venerdì 21 dicembre 2012

Fratelli d'Italia, La Russa s'è desto...

Alla fine hanno beffato tutti (me compreso, ovviamente). Dall'inizio avevamo notato come quel possibile contrassegno di "Centrodestra nazionale" avrebbe immediatamente rimandato alla simbologia di An, senza nemmeno troppa fantasia, con quel "nazionale" già nel posto in cui era prima e le corde tricolori inserite più per vezzo, che per artificio grafico. Mancava la fiamma, ma la paternità del simbolo era ben chiara.
Invece poche ore fa Ignazio La Russa, Guido Crosetto e Giorgia Meloni hanno tirato fuori qualcosa di diverso, come se ci si aspettasse un fante di picche e ci si trovasse scodellato un re, sia pure dello stesso seme. Nel simbolo del loro nuovo soggetto politico, infatti, sono rimaste le corde ( “Tre corde legate, una verde, una bianca e una rossa, in un nodo che non si può slegare”, ha detto lo stesso Crosetto) e la parte superiore azzurra; anche la dicitura "Centrodestra nazionale" è rimasta, ma è adagiata sottilmente sulla parte inferiore del bordo del contrassegno, nel segmento bianco. Il posto più evidente, nella parte superiore, se l'è conquistato il nuovo nome del soggetto politico, "Fratelli d'Italia", scritto con lo stesso font, su per giù, usato per il Pdl.
Forse qualcuno doveva avere notato che il termine "Nazionale", nella posizione precedente, era a rischio di bocciatura da parte del Ministero dell'Interno e il rischio da correre era decisamente troppo;  forse non si voleva quella somiglianza così forte, visto che Crosetto non veniva certo da An ma non può non colpire il ragionamento possibile di La Russa & co.: non bastava il tricolore, occorreva anche mettere le mani sul primo verso dell'inno nazionale italiano. Il comportamento, in sé, è lecito, non sembra proprio che vi siano ostacoli giuridici: l'opera, in sé, si chiama Canto degli Italiani e, in ogni caso, è caduta in pubblico dominio (difficilmente Goffredo Mameli potrebbe dolersene, se non in un'improbabile seduta spiritica). La scelta, tuttavia, mostra che - forse anche su ispirazione dello stesso Crosetto - la lezione del Cavaliere e del suo staff è stata pienamente assimilata: lui, infatti, nel 1994 ha chiamato il suo movimento "Forza Italia" appropriandosi dell'esultanza calcistica dei tifosi degli azzurri (e non a caso i forzisti si facevano chiamare "azzurri", sebbene non ce ne fosse traccia nel simbolo). La Russa, Meloni e Crosetto fanno qualcosa di molto simile, rivendicando in qualche modo la propria identificazione con uno dei simboli ufficiosi della Repubblica (e, guarda caso, uno degli elementi immancabili delle partite della Nazionale di calcio e non solo).
Un rischio, piccolo o grande che sia, comunque c'è: dopo la fondazione di Forza Italia, chi non era seguace di Berlusconi ebbe vergogna o per lo meno difficoltà a pronunciare di nuovo quelle due parole, anche solo allo stadio o davanti a una partita dei mondiali. E se, a questo punto, si allargasse la schiera di coloro che hanno in antipatia l'inno di Mameli? I Fratelli, in quel caso, potrebbero assottigliarsi molto: praticamente, dei figli unici.

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Appendice del 22 dicembre
A parziale correzione di quanto già scritto, devo dare atto che più probabilmente il contrassegno ufficiale del partito non sia quello mostrato sopra, bensì uno dei due riportati qui a fianco, in particolare il secondo (è quello che effettivamente si vede nelle mani di Crosetto, della Meloni e di La Russa all'atto della presentazione).
Naturalmente, stando così le cose, non si può più dire che il font utilizzato per la dicitura "Fratelli d'Italia" sia affine a quello che è ancora utilizzato dal Pdl. Al contrario, il carattere è relativamente simile a quello usato nel contrassegno di Alleanza nazionale, come la foggia di alcune lettere dimostra agevolmente (sebbene mancasse nell'emblema di An l'ombra nera al di sotto dei caratteri).
Al più, viene spontaneo dire che è entrata pesantemente in gioco la componente del "fai-da-te", nel senso che ogni gruppo locale, in attesa del contrassegno "ufficiale", ha voluto provvedere in modo autonomo e rapido, volendo imitare il simbolo mostrato alla stampa avvicinandosi il più possibile a quell'immagine. Merito (o colpa, a seconda) dell'inventiva dei singoli e di Photoshop. 

