sabato 19 settembre 2015

Fare Città a Campi Bisenzio, in grande anticipo sulle elezioni

Quanto dura o può durare l'incubazione di un simbolo e, in seguito, il percorso perché questo si affermi? Di Forza Italia, per dire, gli italiani hanno saputo ufficialmente il 26 gennaio 1994, giusto due mesi prima delle elezioni politiche, ma l'associazione Forza Italia era già nata a giugno del 1993 e il simbolo della bandierina, molto simile a quello oggi noto, era già pronto a settembre di quello stesso anno. Mario Monti aveva divulgato il suo simbolo alla fine di dicembre del 2013 per le elezioni di febbraio, lo stesso periodo in cui Antonio Ingroia aveva scoperto l'emblema di Rivoluzione civile. Negli ultimi anni, dunque, è capitato di frequente che fossero sottoposti alla prova delle urne contrassegni nati da poche settimane o, al più, da pochi mesi: lo stesso Pd ebbe il suo simbolo disegnato a novembre del 2007, cinque mesi prima del voto.
Qualcuno, però, sembra andare in controtendenza e, anche se tra il concepimento di un emblema e il suo uso elettorale possono trascorrere anni, vuole forse avere il tempo di far mettere radici alle proprie insegne. Sembra il caso di Adriano Chini, sindaco di Campi Bisenzio - comune della città metropolitana fiorentina - dal 1990 al 2004 e ancora dal 2007 al 2013. A conti fatti e salvo sorprese (leggi: elezioni anticipate), in quella località si dovrebbe votare per il nuovo sindaco solo nel 2018, eppure già da ora sta circolando il simbolo di un'associazione nascitura concepita da Chini, Fare Città, che potrebbe essere l'anticipazione di un contrassegno elettorale (la forma tonda invita a pensarlo), o anche solo un primo passo verso un altro soggetto politico locale più complesso.
E' lo stesso Chini a far sapere che l'associazione sarà registrata solo a gennaio del 2016, così come precisa che Fare città sarà "un’associazione politico culturale che avrà l’obiettivo di arrivare alle elezioni del 2018", e comunque con un candidato sindaco diverso da lui, ancora da individuare. Avere un obiettivo a lungo termine, comunque, non ha suggerito a Chini di tenere coperto il contrassegno, che anzi sembra sia stato presentato per renderlo via via emblema di una realtà presente e in formazione. L'analisi la fa Antonio Passanese per il Corriere Fiorentino: nel cerchio, carminio-terra sfumato, si vede "lo skyline degli edifici simbolici di Campi: la chiesa dell’autostrada, la Rocca Strozzi, il campanile della pieve di Santo Stefano, il teatro Dante Carlo Monni e il fiume Bisenzio", quest'ultimo adattato a freccia curvilinea, quasi a voler sottolineare la necessità di andare avanti, pur se in modo non lineare. 
L'idea dei promotori è "ricreare quel dibattito che ora manca su cose locali e nazionali", parlando del progetto dell'aeroporto, attaccando il sindaco in carica (Emiliano Fossi, Pd) e il rieletto presidente della regione, Enrico Rossi. Per animare quel dibattito, comunque, c'è tempo, anche due anni e mezzo se l'amministrazione della città regge: spazi per "Fare Città", dunque, ce ne saranno parecchi.

venerdì 18 settembre 2015

L'Unirenzità: "Like e Martello per schiacciare i gufi"

