martedì 21 luglio 2015

Fare con Tosi, ossia come sfidare il passato

Il faro grigio scuro, con il suo fascio di luce giallo, alla fine è rimasto; il contesto invece è almeno parzialmente cambiato. Di certo, il risultato delle elezioni in Veneto non sembra avere scoraggiato Flavio Tosi, sindaco di Verona e già soggetto di punta della Lega Nord, prima dei suoi screzi con il segretario del Carroccio Matteo Salvini, che hanno portato all'espulsione dalla Lega e alla candidatura alla guida della regione. Alla fine è arrivato quarto, a un'incollatura di voti dal candidato del MoVimento 5 Stelle Jacopo Berti (che ha ottenuto 262.749 preferenze, a fronte delle sue 262.569); a Tosi, però, interessa soprattutto rimarcare l'11,9% dei consensi ottenuti, più del 10,7% relativo alla coalizione di liste a sostegno, compagine formata pur sempre in extremis, negli ultimi giorni disponibili per la campagna elettorale.
Certamente quell'esperimento poteva andare meglio, qualche voto in più poteva essere raccolto, ma Tosi probabilmente ha voluto conservare la parte positiva. Il simbolo che era andato meglio, in fondo, era proprio quello con la luce del faro, cioè la "sua" lista Tosi, sperimentata a Verona e riadattata in chiave regionale. Quel 5,7% non era poi così male, per un emblema nato in una città e che si era tentato di esportare in tutta la regione, sapendo di doversi misurare innanzitutto con il partito di provenienza di Tosi, quella Lega che puntava senza troppa difficoltà alla riconferma del presidente uscente, Luca Zaia. Si poteva partire da quei numeri per costruire qualcosa di più grande; certo, la strada non appariva tutta in discesa, c'era pur sempre da allargare un progetto all'intero territorio nazionale, senza poter contare su un minimo di seguito certo, ma i "fari" avevano cominciato a spuntare qua e là lungo lo stivale, quindi valeva la pena tentare. 
C'era però un'altra pista da considerare. Dopo la lista Tosi e quella di Area popolare, la formazione più votata era stata un'altra lista legata al candidato presidente, ma contenente un messaggio chiaro: "il Veneto del fare". Quel verbo, usato all'occorrenza come sostantivo, per il sindaco di Verona doveva essere un elemento chiave della sua stessa campagna elettorale: nel sito www.tosipresidente.it, fino a qualche giorno fa, campeggiava il motto "Siamo abituati a fare". Perché non ripartire anche da lì, allora, magari unendo i due messaggi che, da soli, si erano conquistati oltre il 7% dei voti in Veneto? Bastava mettersi al tavolo e pensare a una soluzione...
Alla fine, la soluzione è arrivata, almeno per ora. Stavolta il faro torna per intero, con la sua luce, su un fondo bianco; il nome di Flavio Tosi non è sparito, ma è relegato in fondo, in un segmento leggermente curvo e giallo come la luce. L'elemento più evidente, però, è senz'altro la parola "FARE!", gialla e bordata di nero, con il claim già visto che nei manifesti si trasforma appena, "siamo pronti a fare" (perché ora non basta l'abitudine, adesso occorrono rapidità e preparazione). E qui, ci si perdoni, ma è fin troppo facile tornare con il ricordo al progetto lanciato temporibus illis da Oscar Giannino, la "piccola pattuglia di rompicoglioni di professione" che avrebbe dovuto pungolare qualunque governo sull'economia, ma è "naufragata su se stessa" dopo la tempesta sui titoli di studio di Giannino e, anche sotto la guida di Michele Boldrin, non si è mai davvero ripresa.
Di fronte a quell'esito elettorale davvero poco felice, due erano le alternative: lasciar stare del tutto quel verbo all'infinito, per non evocare neanche lontanamente echi di sconfitta, oppure rischiare e sperare di dare nuovo significato a quelle quattro lettere. Tosi e i suoi, a loro modo, hanno scelto la seconda opzione: hanno tolto la freccia (ma la luce del faro punta sempre a destra), hanno aggiunto il punto esclamativo e hanno ridimensionato notevolmente il rosso, riducendolo a un archetto che sulla parte sinistra di Fare! con Tosi ha il suo contraltare verde. Un accenno di tricolore che nella Lega, da cui Tosi proviene, non si era mai visto né forse concepito. Anche i dettagli, in un simbolo, contano maledettamente.

