giovedì 13 giugno 2019

Cagliari, simboli e curiosità sulla scheda

Dopo l'ultimo fine settimana di maggio, tutto dedicato al turno più nutrito di elezioni amministrative, è di nuovo tempo di urne aperte, questa volta in Sardegna. Tra i 28 comuni chiamati al voto, domenica ci sarà anche il capoluogo di regione: a Cagliari si era votato la volta scorsa solo nel 2016, ma i seggi sono riallestiti (per la quarta volta, dopo le suppletive, le regionali e le europee) con due anni di anticipo dopo che il sindaco in carica, Massimo Zedda, ha optato per la carica di consigliere regionale. A contendersi il ruolo di suo successore sono tre candidati, che si dividono 19 liste: nessuna di queste - è bene precisarlo - è espressione del MoVimento 5 Stelle (non essendo stato concesso all'aspirante candidato locale il simbolo).

Angelo Cremone

1) Verdes per Cagliari pulita

Il sorteggio ha collocato in prima posizione Angelo Cremone, noto per le sue idee ecologiste e antimilitariste: lui è sostenuto dai Verdes per Cagliari pulita, lista espressione del Partidu de sos Verdes. Non stupisce più di tanto il fondo verde e la corona bianca che richiama un po' il sole (che non ride) e un po' la corolla del girasole (simbolo dei Verdi europei); casomai colpisce che la sorte abbia attribuito la prima posizione a chi sembrava non avrebbe partecipato alle elezioni. In un primo tempo, infatti, lista e candidato erano stati esclusi dalla competizione perché il numero di firme a sostegno sarebbe stato insufficiente. Il Tar di Cagliari, tuttavia, il 27 maggio (sentenza n. 467/2019, sez. II) l'ha riammessa perché ha accertato che in realtà mancavano solo alcuni certificati elettorali dei sottoscrittori (che potevano essere anche acquisiti in un secondo momento). 

Paolo Truzzu

2) Sardegna forte

Il secondo candidato sorteggiato è anche quello che può contare sulla compagine più affollata. Sono infatti addirittura 11 le liste che appoggiano Paolo Truzzu, aspirante sindaco proposto dal centrodestra. La sorte però ha collocato in apertura della coalizione il simbolo più anonimo di tutti: quello di Sardegna forte per Cagliari. Il fatto è ancora più strano, se si considera che questa formazione di fatto sarebbe la "lista del sindaco": "Sardegna forte", infatti, durante tutta la campagna elettorale è stato il motto di Truzzu. Nonostante questo, sul contrassegno non c'è il nome del candidato, il riferimento a Cagliari quasi non si vede nel semicerchio blu, a sua volta sormontato da una riga rossa, giusto per mantenere un minimo riferimento ai colori cittadini.

3) Sardegna 20Venti

La seconda piazza all'interno della coalizione è occupata da una lista che ha una storia di alcuni anni (è stata fondata nel 2013), ma ha già avuto un certo momento di notorietà regionale pochi mesi fa. Sardegna 20Venti, infatti, è il progetto politico dell'ex forzista Stefano Tunis, schierato alle elezioni sarde a febbraio a fianco del poi eletto presidente Christian Solinas. Il simbolo schierato a Cagliari è esattamente identico a quello visto alle regionali, con la croce sarda in alto (e le cifre dell'anno 2020 al posto dei quattro mori) e il nome dello stesso Tunis, che ovviamente non è candidato a queste comunali. Servirà a rendere visibile il simbolo sulla scheda?
  

4) Popolari per Cagliari

Terzo simbolo sulla scheda della coalizione che appoggia Truzzu è quello dei Popolari per Cagliari, altro emblema piuttosto anonimo, legato alla formazione di cui è capolista il consigliere uscente Federico Ibba (eletto nel 2016 con i Popolari per Cagliari e in seguito coordinatore sardo dei Centristi per l'Europa, vicini a Pierferdinando Casini). Appare piuttosto curiosa la scelta dello sfondo giallo per una lista di area popolare, che mantiene se non altro il colore blu per il contorno e per il nome della lista (impiegando peraltro una font poco vista in ambito elettorale); di certo è proprio grazie al colore che il simbolo, per il resto privo di elementi caratterizzanti, può emergere sulla scheda.

5) Fortza Paris

Ecco un altro simbolo tipicamente sardo e, anche in questo caso, molto semplice e poco caratterizzato sul piano grafico, anche se è diventato familiare perché lo si vede da ormai quindici anni. Fortza Paris, il partito di Gianfranco Scalas, già schierato alle elezioni regionali, ritorna sulle schede per quest'occasione sempre nel centrodestra (sua consueta collocazione fin dall'origine) e non cambia assolutamente nulla del suo contrassegno: un cerchio equamente diviso tra il rosso e il bianco, con il nome ("Forza insieme" in sardo) altrettanto equamente suddiviso tra le due metà. Grafica semplice, ma paradossalmente la sua stabilità ha contribuito alla sua riconoscibilità.

6) Cagliari civica

La quinta lista che appoggia la corsa di Truzzu porta il nome di Cagliari civica, che porta al centro i colori blu (un po' più chiaro di quello "ufficiale") e rosso; è peraltro lo stesso simbolo a dichiarare che la formazione è frutto di un patto tra Unione dei sardi e Sardegna civica, formazioni che hanno partecipato - sempre nell'ambito del centrodestra - alle ultime elezioni regionali. Nella parte superiore della corona bianca sono inserite le "pulci" dei due simboli (sostanzialmente irriconoscibili sulla scheda), sufficienti a far riconoscere che l'emblema di Sardegna civica è graficamente la "madre" di Cagliari civica; nella parte blu, però, si riconosce nettamente il profilo del promontorio della Sella del Diavolo.

7) Riformatori sardi

Nel comune più importante della Sardegna non poteva mancare un'altra formazione tipicamente isolana collocata nel centrodestra, vale a dire i Riformatori sardi. Il simbolo è quello consueto, molto in stile "pattista" alla Mariotto Segni (e proprio a quell'esperienza guardano i Riformatori sardi), senza che il tempo abbia cambiato un solo elemento (non l'arco tricolore su fondo blu, non le sei stelle, non la dicitura "liberal democratici"). Tre anni fa, all'interno della coalizione - perdente, ma ancora più nutrita di quella attuale, con ben 14 simboli - di centrodestra, il partito era riuscito comunque a ottenere il 4,4% e due consiglieri di opposizione; riuscirà a fare meglio? 

8) Partito sardo d'azione

Se ci si limitasse a guardare alla storia delle elezioni comunali di Cagliari, la novità più fragorosa sarebbe non certo la presenza sulla scheda del Partito sardo d'azione (il più antico partito isolano e probabilmente italiano), ma la sua collocazione all'interno del centrodestra. Il passaggio, al contrario, appare persino ovvio se solo si considera che già dal 2018 il Psd'az aveva stretto un patto con la Lega, rinsaldato alle ultime regionali con l'arrivo alla guida della regione del leader del partito, Christian Solinas, a nome dell'intero centrodestra. Lo stesso schema viene ripetuto a Cagliari. Il 7% e i quattro seggi ottenuti tre anni fa nel centrosinistra sono il punto di partenza per questa nuova storia a Cagliari. Il simbolo ovviamente è quello consueto coi quattro Mori: l'unico, a ben guardare, che può permettersi di non contenere nemmeno una parola.

9) Unione di centro

Il caso ha voluto che nelle ultime quattro posizioni della coalizione di centrodestra siano stati relegati i quattro partiti nazionali della coalizione, anche se in Parlamento non costituiscono un fronte unitario. Il primo a essere sorteggiato è l'Unione di centro: tre anni fa non era finita sulle schede, questa volta ci arriva e, proprio come alle ultime regionali, il simbolo contiene un riferimento locale. Il segmento rosso superiore, infatti, al posto della parola "Italia" contiene la scritta "Pro Sardinia", giusto per indicare a vantaggio di chi si vuole fare politica (e per dare un tocco di tradizione, che sembra abbinarsi bene allo scudo crociato): basterà a raccogliere più consensi?

10) Forza Italia

Tre anni fa era stato sostanzialmente scontato il sostegno di Forza Italia al candidato presidente Piergiorgio Massidda, che pur essendosi connotato in modo più civico era pur sempre un ex parlamentare forzista: allora quella di Fi (denominata Forza Cagliari e col nome del candidato sindaco ben in evidenza) era stata la lista più votata della compagine, anche se solo con l'8,16%. Questa volta la bandierina è tornata nella versione originale, così come il nome di Silvio Berlusconi, unico contenuto nel contrassegno: è il chiaro segno che questa volta l'aspirante primo cittadino del centrodestra non è stato espresso da chi rappresenta nell'isola il partito berlusconiano.

11) Lega

Certamente nel 2016, come pure in tutte le elezioni comunali precedenti, tra i partiti in competizione non c'era la Lega Nord. Questa volta, invece, sulle schede arriva il simbolo della Lega e anche qui non c'è affatto da stupirsi: si tratta della logica prosecuzione del cammino iniziato con le politiche del 2018 e le regionali dei mesi scorsi. Per questo sbarco alle amministrative di Cagliari, il simbolo subisce una variazione minima: Alberto da Giussano è sempre lì, il cognome di Matteo Salvini pure, soltanto l'appellativo "premier" cede il posto al riferimento alla Sardegna, sulla scorta di quanto è avvenuto anche nelle altre amministrative "continentali".