Like e Martello (da L'Unirenzità - FB)
Perché domandarsi solo qual è il simbolo più votato di sempre e non provare, ad esempio, a chiedersi quale sia stato il più parodiato, piegato a qualunque scopo di taroccamento? Se nelle urne per anni la parte del leone l'ha fatta lo scudo crociato democristiano, probabilmente nella classifica delle parodie il primo posto è saldamente nelle impugnature della falce e del martello, segno prima socialista (solo regnante Craxi il segno fu tolto dall'emblema del Psi) che comunista.
Spesso non c'è stato nemmeno bisogno di utilizzare la grafica, nel senso che è bastato lavorare sul nome degli "arnesi" per sfornare nomignoli e titoli buoni per i libri. In principio, per dire, fu "calce e martello", per indicare vuoi l'edificazione di qualche fabbricato molto marxista, vuoi - e più facilmente - le famiglie di costruttori vicine al Pci (si legga, ad esempio, alla voce "Marchini" a Roma); in seguito ci avrebbe giocato Bernardo Caprotti, scrivendo il suo libro Falce e martello per raccontare la storia della grande distribuzione e drammatizzare lo scontro con i maggiori concorrenti commerciali (a partire dalla Coop). Tra gli ultimi casi, va ricordato almeno il bel libro di Anna Tonelli Falce e tortello, racconto ben fatto della storia politico-social-musical-mangereccia delle Feste dell'Unità, uscito per Laterza quando gran parte delle feste del Pd si chiamavano ormai Feste democratiche. 
L'ultima interpretazione del segno marxista-laborista, ironia della sorte, viene proprio da una sorta di spin off satirico del quotidiano che fu di Gramsci (la cui testata è da poco tornata in edicola per opera del Pd di Renzi). E' stata L'Unirenzità - "quotidiano sfondato da Matteo Renzi nel 2015", si legge nel sito - a pubblicare sulla sua pagina Facebook l'immagine rielaborata della coppia falce-martello, ossia Like e Martello, "il nuovo logo renziano". La falce è al suo posto solito; a reggere la testa del martello, invece, è il pollice della mano (per l'occasione virata dal blu al rosso) che nell'era Facebook incarna l'idea del gradimento. Impossibile, vedendo il simbolo reinterpretato in Renzie style, soffocare la tentazione di saperne di più e di fare qualche domanda alla redazione. A dare risposte rigorosamente "concordate e fedeli allo storytelling" ci si mette per intero "l'Apparato dei pubblicisti ed il Comitato Centrale di Redazione", con tutte le maiuscole a esprimere il peso dell'auctoritas. 
Come è nata, dunque, l'idea di taroccare falce e martello? "Da quando il nostro luminoso Premier - spiega la velina collettiva - ha deciso di cambiare verso al Paese e rinnovarlo con le Riforme ci è sembrato doveroso apportare il nostro contributo riformando quello che è stato per decenni il simbolo della 'sinistra comunista' (scusi la volgarità) italiana legata all'800."
In qualche modo l'invenzione grafica ha fatto breccia, visto che si è conquistata circa 500 "mi piace" (fino alle 23, dopo un giorno di pubblicazione); a qualcuno in effetti l'immagine non è piaciuta, ma altri - renziani compresi - si sono fatti sonore risate. In effetti, a voler essere pignoli al massimo, sembra strano avere chiamato il simbolo "Like e Martello", quando è proprio l'arnese ad avere lasciato il posto al ditone likoso. Anche per questo, però, la risposta è pronta e stampata: "Lo storytelling del Premier è poesia, quindi la metrica e la ritmica dei comunicati, dei titoli, dei tweet sono fondamentali. Falce e pollicione sembrava la trattoria di Bersani che beveva la sua birra solitaria". 
Sarà pure vero, quanto a impatto di storytelling (ammesso che gli italiani abbiano capito davvero cosa diavolo sia), eppure non può non colpire questa trasformazione del martello, strumento del lavoro manuale, in un gesto che rimanda più a Fonzie che al sudore e all'energia del lavoro. "In realtà il martello per noi rappresenta lo strumento con cui schiacciare i gufi parassiti della minoranza Pd. - tengono a precisare dalla redazione - Purtroppo un certo savoir faire ci impedisce di essere violenti quindi abbiamo metaforizzato questo smartellamento nei loro confronti con il Like. Non certo come un segno di ottimismo e distensione, ma semplicemente come l'affermazione numerica del consenso di cui i nostri post al vetriolo godono per distruggere mediaticamente i nostri avversari interni."
In questo disegno di distruzione interna - chissà come ci sta bene, nella stagione dell'attuazione dell'art. 49 della Costituzione sulla democrazia interna ai partiti - viene allora spontaneo chiederselo: chi verrebbe davvero rappresentato dal "nuovo" simbolo? Ed, eventualmente, a voler cambiare il nome del partito per marcare il mutamento dei tempi, quale potrebbe essere un nuovo nome? La domanda l'ho fatta, ma me ne sono immediatamente pentito, per l'ovvietà della risposta. Che, puntuale, è arrivata a corroborare il timore: "Non capiamo la domanda. E' scritto infatti, 'Non avrai altro Premier al di fuori di Renzi'. Sul nome del Partito la questione è irrilevante. Lo sanno tutti che è soltanto il Partito di Renzi". L'Unirenzità voglia allora accettare il perdono dello scrivente, che non ha saputo ricondurre nome, simbolo e partito a chi davvero lo incarna: #sischerza ovviamente, è #lavoltabuona per farlo...

