domenica 20 gennaio 2013

Chi ha voglia di votare "Io non voto"?

D'accordo, la cosa più trasgressiva - da un certo punto di vista, comunque piuttosto morigerato - sarebbe mettere la croce con la matita copiativa sul simbolo della "lista civica nazionale 'Io non voto'". Già, perché c'era anche il suo fondatore, Carlo Gustavo Giuliana, sulla piazza del Viminale tra coloro che erano rigorosamente in fila ad aspettare il proprio turno per depositare il proprio contrassegno: una cosa quasi glam per il colorino lilla pallido, non fosse per quell' "Io non voto" scritto con quella forma bombata e quelle virgolette che di elegante non hanno moltissimo, a dire il vero.
Le idee, questi signori, in ogni caso le hanno chiare: "Siamo un gruppo di cittadini italiani delusi, disorientati e, soprattutto, completamente estranei al giro dei partiti presenti nel panorama politico nazionale. Noi - si legge nel sito della lista - non vogliamo avere nulla a che fare con i principali schieramenti che attualmente si contrappongono sulla scena politica italiana. Siamo, quindi, un gruppo di donne e uomini i quali, facendosi interpreti del crescente sentimento di rassegnazione e sfiducia nell’attuale sistema politico, hanno deciso, da ogni parte d'Italia, di dire 'Adesso Basta!' e reagire attivando un movimento d’opinione popolare con l'obiettivo di presentarsi alle elezioni politiche con una lista civica nazionale recante nel proprio simbolo la scritta IO NON VOTO"
Il popolo che si riferisce a quel contrassegno, dunque, sarebbe quello degli astenuti e delle schede bianche, che un voto di norma non lo esprime e, se non è maggioranza, detiene comunque un'ampia fetta di elettorato. Quella degli attivisti di "Io non voto", a ben guardare, è una missione: non solo perché si propongono di "sconfiggere il cancro della politica degenerata", ma anche perché cercherebbero di batterlo davvero, il cancro. Con i soldi ricevuti a titolo di rimborso elettorale, "Io non voto" si impegnerebbe a finanziare le associazioni indipendenti dalle lobby farmaceutiche "che dimostreranno di effettuare ricerca sul cancro e/o altre malattie incurabili nell'ambito della medicina cosiddetta alternativa".
La prima sfida, naturalmente, è consistita nel farsi ammettere il contrassegno: l'impresa è riuscita quest'anno, come pure nel 2008 e prima ancora nel 2006. Non era affatto scontata: per dire, ancora nel 1983 il Ministero dell'interno aveva bocciato tre simboli presentati dall'Associazione radicale per la Costituzione contro la partitocrazia, un gruppo della galassia radicale di cui faceva parte anche Peppino Calderisi. In perfetta sintonia con lo "sciopero del voto" proposto per le elezioni del 26 giugno di quell'anno, depositarono un emblema con la scritta "Scheda bianca", un altro con "Scheda nulla" e un altro ancora con entrambe le diciture. Il Viminale li ricusò, tra l'altro, ritenendoli inaccettabili perché illogici: se la scheda bianca è quella senza segni e la scheda nulla era quella senza segni validi, come si poteva ammettere un voto per quegli emblemi così strambi, che per la legge sarebbe stato valido ma avrebbe comunicato agli elettori un messaggio decisamente contraddittorio?
Superato lo scoglio del Ministero, tuttavia, il più grave resta quello delle firme: alle ultime due elezioni politiche "Io non voto" non è riuscito a raccogliere le sottoscrizioni necessarie per presentarsi. Anche per questo, Giuliana si è rivolto ad aspiranti consiglieri comunali che potessero fungere da autenticatori, arrivando a offrire loro il posto di capolista. Ce la farà entro domani? I cittadini, in qualche parte d'Italia, potranno votare "Io non voto"? 