12) Fratelli d'Italia

Ultimo estratto, tra i contrassegni del centrodestra, risulta essere quello di Fratelli d'Italia. E basta guardarlo per avere chiaro in un attimo che il candidato sindaco di Cagliari è legato a questo partito: al posto del riferimento a Giorgia Meloni, infatti, è impossibile non leggere il cognome di Paolo Truzzu (che è consigliere regionale per Fdi), scritto a caratteri cubitali nella parte superiore dell'emblema. Se tre anni fa al partito di Meloni era arrivato il 3,66% (meno dei Riformatori sardi, ma pur sempre il quarto risultato della compagine), facendo scattare un solo consigliere, questa volta è molto probabile che il risultato sia assai più favorevole, chiunque sia a vincere le elezioni.

Francesca Ghirra

13) SiAmo Cagliari

Un po' meno numerosa appare la coalizione che sostiene la candidatura di Francesca Ghirra, assessora uscente all'urbanistica della seconda giunta Zedda. La prima lista è qualificabile come "lista della sindaca", visto che SiAmo Cagliari - oltre a riprendere il gioco identitario-amoroso con il nome della città - contiene il riferimento alla candidata con dimensioni che non raggiunge negli altri emblemi della compagine. Sul piano grafico, la coppia blu-arancione si avvicina ai colori cittadini e nella parte inferiore emerge una nuova citazione della Sella del Diavolo; quasi invisibile nella parte inferiore il riferimento testuale alla lista regionale Sardegna in comune.

14) Sinistra per Cagliari

Sorteggiata per seconda risulta essere la lista Sinistra per Cagliari, che si propone di riunire buona parte del mondo della sinistra cagliaritana. Il nome della lista è scritto in modo semplice ed elegante (anche grazie al "per" in corsivo handwriting); i colori del contrassegno riprendono quelli cittadini e la parte inferiore del cerchio spicca il profilo dei monumenti del centro storico; in quello stesso spazio è contenuto il riferimento alla candidata sindaca. Tre anni fa sulla scheda c'erano i simboli di Rifondazione comunista e del Partito comunista d'Italia (e insieme non erano riusciti ad arrivare al 3%); difficile prevedere come potrà andare questa volta.

15) Donne con Francesca Ghirra

Essendo Ghirra l'unica candidata in queste elezioni comunali, si è ritenuto di presentare una lista in cui si potesse mettere in luce il sostegno femminile (in cui le donne sono i due terzi dei nomi messi in lista - la quota massima consentita dalla legge - e sono collocate tutte nella parte superiore dell'elenco dei candidati). Ecco allora la lista Donne con Francesca Ghirra, con il riferimento alle donne in primo piano (su fondo rosso), con un carattere piuttosto elegante; nella coroncina bianca c'è anche il riferimento a Futuro comune con Massimo Zedda, altra lista che si era presentata alle regionali. Così il nome del sindaco uscente è presente in ben due emblemi della coalizione.

16) Cagliari città d'Europa

Altra lista in corsa nell'ambito del centrosinistra è Cagliari città d'Europa, in cui è sempre la Sella del Diavolo al centro dell'emblema, condito con le stelle europee (il nome della lista è tutto contenuto nella corona rossa, ma l'accento di "città" deborda giusto un po' nell'area europeo). Non ci sono simboli di partito nel contrassegno, ma la lista è frutto dell'iniziativa comune di Centro democratico Sardegna, del Partito socialista italiano, dell'Unione popolare cristiana, nonché non meglio precisati "civici e indipendentisti". L'idea è di promuovere una dimensione europea della città, per darle un nuovo futuro su scala decisamente più ampia: quale sarà l'esito dell'esperimento? 

17) Marzia Cilloccu per Cagliari

Oltre a quelli della candidata sindaca e del sindaco uscente, fa la sua comparsa sui simboli anche il nome della precedente assessora al turismo di Cagliari. Nasce così la lista Marzia Cilloccu per Cagliari, che rende manifesto l'apporto alla coalizione di Cilloccu, che aveva partecipato alle primarie per scegliere di chi avrebbe rappresentato alle elezioni al centrosinistra. L'emblema è piuttosto semplice: anche qui si riprendono i colori cittadini, ma spicca una stilizzazione del sole (che, sopra al segmento blu, sembra illuminare il mare). Sembra quasi che lo spirito di promozione turistica abbia contagiato - comunque non senza stile - anche la grafica elettorale.

18) Campo progressista Sardegna

Penultimo tra i simboli sorteggiati è quello del Campo progressista Sardegna, che torna sulle schede elettorali dopo le regionali. E se lì Massimo Zedda aveva scelto di tenere per sé il nome che avrebbe voluto utilizzare Giuliano Pisapia per organizzare un'area del centrosinistra, il simbolo è stato passato così com'era a Francesca Ghirra che, nelle intenzioni della coalizione, dovrebbe prendere il posto di Zedda. La grafica, infatti, è identica, fatta eccezione per il nome della candidata inserito al posto di quello dell'ultimo sindaco di Cagliari. Graficamente c'è qualche richiamo velato alla grafica di Sel, partito da cui Zedda proviene e che tre anni fa aveva sfiorato l'8%.

19) Partito democratico

L'ultima piazza su schede e manifesti è stata riservata all'unico simbolo realmente di partito della coalizione, quello del Partito democratico. Se però nel 2016 il Pd aveva scelto di schierare il suo emblema schietto, senza alcuna ulteriore indicazione, questa volta la grafica è confinata nella parte superiore, per poter ospitare in basso un segmento (non verde o rosso come in altre occasioni, ma rosso e blu sempre in ossequio ai colori cittadini) in cui inserire l'indicazione dell'aspirante prima cittadina. Il cognome è senz'altro ben visibile (giusto un pelo meno evidente rispetto a SiAmo Cagliari), ma si vede bene anche la parola "sindaca", tanto corretta quanto rara. Tre anni fa il Pd, col suo 19,25%, era stato la forza più votata; difficile che il livello di allora sia raggiunto anche questa volta.

sabato 8 giugno 2019

Dc-Rotondi ri-congelata: "Presto una fondazione per litigare in pace tra diccì"

Inutile negarlo, tocca tornare sempre - e non con dispiacere - sui luoghi dei delitti, specie se hanno continuamente cose da raccontare. Non c'è dubbio che, per chi frequenta da tempo questo luogo, il principale sia la Democrazia cristiana. Non di rado, nuovi spunti per occuparsi della vicenda scudocrociata vengono forniti da Gianfranco Rotondi, "uno degli ultimi democristiani praticanti", secondo il servizio che il Tg1 (con Andrea Bovio) giusto oggi ha dedicato all'ultima - per ora - puntata della storia. 
Non più tardi di mercoledì 5 giugno Rotondi, eletto deputato di Forza Italia in quota Rivoluzione cristiana, aveva fatto arrivare ai media una dichiarazione che suonava come la presa d'atto di una sconfitta: "Inutile far finta che non sia successo niente: la nostra linea era di costruire la Dc nel Ppe, il risultato è che tutti assieme abbiamo fatto il 9% e i voti sono tutti di Berlusconi. Mi assumo le mie responsabilità, per piccole che siano, e passo la mano". Aveva così reso pubbliche le proprie dimissioni dalla guida non di Rivoluzione cristiana, partito la cui attività era stata sospesa già ad agosto dell'anno scorso, ma della Democrazia cristiana, fondata il 25 ottobre 2004 ad Avellino, ribattezzata otto mesi esatti dopo - il 25 giugno 2005, giorno dell'assemblea di lancio all'hotel Summit di Roma con Paolo Cirino Pomicino e altri big Democrazia cristiana per le autonomie, operante sino al 9 febbraio 2008 (giorno in cui il consiglio nazionale scelse di aderire al berlusconiano Popolo della libertà) e "congelato" dal 13 dicembre dello stesso anno (quando lo stesso organo decise la sospensione delle attività in vista della fondazione del Pdl come partito) al 31 agosto 2018, quando toccò appunto alla Dca (ribattezzata di nuovo Dc) essere "ridestata" per prendere il posto di Rivoluzione cristiana.
A quanto pare, però, la vita della "scongelata" Dc - ex Dca è durata poco più di nove mesi: dopo le dimissioni di Gianfranco Rotondi, sarebbe arrivata la decisione di una nuova svolta, che anche stavolta ha la forma della sospensione dell'attività partitica (ormai lo si è capito, che un partito italiano si sciolga sul piano giuridico è un evento più unico che raro, anche per difficoltà giuridiche non di poco conto). Nessun successore di Rotondi alla presidenza, dunque, ma un percorso diverso, illustrato in una conferenza stampa - con al fianco Giampiero Catone, da tempo vicino a lui e prima ancora a Buttiglione - tenutasi stamattina a Pescara, la stessa città in cui si era data notizia a fine agosto del 2018 del "risveglio" di una Dc (e non certo "della" Dc storica, ma i frequentatori assidui di questo sito non hanno bisogno di sentirselo dire) e in cui secondo Rotondi sarebbe nata la storia proprio di quella Dc (che, pur nata in Irpinia, presentò le sue prime liste nel 2005 proprio alle regionali in Abruzzo, oltre che in Piemonte, Marche, Campania e Puglia; il seggio abruzzese, peraltro, non uscì a Pescara ma a Chieti).
Vista la delicatezza della materia, è meglio rivolgersi direttamente all'interessato e cercare di capire con lui come sono andate le cose.