lunedì 20 luglio 2015

Quei simboli depositati in casa Udc e mai usati

Ogni ambito, in fondo, ha il suo mistero. A sentire Panfilo Maria Lippi, il telegiornalista strampalato interpretato a suo tempo da Daniele Luttazzi a Mai dire Gol, il grande mistero del giornalismo è che ogni giorno nel mondo "accadano tante notizie da riempire giusto giusto un giornale". In politica, volendo, i misteri sono vari, ma uno qui è particolarmente interessante: quello dei simboli che qualcuno fa di tutto per registrare come marchi, senza però che vengano mai utilizzati davvero
Capita molto più spesso del previsto e del prevedibile; a volte quegli emblemi non li conosce nessuno, mentre altre volte qualcuno ne scopre l'esistenza. Tre anni fa, a metà luglio, il sito Il Portaborse aveva dato una notizia: "Casini ha un nuovo simbolo: Più Italia". Qualcuno era stato bravo e aveva scartabellato nel database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi: quel qualcuno aveva scoperto che a nome del deputato veneto dell'Udc Antonio De Poli erano stati depositati, tra il 5 e il 19 giugno, ben quattro segni distintivi molto simili, che potevano obiettivamente far pensare a un nuovo emblema da abbinare a un nuovo progetto politico.
Uno dei primi a essere depositati era così descritto: "un cerchio di colore bianco contenente al centro la scritta PIU' in colore blu (pantone 293 c) sotto la quale vi è la scritta Italia in colore rosso (pantone 185 c). Lungo parte della circonferenza sul lato a destra è presente il disegno di un nastro tricolore, verde chiaro (pantone 347 c), verde scuro (pantone 349 c), bianco e rosso (pantone 185 c), ripiegato a formare l'accento della U". Era proposta anche la combinazione testuale inversa, con "Italia" in alto e "Più" in basso, sempre con la parte verde e ripiegata del nastrino a fare da accento alla "u"; le varianti depositate il 19 giugno, invece, sostituivano il riferimento all'Italia con la parola "Veneto", segno che probabilmente si era pensato anche a una declinazione regionale del progetto politico (e la regione, guarda caso, era proprio quella di De Poli).
Sta di fatto che, dal 2012 in poi, quegli emblemi sulla scena politica non sono mai arrivati, né come sono stati depositati, né come variazioni di quei temi. Altra nota interessante, le domande di registrazione dei quattro segni sono state tutte respinte (e lo stesso è accaduto, tra l'altro, anche al simbolo dell'Udc): non è dato sapere perché, ma è possibile che c'entri qualcosa la prassi - ormai in vigore da anni - da parte del Viminale di dare parere negativo alla registrazione come marchi dei segni utilizzati in ambito politico qualora abbiano forma circolare (soprattutto per evitare che, nei periodi di campagna elettorale, qualcuno cerchi di eludere le norme e i divieti sulla propaganda, pretendendo di far circolare un simbolo di partito nella sua veste di marchio). 
Se questo fosse vero, avrebbe un senso il fatto che, a novembre dello stesso anno, dopo aver depositato il nome Lista per l'Italia - settimane prima che Monti varasse la sua lista Con Monti per l'Italia - De Poli abbia presentato due emblemi ritagliati a quadrato, con la dicitura Lista per l*Italia (sì, proprio con una stella al posto dell'apostrofo). In tutti e due c'era un arcobaleno tricolore su fondo almeno parzialmente azzurro-blu; in una delle due varianti, però, era ben in vista lo scudo crociato e sullo sfondo azzurro si leggevano a malapena le vele del Ccd e di Democrazia europea. Quella grafica, evidentemente, poteva andare bene per un repackaging politico dell'Udc, mentre quella senza segni particolari poteva anche essere il simbolo di un contenitore più ampio. Quella volta la registrazione andò a buon fine (a settembre del 2013); i due emblemi, in compenso, erano semplicemente frutto del "ritaglio" dagli originali rotondi, depositati invece con successo presso l'Ufficio armonizzazione del mercato interno, ad Alicante.
Ed è sempre all'Ufficio europeo, senza nemmeno passare per le istituzioni italiane, che lo stesso Antonio De Poli - ancora lui - risulta aver depositato il 4 marzo 2015 un contrassegno con la dicitura Area popolare, forse nel tentativo di "prenotare" la denominazione, anche se poi l'emblema ufficiale è sembrato essere un altro, senza cartina dell'Italia e con la struttura tradizionale della "bicicletta" (in questo caso, con la "pulce" del simbolo del Nuovo centrodestra). Perché allora depositare questa domanda di marchio, se poi di fatto non è stata utilizzata nemmeno quest'immagine? Questo è davvero un mistero, un po' come quelli visti all'inizio: ci sarà bisogno di Panfilo Maria Lippi per risolverlo?