sabato 19 gennaio 2013

L'Unione di centro che non fa rima con Casini

Tra coloro che hanno fatto opposizione alla ricusazione del proprio contrassegno da parte del Viminale c'è anche l'Unione di centro. No, non quella di Casini e Cesa, che ha presentato tranquillamente il proprio scudo crociato con l'indicazione del proprio leader (avendo scelto di non inserire il nome di Monti, per non avere grane), sapendo che nessuno avrebbe potuto realmente ostacolarla. E nemmeno, per chi ha ottima memoria politica, l'Udc di Raffaele Costa, che negli anni '90 riunì quella parte dei liberali legati al centrodestra e alleati con Silvio Berlusconi alla sua prima candidatura, per poi sparire nel giro di qualche anno, direttamente inglobata in Forza Italia già dopo poco tempo.
L'Unione di centro - Udc in questione era stata fondata nel 1992 da Ugo Sarao, cancelliere di Corte d'Appello a Milano, come evoluzione politica della propria sigla precedente (ma presentata anche in seguito), il Partito di centro, quello con l'uomo-bilancia disegnato sopra. Già nel 1992 Sarao aveva depositato al Ministero dell'interno l'emblema: molto semplice, solamente letterale, con le lettere scritte forse con un normografo. Il Viminale glielo bocciò, visto che aveva presentato sempre lui il Partito di centro a quelle stesse elezioni e non poteva depositare un altro emblema a suo nome, ma Sarao non è tipo che si arrenda facilmente e lo avrebbe dimostrato. 
Dal 1992 il cancelliere avrebbe partecipato a varie consultazioni amministrative con il simbolo, da solo o in composizione grafica col simbolo del Pli; in più egli sostiene di aver proposto a più riprese a liberali, repubblicani, socialdemocratici e (massì) socialisti di sciogliere le loro sigle per dar luogo concretamente a un'Unione di centro, senza ricevere particolare attenzione. Almeno finché, nel 1993, spuntò Costa (in quel periodo anche segretario del Partito liberale) con la "sua" Udc e un simbolo tutto diverso, un nastro tricolore in una corona circolare blu, con tutta l'intenzione di presentarsi alle elezioni dell'anno dopo, appunto per traghettare nel centrodestra la parte dei liberali che non si riconosceva nella Federazione dei liberali di Raffaello Morelli.  
Ovvio che, alle stesse elezioni, si sia presentato di nuovo anche Sarao, col suo emblema, che anche in quel caso fu ricusato dal Ministero, visto che il simbolo di Costa aveva il numero 191, quello di Sarao il 275. L'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Cassazione, tuttavia, riammise l'Udc-Sarao (senza per questo estromettere quella di Costa) ricordando, da una parte, che "Unione" e "Centro" erano parole generiche che non potevano essere utilizzate da un soggetto in modo esclusivo; notando, dall'altro, che non c'era alcuna confondibilità grafica e nulla dunque ostava al mantenimento di entrambi, nemmeno il fatto che Costa avesse depositato il suo emblema per primo. Quella volta, dunque, furono ammessi tutti e due, senza altri problemi.
Il simbolo dell'Udc-Casini nel 2013
La denominazione, in seguito, è stata ripresa da altri soggetti più o meno noti, finché se ne sono avvalsi proprio Casini e gli altri esponenti dei partiti (Ccd, Cdu e De) che nel 2002 hanno costituito l'Unione dei Democratici Cristiani e di Centro, ma fin dall'inizio hanno utilizzato la sigla Udc e giornalisticamente erano richiamati proprio come Unione di centro. Col simbolo con la scritta Udc hanno partecipato alle elezioni europee del 2004, alle politiche del 2006 e a quelle del 2008: proprio in quell'ultima occasione, il soggetto politico presentato e premiato dagli elettori con una rappresentanza parlamentare si chiamava esattamente "Unione di centro", poiché vi avevano partecipato anche i cattolici di Pezzotta della "Rosa per l'Italia" e gli ex-Margherita legati a Ciriaco De Mita, oltre ad altre figure fuoriuscite da Pd e Pdl.
A queste elezioni, il movimento Unione di centro (che nel frattempo è guidato, come il Partito di centro, da Cesare Valentinuzzi) ha scelto di ripresentarsi, sia pure dopo molto tempo e aggiornando il proprio contrassegno, ora con varie sagome umane su un bersaglio bianco e rosso, il tutto su sfondo giallo, che fa risaltare anche le parti letterali, immodificate rispetto al 1994. Anche stavolta, però, il Viminale ha detto no e, come nel 1994, del caso è stato interessato l'Ufficio elettorale centrale nazionale. Valentinuzzi, in particolare, nota che l'Udc di Casini è presente solo alla Camera, mentre la propria Udc è schierata soltanto al Senato: ciò basterebbe a escludere che gli elettori possano essere tratti in errore, visto che non troverebbero mai l'emblema dell'Udc sulle schede del Senato, dunque non ci sarebbe una confondibilità "in concreto" (vista anche la completa differenza grafica tra i due emblemi). 
Le osservazioni di Valentinuzzi non sono certo prive di senso, anche nel richiamare il precedente del 1994, ma non tengono probabilmente conto di due particolari: da una parte, l'Udc-Casini ha alle spalle un intero mandato parlamentare con quella denominazione sul contrassegno, per cui gode senza dubbio della tutela per i simboli già rappresentati in Parlamento (cosa che l'Udc-Costa non poteva vantare); dall'altra, bisogna considerare - anche qui, come nel caso di Fratelli d'Italia - le modifiche che nel frattempo le disposizioni sui contrassegni hanno subito. Va ricordato di nuovo, infatti, che l'art. 14 comma 3 del testo unico per l'elezione della Camera ora dice che "Non è ammessa la presentazione di contrassegni identici o confondibili (...) con  quelli riproducenti simboli, elementi e diciture, o solo alcuni di essi, usati tradizionalmente da altri partiti"; per il comma 4, sono elementi di confondibilità anche "le parole o le effigi costituenti elementi  di  qualificazione  degli orientamenti o finalità politiche connesse al partito o alla forza politica di riferimento anche se in diversa composizione o rappresentazione grafica". 
Morale, se nome e sigla sono gli stessi, si rischia comunque la confondibilità, anche se la grafica è diversa, anche se un simbolo era già stato presentato, anche se i due simboli non finirebbero mai sulla stessa scheda perché l'Udc-Casini non si presenta a Palazzo Madama. Certamente non aiuta il fatto che, dal 1994, l'Udc di Sarao e Valentinuzzi non sia più apparsa nelle bacheche del Viminale, anche solo a scopo cautelativo. "Se fosse sufficiente la sola identità di una o due parole per generare un rifiuto del contrassegno, allora sarebbero molti i simboli che dovrebbero essere esclusi" lamenta Valentinuzzi; anche la Cassazione, però, gli ha dato torto. Il sogno di Sarao, a quanto pare, è passato definitivamente di mano.