giovedì 17 settembre 2015

I Repubblicani di Berlusconi: quattro mesi più lontani che mai

Diciamo la verità: la sfera di cristallo non c'era nessuno  e, al momento, non c'è una sola persona che posso dire con certezza quale sarà il quadro politico italiano anche solo tra una manciata di mesi. Il cammino della riforma costituzionale non è ancora del tutto definito, c'è chi chiede con una certa insistenza - lo si è visto ieri - una modifica sostanziale dell'Italicum, ripristinando il premio di maggioranza alla coalizione più votata (questione determinante per delineare lo scacchiere politico del futuro) e in più di un partito le acque sono decisamente mosse. 
Il discorso vale per il Pd del presidente del Consiglio Renzi, alle prese con la conta interna della minoranza dem; vale per Ncd del suo vice Alfano, da molti dato come prossimo alla rottura tra fedeli a Renzi e nostalgici di Berlusconi; vale per Scelta civica, in procinto di cambiare nome e simbolo. E poi c'è Possibile di Civati, pronto a fare il suo esordio elettorale; ci sono l'Udc e Forza Italia, dei quali è difficile dire se continueranno ad esistere così come sono o se conosceranno cambiamenti di qualche peso; la Lega Nord di Salvini continuerà a giocare innanzitutto in nome proprio, per aumentare il proprio consenso (e chissà se continuerà la strada di una sigla analoga per il sud), ma non disdegnerà un accordo con le forze di centrodestra all'opposizione, purché fondato su presupposti chiari condivisi. Si potrebbe essere certi giusto del MoVimento 5 Stelle: certamente esisterà ancora, più difficile dire con quali numeri.
E allora ammettiamolo: quanto sembrano (e sono) lontani quei giorni di maggio, in cui Silvio Berlusconi sembrava mettere in scena il suo ennesimo ritorno, mettendo in campo - dopo Forza Italia, i Poli, la Casa delle libertà, il Popolo della libertà e il ripescaggio del tricolore forzista - il Partito repubblicano, o Repubblicani italiani, a seconda dei momenti. In fondo ci avevamo creduto un po' tutti almeno un tantino: varie cose permettevano di farlo, a partire dal richiamo ai repubblicani americani già dell'amico George W. Bush. 
C'era l'idea di un contenitore ampio e non troppo connotato, che potesse riunire (anche nell'ottica dell'Italicum che proprio in quei giorni diventava legge) sotto un'unica insegna tutte le formazioni del centrodestra; c'era persino un'idea di simbolo, che ha conosciuto un'evoluzione nel tempo. Se all'inizio Affari italiani aveva mostrato un cerchio molto schematico e "povero", coi quattro colori nazionali sviluppati in senso strettamente geometrico, nei giorni successivi il sito Freedom24 aveva divulgato un'ipotesi grafica più elaborata, che ricalcava nella struttura il contrassegno elaborato nel 2001 per la Casa delle libertà: stesso segmento tricolore inferiore a base ondulata, bianco quasi del tutto bandito, scritte blu su fondo azzurrino, con una "mezzaluna" superiore sfumata, manco fosse stata fatta per il Nuovo centrodestra. Un impatto grafico da spilletta americana, verrebbe da dire.
Come è noto, tuttavia, di quel simbolo si è persa ogni traccia, così come del progetto repubblicano di Berlusconi, che ha accennato ad altre idee di rinnovamento radicale, mentre altri hanno cercato piuttosto di dare forma a una Lega Italia in cui potessero sentirsi a casa forzisti e leghisti (ci ha pensato Carlo Taormina, avvocato ed ex parlamentare di Fi, a rovinare la festa, ricordando che la Lega Italia lui l'aveva già fatta da anni). Così, mentre ci si affanna a predire il futuro e immaginare gli scenari politici che verranno,  è molto più facile etichettare chi era sicuro del lancio dell'affermazione dei repubblicani in salsa berlusconiana - non quelli di Nucara, naturalmente - come veggente da strapazzo. Anche se ciò, inevitabilmente, significa che da strapazzo siamo stati un po' tutti.