domenica 19 luglio 2015

Simbolo, debiti e problemi del Partito radicale: le risposte di Maurizio Turco

La Lista Pannella del 1992
Ogni tanto, anche in politica, a domande dirette seguono risposte dirette. Nei giorni scorsi, alla lettera con cui il tesoriere del Partito radicale Maurizio Turco aveva comunicato le pesanti difficoltà economiche del gruppo (annunziando il preavviso di licenziamento agli ultimi dipendenti del Prntt) erano seguite almeno due missive di risposta: una del segretario dei Radicali Roma, Alessandro Capriccioli, un'altra di Marcello Pitta, dell'Associazione Enzo Tortora Radicali Milano. nelle due lettere c'erano domande precise, specie sulla situazione economica e politica del partito (che non svolge il congresso da anni) e sulle proprietà della galassia radicale, a partire dal simbolo della rosa nel pugno e dall'archivio.
Le prime risposte sono arrivate lunedì, nell'intervista che Turco mi ha rilasciato per Termometro Politico; venerdì, comunque, lui ha risposto alle due lettere. Nel replicare a Capriccioli, Turco ha confermato che "sia il simbolo della rosa nel pugno che l’archivio sono di proprietà della Lista Pannella". In particolare, "il simbolo è stato ceduto e ne è stata fatta comunicazione al Congresso di Chianciano del 17/20 febbraio 2011; l’archivio da quando la Lista Pannella ha cominciato a pagare i costi per raccogliere ed organizzare il materiale, compreso quello dei deputati europei della V legislatura, ceduto con atto notarile".
La stessa lettera a Capriccioli, tra l'altro, contiene importanti ricostruzioni - operate da Cecilia Angioletti e Paolo Chiarelli - sulla proprietà della Spa Torre Argentina Società di Servizi (a sua volta proprietaria delle "sedi radicali" di via di Torre Argentina, 76 a Roma) e di Radio Radicale, che ha una storia piuttosto complessa ma meritevole di attenzione.  
Nella risposta a Pitta, invece, Turco ha dato innanzitutto conto della mancata convocazione del 31° congresso: l'assise doveva tenersi entro il 2013, ma il segretario del Partito, Demba Traoré, non lo ha mai convocato e non ha nemmeno spiegato la sua scelta con una lettera agli iscritti: da mesi, dunque, il Senato del partito - composto dai segretari e dai tesorieri delle otto associazioni costituenti - è incaricato di ripristinare la legalità statutaria, ma l'organo ha scelto di prendere tempo, perché "se avesse convocato il Congresso nel dicembre 2013 non avrebbe potuto fare altro che o prendere atto della situazione economico finanziaria e chiudere la baracca; oppure darsi un tempo dato per pagare i debiti e raccogliere denaro per le ulteriori iniziative, tenendo presente il contesto di silenzio, la mancanza di denaro e l’impossibilità di avere ulteriore credito per fare una qualsiasi iniziativa di autofinanziamento rivolta all'esterno".
Secondariamente, secondo Turco ci sarebbero due fattori alla base della situazione difficile del partito: da una parte, "le lotte radicali contro il regime" avrebbero portato a una "censura che è ulteriormente degenerata in 'sbianchettamento' (come nelle foto ritoccate dallo stalinismo), per esempio"; dall'altra parte, "dall'agosto del 2005, quando all'unanimità fui incaricato dal Senato del Partito  a subentrare al Tesoriere dimissionario, c’erano in cassa oltre 1,5 milioni di euro di debiti e sin da allora fino al congresso del 2011, quando dovetti autocandidarmi, e fino ad oggi (...) il Partito radicale (…) si è assunto la responsabilità di privilegiare la possibilità che i soggetti costituenti avessero un luogo e degli strumenti per poter operare".

