lunedì 17 febbraio 2020

Ettore Vitale e il Psi: "Il garofano, un segno per comunicare una storia"

Nella storia della cosiddetta Prima Repubblica il nome di chi ha dato forma e - quando è stato possibile - colore ai simboli che milioni di persone hanno scelto in cabina elettorale non sempre è stato ricordato e valorizzato a dovere. Eppure in alcuni casi i passaggi simbolici sono stati rilevantissimi, se non cruciali per determinate aree politiche. Lo si poteva dire certamente per l'avvento dell'emblema del Partito democratico della sinistra, analizzato a fondo alcuni mesi fa nella conversazione con il suo creatore, Bruno Magno. Lo stesso vale per un altro simbolo di partito in cui falce e martello sono stati ridotti di importanza rispetto al passato.
Tra il 1978 e il 1979, infatti, il simbolo del Partito socialista italiano vede ridimensionati falce, martello, libro e sole nascente, i segni che lo avevano caratterizzato fin dall'Assemblea costituente (e in realtà fin dal 1919); l'elemento di identificazione e riconoscimento principale diventò il garofano, ben visibile nel nuovo emblema. Artefice di quella trasformazione, voluta da Bettino Craxi in persona, a un paio d'anni dalla sua elezione alla segreteria del Psi, è stato il visual designer Ettore Vitale. Non è mai stato iscritto al partito, eppure ne ha curato l'immagine da professionista per vent'anni (oltre ad aver dato corpo alla sua svolta simbolica alla fine degli anni Settanta). 
L'immagine del Psi è una delle attività per cui è più noto, ma il rapporto tra Vitale e la grafica è assai più ricco e fecondo. Nessuno meglio di lui può raccontarlo: lo ha appena fatto in un volume - Ettore Vitale. Segno memoria futuro - in uscita per Aiap Edizioni, dedicato ai giovani, nel quale ripercorre tutta la propria attività e, con essa, racconta a suo modo ruolo, strumenti e tecniche del graphic designer. Lo fa per chi c'era, ha visto e ricorda, pur essendosi perso qualche pezzo, ma soprattutto per chi è venuto dopo e non ha avuto la possibilità di costruire quel mestiere giorno per giorno. 
L'uscita del volume era un'occasione troppo ghiotta per non cercare di incontrare l'autore e farsi raccontare direttamente da lui anche il suo rapporto con il Psi e la sua comunicazione e, ovviamente, la genesi del primo simbolo con il garofano. Fiore che nel 1973 lo stesso Vitale aveva riesumato dalla storia della sinistra e del socialismo in Italia per un manifesto. 
L'appuntamento, in un pomeriggio freddo, è presso il suo studio in via del Babuino, a due passi da Piazza del popolo. Suono, salgo le scale e lui apre la porta: "Ciao, ben arrivato!". Il "lei" delle telefonate degli anni scorsi e dei giorni precedenti (per fissare l'incontro) si è già dissolto e ha lasciato il posto al "tu". 
Basta il colpo d'occhio che si ha appena si mette piede nello studio per capire che lì si respira grafica da anni e certo non solo di natura politica. Al di là di una marea di libri, cataloghi, premi e volumi d'arte e disegno, guardando la parete cui si appoggia il tavolo da lavoro salta all'occhio la gigantografia della celebre immagine creata da Vitale nel 1971 per Autovox, una campagna per annunciare e promuovere l’arrivo della televisione a colori: la sagoma di un televisore individuata da righe orizzontali bianche e nere, mentre tra quelle centrali si fa largo una sfera multicolore, creando l'effetto di un occhio e dando l'idea della terza dimensione. Non ha nulla a che fare con la politica, ovviamente, ma con il segno e con la comunicazione sì: un avvertimento, fin dall'inizio, che la conversazione sarà lunga e ricca.  

Ettore, come sei arrivato a occuparti di grafica?
Ho iniziato ad avere sensibilità per la grafica in generale quando ero piuttosto giovane. Essendo allora "strutturato" a sinistra, ero attratto dalla comunicazione politica, quindi ho iniziato a vedere quali possibilità ci fossero per fare questo mestiere, quello del grafico: tieni conto che allora non esistevano le opportunità e i corsi di studio di cui disponiamo oggi per imparare questo lavoro. Si può dire che allora era un mestiere totalmente da inventare: ci si poteva appoggiare a cose che si conoscevano, si guardava cosa facevano gli altri...
Oppure si andava "a bottega" da chi già lavorava...
Sì, ma io non l'ho mai fatto, non ho mai lavorato con un altro studio grafico. Mi sono strutturato da solo, un po' vedendo, un po' cercando di capire e un po', come si dice, da ragazzo avevo già "la mano" per disegnare, quindi ero naturalmente attratto da quel mondo. La mia intenzione, peraltro, era chiara fin dall'inizio: volevo accostarmi alla grafica per i servizi, per la società; non volevo essere in alcun modo un grafico pubblicitario. Posso dire che ci sono riuscito, anche se nel corso degli anni ho ricevuto una serie di proposte da alcune agenzie, così come certe persone mi hanno detto "ma perché non mettiamo in piedi un'agenzia? Io ho i clienti giusti". Il fatto è che tutto questo non era nei miei piani, perché sapevo che avrei dovuto per forza di cose trattare con clienti che magari non mi interessavano, quindi ho preferito dire di no. Ho cercato insomma di spostare la mia attività sulla comunicazione, sull'organizzazione di immagine per aziende e soprattutto per il sociale: posso dire che il mio tentativo è andato nel verso giusto, perché questo ho fatto.
In un certo senso anche curare l'immagine di un partito è nello stesso solco...
Esatto. Come ti dicevo, il mio tentativo di avvicinarmi alla grafica politica nasce dalla mia appartenenza politica di sinistra. Sono stato vicino al manifesto e ho fatto come grafico militanza politica con quel gruppo, così come con il Partito di unità proletaria ho fatto una serie di cose, per esempio il progetto del mensile Pace e Guerra. Nei primi anni Settanta, poi, sono stato contattato da persone vicine al Psi.
Quindi, precisiamo: tu eri e ti ritenevi più a sinistra di questi che ti hanno cercato. 
Beh, sì, secondo la mia idea sì; c'era anche chi mi considerava maoista. Diciamo che in quegli anni molti giovani di sinistra stavano da quella parte: non tutti ovviamente, ma molti sì.
Diciamo che era impossibile classificarti come socialista, meno che mai della stagione di Bettino Craxi.
Su questo possiamo discutere più a fondo, se vuoi; in ogni caso non mi sono iscritto al Psi e a nessun altro partito, proprio perché lavorando da interno in una struttura che sia politica o no si "respira" un’aria in qualche modo di omologazione che non è quella che si respira da professionista esterno.


Certamente non è mai stato organico al Psi, eppure Ettore Vitale è riuscito a lavorare per quel partito vent'anni di fila, pur senza abbandonare gli altri committenti. Il suo lavoro è riuscito a interpretare perfettamente il corso politico socialista tra gli anni Settanta e Ottanta (o forse gli ha consentito di esprimersi al meglio con il suo linguaggio segnico) al punto che la comunicazione di quegli anni si identifica pienamente con il Psi; di più, nel fare questo Vitale è stato talmente innovativo da vincere il Compasso d'oro - il premio che l'Adi - Associazione per il disegno industriale assegna periodicamente. L'assegnazione è arrivata nel 1984 ed è stata addirittura doppia: per l'immagine coordinata del Psi ("Una strategia dell'immagine - recitava la motivazione della giuria - è necessaria per trasmettere i messaggi politici. Il grafico Ettore Vitale ha elaborato quella del Partito socialista italiano con efficienza comunicativa, applicando il vocabolario e la grammatica della avanguardia con rigore, e perciò rifiutando le simmetrie e le assonanze della accademia e del post-moderno"), ma anche per quattro sigle televisive realizzate per la Rai (Il cinema dei fratelli Taviani; Il cinema di Wajda; Una vetrina per sette registi; Al pubblico con affetto firmato Comencini). Dimostrazione, una volta di più, che l'impegno di Vitale non si può ridurre alla grafica politica.