giovedì 20 dicembre 2012

Quando la lite si inFiamma - dal 1996 al 1999

Trasportatevi nella seconda metà del 1996, prendete un ex missino che abbia scelto di seguire Gianfranco Fini in Alleanza nazionale e parlategli di «quelli della Fiamma tricolore»: come minimo gli rovinate la giornata, se era candidato al Parlamento e non ha avuto lo scranno probabilmente gli fate venire anche un travaso di bile. Alle elezioni di quell’anno, infatti, si presenta An nel Polo per le libertà, così come si presenta la Fiamma di Rauti, senza fare alcuna alleanza con i vecchi compagni di partito: il simbolo usato è lo stesso del 1995, con la vecchia fiammella senza base, decentrata e nascosta all’interno della prima «A» della parola «Fiamma».
Alla Camera, nella quota proporzionale, il partito guidato da Rauti sfiora l’1%, nel maggioritario tocca 1,67%, al Senato addirittura arriva al 2,29% (più della lista Pannella) e porta a casa un seggio. Le elezioni vedono come vincitore l’Ulivo, guidato da Romano Prodi, che pure nella quota proporzionale racimola 250mila voti in meno del Polo. In più di un collegio uninominale, quelli marginali in cui la vittoria viene decretata per una manciata di voti, i consensi avuti dalla Fiamma avrebbero potuto far prevalere il centrodestra; invece non c’è stato alcun accordo di desistenza (sullo stile di quello concluso dall’Ulivo con Rifondazione comunista), quei voti sono rimasti per conto loro e il seggio se lo è preso il centrosinistra.
In An (e non solo) sono arrabbiati neri: sono certi che qualcuno ha confuso le fiamme e, volendo votare per i finiani, ha finito per scegliere Rauti (sembra confermare la stessa cosa un sondaggio della Diakron di Gianni Pilo, sondaggista gradito a Berlusconi, finito più tardi ad occuparsi di metano) e, in definitiva, ha fatto perdere le elezioni al centrodestra. Se non si incontravano volentieri prima, gli esponenti dei due partiti, figurarsi ora, dopo un numero di questo tipo. 

Eppure, a dispetto degli scettici, c’è ancora spazio per peggiorare la situazione. Basta aspettare qualche anno (tre, per l’esattezza) e l’approssimarsi delle elezioni europee. Nel 1999, infatti, Rauti decide di osare di più: la scritta «Fiamma» viene schiacciata in modo biconcavo, la fiammella ormai sovrasta la «A» (che, anzi, diventa persino grigia, meno evidente) e si sposta in posizione ancor più centrale. Se il vecchio simbolo, per La Russa, era ancora «troppo simile» a quello di Alleanza nazionale, quello nuovo per molti è una vera provocazione: quando il Viminale accetta l’emblema, An ricorre subito all’Ufficio elettorale per il Parlamento europeo, presso la Cassazione. 
Al partito di Fini, tuttavia, va buca anche stavolta. Il fatto è che An, stavolta, non si presenta da sola alle elezioni, ma con il Patto Segni: nel suo simbolo ha ridotto la fiamma e inserito un elefantino tutto conservatore. Per i giudici, la fiamma è la stessa e in effetti è spostata verso il centro, ma è ben diversa per le dimensioni; in generale, gli emblemi si distinguono perché – fiamme a parte – contengono parole e disegni molto diversi tra loro. Niente confondibilità, dunque, tra i due contrassegni, per cui An deve incassare, mentre la Fiamma tricolore riesce a far eleggere a Strasburgo Roberto Felice Bigliardo.

