venerdì 11 settembre 2015

Il Partito della Libertà... che non era di Berlusconi

Sono passati solo otto anni, eppure sembra passata una vita, visto che dal 2008 è cambiato quasi tutto, dalla scena pre-elettorale di allora: Beppe Grillo non era ancora in MoVimento, il Pd era una matricola ed era guidato da Veltroni, a sinistra c'era ancora Bertinotti, presidente uscente della Camera. L'unica costante, in qualche modo, è Silvio Berlusconi, ma anche il suo contenitore politico era diverso: messa per un po' in soffitta Forza Italia, si presentava alla prima prova delle urne il Popolo della libertà, joint venture con Gianfranco Fini deflagrata rovinosamente nel 2010.
All'inizio, però, quello di Berlusconi non era un Popolo, ma un Partito. Nel senso che dal 2005 il nome che circola con più insistenza per il soggetto politico destinato a fare da sintesi fra Forza Italia e Alleanza nazionale è proprio Partito della libertà. Nel 2007 Michela Vittoria Brambilla deposita come marchi italiani e comunitari il nome e il possibile simbolo del nuovo partito, poi ceduti a Berlusconi: la grafica è quella dell'arcobaleno tricolore “crescente” su fondo sfumato blu. 
La dicitura scelta, però, non è nuova
. Nel 2004 il dominio www.partitodellaliberta.it era stato registrato dalla Federazione dei liberali, partito nato all'indomani dello scioglimento del Pli e guidato da Raffaello Morelli. Scoperte le intenzioni di Berlusconi, la Fdl vuole fermare la Brambilla e Forza Italia, che però non avevano agito a caso. «Dei liberali che hanno una piccola formazione politica che milita nell’ambito della sinistra – aveva spiegato Berlusconi a Telese alla festa dell’Udeur – [hanno] registrato su internet il dominio Partito della libertà: […] avendo notizia che queste stesse persone avrebbero avuto l’intenzione di registrare anche il marchio per la politica […], ci siamo affrettati a depositare a Bruxelles questo nome.» 
Qualcuno dei suoi, forse, aveva provato a registrare il dominio per il sito del futuro partito e aveva fatto una scoperta amara, che ha spinto ad accelerare i tempi, con la "svolta del predellino" a San Babila.
Il 1° e il 2 dicembre 2007 i cittadini scelgono, gazebo per gazebo, che nome dare al nuovo soggetto politico tra le alternative «Il Partito della libertà» e «Il Popolo della libertà». 
Berlusconi comunica i risultati il 12 dicembre: se all'inizio prevale (di poco) l’opzione «Partito», il 63,14% dei votanti alla fine preferisce il «Popolo». Al di là delle leggende metropolitane (in base alle quali l'opzione 
«Popolo» sarebbe stata fatta prevalere proprio per non avere grane in seguito), i liberali fanno comunque causa: per il partito di Morelli il nome e il simbolo depositati dalla Brambilla sono una contraffazione di segni di cui la Fdl dispone da tempo e il nuovo partito berlusconiano vorrebbe mettere le mani sugli elettori liberali, usando proprio quel nome registrato da chi liberale lo è sul serio.
Alle elezioni del 2008 Berlusconi in effetti non usa il simbolo con la parola «Partito», mentre la Federazione dei liberali per precauzione deposita il logo con il nome «Partito della libertà» blu su fondo giallo e, alla base, un “sorriso” tricolore. Il fatto è che, 
«Popolo» o «Partito» che sia, la sigla resta Pdl: i giornalisti si confondono e qualcuno degli azzurri ci mette del suo (a partire da Sandro Bondi, che più volte parla di «Partito della libertà» e viene portato in tribunale, dovendosi impegnare a non usare più «erroneamente» quella dicitura). 
La sentenza arriva a ottobre del 2011, ma è favorevole a Forza Italia. Per i giudici del tribunale di Milano, i nomi a dominio sono un marchio di fatto e possono essere tutelati da usi indebiti altrui, purché ne sia provato l’uso e siano noti presso il pubblico. Forza Italia non ha dato prova di avere utilizzato quell’espressione prima del 2004, ma la Federazione dei liberali non ha dimostrato l’uso del domain name per identificare una pagina web chiaramente riferibile a sé, prima che la Brambilla chiedesse di registrare i marchi; lo stesso vale per la denominazione «Partito della libertà», il cui uso anteriore non è provato. Non sarebbe nemmeno stato violato il diritto alla personalità della Fdl: il partito di Berlusconi, infatti, non usa la parola «liberale», ma solo «libertà», per cui non lede i diritti di nessuno. In effetti i giudici riconoscono che Berlusconi e i suoi collaboratori, avendo depositato nome ed emblema pur sapendo che i liberali di Morelli avevano una legittima aspettativa a registrare il marchio «Partito della libertà», sono stati scorretti: per questo compensano le spese legali, ma non danno ragione alla Federazione.
In Europa, se possibile, per la Fdl va anche peggio: tutti i ricorsi per impedire la registrazione dei marchi della Brambilla sono respinti, perché il nome registrato da Morelli non è stato usato «nella normale prassi commerciale», cioè per averne un vantaggio economico. Morale: è importante arrivare primi, ma a volte non basta; nemmeno Morelli, in ogni caso, poteva immaginare che già alla fine del 2013 per il Pdl (quello berlusconiano, ovviamente) sarebbe arrivato il tempo della rottamazione.