Rotondi, nemmeno il tempo di far scongelare la "sua" Democrazia cristiana e, dopo qualche mese, è già il momento di rimetterla in ghiaccio?
Ma no, il progetto continua, è solo un modo diverso di proporlo. In questi mesi abbiamo fatto delle "prove tecniche di trasmissione", presentando liste dei due partiti democristiani - Udc e Democrazia cristiana - "riannodati", con lo scudo crociato: in Abruzzo si è sfiorato il 3%, in Piemonte l'Udc-Ppe ha preso l'1,15%. 
E che ne pensa?
Parlando al di fuori di tutti i convenevoli politici, se avessimo avuto una Forza Italia in salute, con il 20% anche solo di qualche anno fa, poteva starci una Dc-Udc lievito del grande panettiere Berlusconi, sarebbe andata bene così. Ci siamo però trovati di fronte però a un fatto nuovo: non solo la Dc non ha sfondato - quelle percentuali sono quelle che ho fatto io dopo che nel 2004 avevo lasciato l'Udc - ma abbiamo assistito al disastro di Forza Italia, con il suo 9% scarso alle europee che oggi nei sondaggi è ancora più basso, poi Toti che va verso la scissione e chissà cos'altro. Di fronte a questo scempio, col nuovo bipolarismo populista e il centro soffocato in culla, da dirigente politico mi sono posto il problema di cosa fosse più giusto fare della Dc e, in condivisione con gli amici di questo lungo percorso, mi è venuta l'idea di trasformarla in fondazione, o meglio, di mettere il simbolo fuori dal mercato elettorale, facendo un passo indietro e invitando tutti a darci una regolata: l'aereo centrista viaggia a rotta di collo verso lo schianto, al più si può discutere se finirà in mare o sulla terraferma, ma che l'aereo sbatta è chiaro, quindi ho voluto provocare un piccolo shock.
Quali passaggi sono stati fatti in questi giorni, "con tanto di atti sottoscritti dal notaio", come recita una nota diffusa una manciata di ore fa?
Chiariamo bene quest'aspetto, che a noi due è chiaro ma forse alla gran parte delle persone sfugge. Occorre calarci nell'ottica di cosa sia un marchio politico: di quale simbolo e di quale nome parliamo? Il nome è quello della Democrazia cristiana, cosiddetta "delle autonomie", che è l'unico uso legittimo di quell'antico nome che sia stato fatto nella vita politico-elettorale italiana dopo la "fine" della Dc nel 1994: questo perché non viene da favolette ben inventate di fantomatiche sentenze che non esistono, ma da un'autorizzazione rilasciata dal Partito popolare italiano a me nel 2004. Io fui autorizzato a usare quel nome per il mio partito, tant'è che io l'ho costantemente usato, hanno provato in molti a farmi causa per questo ma io ho sempre vinto.
E il simbolo?
Il simbolo di cui parlo, invece, è lo scudo crociato che nel 1995 Rocco Buttiglione ricevette con i "patti di Cannes" e che è stato usato dal Cdu, partito guidato da Buttiglione [di cui Rotondi è tuttora tesoriere e legale rappresentante]: la mia Dc e il Cdu sospendono le attività e devolvono i propri segni distintivi a una fondazione, che nel caso specifico è la Fondazione Fiorentino Sullo, di cui io sono e resto presidente e che avrà come direttore del comitato scientifico il professor Buttiglione. La mia Dc, dunque, devolve alla fondazione il nome, il Cdu devolve il simbolo: preciso che stiamo parlando di segni distintivi in un'ottica civilistica, dunque i rispettivi soggetti politici sono titolari dei segni che devolvono; non parliamo affatto di un uso elettorale, che noi escludiamo perché crediamo di più in un'operazione sul terreno culturale. Che poi ci siano altri partiti, a partire dall'Udc, ma anche le Dc di Renato Grassi e di Angelo Sandri - per dire un paio - che usano lo scudo crociato, sia pure in forma diversa, noi non lo contestiamo, ognuno resta libero di fare come crede; in termini politici pensiamo però occorra fare un passo in avanti, cioè non tenere in vita i partitini, tra i quali ormai c'è anche Forza Italia, ma avere un'ambizione più grande: creare un centro forte. La Germania ha galoppato fin qui grazie a un centro forte, in Europa il centro forte esiste e la traina: e se l'Italia arretrasse proprio perché non c'è più la Dc o, comunque, un centro forte?
Mi scusi, ma penso sia opportuno chiarire meglio alcuni passaggi. Non ne ha parlato, ma immagino che alla fondazione sia stato devoluto anche il simbolo della Dc - ex Dca, dunque quello con le bandiere italiana ed europea sventolanti...
Esattamente, è stato devoluto tutto, di fatto e in parole povere i partiti hanno chiuso bottega [anche se, almeno per la Dc-Rotondi, è molto presto per parlare di liquidazione o scioglimento, ndb].
Di liquidazione del Cdu lei però aveva iniziato a parlare già a metà agosto dell'anno scorso, sbaglio?
No, ma noi abbiamo in questo caso rivolto a tutti gli amici, iscritti, dirigenti e parlamentari del Cdu l'invito a entrare nella Fondazione Sullo, continuando la loro attività in quella sede.
Ora, posto che la "sua" Dc e il Cdi hanno ceduto i propri segni distintivi e non quelli storici della Dc (per quanto simili possano essere), mi spiega come fa a cedere alla fondazione un nome di cui ha avuto il riconoscimento dell'uso esclusivo, ma di cui non è titolare, visto che la proprietà della denominazione "Democrazia cristiana" è tuttora del Ppi - ex Dc rappresentato da Luigi Gilli e Nicodemo Oliverio (come si legge nel loro atto e anche nell'atto costitutivo della "sua" Dc)?
Beh, diciamo che esiste ormai un uso plurale del nome. Certo, il nome è in campo al Ppi - ex Dc, poi esiste l'uso fatto dal nostro partito, consolidatosi nel tempo, perché quando un partito presente in Parlamento utilizza il nome di fatto gli appartiene, vale come il simbolo; ci sono poi varie associazione, come quella di Sandri e quella di Grassi che citavo prima e che, a torto o a ragione, hanno finito anch'esse per consolidare un uso corrente del nome. Come dicevo, non è nostra intenzione andarglielo a contestare, non ci importa nulla perché noi facciamo un'altra cosa. 
D'accordo, però allora diciamo che alla Fondazione Sullo lei conferisce la titolarità dell'uso legittimo del nome, non la titolarità del nome in sé: sembrerà pure una questione di lana caprina, ma non lo è...
Diciamo che concediamo alla fondazione un uso non elettorale: quell'ente, se si mettesse in testa di fondare un partito, non lo potrebbe fare, perché andrebbe a confliggere con accordi precedenti che io e lei conosciamo bene.
Tornando ai segni distintivi, è curioso notare che nell'atto costitutivo della "sua" Dc si fosse identificato come simbolo "un cerchio con fondo blu scuro, con al centro uno scudo crociato con la scritta 'Libertas' e intorno, sotto lo scudo, la dicitura 'Democrazia cristiana'". Quel simbolo però, solo descritto e non allegato all'atto, non si è mai visto, o sbaglio?
Eh no. Vede, inizialmente si era immaginato un primo simbolo che contenesse uno scudo crociato con sette punti di differenza rispetto a quello dell'Udc, così da superare la prova di confondibilità, perché in quel modo sarebbe stato approvato dalle varie commissioni. Decidemmo però poi di non usare quello scudo, perché quella confusione avrebbe potuto danneggiare l'Udc ma anche noi: per questo ci siamo limitati a chiedere al Ppi di legittimare il nostro uso del nome e niente di più, utilizzando poi la prima versione del simbolo con le due bandiere, giusto un po' meno sventolanti [che erano a loro volta state mutuate dai Cristiani democratici europei di Stefano Pedica e Alessandro Meluzzi, ndb].
Eppure, in occasione delle elezioni suppletive del 2005, al Viminale era stato depositato un simbolo che nella parte superiore era quasi identico al precedente, ma sotto c'era effettivamente uno scudo crociato, ma solo stilizzato, tracciato a pennello.
In effetti fu un tentativo portato avanti dal compianto senatore Gianni Prandini, che volle provare comunque a introdurre uno scudo crociato nel simbolo: fu una specie di test, cui però nessuno di noi credeva granché. Uno dei nostri provò a utilizzarlo, ma non fu mai il nostro simbolo [anche perché risulta che sia stato ricusato dal Viminale e sostituito con l'emblema ufficiale, ndb]. 
Fu in compenso molto simpatico un emblema che apparve alle elezioni regionali in Calabria di quel 2005: il nome era lo stesso, ma c'era una stilizzazione della balena dai contorni bianchi, il tutto su fondo azzurro e con la scritta "Ecologisti democratici". Eravate sempre voi?
In effetti sì, anche se in realtà si trattava della componente dei Verdi Verdi - Verdi Federalisti, che ci aveva concesso proprio tra febbraio e aprile del 2005 di formare una componente autonoma alla Camera con il nome "Ecologisti democratici" [perché Verdi Federalisti non sarebbe stato accettato dalla Federazione dei Verdi, ndb]. Loro pensavano di avere un certo radicamento locale, ma in effetti arrivarono poche manciate di voti.
Poi venne il tempo delle autonomie, anzi, della Democrazia cristiana per le autonomie: era stato solo un modo per evitare di essere accusati di confondibilità dagli altri soggetti che detenevano o ritenevano di detenere il nome originale?
Assolutamente no: fu un bidone che ci tirò il simpatico futuro presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo. In vista delle elezioni politiche del 2006 disse che avrebbe fatto la lista insieme a noi, ma fece capire che per allearsi sarebbe stato necessario cambiare il nome, visto che lui aveva il suo Movimento per l'autonomia in Sicilia. Fin dal giugno 2005 noi cambiammo il nome, in quell'assemblea fondativa intervenne anche Lombardo, poi lui a febbraio del 2006 si alleò sì con la Casa delle libertà, ma fece un cartello con la Lega Nord. In pratica facemmo un matrimonio per il quale cambiammo il cognome, ma perdemmo lo sposo... e mi creda, quel cambio di nome ci fece male, anche sul piano dei contenziosi giuridici che avevamo in corso.
Tornando al matrimonio più recente, possiamo dire che gli atti compiuti in questi giorni sono la prosecuzione del cammino iniziato un anno fa, quando il Cdu aveva ceduto il suo simbolo alla Fondazione Sullo.
Esatto, andiamo semplicemente avanti, non cambia nulla, perché la fondazione farà molto di più di quello che ha fatto il partito: congressi, eventi, corsi di formazione, seminari, investimenti sulla formazione dei giovani. L'unico cambiamento è che quel soggetto non presenterà sue liste: al massimo metterà candidati nel partito del centro che verrà.
Lei ha annunciato la presentazione della fondazione per venerdì 12 luglio, alle ore 15, alla Camera dei deputati. Avrete una sede, magari quella avellinese che l'anno scorso fu al centro di sgradevoli visite indesiderate?
In realtà non avremo sedi fisiche: questa non è una fondazione ricca che può permettersi grandi sedi, anche se rimarrà quella legale di Avellino. Per il resto sarà un luogo virtuale: costituiremo una piattaforma apposita, analoga - pur se con mezzi ben più limitati - a Rousseau, un luogo interattivo cui i soci potranno iscriversi, partecipare, esprimersi, discutere, votare sulle posizioni da prendere. Il grosso del lavoro sarà online e fisico: online per la connessione tra i soci e fisico perché si organizzeranno incontri tra gli aderenti ed eventi attraverso i quali la fondazione si fa conoscere. Aggiungo che prima di questi cambiamenti la Fondazione Sullo nel suo statuto era del tutto "agnostica", mentre nelle nuove regole comuni si è riconosciuto alla fondazione il diritto di sostenere partiti, movimenti e candidati, per cui se ci sarà qualche soggetto meritevole la fondazione potrà democraticamente decidere di sostenerlo.
A breve quindi è previsto il lancio di un sito internet?
Certo, ora la fondazione dovrà adeguarsi a tutte le norme cui le fondazioni devono sottostare: dovrà mettere online i bilanci, le voci di spesa, le carte bollate e ogni altro documento richiesto.
A chi penserà che sia in arrivo un'altra Dc, la risposta sarà no?
Esatto, perché non presenterà liste, si limiterà a sostenere partiti affini. Diciamo che scende in campo una fondazione che punta a riunire davvero per la prima volta tutti i democristiani, che potranno finalmente litigare in santa pace senza essere obbligati a stare insieme in un partito o in una coalizione. La fondazione sarà un luogo di discussione, con questo portale in cui i democristiani potranno esercitarsi nella cosa che riesce loro meglio, litigare appunto.
Questo spazio non poteva essere l'Istituto Luigi Sturzo, che più "campioni di scudo crociato" nel corso degli anni avevano indicato come luogo in cui riconoscersi tutti?
No, perché si tratta di realtà diverse. Lei ha citato un'istituzione culturale, alla quale in effetti abbiamo dato tutti i documenti storici di cui eravamo in possesso; la fondazione è uno strumento di battaglia politica. La lotta non è finita, anzi entra nella fase più bella. Il primo dei nostri interlocutori rimane Silvio Berlusconi, perché è il leader del Partito popolare europeo in Italia; poi ci sono i capi dei due partiti democristiani principali, Lorenzo Cesa e Mario Tassone. Poi ci sono altre persone che mostrano se non altro un interesse e usano un linguaggio democristiano, per cui hanno la nostra attenzione: penso al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per noi molto più interessante di tutto il resto del governo. C'è poi Urbano Cairo, del cui ingresso in politica si parla sempre di più: noi come fondazione saremmo lieti di ascoltarlo e conoscerlo meglio.

