mercoledì 27 gennaio 2021

Nuovo gruppo Europeisti -Maie - Centro democratico al Senato, tra dubbi sul regolamento (e presunte liti sul simbolo)

Nel bel mezzo di una crisi di governo
- conclamata, dopo le dimissioni di Giuseppe Conte e la scelta del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di procedere già da oggi a un giro di consultazioni - e di significativi movimenti all'interno delle Camere, per qualcuno sembrava incredibile che finissero per avere un peso rilevante i simboli dei partiti e che si arrivasse addirittura a discutere su di essi; in queste ore sta invece emergendo proprio questo, ma chi da tempo aveva individuato nella questione dei simboli (intesa tanto come soggettività politica, quanto come partecipazione elettorale) un punto nevralgico - dunque delicatissimo - di alcune disposizioni dei regolamenti parlamentari delle due Camere.

Gruppi che nascono, componenti che si sciolgono

L'ultimo avvenimento rilevante in ordine di tempo è rappresentato dall'annuncio di costituzione di un gruppo parlamentare in Senato, rivolto questa mattina all'assemblea dalla presidente Maria Elisabetta Alberti. Si riporta di seguito quanto si può leggere nel resoconto in corso di seduta:
Onorevoli colleghi, oggi ho ricevuto la seguente lettera: «Illustre Presidente, ai sensi degli articoli 14, 15 e seguenti del Regolamento del Senato, ci pregiamo di comunicarLe che si è oggi costituito il nuovo Gruppo parlamentare denominato "Europeisti-MAIE-Centro Democratico"». I membri del Gruppo sono i senatori Buccarella, Cario, Causin, De Bonis, De Falco, Fantetti, Marilotti, Merlo, Rossi e Rojc, che hanno firmato questa lettera. L'assemblea del Gruppo ha eletto Presidente il senatore Fantetti e Vice Presidente il senatore Causin.
Si tratta dunque di una scelta almeno in parte simmetrica rispetto a quanto è avvenuto nei giorni scorsi alla Camera: vari deputati hanno infatti aderito alla componente del gruppo misto denominata Centro democratico - Italiani in Europa, portandola tra il 13 e il 21 gennaio ad acquisire ben nove membri in più (l'ultima ad aderire è stata Renata Polverini, eletta in Forza Italia, migrata dopo avere votato la fiducia al governo Conte). Il fatto che la componente - che ora, avendo superato la consistenza di dieci membri, potrebbe sopravvivere anche senza il riferimento a Cd, ma questo ovviamente non sparirà - avesse già al suo interno il riferimento agli "Italiani in Europa" (dovuto alla presenza di Alessandro Fusacchia ed Elisa Siragusa, eletti all'estero) non rende nemmeno necessario inserire il riferimento agli "Europeisti" tanto invocato nei giorni scorsi.  
Contemporaneamente, si è leggermente ampliata anche la componente del Maie, cioè del Movimento associativo italiani all'estero, indicata da più parti come soggetto chiave in questa fase, essendo il suo fondatore e leader Ricardo Antonio Merlo sottosegretario dell'esecutivo dimissionario (e in carica per "il disbrigo degli affari correnti"). Proprio ieri, infatti, alla componente del Maie ha aderito Fausto Guilherme Longo, eletto nel 2018 nel Partito democratico in quota Psi. Questa scelta, peraltro, ha avuto una conseguenza immediata: è infatti automaticamente cessata la componente Popolo protagonista - Alternativa popolare - Psi, perché senza Longo erano rimasti soltanto i due deputati ex M5S Gianluca Rospi (fondatore di Popolo protagonista) e Fabiola Bologna, meno del numero minimo di tre che il regolamento di Montecitorio prescrive per le componenti che sostengano di rappresentare un soggetto politico che ha partecipato alle elezioni (in questo caso ciò era stato possibile grazie all'adesione di Rospi ad Alternativa popolare, tuttora esistente).

Il problema dell'interpretazione del regolamento

Al Senato, dunque, sembra essersi ripetuto ciò che è accaduto alla Camera, fatte alcune debite differenze. Innanzitutto la nuova compagine parlamentare sorta a Palazzo Madama unisce appunto in una crasi le due forze che a Montecitorio hanno raccolto elette ed eletti potenzialmente interessati a sostenere (oltre che l'esecutivo dimissionario) un nuovo governo "europeista" in qualità di "costruttori". Secondariamente, al Senato unendo le forze si sono raggiunti i numeri necessari a costituire non una componente (sostanzialmente improduttiva di effetti o quasi a Palazzo Madama) ma addirittura un gruppo, essendo la consistenza minima pari a dieci persone.
Non era certo una novità che si cercasse di andare verso questa soluzione, anche perché ciò - in base a "fonti del Quirinale" - era stato richiesto dalla Presidenza della Repubblica già per rendere più ragionevole il proseguimento del cammino del governo Conte-bis in caso di mutamento della maggioranza; a maggior ragione, un nuovo e diverso esecutivo mostrerebbe un respiro e una solidità maggiori se fosse sostenuto da gruppi parlamentari definiti e non da un numero nutrito di elette ed eletti facenti parte del gruppo misto. Allo stesso modo, non era difficile immaginare che si puntasse a costituire un gruppo, sia per i vantaggi in termini di risorse legati a quella condizione, sia soprattutto per pesare di più nell'organizzazione dei lavori di aula e nelle commissioni. 
In tutto questo, però, c'è un passaggio problematico che si era già messo in luce qualche giorno fa quando era nata la componente del misto Maie-Italia23 (quest'ultima, a proposito, con il nuovo gruppo è già sparita, non essendo stata nemmeno integrata nella denominazione del gruppo; il presidente del neogruppo parlamentare, in compenso, è Raffaele Fantetti, che di  Italia23 era il referente). Non si capisce, infatti, come la nascita del gruppo Europeisti -Maie - Centro democratico possa essere avvenuta a norma degli artt. 14 e 15 del regolamento del SenatoCome si è detto pochi giorni fa, Il Maie ha in effetti presentato liste con il proprio contrassegno (nella circoscrizione Estero, nelle due ripartizioni americane) e al Senato ha eletto proprio Ricardo Merlo, come chiede l'art. 14, comma 4, primo periodo del regolamento. L'articolo 15, comma 3 dello stesso regolamento, tuttavia, non consente di creare nuovi gruppi in corso di legislatura, in ossequio allo spirito con cui quegli articoli erano stati modificati, cioè non agevolare la frammentazione e le scissioni in corso di legislatura: le uniche eccezioni sono previste per la costituzione del gruppo delle minoranze linguistiche e - questo interessa qui - per le compagini di almeno dieci senatori che corrispondano "a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati" (art. 14, comma 4, penultimo periodo). 
Ora, questa condizione non sembra esistere per il Maie, perché nella circoscrizione Estero non è prevista la possibilità di creare collegamenti tra liste (la competizione è proporzionale tra liste concorrenti); né, del resto, il suo contrassegno elettorale era composito, dunque non poteva dire di avere partecipato "unito" ad altra forza politica. Se ci si limitasse alla lettera del regolamento, dunque, il Maie non avrebbe titolo per "trainare" la costituzione del gruppo. Questo in parte può apparire ingiusto, se si considera che Merlo - lo si diceva - è stato eletto proprio col simbolo del Maie, mentre quando nel 2019 si consentì la nascita in corso di legislatura del gruppo Italia viva - Psi lo si fece grazie all'elezione di Riccardo Nencini che, pur essendo anche candidato in una lista proporzionale di Insieme Italia Europa - Psi - Verdi - Area civica, era stato eletto in un collegio uninominale, dunque non in diretta e sicura espressione di quella lista: si trattò dunque di una non lieve forzatura regolamentare, forse ammessa proprio perché altrove Nencini era comunque candidato in una lista. Qui, tuttavia, sarebbe stato necessario superare una disposizione scritta in modo piuttosto netto, anche se non si può escludere che chi l'ha scritta - in verità non proprio bene - non volesse precludere agli eletti all'estero la possibilità di formare un proprio gruppo (magari "omogeneo" quanto all'area di elezione, immaginando un collegamento certo non esistente ma legato appunto alla circoscrizione), senza volerli penalizzare per la mancata previsione dei collegamenti in quel sistema elettorale. Per superare l'interpretazione strettamente letterale, tuttavia, sarebbe stato opportuno sottoporre la questione alla Giunta per il regolamento (in cui, peraltro, in questo momento prevale l'opposizione al governo dimissionario): questa in effetti è stata convocata per oggi alle 12 e 30, ma per un'altra questione non secondaria, cioè per discutere di "Questioni interpretative relative alle componenti politiche del Gruppo Misto" (un tema su cui si tornerà non appena sarà disponibile il resoconto). 
Dal momento però che la denominazione del gruppo è composita, è giusto domandarsi se Centro democratico sia dotato dei requisiti per consentire la formazione del gruppo. La risposta, anche qui, non è scontata: se si ritiene che l'art. 14, comma 4, primo periodo debba valere in qualunque momento si costituisca il gruppo, allora i requisiti non li avrebbe nemmeno Cd, perché pur avendo partecipato alle ultime elezioni politiche non ha eletto nessuno in Senato (l'unica eletta della lista +Europa - Centro democratico è Emma Bonino, che non fa parte del gruppo in questione e comunque è legata a +Europa, non al partito di Bruno Tabacci). Se invece si ritiene che il gruppo si sia costituito a norma del solo art. 14, comma 4, penultimo periodo (per cui "E' ammessa la costituzione di Gruppi autonomi, composti da almeno dieci Senatori, purché corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati"), allora si dovrebbe sostenere che Centro democratico, avendo partecipato alle elezioni unito a +Europa e collegato ad altre liste, per ciò solo avrebbe titolo per consentire la formazione di un gruppo composto da almeno dieci senatori, qualunque sia la loro provenienza. 
Si spiegherebbe così la dichiarazione di Gregorio De Falco che ha detto come sia stato "depositato il simbolo di Centro democratico": si possono "tradurre" queste parole nella dichiarazione di Cd per cui il gruppo rappresenterebbe quel partito (cui De Falco aveva chiesto di aderire). Si tratta a questo punto di una lettura plausibile, che però appare di nuovo in contrasto con lo spirito contrario alla frammentazione con cui si era proceduto alla riforma del regolamento nel 2017. Rispetto al gruppo di Italia viva - Psi, in effetti, il gruppo Europeisti - Maie - Centro democratico presenta il pregio di non essere nato al solo scopo di dare visibilità a un partito neocostituito che diversamente non avrebbe potuto formare un gruppo: qui si avrebbe un gruppo di Maie e Cd, forze già esistenti, allargato a soggetti europeisti. Rovescio della medaglia, tuttavia, è che - al di là di chi poteva dirsi rappresentante del Maie in origine - qui l'omogeneità partitica è ridotta pressoché allo zero. 
In più, volendo portare avanti la lettura che sembra aver consentito la costituzione di questo gruppo, si deve ammettere che a questo punto qualunque partito abbia partecipato alle elezioni "unito o collegato" (Verdi, Unione per il Trentino, L'Italia è popolare, Italia dei valori, Udc...) potrebbe consentire la nascita di un nuovo gruppo, anche senza aver eletto nessuno al Senato: basterebbe che uno o più eletti aderissero a quella formazione per far dichiarare a questa che il gruppo ne è espressione. Si avrebbe, di nuovo, una situazione che agevola la frammentazione e somiglierebbe tanto a quella "nascita eterodiretta" delle componenti del gruppo misto della Camera contro le quali Salvatore Curreri si è scagliato tante volte (a partire dal caso 10 volte meglio).

Litigare sull'inserimento di un nome/simbolo... o no?