Come arrivò il contatto con il Psi? 
All'inizio degli anni Settanta collaboravo con l'Arflex, un'azienda milanese leader nel settore dei mobili di design. Nell'ambito di quella collaborazione nel 1971 avevo organizzato la mostra Serigrafia e graphic design, che aveva lo scopo di sperimentare la stampa serigrafica: questa esisteva da tempo ma era poco utilizzata dai grafici progettisti. 
Avevo coinvolto quattro grafici di Roma e quattro di Milano: ciascuno di loro doveva realizzare due manifesti a tema libero, con l’intento di sperimentare la tecnica di stampa serigrafica. Io proposi due manifesti di contenuto politico. Il tema era Nascita dell'uomo tecnologico, poiché pensavo che la tecnologia con il tempo avrebbe liberato l'uomo dalla schiavitù del lavoro: una sorta di "democratizzazione del lavoro". Quel tema lo resi attraverso immagini politiche, legando al David di Michelangelo le immagini di Che Guevara, Marx e degli operai: una visione futura della società, purtroppo in parte mi sbagliavo. Due giornalisti Rai vicini al Psi, Antonio Capocasa ed Emilio Colombino, in visita alla mostra, mi proposero di progettare due manifesti per il partito.
Possiamo dire che il primo seme della storia del garofano Psi fu gettato allora.
Esattamente. Tieni conto che il Psi di allora era all'opposizione, c'erano i vari Nenni e Lombardi, il segretario era Francesco De Martino. 
Dicevi di quei manifesti...
La prima richiesta che ricevetti dalla sezione Stampa e propaganda riguardò due manifesti, legati alle ricorrenze del 25 aprile e del 1° maggio del 1973. Per quest'ultimo ho immaginato di unire due icone tradizionali della storia della sinistra e del movimento dei lavoratori. La prima era quella del pugno chiuso, un segno davvero classico... 
Che però in quel periodo rischiava di sembrare da "duri e puri", da sinistra rivoluzionaria o da Lotta Continua.
Vero, ma io in quel pugno ho messo un garofano, l'altra icona recuperata. Si tratta di un fiore storico della sinistra italiana, utilizzato nei primi anni del Novecento dal Partito socialista. Quel garofano entrò con forza nella comunicazione politica del Psi. Con il pugno e il garofano si fece una campagna politica e il 40° congresso del partito. Mi sento di poter dire con quella intuizione del 1973 sono stato il precursore dell'inserimento del garofano nell'identità del Psi, poi con Craxi il garofano è entrato ufficialmente nel simbolo del partito. Non a caso, ancora oggi i socialisti si identificano con quel fiore rosso. 
Hai parlato di due manifesti: qual era quello del 25 aprile?
L’immagine per la ricorrenza della Liberazione è un foglio nero strappato sul fondo rosso del manifesto: una contrapposizione politica dei colori rosso e nero. A proposito del concetto di segno e di innovazione che ho cercato di raccontare nel libro Segno memoria futuro, devo dire che con il progetto di questi due manifesti considerati innovativi, specialmente in quegli anni, ho "rischiato" come rischia chiunque intraprenda la via della ricerca nel progetto di comunicazione visiva. Quei due manifesti potevano essere rigettati, non compresi perché, appunto, nuovi e proposti da un giovane grafico, e non avrei portato avanti la lunga collaborazione con il Psi durata venti anni. Per fortuna, invece, il gruppo dirigente aveva capito il carattere innovativo della mia proposta e si rendeva conto che il partito aveva bisogno di una comunicazione più attuale o comunque diversa..
Torniamo al garofano: in effetti quando uno pensa all'uso pre-craxiano di quel fiore, pensa soprattutto alla rivoluzione dei garofani in Portogallo...
... che però è datata 1974, quindi dopo il mio manifesto. Anche la rosa nel pugno francese in Italia è datata dopo il mio manifesto [in effetti venne inserita nella testata di Liberazione solo il 13 settembre 1973, finì sulle tessere radicali dal 1974 e nel 1976 divenne il simbolo del partito; lo stesso autore francese del disegno le poing et la rose, Marc Bonnet, lo depositò come titolo di proprietà industriale solo nel 1974 e soltanto l'anno dopo fu pagato dal Partito socialista francese per cedere al Ps l'esclusiva sul segno per la Francia, ndb]. 
Sicuramente si tratta di esperienze venute dopo, ma mi interessa capire quali valori volevi richiamare quando hai scelto il garofano come ingrediente di quel manifesto.
Beh, come ho detto prima volevo recuperare un fiore che era stato un simbolo storico della sinistra e, nello specifico, del Partito socialista italiano, un simbolo "dimenticato" per molti anni: la scelta è stata, direi, naturale...
Come dire che era facile...
Era facile, ma ci dovevi pensare. Nell'iconografia storica del Partito socialista il garofano è presente in molte occasioni, interpretato con un disegno liberty; il mio garofano era fotografico. In questo modo, ho compiuto un salto incredibile rispetto a tutto quello che era presente nella comunicazione politica: il fondo bianco e l'immagine fotografica. 
Tieni conto che il garofano era un fiore importante per la sinistra in senso generale: ricordo che una volta, qualche anno dopo l'adozione del garofano come emblema del Psi, mi trovai a parlare con una persona legata alla propaganda del Pci. Mi disse, scherzando ma non troppo: "tu ci hai fregato, avremmo potuto usarlo noi il garofano ma non ci abbiamo pensato". Certamente non avrebbero voluto impiegarlo come simbolo, ma il fatto che quel fiore fosse nato come simbolo del movimento operaio, lo rendeva appetibile anche per l'iconografia dei comunisti. 
Prima hai parlato del garofano e del pugno, che campeggiavano anche nel manifesto del 40° congresso, celebrato a Roma dal 3 al 7 marzo del 1976: allora De Martino fu rieletto alla segreteria, ma qualche mese dopo finì sfiduciato dal comitato centrale, che elesse al suo posto proprio Bettino Craxi. Il punto cruciale per la storia che stiamo raccontando, però, sarebbe arrivato con il 41° congresso del partito, che era previsto a Torino e che si sarebbe svolto dal 29 marzo al 2 aprile del 1978. 
Esatto. Mentre ci si avvicinava al congresso, Craxi ebbe l'idea di inserire il garofano nel simbolo del Psi e io fui incaricato di disegnare il garofano per quell'occasione: un garofano grande, che riempiva gran parte del cerchio interno dell'emblema ed era racchiuso in una corona rossa, nella quale trovavano posto i vecchi segni del socialismo. Quel simbolo era presente tanto sul manifesto del congresso, quanto nella scenografia del Palasport, con una gigantografia posta proprio al centro del fondale, dietro la tribuna degli oratori: una soluzione di grande effetto, anche se preciso che non ero io a curare gli allestimenti per i congressi.
Effetto indubbio, come mostrano ancora oggi le foto di quel congresso allestito da Filippo Panseca, eppure non andò tutto liscio.
Proprio a quel congresso, scoppiò la contestazione a quel simbolo. Bada bene, non al garofano, ma alla riduzione di falce, martello, libro e sole fin quasi a renderli illeggibili, il che era ovviamente frutto di una precisa scelta della dirigenza del partito, per mettere da parte il marxismo-leninismo. Ai più giovani piaceva, ai militanti storici molto meno, perché era uno stacco molto forte rispetto al passato. In ogni caso, i commenti negativi o gelidi sul simbolo furono parecchi.
Una protesta che sortì i suoi effetti...
All'indomani del congresso, infatti, la direzione nazionale del Psi mi diede l'incarico di realizzare il nuovo simbolo del partito; mi fu detto esplicitamente, però, che rispetto al simbolo del congresso bisognava in qualche modo ridare importanza ai segni che erano stati ridotti; si trattava di valutare come farlo. Lì iniziò un processo lunghissimo e laborioso, lavorando sulle dimensioni dei singoli elementi: un'alchimia incredibile per trovare una formula che potesse andare bene a tutti. Uno di questi passaggi finalmente fu approvato.
E così il Partito socialista italiano ebbe il suo nuovo simbolo ufficiale, col garofano grande e gli altri emblemi già presenti. 
Sì, realizzai infatti anche un "Codice di applicazione" per il nuovo simbolo, che a sua volta rappresentava una novità assoluta per la politica italiana: quando mai un partito prima si era preoccupato di regolare nel dettaglio l'uso del proprio simbolo, dandosi una "immagine coordinata" che considerasse i vari modi in cui questo poteva essere impiegato?
Manifesto per il 25 aprile 1978
Secondo te fu un passaggio graduale o rapido, sul piano politico e grafico?
Graduale, pur nella nettezza della scelta fatta a Torino. Ricordo che, tra la fine del congresso e l'adozione ufficiale del nuovo simbolo, iniziò un periodo di transizione anche sul piano grafico: nei manifesti di quel periodo, infatti, convivevano il simbolo in bianco e nero in uso fino al 1978, disegnato da Sergio Ruffolo, e il garofano utilizzato al congresso, non inserito in un cerchio. 
Vorrei fare un passo indietro, al periodo che separa il tuo manifesto del 1973 col garofano dalla decisione di adottare quel fiore come simbolo per il partito. Si è detto da più parti che Craxi, convinto di voler ridimensionare o mettere da parte gli "arnesi" marxisti del passato, avesse pensato come prima scelta alla rosa nel pugno adottata dai socialisti francesi e avesse rinunciato perché nel frattempo quel segno lo avevano già adottato i radicali. Ti risulta?
Non mi risulta assolutamente. Non ho le prove e può darsi che qualcuno abbia pensato qualcosa di simile, ma se ci pensi è un ragionamento piuttosto strano. Perché si sarebbe dovuta usare come simbolo una rosa e non il garofano, che era il fiore della sinistra, era stato l'emblema del Partito socialista in Italia per molti anni e proprio in seno alla propaganda-comunicazione del Psi era riemerso nella vita politica italiana? La scelta del garofano mi pare molto più logica.
In un'ottica italiana probabilmente sì, in chiave europea penso che potesse aver spazio anche la scelta della rosa: questa infatti, come ricorda lo storico Frédéric Cépède, era stata adottata, pur con varianti grafiche, dai partiti socialisti in Belgio (1973), Lussemburgo (1977) e Spagna (1977) e nel 1979 sarebbe diventata l'emblema dell'Internazionale socialista.
Anche il garofano però aveva avuto rilievo almeno europeo, proprio grazie alla rivoluzione portoghese del 1974. Come ti dicevo, non ho mai sentito o letto che Craxi avesse pensato alla rosa nel pugno come prima opzione simbolica per il partito, anche se non posso escludere che sia andata così. 
La presidenza del congresso di Torino del 1978
(foto De Bellis, da Sferapubblica.it)
Torniamo allora al congresso del 1978, anzi, alla preparazione di quel congresso. Ti era stato chiesto di realizzare il fondale col garofano o era stata un'idea tua?
A me dissero che c'era l'idea di inserire il garofano nel simbolo e quindi mi chiesero di realizzare un simbolo per il congresso, con il progetto di trasformarlo poi nel simbolo del partito. 
Ti era stato chiesto di ridurre di molto quegli elementi o lo hai proposto, scelto tu?
Certamente non fu un'idea mia: nel disegnare quel simbolo risposi a una richiesta della direzione del partito, anche se non ricordo esattamente in che termini mi venne formulata. L'idea fondamentale, comunque, era che il Psi avesse come simbolo il garofano e, se guardi l'emblema creato per il congresso di Torino, l'immagine del partito coincide proprio con il garofano; gli elementi grafici del passato ci sono ancora, ma sono quasi sullo sfondo e si prepara, in qualche modo, la loro scomparsa dal simbolo. 
Tu condividevi l'idea di minimizzare i vecchi segni del partito, fino a farli sparire?
Ti rispondo così. Anche se ero riconosciuto come "il grafico del Psi", non sono mai stato art director interno al partito, in via del Corso: il mio studio è stato sempre questo e il Psi, assieme ad altri soggetti come la Uil, è stato un mio importante cliente. Riconoscevo però nel Partito socialista il suo essere una forza di sinistra non massimalista e questa cosa la condividevo: a dispetto delle mie origini assai più a sinistra, capivo però che il massimalismo del Pci in Italia era insostenibile e un Psi più aperto ad altre istanze dava l'idea di qualcosa che stava cambiando. Negli anni seguenti, quando Craxi avrebbe tentato di proporre una diversa idea del partito, si sarebbero create le condizioni perché il garofano soppiantasse del tutto i simboli condivisi con i comunisti.
Prima pagina dell'Avanti!, 15 febbraio 1979
Prima hai parlato di un processo lungo e complesso per "aggiustare" il simbolo dopo il congresso. In effetti il nuovo simbolo disegnato da te fu presentato da Bettino Craxi e dal responsabile dell'ufficio Propaganda, Francesco Tempestini, solo il 14 febbraio 1979: loro, come si legge sull'Avanti!, sottolinearono come il nuovo simbolo avesse recuperato le radici del socialismo in Italia, prima che falce, martello, libro e sole fossero codificati nel 1919. In quell'anno, infatti, la riforma elettorale proporzionale con scrutinio di lista aveva imposto l'uso di un contrassegno per le schede, che peraltro poteva essere diverso nei vari territori; in quell'occasione, il Partito socialista aveva scelto di presentarsi con lo stesso emblema in tutti i collegi per apparire coeso e ben riconoscibile. 
Durante la transizione, come come ti dicevo prima, avevamo scelto di far convivere sui manifesti il simbolo in bianco e nero e il garofano del congresso. Forse qualcuno esterno al partito sarà rimasto disorientato da quella scelta, ma si trattava di una strategia comunicativa piuttosto logica di preparazione alla nuova immagine del Psi e credo che all'interno del partito il senso dell'operazione sia stato colto bene.