"I cittadini" dopo il restyling

A dire che non voleva creare "l’ennesimo partito o partitino" era stato proprio lui, in un'intervista al sottoscritto. Probabilmente il partito Francesco "Franco" Barbato non l'ha fatto, ma da qualche giorno è stato aperto il sito www.icittadini.net, che altro non è se non lo spazio web di "I Cittadini - Democrazia liquida", il movimento effettivamente creato dal deputato uscente dell'Italia dei valori "che in seguito agli attestati di stima ed affetto della gente comune - si legge nel sito - ha deciso di non candidarsi alle prossime elezioni e lavorare alla realizzazione di un progetto che metta al centro dell’attenzione 'I Cittadini'".
Dunque è nato un nuovo movimento, che piazza nel simbolo il riferimento ai cittadini e anche alla "democrazia liquida", concetto che mette al centro di nuovo i cittadini. Non è un simbolo di partito (lo conferma il fatto che di movimento e non di partito si parla) e infatti nelle bacheche del Viminale proprio non lo si è visto, pur nella bolgia di emblemi che ha finito per affollarle nello scorso fine settimana. Nessun tentativo di proteggere il contrassegno dunque, neanche contro i rischi di qualche eventuale profittatore.
Nel frattempo, peraltro, l'emblema è cambiato: forse davvero anche per Barbato era troppo simile a quello di "Progetto Italia" e ricordava un po' il primo di Alleanza di centro, così il grafico è intervenuto di nuovo. Il tema è lo stesso, a tinte nazionali: la parte inferiore tricolore, che stavolta occupa quasi metà del cerchio, la parte superiore blu, con le diciture scritte in banco e le "i" curiosamente tutte minuscole. La strada, intanto, è stata tracciata: tocca a Barbato mostrarci come continuerà.

E se sulla scheda arrivasse "M'illumino di meno"?

D'accordo, spegnere la luce nella cabina elettorale non è consigliabile: in altro sarebbero anche aperte, la luce dovrebe entrare, ma senza lampadina accesa lì dentro non si vede un tappo. Roba da rischiare di confondere i simboli e mettere la croce nel posto sbagliato: sai che casino poi... Mica si può piantare un pugno sul piano della cabina, col rischio di tirare giù tutto, oppure cacciare un urlo, uscire trafelati e implorare in ginocchio un'altra scheda agli addetti al seggio (cioè, in teoria si potrebbe anche, le regole lo prevedono, ma vuoi mettere la figuraccia che rischi a chiedere al presidente una scheda nuova perché "ho sbagliato a votare"?)
Eppure non sarebbe male, cercando a tastoni e sforzando un po' gli occhi per vedere meglio, trovare in mezzo alla foresta di altri simboli piazzati su quel rettangolo di carta pronto a essere crocettato un simbolo che dica che qualche altra luce, invece, è meglio spegnerla. Non per vederci poco, ma per non consumare energia e, già che ci si è, risparmiare qualcosina. E se magari quel contrassegno spiegasse pure che ci sono anche altri modi per risparmiare energia e risorse, come puntare sull'aria che tira e fa muovere le pale eoliche (oltre che sul sole che cuoce a dovere i pannelli fotovoltaici per trasformarsi in luce, energia e calore anche per chi sta dentro casa) e togliere quel po' di ragnatele che sono spuntate sulla bicicletta per usarla al posto dell'auto, almeno quando non piove o non c'è una spanna di neve; beh, se quel contrassegno ci fosse, sarebbe una gran cosa.
Solo che non c'è, almeno per questo giro: ci saranno scudi crociati, falci e martelli, bandiere e teschi pirati, tricolori e azzurri in tutte le salse, qualche fiamma, varie stelle e altre fagianate varie, ma un emblema che dica chiaramente "M'illumino di meno", con tanto di fiammelle al posto dei puntini delle "i", non lo si troverà, nemmeno a cercarlo bene. Eppure, c'è da scommetterci, qualcuno lo voterebbe più che volentieri e saprebbe anche rispondere come si conviene a chi bollasse quel voto come "inutile". Sarebbe una presenza lieve, quasi aggraziata, con quelle pale eoliche e quel profilo di bicicletta che non sfigurerebbero nella miriade di simboli nuovi, rinnovati e riverniciati che ci ritroviamo, senza sapere spesso cosa vogliano davvero dire a chi li incrocia. 
Sarebbe una presenza lieve e un tocco lieve basterebbe per tracciarvi sopra due tratti di matita per sceglierlo. Eppure sulle schede non ci sarà. Non serve un Caterpillar per portarcelo, almeno ora, ma per il futuro varrebbe la pena: per spegnere la luce, si potrà anche passare dalla cabina elettorale...

venerdì 18 gennaio 2013

Fratelli d'Italia. Ma quali?