In tutto ciò, secondo Adnkronos ci sarebbe stato spazio anche per accapigliarsi sulla presenza di un nome all'interno del gruppo appena costituito. Si è infatti notato che nella nuova compagine non c'è uno dei nomi che con più insistenza era stato fatto nei giorni scorsi, quello di Alessandrina Lonardo, nota come Sandra Lonardo Mastella. L'assenza sarebbe stata legata, secondo quanto l'agenzia avrebbe appreso "
da fonti parlamentari della maggioranza" a "un acceso botta e risposta con Maria Rosaria Rossi sul simbolo del costituendo gruppo": posto che un gruppo non ha certamente un simbolo, la questione avrebbe potuto riguardare casomai il nome da adottare, già piuttosto composito (ma certo molto più sobrio di quanto si è visto in passato con Grandi autonomie e libertà o Iniziativa responsabile). Tornando alle voci riportate da Adnkronos, "Lonardo avrebbe voluto inserire accanto al logo del Maie e del Centro democratico anche il suo simbolo ‘Noi campani’ con cui si era presentata alle ultime regionali in Campania a sostegno di De Luca ma l’ex forzista Rossi si sarebbe opposta. Al punto di minacciare di lasciare il tavolo delle trattative, rischiando, con un senatore in meno necessario a creare il gruppo come da regolamento, di mandare tutto all'aria. Alla fine, ad avere la meglio [...] sarebbe stata Rossi", la quale peraltro ha smentito nettamente queste voci. L'unico fatto è che Lonardo non fa parte del gruppo, quindi è stato necessario un inserimento ulteriore: si spiega anche così la presenza di Tatjana Rojc, fino a ieri parte del gruppo Pd.
Ovviamente #sischerza
Qui non interessa sapere se effettivamente quelle tensioni ci siano state o meno: ci si limita a riportare quanto detto dalle agenzie e la stessa smentita. Nella consapevolezza che Lonardo avrebbe avuto la legittima aspettativa di veder messa in luce la sua forza politica attuale (in futuro Meglio noi?), visto anche l'impegno dichiarato a favore della costruzione di una nuova maggioranza come "costruttrice"; non è da escludere, allo stesso modo, che altri soggetti - non necessariamente Rossi - avessero invece interesse a non far figurare forze minori nel nome ufficiale del gruppo, col rischio magari di doverne mettere altre e ricreare una denominazione chilometrica come in passato, che mettesse in luce l'eterogeneità del gruppo (ponendo a rischio magari la rappresentanza di Centro democratico).
In tutto ciò, che sia vera o meno la storia del litigio sul simbolo di Noi campani, l'unica certezza sembra essere la scarsa efficacia delle nuove norme regolamentari antiframmentazione. Si ammette che l'hanno contenuta, ma è un dato di fatto che, nei due momenti in cui sarebbe stato ragionevole impedire la nascita di nuovi gruppi secondo lo spirito originario delle norme, si sono trovate interpretazioni o soluzioni politiche che l'hanno comunque consentito, per giunta senza troppe spiegazioni. L'11 ottobre 2017 Luigi Zanda, in Giunta per il regolamento, illustrando le "norme antiframmentazione in materia di costituzione dei Gruppi parlamentari" aggiunte all'art. 14, precisò: "ciascun Gruppo, composto da almeno 10 senatori, dovrà infatti rappresentare un partito o un movimento politico che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con il medesimo contrassegno e non sarà più consentita la costituzione successiva di nuovi Gruppi che non abbiano analoghe caratteristiche" (così si legge nel resoconto sommario). Formalmente Psi e Centro democratico hanno partecipato alle elezioni, quindi se ci si limita a questo non ci sono problemi; è altrettanto chiaro però che l'appoggio dell'unico senatore riconducibile al Psi è stato necessario per consentire a Italia viva di emergere come gruppo e non risulta che tra i nuovi componenti del gruppo oggi annunciato ci siano altri iscritti al Cd oltre a De Falco. Bene, se volete; certo non benissimo.

giovedì 21 gennaio 2021

1921, la scissione comunista: il congresso socialista parola per parola

Quando fu convocato a Livorno (al teatro Carlo Goldoni), per i giorni che andavano dal 15 al 21 gennaio 1921, il XVII congresso del Partito socialista italiano, anche nel nostro paese lo scontro tra riformisti e rivoluzionari nell'alveo socialista era in pieno svolgimento. Alla fine di quell'assise congressuale, non c'era più solo il partito socialista: continuava a esistere il Psi, ma già dalla mattina del 21 gennaio si erano compiuti i primi atti per creare il Partito comunista d'Italia. L'assemblea di fondazione del Pcd'I si tenne presso il teatro San Marco, a poco più di un chilometro di distanza (un quarto d'ora a piedi) e certamente quello fu un passaggio fondamentale della storia politica italiana; troppo spesso, però, si rischia di dimenticare il passaggio precedente, cioè proprio il congresso livornese. Lì, in quella settimana, si sono confrontate e scontrate le tesi che, inaugurata l'epoca dei partiti di massa, hanno dato luogo alla prima scissione partitica italiana di portata così ampia, destinata a produrre i propri effetti anche a distanza di un secolo.
Oggi è di nuovo possibile ripercorrere passo a passo e - letteralmente - parola per parola quei giorni di interventi, discussioni, interruzioni e scontri grazie al volume 1921. Resoconto di una scissione, curato da Pierluigi Regoli (già responsabile nazionale dei giovani della Federazione Laburista ed ora militante nel Pd Roma, in precedenza curatore della riedizione di Fuga in quattro tempi di Carlo Rosselli). Il libro (387 pagine, distribuito su Amazon e prodotto in autopubblicazione, per rendere disponibile a un pubblico più ampio una fonte storica di sicuro rilievo) raccoglie gran parte dei materiali - quelli strettamente relativi all'assise congressuale - contenuti nel Resoconto stenografico del XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano: un'opera monumentale pubblicata dalle Edizioni Avanti nel 1962 (e ristampata l'anno successivo), dunque a oltre quarant'anni di distanza da uno degli eventi più importanti della storia partitica italiana. Il valore di quel documento è dato, oltre che dal tema, dalla sua forma: trattandosi di un resoconto stenografico, esso "non solo presenta tutti gli interventi, compresi i saluti delle delegazioni straniere - così annota il curatore nella sua premessa - ma anche le interruzioni, i battibecchi, le scazzottate e le risse sedate a stento. Leggendolo, quello che colpisce oltre alle parole sono i suoni, fedelmente trascritti in corsivo, che sembrano voler uscire fuori dalla carta". Contano i dicta, ma anche i facta. Contano cioè ovviamente le parole pronunciate, ma anche la "fisionomia", ciò che accade nel teatro e viene ridotto e costretto tra parentesi, eppure esiste e ha riflessi su ciò che viene detto.
Rendendo di nuovo disponibile il racconto di quel congresso "parola per parola, rumore per rumore" (come sottolinea Regoli), ciascuno può farsi l'idea di come si sia svolto il congresso, senza mediazioni rispetto ai contenuti. "I documenti originali - scrive nel suo testo introduttivo Nicola Zingaretti - sono la colonna portante di ogni memoria storica perché, come in questo caso, ci restituiscono nudi e diretti, gli estremi di un dibattito allo stesso tempo appassionato e lacerante". Non si offrono chiavi di lettura o "lenti" che possano deformare o predeterminare l'interpretazione: chi scorre il volume ha tra le mani il documento, che mette per iscritto ciò che chi era presente ha potuto ascoltare e cerca di rendere ciò che si poteva vedere. Pagina dopo pagina ci si addentra in un evento (e in un documento) "storicamente così importante e politicamente così drammatico", come nota Valdo Spini nel suo intervento. L'aggettivo "drammatico" non è fuori luogo: etimologicamente la parola richiama i concetti di "azione" e "rappresentazione", adatte a un evento di grande portata, per di più svoltosi in un teatro; si avverte però anche il dolore dello strappo, della separazione tra due parti di qualcosa che era unito. La scissione ha fatto nascere una storia nuova (quella del Partito comunista d'Italia, poi Pci) e ha dato nuovo senso a una storia che c'era già (quella socialista). In questo senso appaiono più chiare le parole di Spini, che definiscono la scissione e la nascita del Pci "una sorta di parto, doloroso come tutti i parti, ma un dolore necessario". Anche se proprio la scissione e la successiva prevalenza organizzativa del Pci sulle compagini socialiste, sempre per Spini, rappresentano "la radice storica delle debolezze della sinistra di oggi" e la ragione principale dell'assenza di un governo a maggioranza socialista nell'Italia repubblicana.

Tra le pagine 

Non siamo quasi più abituati alla parola "partito" e al concetto stesso; eppure queste pagine ricche di parole, storie personali e collettive, idee e convinzioni sanno dare il senso di un partito come "parte" organizzata, solida e allo stesso tempo in grado di abbandonarsi alle tensioni e anche di spaccarsi, proprio perché è "drammaticamente" viva. Dall'inizio c'è la consapevolezza che la storia - non si sapeva ancora in quale forma - sarebbe passata da Livorno: "È stato scritto che il presente Congresso sarà detto storico per le conseguenze gravi che usciranno dalle sue decisioni - disse il presidente provvisorio Giovanni Bacci all'apertura dell'assise -. C'é, infatti, in quest'ora qualche cosa di solenne, perché nell’animo di ciascuno di noi già sentiamo enorme la responsabilità del voto che stiamo per dare. È appunto la solennità del momento che inspira alle nostre discussioni la reciproca tolleranza delle opposte dimostrazioni e affermazioni, la serenità dei discorsi nella estrema e pur necessaria vivacità dei dibattiti. Questo Partito, cosciente e organico anche nella varietà delle sue manifestazioni vitali, glorioso per i suoi atteggiamenti morali, per il suo coraggio civile, il coraggio più difficile contro i pregiudizi di ogni specie, dal patriottico al giuridico, all’economico, al religioso [...] può guardare al suo passato con un intimo e profondo senso di soddisfazione e di legittimo orgoglio. (Applausi). Potranno dividerci le tendenze; le valutazioni delle situazioni politiche e sociali del momento, potranno trovarci discordi; ma questa gloria del Partito socialista italiano fu e resterà patrimonio comune (applausi)". La decisione era davvero grave: si trattava di decidere se espellere la componente riformista dal partito, come chiedeva la Terza Internazionale, oppure continuare sulla strada battuta sino ad allora. 
Chi cerca un punto di svolta tra gli interventi, spesso lo trova nel discorso di Filippo Turati, il primo pronunciato nel pomeriggio del 19 gennaio. Rivendicò per i riformisti il "diritto di cittadinanza nel socialismo, che è il comunismo, che non è per noi il socialismo comunista e il comunismo socialista, perché in queste denominazioni artificiose, ibride, evidentemente l’aggettivo scredita il sostantivo, e il sostantivo rinnega l’aggettivo"; confermò che il fine del socialismo anche per loro era "la conquista del potere da parte del proletariato costituito in Partito indipendente di classe", ma il punto di distanza rispetto ai comunisti "puri" era su come arrivarci. "La violenza, [...] che alcuni accettano in toto e vogliono organizzare e preparare [...], che altri accettano a mezzo, guadagnando tutte le conseguenze dannose e nessun utile che la violenza potrebbe per avventura, nella mente di quegli altri, contenere in sé, noi, come programma, la rifiutiamo. La dittatura del proletariato, per noi, o è dittatura di minoranza, e allora è imprescindibilmente dispotismo tirannico, o è dittatura di maggioranza, ed è un vero non senso, perché la maggioranza non è dittatura, è la volontà del popolo, è la volontà sovrana". Pure la "persecuzione dell'eresia", la "costrizione del pensiero all'interno del partito" era una forma di violenza da rinnegare. Occorreva invece puntare sull'azione, "che non è l’illusione, che non è il miracolo, la rivoluzione in un giorno o in un anno, ma è la abilitazione progressiva, faticosa, misera, per successive graduali conquiste, obiettive e soggettive, nelle cose e nelle teste, della maturità proletaria a subentrare nella gestione sociale: sindacati, cooperative, potere comunale, parlamentare, cultura, tutta la gamma, questo è il socialismo che diviene! E non diviene per altre vie: ogni scorciatoia non fa che allungare la strada; la via lunga è la sola breve". Quella linea, candidata all'espulsione dal partito, finì per convincere la maggioranza dei delegati.
Anche quando non si sapeva ancora come sarebbe finita la conta, era però apparso chiaro che il partito non sarebbe rimasto unito. Lo dimostrò l'intervento, poco dopo quello di Turati, di Nicola Bombacci, deputato del Regno e già segretario del partito dall'11 ottobre 1919 al 25 febbraio 1920. Stando alle sue parole, la separazione della strada dei riformisti da quella degli altri era inevitabile: "a vicenda - disse - sappiamo tutti il perché noi siamo chiamati a dividerci dall’altra parte del Partito, ed anche coloro che ci stimano sanno che è in noi altrettanto forte che in loro il dolore che sentiamo nel compiere questo dovere. Tanto per coloro che se ne vanno come per coloro che restano". Restava però convinto Bombacci che il paradigma dell'azione graduale non fosse realistico, essendoci invece "ad intermittenza [...] dei periodi rivoluzionari vulcanici che, come il terremoto, portano alla necessità di una tattica nel campo dell'azione che non è identica alla continuità evolutiva della storia". Invocò la disciplina internazionale - quella dunque del Comintern che chiedeva l'estromissione dei riformisti - e la personale coerenza di chi stava per fare una scelta diversa, volendo portare la rivoluzione a livello internazionale: "Noi siamo e saremo minoranza, usciamo oggi dal Partito, ma non usciamo dal socialismo. Se il socialismo è comunismo, come diceva Filippo Turati, noi da oggi entriamo nella realtà comunista. Noi da oggi ci incamminiamo sulla via che ci è tracciata dalla storia, non con dei discorsi grandi o piccoli, ma coi fatti, che non si cancellano né col discorso di Turati né di nessun altro. Noi andiamo avanti, dietro la luce, sia pure piena di terrore, sia pure piena di dolori, della rivoluzione russa. È il pensiero di Marx che inizia la sua realtà, è il comunismo che esce dagli scaffali dell’accademia e comincia a realizzarsi, è il proletariato che inizia la sua vita nuova!".
Scorrendo le pagine del libro, si nota che nei resoconti congressuali di fatto non appaiono le donne: come approfondisce nel suo saggio iniziale Graziella Falconi (che si premura di ricostruire in chiave più ampia la questione femminile nel movimento operaio, socialista e comunista), nessuna donna intervenne nell'assise, eppure c'erano e ci sarebbero state anche tra le fondatrici del Partito comunista d'Italia e nei suoi primi passi (pur se non nei primi organi eletti dopo la fondazione e pur non avendo mai all'interno del Pci il ruolo e il rilievo che avrebbero meritato). 
Completano il volume due testi extracongressuali, scelti da Andrea Catena e inseriti come a voler completare le riflessioni politiche su quello snodo storico, ricorrendo anche allo sguardo di chi comunista non era. Ciò vale in particolare per alcune pagine scritte da Piero Gobetti, liberale ma attento osservatore di ciò che si muoveva in altre aree di pensiero: nell'estratto dall'articolo Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale (pubblicato il 26 marzo 1922 sulla Rivoluzione liberale) emerge il ritratto di una realtà - considerata da Gobetti come nucleo del Partito comunista - che "si presenta con un'organicità di pensiero e una serietà di intenzioni che suscitano meraviglia e interesse anche in un avversario". Un movimento che aveva apportato una concezione realmente rivoluzionaria e i cui aderenti "avevano superato la fraseologia demagogica e si proponevano problemi concreti" soprattutto attraverso l'esperienza dei Consigli di fabbrica. Scelte coerenti, che non avrebbero potuto restare a lungo nell'alveo del Partito socialista per come questo era diventato nel corso del tempo. 
L'altro scritto è proprio del protagonista di quella realtà torinese, Antonio Gramsci (tratto dall'Ordine nuovo del 15 marzo 1924): nel testo riportato nel libro intendeva caratterizzare il Pci come il partito dell'ottimismo sulla possibilità della rivoluzione, da praticare in ogni circostanza, a differenza del pessimismo gli ex compagni di viaggio socialisti e perfino alcuni gruppi comunisti. "Che differenza esisterebbe - scrisse - tra noi e il Partito socialista [...] se anche noi sapessimo lavorare e fossimo attivamente ottimisti solo nei periodi di vacche grasse, quando la situazione è propizia, quando le masse lavoratrici si muovono spontaneamente per impulso irresistibile e i partiti proletari possono accomodarsi nella brillante posizione della mosca cocchiera? Che differenza esisterebbe tra noi e il Partito socialista, se anche noi, [...] avendo sia pure un maggior senso di responsabilità e dimostrando di averlo con la preoccupazione fattiva di apprestare forze organizzative e materiali idonee per parare ogni evenienza, ci abbandonassimo al fatalismo, ci cullassimo nella dolce illusione che gli avvenimenti non possono che svolgersi secondo una determinata linea di sviluppo, quella da noi prevista, nella quale troveranno infallibilmente il sistema di dighe e canali da noi predisposto, incanalandosi e prendendo forma e potenza storica in esso?" 