Se il congresso era finito all'inizio di aprile del 1978 e l'emblema definitivo è stato divulgato alla metà di febbraio del 1979, occorre mettere da parte la tentazione di pensare che l'aggiustamento dell'emblema congressuale sia durato una decina di mesi: è vero che Vitale ha parlato di un lavoro lungo e complesso, ma sarebbe decisamente troppo immaginarlo così lungo. 
Sfogliando l'archivio del Corriere della Sera, si trova sul numero del 7 settembre 1978 che la direzione nazionale svoltasi il giorno prima aveva deciso di "affiancare ufficialmente il garofano alla falce, martello e libro nel simbolo tradizionale" del partito; l'Avanti! dello stesso giorno precisa meglio che "la Direzione, nell'ambito del progetto di riforma dello statuto, ha deciso di proporre al prossimo Comitato Centrale la modifica della normativa relativa al simbolo del Partito nel senso di aggiungere alla falce, martello e libro la figura del garofano rosso". Il lasso di tempo da considerare, dunque, finisce almeno per dimezzarsi ed è altrettanto probabile che non siano stati impiegati tutti quei cinque mesi per rimettere mano al simbolo. Per soppesare ed equilibrare i vari elementi, però, certamente ci volle più di qualche settimana.


Proviamo a scomporre il nuovo emblema del 1979 disegnato da te, mettendolo a confronto con quello precedente, disegnato da Sergio Ruffolo e adottato nel 1971. Il simbolo conteneva il nome, a differenza di molti altri partiti contemporanei (il Pri e i radicali lo facevano: Pdup, Pci, Pli e Msi si accontentavano della sigla; Dc e Psdi nemmeno quella). anche se era stato ridotto a "Partito socialista", senza più l'aggettivo "italiano".
Quella fu una richiesta della direzione del Psi: "Lo chiamiamo Partito socialista", mi dissero. Mi parve allora che quella scelta fosse frutto della decisione di configurarsi come proiezione italiana di un più grande Partito socialista, di dimensione europea e internazionale.
In effetti, mentre lavoravi al simbolo, l'unico appuntamento elettorale certo era costituito dalle europee del 10 e 11 giugno 1979, che finirono per tenersi una settimana dopo il voto politico anticipato, per le tensioni Dc-Pci che misero in crisi il governo di unità nazionale guidato da Giulio Andreotti. Poi ci sono falce, martello, libro e sole: sono stati semplicemente ridotti rispetto al passato?
La forma di quegli elementi è esattamente la stessa che si può vedere nel simbolo di Ruffolo, dal quale sostanzialmente ripresi tale quale la parte inferiore: anche la sigla del partito, leggermente ridotta e adattata alla forma della corona circolare, viene dal simbolo precedente. 
Studi preparatori (Centro Studi
e Archivio della Comunicazione,
Università degli Studi di Parma)
Cambiano casomai le proporzioni: il manico del martello, in particolare, era stato accorciato e questo aveva permesso di rimpicciolire anche il contorno del sole, che a quel punto spuntava da dietro il libro, fin quasi a congiungersi con la curva esterna della falce. In questo modo, sembrava che i due archi formassero un tutt'uno e che, allo stesso tempo, il garofano entrasse nella falce e martello, legandosi a quei segni. Anche la corona circolare rossa, a ben guardare, sostituisce lo spazio bianco del simbolo precedente che contiene la scritta "Partito socialista italiano".
Arrivando all'elemento principale del simbolo creato da te, il garofano era stato reinterpretato rispetto alla forma del fiore pensato per il congresso del 1978: la corolla enorme e con una "gobba" a destra diventava più regolare; il calice, il gambo e le foglie apparivano più solidi e "compatti", mentre prima sembravano realizzati a stencil. Lo avevi ridisegnato per qualche motivo particolare?
Curai quell'operazione perché, se ben ricordo, riflettei che si stava preparando un simbolo di partito che, di fatto, era un marchio: c'era bisogno quindi di un disegno più regolare e meno illustrativo. Un conto è un'illustrazione per un congresso e un conto è un marchio politico, che ha altri scopi e segue codici diversi.
Ecco, tu hai parlato ora di "marchio": quando hai disegnato il simbolo del Psi, lo hai pensato come simbolo o come marchio? 
La copertina del codice
Io la vedo così: per me il simbolo è il garofano, la falce e martello, il libro e il sole. Nel momento in cui lo si va a disegnare fisicamente, si sta disegnando un marchio. Occorre dunque tener presente tutto ciò che significa disegnare un marchio e il modo in cui questo dovrà essere usato: ecco perché io, che ero già un grafico prima di accostarmi alla grafica politica e mi ero occupato dell'immagine di aziende, mi sono occupato del simbolo del Psi come se avessi dovuto disegnare un marchio. 
Quello che dici si può esprimere con le categorie della semiotica: il simbolo è il significato, il marchio è il significante. E, come ogni marchio, le regole vanno rispettate sia quando lo si concepisce, sia quando lo si usa. Ed ecco perché hai creato il Codice di applicazione di base.
Esattamente e, come ti dicevo, proposi alla direzione il codice per mettere in condizione di utilizzare correttamente il marchio tutti coloro che avevano interesse a usarlo, in qualunque luogo e in qualunque condizione. Era fondamentale evitare di lanciare messaggi diversi a seconda del territorio; ancor più importante era evitare di commettere errori grafici, "maltrattando" il segno, magari alterando i colori: io avevo quest'esperienza per il mio lavoro con le aziende e l'ho portata in questo nuovo contesto, trovando l'approvazione della direzione.
Alcune pagine del codice
Con quali indicazioni hai evitato gli errori di cui parlavi?
Nel codice avevo riportato le tonalità di colore esatte da riprodurre. Avevo precisato che, se ci fosse stata la possibilità di utilizzare solo due colori, il simbolo avrebbe dovuto essere riprodotto tutto in rosso; con il bianco e nero tutti gli elementi avrebbero dovuto essere neri o, al più, si poteva mettere il gambo in grigio, che poi altro non era che il retino del nero. Nel codice erano riportati anche esempi di targhe, adesivi, bandiere, carte intestate, manifesti e volantini, anche l'indicazione del carattere Helvetica per comporre i testi. Il codice era stato inviato a tutte le sezioni, perché tutti avessero gli strumenti per una comunicazione chiara, omogenea e quindi più efficace.
Una curiosità, visto che prima parlavi di colori: questo simbolo l'hai concepito a colori con la possibilità di adattarlo al bianco e nero, oppure è avvenuto il contrario? In fondo il bianco e nero caratterizzava ancora buona parte della propaganda di base e le stesse schede elettorali erano ancora così.
Il simbolo l'ho concepito certamente a colori; proprio perché sapevo che in varie circostanze sarebbe stato necessario un impiego in bianco e nero, però, nel codice avevo indicato fin dall'inizio come riprodurlo correttamente avendo a disposizione solo il nero o, comunque, solo un colore.