venerdì 7 giugno 2019

Stop a Socialisti nazionali? Meglio Censurati (ed eletti) per Fascismo e libertà

Si è dato conto ieri del contenuto della sentenza del tribunale di Mantova sui Fasci italiani del lavoro, precisando che a dispetto dell'assoluzione dalle accuse di ricostituzione del partito fascista e di apologia di fascismo sarebbe stato ben difficile rivedere sulle schede il precedente simbolo con il fascio repubblicano. In sede elettorale, tuttavia, il metro di giudizio sembra essere diventato ancora più severo - soprattutto dopo il "caso Sermide", ma anche prima non scherzava - e la mannaia colpisce ormai anche altri emblemi, diversi dal fascio. Lo dimostra bene la vicenda del contrassegno del Partito socialista nazionale, non ammesso alle elezioni che si sono tenute il 26 maggio a Cellarengo, in provincia di Asti.
Chi pratica da tempo questo sito sa che quel nome - Psn - e quel simbolo, con aquila ad ali spiegate che ghermisce un sole nascente, sono una soluzione di ripiego per il Movimento Fascismo e libertà: lo statuto precisa che essi sono utilizzabili "per soli fini elettorali, qualora le condizioni lo rendessero consigliabile", ogni qual volta dunque non è possibile l'uso del simbolo originario con nome e fascio romano o le varianti che conservano il fascio, da solo o accompagnato alla sigla tricolore maiuscola Mfl o a quella - puntata - del Psn. Proprio nel 2014, il segretario nazionale del Mfl Carlo Gariglio si era candidato come sindaco di Cellarengo, presentando fin dall'inizio il simbolo del Partito socialista nazionale: in effetti cinque anni prima sua moglie, Roberta Fusco, aveva potuto correre regolarmente con il simbolo ufficiale del partito (anche se, con il suo 5,68%, non era entrata in consiglio), ma nel frattempo si erano succedute varie decisioni e sentenze che avevano sostanzialmente sbarrato la strada a simboli contenenti riferimenti anche non espliciti al fascismo o con la presenza del solo fascio, quindi aveva preferito non rischiare. Questo soprattutto perché, nel 2014, ci sarebbe stata solo un'altra lista sulla scheda (ovviamente espressione della comunità locale), quindi partecipare alle elezioni avrebbe automaticamente comportato, alla peggio, l'elezione di tre consiglieri di minoranza: così è stato, dunque la lista denominata "Partito socialista nazionale" ha raccolto l'11,35% (42 voti su 370 validi) e ha ottenuto tre consiglieri, compreso lo stesso candidato sindaco.
Quest'anno si è riprodotta la stessa situazione di due liste e Gariglio si è di nuovo proposto come primo cittadino ed è stato eletto: ha ottenuto 48 voti su 380 (il 12,63%) e ha confermato i tre seggi in consiglio. Il simbolo che è finito sulle schede, però, non era quello votato cinque anni prima, ma un semplice cerchio bianco con la parola Censurati scritta in Times New Roman Bold al centro. Un contrassegno evidentemente di protesta, presentato per segnalare che qualcosa di sgradevole e sgradito era nel frattempo avvenuto. Lo stesso Gariglio, sul suo profilo personale di Facebook, ha raccontato l'accaduto, di cui qui si cercheranno di riprendere i fatti, per inquadrare meglio la vicenda.