giovedì 10 settembre 2015

Fdi diffiderà Alfano: "Via la destra da Ncd". Ma non serve a niente

"Ma cos'è la destra / cos'è la sinistra?" Sembra fin troppo facile appoggiarsi al tormentone creato da Giorgio Gaber e Sandro Luporini oltre vent'anni fa e, a quanto pare, destinato a non tramontare mai. Eppure la tentazione è forte, fortissima, nell'apprendere che Fratelli d'Italia è pronta a diffidare il Nuovo centrodestra affinché tolga dal suo nome - e, di riflesso, dal suo simbolo - la parola "destra". 
A darne notizia per primo è il Giornale, con un pezzo a firma Francesco Curridori. A illustrare l'iniziativa, che sembra nascere nel partito ma formalmente partirà dal basso, è Giovanni Donzelli, coordinatore dell'esecutivo nazionale di Fdi, che sul suo sito spiega: "Abbiamo lanciato una diffida formale al ministro degli Interni e Presidente del Nuovo Centrodestra Angelino Alfano ad utilizzare la parola 'destra' nel nome del partito al governo con Renzi. A recapitarla tramite l'avvocato (e responsabile cultura Fdi) Andrea Delmastro Delle Vedove saranno gli elettori di centrodestra che sottoscriveranno la diffida". 
La raccolta di firme sulla diffida inizierà a Firenze dopodomani, durante l'iniziativa "Alla destra del futuro", evento che vuole rilanciare la destra e preparare "Atreju 2015" (a Roma questa volta): in quella sede, probabilmente, Fratelli d'Italia prenderà qualche decisione sull'ormai vicina assemblea della Fondazione Alleanza nazionale, sull'uso del simbolo di An (rinnovare la richiesta o lasciar perdere?) e - soprattutto - sulla possibilità che la fondazione assuma un maggior impegno politico diretto, magari con la creazione di un partito che riprenda gli ideali di Alleanza nazionale (e, incidentalmente, possa contare sulle sue risorse residue).
Intanto, però, per dare maggior impulso alla destra pare ci sia bisogno di vietare quella parola a chi non è "degno" di usarla. Quale sia il "peccato" di Alfano, lo spiega direttamente Donzelli: "Alfano, intervenendo qualche giorno fa alla festa nazionale dell'Unità a Milano, ha ribadito la volontà di 'fare ancora un governo democratico e riformatore' insieme a Renzi e alla sinistra. Per questo noi lo diffidiamo dall'utilizzo della parola 'destra' nel nome del suo partito. Se non cambia nome lo porteremo in tribunale".
Donzelli sembra molto carico, convinto che l'iniziativa possa sortire qualche effetto. Potrebbe anche averlo, nel senso che si potrebbe rivelare un mezzo per compattare gli elettori di destra in un obiettivo comune (far retrocedere Alfano e convincerlo a mollare il riferimento alla destra) e, magari, sfilare una parte significativa di elettori ed eletti a Ncd. Difficile però, se non impossibile, credere che l'attuale titolare del Viminale e il suo partito possano cambiare davvero il loro nome su impulso della diffida. Anche se dovesse ricevere davvero la diffida, è probabile che Alfano non tremi nemmeno un po', anzi, potrebbe sgranare un sorriso dei suoi, scuotere leggermente il capo e archiviare la pratica senza preoccupazioni.
A che titolo, infatti, si potrebbe chiedere a Ncd di cambiare nome? Fratelli d'Italia al momento non ha alcun motivo di lamentarsi: la sua denominazione e il suo simbolo sono assolutamente diversi da quello del partito di Alfano. E' vero che, in origine, la formazione costituita dalla Meloni, da La Russa e da Crosetto conteneva nel nome e nell'emblema la dicitura - coniata da Massimo Corsaro - di Centrodestra nazionale e la compresenza di Ncd avrebbe potuto creare problemi; ora però la denominazione ufficiale del partito, come da statuto - quello "approvato" dall'apposita commissione e inserito nel Registro nazionale dei partiti politici riconosciuti - è "Fratelli d'Italia - Alleanza nazionale" e nello stesso documento è sparito ogni riferimento al centrodestra (o centro destra), per cui ci sarebbe ben poco da rivendicare.
Lo stesso Donzelli, però, ha parlato genericamente di "elettori del centrodestra", quindi pensa a una platea di cittadini più ampia degli elettori di Fdi. Anche in questo caso, però, la diffida non potrebbe mai portare un tribunale a ordinare la "sparizione della destra" da Ncd. I giudici, infatti, quando sono chiamati a intervenire a vicende legate ai partiti (che siano controversie interne o scaramucce tra formazioni distinte) possono soltanto verificare il rispetto dei rispettivi statuti; è preclusa loro, invece, ogni valutazione di natura politica, come quella della corrispondenza tra segni distintivi delle formazioni e il loro bagaglio di idee e valori oppure il loro programma.
Il punto è chiarissimo fin dal 1991, quando il futuro Partito della Rifondazione comunista aveva trascinato in tribunale il Partito democratico della sinistra, chiedendo di poter continuare a fregiarsi del nome e del simbolo del "vecchio" Pci, portandolo via dalla base della quercia appena piantata. Per i legali di Sergio Garavini e dei "rifondatori" il Pci, trasformandosi in Pds, aveva ripudiato la sua identità e, dismettendo i segni distintivi usati in precedenza, aveva perso ogni diritto su di essi, ma il presidente del tribunale di Roma li gelò: "ogni giudizio di carattere ideologico sulla discontinuità o continuità dell’esperienza politica comunista in relazione alle due associazioni tra cui è causa - in quanto implicante giudizi politici, al giudice non consentiti - non sembra possa essere dato dal magistrato". In parole povere, non può essere il giudice a fare l'esame del sangue al partito, per verificare quanto la sua ideologia sia davvero coerente col nome. 
Qualcuno all'interno di Fratelli d'Italia, peraltro, dovrebbe sapere bene di che si sta parlando: lo stesso giudizio fu ribadito quattro anni dopo, quando il Msi divenne Alleanza nazionale e Pino Rauti tentò di rivendicare il nome e la fiamma tricolore per il suo gruppo di dissidenti fedeli alla linea missina. I giudici però gli diedero torto, ripercorrendo in buona sostanza il verdetto scritto per il caso Pci-Pds. Molti militanti e dirigenti di Fdi, probabilmente, devono essere troppo giovani per ricordarlo: saranno gli stessi che non vogliono rifare An?