"La nostra insegna, la Falce ed il Martello"

Chi volesse approfondire il contenuto del volume potrebbe trovare spunti interessanti nella prima presentazione che ne è stata fatta sulla Rete il 14 gennaio, organizzata dalla Fondazione Circolo Rosselli e dalla Fondazione Gramsci Emilia-Romagna (il filmato verrà riportato alla fine dell'articolo). Qui si preferisce dare conto dell'unico riferimento esplicito al simbolo del partito socialista che emerge dal resoconto stenografico del congresso: l'intervento che qui interessa venne fatto da Pietro Abbo, contadino e sindacalista. Nato a 
Lucinasco in provincia di Imperia, Abbo fu deputato del Regno d'Italia per i socialisti dal 1° dicembre 1919 al 25 gennaio 1924; dopo essersi impegnato nella Resistenza, ha continuato la sua militanza politica, ma questa volta proprio nel Partito comunista italiano. 
Elezioni del 1921, simboli dei socialisti e dei comunisti
Abbo, che partecipava al congresso come delegato, parlò nella sessione pomeridiana del 18 gennaio, quando formalmente la scissione non si era ancora compiuta ma ormai era davvero alle porte, questione appunto di un paio di giorni. Il deputato non sembrava volere alcuna scissione: teneva a qualificarsi semplicemente come "socialista" e avrebbe sperato che tutti, socialisti e comunisti, restassero sotto la stessa bandiera. Proprio come tutti i delegati erano passati sotto quel simbolo con falce e martello collocato all'ingresso della platea, negli occhi di ciascun oratore al congresso: quel simbolo dei Soviet che era stato scelto l'11 ottobre 1919 e per quanto se ne sa sarebbe stato proposto dal neosegretario Bombacci. Paradossalmente, alle elezioni politiche tenutesi il 15 maggio 1921 (dunque quattro mesi dopo il congresso), tanto i socialisti quanto i comunisti avrebbero mantenuto la falce e il martello, ma l'immagine con il sole nascente sul fondo e una corona di spighe di grano sarebbe rimasta al Pcd'I (sempre su impulso di Bombacci, che peraltro dopo aver fondato il partito comunista dagli anni '30 si sarebbe avvicinato sempre di più al fascismo, fino alla fucilazione a Dongo il 28 aprile 1945), mentre i socialisti sotto gli arnesi avrebbero collocato un libro aperto e sfogliato. La parola dunque ad Abbo, anche se solo per alcuni stralci del suo intervento.

Sono venuto al Partito venti anni fa, bambino, e leggevo limitatamente, come potevo, nelle ore di riposo, dopo terminata la giornata lavorativa, ed al modesto lume di una candela; leggevo il «Manifesto dei comunisti», leggevo gli opuscoli che i nostri compagni ci davano a pascolo, il pane del pensiero. Ebbene io avevo sempre creduto, sinceramente, che «socialismo» volesse dire «socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, abolizione di tutte le classi per una classe sola, sovrana, padrona di tutte le ricchezze che la madre natura ha messo a disposizione di tutto l'uman genere, senza privilegi né politici né economici. Ebbene, compagni, cosa è oggi il comunismo? Ha esso qualche cosa di diverso o vuole raggiungere invece lo stesso fine; non ha esso la stessa aspirazione, cioè la «socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio»? Cioè la terra ai contadini perché la lavorino per conto dell’umanità? Cioè le ferrovie ai ferrovieri perché le gestiscano per conto della collettività? [...] Compagni, [...] se noi pensiamo che quella che deve essere la nostra forza maggiore nella battaglia di domani, se noi, ripeto, ci richiamiamo un po' alle condizioni ambientali, intellettuali del proletariato agreste, io vi dico che esso nulla capirà delle nostre discussioni e delle nostre definizioni. Ed io mi domando compagni che invece di fare così tanta teoria, che si perde inutilmente e può servire solo agli studiosi, perché non pensiamo che il nostro verbalismo potrebbe essere molto meglio utilizzato nella Sardegna e nella Sicilia, nella Bassa Italia... (Applausi, approvazioni). [...] Non è però così facile andare in mezzo ai contadini ad insegnare le teorie nostre, compagni! Teniamo sempre presente che non è il solo proletariato industriale che bisogna organizzare, ma bisogna organizzare il proletariato agreste, perché non dimenticate che quando la borghesia si è accorta che il proletariato industriale non accettava più le menzogne della stampa borghese e venduta, essa ha fatto nascere il Partito popolare. (Approvazioni). 
[...] I compagni sono impazienti di sapere per quale frazione io parlo. Siete impazienti di questo? Sono socialista e mi basta. (Applausi, rumori, urla, fischi. Il baccano dura qualche minuto, sedato a stento dalla presidenza e dalle guardie rosse). Per me non vi sono frazioni. Per me sono tutti compagni e socialisti. Per me sono tutti rivoluzionari. (Applausi, interruzioni). Perché quando cosi non fosse siamo noi che dobbiamo giudicare. Siamo noi che dobbiamo cacciare chi non sente la dignità di sé stesso, chi non sente più coscientemente di dovere dividere l’idea e la responsabilità. Ah! no, io non sono per il Partito grosso che tutti accetta, che tutti iscrive, io sono per la milizia sincera, cosciente, volenterosa che nessun mezzo ripudia pure di conquistare il fine. E ripeto quello che poc'anzi dicevo. Non applaudite, non esaltate gli Uomini: essi nulla contano. Per l'ultimo gregario come per il grande maestro vale il detto «chi l’ha rotta la paga», «chi non è più con noi è contro di noi». (Approvazioni)
La disciplina è la più grande arma, l’arma per spezzare il dominio della borghesia. [...] Io ricordo quante volte fu sulle labbra nostre un verso di quell’inno scritto da Filippo Turati: «Un esercito diviso la vittoria non corrà». Ma diviso non si intende solo negli uomini, diviso nella coscienza, nella volontà. È una volontà che ci deve animare e una è la disciplina, per tutti, dal più grande al più piccolo, al più modesto. [...] E quando voi comunisti dite a noi socialisti che non possiamo essere con voi perché abbiamo nel nostro seno una frazione di uomini che ne hanno commesse di tutti i colori, francamente, permettetemi di dire che io non so atteggiarmi a giudice di quanti delitti abbiano commesso, ma io vi dico che se questi uomini che voi volete chiamar imputati, si sono resi colpevoli di lesa disciplina, ricordatevi che la misura deve essere unica per tutte le frazioni e per tutti gli uomini, ricordatevi che sulla stessa bilancia deve essere pesato l'uomo che parla francese e l’uomo che parla italiano, quello che parla il tedesco e quello che parla l'inglese. (Approvazioni). Per noi che siamo internazionalisti non vi sono lingue, per noi c’è l’umanità dolorante che vuole essere redenta e agli uomini diciamo: Non ci importa della tua patria, sii un buon soldato dell'Internazionale, accettane i postulati e la disciplina. (Approvazioni)
VOCE: Oh! oh! (Rumori). 
MAIEROTTI: Vieni con noi 
ABBO: Quando, compagni, io sento l’invito, anche se viene dal sesso gentile: «Vieni con noi», rispondo: Ah! no, perché quando mi dite di venire con voi, vuol dire che volete dividere il proletariato. (Approvazioni, applausi). [...] Senza tante discussioni, chi ha volontà di operare, di fare lealmente... (Interruzioni, rumori, violento incidente nella sala fra comunisti e socialisti). Ed allora, compagni, se la meta è una sola, una sola deve essere la disciplina... (Nuovo incidente, interruzioni violente da parte dei comunisti). A chi vuole venire, le nostre porte sono aperte. (Bravo!). L’insegna nostra è la Falce ed il Martello. (Rumori, interruzioni dei comunisti). [...] Io ho lo sguardo diretto ad un cartello che giganteggia sopra la porta di entrata. Sovra quel cartello è disegnata la nostra insegna, la Falce ed il Martello: chi è passato là sotto ha accettato quello stemma. (Interruzioni, rumori). Io pensavo dieci anni fa, e lo penso anche adesso, che la via che ci conduce alla comune meta non è la via più facile di questo mondo, ma di ciò non mi sono mai spaventato, come nessuno di voi, perché raggiungeremo ad ogni costo la meta con tutti i mezzi. Ed io pensavo allora e penso oggi che non è tanto difficile la conquista del potere politico quanto è il mantenimento del potere politico ed economico insieme. Occorre quindi che noi prepariamo in antecedenza gli organismi che debbono darci la possibilità di mantenere le posizioni conquistate. (Rumori). Ed appunto per questo, a fianco dell'organismo politico, è necessario vi sia anche l’organismo economico. Un tempo nel nostro Partito fu derisa la cooperazione, un tempo si è dispregiato il movimento cooperativo poiché si diceva che esso era un movimento riformistico. Si è dileggiato, si è insultato, si è deriso perché lo chiamavano il pannicello caldo che allontanava dalla meta rivoluzionaria. Ma mi pare che ora, almeno per quel che si legge, Lenin e la Terza Internazionale hanno avuto parole di elogio per quel movimento cooperativo che si è creato nel Reggiano, ed hanno detto che quell’opera, sia pure riformista, è utile non solo, ma necessaria per avere in mano il mezzo per potere fare la distribuzione all’indomani della conquista del potere politico. (Applausi). [...] E io penso, compagni, che non tutti possiamo essere oratori o scrittori, che nell’umano genere c’è colui che ha attitudine per le matematiche, colui che ha attitudine per la geografia, colui che ha attitudine per la lingua... [...] Se, come dicevo, le attitudini umane sono diverse, anche i bisogni sono diversi. Gl’individui che non parleranno le lingue, che non faranno le conferenze, faranno le cooperative. Nel nostro Partito tutte le attività sono non soltanto utili, ma necessarie. (Bravo!). Ed allora, se tutte le attività sono utili, perché escludere qualcuno, quando questo, modesto o grande che sia, viene e dice che è con noi per la grande rivoluzione sociale e non esclude nessun mezzo e vuole coscientemente con noi arrivare? 
E qui, compagni, non dimenticate la responsabilità che tutti abbiamo in questo storico Congresso. Oh! non è vana accademia questa: non dimenticate che domani, anche quelli che non sanno leggere ma che sanno intuire, potranno ad ognuno di noi fare presenti in tutte le ore le grandi responsabilità che ci siamo assunte coi nostri atti in questo Congresso. (Approvazioni). [...] Ed allora occorre che facciamo un po' di esame di coscienza, non quell'esame di coscienza che fanno le beghine andando a ricevere il premio della loro credenza. Si, siamo credenti anche noi, ma in che cosa, compagni, crediamo? Forse ad una divinità ipotetica? No, crediamo ad una cosa immortale, che ci manca, che avevamo come nostro patrimonio e che la divisione fra le classi ci ha strappato, che l'usurpazione della borghesia ci ha tolto, dando il godimento solo ad una piccolissima classe. [...]. 
Nella storia romana si dice che erano le vestali che avevano il compito di tenere acceso eternamente il fuoco sacro della Dea Vesta.. Ebbene, quel fuoco, se sono scomparse le vestali colla scomparsa della mitologia, quel fuoco arde ancora sull’ara rivoluzionaria, formato dal sacrificio di tutti i nostri morti, dalle ossa dei morti, non solo dei morti in guerra, ma anche di quelli morti nella guerra borghese di tutti i giorni. Quel fuoco che arde sull’ara formata da tutti i nostri morti e da tutte le lacrime e da tutto il sangue, non si estinguerà mai. [...] Accostiamoci a quell’ara perché essa vuole dire la fiamma che arde in noi, che è tutto il nostro patrimonio, che è tutta la nostra vita, che è tutta noi stessi. Portiamo su quella fiamma tutte le nostre passioni, i nostri odii, tutta la nostra libertà, tutta la nostra persona. Ricordiamoci di una cosa: che ritornando dall'ara, noi saremo puri e, socialisti e comunisti, credenti davvero ad una cosa sola: alla socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, senza esclusione di mezzi e di colpi, contro la borghesia di tutti i colori, internazionale! Permettete che io chiuda con un augurio: Viva il Comunismo, Viva la Rivoluzione sociale! (Applausi calorosi su tutti i banchi del Congresso).

