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venerdì 14 dicembre 2012

Scilipoti, un uomo da quattro simboli (in due anni)

Il 9 dicembre 2010 è stato un giorno da ricordare, a suo modo, per il Parlamento italiano: quel dì, la filosofia confuciana e la religione taoista hanno messo piede nella sala delle conferenze stampa a Montecitorio. O, per lo meno, il loro simbolo più noto, il T'ai Chi T'u, quel cerchio bianconero che rappresenta l’unione, la complementarietà e la commistione dei due principi opposti, lo yin e lo yang: lo stesso finito in varie rappresentazioni, compresi braccialetti, pendagli e disegnini vari.
A portarlo in Parlamento, a dire il vero, ci avevano provato i radicali, presentando quell’emblema alle politiche del 1979, ma il Viminale lo bocciò perché si trattava di un simbolo in sovrannumero (al pari della storica Marianna con berretto), visto che era già stata accettata la “rosa nel pugno”. Ci è riuscito, invece, l’ineffabile Domenico Scilipoti, «laureato in medicina e chirurgia», con «specializzazione in ginecologia e ostetricia» e dedito all’agopuntura. Sarà forse questa familiarità con la medicina non convenzionale ad avere ispirato al medico di Barcellona Pozzo di Gotto (già nota per aver dato i natali ad Emilio Fede) la scelta di quel simbolo per la sua creatura nuova nuova, il «Movimento di responsabilità nazionale»: lui, che aveva abbandonato l’Italia dei Valori al suo primo mandato parlamentare, cofondò il Mrn assieme ai transfughi Massimo Calearo (Pd) e Bruno Cesario (Api, già Pd) e coniò la maggiore distorsione che il termine «Responsabili» abbia mai conosciuto.
Dunque, T'ai Chi T'u fu, sia pure piegato alle italiche esigenze, per cui fu colorato di verde e di rosso. Quel simbolo, piuttosto cheap nella grafica, con le sue sfumaturine sottili e quel «di» in stile Script quasi bambinesco, visse giusto un giorno: il tempo di disegnarlo, stamparlo, mostrarlo ai giornalisti in conferenza stampa e archiviarlo: un record, senza dubbio. Fin dai giorni successivi, infatti, fu utilizzato un nuovo contrassegno, con il simbolo accerchiato dall’immancabile blu (un po’ italiano, un po’ democristiano, un po’ berlusconiano). Tempo qualche settimana e l’emblema cambiava di nuovo, quasi a voler trovare il bilanciamento perfetto: fondo bianco stavolta, simbolo taoista ridotto per lasciare spazio al nome del partito e, soprattutto, alla sigla in formato gigante, proposta in un vezzoso tono azzurrino.
Tre simboli in tre mesi e mezzo di vita era un primato invidiabile, che meritava una certa riflessione, così Scilipoti per un po’ ha trovato requie, almeno fino al tesseramento 2012, quando ha sfoderato la quarta puntata della storia, tanto per dire chiaramente dove voleva collocarsi. Ecco allora il suo emblema precedente dovutamente ridotto, per lasciare il posto al suo cognome in bella vista, bianco su fondo blu, con arcobalenino tricolore a linee rette a suddividere il campo blu da quello bianco. Una clonazione del Pdl, ovviamente, e un occhio strizzato ai tentativi fatti dalla Fiamma tricolore già nel 2009, per ricordare un po’ il vecchio contrassegno di Alleanza nazionale: il simbolo multiuso, signori, è servito.

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