esiste). Dopo la modifica proposta da Sposetti, l'articolo sarebbe diventato così (l'aggiunta è quella sottolineata, in corsivo sono le parti aggiunte o modificate dal resto dell'art. 1 comma 7):
I partiti o i gruppi politici organizzati, che intendono presentare liste di candidati nei collegi plurinominali, debbono depositare presso il Ministero dell'interno il proprio statuto di cui all'art. 3, del decreto legge 28 dicembre 2013, n. 149 il contrassegno col quale dichiarano di voler distinguere le liste medesime nei singoli collegi plurinominali. All'atto del deposito del contrassegno deve essere indicata la denominazione del partito o del gruppo politico organizzato.
Ora, a parte una piccola incongruenza formale (manca una "e" alla fine dell'emendamento o, per lo meno, una virgola che renda la frase masticabile, ma il problema non si pone), la questione sul tavolo è: vuoi partecipare alle elezioni? Allora non depositare solo il simbolo (e il programma), ma anche lo statuto. E non uno statuto qualunque, ma quello richiesto dalla legge che ha (gradualmente) sostituito i rimborsi elettorali con finanziamenti diretti e indiretti ai partiti. Che ne possono godere a patto di avere - appunto - uno statuto che contenga quanto previsto da quell'art. 3 e che abbia (particolare di peso) la forma dell'atto pubblico.