 

Fronte comunista, un progetto per far ripartire la lotta

Da più parti la giornata di oggi è dedicata al ricordo della nascita a Livorno, esattamente cent'anni fa, del Partito comunista d'Italia, che dal 1943 avrebbe preso il nome di Partito comunista italiano. La ricorrenza merita certamente attenzione e lo si farà in modo più approfondito in seguito; intanto però è giusto registrare che, oltre che della memoria, per qualcuno è il tempo di rielaborare e riprogettare un cammino unitario, soprattutto in un'area che da molto tempo si presenta frammentata. Così, con un giorno di anticipo sul centenario del Pcd'i-Pci, in Rete si è diffusa la notizia della nascita - ma in realtà del lancio - del Fronte comunista progetto politico che 
"non vuole essere un ulteriore elemento di divisione e frammentazione della classe e dell'area politica comunista": il suo obiettivo è invece "esercitare un ruolo nel raggruppamento e nell’unificazione delle forze rivoluzionarie in un partito comunista che sia forte, coerentemente marxista-leninista, omogeneo ideologicamente e politicamente, chiaro e conseguente nella tattica e nella strategia, adeguato alla fase storica in cui viviamo e alle lotte che attendono i lavoratori contro gli attacchi indiscriminati del fronte padronale", con un radicamento effettivo "nella classe operaia e tra tutti gli sfruttati".
Si diceva che, più che di nascita si tratta di un lancio, di una proposta a tutte le persone interessate: il Fronte comunista, infatti, è stato fondato a novembre del 2020"dopo una lunga fase di discussione e approfondimento che ha coinvolto tutti i livelli dell’organizzazione" e ora il tempo è stato ritenuto propizio per diffondere la notizia e invitare all'adesione. Alla base del progetto c'è la rinnovata consapevolezza della "crisi capitalistica, aggravata dalla pandemia di Covid-19". 
"La continuità dell'attività dei settori economici legati alla produzione, alla distribuzione e al trasporto delle merci, i quali non hanno sperimentato alcuna chiusura neppure durante il lockdown, dimostra il ruolo insostituibile della classe operaia per la sopravvivenza dell'intera societàsi legge nel comunicato ufficiale -. Le scelte compiute in materia di chiusure dai capitalisti e dai governi che li rappresentano hanno messo in chiara luce l'inconciliabilità fra massimizzazione del profitto dei padroni e salute delle classi popolari. In questo contesto, le disuguaglianze sono aumentate a ritmo esponenziale, in sintonia con la tendenza generale della distribuzione della ricchezza in condizioni capitalistiche: i ricchi sono divenuti sempre più ricchi mentre il proletariato e i ceti popolari hanno visto peggiorare ulteriormente la propria condizione. I processi di ristrutturazione del capitale stanno producendo e produrranno un'ulteriore concentrazione della ricchezza e la formazione di nuovi monopoli, consentendo ai padroni di continuare a massimizzare i propri profitti anche attraverso un sempre più massiccio attacco ai salari, ai diritti dei lavoratori e alle condizioni di vita delle classi popolari in generale".
Capitalismo e interessi dei lavoratori si sarebbero dunque dimostrati inconciliabili (ciò sarebbe emerso con maggiore nettezza in questa crisi pandemica): per i promotori dei Fronte è necessario dunque lottare per abbattere il capitalismo e il potere borghese "attraverso un processo rivoluzionario che, affermando il ruolo centrale ed egemone della classe operaia, abbia per suo fine l'edificazione del socialismo-comunismo come unica alternativa al capitalismo e allo sfruttamento, come unica via per il superamento delle crisi, delle guerre e delle loro conseguenze sulla società". Tutto questo appare incompatibile "con il riformismo, con l'opportunismo e con le derive elettoraliste intese come adozione del parlamentarismo come principale orizzonte di lotta". 
Per i fondatori del Fronte comunista, tuttavia, non basta individuare i "corretti nodi teorici" (da sciogliere "unicamente in una costruzione a caldo, nel fuoco della lotta, a cui i nostri compagni sentono di appartenere") per ricostruire la soggettività politica comunista in Italia: occorre prendere atto di una "fortissima disgregazione delle forze di classe", a partire da quella operaia, individuata comunque come "motore del cambiamento sociale", per cui serve avviare "un processo di ricomposizione di classe".
Secondo i promotori, "la costituzione del Fronte Comunista vuole essere un elemento essenziale nella costruzione di un partito comunista che sia effettivamente avanguardia dei processi di lotta concreti della classe operaia". Preso atto dell'attuale debolezza e frammentazione politica e sindacale del movimento operaio in Italia, si rileva che "sul piano sindacale hanno influito e influiscono negativamente le scelte, arrendevoli, rinunciatarie e addirittura cogestionali, delle dirigenze dei sindacati confederali, alle quali gli elementi più avanzati del sindacalismo di base solo in parte sono riusciti a contrapporre una prospettiva di lotta generalizzata, stanti la loro stessa frammentazione e il loro radicamento non uniforme in tutti i settori". La considerazione più dura è però riservata al piano politico: per il Fronte comunista "pesa negativamente l'incapacità di quei soggetti politici di area comunista che, nell’arco del trentennio successivo allo scioglimento di un Pci già deviato su una prospettiva socialdemocratica, revisionista e riformista, si sono limitati a riprodurne derive e storture in partiti via via sempre più minoritari e distanti dalla classe operaia, senza volere o riuscire a rompere con l'opportunismo".
Occorre dunque partire dalla "ricomposizione del proletariato e della ricostruzione della sua coscienza di classe" per poi essere in grado di "ripristinare la funzione storica dei comunisti come avanguardia della classe operaia che, organizzandone gli elementi più avanzati, sia in grado di guidarla alla conquista del potere politico". Tutto ciò, oltre che in un programma politico molto dettagliato, si esprime anche attraverso un simbolo a fondo rosso, ovviamente con falce e martello (qui parzialmente nascosti dal nome del progetto, posto nella parte bassa dell'emblema, ma ben leggibili); c'è anche la stella (simbolo dell'Italia e del comunismo), ma questa volta è stata collocata in alto, com'era nella bandiera dell'Unione sovietica. Non stupisce che nel sito del Fronte comunista - oltre a non essere presente un solo riferimento alle persone che hanno promosso il progetto - non si parli di elezioni: non solo il progetto è ancora giovane, ma non parlare del voto è forse il miglior modo per sfuggire alle citate e deprecate "derive elettoraliste". Anche lontano dalle urne, del resto, il lavoro da fare non manca di certo.

mercoledì 20 gennaio 2021

Il futuro del gruppo Italia viva - Psi, dopo la fiducia di Nencini a Conte

Archiviato il rito della fiducia al governo Conte-bis nei due rami del Parlamento con un doppio esito positivo - ma con una maggioranza piuttosto risicata al Senato e in ogni caso lontana dalla maggioranza assoluta di 161, non essenziale per la sopravvivenza / legittimazione dell'esecutivo, ma oggettivamente importante per poter sperare di operare in modo efficace - restano aperte varie questioni da approfondire. Una di queste, inevitabilmente, riguarda la situazione all'interno del gruppo Italia viva - Psi al Senato, dopo che ieri sera senatrici e senatori di Iv hanno scelto di astenersi, mentre il socialista Riccardo Nencini - una volta riammesso al voto dopo la mancata risposta alla prima e alla seconda "chiama" - ha votato "Sì" alla questione di fiducia posta dal governo.
Naturalmente un dissenso o un voto disomogeneo all'interno di un gruppo parlamentare non è necessariamente qualcosa di drammatico (anche su questioni non di coscienza): è accaduto spesso, senza produrre per forza conseguenze per chi ha votato difformemente dalla maggioranza del gruppo. Qui tuttavia l'attenzione suscitata sulla questione si giustifica sotto vari profili. Da una parte, infatti, la scelta di Nencini di votare a favore del governo spicca se messa a confronto con l'astensione di tutti gli altri membri del gruppo presenti in aula, riferibili a Italia viva; dall'altra, non si dimentica che proprio Nencini, come unico candidato del Psi eletto in Senato (sia pure in un collegio uninominale) e facente riferimento a un partito che col suo simbolo aveva concorso alle elezioni (sia pure all'interno di un cartello elettorale, Insieme) era nelle condizioni - in base alle ultime riforme del regolamento senatoriale - di costituire un gruppo autonomo a Palazzo Madama cui partecipare insieme a senatrici e senatori di Iv: costoro, senza un aiuto esterno, non avrebbero avuto la possibilità di emergere come soggetto collettivo al Senato, dovendo limitarsi a egemonizzare il gruppo misto. A molti è venuto dunque spontaneo, già nei giorni precedenti, domandarsi cosa sarebbe stato del gruppo parlamentare Iv-Psi, se Nencini avesse deciso - come era parso di capire appunto dopo le dimissioni della delegazione vicina a Matteo Renzi - di continuare sostenere il governo Conte-bis come "costruttore" a differenza di coloro che appartenevano allo stesso gruppo costituito su sua richiesta e con il beneficio legato al suo partito.