mercoledì 9 settembre 2015

E se a questo punto An non torna?

(Ri)fare Alleanza nazionale con gli altri della Fondazione An? No, grazie. Sembra questo il risultato del questionario somministrato via mail agli iscritti di Fratelli d'Italia nei giorni scorsi. Era stato questo sito a dare la notizia per primo della survey sottoposta ai soci: il sondaggio sarà pure stato - come riportato da Luca Cirimbilla per L'ultima Ribattuta - "un appuntamento fisso e un’occasione periodica con cui i vertici vogliono analizzare il sentimento della base", dunque un episodio di ordinaria amministrazione, ma c'era eccome e il fatto che i dirigenti sentissero il bisogno di capire cosa la base pensasse sulla questione "nuovo partito a destra" (cosa pienamente legittima, ovviamente) meritava di essere segnalato. 
Gli esiti dell'indagine sono parzialmente riportati oggi sul Tempo in un articolo di Vincenzo Bisbiglia: non è chiarissimo il numero dei partecipanti (il giornale romano parla genericamente di decisione da parte dei "circa 20mila iscritti", mentre l'editoriale di Francesco Storace sul Giornale d'Italia indica "ben duemila persone", un po' pochine rispetto agli iscritti totali, opinione condivisa pure da altre fonti, come il Secolo Trentino), ma i risultati - di un sondaggio "anonimo e non ripetibile", come notato dal Tempo - dicono cose interessanti. 
Le domande che più interessano qui sono due. La prima era sul futuro di Fratelli d'Italia davanti a un possibile scenario di trasformazione della fondazione in partito per riunire tutti gli ex An: per il 74,8% dei partecipanti al sondaggio, il partito guidato dalla Meloni dovrebbe "continuare il proprio percorso aggregando nuove energie", quando a gradire l'opzione "convergere sulla proposta di Alemanno, con Fini, Scopelliti e altri ex An, fondando con loro un nuovo soggetto politico sviluppatosi nell'ambito della Fondazione An" sarebbe solo il 16% di coloro che hanno risposto (gli altri hanno scelto la risposta "non conosco l'argomento"). 
La seconda domanda interrogava gli iscritti sul loro comportamento elettorale in caso di nascita di "un nuovo soggetto politico di destra dopo l’Assemblea della Fondazione An": secondo quanto si legge sul quotidiano, l'87% dei partecipanti avrebbe preferito l'opzione "FdI Giorgia Meloni" rispetto a "nuovo soggetto a destra" e "altro". C'è chi ha fatto prontamente notare che le risposte a tale quesito sarebbero evidentemente influenzate dalla presenza del nome della leader del partito all'interno della risposta, quasi come se facesse parte della denominazione e se si volesse evidenziare che la Meloni, in fondo, ha già scelto che strada prendere. Si sarebbe tentati, in realtà, di dire lo stesso sulla prima domanda: quanti, tra i potenzialmente interessati alla conversione in partito della Fondazione An, avranno scelto l'opzione del percorso autonomo per la sgradita presenza del nome di Fini nell'altra alternativa?