Nel frattempo, nell’autunno del 1997, nella politica italiana era spuntata un’altra fiamma: era quella del Fronte nazionale, fondato da Adriano Tilgher, Tomaso Staiti di Cuddia e altri personaggi che erano stati espulsi in estate dal Movimento sociale Fiamma tricolore perché accusati di avere danneggiato e turbato all’interno il partito con le loro critiche alla segreteria di Rauti. Dall’inizio il nome si richiama al Front National di Jean-Marie Le Pen, ma se il partito francese ha adottato da sempre la fiamma del Msi (semplicemente sostituendo il blu al verde), Tilgher sceglie due triangoli verticali, affrontati e spuntati in basso, per ricreare l’impressione della fiamma, sia pure molto stilizzata. Il segno si evolverà nel tempo, divenendo tridimensionale molto in fretta, ma intanto la storia della Fiamma continua a prendere strade diverse, con distanze impensabili solo poco tempo prima. Altre ne verranno, giusto qualche anno dopo.

mercoledì 19 dicembre 2012

Un'Intesa popolare in salsa (neo)democristiana

Non c'è che dire: essere «popolare» è decisamente popolare (si perdoni l'ignobile bisticcio), soprattutto nelle ultime settimane. Mentre Berlusconi e Monti litigano sul Ppe, Alemanno e soci si convocano sotto il nome di «Italia popolare» e Gerardo Bianco e Alberto Monticone (che quella denominazione l'avevano coniata e usata anni prima) cercano di impedirglielo a costo di intraprendere azioni legali, qualcuno ha già iniziato a muovere i primi passi e ha già sfoderato un emblema, aggiungendolo al ginepraio che già popola la vita politica italiana attuale. 
La sigla è la stessa valida per Alemanno, Ip, che stavolta è l'acronimo di «Intesa popolare»: a simboleggiarla, la sagoma azzurrina di una famigliola al completo (rigorosamente eterosessuale, con padre, madre e due figli di età diverse) che si tiene per mano, a rafforzare il concetto di "intesa"; sullo sfondo, l'immancabile tricolore e tre case stilizzate che si stagliano, con una incomprensibile prospettiva (al punto che potrebbero sembrare rilievi o la facciata di una chiesa progettata da un architetto in preda alla gastrite). L'idea delle silhouette legate all'idea di «popolare», del resto, non è certo nuova: di recente se n'erano serviti, tra gli altri, i movimenti «Rinascita popolare - Rifondazione Dc», «Rinnovamento popolare cristiano» e, prima di loro, l'«Associazione popolare italiana della verità».
Non si tratta, a rigore, di un nuovo partito, ma di un'esperienza federativa che riunisce varie sigle tra movimenti e associazioni politiche. Le agenzie ne dettano alcune: Al servizio del cittadino, Circoli de La Discussione, Cristiani Democratici Italiani, Il Tulipano, Lega Cristiana, Movimento Italiani Giovani Europei e Partito della Terra; si sarebbe unita anche Alleanza democratica, che non è la formazione di Bordon degli anni '90 ma quella di Giancarlo Travagin (ex Rinascita della Democrazia cristiana) e nientemeno che dell'ex portiere azzurro Stefano Tacconi.
Il portavoce, peraltro, è una vecchia conoscenza dei lettori attenti delle cronache parlamentari: si tratta infatti di Giampiero Catone, di cui questo blog si è già occupato tempo fa, essendo stato il deputato che ha ridato rappresentanza parlamentare alla Democrazia cristiana (o, per lo meno, alla formazione con quel nome guidata da Gianni Fontana), dopo aver militato nel Ccd, nell'Udc, nella Dca di Rotondi, nel Pdl e aver attraversato come una meteora l'area di Fli. Catone ottiene l'incarico di portavoce nazionale mantenendo la guida dei Circoli de La Discussione e la direzione politica della testata che fu di De Gasperi, ma ora in Parlamento ha preferito usare come insegna quella nuova nuova di Intesa popolare. La federazione vedrà riunirsi tra due giorni la direzione nazionale e ha tutta l'intenzione di partecipare alle elezioni di febbraio: si definiscono "partito dei volontari della buona politica" e puntano all'esercizio di una finanza più democratica, con un'equa ripartizione fiscale. Riusciranno a farsi capire?