I fatti

Come nel 2014, Gariglio aveva preferito depositare già in prima battuta il simbolo, già ammesso cinque anni prima, del Partito socialista nazionale, sperando che non ci fosse bisogno di sostituirlo, ma non volendo compromettere la possibilità di cambiarlo qualora non fosse stato ammesso: probabilmente ricordava il caso delle elezioni comunali di Montelapiano (Ch), in cui una candidata del Mfl si era vista ricusare il simbolo ufficiale del partito e anche quello sostitutivo, con il fascio e la sigla tricolore, ma al nuovo tentativo di sostituire l'emblema si era sentita opporre un netto rifiuto dalla Sottocommissione elettorale circondariale di Atessa e il Tar Pescara (sent. n. 363/2012) aveva confermato che "con la presentazione del secondo simbolo, la ricorrente ha esaurito la possibilità concessa dalla legge e, pertanto, il terzo simbolo proposto (fascio e scritta PSN) non era comunque più proponibile". Piuttosto che cercare di far valere le ammissioni precedenti dei simboli col fascio (anche privi di altri elementi), era meglio puntare su qualcosa di sicuro.
La sicurezza, tuttavia, non aveva basi solide: lo stesso Gariglio è stato informato telefonicamente da un funzionario che il contrassegno con cui era stato eletto nel 2014 questa volta non era accettabile. Ciò a norma del paragrafo delle Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature redatte dalla Direzione centrale dei servizi elettorali del Ministero dell'interno, in base al quale tra i compiti della commissione elettorale circondariale c'è la ricusazione dei "contrassegni in cui siano contenute espressioni, immagini o raffigurazioni che facciano riferimento, anche indirettamente, a ideologie autoritarie (per esempio, le parole 'fascismo', 'nazismo', 'nazionalsocialismo' e simili), come tali vietate a norma della XII disposizione transitoria e finale, primo comma, della Costituzione e dalla legge 20 giugno 1952, n. 645". 


Il precedente al Consiglio di Stato (rilevante?)

Quelle righe, tra l'altro, erano state aggiunte proprio nell'edizione delle Istruzioni del 2014, "proprio in nostro onore", come ha notato sarcasticamente Gariglio: in nota, infatti, il testo richiamava la sentenza n. 1354/2013 della quarta sezione del Consiglio di Stato, relativa nuovamente al caso della lista Mfl a Montelapiano. Per i giudici di Palazzo Spada (redattore risulta essere Francesco Caringella) il divieto di organizzazione del partito fascista limita il diritto di associarsi in un partito politico (art. 49 Cost.) e di accedere alle cariche elettive (art. 51 Cost.) e fissa "un'impossibilità giuridica assoluta e incondizionata". per cui "impedisce che un movimento politico formatosi e operante in violazione di tale divieto possa in qualsiasi forma partecipare alla vita politica e condizionarne le libere e democratiche dinamiche" e il precetto non può essere attuato solo sul piano penale, ma occorre che sia esteso "ad ogni atto o fatto che possa favorire la riorganizzazione del partito fascista". 
Anche se non è prevista espressamente per legge l'ipotesi di ricusazione di un contrassegno che violi la XII disposizione finale (e nemmeno il relativo potere ricusatorio), per il Consiglio di Stato le disposizioni sull'esame e l'ammissione delle liste si riferiscono "a situazioni in astratto assentibili sul piano della superiore normativa costituzionale senza fungere da garanzia per situazioni già vietate, in via preliminare e preventiva, dall'ordinamento costituzionale", per cui una commissione elettorale implicitamente può (e deve) escludere dalla competizione "i simboli attraverso i quali si persegue il fine originariamente vietato dall'ordinamento giuridico". A sostegno della tesi, i giudici citavano il parere del Consiglio di Stato n. 173/94, per il quale - lo si è ricordato ieri - è impossibile "che un raggruppamento politico partecipi alla competizione elettorale sotto un contrassegno che si richiama esplicitamente al partito fascista bandito irrevocabilmente dalla Costituzione".
Allora come oggi, Gariglio nutriva molti dubbi su quelle interpretazioni e sul passaggio delle Istruzioni che le riferiva (una "porcata scritta male e pensata peggio"). Innanzitutto notava - correttamente - che né la XII disposizione finale della Costituzione né la "legge Scelba" del 1952 facevano alcun riferimento al nazionalsocialismo (e lo si è detto già quando si è trattato, con ampiezza, il caso del partito Nsab); lamentava poi la mancata inclusione, tra le "ideologie autoritarie", del comunismo, con la conseguente ammissione di partiti comunisti di varia natura ("ad ogni elezione, si moltiplicano i criminali eredi degli assassini bolscevichi"). Se in questo senso potrebbe essere facile dire che falce e martello sono stati utilizzati ben prima che diventassero la bandiera dell'Unione sovietica, si deve ammettere che lo stesso discorso vale per il segno del fascio littorio, segno romano (e prima ancora etrusco) ben prima di essere adottato dalla Repubblica romana di Mazzini e, in seguito, dal fascismo. 
Già qui, insomma, si può vedere che c'è almeno un problema di coerenza interpretativa, non semplice da sanare. Al di là di questo, occorre ricordare che la sentenza del Consiglio di Stato del 2013 faceva riferimento a simboli ben precisi, contenenti un fascio e parole o sigle altrettanto precise: il simbolo di cui si discuteva in questo caso era diverso, mancando ogni riferimento letterale al fascismo e ogni riproduzione di un fascio, dunque il contenuto della sentenza non era automaticamente applicabile al nuovo emblema. Anzi, il fatto stesso che nel 2014 il simbolo del Partito socialista nazionale fosse stato ammesso anche se sulle Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature era stata prevista la ricusazione per i simboli riferiti a ideologie autoritarie, con tanto di citazione della sentenza amministrativa del 2013, poteva far pensare che quel contrassegno avesse passato l'esame in presenza di quelle regole dettate non con legge, ma in via interpretativa ed esecutiva.


Le contestazioni

Come si è detto, a dispetto del "precedente" del 2014, nell'ultima consultazione amministrativa il contrassegno del Partito socialista nazionale non è stato ammesso. A quanto si apprende dal post del segretario e candidato sindaco Carlo Gariglio, sarebbe stata contestata innanzitutto la natura fascista del simbolo dell'aquila; secondariamente, il nome stesso del partito avrebbe rievocato troppo da vicino il nazionalsocialismo, "interdetto" dalle Istruzioni ministeriali; da ultimo, sarebbe stato messo in discussione l'uso del sole nascente in quanto emblema tipico del Partito socialista democratico italiano, dunque impiegato "senza titolo". 
L'ultima contestazione mossa è quella su cui è più facile esprimersi, se non altro per riconoscere che, in effetti, il sole nascente utilizzato nel simbolo del Psn è proprio identico a quello del Psdi: sono stati ritagliate la sigla del partito e la parola "socialdemocrazia", ma per il resto l'emblema è del tutto identico; non è poi vero che il Psdi non esiste più, come sostiene nel suo post Gariglio, perché - pur non presentandosi quasi mai alle elezioni ed essendo assente dalle Camere da molto tempo - il partito è tuttora esistente, guidato da Renato D'Andria e ancora alle elezioni politiche del 2018 ha depositato al Viminale il proprio simbolo, pur non avendo poi presentato candidature e ha diritto a non veder riprodotto il proprio emblema altrove, pur se microscopico e privato di alcuni elementi. Gariglio ha invece ragione quando ricorda che il sole nascente è uno dei simboli del socialismo: se avesse fatto ghermire all'aquila un sole nascente diverso nei colori e nella foggia, ben difficilmente se lo sarebbe visto contestare. 
Sulla questione del nazionalsocialismo, si è già detto (sempre parlando di Nsab) che nessuna norma costituzionale o primaria condanna esplicitamente il riferimento al nazionalsocialismo (men che meno sul piano elettorale), ovviamente quando questo non si traduca in comportamenti che costituiscono reato sotto altri profili (a partire da quelli riferiti all'odio razziale). 
Quanto alla questione dell'aquila, è vero che essa, come il fascio, fa parte dei simboli "usati anche dal fascismo, non esclusivamente fascisti", come scrive Gariglio. Anzi, si può citare per l'ennesima volta il parere del 1994 del Consiglio di Stato, in cui - oltre a dire che l'eventuale giudizio negativo su un partito che adotti un simbolo fascista riguarda solo l'uso elettorale di quell'emblema, "lasciando ad altra sede [...] ogni giudizio sulla questione se quel raggruppamento politico integri o meno gli estremi della ricostituzione del partito fascista" - si ammette il potere evocativo "fascista" del fascio, ma si riconosce che "non si può dire che quel simbolo, in sé e per se, abbia un significato unico ed univoco - e forse si dovrebbe anche distinguere a seconda delle varie elaborazioni grafiche, diversificate dalla forma della scure e dalla sua posizione rispetto alle verghe: solo alcune versioni, infatti possono dirsi tipicamente fasciste". Lo stesso discorso vale per l'aquila, regolarmente ammessa in più consultazioni: da ultimo, per dire, alle politiche del 2018 è stato ammesso il rapace nel simbolo di Rete liberale, non contestato da alcuno. 
Hanno subito un trattamento peggiore, invece, le aquile ad ali spiegate e con lo sguardo rivolto di lato, più simili a quella adottata dalla Repubblica sociale italiana (chiedere al Movimento riscatto nazionale, che sempre nel 2018 ha dovuto sostituire il simbolo togliendo, tra l'altro, l'aquila; qualcosa di simile è accaduto pure nel 2013, con il simbolo di Rsi Nuova Italia). Anche qui, dunque, sarebbe forse bastato rappresentare fin dall'inizio in un'altra foggia l'aquila per evitare gran parte delle contestazioni relative a quell'elemento.
Ovviamente le indicazioni sulle modifiche al nome, al sole e all'aquila si sarebbero potute considerare anche per sostituire l'emblema (anche se l'esperienza insegna che il metro in sede di sostituzione di solito è più rigido, per cui spesso occorre allontanarsi sensibilmente dalla soluzione grafica depositata in un primo tempo, mentre rendere dall'inizio meno marcate certe somiglianze o allusioni può consentire più facilmente di evitare ogni censura). Qualcosa di simile si può ritrovare anche nel post dello stesso Gariglio: alle sue espressioni di insofferenza contro "abusi e sabotaggi" che avrebbe ricevuto più volte dalle prefetture, il funzionario avrebbe risposto di volerlo aiutare e non sabotare, "basterebbe andare a trovarlo ad Asti, modificare il tipo di aquila, cambiare qualcosa nella dicitura e in chissà cos'altro". 