A corroborare i risultati delle due domande precedenti, c'è anche la classifica dei "magnifici dodici", ossia i dodici personaggi che gli iscritti dovevano numerare in ordine di importanza quanto ad attitudine alla guida unitaria del centrodestra. Non ci si stupisce troppo a trovare in cima alla "top 12" la Meloni, né di trovare subito dopo di lei Matteo Salvini; è già più interessante trovare sul gradino più basso del podio uno che - pur avendo co-fondato Fdi - la politica l'ha lasciata come Guido Crosetto, preferito nell'ordine a Ignazio La Russa e a Fabio Rampelli. A scendere si trovano, nell'ordine, Giuseppe Scopelliti e Flavio Tosi, mentre è solo ottavo Silvio Berlusconi, che pure precede immediatamente Raffaele Fitto; in fondo alla classifica, se i malpensanti di professione sono stati facili profeti nel vaticinare l'ultima posizione di Gianfranco Fini, colpiscono di più il decimo posto di Maurizio Gasparri e, soprattutto, l'undicesimo di Gianni Alemanno, autosospesosi da tutti gli incarichi in Fratelli d'Italia.
Ammesso che l'esito del sondaggio sia attendibile e generalizzabile, riferendolo a tutti gli iscritti al partito, il messaggio che esce sembra molto chiaro: a Fdi rifare Alleanza nazionale non interessa, men che meno avendo Alemanno come figura di riferimento (anche se lo stesso Alemanno aveva detto di non volersi candidare ad alcuna poltrona). La questione non è di poco conto: in sede di assemblea della Fondazione An, un "no" degli aderenti che si riconoscono in Fratelli d'Italia all'impegno politico diretto dell'ente (attraverso una riedizione del partito che fu di Fini), unito ai "no" di chi avversa quella strada da tempo (soprattutto Gasparri e Matteoli) potrebbe bloccare sul nascere la "voglia di An" manifestata da alcuni soggetti negli ultimi mesi, evitando tra l'altro di sbloccare il "tesoretto" di cui la fondazione è titolare.
Certamente la notizia del sondaggio non dev'essere piaciuta dalle parti di Prima l'Italia. Il neoportavoce, Marco Cerreto, dopo aver precisato "da componente della direzione nazionale" di Fdi di non avere mai ricevuto nulla al pari di tanti colleghi iscritti al partito, si esprime negativamente sul modo in cui sono stati formulati i quesiti ("modalità forzatamente capziose, oltre che viziate nell'elaborazione: vengono citate persone che oggi non sono più in politica o non sono iscritte alla Fondazione An"), sul canale di somministrazione delle domande (era meglio usare il sito del partito) e sulle stesse dinamiche di divulgazione dei risultati: esse "lasciano intendere una volontà di dar vita ad una temeraria strumentalizzazione su un tema così importante in questi giorni che ci separano dalla data dell'Assemblea degli iscritti della Fondazione An".
In ogni caso, che fine farà ora il simbolo di Alleanza nazionale? Resterà sul contrassegno di Fratelli d'Italia? La risposta è tutt'altro che scontata. Se non nascerà alcun soggetto politico di diretta emanazione della fondazione, in teoria l'assemblea della fondazione potrà anche decidere di lasciarlo nella disponibilità di Fdi; è altrettanto possibile, tuttavia, che l'emblema sia rimosso e torni nella piena disponibilità della fondazione stessa (alla concessione del fregio a Fdi, tra l'altro, gli aderenti a Prima l'Italia avevano contribuito in modo decisivo). Alla fine sarà una questione di scelte e, soprattutto, di numeri: quelli degli aventi diritto a partecipare all'assemblea della fondazione (due anni fa si era litigato innanzitutto su questo), quelli dei votanti sul simbolo e sulla "mozione dei quarantenni". Inutile, però, fare pronostici prima dell'assemblea del 3 ottobre: tutto può ancora cambiare.