Ha avuto meno risalto rispetto alle vicende legate ai contrassegni "clonati" di Movimento 5 Stelle e Rivoluzione civile (i primi presentatori degli emblemi quasi identici, Massimiliano Foti e Max Loda, hanno rinunciato a modificare il contrassegno, così come a opporsi alla sostituzione richiesta dal Viminale, per cui il loro emblema non potrebbe comunque finire sulle schede elettorali) e a quello di Monti (Samuele Monti, invece, ha scelto di rivolgersi all'Ufficio elettorale centrale nazionale), ma merita un po' di attenzione specifica la questione "Fratelli d'Italia". Fratelli-coltelli, verrebbe da dire, considerando che si tratta di una disfida tutta interna al centrodestra.
Ricapitolando le puntate: il 20 dicembre dell'ormai trascorso 2012 Giorgia Meloni, assieme a Guido Crosetto e Ignazio La Russa, fonda "Fratelli d'Italia - Centrodestra nazionale". Il simbolo, molto ma molto debitore del vecchio emblema di Alleanza nazionale, era stato sfornato qualche settimana prima dal Pdl ed ex An Massimo Corsaro (per i "Circoli del Centrodestra nazionale"), ma all'ultimo minuto la scritta è finita alla base del simbolo, per lasciare il posto più evidente al primo verso del Canto degli Italiani di Mameli. Vari elettori di sinistra non sono contenti (perchè qualcuno dovrebbe mettere le mani su un inno che è anche loro?) ma, nel centrodestra, c'è chi è ancora meno contento.
Si tratta degli aderenti al "Movimento politico Fratelli d'Italia", che ha in Maurizio Cammalleri il suo portavoce. Il movimento in questione è stato fondato nel 2007 a Marsala, ha operato a vario titolo in varie regioni d'Italia e negli anni ha partecipato a elezioni di vario livello, assumendo incarichi istituzionali di vario tipo. Presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi è depositato il primo emblema del gruppo politico (che risale già al 2006, anche se il marchio è stato registrato con effetto successivo): all'interno del cerchio campeggia chiaramente l'effigie di Ettore Fieramosca a cavallo (che brandisce una spada con bandierina tricolore), mentre un profilo tricolore dell'Italia fa capolino sullo sfondo.
Il simbolo si è poi leggermente modificato, con una striscia tricolore alla base dell'immagine e la denominazione del partito in alto a destra, più visibile di prima. Poco dopo il contrassegno cambia ancora: alla base, un'ondina tricolore (a bande verticali) e, su fondo blu, il cavaliere appare in tutta la sua figura, tracciata in bianco senza più dettagli e identità.
Saputo che Crosetto e Meloni volevano costituire Fratelli d'Italia, il movimento li ha diffidati perché l'uso del nome cessasse immediatamente e, vedendo che nulla è cambiato, ha scelto di presentare comunque il proprio simbolo alle elezioni. FdI-Meloni è stato depositato per primo, FdI-Cammalleri diverse posizioni dopo: l'esame del Ministero dell'interno, dando quasi certamente atto a Crosetto e Meloni della notorietà conquistata nei giorni precedenti grazie ai media, ha ammesso quel contrassegno, invitando il movimento a cambiare il proprio. A nulla è valso che il movimento Fratelli d'Italia sia stato fondato prima, non è bastato che la grafica dei due emblemi sia del tutto diversa.  
"Nelle pubblicazioni rilasciate dal Ministero degli Interni - mi spiega ora Cammalleri - si legge che l'esame è rigoroso e si deve basare sulla storicità del simbolo, non importa se esso sia stato usato o meno in Parlamento. La notorietà di 'Fratelli d'Italia - Centrodestra nazionale' deriva da quella dei suoi fondatori, ma il loro movimento non ha storicità; noi non abbiamo notorietà, ma la storicità. Abbiamo partecipato ad elezioni comunali e provinciali eleggendo consiglieri, avendo assessorati ecc. In poche parole, abbiamo i requisiti di legge. Può la legge, davanti a queste evidenze, decidere di applicare una sorta di regola del più forte?"
Dire che il Movimento Fratelli d'Italia ha genericamente torto non sembra corretto: per quanto mi riguarda, non ci sarebbe alcun problema a mantenere entrambi gli emblemi, se non altro per rispetto alla storia certamente precedente del movimento e per l'assoluta non confondibilità grafica dei due emblemi. In passato in effetti è stato ammesso che contrassegni graficamente diversi potessero convivere senza troppi problemi. Nel mezzo, tuttavia, si è inasprita la legge: il testo dell'art. 14 comma 3 del testo unico per l'elezione della Camera ora precisa che "Non è ammessa la presentazione di contrassegni identici o confondibili (...) con  quelli riproducenti simboli, elementi e diciture, o solo alcuni di essi, usati tradizionalmente da altri partiti"; se si aggiunge che per il comma 4 (o 3-bis) sono elementi di confondibilità anche "le parole o le effigi costituenti elementi  di  qualificazione  degli orientamenti o finalità politiche connesse al partito o alla forza politica di riferimento anche se in diversa composizione o rappresentazione grafica", il quadro si completa. Lo stesso nome, in sostanza, non garantirebbe comunque la non confondibilità, almeno secondo le nuove regole. 
Se il Movimento Fratelli d'Italia fosse riuscito a presentarsi per primo, probabilmente sarebbe stato possibile un tentativo di convivenza tra omonimi (o, comunque, nessuno avrebbe potuto accusare il movimento di aver depositato il simbolo solo per arrecare disturbo a Meloni & co., proprio in ragione della sua attività); l'ordine che in effetti c'è stato non ha potuto che tutelare il partito di Crosetto. Anche se, per farlo, ha sacrificato un'aspirazione legittima di un gruppo sociale. 