Premio alla lista o alla coalizione? Per i simboli cambia tutto...

La fila davanti al Viminale nel 2013 (da Lettera43)
Mentre il cammino delle riforme costituzionali procede a tamburo battente (con buona pace dell'art. 72 della Costituzione), si fa strada nel dibattito un punto tutto meno che secondario, relativo alla legge elettorale e che potrebbe facilmente avere riflessi anche sul piano simboli. Anche se sono passati solo quattro mesi abbondanti dall’effettiva nascita dell’Italicum – per gli esperti, legge 6 maggio 2015, n. 52 – c'è già più di qualcuno che vorrebbe mandare in pensione un "dettaglio" del nuovo sistema elettorale con cui si dovrebbe votare per la sola Camera dei deputati da luglio dell’anno prossimo: si tratta del premio di maggioranza alla lista, che per alcuni dovrebbe trasformarsi di nuovo in premio alla coalizione/lista singola più votata.
All'inizio lo chiedeva essenzialmente Forza Italia e non è difficile capire perché. Nelle condizioni attuali, infatti, correndo da solo il partito fondato da Silvio Berlusconi arriverebbe (almeno) terzo e resterebbe fuori dal ballottaggio; un'alleanza con la Lega Nord potrebbe dare risultati migliori, ma metterebbe a rischio la leadership di Berlusconi e di Fi, binomio che dal 1994 ha sempre guidato il centrodestra. Ora invece la stessa richiesta arriva da alcuni partiti di maggioranza, sia pure con uno scopo almeno in parte diverso: quello di non sparire dalla scena, di non rischiare l’irrilevanza. Cesa (Udc) vuole il ritorno alle coalizioni perché l’area cattolica continui a essere rappresentata, senza essere schiacciata tra due listoni di centrodestra e centrosinistra; Quagliariello (Nuovo centrodestra) lo chiede per il rispetto dell’identità, poiché gli elettori di Ncd non sarebbero a loro agio in un centrodestra a trazione salviniana o in un Pd che Renzi ha portato nel Partito socialista europeo.
Tutti i partiti minori, poi, sanno bene che - se la riforma costituzionale entrasse in vigore così com'è ora - con il Senato non più a elezione diretta, solo la lista che vincesse il premio di maggioranza avrebbe un numero di eletti simile a quello che potrebbe ottenere a Montecitorio e a Palazzo Madama vincendo ora le elezioni; tutte le altre formazioni vedrebbero le loro compagini parlamentari decimate e questo varrebbe soprattutto per i partiti minori, potenzialmente alleati della lista più votata, che non godrebbero più del "bonus" dei seggi del premio. Il che significa contare di meno, certamente, ma anche avere meno soldi per la gestione dei gruppi e per pagare il personale (magari "distaccato" dal partito), cosa che oggi pesa tantissimo, anche se in pochi ne parlano.
Se però l'idea del premio di coalizione piace a buona parte della minoranza dem, Matteo Renzi non ci pensa nemmeno: per lui - che ha suggerito la modifica dell'Italicum in questo senso - il premio alla lista è un elemento essenziale per sapere con certezza chi ha vinto la sera stessa delle elezioni, come pure per dare stabilità alla maggioranza uscita dalle urne, cancellando i ricatti degli alleati (che, al più, potrebbero entrare nei "listoni", ma alle condizioni degli "azionisti di maggioranza"). 
Il premio alla coalizione, del resto, non è mai piaciuto neanche a una forza che mai farebbe parte di una coalizione, ossia al MoVimento 5 Stelle: per il suo esperto di questioni elettorali, Danilo Toninelli, l'importante è che "ci sia un vincitore ma non si porti dietro un’ammucchiata di partiti": la scottatura rimediata nel 2013 - quando quelle del M5S erano state le liste più votate in Italia, ma la vittoria era andata alla coalizione di centrosinistra, scioltasi dopo poche settimane con il passaggio di Sel all'opposizione - fa ancora decisamente male.
Altro che “dettaglio” o “piccola modifica” dell'Italicum, come la chiama Quagliariello: trasformare il premio alla lista in premio alla coalizione cambierebbe completamente le carte in tavola (dando, tra l'altro, maggiori margini di miglioramento al centrodestra). Di certo, il primo effetto combinato dell'Italicum e delle nuove norme sui partiti che il Pd ha proposto alcuni mesi fa alle Camere si vedrebbe già al primo atto del procedimento preparatorio alle elezioni politiche: la fila per il deposito dei simboli al Ministero dell'interno. La fila di persone davanti al Viminale, sempre consistente negli ultimi trent'anni, si sfoltirebbe di molto, per almeno due ragioni. 
Da una parte, tutti i soggetti che non avessero ottenuto l'iscrizione al Registro dei partiti politici sarebbero disincentivati a depositare il loro contrassegno, che potrebbe essere dichiarato senza effetti; dall'altra, la corsa al voler presentare i "listoni" (e al tentare di superare le soglie di sbarramento) spingerebbe vari partiti e gruppi ad allearsi tra loro, magari dando luogo a simboli compositi, in numero decisamente minore rispetto a quello dei simboli visti negli ultimi anni alle elezioni. Anche il rito della "fila per la democrazia", insomma, potrebbe vivere i suoi ultimi anni di fulgore. Qualcuno, c'è da scommetterci, lo ricorderà con nostalgia.