lunedì 7 settembre 2015

Progetto Sicilia, ovvero "quelli del Grano"

Le spighe di grano, per chi ha buona memoria, sono state tra i primi simboli impiegati dalla politica italiana successiva alla Seconda guerra mondiale. Alla Costituente tre spighe, assieme a due grappoli, stavano nel rombo del Partito dei contadini d’Italia, così come c'erano nei contrassegni del Partito democratico del lavoro e del Partito socialista riformista (non quello di Cicchitto e Manca degli anni '90, ovviamente, e nemmeno la riedizione di quello, ben precedente, di Leonida Bissolati); in seguito le stesse infiorescenze sarebbero tornate per indicare formazioni come il Fronte rurale italiano (tre spighe fiammeggianti su un badile), il Partito demolaborista italiano (con una penna e la ruota dentata) e persino la Coldiretti (tre spighe su una vanga), che per anni ha presentato l'emblema al Viminale per tutelarsi da eventuali furboni in vena di rubacchiare il simbolo.
Ancora oggi qualche spiga spunta qua e là, in emblemi di liste minori o magari in varie formazioni civiche, che si presentano alle amministrative. Nessun partito, tuttavia, sembra avere riempito di spighe il proprio cerchio distintivo quanto Progetto Sicilia: le infiorescenze, di diverse tonalità di giallo, creano addirittura un tondo nel tondo, una sorta di corona per la sagoma della regione (sormontata da tre stelle, che rappresentano i tre capi della Sicilia: Capo Lilibeo, Capo Passero e Capo Peloro). E l'unica altra parola, oltre a quelle che compongono il nome, è "grano": non perché poteva esserci il rischio di attribuire quelle spighe alla segale, al farro o ad altri cereali, ma perché "grano" è la moneta complementare che il soggetto politico si propone di introdurre in Sicilia.
Sì, d'accordo, "grano" è usato come termine gergale per indicare i soldi, ma qui il discorso è maledettamente serio. Progetto Sicilia, soprattutto attraverso il suo segretario Giuseppe Pizzino, ha elaborato una petizione che ha circolato per mesi (già dal 2013) e una proposta di legge regionale, con lo scopo di dimostrare che l'adozione sull'isola di una moneta complementare al sistema delle banche centrali europee permetterebbe di trovare le risorse necessarie per finanziare gli investimenti necessari per la crescita e lo sviluppo sostenibile della Sicilia. Non è la prima proposta di moneta complementare - da tempo, ad esempio, ci sta lavorando Pellegrino Leo, sempre per la Sicilia - ma vale la pena dare un'occhiata.
L'idea, in sostanza, sarebbe di adottare, nelle piccole transazioni quotidiane (pagabili con moneta elettronica), la carta di credito nominativa GranCard, garantita dalla Regione: essa sarebbe riservata a residenti, operatori economici ed enti della Sicilia e varrebbe 5mila Grani, costando all'utente 5mila euro e permettendo di fare acquisti e pagamenti per un controvalore di 10mila euro (il tasso di convertibilità, dunque, sarebbe 2 euro = 1 grano). Non si tratterebbe ovviamente di un mezzo di pagamento ufficiale (nessuno sarebbe tenuto ad accettarlo), ma potrebbe essere usato anche per pagare le tasse locali e regionali; in prospettiva, si prevede anche l'emissione di monete e banconote (in Grani sempre), che circolerebbero tra i siciliani accanto agli euro.
Il sistema per i profani non è proprio semplicissimo - e anche per chi scrive è così, meglio non addentrarsi troppo col rischio di fare danni - ma i promotori di Progetto Sicilia assicurano che in questo modo si creerebbe un "argine" per mantenere la moneta all'interno, così che la regione possa mantenere la sua liquidità. Non si ferma qui la proposta del partito: c'è anche la proposta di garantire 830 euro al mese alle famiglie in difficoltà, azzerare le tasse per le attività produttive e lavorare al massimo per l'occupazione; proprio la moneta complementare dovrebbe permettere e favorire tutto questo. E se per caso non avete capito bene il meccanismo, nessun problema: penseranno loro, quelli del Grano, a spiegarlo, attraverso il sito o i social media su cui sono attivi...

domenica 6 settembre 2015

Prima l'Italia: "Fratelli (d'Italia), rifate An con noi"