sabato 18 luglio 2015

Fondazione An, sul simbolo si decide in ottobre

Ammettiamolo, senza problemi: mentre molti di noi eravamo intenti a guardare Fitto e il suo leone, o a pensare all'eventuale e ancora nebuloso "progetto pazzo" di Berlusconi, è un po' passata sotto silenzio una notizia di tutto rispetto, anche - ma ovviamente non solo - per la sua portata "simbolica". Il consiglio di amministrazione della Fondazione Alleanza Nazionale, infatti, in data 30 giugno ha deciso all'unanimità che il 3 ottobre a Roma si terrà l’Assemblea dei partecipanti di diritto e degli aderenti. 
Il "menù" che emerge dall'ordine del giorno è molto ricco: a parte l'illustrazione del piano delle attività e la valutazione dei risultati raggiunti, infatti, al secondo punto si legge proprio "utilizzo del simbolo"; non è poi da sottovalutare il terzo punto, quello relativo alle mozioni, visto che proprio da un documento simile (a firma Meloni - La Russa - Alemanno) nel 2013 fu decisa la concessione del simbolo di An al soggetto evoluzione di Fratelli d'Italia per l'anno 2014 (con tanto di proroga successiva alle tornate della scorsa primavera).
In quell'occasione potranno votare solo i partecipanti di diritto e gli aderenti che abbiano pagato tutte le quote di adesione dal 2012 al 2015 (25 euro per il 2012 e il 2013, 50 euro per gli ultimi due anni). Se due anni fa l'assemblea finì sotto i riflettori per gli scontri legati proprio al simbolo (con tanto di seguito in tribunale), questa volta i media seguiranno con ancora maggiore interesse: da tempo c'è chi chiede di trasformare la fondazione in qualcosa di diverso, che non si limiti a conservare il patrimonio (materiale e ideale) del Msi, di An e della destra, ma - dopo la fine politica (ma non giuridica) del Pdl, che An aveva contribuito a far nascere - intervenga direttamente nell'arena politica e, magari, cerchi di riaggregare tutti gli elettori di destra che ora, al di là proprio di coloro che aderiscono a Fratelli d'Italia, sono sparsi qua e là, senza avere una casa politica ritenuta comune.
Per qualcuno sarebbe sufficiente dare sostegno a un partito che già c'è (magari proprio Fdi) o che potrebbe nascere per altre vie; per altri dovrebbe essere proprio la fondazione a "patrocinare" la creazione di una formazione che tenga insieme più o meno tutti i pezzi e, magari, rimetta in pista il simbolo tradizionale di An. Decidere quale strada intraprendere, ovviamente, non è una scelta da fare a cuor leggero, anche perché comporta "investimenti" diversi, anche sul piano economico: i meno convinti dall'operazione repêchage, in effetti, non gradiscono affatto l'idea che per cercare di ricostruire An o qualcosa che le assomigli, si utilizzino le risorse della fondazione, ossia i soldi e i beni che furono di An e prima del Msi, frutto dell'impegno, delle donazioni e dei lasciti di iscritti e simpatizzanti (e, in parte, del finanziamento ai partiti).