La "modernità" delle scelte di Vitale, anche solo nell'immaginare l'uso che di un emblema avrebbero potuto fare tante persone diverse, in luoghi distanti e con sensibilità differenti, porta inevitabilmente a domandarsi quanto gli interlocutori del grafico avessero compreso di quella modernità e quanto l'avessero semplicemente accettata per la validità delle soluzioni proposte. Se la professionalità del graphic designer è fondamentale, sul risultato non può non influire anche l'atteggiamento del committente e la sua capacità di comprendere ciò che gli viene presentato.  

Con chi ti rapportavi all'interno del Partito socialista italiano?
Quando ho iniziato a collaborare col Psi, con quei due manifesti di cui ti ho parlato, il responsabile dell'ufficio propaganda era Fabrizio Cicchitto, che allora era lombardiano, della sinistra del Psi; nel corso degli anni sono poi arrivati Mauro Seppia, Francesco Tempestini, Claudio Martelli e, per ultimo, Angelo Molaioli.
Hai mai incontrato Bettino Craxi tu?
No, mai. So che in più di un'occasione lui aveva detto "Fatemi conoscere questo Vitale", ma non è mai accaduto. Andare da lui presupponeva che qualcuno ti ci portasse, ma non si sono mai create le condizioni perché questo avvenisse e mi spiace moltissimo, poi ad Hammamet non c'è più stata l'occasione. Anche se non ci siamo mai incontrati, però, io avevo ovviamente piena contezza del suo ruolo e, a sua volta, Craxi sapeva quello che facevo e come lo facevo. Ricordo bene un episodio, che risale a una fase in cui Craxi era al governo e il partito era di fatto guidato da Claudio Martelli. 
Cos'era accaduto?
Per una serie di vicissitudini era diventato lui il mio interlocutore e avevamo fatto varie cose insieme. A un certo punto Martelli aveva chiesto di preparare una tessera del partito in cui fossero state presenti figure di giovani che avrebbero dovuto occuparsi dei bambini o comunque della famiglia, probabilmente con un'attenzione al futuro della società. Martelli pensava a una realizzazione con un tipo di illustrazione che però non era proprio nelle mie corde: glielo feci presente e comunque realizzai alcuni studi e qualche prova, ma evidentemente a lui quello che avevo fatto non piaceva, probabilmente voleva qualcosa di diverso dal mio rigore formale. A quel punto Martelli scelse in autonomia, senza comunicarmelo, di incaricare uno studio milanese per realizzare la campagna di iscrizione; tessere e manifesti vennero stampati. Quando ci furono le prime affissioni, pare che Bobo Craxi le abbia viste e si sia domandato: "Strano manifesto, ma che è successo a Vitale?", per poi telefonare a suo padre e informarlo di ciò che era accaduto. Morale: quei manifesti sparirono dalla circolazione, la tessera che era stata realizzata non vide mai la luce e io preparai normalmente la tessera di quell'anno.
Un bel riconoscimento, in tutti i sensi.
Sì, soprattutto per un professionista non "organico" quale ero: evidentemente la linea comunicativa che avevo tracciato e portato avanti per tanti anni era stata riconosciuta come adeguata da tutto il partito e da chi lo guidava.
Al di là del simbolo del Psi di cui abbiamo parlato, tu hai curato l'immagine della propaganda politica del partito per vent'anni. In questo lungo cammino, c'è qualche manifesto che - al di là dei primi due, di cui abbiamo già detto - ti è rimasto particolarmente impresso e merita di essere raccontato?
Del lungo lavoro che ho fatto per il Psi è stato detto e scritto che ha dato una svolta importante alla grafica politica italiana, un titolo che condivido con Michele Spera per il suo grande lavoro d'immagine fatto per il Partito repubblicano italiano: ognuno di noi lo ha fatto, con proprie logiche e diversi vissuti. Michele è stato più lineare e geometrico, per un partito sostanzialmente d'élite; il mio compito è stato più difficile, perché dovevo cercare di imprimere novità alla comunicazione di una storia così lunga, importante e assimilata da iscritti, militanti e semplici simpatizzanti come quella del socialismo italiano.
Quando ho iniziato la collaborazione con il Psi, fin dai primi due manifesti, ho portato avanti la mia idea di progettazione segnica. In questo solco, ho cercato sempre di essere innovativo e non omologato. Penso per esempio al manifesto dedicato a Giacomo Matteotti, nel pieno della stagione del terrorismo nero: con i tratti del suo viso drammatizzati da un contrasto molto marcato, abbinati solo a una linea rossa e al testo "10 giugno 1924. I fascisti hanno ucciso Giacomo Matteotti. Oggi uccidono ancora". La linea rossa è spezzata, ma riprende il suo percorso: una chiara allusione a una vita spezzata, ma a un'idea che continua.
In pratica, in quel manifesto, avevi espresso la consapevolezza che quell'assassinio non aveva fermato le idee di Matteotti e, insieme, un avvertimento, un invito ai militanti e ai simpatizzanti a tenere gli occhi aperti.
In tema di grafica politica vorrei evidenziare anche il mio lavoro per il coordinamento d'immagine del sindacato Uil. Quando alla fine degli anni Settanta Giorgio Benvenuto mi chiamò per una collaborazione, la Uil non aveva una immagine ben definita: un primo passo è stato quello di intervenire con immagini geometriche, volumetriche per comunicare il concetto di aggregazione e costruzione di una nuova identità visiva. Il passaggio da questa prima fase ad una svolta significativa è avvenuto con il congresso di Firenze del 1985: quell'immagine era molto evocativa ed ebbe un grande successo. 
Ricordi qualche episodio significativo di quell'esperienza con il sindacato?
A proposito dei rischi che si corrono quando si tenta la via dell'innovazione, ricordo che per un successivo congresso Uil, quello che si celebrò nel 1993, rischiai davvero tantissimo. L'evento si teneva al Palazzo dei congressi di Roma e venne approvato il mio progetto di allestimento, in base al quale le pareti laterali avrebbero dovuto essere coperte da grandi immagini del mondo del sindacato. Il problema era come tradurlo in pratica: in Italia non trovai soluzioni valide per la stampa dei teli di quelle dimensioni, la stampa digitale non aveva allora la qualità di oggi. Sapevo che a New York c'era una ditta in grado di fare stampe eccezionali partendo da un fotocolor già montato:  presi i  contatti attraverso una società di Roma, preparai le diapositive e le inviai. Ricevemmo i rotoli delle stampe digitali mentre stavamo allestendo la sala del Congresso: tolte le legature, apparvero immagini di altissima qualità che placarono la mia ansia.

Allestimento del congresso Uil, 1993
Il riferimento ai lavori fatti per la Uil, quindi con una diversa fattispecie di comunicazione politica, spinge naturalmente a una panoramica sul lavoro di grafico di Vitale: quello che lui si è proposto di analizzare con il suo libro in uscita, frutto di un lungo lavoro su una mole di materiale amplissima ed eterogenea (nelle forme, ma non nell'atteggiamento che si coglie). Non si presenta come una monografia e non è un catalogo: è una lunga lezione per i giovani, una guida a un mestiere, ai suoi percorsi e al modo di seguirli, con tanti esempi concreti da guardare e meditare.

Il libro Ettore Vitale, segno, memoria, futuro, vero e proprio racconto di un'attività e di una professione. Cosa ti ha spinto a questo impegno realmente corposo?
Nel corso degli anni sono uscite alcune pubblicazioni sulla mia attività. Tra queste, Ettore Vitale visual designer (Electa, 2001), curata da Arturo Carlo Quintavalle, fondatore del Centro Studi e Archivio della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Parma. Lui, molti anni prima, volle incontrarmi con l'intenzione di raccogliere parte del mio materiale: gli studi di base, lavori preparatori, storyboard delle sigle, lavori stampati e altro per alimentare quell'archivio ormai ricchissimo di arte, fotografie, disegni di architettura, design, moda e grafica. In effetti inizialmente ero un po' geloso di ciò che avevo e che rappresentava la mia storia, pensavo di non dargli nulla; alla fine però ho donato molto materiale al Csac, tuttora consultabile dagli studiosi, e a partire da quei materiali è stata prodotta poi quella monografia.  
Un altro importante libro, Il Segno, pubblicato dalle edizioni Progresso Grafico nel 2006, con una lunga conversazione con Giovanni Anceschi, è una mia ricerca sul valore, appunto, del segno: verificare se i segni da me progettati nel tempo potessero avere una propria autonomia compiendo il gesto di toglierli dal loro contesto. 
Quest'ultimo libro - Segno memoria futuro - nasce invece dalla mia esigenza di trasmettere ai giovani studenti e ai grafici il valore del segno e il valore e l’esigenza dell’innovazione. Le tante pagine del libro si sviluppano come una lunga lezione illustrata e in effetti nascono anche dall'esperienza del corso di grafica che anni fa ho tenuto alla Facoltà di Architettura dell'Università di Roma "La Sapienza", come pure da vari interventi che mi sono stati richiesti sempre in sede universitaria. Perché è necessario far conoscere ai giovani che dovranno intraprendere questo esaltante mestiere, l’esaltante emozione della grafica. 