P.S. (19/01/2013) Anche l'Ufficio elettorale centrale nazionale, cui il movimento si era rivolto, ha bocciato il simbolo con Ettore Fieramosca: i due emblemi, pur non simili graficamente, sono confondibili per la parte testuale. Nessun simbolo in più sulla scheda, dunque; non è escluso che Meloni & co. stiano tirando un sospiro di sollievo.

giovedì 17 gennaio 2013

"I Pirati" alla riscossa

Già rientrato in corsa uno dei simboli ricusati in un primo tempo dal Viminale. Il Partito pirata di cui è portavoce Marco Marsili, infatti, ha accettato di compiere le modifiche che secondo i funzionari del Ministero dell'Interno erano necessarie e comunque sufficienti perché il contrassegno "incriminato" non risultasse più confondibile con l'emblema del Partito pirata "ufficiale" - l'unico ad essere tutelato e ritenuto ammissibile in sede di controllo dei contrassegni, tra i tre fregi elettorali presentati nei giorni scorsi che si rifacevano direttamente alla "flotta pirata".
Gli elementi di criticità - gli stessi che erano già stati oggetto delle due ordinanze cautelari del Tribunale di Milano ricordate dalla sola formazione "pirata" ammessa - erano la denominazione integrale "Partito pirata" e la bandiera nera che era inserita come piccola riproduzione all'interno dell'emblema. Quel simbolo era stato presentato alle elezioni amministrative almeno una volta (specie in varie competizioni in piccoli comuni, anche senza bisogno di raccogliere le sottoscrizioni), ma per il Viminale questa volta non poteva essere ammesso, pur essendo stato presentato prima rispetto al Partito pirata "ufficiale". 

Il partito guidato da Marsili, tuttavia, ha presentato una nuova versione dell'emblema, che alla denominazione originaria sostituisce l'espressione maiuscola "I pirati", scritta in nero e non più in bianco - sarebbe stata di grande effetto se proposta con un vero font "corsaro", ma nella ridotta riproduzione sulla scheda la resa sarebbe stata disastrosa - ed elimina del tutto la vela nera che resta appannaggio esclusivo (in questa tornata elettorale) del Patrito pirata "ufficiale".

Vero simbolo caratterizzante dell'emblema dei Pirati, del resto, era ed è il jolly roger, il teschio con due sciabole incrociate al posto delle due tibie: dopo l'eliminazione della vela/bandiera, la raffigurazione è stata ulteriormente ingrandita per occupare più spazio nel tondo, sempre tinto di quell'arancione che in ambito "corsaro" ha decisamente conquistato terreno. Su alcune schede di Camera e Senato, la formazione presenterà il proprio simbolo ora non più confusorio - anche se, c'è da giurarlo, l'ammissione non piacerà ai Pirati "veri" - e riproverà a ottenere consenso, come ha fatto alle elezioni amministrative.  
Movimento pirata, "bocciato"
"Nonostante i fastidi creati da alcuni antagonisti di estrema sinistra, che hanno cercato in ogni modo di impedirci di partecipare alle elezioni - ha dichiarato Marsili - il Viminale ha ritenuto che avessimo diritto a partecipare all'imminente consultazione con il nostro simbolo, visto che facciamo politica da anni, e presentiamo liste, diversamente da altri pseudopartiti". Il leader parla proprio mentre è stata eseguita l'ordinanza di "oscuramento" del sito della formazione www.votapirata.it, emessa il 30 marzo 2012. Sito o non sito, c'è ancora tempo per vedere come si chiuderà il tutto: il finale, per ciò che si sa, è quasi a sorpresa...