E se mercoledì - sempre a Roma - sarà presentata una mozione, sostenuta da ForumDestra, con cui si chiede l’impegno della fondazione An a far rivivere i principi di Alleanza Nazionale e della destra in una ricostruzione dell'intero schieramento di centrodestra (le prime firme sono quelle di Sabina Bonelli, Michele Facci, Fausto Orsomarso, Andrea Santoro, Gianluca Vignale e Alessandro Urzì, ma solo la prima è stata candidata in Fdi, gli altri sono stati eletti soprattutto con Forza Italia e Ncd), Andrea Delmastro - che fa parte dell'esecutivo nazionale di Fratelli d'Italia - condensa la situazione in una domanda secca: "mi chiedo se l’unica eredità che si vuole raccogliere di Alleanza Nazionale sia il tesoretto e non il lascito culturale, valoriale, politico e programmatico".
Per Delmastro "la diaspora della Destra è terminata allorquando è nato Fratelli di Italia, un movimento che rappresenta il naturale approdo, la ritrovata terra natia per chiunque sia di Destra in Italia"; il partito, anzi, avrebbe già raccolto "l’eredità non solo di Alleanza Nazionale, ma più complessivamente della Destra Italiana [...] con indomito spirito di avventura e di libertà, senza calcoli di interesse e senza tatticismi". Temendo un possibile disegno di "ritorno ad Itaca" della fondazione, proposto da soggetti che militano sotto altre insegne (pensa soprattutto a Ncd) e potrebbero essere più interessati a banchettare che a essere padri nobili, Delmastro chiede che la fondazione "non diventi l’occasione per la guerra giudiziale per il bottino ereditario fra parenti che incontri solo dopo il funerale  e davanti al notaio all’atto di apertura dell’eredità". E, al di fuori di Fratelli d'Italia, sono schierati da sempre contro all'uso "politico" dei beni della Fondazione gli ex An schierati in Forza Italia, a partire da Maurizio Gasparri.
Bisognerà dunque aspettare i prossimi giorni per capire qualcosa di più e sicuramente in ottobre gli occhi di molti saranno puntati sull'assemblea della Fondazione An: fino ad allora, sarà pienamente lecito chiedersi - volendo riutilizzare indebitamente i versi mogol-battistiani - se, al di là del simbolo di Fratelli d'Italia, "la fiamma è spenta o accesa".