Nel libro, dopo gli interventi iniziali di Marco Tortoioli (presidente di Aiap - Associazione italiana design della comunicazione visiva), Luciano Galimberti (presidente Adi), Stephen Heller (art director statunitense), Mario Piazza (grafico e professore di Progetto della comunicazione visiva al Politecnico di Milano) e Carlo Martino (docente di Disegno industriale all'Università di Roma "La Sapienza"), Ettore Vitale racconta la sua visione dell'attività di graphic designer: analizza il rapporto tra segno e società, l'avvento del computer nel progetto grafico, l'ampiezza dell'ambito grafico, il legame tra progetto e innovazione, fino alla crescente (e avvilente) "eclissi del segno", nel senso che negli ultimi anni la grafica pare essersi dimenticata del segno, il suo elemento fondante e "parlante". 
Due pagine di Ettore Vitale. Segno memoria futuro
La maggior parte del libro, ovviamente, è occupata dai frutti dell'attività di Vitale, per vedere messe in pratica le sue riflessioni sul segno e sul progetto: così scorrono pagina dopo pagina la campagna di Autovox con l'occhio 3D a colori nella tv in bianco e nero ("riuscii a far passare la mia idea mentre tutt'intorno si vedevano immagini con gli schermi televisivi pieni di fiori..."), gli allestimenti rivoluzionari per gli arredi di Arflex, i manifesti più "segnici" concepiti per il Psi e per la Uil, ma anche il materiale curato per le formazioni di sinistra, le sigle per la Rai (basate soprattutto sulle illustrazioni a scorrimento o in dissolvenza, in un tempo in cui la prima computer graphic dominava) e molto altro.   

Quando gli chiedo di darmi la sua definizione personale di "segno" - concetto che torna di continuo nei suoi discorsi e nel libro, Vitale mi risponde così: "Se ho un incarico professionale da un committente, che mi chiede di realizzare un progetto, ho due strade: posso fare qualcosa che sia nell'aria, così che il cliente la riconosca, dica che va bene e il progetto "passa", a prezzo però di appiattirsi orizzontalmente sull'esistente; oppure, in alternativa, posso cercare di proporre qualcosa che deriva dalle esigenze del cliente, ma che si inserisca in un concetto più ampio, nel progetto globale". 
Nel libro, Vitale usa un'immagine eloquente: "Quando progettiamo abbiamo due punti di riferimento: il committente e il progetto globale. Noi siamo il terzo elemento di un triangolo che ha al suo vertice alto il progetto, alla base ci siamo noi da una parte e il committente dall'altra. Quando progettiamo, non dobbiamo guardare negli occhi il committente, ma in alto verso il 'dio' progetto: è con lui che dobbiamo dialogare". Un'immagine che spiega come occorra prendersi il tempo per guardare in alto, senza distogliere gli occhi dal cliente: se questo non si può fare o non si riesce a fare, è facile che l'esito non sia soddisfacente.

Dopo l'esperienza del Psi, Vitale non ha più lavorato per alcun partito e non ha avuto nessun ruolo nemmeno nella riproposizione del garofano del 1978 all'interno del simbolo del Nuovo Psi di Gianni De Michelis, Bobo Craxi e, per breve tempo, Claudio Martelli: "Mi ero accorto di quell'uso; nessuno allora m'interpellò sull'opportunità di riutilizzare quel segno creato per il congresso di Torino. Alla fine però non reagii: tanto non val la pena dire nulla, men che meno fare causa...".
Per chiudere la nostra lunga conversazione, viene naturale domandare cosa tenga lontano Ettore Vitale da quel mondo che ha frequentato con grande successo per vent'anni: cosa manca all'immagine politica di oggi, al punto tale da non farlo più sentire a proprio agio? Per lui la risposta è facile, persino ovvia: "Quando ho iniziato a lavorare nei primi anni Settanta, esistevano i partiti e ti riconoscevi in quelli: anche nel loro leader, ovviamente, ma assai più nei partiti, per cui nella propaganda e nella comunicazione politica era il partito a parlare. Strada facendo, anche con l'avvento di Craxi ma soprattutto di chi è venuto dopo, il partito ha iniziato a scomparire e sono emersi in maniera preponderante i leader. Ci sono le loro foto, le loro parole e i partiti, quando va bene, sono sullo sfondo e quasi mai si racconta cosa vogliano; quando va male, non ci si ricorda nemmeno il nome della singola forza politica. Non c'è nemmeno spazio per il segno nella comunicazione, che è ancora peggio dell'eclissi: non può esserci segno se non c'è un partito che possa comunicare". 
Il problema, come si vede, non si riduce affatto alla grafica o alle sue regole: c'è una mancanza di fondo più grave. Basta sfogliare le pagine della carriera di Vitale - come di ogni grafico che abbia lavorato nei o per i partiti di rilievo fino all'inizio degli anni Novanta - per notare la differenza tra ieri e oggi. Una differenza di contenuto, di segno e di senso abissale, che l'armamentario tecnologico assai più fornito del presente non è in grado da sé di colmare. 

Grazie di cuore a Ettore Vitale per la fiducia, il tempo e il materiale messo a disposizione. Grazie anche al Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell'Università degli Studi di Parma, in particolare a Paola Pagliari e a Marco Pipitone, per la ricerca e la gentile messa a disposizione delle immagini conservate presso CSAC.

sabato 15 febbraio 2020

Più Italia, per difendere la tradizione


Dalla fine del 2017, com'è noto, una forza politica - nata come lista, poi evolutasi come partito - è convinta che occorra "più Europa"; qualcuno, da circa un anno, ha iniziato a dire che serve innanzitutto "Più Italia", al punto tale da usare quel nome per distinguere il proprio progetto politico. Si chiama infatti Più Italia un movimento nato lo scorso anno e partito dalla Ciociaria: è della provincia di Frosinone infatti il suo fondatore e presidente, Fabrizio Pignalberi. 
Lui, laureato in giurisprudenza, ha una militanza politica piuttosto lunga: sul sito del movimento si definisce "sempre fedele alla destra italiana", dichiarando di avere collaborato con il Popolo della libertà, poi con Forza Italia e con Fratelli d'Italia (assumendo ruoli partitici a livello locale e diventando membro dell'assemblea nazionale nel 2017), ma dice di provenire politicamente dalla Fiamma Tricolore.
Nel 2019, però, ha iniziato a lavorare a un proprio progetto politico, Più Italia appunto. Il nome, a dire il vero, non è proprio nuovo: nel 2012 Antonio De Poli aveva depositato come marchi alcuni emblemi, forse immaginando un rilancio o un nuovo corso dell'Udc, tra i quali anche uno con la dicitura "Più Italia". Con quell'esperienza, tuttavia, il nuovo movimento politico non c'entra nulla: "Siamo un movimento - spiega Pignalberi - che alla nascita ha stipulato un accordo con Fratelli d'Italia, sostenendone varie candidature alle elezioni locali, regionali ed europee. Da maggio di quest'anno, però, inizieremo a presentare nostre liste con il simbolo di Più Italia". 
Già, il simbolo. Il nome del partito è uno dei due elementi principali dell'emblema: l'altro è costituito da due tracce identiche, sottili e quasi pennellate, una verde e una rossa. L'impressione è che quei due elementi ricordino una fiamma, richiamando in qualche modo quella utilizzata da Marine Le Pen, prima per il suo Front National, poi per l'attuale Rassemblement National. "In effetti, vista la mia storia politica, ho voluto inserire un rimando a una fiamma molto stilizzata, non proprio identificabile come tale ma comunque riconducibile a quell'idea, per chi vuole ritrovarsi in quell'immagine". 
Visto il nome e il simbolo utilizzato, non sorprende che il movimento si collochi con nettezza nel centrodestra, come a quell'area facevano riferimento i candidati e le liste cui finora è stato dato sostegno. Nel programma ("Dio patria e famiglia!" scherza, ma nemmeno troppo, Pignalberi) si trova la difesa delle famiglie italiane, delle tradizioni e del Made in Italy "come unico e inimitabile marchio", la salvaguardia del territorio, la tutela delle persone economicamente svantaggiate e dei minori sottratti alle famiglie. Le amministrative di quest'anno probabilmente segneranno il debutto del simbolo sulle schede: si vedrà se saprà farsi (ri)conoscere.