Le parole scritte e dette

La questione si è puntualmente concretizzata proprio ieri sera - alle porte della notte - dopo il "Sì" rocambolesco in "zona ultraCesarini" previa riammissione al voto dopo il controllo delle immagini della chiusura della votazione. Sulla sua pagina Facebook, Nencini ha giustificato il ritardo nell'ingresso in aula ("La segreteria del partito è durata diverse ore con strascichi altrettanto lunghi") e ha parlato della sua scelta: "La mia posizione era nota: astensione benevola in attesa di capire se le aperture del presidente Conte all'area socialista fossero davvero fondate. Avrei comunque votato a favore dello scostamento di bilancio e del decreto Ristori e di qualsiasi altra misura per fronteggiare la pandemia. Una posizione che è emersa chiaramente dal mio intervento in aula. E che è stata apprezzata dalla maggioranza. Insomma, una posizione responsabile che teneva conto dello stato difficile del Paese e metteva in risalto la diversità rispetto al voto di Italia Viva". Anche la scelta di non rispondere alle "chiame" e di non partecipare al voto, in effetti, sarebbe stata diversa rispetto alla posizione di Iv, ma alla fine è arrivato il voto favorevole. Intervistato dal Fattoquotidiano.it appena uscito dall'aula, l'ex segretario Psi aveva detto qualcosa di più sulla sua decisione: "Ho ascoltato la relazione del presidente del Consiglio, che avevo già ascoltato ieri a Montecitorio; sulla base di quella c'è stata una risposta anche nella replica che abbiamo valutato". Il tono, soprattutto nella parte finale, non sembrava esageratamente convinto; in ogni caso si è capito che si è trattato di una scelta scaturita da una valutazione collegiale, evidentemente maturata nella segreteria terminata poco prima dell'ingresso in aula.
Nencini e il Psi, dunque, hanno scelto di restare in maggioranza (e anche per questo il senatore rifiuta ogni tentativo di associarlo "a parlamentari che hanno votato la fiducia provenendo dall'opposizione", ritenendo che si tratti di "due storie completamente diverse"); Italia viva, al contrario, ha scelto di non fare più parte di quella maggioranza, così come le forze di maggioranza hanno manifestato l'idea di non ritenere più affidabile quel partito come interlocutore. Si può dunque pensare che nello stesso gruppo convivano e continuino a convivere una forza di maggioranza e una di opposizione? E, se la convivenza dovesse terminare, il Psi toglierebbe al gruppo dei renziani i benefici legati al proprio simbolo?
La questione non è semplice e merita di essere trattata con attenzione. Innanzitutto bisogna notare che sul tema non ci sono interventi ufficiali del Partito socialista italiano o del suo segretario, Enzo Maraio. Per l'esattezza, l'unica posizione ufficiale era quella approvata dalla segreteria il 17 gennaio e divulgata. Lì si è ribadita l'esigenza di "formare una maggioranza organica dentro un quadro politico certo, senza immaginare soluzioni di fortuna", cercando invece di "ricostruire l’unità delle forze di maggioranza": per questo c'era bisogno di affrontare questa fase "con coraggio e visione lunga", ad opera di "un governo autorevole" e "ripartendo da questa coalizione, che va rafforzata e allargata alle forze di ispirazione europeista presenti in parlamento". Nello stesso documento si dava mandato a Maraio e Nencini "di gestire la fase di crisi dell’esecutivo nel rapporto con le forze politiche di maggioranza".

Ipotesi sul futuro del simbolo e del gruppo

Se si considera tutto questo, è facile immaginare che - anche in mancanza di notizie ufficiali, che probabilmente non arriveranno in una situazione ancora decisamente fluida - non sia all'ordine del giorno del Psi la scelta di revocare all'alleanza con Italia viva i benefici legati al simbolo socialista. Certo, ieri sera è accaduto qualcosa di nuovo, con un voto diversificato tra gli esponenti di Iv e l'unico rappresentante del Psi (che ha votato in coerenza con le posizioni precedenti); non è però la prima volta che questo avviene, potendosi ricordare la sfiducia ad Alfonso Bonafede votata da Nencini a maggio dell'anno scorso (mentre Italia viva all'epoca scelse, sia pure con fatica, di opporsi), così come si ricordano altre divergenze, ad esempio in materia di giustizia e di scuola. 
Proprio sulla base di questi precedenti, non ci si potrebbe stupire se Nencini decidesse di rimanere nel gruppo attuale (e il Psi confermasse che il gruppo lo rappresenta) continuando a votare in maniera autonoma, anche difforme rispetto a senatrici e senatori di Italia viva. Nessuna norma di alcun tipo vieta o scoraggia questo scenario, che sarebbe certamente singolare e al limite anomalo, ma certo non irregolare: a dirla tutta, poi, in Senato si è visto di ben peggio (basti pensare alle disomogeneità del gruppo Grandi Autonomie e Libertà nella scorsa legislatura: è vero che quel gruppo non sarebbe mai potuto nascere vigente il regolamento attuale, ma è esistito e bisogna prenderne atto). Lasciare immutato il gruppo Italia viva - Psi, insomma, sarebbe un modo per riconoscere il percorso fatto sin qui (e tenere fede a un accordo stipulato un anno e mezzo fa), senza rinunciare all'autonomia e alla libertà nell'esercizio del mandato parlamentare di ciascun membro e ciascuna componente.
Almeno un'altra ragione, peraltro, fa apparire irrealistica ogni discussione sulla revoca del simbolo Psi e dei suoi benefici all'attuale gruppo parlamentare. In una fase in cui il governo ha bisogno di ampliare la maggioranza che lo sostiene, nessuno può essere pienamente certo che coloro che oggi si riconoscono in Italia viva (e nella scelta di astenersi) non possano in un secondo momento ritrovarsi nella proposta dell'esecutivo. Non si può dunque escludere che la maggioranza che ha operato finora in appoggio al governo Conte-bis non possa ricostituirsi e magari ampliarsi: se fosse così, sarebbe inutile pensare di disporre diversamente del simbolo e del gruppo (che, facendo ipotesi, potrebbe essere il nucleo di una compagine parlamentare europeista, in cui i socialisti non si sentirebbero certo a disagio).
Si tratta naturalmente, come si diceva, solo di ipotesi, per quanto tutt'altro che implausibili. Naturalmente sarebbe altrettanto sbagliato pensare che possano andare bene a chiunque: per quanto il documento della segreteria Psi sia stato approvato all'unanimità, non tutti erano favorevoli a mantenere il sostegno al governo. L'aveva chiarito già prima della segreteria del 17 gennaio, ad esempio, Mauro Del Bue: lui lì si sarebbe schierato contro l'appoggio in Senato "a quel che resta del governo Conte", ma anche contro "lo scioglimento del gruppo Psi-Italia viva", mentre avrebbe valutato positivamente il sostegno a "un governo forte e rappresentativo capace di affrontare come si deve la pandemia, e di gestire al meglio il Recovery [...]. Dunque un esecutivo guidato dalla persona più autorevole e rappresentativa disponibile. E che possa contare su una maggioranza europeista, poggiata su partiti d'impronta socialista e popolare". Quanto accaduto in Senato ieri sera non ha soddisfatto Del Bue che, nel rassegnare le proprie dimissioni da direttore dell'Avanti! on line, ha dato un giudizio molto duro sul "Sì" di Nencini: "Un voto a favore di Conte all’ultimo minuto dopo certo Ciampolillo non è una cosa dignitosa. Oltretutto indecifrabile. Incomprensibile".

Renzi: "Nencini non può togliere il simbolo". Eppure...