martedì 15 settembre 2015

Da Scelta civica a Cittadini, sempre "per l'Italia"

La notizia non arriva del tutto nuova, in fondo se ne parlava - almeno - dalla metà di luglio, ma ora l'annuncio è ufficiale: Scelta civica presto avrà un nuovo nome e un nuovo simbolo. Il primo, in realtà, si sa già: il segretario Enrico Zanetti ha annunciato in una conferenza stampa che alle elezioni del prossimo anno (solo quelle amministrative, a meno di qualche sorpresa politicamente rilevante) si presenterà il soggetto politico Cittadini per l'Italia. Per conoscere il nuovo contrassegno della forza politica varata tra il 2012 e il 2013 da Mario Monti, invece, bisognerà attendere la Festa Civica, in programma il 26 e il 27 settembre a Salerno.
Il nome, in qualche maniera, rappresenta una continuità con le proposte che a luglio si potevano intuire dalle dichiarazioni dello stesso Zanetti: in quell'occasione lui aveva parlato di Movimento Civico Nazionale, di Partito dei Cittadini Italiani e di Stagione Civica, cercando di far emergere soprattutto il carattere locale e territoriale dell'impegno che si vorrà dimostrare nel 2016. 
Le priorità nei programmi sono innanzitutto politico-organizzative: "Prima avevamo una fortissima leadership e tutto ruotava intorno ad essa - ha spiegato Zanetti - ora vogliamo che tutto ruoti intorno agli italiani". Non fa mistero il segretario di Scelta civica, assieme al deputato Mariano Rabino, sulla collocazione del soggetto politico che verrà, parlando di "cambio di passo in cui larghe fasce del centrodestra moderato possono riconoscersi" e di una formazione che "si collocherà a destra del Pd ma a sinistra del forzaleghismo": dire "al centro" sarebbe stato troppo difficile o, forse, leggermente demodé? 
Considerazioni sulle mode a parte, per Zanetti quello di Cittadini per l'Italia sarà uno "spazio politico libero e praticabile, senza avere intere legioni di figure che dal passato vorrebbero occupare anche il futuro". Di certo, però, a garantire questo non bastano un nuovo nome e un nuovo simbolo: saranno i fatti a parlare.

domenica 13 settembre 2015

An, ricomporre la diaspora col simbolo di vent'anni fa?