venerdì 17 luglio 2015

L'Altra Italia che Silvio non ha in testa

Un simbolo molto improbabile...
Sarà stato un caso, senza dubbio. O un'occasione creata giusto per permettere ai maligni e ai mentitori di professione di esercitarsi nei loro sport preferiti. 
Perché davvero, solo un cattivo cattivista può pensare che tenere "Futuro Comune", la prima conferenza degli amministratori di Forza Italia (organizzata da Marcello Fiori, a capo dei club Forza Silvio) esattamente nello stesso giorno (e, per giunta, nella stessa sala) in cui, a distanza di poche ore, Raffaele Fitto ha presentato alla stampa il simbolo del suo nuovo progetto politico sia una mossa depistatoria, ad obscurandum. E solo un malpensante malvissuto poteva pensare che ci fosse un'occasione meno adatta della convention forzista per smentire certe voci che volevano Forza Italia in via di rottamazione (stavolta definitiva), a beneficio di una nuova formazione politica rigorosamente di non professionisti.
Già, perché proprio la mattina di ieri si era aperta con un gran coup de théâtre di Repubblica, a firma Francesco Bei (poteva essere un ottimo "retroscena", ma mancava la testatina conseguente), in cui si dava quasi per certo il varo di un nuovo soggetto politico berlusconiano, dal nome "L'Altra Italia" ("così, con due maiuscoli", precisava Bei). La ricostruzione del pezzo tratteggia un Berlusconi preoccupato da sondaggi in cui la fiducia nei partiti in campo sarebbe crollata ai minimi storici (e, fin qui, di inventato ci sarebbe ben poco) e seriamente intenzionato a creare un contenitore politico completamente nuovo, senza alcuno spazio per figure già note, con un occhio strizzato agli under-40 della società civile e l'altro rivolto a homini novi potenzialmente "pesanti", come Diego Della Valle.
Come si diceva, peraltro, l'ex Cavaliere si è premurato di smentire questa voce, bollandola senza troppi complimenti come "menzogna": "solo un folle potrebbe pensare di rottamare Fi e chi combatte al suo fianco", per cui Forza Italia "non andrà al macero, resta", con tanto di garanzia di ripresentazione e rielezione per chi oggi siede in parlamento (il che non sarebbe comunque un impegno facile, specie in caso di Senato non più elettivo). A dire il vero, in molti hanno parlato di smentita solo parziale, perché nelle parole di Berlusconi emerge l'idea di "un progetto pazzo", cui sarebbe al lavoro in questi giorni: a sentire lui, peraltro, si tratterebbe di rivoltare Forza Italia come un calzino, trasformandola in "una grande casa aperta della speranza, un movimento aperto a tutti, dove i protagonisti devono venire dalla vita vera, senza politici di professione".
Qualcosa di nuovo, dunque, il demiurgo di Mediaset allo studio ce l'avrebbe, ma una delle poche certezze - pur concedendo la massima buona fede a Francesco Bei e alle sue fonti - è che quell'aliquid novi non potrebbe chiamarsi "L'Altra Italia". Perché, se solo gli uomini di comunicazione consultati da Berlusconi avessero davvero pensato qualcosa di simile, si sarebbero attirati le ironie al vetriolo dei nemici di sempre, i tanto odiati "comunisti" (mai scomparsi dal bestiario dell'ex Cav). Avrebbero buon gioco nel demolire una creatura il cui nome ricorderebbe soprattutto il tentativo di ricompattare la sinistra italiana nel nome di Alexis Tsipras. Dopo che nel 2014 la lista L'Altra Europa era riuscita ad acchiappare un paio di seggi al Parlamento europeo, in varie regioni e in diversi comuni si è tentato di ripetere il miracolo: ecco allora spuntare un po' dappertutto (e con alterni successi) simboli "altri", la cui grafica era più o meno debitrice di quella sperimentata nel cammino verso Strasburgo, per cui si è visto di tutto, da "L'Altra Emilia Romagna" a "L'Altra Sinistra per Somma".
Una delle poche combinazioni non sperimentate, paradossalmente, è proprio "L'Altra Italia"; il rischio di ricordare in qualche modo i seguaci italiani di Tsipras dovrebbe però bastare da solo, secondo la modesta idea di chi scrive ora, a far capire che Berlusconi stia lavorando a progetti diversi da questo. Altrimenti i cattivisti di professione potrebbero scegliere di riderci sopra, producendo in quattro e quattr'otto un simbolo taroccato alla bisogna, con tanto di font Brandon schierato a suo tempo dalla lista Tsipras: a cambiare latitudine politica, provvederebbero il rassicurante fondo blu già usato dal Popolo della libertà e un accenno di tricolore, mai assente dai simboli berlusconiani. Lo saprebbero perfettamente, che quell'emblema non avrebbe nessuna possibilità di finire sullo schede, ma intanto si sarebbero fatti due risate. Sempre nell'attesa, beninteso, di capire cosa il SIlvio da Arcore abbia davvero in testa.