Manca solo che qualcuno dica: "E insomma, rifacciamola una buona volta, questa An!". Proprio ieri, nello stesso giorno in cui questo sito ha dato notizia del sondaggio che Fratelli d'Italia avrebbe svolto tra i suoi iscritti per capire come come la pensi la base circa la partecipazione del partito alla riattivazione di Alleanza nazionale, il Movimento Prima l'Italia - che ha i suoi maggiori riferimenti in Gianni Alemanno e nella moglie Isabella Rauti - ha rivolto un appello a Fdi e alle altre forze di "area destra", perché si colga l'opportunità di ridare a chi in Italia sente di appartenere a quello schieramento un partito unico e in grado di ottenere una solida rappresentanza.
All'assemblea nazionale di Prima l'Italia - presso lo chalet Eventi (Roma, piazzale dello Stadio Olimpico) - si è eletto il nuovo portavoce nazionale del movimento, Marco Cerreto (anch'egli membro della direzione nazionale di Fdi), ma il passo più importante è stato l'approvazione all'unanimità di un documento, significativamente intitolato Riaggregare la destra sommersa e diffusa. Un programma di intenti, a breve e medio termine, che tiene necessariamente conto della scadenza sempre più vicina del 3 ottobre, giorno dell'Assemblea della Fondazione An, che per un gruppo di persone dovrebbe vedere il risveglio di Alleanza nazionale come partito. O, per lo meno, qualcosa che gli somigli.
Il documento prende atto dell'assenza di un univoco "punto di riferimento organizzativo ed elettorale" per "un ampio spazio politico ed elettorale di destra" (lo dimostrerebbe pure la differenza tra i voti che furono di An e quelli raccolti ora dall'unico partito che si definisce di destra, cioè Fratelli d'Italia), in una situazione di crisi per l'intero centrodestra: servirebbe un "cantiere di rilancio" basato su una "organica ridefinizione culturale e programmatica" e su un personale politico scelto con "metodo chiaro, meritocratico e non verticistico".
Il testo riconosce il "coraggioso e importante lavoro di rappresentanza dei valori della Destra" di Fratelli d’Italia (portato avanti anche, sottolineano i firmatari, con il contributo dei dirigenti di Prima l’Italia), ma per non lasciare a quel'area "un ruolo secondario e marginale" nella politica italiana serve "un salto di livello, un nuovo grande processo di aggregazione", che consenta di avere la forza elettorale e politica per "confrontarsi alla pari" con i potenziali alleati. Si può partire da una base programmatica comune (sovranità e identità nazionale, senso dello Stato, solidarietà comunitaria, difesa del Made in Italy e del lavoro italiano, l’affermazione dei valori non negoziabili della persona), ma per Prima l'Italia è irrinunciabile la "concreta azione politica nel territorio e nelle istituzioni.
E' qui che arriva - praticamente scontato - il "pieno appoggio" alla "mozione dei quarantenni” presentata da un gruppo di aderenti alla Fondazione An e da discutere all'assemblea del 3 ottobre, con cui si chiede alla fondazione di mettere il proprio "impegno politico e organizzativo" per la riaggregazione politica ed elettorale della Destra italiana. Quel processo, secondo Prima l'Italia, dovrò avvenire "nella massima trasparenza, con il coinvolgimento democratico di tutte le persone disponibili, senza rendite di posizione per nessuno e senza egemonie precostituite", perché la Destra possa conoscere davvero una stagione nuova, che pure continui la tradizione della stessa area.
Se però l'invito a contribuire alla nuova realtà è rivolto a "tutti i rappresentanti politici e a tutti i militanti che oggi sono dispersi in diverse collocazioni politiche o sociali", lo stesso documento non nasconde che il primo soggetto cui chiedere uno sforzo è Fratelli d'Italia, a partire dai suoi vertici. Spetterebbe a loro "accogliere positivamente questa opportunità, evitando sterili polemiche e verificando concretamente il valore qualitativo e quantitativo dell’aggregazione che si potrà raccogliere attorno all'impegno politico della Fondazione An".
C'è la consapevolezza che senza l'apporto di Fdi sarebbe molto più difficile "creare un nuovo soggetto unitario con tutte le energie disponibili": il riferimento è innanzitutto alle idee e al carisma delle persone, ma è forte la tentazione di leggere dietro la parola "energie" anche il termine "risorse", che più che da Fratelli d'Italia dovrebbero venire dalla fondazione.
Anche Prima l'Italia sa che, nel caso, il percorso verso il nuovo soggetto politico non sarebbe esattamente breve: occorrerà, nel caso, costituire (lo prevede la stessa mozione) un "Comitato dei Promotori" che consenta di arrivare all'indizione di un congresso aperto a ogni componente di destra. Solo a quel punto potrebbe rinascere An, ammesso che Alemanno convinca la Meloni a essere della partita, abbandonando "le sue perplessità" - come riportato da Carlo Solimene oggi sul Tempo - e giocando a pieno titolo con il resto della squadra. Di tempo fino al 3 ottobre ce n'è, ma si assottiglia sempre di più. 

sabato 5 settembre 2015

Alleanza nazionale, cosa si muove in Fratelli d'Italia?