lunedì 10 febbraio 2020

Suppletive per il Senato: Umbria, in quattro sulla scheda

Dopo quelle di Napoli e di Roma, ora è definitivo anche il quadro delle elezioni suppletive che si terranno l'8 marzo per il collegio uninominale Umbria - 02 del Senato (che comprende una sessantina di comuni dell'Umbria, cioè tutta la provincia di Terni e parte di quella di Perugia), il cui seggio è stato lasciato libero da Donatella Tesei (Lega) dopo l'elezione a presidente della Regione. Quattro le candidature presentate, tutte ammesse dall'ufficio elettorale regionale: si tratta dunque - finora - della suppletiva col minor numero di aspiranti al seggio. Non è ancora stato reso noto l'ordine di nomi e contrassegni sulla scheda (anche se ovviamente il sorteggio è stato fatto); si può già dire, comunque, che la competizione principale sarà tra due donne. 
Il centrodestra, infatti, ha scelto di schierare Valeria Alessandrini, consigliera regionale della Lega, dunque in continuità con la candidatura che nel 2018 era risultata vincitrice. L'emblema presentato per quest'elezione è lo stesso già visto in altre suppletive, cioè il "triciclo" contenente i simboli di Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia in miniatura e disposti a triangolo. Le tre maggiori forze politiche di quell'area, dunque, si presentano unite. 
Ad Alessandrini il centrosinistra ha risposto candidando Maria Elisabetta Mascio, ternana, dirigente scolastica ed esperta di formazione, già candidata dal Pd come indipendente alle ultime regionali. Mascio, che si candida con il contrassegno "Mascio per l'Umbria" (con un leggero fondino azzurro e il suo nome sottolineato di gesso in verde), ha il sostegno esplicito del Partito democratico e del gruppo Sinistra civica verde, già visto con una propria lista alle regionali (che comprendeva soprattutto Articolo Uno, Sinistra italiana e Verdi); mancano però i riferimenti al Patto civico per l'Umbria (legato al consigliere regionale Andrea Fora), a Italia viva e al Psi, che non hanno sottoscritto la candidatura, in dissenso con il modo in cui si è arrivati alla scelta.
Torna poi autonomo sulle schede - dopo l'alleanza una tantum con il centrosinistra secondo lo schema della coalizione attualmente al governo - il MoVimento 5 Stelle, che presenta come aspirante senatore Roberto Alcidi, di Spoleto, ex dipendente della Meccanotecnica e militante storico del M5S. L'emblema, ovviamente, è lo stesso inaugurato in occasione delle elezioni politiche del 2018, proprio quando fu eletta Tesei che ora dev'essere sostituita. Sebbene il collegio di Terni sia meno sotto i riflettori rispetto a quelli di Napoli e Roma che voteranno nelle settimane precedenti, anche qui ci sarà molta attenzione per il risultato del MoVimento (oltre che per la competizione tra centrodestra e centrosinistra).
Completa il quadro Armida Gargani, avvocata e già militante del M5S (nel 2014 era candidata come consigliera a Terni): in questo caso Gargani si presenterà per il progetto politico Riconquistare l'Italia, legato al Fronte sovranista italiano. In Umbria deve avere un certo radicamento, visto che alle scorse regionali aveva già partecipato candidando alla guida della regione una componente del comitato direttivo del Fronte, Martina Carletti. Anche in questo caso, l'emblema è quello che riprende il tema grafico del Fsi: le iniziali verdi del nome sono affiancate dalla Stella d'Italia, tagliata da una parentesi per segnalare la sua incompletezza e il percorso di crescita (e di riconquista della sovranità) che resta da fare. Anche questo voto, a suo modo, sarà un test interessante.

venerdì 7 febbraio 2020

Suppletive per la Camera: Roma, addirittura sette simboli

Dopo quello del 23 febbraio, il successivo turno di elezioni suppletive si svolgerà il 1° marzo, con riguardo al collegio uninominale 1 - Roma della Camera, lasciato libero da Paolo Gentiloni: la circoscrizione del collegio comprende i quartieri della capitale Rione Monti, Rione Trevi, Rione Colonna, Rione Campo Marzio, Rione Ponte, Rione Parione, Rione Regola, Rione Sant'Eustachio, Rione Pigna, Rione Campitelli, Rione Sant'Angelo, Rione Ripa, Rione Borgo, Rione Esquilino, Rione Ludovisi, Rione Sallustiano, Rione Castro Pretorio, Rione Celio, Rione San Saba, Rione Testaccio, Rione Trastevere, Trionfale, Rione Prati, Flaminio, Della Vittoria.
Dopo la scadenza dei termini per la presentazione delle candidature e il sorteggio degli aspiranti deputati per l'ordine sulla scheda, il quadro è completo e chiaro. Per cominciare, la citata scheda sarà più affollata per gli elettori romani rispetto a quella per quelli napoletani chiamati a votare una settimana prima: se in quest'ultimo caso i concorrenti saranno cinque, a Roma si sfideranno in sette per lo scranno della Camera rimasto libero. Il sorteggio ha collocato in prima posizione Marco Rizzo, segretario del Partito comunista, che continua nel suo tentativo di essere presente il più possibile negli appuntamenti elettorali, soprattutto quando hanno un certo peso. Il suo simbolo sarà l'unico a contenere una riproduzione di falce e martello.
Al secondo posto, la sorte ha inserito un personaggio ben noto ai romani, che quattro anni fa lo hanno avuto anche come candidato sindaco: si tratta di Mario Adinolfi, che come allora si presenta con le insegne del Popolo della Famiglia, di cui è tra i fondatori. In questi quattro anni, il simbolo è sempre rimasto lo stesso, dunque anche stavolta gli elettori troveranno sulla scheda la famigliola tradizionale tracciata a matita su fondo blu, con il monito-programma "No gender nelle scuole" nella parte alta del contrassegno. Anche se è stato necessario raccogliere le firme, evidentemente a Roma Adinolfi ha il potenziale per poter essere presente senza grossi problemi al cimento elettorale.
Esprime una propria candidatura autonoma anche il MoVimento 5 Stelle, che candida in quel seggio Rossella Rendina. Dopo le elezioni regionali di Emilia-Romagna e Calabria, i test delle elezioni suppletive saranno rilevanti anche per vedere i risultati del M5S: non si tratta naturalmente di dati comparabili, ma l'esito non proprio esaltante per il progetto politico fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio induce inevitabilmente a guardare con occhio più attento i dati che usciranno dalle urne per la formazione attualmente guidata da Vito Crimi. Il simbolo utilizzato, naturalmente, è lo stesso noto dal 2018, con la dicitura Ilblogdellestelle.it al di sotto della grafica consolidata dal 2010.
Domenica scorsa si era già parlato della candidatura di Roberto Gualtieri per il centrosinistra, con il sostegno al ministro dell'economia da parte di Partito democratico, Italia viva, Sinistra italiana, Partito socialista italiano e Articolo Uno. Per evitare la moltiplicazione di emblemi - e in analogia con quanto si è già visto con riguardo a Napoli e, probabilmente, con quanto avverrà nel collegio senatoriale di Terni - le forze politiche hanno scelto di presentare il contrassegno unitario denominato Roma con Gualtieri, con il tricolore e dominato dal rosso, senza alcun riferimento ai partiti che appoggiano unitariamente la candidatura (a dispetto delle tensioni che a livello nazionale si avvertono in queste settimane).
Le elezioni suppletive romane saranno anche il debutto per il simbolo generico, senza indicazioni locali, di Volt, partito paneuropeo che aveva fatto la sua prima comparsa alle elezioni regionali in Emilia-Romagna (appunto con il riferimento alla regione all'interno del contrassegno a fondo viola). Per questa prima partecipazione al voto politico, che mira essenzialmente a far conoscere il progetto e a offrire una prima sede per confrontarsi con le altre forze politiche, Volt ha candidato Luca Maria Lo Muzio Lezza, di professione architetto, "varese di nascita, romano di adozione" come si legge nella sua breve biografia su Facebook. 
Ha cercato e trovato una soluzione unitaria anche il centrodestra, che per questo appuntamento elettorale ha rimesso in pista Maurizio Leo, avvocato, già deputato di Alleanza nazionale e assessore al bilancio della giunta guidata da Gianni Alemanno. Lo sostengono Lega, Fratelli d'Italia (in cui si riconosce ora), Forza Italia e Udc, per cui stavolta il contrassegno contiene le miniature di tutti e quattro i simboli di partito: il risultato grafico si commenta da sé. 
Ultimo emblema secondo l'ordine determinato dal sorteggio è quello di Potere al popolo!, che sostiene la candidatura di Elisabetta Canitano, già aspirante presidente della regione Lazio nel 2018 per quel progetto politico. Il simbolo non è cambiato in questi due anni, anche se i risultati sono stati pochi, non è stato possibile partecipare alle elezioni europee e nel frattempo Rifondazione comunista e il Partito del Sud hanno scelto di abbandonare il gruppo che aveva scelto di evolvere in soggetto politico più strutturato. Come a Napoli, in ogni caso, l'emblema amaranto e nero con la stella finirà sulle schede.