martedì 18 dicembre 2012

La scissione di La Russa e l'amnistia di Pannella

Alla fine è andata esattamente come pensavamo: il simbolo quadrato che Massimo Corsaro ha presentato solo pochi giorni fa, per definire i "Circoli del centrodestra nazionale", è già pronto per dare voce alla scissione guidata da Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, che pure non hanno intenzione di allontanare troppo la loro strada dal Pdl. Cancellate la parola "Circoli" e "nel Pdl", proprio come avevamo ipotizzato una manciata di giorni fa, il contrassegno del Centrodestra nazionale sembra bell'e pronto. 
A La Russa e Gasparri dovrebbero (a detta loro) aggiungersi anche gli antimontiani di Crosetto e della Meloni, mentre in tutta l'Italia gruppuscoli con la nuova sigla piuttosto debitrice della vecchia Alleanza nazionale sorgono come (piccoli) funghi, pronti ad allearsi con il Popolo della libertà o per lo meno quello che ne resta. Dicono che in politica 2 più 2 non faccia mai 4, al massimo 3 e mezzo, per cui qui probabilmente si tenta la strada opposta, di ritornare a 4 spacchettando un Pdl ormai fiacco. Staremo a vedere che succederà.

Potrebbe essere questo il simbolo
della lista invocata da Pannella
Colpisce, invece, l'appello straziante e straziato di Marco Pannella, che continua il suo cammino non violento di sciopero della fame e della sete per chiedere che si arrivi quanto prima all'amnistia «come unica soluzione per la fuoriuscita dalla condizione di flagranza criminale dello Stato italiano, che con i suoi 5 milioni di processi pendenti nel solo settore penale nega qualsiasi possibilità di amministrare la giustizia e, con essa, l'appendice carceraria»
Pannella si rivolge anche a persone di spicco e comuni cittadini perché sostengano la proposta portata avanti con il suo corpo anche in sede elettorale, manifestando fin d'ora la disponibilità a candidarsi nelle liste "Amnistia, Giustizia, Libertà". Il simbolo utilizzato per identificare le liste è ancora la Rosa nel Pugno, utilizzato per la prima volta in Italia nel 1976 dal Partio radicale (nel 1969 Marc Bonnet aveva disegnato la rose au poing per il Partito socialista francese) e ripreso più volte, fino all'ultimo uso intensivo nel 2006, per la lista presentata insieme ai socialisti di Boselli. Le parole scelte questa volta per accompagnare l'immagine molto forte ed evocativa della rosa sono forse le più "imponenti" che i radicali abbiano mai utilizzato: meritano, se non altro, rispetto da parte di tutti.

venerdì 14 dicembre 2012

Scilipoti, un uomo da quattro simboli (in due anni)

Il 9 dicembre 2010 è stato un giorno da ricordare, a suo modo, per il Parlamento italiano: quel dì, la filosofia confuciana e la religione taoista hanno messo piede nella sala delle conferenze stampa a Montecitorio. O, per lo meno, il loro simbolo più noto, il T'ai Chi T'u, quel cerchio bianconero che rappresenta l’unione, la complementarietà e la commistione dei due principi opposti, lo yin e lo yang: lo stesso finito in varie rappresentazioni, compresi braccialetti, pendagli e disegnini vari.
A portarlo in Parlamento, a dire il vero, ci avevano provato i radicali, presentando quell’emblema alle politiche del 1979, ma il Viminale lo bocciò perché si trattava di un simbolo in sovrannumero (al pari della storica Marianna con berretto), visto che era già stata accettata la “rosa nel pugno”. Ci è riuscito, invece, l’ineffabile Domenico Scilipoti, «laureato in medicina e chirurgia», con «specializzazione in ginecologia e ostetricia» e dedito all’agopuntura. Sarà forse questa familiarità con la medicina non convenzionale ad avere ispirato al medico di Barcellona Pozzo di Gotto (già nota per aver dato i natali ad Emilio Fede) la scelta di quel simbolo per la sua creatura nuova nuova, il «Movimento di responsabilità nazionale»: lui, che aveva abbandonato l’Italia dei Valori al suo primo mandato parlamentare, cofondò il Mrn assieme ai transfughi Massimo Calearo (Pd) e Bruno Cesario (Api, già Pd) e coniò la maggiore distorsione che il termine «Responsabili» abbia mai conosciuto.
Dunque, T'ai Chi T'u fu, sia pure piegato alle italiche esigenze, per cui fu colorato di verde e di rosso. Quel simbolo, piuttosto cheap nella grafica, con le sue sfumaturine sottili e quel «di» in stile Script quasi bambinesco, visse giusto un giorno: il tempo di disegnarlo, stamparlo, mostrarlo ai giornalisti in conferenza stampa e archiviarlo: un record, senza dubbio. Fin dai giorni successivi, infatti, fu utilizzato un nuovo contrassegno, con il simbolo accerchiato dall’immancabile blu (un po’ italiano, un po’ democristiano, un po’ berlusconiano). Tempo qualche settimana e l’emblema cambiava di nuovo, quasi a voler trovare il bilanciamento perfetto: fondo bianco stavolta, simbolo taoista ridotto per lasciare spazio al nome del partito e, soprattutto, alla sigla in formato gigante, proposta in un vezzoso tono azzurrino.
Tre simboli in tre mesi e mezzo di vita era un primato invidiabile, che meritava una certa riflessione, così Scilipoti per un po’ ha trovato requie, almeno fino al tesseramento 2012, quando ha sfoderato la quarta puntata della storia, tanto per dire chiaramente dove voleva collocarsi. Ecco allora il suo emblema precedente dovutamente ridotto, per lasciare il posto al suo cognome in bella vista, bianco su fondo blu, con arcobalenino tricolore a linee rette a suddividere il campo blu da quello bianco. Una clonazione del Pdl, ovviamente, e un occhio strizzato ai tentativi fatti dalla Fiamma tricolore già nel 2009, per ricordare un po’ il vecchio contrassegno di Alleanza nazionale: il simbolo multiuso, signori, è servito.