Manca meno di un mese all'ora AN. Non nel senso latino di "se" - sebbene nessuno al momento sappia come andrà a finire la storia - ma ovviamente in quello di Alleanza nazionale. Come si è detto più volte in questo sito, il 3 ottobre si terrà a Roma l'Assemblea dei Partecipanti di diritto e degli Aderenti della Fondazione An: all'ordine del giorno, tra gli altri punti, anche l'utilizzo del simbolo del partito di destra che ha operato tra il 1994-1995 e il 2008-2009.
E' notizia già conosciuta da tempo che da alcune parti ci si è mossi perché la fondazione possa impegnarsi più a fondo nell'agone politico, magari con la costituzione di un nuovo partito che impieghi nome, emblema, valori e magari parte delle risorse che furono di An, per tentare di dare nuova unità a militanti e simpatizzanti della destra italiana, ora dispersi in un numero imprecisato di sigle. Come è noto, non tutti nella famiglia degli ex An hanno la stessa idea: c'è chi - a partire da Maurizio Gasparri e Altero Matteoli, ora in Forza Italia - è profondamente contrario a un progetto simile (specie se intaccasse il "tesoretto"), altri invece ci credono molto, come Francesco Biava (vicepresidente della fondazione e dirigente di Fratelli d'Italia) e Gianni Alemanno. Erano vicini proprio all'ex sindaco di Roma, del resto, i "quarantenni" che hanno presentato una mozione per il ritorno ad An; dalla stessa parte, peraltro, sembra stare anche Ignazio La Russa (come pure alcuni ex finiani, come Andrea Ronchi e Roberto Menia).
Che dire, invece, di Fratelli d'Italia, che il simbolo di An l'ha usato per tutto il 2014 (e anche un po' oltre) proprio su concessione della fondazione presieduta da Franco Mugnai? Probabilmente se lo stanno chiedendo anche loro, all'interno: in questi giorni, infatti, gli iscritti hanno ricevuto un'e-mail contenente una sorta di sondaggio, per conoscere le loro idee sul "progetto An" e sulla "nuova destra". Agli aderenti al partito, nello specifico, sarebbe stato chiesto cosa pensassero circa la possibilità che la Fondazione An desse luogo a un nuovo partito e cosa voterebbero qualora, alle prossime elezioni, Fdi dovesse scegliere di non partecipare a quel soggetto politico.
Il sondaggio non era limitato a questo, visto che proponeva anche un elenco di dodici persone tra quelle potenzialmente utili per la "nuova destra" e richiedeva di metterle in ordine di "utilità": nell'elenco c'era ovviamente la Meloni, accanto ad Alemanno, La Russa, Fabio Rampelli, Gasparri e all'ex Fdi Crosetto; da segnalare, per ragioni diverse, le presenze di Matteo Salvini, Raffaele Fitto, Flavio Tosi e persino di Gianfranco Fini, solitamente oggetto di parole al vetriolo o tendenti alla coprofilia.
L'impressione è che all'interno di Fratelli d'Italia il nucleo dirigente sia tutt'altro che concorde nell'aderire all'eventuale riedizione di An: una parte consistente della base, specialmente le nuove generazioni (che si riconoscono nella leadership di Giorgia Meloni), sembra volersi lasciare definitivamente alle spalle l'esperienza politica di Alleanza nazionale e dei suoi personaggi più significativi (per non rivederli più in gioco), iniziando un percorso autenticamente di destra, ma davvero nuovo. Persino il simbolo della fiamma presente nel contrassegno di Fdi per alcuni somiglia a una zavorra, di cui sarebbe opportuno liberarsi. Lo scontro, insomma, pur tenuto sottotraccia e con pochi sintomi, ci sarebbe e il passaggio, in ogni caso, non sarebbe indolore. I giorni per decidere cosa fare, in ogni caso, si assottigliano: il 3 ottobre una decisione di qualche tipo dovrà essere presa dalla fondazione e, a monte, anche in Fdi.