giovedì 6 febbraio 2020

X la Sicilia, movimento autonomista scritto a chiare lettere

Su queste pagine si è già visto come l'autonomismo siciliano non sia mai stato consegnato al passato: periodicamente partiti o movimenti pongono di nuovo all'attenzione della politica e dei media il problema del rilancio della Sicilia, magari attraverso una sua maggiore autonomia rispetto al resto d'Italia. Può rientrare in questo disegno anche il "battesimo" di un nuovo soggetto politico, che sta muovendo i suoi primi passi e che tra circa un mese e mezzo dovrebbe veder organizzato il suo congresso fondativo. Si tratta di X la Sicilia, un progetto politico che - in base al comunicato diffuso online - riunisce "sindaci, consiglieri ed amministratori locali, giovani e rappresentanti della società civile": il suo primo atto si è compiuto il 1° febbraio a Enna, con un evento di presentazione cui hanno partecipato Francesco Colianni, assessore del Comune di Enna, i sindaci di Randazzo Francesco Sgroi, di Paternò Nino Naso, di Camporotondo Etneo Filippo Privitera e di Fondachelli Fantina Francesco Pettinato; c'erano anche i consiglieri regionali Giuseppe Compagnone, Giovanni Di Mauro e Carmelo Pullara, del gruppo Popolari e autonomisti, nonché l'assessore regionale della famiglia, politiche sociali e lavoro Antonio Scavone.
L'idea, a quanto si comprende, è di continuare a operare nel solco dell'autonomismo che non è mai venuto meno, ma nel tentativo di fare fronte comune ed efficace "per riprendere un cammino - spiegano gli organizzatori - che mette al centro la Sicilia ed il suo sviluppo economico, possibile non certo attraverso misure assistenzialistiche come il reddito di cittadinanza, ma attraverso il sostegno alle imprese". 
Per Sgroi le regioni del Nord - con in testa quelle che hanno richiesto più autonomia - hanno un obiettivo preciso: "difendere i loro interessi, nascondendo obiettivi territoriali dietro il paravento del sovranismo spinto; l'autonomia differenziata che chiedono a gran voce ha l'unico obiettivo di trattenere per sé gran parte del gettito fiscale regionale sottraendolo alle casse dello Stato. Una prospettiva nefasta contro la quale dobbiamo organizzarci fin da subito". Uno dei punti più definiti del disegno del nuovo partito è una politica fiscale per la Sicilia che vada incontro a "chi, eroicamente, decide di investire nell'Isola. Oggi i Comuni vivono una condizione di disagio nei confronti dello stato centrale: politiche di bilancio che ingessano risorse, municipi che vanno in dissesto nonostante patrimoni importanti solo per assurdi vincoli di bilancio, il cui costo si riversa sui cittadini e sulle imprese. Il nostro partito deve essere un muro contro queste politiche".
I problemi della Sicilia, ovviamente, sono molti, dal fenomeno mai cessato dell'emigrazione alle difficoltà nell'ambito dell'agricoltura e dei trasporti (da tempo in grave sofferenza): per i promotori del nuovo partito, è anche colpa del fatto che "la Sicilia è del tutto trascurata dalle politiche del governo, basti pensare al decreto sblocca cantieri. Tutte le grandi opere vengono finanziate da Roma in su. Al sud, salvo qualche eccezione, il nulla!", come ha detto Giuseppe Lombardo, assessore di Catania. 
Di materiale su cui lavorare, insomma, ce n'è parecchio e il programma "per far rinascere la Sicilia" sarà costruito anche online, aperto al contributo di ogni aspirante militante; il tutto verso il 21 marzo, possibile data per il congresso fondativo del partito. In quella sede si vedrà se sarà mantenuto il nome attuale "X la Sicilia" o si adotteranno altre soluzioni (come "Grande Sicilia", un po' come il Grande Sud già visto in passato); al momento il simbolo circolato non è altro che il nome stesso, in carattere pennellato bianco (lo stesso, ma proprio lo stesso dello slogan leghista maroniano "Prima il Nord") su fondo amaranto. La Sicilia, origine e centro di tutto, è solo scritta a chiare lettere, senza alcuna rappresentazione grafica; c'è tempo, in ogni caso, per confermare, aggiungere, cambiare o spostare.

mercoledì 5 febbraio 2020

Radicali italiani, nuovo simbolo composito (in Lombardia) e nuovo statuto

Incredibile a dirsi, certe volte alcuni simboli nascono per forza e perché lo richiedono alcune regole specifiche, mentre altrove non ce n'è bisogno. Lo mostra piuttosto bene un episodio di poco meno di un mese fa, che non ha avuto un'enorme risonanza ma sembra significativo. Il 15 gennaio, infatti, all'interno del consiglio regionale della Lombardia, il gruppo consiliare denominato "+Europa con Emma Bonino" ha mutato la propria denominazione in +Europa - Radicali, come richiesto dal suo unico componente (e, in automatico, presidente), il consigliere Michele Usuelli; della richiesta ha ufficialmente preso atto l'Ufficio di presidenza del 20 gennaio.
Sul suo sito, Usuelli ha spiegato la ragione della sua decisione: 
Ho così uniformato il nome già adottato dal mio collega Alessandro Capriccioli in Regione Lazio. Questa scelta, ancorché a distanza di tempo, nasce dalla indicazione data da Emma durante il congresso di +Europa a gennaio 2019 di rinunciare al riferimento esplicito al suo nome nel simbolo e segue ciò che è avvenuto più recentemente alla Camera dei Deputati con l’adeguamento del nome in "Centro democratico - Radicali italiani - +Europa". Questa mia richiesta vuole inoltre garantire un uguale riconoscimento alle due forze politiche nelle quali mi identifico, anche con l'obiettivo di incoraggiarne la crescita e il rafforzamento. Il desiderio mio e di molti altri compagni è quello di trovare la massima sinergia possibile tra i due soggetti, anche nel rispetto del cammino intrapreso da Radicali Italiani attraverso l’iscrizione al registro dei partiti.
Queste poche righe di dichiarazione meritano di essere considerate attentamente da più punti di vista, a iniziare dall'ultima informazione che contengono, altrettanto passata quasi sotto silenzio. Il 18 dicembre 2019, infatti, sulla Gazzetta Ufficiale sono stati pubblicati quattro nuovi statuti di partiti che hanno superato l'esame dell'apposita commissione (la stessa incaricata di vagliare i rendiconti dei partiti) e dunque sono stati inseriti nel Registro dei partiti politici: si tratta di 10 volte meglio, Siamo Europei, Italia viva e, appunto, Radicali italiani. 
10 volte meglio ha potuto ottenere la registrazione grazie alla sua sporadica presenza alle elezioni politiche del 2018 (anche se non può non colpire il fatto che, come notato meno di un mese fa da Salvatore Curreri su laCostituzione.info, proprio il 18 dicembre 2019 la componente del gruppo misto della Camera Cambiamo! - 10 volte meglio sia cessata in base alla lettera pervenuta il giorno prima all'Ufficio di presidenza di Montecitorio, con cui il non meglio precisato presidente di 10 volte meglio diceva di aver revocato il consenso a essere rappresentato da quella componente del misto, consentendo così che la componente parlamentare si sciogliesse per decisione di un soggetto esterno al Parlamento stesso...).
Siamo Europei di Carlo Calenda, invece, ha potuto chiedere la registrazione grazie alla partecipazione alle elezioni europee 2019 all'interno delle liste presentate con il Partito democratico, con tanto di contrassegno composito e almeno un eletto (lo stesso Calenda); a proposito di simbolo, lo statuto pubblicato in Gazzetta Ufficiale contiene per la prima volta il simbolo in forma tonda, mentre fino a questo momento il logo del movimento di Calenda era sempre stato divulgato in forma rettangolare o, al più, quadrata. Colpisce piuttosto il fatto che lo statuto sia stato presentato alla commissione il 19 novembre (ma è possibile che una prima versione, poi emendata, sia stata sottoposta in precedenza), giusto due giorni prima del lancio di Azione, unico movimento di cui ora è consultabile il sito (e questo sarà interessante, perché la registrazione dello statuto comporta poi gli obblighi di trasparenza, per cui il nuovo sito dovrà necessariamente contenere il bilancio e gli altri documenti richiesti dalla legge, per cui non è da escludere che le pagine di Azione contengano per il primo anno i documenti relativi a Siamo Europei).
C'è poco da dire su Italia viva, se non altro perché nei mesi scorsi si è ampiamente parlato della procedura di scelta del simbolo: la grafica elaborata da Proforma di Giovanni Sasso è stata ufficializzata il 19 ottobre alla Leopolda, dunque il logo non necessita di altre precisazioni. Si deve dire invece che la registrazione è stata possibile grazie alla formazione dei gruppi parlamentari alla Camera e al Senato (ne sarebbe bastato anche uno solo); lo statuto è stato depositato il 28 novembre, data che non induce particolari riflessioni, se non altro perché il partito di Renzi pare essere - dei tre soggetti politici citati fin qui - quello con maggiori prospettive di durata: il passaggio della registrazione appare dunque pienamente normale.
Tornando a Radicali italiani, invece, c'è più di qualcosa da dire. Intanto per cominciare, quella registrazione non sarebbe stata possibile se il 21 novembre la componente del gruppo misto della Camera, inizialmente denominata  "+Europa - Centro democratico", non avesse cambiato nome in "Centro democratico - Radicali italiani - +Europa". Inutile dimenticare che quel cambio di nome risentì profondamente della scelta di Bruno Tabacci, a fine settembre, di uscire dal progetto di +Europa (dopo che il suo annuncio di voler concedere il simbolo di Centro democratico, esente dalla raccolta firme, alla nascente lista di +Europa all'inizio di gennaio 2018 aveva creato molto rumore) per sostenere il governo Conte-bis e della successiva decisione di Alessandro Fusacchia (il 12 ottobre 2019) di abbandonare per la stessa ragione il partito +Europa ma non la componente. Già, perché a metà ottobre si era creata una situazione assurda, visto che la componente era già formata dal numero minimo di deputati per poter esistere e solo grazie alla partecipazione di +E alle elezioni, ma nessuno dei tre membri si riconosceva in quel partito: non Tabacci (Centro democratico), non Fusacchia e nemmeno Riccardo Magi, che con Radicali italiani aveva ormai segnato una certa distanza dal progetto attraverso il quale era stato candidato ed eletto. Certamente non poteva sparire il riferimento a +Europa dal nome della componente, ma a quel punto lo si è messo per ultimo, mettendo per primo quello di Cd e aggiungendo quello di Radicali italiani. Che, a quel punto, è stato messo in condizione di chiedere la registrazione: la marcia di avvicinamento a quel risultato, peraltro, era informalmente iniziata da tempo, visto che la richiesta di iscrizione nel Registro, con contestuale deposito dello statuto presso la Commissione, è datata 29 novembre 2019, ma già prima si era profondamente discusso all'interno di Ri sulle modifiche da apportare alle regole statutarie per ottenere l'iscrizione.
Dopo la modifica del nome della componente del gruppo misto alla Camera, che veniva comunque dopo l'adozione del nome "+Europa - Radicali" da parte di Alessandro Capriccioli nel consiglio regionale del Lazio, restava solo da mettere mano al gruppo lombardo, formato dal solo Michele Usuelli. Quel passaggio, tuttavia, ha richiesto anche una formalizzazione grafica: il regolamento generale del consiglio regionale, infatti, all'art. 20 prevede che "All'inizio della legislatura i consiglieri regionali si costituiscono in gruppi consiliari, con propria denominazione e simbolo" (comma 1) e che le variazioni di nome e simbolo "devono essere comunicati immediatamente in forma scritta all'Ufficio di presidenza del Consiglio" (comma 5), essendo anche previsto che "In caso di contestazioni circa l'uso della denominazione o del simbolo da parte dei gruppi, si fa riferimento a quanto attestato dal soggetto titolare della denominazione o del simbolo" (comma 7-bis). Nessun "obbligo simbolico" è previsto, per esempio, per i gruppi parlamentari o per le componenti del gruppo misto (e non è difficile capire perché: vista la lunghezza ed eterogeneità di certi nomi, tradurli in grafica sarebbe una iattura), per cui si è avuto il caso di gruppi o componenti del tutto privi di emblemi, oltre che di un contrassegno comune che li rappresentasse per intero.
Questo, insomma, significa che probabilmente, senza questa norma lombarda, non sarebbe mai emerso ufficialmente l'emblema che unisce la grafica principale di +Europa a quella di Radicali italiani (pur se privati dell'aggettivo), con il nome dimezzato e la corolla di rosa elaborata nel 1994 da Aurelio Candido per la lista Riformatori nel campo inferiore giallo (come ai tempi della lista Pannella e della lista Bonino). A chi non appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica, tuttavia, può capitare di incorrere in errori come ha fatto, per esempio, la testata Varese7Press: nel dare la notizia del cambio di nome ed emblema del gruppo di Usuelli ha titolato In Regione Lombardia ritorna il simbolo del Partito Radicale. Non solo la rosa, disegnata così, non è mai stata il simbolo del Pr, ma il soggetto politico contenuto nell'emblema è Radicali italiani, che dal 2016 ha decisamente separato le proprie strade dal Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito, peraltro dopo una polemica virulenta nata in occasione delle amministrative di quell'anno per la scelta di Radicali italiani di presentare a Roma e Milano liste con il nome "radicali" nel simbolo, aggirando le previsioni statutarie del Prntt e di Radicali italiani sulla scelta di non partecipare alle competizioni elettorali "in quanto tali e con il proprio simbolo".
A proposito, quella disposizione che escludeva il simbolo dalle schede elettorali è sparita dallo statuto di Radicali italiani: nella versione pubblicata in Gazzetta Ufficiale non c'è più ed era prevedibile, poiché ben difficilmente la Commissione avrebbe potuto accettarne la permanenza e considerare lo statuto conforme ai requisiti di legge. Casomai è interessante notare che all'art. 20, dedicato alle "Competizioni elettorali", si prevede che il segretario del partito, "sentita la Direzione, assume le determinazioni circa le modalità di partecipazione alle elezioni, le sottopone al Comitato nazionale e comunica i criteri con i quali sono state selezionate le candidature per le elezioni" e il comitato nazionale (che equivale a quello che altrove si chiama consiglio nazionale), sentite le relazioni del segretario, del tesoriere e del presidente, può respingere la proposta di quelle candidature "con il voto espresso dalla maggioranza dei componenti, in caso di presentazione con il nome e il simbolo del Movimento", oppure "con il voto espresso dalla maggioranza dei due terzi dei componenti, in caso di presentazione non diretta". In sostanza, posto che Radicali italiani potrà nuovamente correre direttamente alle elezioni, sarà più difficile opporsi a un progetto elettorale se non è fatto col simbolo del partito, mentre sarà leggermente più semplice farlo se la guida di Ri intende spendere i segni di identificazione ufficiali. 