Venti giorni all'assemblea della Fondazione Alleanza nazionale e le dichiarazioni in proposito aumentano: vale la pena leggere, ad esempio, l'intervista rilasciata da Gianni Alemanno al Giornale d'Italia e uscita l'altro ieri, in cui è ritornato anche sulla questione del sondaggio interno a Fratelli d'Italia, di cui lui è ancora parte, benché si sia autosospeso dall’Ufficio di Presidenza dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia per “Mafia Capitale” ("Da quel momento - nota nell'intervista - nessuno del vertice di Fdi, fatta eccezione per Ignazio La Russa e Edmondo Cirielli, si è più fatto sentire").
Se al momento Alemanno dice di non potere non sostenere "l'unico partito che, fino ad oggi, si richiama ai valori della destra nazionale", resta "in attesa di capire quale sarà l’atteggiamento di Fratelli d’Italia di fronte al progetto di una grande aggregazione a destra che si avvalga anche delle potenzialità offerte" dalla Fondazione An. Certamente il sondaggio di Fdi non gli è piaciuto, al punto da bollarlo senza appello come "un'iniziativa strumentale che non poteva dare risultati diversi, [...] un sondaggio 'fatto in casa' senza nessun controllo oggettivo sui risultati", nemmeno sottoposto a vari iscritti e dirigenti di Fdi vicini a lui e comunque con domande formulate in modo da sollecitare le risposte "solo dei militanti più convinti dell’esperienza di Fdi".
Al giornalista che gli chiede se appoggiarsi alla fondazione per rifondare la destra non sembri "un’idea che puzza di vecchio", Alemanno rivendica come la mozione che vorrebbe rilanciare l'azione politica a destra sotto le insegne della Fondazione An abbia come primi firmatari "sei 'quarantenni' impegnati in politica in diversi partiti del centrodestra": è questo il segno che la diaspora di quell'area politica va ricomposta "non tanto con le vecchie glorie di An, quanto con migliaia di giovani consiglieri comunali e regionali che, pur sentendosi di destra, oggi preferiscono rimanere 'ospiti' in altri partiti". Fin qui, tuttavia, Fratelli d'Italia avrebbe mostrato "un atteggiamento di chiusura aprioristica" che Alemanno ritiene "incomprensibile se non alla luce di piccole paure sugli spazi futuri per candidature e quant'altro".
Una risposta indiretta allo stesso Alemanno - che si chiede se il progetto di rifare An o qualcosa di simile interesserà "solo a quattro ferri vecchi" o riuscirà a far emergere la "destra sommersa" da milioni di voti - sembra darla il consigliere regionale toscano di Fratelli d'Italia Giovanni Donzelli: per lui "la destra deve avere un ruolo di forte rinnovamento, non si può basare su uomini e simboli del 1994". Nel 1994 Alemanno c'era (iniziava il suo primo mandato da deputato) e nel 1995 fu tra i "trasformatori" del Msi in An; quanto al simbolo, sembra quasi che nemmeno Donzelli sia particolarmente entusiasta di ripartire da lì (pur avendolo, per ora, nel contrassegno del suo partito). 
Lo stesso Donzelli, tuttavia, non vorrebbe che si dichiarasse di destra chi, secondo lui, non lo è affatto: il riferimento, ovviamente, è agli alfaniani del Nuovo centrodestra, che lui e altri dirigenti di Fratelli d'Italia vorrebbero diffidare dall'uso della parola "destra". A spiegare meglio l'idea, nata in seno a Fratelli d'Italia, è il responsabile cultura del partito, Andrea Delmastro Delle Vedove: "Alfano ormai ha scoperto il suo gioco, ha detto che è organico al centrosinistra: quindi, con il nome Nuovo centrodestra, ha messo in campo la più gigantesca e colossale operazione di pubblicità ingannevole mai concepita nella politica italiana. Ci rivolgeremo al Garante della concorrenza e del mercato e credo che ci siano i presupposti per promuovere una class action fra chi ha finanziato il partito".
Delmastro è ovviamente libero di fare ciò che crede, ne è pienamente legittimato; restano altrettanto legittimi i dubbi di chi scrive sulla possibilità che l'Autorità garante da lui indicata possa effettivamente occuparsi di un caso come questo. Se non spetta ai giudici dire chi può dirsi di destra e chi no, nemmeno può farlo un'autorità di controllo che è chiamata a occuparsi del mercato e non può intervenire in settori che non le siano stati affidati da una fonte normativa ad hoc. Coi prossimi passi dell'iniziativa se ne saprà di più, ma i dubbi rimangono; ammesso che per allora - come direbbe qualche maligno - il Nuovo centrodestra esista ancora sulla scena politica italiana...