Soluzioni, spiegazioni (poco convincenti) e stratagemmi futuri

Gariglio alla fine ha scelto di non andare nella sede della commissione (per non fare decine di chilometri e farsi prendere... in giro), preferendo inviare un nuovo emblema via mail. Vale a dire il cerchio bianco con la parola "Censurati" (e chissà se l'accento è sulla "u" o sulla "a"...), poi regolarmente ammesso dopo il riesame. Naturalmente Gariglio non ha rinunciato a rinnovare la polemica contro la prefettura, che da parte sua ha risposto attraverso il funzionario Paolo Mastrocola: "Il simbolo presentato da Gariglio è stato escluso in quanto non conforme in base alle ultime sentenze emesse in questi anni su casi analoghi. Si tratta di sentenze successive al 2014 ed è per questo che allora fu accettato e ora no".
Una risposta simile scatena inevitabilmente la curiosità del giurista, che dunque si mette alla ricerca di tutti i "casi analoghi" successivi al 2014. Ed è inevitabile che, nel database delle sentenze e ordinanze amministrative (le uniche che possono essersi occupate del tema, senza peraltro potersi esprimere in alcun modo sulla "legalità" del Mfl o di qualunque altra associazione, spettando questa valutazione alla magistratura penale), si debbano innanzitutto cercare i riferimenti alle pronunce relative al Partito socialista nazionale, per cercare l'analogia più stretta possibile, evitando peraltro riferimenti a casi in cui è stato usato il simbolo che accostava la sigla Psn al fascio (emblema più ricollegabile al fascismo rispetto all'aquila). Ebbene, se si cerca la parola "socialista" tra le pronunce dei giudici amministrativi e si escludono ovviamente le molte sentenze relative al Psi (o all'uso della rosa labour da parte di Pensioni & Lavoro quest'anno), si scopre che - ovviamente salvo errore - le sole sentenze in cui è citato il Psn sono relative a casi in cui è stato impiegato il simbolo con il fascio (come ad esempio relativamente alle elezioni del 2017 a Campofelice di Fitalia, in provincia di Palermo): nessuna sentenza di un Tar o del Consiglio di Stato, dunque, fa riferimento al simbolo presentato nel 2014 e nel 2019.
Altre sentenze relative al partito Nsab (che dunque contengono la parola "socialista" e possono rilevare per il tema trattato qui) non rilevano quasi mai, perché respingono sì i ricorsi, ma lo fanno solo per ragioni di rito, senza valutare i casi nel merito (compreso quello relativo alla giurisdizione sul contenzioso legato alla ricusazione del contrassegno alle politiche del 2018). C'è giusto la sentenza n. 632/2018 della seconda sezione del Tar Piemonte, in cui si dice che sarebbe "paradossale impedire la partecipazione alle competizioni elettorali di formazioni che si ispirano al partito fascista, ma non di formazioni di ispirazione filonazista o simili": si aggiunge che le Istruzioni ministeriali che prevedono anche il divieto di riferimenti al nazionalsocialismo sono conformi ai principi dettati dal Consiglio di Stato "in un'ottica di interpretazione doverosamente evolutiva" e si precisa che non rileva il fatto che in precedenza emblema e liste siano stati ammessi, "stante la legittimità della ragione posta a fondamento della decisione impugnata".
Ma a quali decisioni del Consiglio di Stato ci si riferisce? Il riferimento appena visto è ancora alla sentenza n. 1354/2013 sulle elezioni di Montelapiano, emessa dunque prima del 2014; la stessa pronuncia, peraltro, fa riferimento pure alla sentenza del Tar Brescia n. 105/2018, già incontrata in questo sito. Si tratta, infatti, della sentenza relativa al "caso Sermide", a seguito dell'ammissione della lista Fasci italiani del lavoro, che aveva ottenuto un seggio al consiglio comunale di Sermide e Felonica. Di nuovo, dunque, siamo di fronte a un emblema che appare molto più "fascista" di quanto non possa dirsi per il Partito socialista nazionale. Un'altra sentenza citata (tanto dal Tar Brescia quanto dal Tar Piemonte, sempre nel 2018), ossia la n. 2575/2013 del Consiglio di Stato, relativa all'esclusione del Mfl-Psn dalle elezioni comunali di Tonengo, piccolo centro dell'astigiano, precisa che non rileva il fatto che nello statuto (lo stesso di allora per il partito) non siano enunciati principi antidemocratici, "a fronte del diverso e [...] inequivoco messaggio contenuto nei simboli offerti al voto": più dello statuto (che in teoria non potrebbe essere controllato), dunque, conterebbe il simbolo usato, ma allora togliere il fascio non è servito a nulla?
Sulla base di quest'analisi - che cerca di essere il più possibile completa, anche se non si può escludere l'errore - sembra di poter dire che, a ben guardare, dal 2014 a oggi non ci sono state decisioni dei giudici amministrativi su casi realmente analoghi a quello di Cellarengo che possano far parlare di un reale nuovo orientamento contrario al simbolo con l'aquila e il sole nascente. Qualcosa, in effetti, in questi anni è successo: il clamore mediatico suscitato dal "caso Sermide", infatti, ha suggerito al Ministero dell'interno di rendere molto più visibile il passaggio delle Istruzioni legato alle ideologie autoritarie, dedicandovi un paragrafo apposito, anche se non dice in sostanza nulla in più rispetto a quello che era scritto già nelle edizioni precedenti della guida. Ognuno, sulla base di quanto detto fin qui, valuti in proprio se ciò era sufficiente a far cambiare idea sul simbolo del Partito socialista nazionale.
Il diritto (delle leggi, delle interpretazioni e delle decisioni), come si sa, nasce dal fatto. Ed è sempre nel fatto che sorgono le necessità che, com'è altrettanto noto, possono aguzzare l'ingegno. Non stupisce dunque che, guardando al futuro e a potenziali nuovi fatti e conseguenti decisioni giuridiche, Carlo Gariglio abbia già escogitato uno stratagemma: questo ha le sembianze di un nuovo emblema, semplice come quello di quest'anno, che accorpa le sigle puntate Mlf e addirittura Pnf. Ma è lo stesso contrassegno a premurarsi di illustrarle, spiegando che significano "Mai farsi limitare" e "Per non fermarsi". La soluzione potrà far storcere il naso a qualcuno, ma certamente non si tratta di un simbolo affetto da profili di illegittimità. Chissà che faccia faranno nelle varie commissioni elettorali, quando si troveranno davanti un emblema del genere...

giovedì 6 giugno 2019

Fasci italiani del lavoro: non illeciti, ma neanche elettoralmente legittimi?

Tra i comuni chiamati al voto quest'anno, c'era anche quello mantovano di Sermide e Felonica, finito al centro delle cronache quando, nel 2017, alle prime elezioni del comune frutto di fusione, si era presentata una lista dei Fasci italiani del lavoro ed era riuscita a eleggere in consiglio la candidata sindaca, Fiamma Negrini, dopo che nelle tre consultazioni elettorali precedenti relative al solo comune di Sermide (2002, 2007 e 2012) la stessa lista, con identico emblema e guidata dal padre Claudio Negrini, era stata regolarmente ammessa, anche se non aveva ottenuto nemmeno un seggio (come pure alle comunali di Castelbelforte, Felonica e Pieve di Coriano nel 2004). 
Come sa chi segue questo sito, una sentenza emessa dal Consiglio di Stato a maggio dello scorso anno aveva annullato le elezioni del 2017, ritenendo che la lista dei Fasci non dovesse partecipare alla competizione e che la sua presenza avesse inevitabilmente alterato l'intero evento elettorale (mentre il Tar, mesi prima, si era limitato a dire che la lista non avrebbe dovuto correre e aveva assegnato il seggio conquistato all'altra lista di opposizione). Contemporaneamente al contenzioso amministrativo sulla vicenda elettorale, peraltro, si era aperto il fronte penale della stessa vicenda, con le indagini iniziate a luglio 2018 dalla procura di Mantova, concluse mesi dopo con la richiesta di rinvio a giudizio per nove persone, sette delle quali - compresi Claudio e Fiamma Negrini - avevano chiesto il giudizio abbreviato: nella seconda metà di marzo era arrivata la sentenza di assoluzione da parte del gip (e il non luogo a procedere per le altre due persone coinvolte), ma soltanto ora è possibile ragionare sulle motivazioni depositate a metà aprile dal giudice Gilberto Casari.