giovedì 16 luglio 2015

Il leone conservatore e riformista di Fitto

Alla fine il leone è apparso, per tutti. Raffaele Fitto ha presentato oggi nell'aula dei gruppi di Montecitorio il simbolo della sua creatura politica, Conservatori e riformisti, mettendo in scena il tradizionale rito del cavalletto da scoprire con Geoffrey Van Orden il vice presidente del gruppo Conservatori e riformisti al Parlamento europeo. 
Il leone c'è ed è blu, come aveva correttamente anticipato Affaritaliani.it, così come erano giuste altre anticipazioni che volevano un tricolore nell'emblema. Blu è anche la scritta del nome, proposta con una font leggera che dimostra anche una certa eleganza, mentre è bianco tutto il resto, segno che il nuovo soggetto politico non si è fatto cogliere dall'inizio da quel horror vacui che sembra affliggere molte delle formazioni nate negli ultimi anni.
Ovviamente - come del resto è giusto - ai giornali interessa soprattutto capire chi sta (e resterà) con Fitto e quali siano i programmi della formazione per il futuro. Qualche indicazione l'ha data lo stesso leader, un tempo berlusconiano di ferro: "Noi non siamo né con Le Pen, né con la Merkel", la collocazione è senza dubbi nel centrodestra, in alternativa a Renzi, senza voler "mettere in campo un sottobosco di intese o accordi poco chiari". A Berlusconi Fitto continua a volere bene, non prova rancore, ma c'era e resta la convinzione che "il modello attuale di centrodestra non ha prospettiva, il modello di successo proposto 20 anni fa non ha più futuro". 
In effetti, la stessa scelta del leone spazza via buona parte della strategia comunicativa vista nel centrodestra berlusconiano visto fin qui. L'ex Cavaliere,infatti, nei suoi simboli non aveva mai voluto fiori, animali o altri segni che dovessero essere interpretati, ma solo segni di immediata comprensione. La fiera schierata da Fitto, invece, richiede pur sempre un briciolo di astrazione in più. A questo proposito, se anche i dettagli contano, si può notare che il leone scelto non è accovacciato come quello del gruppo europeo ECR, simile a quello che troneggia maestoso e protettivo all'esterno di tante nostre chiese. La belva dei fittiani è "in piedi", sulle quattro zampe, ferma o forse colta in un movimento lento: a dare giusto un tocco di "istantanea" e di potenziale guizzo è la coda, fermata mentre si svolge a S. Si tratta, a ben guardare, di una bestia presente, ben visibile, fiera del suo esserci e pronta a intraprendere il cammino necessario (che, manco a dirlo, guarda a destra, come nell'omologo europeo)
Era diverso, tanto per dire, uno degli ultimi leoni visti nella politica italiana, quello dell'Usei, ove la sigla sta per Unione sudamericana emigrati italiani. Lì la belva era chiaramente colta in una posizione di attacco, con le fauci tra il famelico e il ruggente e le zampe pronte a scattare (e la stessa "coda a S" comunicava sensazioni ben diverse). Qui però la sensazione da trasmettere è ben diversa: al gruppo di Fitto, infatti, serve soprattutto certificare la sua esistenza in vita (anche se intanto servirebbe qualche unità in più alla Camera per costituire un gruppo autonomo), mostrare la fierezza della propria scelta e un atteggiamento di chi è pronto a mettersi in gioco. Nel leone ritto c'è più o meno tutto questo; l'accostamento del tricolore al blu mette in campo tutte e quattro le tinte nazionali, nell'ormai consolidata tecnica di presentazione dei partiti catch-all. Cosa importante, rispetto alla precedente esperienza del Nuovo centrodestra, il simbolo è nato subito tondo e non ci sarà alcun bisogno di adeguarlo in futuro. Ci sono ancora varie cose da sistemare (a partire dalla determinazione del modello organizzativo: "Verrà definito nei prossimi mesi - ha detto Fitto - dopo aver ascoltato tutti, con un meccanismo di legittimazione e del consenso che parte dal basso", abbandonando "l'idea dei nominati"), ma questo emblema sarebbe già pronto per correre alle elezioni. Con quali risultati? Un po' presto per dirlo, no?

mercoledì 15 luglio 2015

"Noi siamo NOI", e gli altri?