mercoledì 16 gennaio 2013

Analisi e considerazioni sull'esame dei contrassegni

Varie conferme e qualche sorpresa nello scorrere la lista delle ricusazioni operate dal Ministero dell'Interno sui 219 contrassegni depositati per le elezioni del 24 e 25 febbraio 2013. Non si terranno in considerazione qui gli emblemi che sono stati considerati senza effetti, per l’incompletezza della documentazione: come è noto, non viene compiuto alcun esame su di essi (potrebbero essere ammissibili, come pure non esserlo, ma semplicemente quel profilo non viene nemmeno valutato visto che non sarebbe comunque possibile presentare candidature), per cui è più interessante capire cosa ha portato a respingere gli altri marchi politici. 
I casi più scottanti, quasi inutile dirlo, erano quelli legati ai simboli "clonati" del Movimento 5 Stelle, di Rivoluzione civile e della "lista Monti" (che pure non era clonata a tutti gli effetti, essendo la grafica molto diversa da quella delle due liste a sostegno del Presidente del Consiglio uscente). Come in molti (a partire dal sottoscritto) avevano previsto, i funzionari del Viminale hanno ricusato i simboli che la stampa ha in fretta battezzato come "falsi", anche se erano stati depositati tra i primi (dunque in teoria in posizione "più forte" rispetto ai simboli "clonati") e anche se i presentatori ritenevano di avere diritto di utilizzare quelle grafiche e quei nomi. 
Per quanto si può immaginare, il Ministero deve avere applicato a questi casi l'ormai noto articolo 14 comma 5 del decreto legislativo n. 361/1957 (testo unico per l'elezione della Camera), in base al quale non è ammessa la presentazione di un contrassegno
"con il solo scopo di precluderne surrettiziamente l'uso ad altri soggetti politici interessati a farvi ricorso". Ciò valeva sicuramente per il M5S, che dal 2010 in avanti ha partecipato a varie tornate elettorali (comunali e regionali) con il simbolo depositato venerdì, ma si può applicare anche alle formazioni a sostegno di Antonio Ingroia e di Mario Monti, che sono alla prima partecipazione elettorale, ma hanno acquistato indubbiamente notorietà negli ultimi giorni grazie all'esposizione mediatica notevole che hanno ricevuto.
Se, nelle loro decisioni, i giudici e l'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Cassazione hanno finora stabilito che questa, come le altre disposizioni dell'articolo 14, sono a tutela innanzitutto degli elettori, si finirebbe per trarli in inganno se si permettesse a soggetti diversi, magari costituiti prima ma certamente meno noti, di utilizzare nomi e simboli che il "pubblico" elettorale ha già collegato ad altri soggetti. 
Se vorranno, i depositari dei tre emblemi in questione potranno modificare le loro icone (ad esempio togliendo la "V" e sostituendo il disegno delle cinque stelle con la dicitura "5 stelle" - ammesso che sia ritenuto sufficiente - oppure riducendo le dimensioni del cognome Monti e aggiungendo il nome Samuele, nel caso del Comitato Monti presidente); non è improbabile, tuttavia, che questi soggetti desistano dalla sostituzione (e il loro emblema sarà definitivamente ricusato) o ricorrano all'Ufficio presso la Cassazione, sperando di avere ragione e di tornare "in corsa".
Per ora, tra l'altro, è saltato anche il simbolo elettorale della Lega Nord, cui per l'occasione è stata aggiunta la "pulce" del movimento 3L di Giulio Tremonti: la ricusazione sarebbe stata causata dall'espressione "TreMonti" (volutamente inserita all'interno del contrassegno), che un po' rimanderebbe indebitamente alla figura del Presidente del Consiglio uscente (senza che sia il capo della coalizione sottoscritto dalla stessa Lega Nord), un po' si porrebbe in contrasto con l'altro nome indicato correttamente sull'emblema, quello di Roberto Maroni. Un semplice ritocco, in ogni caso, e il simbolo tornerà certamente ammissibile (e c'è da scommettere che chi aveva presentato il simbolo se lo aspettasse).
Restando in ambito "grillino", sono stati comprensibilmente bocciati, ma per semplice confondibilità, anche i contrassegni del Voto di protesta - Diritto alla dignità (specie per l'espressione BEPPEciRILLO.IT presente alla base del cerchio, simile a "Beppegrillo.it" ma fondamentale per capire che a presentare il contrassegno era stato il sessuologo Giuseppe Cirillo, già fondatore del Partito Preservativi Gratis e del Partito Impotenti esistenziali) e del Partito dei cittadini: il nome era impossibile da trovare nel contrassegno (c'era solo la sigla Pdc), in compenso era evidentissima la dicitura "5° Fabiola Stella", con il nome di persona piccolissimo e all'interno di un gran numero di stelle. Impossibile confondere le grafiche, ma evidentemente per qualcuno si è comunque passato il segno.
Colpisce assai di più invece l'esclusione - a meno di modifiche dell'ultim'ora - del Movimento No Euro - Lista del Grillo parlante di Renzo Rabellino: nel 2008 in effetti era stato ricusato il contrassegno per la troppa evidenza data alla parola Grillo, ma questa volta il termine usato in partenza era "Grilli", con una raffigurazione simile a quella poi ammessa nel 2008. E' probabile che il Viminale abbia ritenuto fuorviante la presenza di un solo grillo sul simbolo (nel 2008 alla fine ne furono inseriti due e anche l'anno dopo alle europee l'emblema rimase così), ma soprattutto è facile immaginare che l'esame sia stato inasprito rispetto a 5 anni prima, per la reale partecipazione di Beppe Grillo alle elezioni come capo di una forza politica in corsa e per il suo inserimento in un altro contrassegno (anche la quasi invisibilità della parola "parlanti" non ha certo aiutato ad ammorbidire il verdetto). 
E' stato b
occiato anche, sempre per confondibilità, un'altro dei due contrassegni storicamente vicini a Rabellino, la Lega padana. Si noti peraltro che a determinare la ricusazione, probabilmente, non è stato il termine "Lega" (accettato in molte altre varianti), bensì il suo accostamento all'aggettivo "Padana", che lo avrebbe reso confondibile con l'Unione padana di Giulio Arrighini e Roberto Bernardelli (depositato in precedenza e con la croce di San Giorgio lombarda nella parte inferiore dell'emblema) e forse anche con la Lega Nord (che aveva presentato un esposto proprio per quel motivo, contro questo e altri simboli, verso i quali invece non c'è stato successo)
; non a caso, la variante Lega Centro è stata accettata senza problemi. 
I funzionari del Viminale hanno ricusato pure il marchio politico della Lega Padana Lombardia, nome precedente della formazione di Arrighini e Bernardelli, per decisa somiglianza all'altro contrassegno dell'Unione padana (e, forse, per riconducibilità allo stesso soggetto); si noti che la Lega Nord si sarebbe certamente opposta all'ammissione dell'emblema se questo fosse stato accettato dal ministero, ma evidentemente non c'è stato bisogno di porsi il problema (questa volta non si è visto il simbolo della Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda di Elidio De Paoli, contro cui puntualmente il Carroccio aveva reagito, ma non per questo gli esponenti leghisti non hanno avuto di che lamentarsi).