giovedì 13 dicembre 2012

Se Alemanno inciampa su "Italia popolare"...


L’aveva pensata proprio bella Gianni Alemanno, nel pieno della bagarre pre-elettorale e pre-dimissionaria di Monti, specie nel centrodestra. Domenica era previsto un evento voluto da Giorgia Meloni e dal televisivamente presente Guido Crosetto per rifondare il centrodestra? E lui ha piazzato giusto quel giorno un altro incontro, con «un chiaro riferimento al Partito popolare europeo» e, secondo qualcuno, anche a Monti (ma non ci si metterebbe proprio la mano sul fuoco).
Sul nome dell’evento, però, Alemanno inciampa e qualcuno si premura di farlo notare. Quella convention – e, a sentire certe voci, anche il movimento/corrente conseguente – dovrebbe chiamarsi «Italia popolare», un po’ in ossequio al tricolore, un po’ al Ppe. Gli ideatori, tuttavia, sembrano aver fatto i conti senza l’oste, che stavolta si chiama Alberto Monticone. Già, perché nel 2004, dopo che il Partito popolare aveva già concluso da tempo la sua esperienza politica e molti suoi militanti si erano tesserati con la Margherita, il piemontese Monticone e il campano Gerardo Bianco (che era stato segretario dei Popolari) avevano scelto di far continuare quella storia, fondando il movimento «Italia popolare».
Nato il Pd, quella formazione ha cercato anche di presentarsi alle elezioni politiche, depositando come simbolo lo scudo su gonfalone, quasi identico a quello che proprio Bianco utilizzò nel 1995 come contrassegno elettorale: disegnato da Guido Bodrato, era nato nell’urgenza di trovare un emblema per la parte del Ppi che aveva votato contro il segretario Rocco Buttiglione ma non era riuscita a farsi dare pienamente ragione dal tribunale di Roma e a ottenere l’uso dello scudo crociato. Il Viminale non gradì la somiglianza e bocciò quel contrassegno, ma ne era già stata elaborata una versione modificata, in seguito soprattutto accettata alle elezioni che si sono finora svolte in Piemonte e Campania: su fondo azzurro, sempre il gonfalone con scudo, cui si aggiunge la scritta «Italia popolare».
Quel marchio, tra l’altro (sia pure privo della denominazione del partito), è stato debitamente depositato all’Ufficio italiano brevetti e marchi dall’associazione «I Popolari collegio 12» di Moncalieri, collegata al movimento di Italia popolare: la registrazione è avvenuta all’inizio del 2010 e ha dato tutela civil-commerciale a un emblema che fino a quel momento nessuno aveva pensato di proteggere. Che Monticone, assieme alle altre persone legate a quel progetto politico (Giancarlo Chiapello in primis) facesse sul serio, del resto, Alemanno poteva già saperlo: a gennaio del 2011, infatti, Silvio Berlusconi non aveva escluso che il Pdl potesse assumere la denominazione di «Popolari». Avrebbe potuto mettersi di traverso l’associazione «I Popolari», che di fatto è lo stesso soggetto giuridico che fino al 2002 aveva il nome di «Partito popolare italiano»; lo ha fatto invece Monticone, diffidando il Cavaliere ed enfatizzando tutte le distanze tra il progetto berlusconiano e quello autenticamente popolare di don Sturzo e di chi, negli anni ’90, aveva mantenuto quelle idee. Errare è umano, perseverare…