Le accuse e i fatti

Le persone sottoposte a processo erano imputate a vario titolo in concorso (e con l'aggravante dell'essere più di cinque persone) dei reati di riorganizzazione del disciolto partito fascista e apologia del fascismo. Va ricordato che, per la legge n. 645/1952 (c.d. "legge Scelba"), riorganizzare il disciolto partito fascista significa perseguire "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista"; fare apologia del fascismo, invece, per la stessa legge significa fare propaganda "per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità" di riorganizzazione del partito fascista.
Le condotte riguardavano, come detto, il partito noto come Movimento Fasci italiani del lavoro, fondato con atto notarile il 25 maggio 2000, il cui simbolo originario - piuttosto simile a quello attuale, ma non proprio uguale - era così descritto nello statuto: "formato da una ruota dentata che rispecchia il simbolo del lavoro, di colore nero, sovrapposta da fascio rosso con a capo una punta di alabarda che rispecchia la Repubblica romana di Giuseppe Mazzini, il tutto in campo bianco racchiuso da un cerchio nero, nel quale, alla sua circonferenza interna, vi è posta la scritta che va da sinistra a destra 'MFL. Fasci italiani del lavoro' mentre alla base del fascio è posta una striscia tricolore a bande verticali riproducente la bandiera italiana che segue l'andamento del cerchio alla sua base al cui interno vi è la sigla M.F.L.".
Vari punti dello statuto - prodotto dal pubblico ministero - sono stati tacciati di apologia di fascismo e di propaganda razzista, considerando anche il riferimento al Manifesto di Verona del 1943, nel quale si legge tra l'altro che "gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica". In più, sul piano dei comportamenti, oltre alla denigrazione della democrazia, dei suoi valori e di quelli della Resistenza, sono stati contestati alle persone incriminate l'esaltazione di "esponenti, principi, fatti e metodi propri" del disciolto partito fascista, nonché il compimento di manifestazioni esteriori di carattere fascista (in manifestazioni pubbliche e con pubblicazioni cartacee e online), la propaganda del partito (tramite il sito e la pagina Facebook).


Il quadro normativo e giurisprudenziale

Il gip ha colto subito la cornice normativa e fattuale della vicenda: correttamente ha notato che la XII disposizione finale della Costituzione ("È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista") è una norma eccezionale rispetto all'art. 18 (libertà di associazione), all'art. 21 (libertà di manifestazione del pensiero) e all'art. 49 (diritto di associarsi in partiti): con riguardo a quest'ultima disposizione, il magistrato ha sottolineato che per i costituenti non è importante il fine ultimo della formazione politica, "qualora non penalmente rilevante". La stessa Assemblea costituente, che allora faceva le veci del Parlamento, aveva scritto nella legge n. 1546/1947 ("Norme per la repressione dell'attività fascista e dell'attività diretta alla restaurazione dell'istituto monarchico") che integra l'ipotesi prevista dalla XII disposizione "qualunque forma di partito o di movimento che, per l'organizzazione militare o paramilitare o per l'esaltazione o l'uso di mezzi violenti di lotta, persegua finalità proprie del disciolto partito fascista": ciò, per il giudice, "ammette implicitamente la possibilità di perseguire mediante il metodo democratico" obiettivi che non rientrano nell'orizzonte della costituzione (come, purché non fosse violento, non era illegittimo un partito monarchico, anche se l'art. 139 non ammette la revisione costituzionale sulla forma di governo repubblicana), quindi per loro non era punibile l'uso di mezzi non violenti per fare propaganda del partito fascista. 
Basandosi sia sul dibattito alla Costituente su quella che poi sarebbe diventata la XII disposizione finale (in questo sito se n'è ampiamente parlato nell'articolo sul partito Nsab, nel paragrafo La questione del "disciolto") sia sulla giurisprudenza costituzionale in materia (il giudice cita per esempio le sentenze nn. 1/1957, 74/1958, 15/1973, 254/1974), il giudice sottolinea come il divieto colpisca esclusivamente "forze neofasciste, che contemplino tra i loro obiettivi quelle specifiche finalità antidemocratiche proprie di quella determinata esperienza storica, che si avvalgono del metodo della violenza del movimento fascista e che propugnino i principi di quel partito". Il che significa, come si è già visto in passato, che è proibito soltanto voler ricostruire proprio quel partito fascista, con quegli stessi modi e fini, senza per questo trasformare l'Italia in una democrazia "protetta", da salvaguardare "dalle forze politiche che non ne condividono finalità e metodi, ponendole ai margini o fuori dal sistema democratico". 
Le sentenze già citate, peraltro, hanno escluso che le norme di legge attuative della XII disposizione - dunque la "legge Scelba" - fossero incostituzionali, confermando però che la loro lettura e applicazione doveva essere necessariamente restrittiva, proprio perché a monte c'era una disposizione eccezionale e derogatoria: per questo, secondo il giudice occorre sempre verificare "l'idoneità e l'efficacia dei mezzi posti in essere dal movimento incriminato rispetto al pericolo di ricostituzione del partito fascista". Come dire che, se il movimento non è effettivamente in grado di ricostituire il Pnf (quindi non c'è un pericolo concreto), non si può punire la sola idea. La stessa posizione della Corte costituzionale è stata tenuta dalla Corte di cassazione (in particolare, rileva la sentenza n. 7560/1982, emessa dalla sezione II penale). La stessa lettura decisamente materiale e concreta delle disposizioni incriminatrici è stata seguita dal Gup di Castrovillari nella sentenza del 6 aprile 2005 - citata nella sentenza sui Fasci - pronunciata relativamente alle condotte di vari esponenti di Forza Nuova: occorreva insomma che certi atti ed eventi dimostrassero univocamente la loro "preordinazione alla costituzione di un'organizzazione partitica volta a riaffermare, nel panorama politico-istituzionale odierno, il disciolto partito fascista" e a perseguire in concreto le pratiche antidemocratiche, violente e liberticide.


Il giudizio sul caso

Il gip chiamato a pronunciarsi, in piena adesione alla realtà, riconosce dal principio che il movimento dei Fasci italiani del lavoro è "di ispirazione palesemente e dichiaratamente fascista", come dimostrano il nome utilizzato, il fascio repubblicano "che nel comune cittadino evoca immediatamente Mussolini, e non Mazzini" e l'evocazione del corporativismo "quale opzione politica, economica e sociale preferita" rispetto a quelle marxiste e liberali. Per il giudice, tuttavia, non basta essere di ispirazione fascista per dire che si è ricostituito il disciolto partito fascista e, dunque, essere di fronte a una condotta penalmente rilevante.
Quanto allo statuto, tacciato - come si è visto - in vari punti di essere apologetico del fascismo e funzionale alla ricostituzione del disciolto partito fascista, il giudice nega che possa avere questo valore. Nel negare che la maggior parte degli italiani fossero estranei al fascismo, che questo sia stato "frutto della sola violenza esercitata contro il popolo italiano da una minoranza sopraffattrice" e che il regime sia rimasto in carica solo a seguito della corruzione dello spirito delle persone e della negazione dei diritti, coloro che hanno scritto lo statuto avrebbero dato "un giudizio storico sul peso del consenso popolare in relazione all'ascesa del fascismo e al consolidarsi del regime", tema su cui gli storici non hanno idee concordanti (e sul ruolo del consenso si cita anche l'opera di Renzo De Felice). 
Non sarebbe nemmeno illecito negare l'impossibilità per il fascismo di evolvere "verso l'acquisizione piena e totale della forma democratica, elettiva e pluralista", ritenere l'8 settembre 1943 "un tradimento consumato contro la Nazione", affermare il ruolo determinante del "peso militare delle armate anglo-americane d'invasione" per la fine della successiva Repubblica sociale italiana (non ammettendo che essa si sia conclusa per "una sollevazione popolare e unitaria di massa") o pensare che la "democrazia dei partiti" sia in realtà a sovranità nazionale limitata dalle potenze occupanti, foriera dell'attuale "degrado non più sopportabile della Nazione": si tratterebbe in tutti i casi di giudizi, che di nuovo vedono uno schieramento non compatto degli storici o, per quanto opinabili, sono comunque legittimi (anzi, il giudizio sui partiti ricorderebbe la polemica antipartitocratica degli anni '70, portata avanti da Pannella, Berlinguer e Almirante).
I riferimenti nello statuto originale al programma di San Sepolcro del 1919 (quello dei Fasci di combattimento), al di là del ribadire l'ispirazione fascista del partito, "non appare particolarmente significativo, nemmeno in astratto", sul piano della ricostituzione del partito fascista; il rinvio - nello statuto online - al Manifesto di Verona del 1943 rimanderebbe invece alla concezione corporativa, mentre l'accusa di propaganda razzista sarebbe da escludere per l'indicazione statutaria che esclude "ogni forma di discriminazione razziale, rivendicando il rispetto di ogni etnia" (così come altri documenti condannano gli attacchi agli immigrati stranieri). Ci sarebbe sì una contraddizione tra un'affermazione contenuta in un volume che raccoglie la dottrina dei fasci, in base alla quale riconoscere in modo incondizionato i diritti a tutti sarebbe "un'ingiustizia concreta", e l'articolo 2 della Costituzione (per il quale i diritti inviolabili dell'uomo sono riconosciuti e garantiti), ma lo stesso statuto del partito riconosce il metodo democratico e la necessità di salvaguardare i diritti fondamentali.
Sulla base di tutto questo, il giudice Casari nega che l'attività compiuta dagli incriminati come Fasci italiani del lavoro "abbia la capacità di mettere concretamente in pericolo l'integrità dell'ordinamento democratico e costituzionale", considerando che la stessa Corte di cassazione - sent. n. 1564/1980, della II sezione penale - non aveva ritenuto illegittimi "movimenti che facciano propria non la intera ideologia del disciolto partito fascista, ma soltanto alcuni punti programmatici dello stesso". In concreto, insomma, né lo statuto - che ha accettato pienamente il metodo democratico - né il "credo" del partito, né l'azione dei suoi aderenti avrebbero potuto mettere in pericolo lo stato democratico (si precisa che non risultano atti violenti, razzisti, xenofobi o "attività politica clandestina, fuori dai canali istituzionali"; non è privo di rilievo anche il bassissimo numero di aderenti al partito e la mancanza di "capacità penetrativa [...] nelle diverse regioni italiane", posto che ancora la Suprema Corte aveva richiesto, nella citata sentenza n. 7560/1982, l'idoneità a riorganizzare il disciolto partito fascista su base nazionale).