venerdì 4 settembre 2015

M5S, un simbolo non per tutti

Anche chi non fa parte o non è vicino al MoVimento 5 Stelle lo sa o, per lo meno, ne dovrebbe avere un'idea: la presentazione di una lista con il simbolo del MoVimento è tutto meno che una cosa semplice, nel senso di immediata. E' stato previsto, come è noto, un procedimento di certificazione delle liste (una sola per ogni comune/regione chiamata al voto), per cui chi intende valersi dell'emblema del M5S - di cui unico titolare è Beppe Grillo - deve inviare la documentazione prescritta allo staff del blog Beppegrillo.it: il personale verifica il rispetto delle condizioni richieste (candidati non iscritti a partiti, non condannati in sede penali, come risultanti dai certificati di casellario giudiziale; non più di un mandato elettorale alle spalle; residenza nel Comune per cui ci si vuole candidare, salve le eccezioni previste per i capoluoghi di provincia; accettazione degli impegni a rimettere il mandato ove venissero meno i requisiti). Solo dopo il buon esito della verifica, il capolista (candidato sindaco / presidente) riceve via mail le istruzioni per accedere all'area web della propria lista e proseguire nel cammino verso le elezioni.
E' altrettanto noto, a chi ha seguito con un minimo di attenzione la nascita e la crescita del M5S, che le origini di quella realtà si ritrovano nei cosiddetti MeetUp, ossia i gruppi - creati con il social network omonimo - nati sul territorio nazionale (e anche al di fuori) per coordinare l'attività di quelli che inizialmente erano definiti "Amici di Beppe Grillo" e puntavano tra l'altro a "condividere idee e proposte per un mondo migliore, a partire dalla propria città". 
Ancora oggi, i MeetUp esistenti sono 1275, sparsi in tutto il mondo: i primi sono sorti dieci anni fa. Lo hanno ricordato alla fine di luglio i deputati M5S Roberto Fico e Alessandro Di Battista (membri del "direttorio" del MoVimento) all'interno di una lettera inviata proprio ai MeetUp e diffusa attraverso il sito di Grillo. Una lettera che esalta il ruolo di quelle comunità tra il virtuale e il reale, come "laboratori di condivisione di idee e di valori coerenti con i contenuti del blog di Beppe Grillo", luoghi in cui si sono consolidati i principi che ora sono proseguiti dal MoVimento. 
Questo è ben presente a Grillo e ai cittadini che sono stati eletti, la consapevolezza c'è ("lo scopo dei meetup - si dice chiaramente nella lettera - è creare cultura della partecipazione alla vita pubblica" e certamente lo scopo può dirsi in gran parte raggiunto): si sa che difficilmente il M5S avrebbe preso corpo senza il principio di condivisione che si è costruito lì dentro giorno per giorno (e lo si mette in chiaro, ove ce ne fosse stato bisogno: "Tutti gli iscritti ai meetup hanno diritto a partecipare, a condizione che il contributo venga offerto con totale disinteresse e umiltà, e che possa essere accolto senza pregiudizi").
Tutto vero e tutto giusto fin qui, però - e il però è quasi d'obbligo, dopo una premessa simile - la lettera di Fico e Di Battista non è solo una celebrazione del primo decennio dei MeetUp, ma probabilmente è anche il tentativo di mettere un po' di ordine nella struttura di base del M5S. Non ci si limita a dire che un MeetUp "appassisce quando inizia a preoccuparsi eccessivamente dei suoi problemi interni" (per cui verrebbe inibita la spendita del nome di Grillo qualora "gli scopi del meetup fossero evidentemente contrari alle finalità descritte dal suo blog", tra le quali certamente non rientrano le lotte intestine). I due deputati mettono in chiaro una cosa fondamentale: "I meetup da soli non sono il MoVimento 5 Stelle"; la questione probabilmente agli esterni era in parte sfuggita, ma forse anche a qualche interno (altrimenti, verrebbe da dire, non ci sarebbe stato bisogno di precisarla).
Certamente le due realtà sono collegate: MeetUp e M5S, precisano Fico e Di Battista, hanno i medesimi valori e "possono essere due aspetti dello stesso progetto di democrazia diretta che può realizzarsi solo attraverso una vera rivoluzione culturale". Nonostante tutto, i ruoli vengono chiariti con nettezza, a partire dal primo punto messo in chiaro nel pentalogo che chiude la lettera: "I meetup non possono usare il logo del Movimento 5 Stelle, neanche modificandolo"; il simbolo - segnalano ancora i deputati - "può essere usato solo dai portavoce [cioè gli eletti] e dalle liste certificate limitatamente alla durata della campagna elettorale".
La lettera è stata scritta e resa nota alla fine di luglio; i grandi media però dovevano essere distratti, perché se ne sono accorti solo a fine agosto, quando Beppe Grillo in persona è intervenuto alla festa per i 10 anni del MeetUp di Brescia, dicendo che in un primo tempo il MoVimento non era pronto e aveva imbarcato un po' di tutto, mentre ora "stanno entrando professionisti che possono dare un grande apporto". Loro certamente sono titolati a usare il simbolo, se sono stati eletti; gli altri portino pure le idee, ma per usare l'emblema dovranno prima candidarsi, poi essere eletti. Ora le regole sono chiare e nessuno può dire di non averlo capito.