domenica 9 dicembre 2012

Quel "simbolico" re del porno

Di sito in sito rimbalza la notizia della scomparsa del re italiano del porno: sì, certo, ma anche un significativo “padrino” di simboli politici. Già, perché Riccardo Schicchi, nato guardone (a scuola, a dar ragione a Wikipedia) e cresciuto fotografo, è passato alla cronaca – dire “alla storia” pare un po’ esagerato – per la sua lunga attività nell’ambiente dell’erotismo e della pornografia, ma negli anni il suo nome è affiorato più di una volta nelle note politiche, soprattutto a ridosso delle elezioni.
Se la solita Wikipedia parla di «un primo tentativo di ingresso in politica con la Lista del Sole negli anni ’70» (lista che, se mai è esistita, non era certo di livello nazionale o non doveva avere alcuna fama), nel decennio successivo è certo l’avvicinamento di Schicchi al Partito radicale, lo stesso che nel 1987 portò a Montecitorio la sua prima creatura hardcore, «Staller Ilona detta Cicciolina».
Tempo qualche anno e nel 1991 il titolare di Diva Futura scelse di mettersi in proprio, dando vita al «Partito dell’amore» con tale Mauro Biuzzi, che della nuova formazione politica aveva anche elaborato il simbolo. Doveva essere proprio «icona Staller», l’immagine di Cicciolina elaborata dallo stesso Biuzzi, a tenere a battesimo il partito, non fosse stato per una simpatica diffida della stessa Ilona Staller (allora signora Koons) che in quattro e quattr’otto imponeva di cambiare logo, e pure in fretta. Ci voleva altro per affossare il Partito dell’amore, pronto a concorrere alle elezioni politiche del 1992: al posto del viso della Staller, arrivò quello della seconda creatura più nota di patron Schicchi (seconda solo in ordine di tempo), Moana Pozzi. Il sorriso smagliante di Moana, con tanto di croce sulla fronte, arrivò anche alle Tribune televisive e si conquistò vari articoli: il simbolo fu stampato sulle schede elettorali solo in Lazio, prese lo 0,06%, ma l’attrice ebbe più preferenze di Bossi e Rutelli. L’anno dopo Moana si candidò al Campidoglio sempre per il Partito dell’amore – che, sia ben chiaro, esiste ancora anche se non fa più attività politica, basta fare un giretto su www.partitodellamore.it – ma Schicchi non era già più segretario. 
Ricomparve nel 2001, come capolista (sempre alle elezioni comunali di Roma) della formazione politica «Forza Roma»: la lista proponeva come sindaco tale Dario Di Francesco, in abbinata alla speculare «Avanti Lazio» guidata da un altro carneade, Massimiliano Toti (che però per il Corriere diventò Totti, quasi un abominio calcistico). Quando la commissione elettorale romana bocciò le due liste per guai con firme, scoppiò il putiferio: assedio ai locali, pornostar pitturate come le rispettive squadre e appelli al Capo dello Stato; alla fine Di Francesco fu riammesso, mentre di «Forza Roma» le statistiche non testimoniano tracce. Quei simboli, peraltro, sono rispuntati più di una volta nelle elezioni successive, tanto da ispirare forse sia «Forza Toro» (simbolo visto al fianco della «Lista dei grilli parlanti» di Renzo Rabellino), sia «Forza Juve» (simbolo presentato alle elezioni comunali di Torino del 2011 da Marco Di Nunzio, lo stesso della «Lista Bunga Bunga», e ricusato per problemi di sottoscrizioni). Chissà se Roma e Lazio occhieggeranno ancora al Viminale, ora che patron Schicchi non c’è più…