Un capitolo delicato del
l'esame degli emblemi riguardava la "moltiplicazione" dei Pirati. Il Viminale alla fine ha deciso di tutelare il Partito Pirata costituito nel 2006, pure se non si era mai presentato alle elezioni e aveva depositato l'emblema dopo un altro "Partito pirata" (di cui è portavoce Marco Marsili) che invece ad alcune elezioni locali aveva partecipato con il suo simbolo "pirata" del jolly roger con le sciabole
Hanno finito per convincere i funzionari del Ministero due ordinanze emesse dal Tribunale di Milano (sezione specializzata in proprietà industriale) l'anno scorso, in cui a Marsili si inibiva - sia pure in via solo cautelare - l'ulteriore uso dell'espressione "Partito pirata" e della bandiera nera tradizionalmente simbolo dei Pirati in Europa. Toccherà a lui, dunque, sostituire l'emblema, verosimilmente privandolo di questi elementi; escluso senza dubbi, invece, il Movimento pirata che aveva utilizzato come unico simbolo la bandiera.
Alcune ipotesi di ricusazione sembrano aver riguardato casi in cui non è stato possibile provare la
continuità giuridica con il partito di cui si voleva utilizzare il simbolo: è il caso quasi certamente del Movimento sociale italiano - Destra nazionale, legato a Gaetano Saya e alla moglie Maria Cannizzaro, non coincidente con il Msi, trasformatosi poi in Alleanza nazionale (l'emblema di Saya era già stato bocciato alle elezioni del 2006 e lo stesso è accaduto nelle occasioni successive, anche se ogni volta il contrassegno veniva modificato in una piccola parte, ma sempre senza toccare il nucleo centrale, vale a dire la fiamma tricolore su base trapezoidale).  
Meno chiaro è cosa sia accaduto all'emblema del Movimento idea sociale, inizialmente facente capo a Pino Rauti, poi a Giuseppe Incardona (non a caso, il simbolo bocciato è proprio quello che lui tentò di presentare nel 2006 alle elezioni politiche): il "vecchio" simbolo di Alleanza nazionale non è stato presentato dalla Fondazione An, che ne è titolare, quindi non è chiaro se questa abbia presentato in qualche maniera un esposto (anche per il caso del Msi di Saya) oppure se il Viminale abbia voluto evitare la confondibilità a prescindere dalla presenza del partito in Parlamento, come a dire che il ricordo dell'uso della fiamma non si era ancora spento del tutto e potevano sorgere confusioni. 
Qualcosa di simile sembra accaduto a quei simboli che imitavano troppo da vicino, anche solo nelle diciture riportate sul contrassegno, il "vecchio" emblema di Forza Italia (che peraltro nessuno in questo caso ha ritenuto opportuno depositare, anche solo per sicurezza e per difendersi da eventuali "copioni"): quella formazione non aveva partecipato nemmeno alle elezioni del 2008, ma anche qui secondo il Viminale gli elettori avevano ancora ben in mente il primo partito di Silvio Berlusconi e non avrebbero dovuto essere in alcun modo tratti in inganno. 
Si è dunque richiesta la sostituzione per confondibilità dei simboli di Viva l'Italia (che ha "taroccato" il testo della bandiera originaria del partito di Silvio Berlusconi), di Forza Italiani (che pure nella grafica - decisamente precaria, tra la bandiera reale al vento e l'arcobaleno - non ha nessuna somiglianza con il simbolo del 1994, che peraltro non conteneva certo l'espressione "Per l'Italia e per l'Europa") e di Nuova ForzaItalia for President: le parole qui sono state ritenute sufficienti, anche per le loro dimensioni, a creare la confondibilità, anche se nemmeno questa grafica - giusto un po' meno improvvisata, con il tricolore creato da tre fiori sullo sfondo - poteva dirsi seriamente imparentata con quella forzista vista nel corso degli anni (interessante, tra l'altro, l'impiego dell'espressione "for President", mai impiegata da Berlusconi ma certamente riconducibile a quell'universo politico; peraltro qui, a dispetto di quelle parole inserite nel contrassegno, manca ogni riferimento a un possibile candidato da proporre per la presidenza.).
Ben due i "Fratelli d'Italia" non ammessi alla fase successiva: nessun problema con la bocciatura del secondo (depositato poco prima della scadenza del termine), per il nome identico anche se basato su una grafica del tutto diversa. La stessa situazione si potrebbe indicare per il primo dei due emblemi ricusati, ma la situazione era indubbiamente delicata: a presentarlo, infatti, è stato il movimento Fratelli d'Italia, fondato nel 2007 a Marsala, che aveva già diffidato Guido Crosetto e Giorgia Meloni (e Micaela Biancofiore prima di loro) dal presentare un emblema con quel nome. Anche in questo caso, però, il Ministero probabilmente ha dato atto a Crosetto e Meloni della notorietà conquistata nei giorni precedenti grazie ai media e ha ritenuto di non dover privilegiare il movimento Fratelli d'Italia, che per di più aveva presentato il suo emblema dopo quello più "noto"
degli ex Pdl: avere una grafica del tutto diversa, con un cavaliere su fondo blu e la base tricolore, non è bastato a salvare il simbolo
Qualcosa di molto simile sembra accaduto anche all'Unione di Centro - Udc, già presentata (sia pure
con un contrassegno più semplice e spoglio) nel 1994 alle politiche da Ugo Sarao; già in quell'occasione, tra l'altro, l'emblema era stato in un primo tempo escluso per la compresenza dell'Unione di centro di Raffaele Costa, ma riuscì a dimostrare che la denominazione l'aveva in qualche modo ideata lui e che la grafica non era affatto confondibile. Le considerazioni sulla grafica rimangono anche oggi, mentre il confronto con l'Udc di Casini ha fatto prevalere questo partito, per la tutela che l'articolo 14 comma 6 attribuisce ai partiti già rappresentati in Parlamento (mentre l'Udc di Costa era alla prima partecipazione)
Devono essere caduti in una somiglianza "pericolosa" anche altri due simboli, del Partito comunista (nuovo nome assunto dai Comunisti sinistra popolare di Marco Rizzo) e
dei Proletari comunisti italiani: le sigle di entrambi rimandano molto al vecchio Pci e devono aver ricordato un po' troppo altri emblemi depositati per tempo, il Partito comunista dei lavoratori e il Partito comunista italiano marxista-leninista; anche il deposito del simbolo da parte di Rifondazione comunista, con falce e martello gialli sul fondo rosso della bandiera, non deve aver aiutato a far ritenere ammissibile l'emblema legato a Rizzo (il quale non sembra aver accolto bene la richiesta di sostituzione del contrassegno).