Tornando al simbolo, in ogni caso, bisogna registrare anche una dichiarazione di Matteo Renzi, rilasciata durante la puntata di Porta a porta: a Bruno Vespa che gli diceva come Nencini avesse dichiarato di "non togliere il simbolo del Psi a Italia viva", l'ex presidente del Consiglio ha risposto "Il senatore Nencini non può togliere il simbolo: il simbolo è servito per costituire il gruppo. Dopo la costituzione del gruppo noi ci siamo candidati e una delle condizioni è quella che si siano candidate in altre elezioni - in questo caso elezioni regionali in Campania, in Toscana... - quindi questa storia del gruppo non esiste. Il senatore Nencini deciderà che cosa fare della sua esperienza parlamentare, ma il logo non lo toglie perché non lo può togliere".
Si prende atto con rispetto dell'opinione di Renzi; è altrettanto necessario però contestare questa ricostruzione, o almeno precisarla e correggerla a dovere.
 Certamente il simbolo del Psi - o meglio, l'apporto del Psi in quanto partito che aveva partecipato alle elezioni politiche con propri candidati e un contrassegno e aveva eletto almeno un senatore - è servito a costituire il gruppo, tant'è che ad annunciare la costituzione del gruppo è stato proprio Nencini, unico esponente Psi della compagine. Allo stesso modo è vero che , una volta costituito il gruppo, Italia viva ha presentato liste in altre competizioni elettorali: lo ha fatto, in particolare, alle regionali in Campania (da sola), Liguria (con Psi e +Europa nella lista Massardo presidente), Marche (con Psi, Demos e civici), Puglia, Toscana (con +E), Valle d'Aosta (con forze locali) e Veneto (con Civica per il Veneto, Pri e Psi), nonché in varie elezioni comunali. 
Basta questo per dire che "questa storia del gruppo non esiste" perché "una delle condizioni" (si suppone perché il gruppo parlamentare continui a esistere) è l'aver partecipato ad "altre elezioni", genericamente intese? In teoria non lo si può escludere, ma si deve dire che la lettura che sembra proporre Renzi sarebbe del tutto contraria allo spirito con cui era avvenuta la riforma del regolamento del Senato nel 2017. Cerchiamo di capire, innanzitutto, su cosa dovrebbe fondarsi la tesi renziana. Stando al testo vigente dell'art. 14, comma 4 del regolamento, "Ciascun Gruppo dev'essere composto da almeno dieci Senatori e deve rappresentare un partito o movimento politico, anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione di Senatori". Si è già visto che la richiesta del Psi di costituire il gruppo contenente la propria denominazione è stata ritenuta rispondente ai requisiti indicati dalla disposizione, tanto a quello numerico (per il concorso degli aderenti a Italia viva) quanto a quello elettorale-politico (per la partecipazione del Psi alle liste di Insieme e l'elezione di Nencini); si è anche detto che, in realtà, questa lettura del regolamento andava esattamente contro il disegno anti-frammentazione con cui si erano introdotte le nuove regole, volte a non consentire la formazione di gruppi legati a partiti nati dopo le elezioni; il nuovo partito - Iv - era però riuscito a ottenere di fatto un suo gruppo col concorso di un solo eletto riferibile a un partito che aveva corso alle elezioni - il Psi - e che peraltro aveva ottenuto l'elezione non in una lista del partito, ma in un collegio uninominale.
Questo significa che l'accordo tra il Psi e Italia viva obbliga le forze politiche fino alla fine della legislatura, senza poter essere sciolto? Ovviamente no: non solo Nencini potrebbe certamente decidere di abbandonare il gruppo e approdare altrove, ma - se lo facesse - potrebbe chiedere al segretario Psi di revocare l'uso del nome e del simbolo al gruppo attualmente condiviso con Italia viva, per il solo, evidente fatto che quel gruppo non rappresenterebbe più (anche) quella forza politica e non si potrebbe costringere un partito a lasciare i suoi segni distintivi - noti e definiti - in uso a una forza politica con cui non ha più legami. Neanche l'avere presentato alle citate regionali liste in cui figurano uniti i simboli di Psi e Iv vincolerebbe in qualche modo i socialisti: ogni elezione, com'è facile immaginare, fa storia a sé, non influenzando in automatico accordi nazionali né venendone influenzata.
Bisogna allora forse interpretare diversamente le parole di Renzi, ad esempio sostenendo che anche qualora Nencini e il Psi decidessero di abbandonare il gruppo e di revocare a questo nome e simbolo socialisti, il gruppo di Italia viva potrebbe continuare a esistere senza quell'apporto: ciò vuoi perché le caratteristiche per costituire il gruppo devono esistere certamente all'inizio ma non è richiesto esplicitamente che debbano permanere anche in seguito, vuoi perché nel frattempo Italia viva potrebbe avere acquistato un titolo autonomo a esistere come gruppo, in particolare grazie alla partecipazione ad elezioni. Entrambe le letture sono astrattamente possibili, ma presentano altrettante criticità che vanno evidenziate.
Sotto il primo profilo, è vero che formalmente l'art. 14, comma 6 prevede come unica ipotesi esplicita di scioglimento di un gruppo il caso in cui la compagine "perda pezzi" fino a scendere sotto i dieci membri (e lo scioglimento non è automatico, ma va dichiarato), mentre non è espressamente previsto lo scioglimento qualora un partito ritenga che un gruppo non lo rappresenti più e gli revochi nome e simbolo (un'ipotesi cui forse chi aveva concepito le nuove norme non aveva pensato, magari credendo che un partito che aveva partecipato alle elezioni ed eletto senatori non avrebbe mai negato a se stesso l'uso delle proprie insegne). Trattandosi di regole nuove, non ancora sottoposte a stress, non ci sono precedenti direttamente invocabili; parrebbe però irragionevole ritenere che, a fronte della sanzione dello scioglimento in caso di venir meno del requisito numerico, non accada nulla qualora venga meno il requisito politico che aveva permesso al gruppo di nascere, solo perché nulla in proposito si dice. In più, se si guarda alla Camera (che pure ha prassi diverse dal Senato), la ratio di alcuni precedenti non depone a favore della tesi renziana. Si pensi al caso, qui già trattato, della scissione interna a Scelta civica: nel 2016 il segretario Enrico Zanetti e altri eletti abbandonarono il gruppo per costituirne un altro con meno di venti membri - il regolamento di Montecitorio lo permette ai gruppi legati a partiti che hanno partecipato alle elezioni ed eletto deputati - dicendo che era il nuovo gruppo a rappresentare il partito, non più il vecchio (il che prova che un partito può ben dire di non essere più rappresentato da un certo gruppo). Il gruppo più risalente rimase sì in vita (con un nome che non creasse confusione), ma con l'intesa che in tempi rapidi avrebbe dovuto raggiungere la consistenza minima richiesta agli altri gruppi (non riuscendovi, il gruppo venne sciolto).
Esisterebbe, dunque, una condizione diversa per permettere a un gruppo di continuare a vivere anche dopo il "disconoscimento" da parte del partito che l'aveva fatto nascere? Renzi, come si è visto, ha fatto riferimento alla partecipazione elettorale del partito: potrebbe bastare a legittimare la permanenza del gruppo di Italia viva? In via del tutto teorica qualche margine potrebbe esserci: il terzo periodo dell'art. 14, comma 4, in cui si dice che "è ammessa la costituzione di Gruppi autonomi, composti da almeno dieci Senatori, purché corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati", parla genericamente di presentazione "alle elezioni", senza ulteriormente specificare. Limitandosi a interpretare quel periodo, insomma, si potrebbe pensare che un partito che abbia presentato liste in una competizione elettorale (a maggior ragione se in più casi e a livello regionale) insieme alla forza politica con cui ha costituito il gruppo parlamentare, con contrassegni che mettano in evidenza entrambi i simboli, potrebbe a sua volta creare un gruppo autonomo in corso di legislatura sulla base di quel requisito elettorale (oltre che di quello numerico). 
Detto questo, bisogna subito mettere in luce i gravi limiti di questa lettura. Innanzitutto questa non terrebbe conto del complesso dell'articolo e del comma: all'inizio del comma 4, infatti, è preciso il riferimento alle "elezioni del Senato"; in seguito si parla solo di "elezioni", ma almeno nel periodo seguente è chiaro che quelle elezioni possono essere solo le stesse elezioni senatoriali, altrimenti la frase non avrebbe senso; sarebbe dunque ragionevole riferire anche la presentazione "alle elezioni" del periodo che interessa qui alle "elezioni del Senato" di cui al primo periodo. Soprattutto, però, è impossibile non notare che, se davvero fosse sufficiente una partecipazione congiunta di due partiti a una qualunque elezione, senza altre precisazioni, verrebbe del tutto meno qualunque limite alla frammentazione dei gruppi che pure era palese in sede di elaborazione delle nuove norme regolamentari. Proprio perché non si precisa nulla in quel periodo sul tipo, sul livello e sul numero di elezioni da considerare, qualunque partito nato in corso di legislatura potrebbe chiedere di formare un gruppo di almeno dieci senatori per il solo fatto di aver presentato anche una sola lista in un solo comune (e ogni anno si tengono elezioni comunali...) con un partito titolare di un gruppo già presente in Parlamento: se, ad esempio, dodici membri del gruppo del Pd volessero costituire il gruppo senatoriale autonomo di Europa Verde, potrebbero farlo per il solo fatto di aver presentato una lista comune alle regionali in Valle d'Aosta l'anno scorso. Un meccanismo simile potrebbe ripetersi un numero indefinito di volte (limitato solo dalle dimensioni dei gruppi parlamentari esistenti...), con effetti incalcolabili sulla composizione dell'assemblea e sulle risorse da destinare ai gruppi.
Dovrebbe bastare questo a ritenere non percorribile l'ipotesi enunciata da Renzi a Porta a porta. Si ripete però che, proprio perché non ci sono precedenti, potenzialmente il primo caso potrebbe anche essere deciso nel modo inteso dal fondatore di Italia viva (non è nemmeno da escludere che lui o altri membri del gruppo abbiano parlato di queste ipotesi con qualche funzionario parlamentare, valutandone la percorribilità). Non si dimentichi nemmeno che, in caso di interpretazione dubbia del regolamento, la Presidenza del Senato si potrebbe rivolgere alla Giunta per il regolamento, di cui fanno parte esponenti di tutti i gruppi (per Italia viva c'è Davide Faraone): pur fondata su argomenti giuridici, è innegabile che la scelta di interpretare in un modo o in un altro le disposizioni regolamentari è sempre di natura politica, perché politiche sono le posizioni di chi compone l'organo e i motivi che stanno alla base di una tesi o dell'altra (specie se ciascuna di esse ha almeno una parte di ragione). Se il problema si porrà, dunque, lo si affronterà a tempo debito; magari, come detto, non ce ne sarà nemmeno bisogno, perché il Psi e il suo simbolo resteranno dove sono ora.

martedì 19 gennaio 2021

"Interno Montecitorio": passi perduti, persone e pagine "simboliche"

I #drogatidipolitica sono abituati ai Palazzi che parlano, si animano e fanno notizia: la metonimia nel discorso politico ha una storia copiosa, così nelle pagine e nei servizi degli Interni affiorano indiscrezioni dal Quirinale, dichiarazioni da (Palazzo) Chigi, comunicati dalla Consulta, discorsi da Palazzo dei Marescialli, cifre dal Viminale, conteggi febbrili dalle parti di (Palazzo) Madama e via edificando. Ai tempi d'oro parlavano anche le sedi dei partiti, sia pure attraverso i loro più modesti indirizzi: note e "pastoni" erano un susseguirsi di opinioni e pensieri attribuiti a Botteghe Oscure, Piazza del Gesù, Via del Corso, Via della Scrofa; sarebbero poi apparse, ma molto meno, Via dell'Umiltà, Piazza Santi Apostoli, Via Nazionale, Via dei Due Macelli (quanto a Palazzo Grazioli, contava più per il suo principale inquilino che per il suo partito); ora tanti indirizzi tacciono, tranne - spesso suo malgrado - il Nazareno (un po' Palazzo e un po' Largo, ma meno lungo di Sant'Andrea delle Fratte, vero indirizzo della sede della Margherita e poi del Pd).
Tornando ai Palazzi, se il Quirinale, come sede del capo dello Stato, è "il colle più alto"; se per tradizione il potere principale in Italia - quello del Governo - è collocato a Palazzo Chigi; se la storia e il prestigio del Senato sono evocati nominando Palazzo Madama, di certo il compito di rappresentare il Parlamento e in fondo tutta la politica spetta a Palazzo Montecitorio, in cui è ospitata la Camera dei deputati. La storia del luogo in sé, delle persone che l'hanno retto e continuano a farlo vivere (nei loro rispettivi ruoli) e dei fatti di cui è stato teatro meritano l'attenzione che le cronache non hanno il tempo di offrire e sollecitare: si tratta di una messe ricchissima di storie che insieme - tutte, anche la più minuta o laterale - concorrono a creare la Storia dell'istituzione che in Italia più incarna la democrazia, pure nelle sue pagine meno edificanti.
Quella storia è stata ripercorsa ancora di recente da uno dei suoi massimi conoscitori, Mario Pacelli, già funzionario di lungo corso alla Camera, da tempo appassionato di storia italiana e parlamentare, autore di numerosi libri (qui si è già parlato di Ad Hammamet, su Bettino Craxi). Alla fine di ottobre del 2020, infatti, Giappichelli ha pubblicato la quarta edizione rivista e aggiornata di Interno Montecitorio, opera consistente - 400 pagine, 39 euro - che Pacelli ha curato con Giorgio Giovannetti, giornalista parlamentare esperto e saggista (e con cui Pacelli nel 2017 ha curato anche Il colle più alto, dedicato alle varie vite del Quirinale e di chi lo ha popolato). Non c'è ovviamente la pretesa di raccontare tutto sulle vicende del Palazzo legato ai lavori dei deputati, ma nelle tante pagine del volume possono ritrovare una miriade di notizie, dettagli interessanti e spunti di approfondimento tanto le persone semplicemente curiose, quanto coloro che desiderano avere buone nozioni di base di storia dell'istituzione parlamentare in Italia (e per i #drogatidipolitica questo è un must irrinunciabile).