Di quando in quando si fanno scoperte interessanti, che ovviamente il più delle volte sono del tutto casuali. Può succedere, dunque, che nel cercare nuove notizie "simboliche" di cui dare conto ci si imbatta in una nota, diffusa dall'agenzia Agenpress e relativa ad Angelo Pisani, fondatore e presidente di NOI Consumatori-Movimento anti Equitalia, al tempo in cui si era saputo che Diego Della Valle aveva chiesto di registrare come marchio il contrassegno con la dicitura "NOI Italiani". 
Manco a dirlo, Pisani faceva fuoco e fiamme: "molti presunti vip non trovano di meglio, per affermare la propria identità politica, che copiare apertamente un logo già da anni registrato dall'associazione NOI Consumatori". Aveva dunque diffidato Della Valle e altrettanto aveva fatto mesi prima con Matteo Salvini, dopo la presentazione di Noi con Salvini (cosa che, come si sa, non era piaciuta nemmeno ad Annagrazia Calabria). Pisani si premurava di ricordare che "la legge proibisce, specialmente in occasione di competizioni elettorali, l’uso di simboli e denominazioni che sono già in uso ad altre forze in virtù di regolare e pregresso deposito". 
La cosa incredibile è, oltre che a un ripasso delle norme ("prima di avventurarsi in battaglie legali che li vedranno sicuramente perdenti"), Pisani abbia invitato Salvini e Della Valle "almeno a leggere i libri sull’argomento di un esperto come Gabriele Maestri", rimandando a I simboli della discordia; al sottoscritto, invece, ricordava che "ben prima dello scontro “titanico” fra mister Todd’s e il segretario leghista, fin dal 2005 il simbolo NOI Consumatori era stato registrato dall'associazione che presiedo, che ha sedi in tutta Italia e che quasi certamente sarà in campo durante le imminenti Amministrative di maggio".
Ora, ringrazio Pisani per questa citazione del tutto inattesa, ma a questo punto scatta inevitabile la domanda: dove sarebbe stato registrato il simbolo? Come marchio no di certo, visto che interrogando la banca dati del MISE esce solo una domanda relativa al marchio "Noi Consumatori", a nome di tale Alfredo Giacometti, partenopeo come Pisani (un nome che potrebbe essere vicino allo stesso Pisani, visto che effettivamente si legge nel sito www.noiconsumatori.it); la grafica però è molto diversa da quella vista in seguito e, soprattutto, la domanda risulta respinta. 
A nome diretto di Angelo Pisani, invece, risultano tre richieste di registrazione, per tre loghi analoghi (tutti a tema "puzzle"), con le diverse scritte "Movimento anti Equitalia", "Liberi da Equitalia" e "No Equitalia". Le domande sono tutte dell'inizio del 2013 (quando Pisani aveva fatto depositare al Viminale il simbolo della sua formazione, alleata con il Pdl), ma risultano tutte e tre respinte. 
Magari il simbolo è stato registrato altrove, nell'atto costitutivo o presso l'agenzia delle entrate o in altre maniere che ora mi sfuggono. In ogni caso, le norme che Pisani invita a riguardare sono importanti, ma anche la pratica non è da meno. E allora basta scorrere il citato database dei marchi per scoprire che "Noi" riempie quasi 200 pagine, tra marchi registrati e respinti. Ma, si dirà, le norme elettorali sono un'altra cosa. E' vero, seguono vie diverse rispetto ai marchi, ma come scrissi tempo fa (per dire la Calabria forzista aveva ben poco da pretendere, quanto a primogenitura del "Noi" rispetto a Salvini), la parola "Noi" è comunissima, praticamente impossibile da sostituire con altre di eguale valore: il concetto di comunità, di pluralità non è brevettabile e nessun giudice sarebbe disposto a dire il contrario. Il Consiglio di Stato ha parlato più che chiaro dicendo che il termine "Lega" non è né può essere esclusiva di qualcuno; per il "noi" vale esattamente la stessa cosa. Basta che ci siano altri elementi per distinguere a sufficienza i due simboli e il gioco è fatto.
Pisani dunque si metta il cuore in pace: sul "Noi" dovrà lasciar correre. E magari, se vorrà presentarsi alle elezioni col suo simbolo, metterà in conto di dover togliere ogni riferimento (verbale e grafico, anche se i triangolini del marchio sono disposti nel simbolo in modo volutamente diverso) a Equitalia, visto che già nel 2013 il suo contrassegno era stato "purgato" dal Viminale, per uso indebito di marchio registrato e (probabilmente) per quello che era stato ritenuto un invito all'obiezione fiscale. Ma per questo, certamente, non avrà bisogno di un esperto: basterà l'esperienza.