sabato 12 settembre 2015

Giugliano, il simbolo adesivo che non ti aspetti

Una cosa, tra le tante che si possono pensare a proposito dei simboli elettorali, è assolutamente vietata: nessuno, ma proprio nessuno, può pensare che la fantasia di chi presenta le liste abbia un fondo, una fine. Non ci si riferisce tanto alla grafica (in cui l'originalità e le trovate spesso sembrano scarseggiare), quanto alle idee collaterali e sottostanti. Un caso di questi ultimi giorni ne sembra un perfetto esempio: per capirlo, bisogna andare a Giugliano, comune della provincia di Napoli. 
A far scoppiare la bomba e a far puntare qualche occhio su quella località campana sono state le lamentele del MoVimento 5 Stelle, che ha presentato un ricorso per ottenere l'annullamento delle elezioni tenutesi a fine maggio. La notizia, per ora, è apparsa solo sul sito di TeleClubItalia, ma il ricorso elettorale si può leggere sul sito della Giustizia amministrativa. La prima accusa riguarderebbe la validità della partecipazione al voto della lista di Forza Italia, poiché le firme dei sottoscrittori sarebbero state autenticate da un funzionario del comune di Pozzuoli, che non avrebbe quel potere al di fuori del suo territorio comunale: la semplice presenza illegittima di quella lista, dunque, avrebbe inficiato la correttezza dell'intero procedimento elettorale.
Accanto a quest'accusa, tuttavia, ce ne sarebbero altre, relative tanto a liste dell'attuale minoranza, quanto a formazioni a sostegno di Antonio Poziello, poi diventato sindaco di Giuliano, guidando una coalizione formata da diverse liste civiche e dai simboli - tra l'altro - del Psi, della bicicletta Ecologisti - Repubblicani democratici e del Nuovo centrodestra. Anche qui questione di firme, nel senso che non si sarebbero presentate a firmare in municipio tutte le (almeno) 350 persone necessarie per presentare ogni lista, così come in altri casi ci sarebbero stati - lo riporta sempre TeleClubItalia - "verbali in bianco, altri firmati tutti da una sola grafia, presidenti di seggio rinunciatari all'ultimo secondo".
Un discreto campionario di errori e orrori elettorali, insomma: uno di questi, tuttavia, merita di stare in queste pagine. Nel ricorso, infatti, si lamenta che "per quanto riguarda la lista NCD - Campania popolare il foglio A3 di presentazione della lista contiene in alto a sinistra il simbolo incollato con adesivo, sotto il quale vi è un altro simbolo di NCD (senza la dicitura 'Campania popolare')". Qualche sbadatone aveva fatto stampare i fogli con il simbolo sbagliato? Evidentemente può essere (come può essere che l'emblema sia stato cambiato all'ultimo momento e, per non perdere le firme raccolte, si sia proceduto a colpi di adesivi), ma il MoVimento 5 Stelle chiede al Tar di svolgere "una apposita istruttoria": il sospetto, in base a quanto si legge nel sito di TeleClubItalia, è che quello depositato da Ncd sia "un vecchio foglio di firme raccolte due anni prima e 'riciclate' per le elezioni che hanno portato Poziello al governo della città".
Come è chiaro, quella avanzata dal M5S è solo una supposizione, di cui si dovrà occupare la magistratura. Di sicuro, il ricorso sbaglia nel momento in cui sostiene che l'emblema sotto l'adesivo "è quello che veniva utilizzato dal suddetto partito [cioè Ncd] per la competizione elettorale del 2013, poco prima dello scioglimento per infiltrazioni camorristiche del Comune di Giugliano": il comune, infatti, è stato sciolto il 24 aprile 2013, mentre il Nuovo centrodestra è stato fondato il 15 novembre 2013, per cui le date non tornano. A prescindere da questo, se il particolare denunciato fosse vero, sarebbe una testimonianza importante del "pecettismo" (a la Corrado Guzzanti, mentre interpreta il televenditore Armà) in ambito pre-elettorale. Un esempio, tuttavia, che è meglio non seguire, anche se ci si può ridere sopra, con un po' di amarezza.