Accanto alle somiglianze, non sono mancate addirittura le identità tra contrassegni: un'eventualità più rara, ma che può capitare quando ci si contende la rappresentanza del medesimo soggetto politico o la titolarità dello stesso emblema. Ai tavoli del Viminale, infatti, sono arrivate due copie identiche del contrassegno di Alba dorata Italia ed è stata accolta quella depositata per prima da Giorgio Berardi e non quella di Alessandro Gardossi, portata solo successivamente (non c'era del resto altro criterio); lo stesso è accaduto con l'emblema di Grande Sud, di cui è stato riconosciuto regolare solo il secondo deposito (di Giuseppe Fallica) a scapito del primo e di un'altra formazione con un nome molto simile (Grande Sud indipendente) e una grafica più artigianale. 
Manco a dirlo, l'identità che più colpisce riguarda gli scudi crociati. Già, perché a fronte del simbolo dell'Udc che, come previsto e prevedibile, ha avuto tutela rispetto a tutti gli altri usi dello scudo crociato, sulle bacheche del Viminale sono apparse addirittura tre Democrazie cristiane; l'unico modo per distinguere per bene i contrassegni è guardare con attenzione ai dettagli.  
Uno scudo - presumibilmente il più tridimensionale e chiaro, con tanto di riflesso - è stato depositato dalla Dc guidata da Gianni Fontana; un altro - perfettamente identico, se non per il colore del fondo, un briciolo più scuro - è stato presentato da Alessandro Duce (fino a poco tempo fa segretario amministrativo della Dc-Fontana), in qualità di ultimo segretario amministrativo della Dc "storica", a suo dire "riattivata" grazie alla sentenza della Cassazione civile a sezioni unite n. 25999/2010 (che ha confermato la sentenza n. 1305/2009 della Corte d'appello di Roma) sul mancato scioglimento del partito e sul suo cambiamento di nome invalido. 
Un terzo scudo - appena più chiaro del precedente - sarebbe stato conferito per conto della cd. Dc-Pizza, della cui attività negli ultimi mesi si era persa traccia [in realtà in seguito si è saputo che l'emblema era riferito al comitato della Dc guidato da Francesco Mortellaro]. Sono comunque stati tutti bocciati, quegli scudi, perché il diverso scudo che campeggia da anni sul contrassegno dell'Udc ha fatto scattare l'applicazione dell'articolo 14 comma 6 del t.u. Camera, che in caso di confondibilità tutela i partiti già rappresentati in Parlamento (e già votati dagli elettori): di fronte a questo argomento, non c'è sentenza o tentativo di "rianimazione" del partito di De Gasperi che tenga.
Tre simboli tra quelli presentati sono stati ricusati per la presenza di immagini religiose all'interno degli emblemi: si tratta in particolare delle croci presenti in Rsi Nuova Italia, nella Lista civica Militia Christi e nel contrassegno di
Consortio vitae. E' la legge a chiedere che il fenomeno religioso non sia coinvolto nel meccanismo elettorale, dunque non stupisce la decisione del Viminale (che ha invece risparmiato questa volta formazioni come l'Unione cattolica italiana o Italia cristiana, che non hanno più inserito croci riconoscibili nei loro simboli, dopo che negli anni scorsi avevano avuto gli stessi problemi riscontrati dalle formazioni citate). 
Viene piuttosto da domandarsi se sia stata la croce rossa, generalmente legata alla Croce Rossa, a generare l'esclusione della lista No alla chiusura degli ospedali, o se non si sia trattato piuttosto di un uso di segno distintivo non autorizzato. E' questa, infatti, la causa quasi certa dell'esclusione - temporanea o definitiva, a seconda che sia presentato e accettato o meno un emblema sostitutivo - dei contrassegni Noi consumatori - liberi da Equitalia
e di No Gerit Equitalia: in entrambi i casi, l'uso del nome avrebbe dovuto essere permesso dall'avente diritto (da Equitalia in questo caso), mentre non risultava alcun consenso o autorizzazione in tal senso.
Da ultimo, curiosa è la ricusazione che riguarda Forza evasori - Stato ladro
è probabile che il contrassegno della formazione legata a Leonardo Facco sia stato escluso dal Ministero dell'interno perché visto come una sorta di apologia di reato (dell'evasione fiscale, esattamente) e perché il nome stesso ne commetteva un altro, probabilmente uno dei reati di vilipendio previsti dal Codice penale (forse il "vilipendio della Repubblica" ex art. 290). Era un esito almeno in parte prevedibile, considerando che nel 2001 un contrassegno che riportava la scritta "Basta ladri" (Italia unita dei liberaldemocratici), presentato da Luciano Garatti, era stato bocciato proprio per lo stesso motivo e la frase era più sibillina (non è che si desse del ladro allo Stato), per cui fu purgata con un semplice e secco "Basta!" e il nuovo emblema passò. Del criterio non c'è traccia all'interno dell'articolo 14 del t.u. Camera, ma il Viminale è stato fermo nella ricusazione, creando di fatto una nuova regola da seguire in futuro. I rappresentanti di Forza Evasori - Stato ladro hanno già annunciato che non presenteranno un emblema nuovo, né faranno ricorso; c'è ancora tempo, invece, per porre rimedio alle altre ricusazioni.

(versione ampliata dell'articolo pubblicato su LeggiOggi.it il 16 gennaio 2013)