Palazzi, capitali, aule: luoghi da trovare, creare, adattare 

Resoconto della prima seduta
Se si parla di Palazzi, dal Palazzo occorre partire. Anzi, dai Palazzi
: a dispetto di quanto il titolo suggerisce, Interno Montecitorio non si limita affatto all'edificio che ospita la Camera dei deputati dal 27 novembre 1871 e che solo dal 20 novembre 1918 conta sull'aula attualmente utilizzata, elemento principale di un altro Palazzo costruito aderente alla vecchia Curia innocenziana e perfettamente raccordato a questa. Pacelli infatti inizia il suo percorso - con debito corredo di disegni, stampe e fotografie d'epoca - da Torino, in particolare da Palazzo Carignano, vecchia residenza di famiglia liberata dal nuovo re Carlo Alberto, dove la Camera dei deputati del Regno di Sardegna si riunì dall'8 maggio 1848. I primi componenti - tutti uomini, come il tempo richiedeva - erano stati eletti in collegi uninominali con un sistema a doppio turno; ignoravano però che per la prima seduta ci si sarebbe dovuti riunire in un'aula provvisoria al piano terra, perché l'aula vera non era ancora pronta; in più, "quando si trattò di procedere alla prima votazione, mancavano le urne, di cui nessuno evidentemente aveva previsto la necessità. Si ricorse, così, ad un cappello a cilindro, messo a disposizione da uno dei presenti". In quella seduta, la Camera si diede come regolamento provvisorio quello "per cura dei Ministri del Re compilato", senza valersi dell'autonomia regolamentare che l'avrebbe caratterizzata in seguito; il 16 maggio fu invece eletto per acclamazione il primo presidente, cioè Vincenzo Gioberti, che interpretò il ruolo "non [come] arbitro imparziale, sul modello dello speaker della Camera dei comuni, ma [come] espressione di una maggioranza politica".
Col passaggio dal Regno di Sardegna al Regno d'Italia, nel 1861, il Palazzo rimase lo stesso, almeno fino a quando, nel 1865, la capitale del regno fu trasferita a Firenze e anche la Camera dovette traslocare, per l'esattezza a Palazzo Vecchio. Se Pacelli racconta che lo spostamento della capitale "produsse più danni che benefici", non fu meno laborioso trasferire l'istituzione parlamentare: riprese la ricerca travagliata - tra concorsi banditi e progetti premiati ma non realizzati - di soluzioni per trovare ambienti idonei e adattarli alle esigenze dell'assemblea e dei suoi membri ("specie quando la Camera si riuniva in seduta pubblica, l’aula risultava scarsamente aerata ed il caldo nella stagione estiva si faceva opprimente"). 
Dopo la presa di Roma e la sua elevazione a capitale, il problema di trovare sistemazione alla Camera elettiva si ripresentò e l'istituzione pretese di avere l'ultima parola nella scelta del luogo in cui stabilirsi: all'inizio di gennaio del 1871 ci si accordò per eleggere come nuova sede dell'assemblea dei deputati il Palazzo Montecitorio (anzi, Monte Citorio, come recita ancora la targa della piazza), finito nel 1695 su progetto di Carlo Fontana dopo una storia travagliata - che Pacelli ripercorre in pagine agili e coinvolgenti e che vide il coinvolgimento di Gian Lorenzo Bernini - e destinato a sede della Curia da papa Innocenzo XII. 
Dal Corriere della Sera, 7-8 luglio 1893
La Camera vi si sarebbe trasferita (da sola, rifiutando la convivenza con il ministero dell'interno proposta dal governo) il 27 novembre 1871, dopo che fu realizzata la prima aula provvisoria su progetto di Paolo Comotto, ingegnere che aveva lavorato agli allestimenti di Palazzo Carignano e Palazzo Vecchio: era "un'aula in legno e stucco, quasi una scenografia", realizzata nel cortile interno del Palazzo, non completata all'atto dell'insediamento ma apparsa subito inadeguata, a dispetto dell'enorme somma spesa. "Il legno, gli stucchi e il colore rosso pompeiano con cui era stata dipinta - annota Pacelli - la rendevano scura, anzi cupa, tanto che alcuni giornali la paragonarono a una cripta funeraria. [...] L'impianto di illuminazione non funzionava e l'aula risultava fredda e piena di spifferi", al punto che i deputati furono autorizzati a restarvi con cappello, paletot, pelliccia e sciarpa. Si rimediò al problema del freddo con dei lampadari (che però rischiarono di bruciare le tribune in legno), ma non si poté fare nulla di utile contro i disagi del caldo estivo: fu proprio lì che nacque la "cerimonia del ventaglio", ricevuto per la prima volta nel 1893 in dono dal presidente Giuseppe Zanardelli dopo che questi l'aveva invidiato ai giornalisti parlamentari che ne facevano uso in tribuna per non squagliarsi.
Ventaglio a parte, le scomodità e i disagi erano ben altri e col tempo peggiorarono, anche sul piano della stabilità della struttura (che venne demolita nel 1899, dovendosi utilizzare l'anno dopo un'altra aula provvisoria, sempre in legno e stucco e ugualmente scomoda, in uso fino al 1918), per cui si vagliarono e si scartarono varie ipotesi, inclusa quella di concentrare in via Nazionale i due rami del Parlamento. Alla fine si scelse di realizzare un'altra aula in muratura dietro Montecitorio: nel mese di giugno del 1902 si diede l'incarico diretto all'architetto Ernesto Basile (molto noto e, per giunta, legato all'obbedienza massonica del Grande Oriente d'Italia). Il progetto arrivò a febbraio del 1903, fu approvato l'anno dopo, ma fu completato solo nel 1927, nove anni dopo l'inaugurazione dell'aula (e con una spesa imprecisata, ma di certo superiore a 45 milioni di lire): ne risultò un edificio in stile liberty, con grande cura per i dettagli e la scelta dei materiali e predisponendo anche canalizzazioni per riscaldare o raffreddare l'aula (ma in seguito sarebbero serviti anche per "far passare i cavi dei microfoni utilizzati per registrare le conversazioni che si svolgevano nel palazzo"). 
L'aula era ed è tuttora separata dal cortile d'onore (di nuovo libero) da un salone rettangolare lungo 56 metri e largo 11, noto come "Salone dei passi perduti" o "Transatlantico" (a motivo del "soffitto di legno intarsiato, realizzato sullo stile e con i lampadari usati all’epoca nei saloni da ballo dei transatlantici"); a una delle due estremità fu ricavata la buvette, "un caffè, analogo a tanti altri di quel tempo, con quattro tavolini in ferro con il piano di marmo bianco ed un lungo bancone dello stesso stile". Un luogo a suo modo mitico, "perfetto per sancire l’inizio di una amicizia o la fine di un’alleanza" secondo Giulio Andreotti, ma anche un luogo potenzialmente rischioso: nel 2002 la Corte costituzionale avrebbe stabilito (con la sentenza n. 509) che un'affermazione diffamatoria verso un deputato, pronunciata lì ma a voce abbastanza alta da essere avvertita anche in Transatlantico dai giornalisti, non poteva ritenersi funzionale all'attività parlamentare e, come tale, non era coperta dall'insindacabilità (ne avrebbe fatto le spese Fabio Mussi, nel processo per diffamazione intentato da Cesare Previti quattro anni prima).
Fatta l'aula, non cessarono le necessità di spazio: soprattutto con l'avvento della Repubblica -anche la Costituente tenne lì le sue sedute - e il progressivo incremento dei deputati (fino alla revisione costituzionale del 1963 che ne fissò il numero in 630), nonché con la creazione delle Commissioni permanenti e l'ampliamento della burocrazia parlamentare, la Camera ebbe bisogno di espandersi rispetto a Montecitorio. Nel volume di Pacelli, in particolare, si dà conto dell'acquisizione dei locali in via Uffici del Vicario (tuttora destinati ai gruppi), del restauro dell'ex monastero delle Oblate benedettine in vicolo Valdina (ora occupato essenzialmente da uffici di parlamentari) e, soprattutto, del travaglio legato alla sede della Biblioteca della Camera, originariamente destinata a un palazzo da costruire in via della Missione ma poi collocata nell'ex insula domenicana di via del Seminario (vicina al Pantheon, là dove stava il ministero delle poste), luogo condiviso con le commissioni bicamerali, d'inchiesta e l'archivio storico della Camera. In passato erano stati occupati anche altri palazzi, che però sono stati via via dismessi, nel tentativo di fare economia; dopo il taglio dei parlamentari, si starà larghi persino in aula e col Parlamento in seduta comune non si farà a cazzotti.

Le persone giuste per la "cultura del Parlamento"

Fermarsi al Palazzo, tuttavia, non è né possibile né opportuno. Il contenitore è maestoso e affascinante, ma il contenuto è essenziale: Pacelli lo descrive come "un mare frequentato da ogni genere di specie, dove l'esperienza è un elemento essenziale per nuotare, sopravvivere e cercare di realizzare il bene comune". Fin dall'inizio, hanno popolato la Camera varie nature di persone, che naturalmente sono cambiate nel corso del tempo. Ci si riferisce agli eletti (e, solo dal 1946, alle elette), ma anche a chi non metteva piede in aula, come giornalisti e rappresentanti di interessi (lobbisti, se proprio ci tenete a chiamarli così): a loro e a tante altre figure sono dedicate varie schede interessanti e curiose all'interno del testo. Soprattutto, però, occorre ricordare che l'intera macchina di ogni istituzione e in particolare della Camera ("clinica della Costituzione", secondo un'intensa espressione coniata da Silvano Tosi, primo titolare della cattedra di Diritto parlamentare) non potrebbe funzionare senza personale adeguatamente formato e competente, dalle poche figure di vertice a quelle di base.
Leggendo il volume di Pacelli appare ben chiaro che ripercorrere la storia della Camera significa anche (se non soprattutto) passare in rassegna la storia della sua amministrazione, delle persone che l'hanno guidata e delle scelte da loro fatte perché la "cultura del Parlamento" (vale a dire "l'insieme di norme, regole, prassi, comportamenti, stili e tradizioni che costituiscono la bussola con cui orientarsi nella più importante istituzione rappresentativa") sia rispettata, valorizzata e diffusa nel modo più efficace possibile. Si sono succedute scelte visibili o poco palpabili, svolte decise o riforme non compiute, scelte sagge e decisioni meno commendevoli; in qualche caso è facile ricostruire l'accaduto, in altri frangenti si può procedere solo per indizi e per ipotesi. In ogni caso, Palazzo Montecitorio in un secolo e mezzo di vita parlamentare ha visto esperienze di ogni tipo, che meritano di essere sfogliate.
Per chi appartiene alla categoria dei #drogatidipolitica è profondamente ingiusto e ingeneroso qualificare i tanti dipendenti del Parlamento ("dipendenti di Stato", non "dello Stato", come insisteva Vittorio Emanuele Orlando) come una pletorica e pesante voce di spesa. Basti pensare che, senza gli stenografi - una figura che non esiste più, ma che ha avuto un ruolo fondamentale - e chi si è occupat* e si occupa dei resoconti delle sedute di assemblea e commissioni, oggi non avremmo alcuna memoria dell'attività della Camera (e senza chi lavora al servizio informatico non sarebbe accessibile da ogni computer di casa una marea di informazioni e documenti, anche relativi alle ultime sedute); senza le molte persone addette alla biblioteca - aperta al pubblico dal 1988 - nessuno avrebbe accesso a una delle collezioni di volumi e altro materiale di studio più rilevanti per chi si occupa di diritto, politica e altre materie (e qualcosa di simile può dirsi per l'archivio). Soprattutto, senza i funzionari che si occupano dell'assemblea, delle commissioni, dei servizi studi e bilancio (senza dimenticare gli altri), il lavoro di qualunque deputata o deputato, di qualsiasi gruppo parlamentare sarebbe, se non impossibile, decisamente peggiore.
Di questo è cresciuta la consapevolezza con l'andare del tempo e nelle pagine del libro di Mario Pacelli - che della storia dell'amministrazione della Camera è stato per vari anni anche testimone diretto -  questo si avverte. Particolare attenzione è dedicata alle figure che via via hanno ricoperto il ruolo di vertice di quella struttura, cioè la segreteria generale: si è trattato sin dall'inizio di una posizione di potere e, anche per questo, estremamente delicata, come da sempre sono stati delicati i rapporti con la persona che in quel momento ricopre l'ufficio di Presidente della Camera (e, in modo più esteso, con l'Ufficio di Presidenza, che rappresenta l'organo collegiale di direzione politico-amministrativa della Camera e di cui fanno parte vicepresidenti, questori e segretari d'aula).
Scorrendo i nomi che si sono avvicendati al vertice dell'amministrazione dalle origini fino alla segretaria attualmente in carica (dal 2015), Lucia Pagano, si trovano figure entrate nella storia. nel volume di Pacelli si cita spesso Camillo Montalcini, segretario dal 1907 al 1927: uomo dalla formazione costituzionalistica, in piena età giolittiana improntò l'amministrazione della Camera all'imparzialità perché potesse essere garante per chiunque le si rivolgesse, a prescindere dalla parte politica (e a partire dal 1920, con il riconoscimento dei gruppi parlamentari, i partiti entrarono ufficialmente a Montecitorio); il fascismo tentò di sfruttare quel canone della neutralità politica per smantellare la struttura amministrativa creata da Montalcini (portando questi, che fascista non era, a lasciare l'incarico dopo un'indagine sulla massoneria, di cui probabilmente egli faceva parte), ma passata l'epoca fascista - comunque analizzata nel libro - e proclamata la Repubblica l'amministrazione tornò ad assumere i caratteri impressi dallo stesso Montalcini, incluso il ruolo preminente del segretario generale.
Dopo le prime riforme in epoca repubblicana (tra il 1948 e il 1953), un altro snodo fondamentale si ebbe - metabolizzato tra l'altro l'ingresso delle telecamere in Parlamento nel 1955 - a partire da 1964, quando arrivò al vertice dell'amministrazione della Camera Francesco Cosentino: figlio dell'ex segretario generale Ubaldo, entrato alla Camera nel 1947 per concorso, è stato noto per anni anche al di fuori degli ambienti parlamentari - sia pure con il solo cognome - per avere curato uno dei più noti commenti alla Costituzione (con tanto di riferimenti ai lavori preparatori dell'Assemblea costituente, ai quali aveva personalmente assistito assieme agli altri curatori, Vittorio Falzone e Filippo Palermo, peraltro nominati rispettivamente estensore del processo verbale e vicesegretario generale un mese dopo la nomina di Cosentino da parte dell'Ufficio di Presidenza di Montecitorio). Il nuovo segretario generale, nei suoi dodici anni di permanenza alla guida dell'amministrazione, strinse relazioni con molte figure politiche, concepì una Camera più efficiente, in cui tanto la maggioranza quanto l'opposizione dovevano avere precisi ruoli, delimitati e corroborati da diritti e obblighi; si sarebbe per questo dovuta accentuare la neutralità dei dipendenti (in grado di collaborare da "tecnici esperti" con chiunque e da interpretare e applicare in modo imparziale il regolamento) e sarebbe stata necessaria un'attenzione spiccata per la documentazione parlamentare come ingrediente essenziale per un'assemblea moderna e realmente consapevole. Queste linee guida informarono la riforma iniziata appunto nel 1964 e proseguita per alcuni anni; non si trattò di innovazioni soltanto rose e fiori e non tutto andò per il meglio, ma nessuno dubita del valore di "pietra miliare" di quel passaggio. 
Nel 1971 - giusto cinquant'anni fa - si ebbe l'adozione dei nuovi regolamenti parlamentari di Camera e Senato, gli stessi che - pur modificati, anche in modo sensibile - continuano a essere vigenti oggi, nella struttura e nell'impostazione: nell'ottica di "disgelo costituzionale" ormai in atto da tempo, si volle "porre il Parlamento al centro del Paese, quale sintesi dei centri di energia della Nazione, come affermò Aldo Bozzi, e ricercare una compartecipazione delle opposizioni nelle decisioni" (anche se l'idea di Cosentino, lo si è visto, era un po' diversa). Protagonisti delle Camere divennero, una volta per tutte, i gruppi parlamentari, "strutture portanti e, in un certo senso, egemoniche delle Assemblee", sempre secondo Silvano Tosi; i presidenti delle Camere divennero più garanti che soggetti di parte, mentre la programmazione dei lavori passò alla Conferenza dei capigruppo, in cui tutte le articolazioni maggiori erano rappresentate. Francesco Cosentino dovette uscire di scena nel 1976, in modo anche piuttosto burrascoso, per una vicenda collaterale allo scandalo Lockheed e forse per altre ragioni che sarebbero emerse anni dopo (si rimanda al volume per fatti, ipotesi, indizi e dubbi); di quel periodo resta soprattutto una dichiarazione rilasciata a una commissione d'inchiesta parlamentare dallo stesso Cosentino - e riportata da Pacelli - circa il compito del segretario generale della Camera: questi doveva essere "il custode del tèmenos, il recinto sacro del tempio greco, quello in cui solo i sacerdoti potevano entrare".
Anche in seguito, in ogni caso, non mancarono nomi destinati a essere ricordati, come quelli di Antonio Maccanico (entrato per concorso insieme a Francesco Cosentino e suo successore nel 1976, sia pure per soli due anni, cioè fino a quando fu chiamato alla segreteria generale del Quirinale da Sandro Pertini, primo presidente della Camera con cui aveva collaborato) e di Ugo Zampetti (rimasto al vertice dell'amministrazione della Camera dal 1999 alla fine del 2014, per poi passare dopo la pensione alla segreteria generale del Quirinale con Sergio Mattarella). Il libro di Pacelli e Giovannetti dà conto anche di momenti assai meno luminosi conosciuti dall'amministrazione camerale: questi sono stati legati soprattutto a dissidi con chi occupava la Presidenza (accadde prima con il rapporto complesso tra Nilde Iotti e Vincenzo Longi, arrivato alla rottura nel 1988, poi con il "braccio di ferro" tra Luciano Violante e Mauro Zampini, durato fino al 1999) oppure a situazioni anomale e di difficile gestione (ci si riferisce in particolare alla segreteria "bicefala" durata dal 1989 al 1994, con Donato Marra come segretario generale preposto ai servizi assemblea, commissioni e studi e Silvio Traversa quale segretario generale aggiunto preposto all'organizzazione amministrativa e al personale).