martedì 4 febbraio 2020

Liberaldemocratici Italiani, un gabbiano per riprendere il viaggio

Tra le liste che hanno partecipato alle ultime elezioni regionali in Calabria c'era anche la Casa delle libertà, collocata nel centrodestra a sostegno della candidatura di Jole Santelli; in quella formazione - che, essendo rappresentata in consiglio regionale, aveva il pregio di non dover raccogliere le firme per presentarsi - sono confluiti esponenti di varie forze politiche presenti sul territorio. Tra queste, anche i Liberaldemocratici Italiani, un nome che fa nascere nei #drogatidipolitica alcuni pensieri, soprattutto quando si legge che il movimento politico è nato nel 2007 e si nota che il simbolo ha come colore dominante il blu dello sfondo: si tratta per caso dell'evoluzione dei Liberal Democratici fondati da Lamberto Dini verso la fine del 2007 e della breve XV legislatura?
In effetti non ne è l'evoluzione, ma il gruppo non è del tutto estraneo a quella storia, come spiega Giovanni Ciro Palmieri, coordinatore dei Liberaldemocratici Italiani per la Calabria, responsabile del comitato dei garanti e rappresentante legale del soggetto politico. "Il movimento in effetti nasce come associazione il 10 febbraio 2007 - spiega - da un gruppo di persone che, come me, facevano riferimento al Partito liberale, quello ricostituito nel 1997 che nel 2004 aveva ripreso il vecchio nome di Pli. Nel giro di dieci anni, però, si era combinato poco o nulla, così io e altri amici altrettanto scontenti di quella situazione abbiamo fondato quest'associazione di respiro nazionale che si chiamava I liberali, anche se allora non era un soggetto politico: era semplicemente un modo per tenerci in contatto, non disperdere il nostro pensiero liberale e mantenere viva la dialettica tra noi". 
Nel 2009 qualcuno cominciò a muovere le acque: "Alcune persone della nostra area hanno iniziato a impegnarsi e a candidarsi, come liberali a titolo personale: Arturo Diaconale, per esempio, era diventato commissario straordinario del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga; Marco Taradash si era candidato come sindaco a Livorno, ottenendo poco più del 28%. Io mi candidai alle elezioni europee nella circoscrizione Italia meridionale, all'interno della lista dei Liberal Democratici, che quell'anno corse anche grazie all'esenzione dalla raccolta firme per l'alleanza con il Maie. Nei mesi successivi alle elezioni fui contattato da Italo Tanoni, che dei Liberal Democratici era diventato il coordinatore nazionale, mentre Lamberto Dini era già andato da tempo nel Pdl. Lui mi chiese di entrare nel partito, anche perché ero riuscito in pochi giorni e con poca visibilità a ottenere 1173 preferenze. Tenga conto che allora i Liberal Democratici avevano comunque due deputati eletti nel Pdl, cioè lo stesso Tanoni e la presidente Daniela Melchiorre, che era stata anche sottosegretaria alla giustizia nell'ultimo governo Prodi. In seguito però il partito ha cambiato più volte collocazione e, dopo la rinuncia di Melchiorre all'incarico di sottosegretario allo sviluppo economico nell'ultimo governo Berlusconi, è andato scemando il ruolo del partito, che nel frattempo si era avvicinato al Nuovo Polo per l'Italia che poi avrebbe sostenuto Monti".
D'accordo, ma i Liberaldemocratici Italiani? "Nella primavera dello scorso anno - ricorda Palmieri - si era parlato della possibilità che i Liberal Democratici di Tanoni, che giuridicamente esistono ancora, partecipassero alle elezioni del 26 maggio nel centrosinistra. A quel punto io, dopo essere tornato in Calabria, mi sono ricordato di quell'associazione del 2007, nata mesi prima dei Liberal Democratici, e assieme ad altre persone si è deciso di trasformarla in movimento politico, modificando lo statuto con i fondatori che erano ancora disponibili, allora erano uno per ogni regione italiana. Visto che però nel frattempo nella politica si era già affacciato un simbolo con la dicitura 'i Liberali', legato a Renato Altissimo, abbiamo pensato di cambiare il nome in Liberaldemocratici Italiani, senza spazio nel nome per non avere problemi. Il simbolo però è rimasto lo stesso, con il colore blu di fondo e un gabbiano stilizzato: in fondo quasi tutti i soggetti liberali o liberaldemocratici europei hanno nel loro emblema un gabbiano o comunque un volatile, cui noi abbiamo aggiunto tre punti verdi, bianchi e rossi, per richiamare il tricolore e richiamare la presenza delle persone".
Il partito è schierato nel centrodestra, anche se per ora non pensa direttamente a presentare liste con il proprio simbolo ("Al momento non abbiamo certo la forza di superare lo sbarramento a livello regionale o nazionale"), ma continua a riorganizzarsi sul territorio nazionale: "Per ora siamo riusciti a coprire tredici regioni con un minimo di struttura - spiega Palmieri - quando le avremo coperte tutte convocheremo un'assemblea nazionale: contiamo di farlo in primavera e lì ci daremo un coordinatore politico e un presidente. Nel frattempo, dove è possibile, stiamo lavorando per costruire liste, anche di natura civica, con altre forze politiche e gruppi". Avendo come sempre l'obiettivo di costruire qualcosa nell'area dei liberali, sperando che il gabbiano possa spiegare davvero le ali.