Applicare la legge Scelba estensivamente? No, perché...

Un punto particolarmente interessante è il seguito del ragionamento del giudice sull'applicazione della "legge Scelba". Merita di essere ripreso parola per parola per la riflessione che contiene (e che dovrebbe essere letta soprattutto dai non addetti ai lavori, che troppo facilmente rischiano di ragionare "in buona sostanza", senza prendere sul serio le disposizioni esistenti):
Non si tratta di reprimere solo le condotte finalizzate alla ricostituzione di una associazione vietata, ma di seguire un'interpretazione rigorosamente restrittiva delle disposizioni della legge Scelba (vista la loro natura di norme eccezionali), in ossequio all'insegnamento della Corte costituzionale e della Cassazione, verificando l'effettiva lesione dell'interesse protetto dalla legge. 
Del resto, si pensi ai risultati paradossali che potrebbe comportare un'interpretazione estensiva dell'art. 1 l. 645/52. 
Per integrare il reato basterebbe che un gruppo, anche se innocuo, di almeno cinque persone (magari tutte con la foto di Mussolini nel portafogli e il busto del Duce in sala da pranzo) fondasse un'associazione per ricordare, con toni altamente elogiativi, la figura e l'opera di Alfredo Rocco, o di Giovanni Gentile, o di Italo Balbo. Non si tratterebbe forse di gruppo che rivolge la sua attività all'esaltazione di esponenti propri del disciolto partito fascista? 
Idem per un'associazione, anche la più scalcinata e inoffensiva, fondata per ricordare, con accenti celebrativi, la marcia su Roma o la conquista dell'Etiopia. Anche in tal caso, seguendo un'interpretazione estensiva, vi sarebbe ricostituzione del disciolto partito fascista, in quanto gruppo che rivolge la sua attività alla esaltazione di un fatto proprio del predetto partito.
Correttamente il giudice ha ravvisato vari profili di somiglianza della vicenda dei Fasci italiani del lavoro con quella del Movimento Fascismo e libertà fondato da Giorgio Pisanò (il simbolo dei Fasci - come ricordato in passato - è praticamente uguale a quello depositato dal Mfl al Viminale per le elezioni europee del 2004, con l'aggiunta della ruota dentata e il nome diverso; in più alcuni aderenti ai Fasci - compreso lo stesso Negrini - avevano militato in precedenza nel soggetto politico di Pisanò, salvo poi decidere di lasciarlo per varare un progetto ritenuto più confacente). Quel soggetto politico e giuridico, sorto nel 1991, è puntualmente finito al centro di indagini e procedimenti legali, nessuno dei quali si è concluso con una qualche condanna: al di là dei richiami al fascismo storico, statuto e programmi erano (e sono) compatibili "con la piena accettazione delle istituzioni di democrazia rappresentativa e con il mantenimento delle libertà e dei diritti costituzionalmente garantiti". Proprio come per Fascismo e libertà, dunque, qui il giudice ha escluso che fossero stati integrati i reati di ricostruzione del partito fascista e di apologia di fascismo.


Niente reato, ma anche niente elezioni?

Con la sua sentenza, dunque, il giudice dell'udienza preliminare ha assolto i sette imputati che avevano chiesto il giudizio abbreviato: ora che si conoscono le motivazioni, si può capire perché è arrivata l'assoluzione e, per chi scrive, la scelta è stata assolutamente corretta. Norme eccezionali come quelle che rilevano in questo caso devono essere prese sul serio: pure se non si condivide un'idea politica e la si ritiene pericolosa, non si può solo per questo ritenerla fuorilegge.
Il problema, però, non si esaurisce così facilmente. Perché, già all'indomani della lettura del dispositivo di assoluzione, qualcuno si è subito interrogato sulla possibilità di utilizzare di nuovo in seguito il simbolo che ha scatenato la vicenda giudiziaria amministrativa e penale analizzata fin qui, visto che il gup ha ritenuto penalmente non rilevante un comportamento che per i giudici amministrativi era invece inaccettabile (al punto da arrivare ad annullare la consultazione elettorale del 2017).
Nell'immediato il problema non si è posto e non si porrà: alle elezioni del 26 maggio 2019, il gruppo legato ai Fasci ha utilizzato il contrassegno di Italia agli italiani tanto alle elezioni comunali di Sermide e Felonica, quanto a quelle per la sola municipalità di Sermide. E se alle comunali la lista - con Paola Quaglia come candidata sindaca - ha ottenuto il 7,87%, non sufficiente per ottenere un seggio (secondo Claudio Negrini sarebbe bastata una ventina di voti in più rispetto ai 315 ottenuti), un seggio alla lista è arrivato alle elezioni municipali, nelle quali Italia agli italiani ha ottenuto 527 voti (il 19,23%). Non è proprio la stessa cosa, ma è pur sempre un seggio che in parte restituisce al gruppo una forma di rappresentanza: ciò, tuttavia, avviene con un simbolo diverso rispetto a quello usato due anni fa (e, senza particolari contestazioni, anche nelle tre consultazioni precedenti sermidiane).
Non sarà proprio semplice per Negrini utilizzare di nuovo l'emblema del partito che ha fondato. Si è già ricordato che nel suo parere del 1994 il Consiglio di Stato, pur ammettendo che un partito potesse utilizzare il simbolo del fascio repubblicano romano, se disgiunto dalla parola "fascismo", aveva ritenuto inconcepibile "che un raggruppamento politico partecipi alla competizione elettorale sotto un contrassegno che si richiama esplicitamente al partito fascista bandito irrevocabilmente dalla Costituzione, con norma tanto più grave e severa, in quanto eccezionalmente derogatoria al principio supremo della pluralità, libertà e parità delle tendenze politiche". Un giudizio evidentemente distinto da quello penale e, come si vede, più severo, pur in assenza di norme esplicitamente dettate per l'ambito elettorale (non è mai entrato in vigore il noto "ddl Fiano" e non possono fungere da norma elettorale primaria le Istruzioni ministeriali): probabilmente, più che tutelare il diritto a candidarsi con la formazione preferita, si è preferito proteggere il meccanismo elettorale stesso da elementi che, anche solo sulla carta, potrebbero turbarlo
Si può comprendere questo scopo e al limite anche condividerlo, ma giuridicamente non può non avvertirsi la mancanza di disposizioni chiare che perseguano quello scopo e che, eventualmente, possano essere sottoposte alla Corte costituzionale per verificarne la legittimità. Un controllo che potrebbe essere condotto sulla base della lettura "materiale" che si è sempre data - almeno in chiave penalistica - della XII disposizione finale e delle sue disposizioni attuative o che, al contrario, potrebbe ritenere opportuno dare una diversa interpretazione di quel testo, più lontana dalle intenzioni dei costituenti: la Consulta ha l'autorità e l'autorevolezza per farlo, ma fino a quando non lo farà i dubbi sulla correttezza di letture restrittive rimarranno tutti. Al momento, chi ha fondato i Fasci italiani del lavoro e chi vi ha militato si è visto riconoscere che quel partito non poteva comportare ricostituzione del partito fascista o apologia di fascismo, ma paradossalmente non può partecipare alle elezioni, forse proprio per evitare che quei reati possano arrivare a compiersi (come se l'ordinamento, in versione un po' paternalista, dicesse "non lo faccio per me, lo faccio per te, perché tu non ti metta nei guai"). C'è qualcosa che non va in questo discorso: anche chi non condivide le idee di quel partito non può non comprenderlo.