Pagine "simboliche" di varia natura

Da Google Maps Satellite
Interno Montecitorio
racconta tutto questo, ma non fa mancare a chi legge una messe incalcolabile di informazioni e di dettagli, magari sfuggiti anche a chi ha una pur minima conoscenza della storia del Parlamento. Nel volume, per esempio, si ricorda come in un primo tempo l'architetto Ernesto Basile, dopo aver realizzato l'aula, fece sostituire la salita verso l'ingresso principale di Piazza di Monte Citorio con una piccola scalinata; nel 1998 però il comune di Roma, sulla base di un progetto "approvato dalla commissione artistica della Camera ed elaborato da Franco Zagari" ripristinò la salitella, "realizzando però una sorta di piazzola davanti al portone", con "una striscia di marmo chiaro dalla base dell’obelisco [quello fatto innalzare lì da Pio VI) al portone principale di palazzo Montecitorio, con i segni zodiacali e l’indicazione dei punti in cui, da marzo ad ottobre, un raggio di sole passando attraverso la camera cava posta sulla cima, interseca l’ombra dell’obelisco a mezzogiorno 'vero' (cioè astronomico)". 
Precisa Pacelli che "non si tratta di una meridiana in senso proprio e non è il ripristino di qualcosa di già esistente: è piuttosto un tentativo di dare un senso compiuto ad una piazza lasciata a metà, dopo l’abbandono dell’originario progetto del Bernini"; lui stesso peraltro nota che "la striscia di marmo chiaro che parte dall’obelisco e che incrocia i sei semicerchi concentrici aventi per centro l'ingresso principale del palazzo sembra formare una enorme menorah, il calendario a sette braccia della tradizione ebraica e massonica. Secondo alcuni, le fiamme del candelabro entrano nel Palazzo con l’auspicio che la luce possa 'illuminare' il tempio della democrazia. Inoltre, in tutta la piazza sono state incastrate tra i sanpietrini numerose stelle, in antimonio come le colonnine e le catenelle e dello stesso colore dei selci della pavimentazione, segnano una linea curva intorno all’edificio". Qui non si aderisce ad alcuna lettura complottista o massonica (data anche, ,secondo alcuni, dalla natura di simbolo massonico delle stesse stelle), si prende semplicemente atto di questa curiosità: è invece noto che nel non lontano Palazzo Giustiniani - vicino a Palazzo Madama, dove ora si trova l'appartamento di rappresentanza del Presidente del Senato insieme a vari uffici senatoriali - ha avuto sede il Grande Oriente d'Italia sino al 1985 (e ancora nel 2015 il Gran Maestro del Goi rivendicò il diritto a riottenere alcuni locali del palazzo, sottratto in epoca fascista, in base ad accordi intercorsi negli anni '80 con l'allora presidente Spadolini), mentre di vari "abitanti" di Montecitorio (eletti e funzionari) era nota o probabile l'affiliazione a logge massoniche.
Se questa pagina, a suo modo, ha un certo potenziale "simbolico", se ne ritrova altrettanto - ma assai più simile a quello cui lettrici e lettori di questo sito hanno fatto l'abitudine - nelle parti del volume dedicate all'evoluzione delle norme regolamentari e delle prassi. Si è già ricordato il passaggio dell'approvazione dei regolamenti del 1971 come un punto fondamentale della storia del Parlamento della Repubblica; cinque anni dopo, nel 1976, nello stesso spirito che aveva portato a quei regolamenti venne eletto alla presidenza della Camera per la prima volta un esponente del Partito comunista italiano (Pietro Ingrao, prima della lunga presidenza iotti), ma soprattutto si registrò l'ingresso di un manipolo di quattro persone elette sotto il simbolo del Partito radicale. In quella VII legislatura i primi nomi legati alla rosa nel pugno furono Marco Pannella, Emma Bonino, Adele Faccio e Mauro Mellini: loro - e le persone che subentrarono dopo le dimissioni di questi - fecero l'impossibile per introdurre i loro temi nell'agenda politica. Come scrive lo stesso Pacelli, "per pubblicizzare le loro iniziative e sostenere le loro campagne, i radicali utilizzarono tutti gli strumenti concessi dai regolamenti parlamentari: così l'ostruzionismo si trasformò da arma estrema ed eccezionale (quale era stata fino ad allora), in prassi costante". 
La pratica divenne più consistente nella successiva legislatura quando il Partito radicale ottenne addirittura diciotto seggi e, grazie alle norme del regolamento di Montecitorio (che consentivano costituire un gruppo autonomo anche con meno di venti eletti, purché questi avessero rappresentato "un partito organizzato nel Paese che abbia presentato, con il medesimo contrassegno, in almeno venti collegi, proprie liste di candidati, le quali abbiano ottenuto almeno un quoziente in un collegio ed una cifra elettorale nazionale di almeno 300 mila voti di lista validi"), i radicali ottennero di costituire un gruppo: questo ampliò gli strumenti ostruzionistici a loro disposizione, sempre in base al regolamento del 1971. Merita di essere riletto, in questo senso, il "dialogo" tra Andrea Manzella e Marco Pannella contenuto nel volume Regolamenti parlamentari e forma di governo: gli ultimi quarant'anni (Giuffrè, 2015, pp. 1-32) curato da Fulco Lanchester, per giustapporre le opinioni di chi aveva concorso alla scrittura di quelle norme e di chi aveva fatto di tutto per metterle sotto stress. Fu peraltro sempre in quella VIII Legislatura - la stessa che vide gli interventi dalla lunghezza record di Roberto Cicciomessere e, ancor più, di Marco Boato - che si approntarono i primi strumenti antiostruzionismo: prima il "lodo Iotti" sull'illustrazione degli emendamenti di opposizione in caso di apposizione della fiducia (1980), poi alcune riforme regolamentari che sarebbero continuate nella legislatura successiva. Pacelli dà ampiamente conto di tutto ciò che si fece per rendere più difficili manovre dilatorie e ostruzionistiche (per cui, in sostanza, l'opposizione avrebbe potuto continuare a fare il suo "lavoro", senza però impedire alla maggioranza di decidere, se ne aveva la forza); sarebbero arrivate più avanti altre riforme di rilievo, a partire dalla drastica limitazione dello scrutinio segreto (X Legislatura) fino agli interventi della XIII Legislatura - sotto la presidenza Violante - per favorire una "democrazia decidente" ma anche per tentare di migliorare la qualità della legislazione.
Tutto questo si trova nel libro di Mario Pacelli e Giorgio Giovannetti: il racconto del cuore della democrazia italiana, ricco di fasi importanti, luminose, buie e anche involontariamente comiche. Come quando, dopo che Luciano Violante ebbe stabilito che il numero legale dovesse calcolarsi su chi era effettivamente presente in aula e non sul numero minore di effettivi partecipanti al voto, "nelle prime sedute in cui fu applicata la nuova interpretazione accadde di tutto: fughe precipitose dall’Aula, deputati che si sedevano nei posti di altri e anche qualcuno che scivolava indecorosamente sotto lo scranno". Si può sorridere, per questa sorta di nascondino fuori tempo massimo, o scuotere la testa pensando che questo in un Parlamento non dovrebbe accadere. Come quando, il 3 giugno 1997 Mara Malavenda, sindacalista Cobas eletta in Rifondazione comunista, protestò in modo plateale per i suoi 1500 emendamenti sul lavoro interinale dichiarati irricevibili continuò a parlare dopo che il presidente Violante le tolse la parola (il tempo a disposizione era finito), disturbando gli altri interventi: per questo ebbe due richiami e rasentò più volte il terzo, ma raggiunse l'apice quando, per farsi sentire dopo la bocciatura di alcuni suoi emendamenti ammessi, "si infilò in bocca un fischietto e iniziò a soffiare. Il presidente Violante, dopo averla richiamata, la espulse. La Malavenda si legò con un foulard al suo banco continuando a fischiare. Intervennero i commessi, con difficolta e dopo qualche minuto riuscirono a tagliare il fazzoletto, mentre il fischio forte e stridente continua a riempire l’Aula. La deputata, presa di peso dai commessi, si fece trascinare nell’emiciclo continuando a fischiare e a gridare. Giunta sulla porta si mise di traverso continuando a fischiare. Tenuta ferma a terra dai commessi - riferì l’Adnkronos - cercò di 'rotolare verso il centro del Transatlantico', naturalmente sempre fischiando. La performance si concluse per la rottura del fischietto". Anche qui si può sorridere o disapprovare quanto è successo. Eppure è successo e, in seguito, è accaduto persino di peggio...