lunedì 11 novembre 2024

Emilia-Romagna, simboli e curiosità sulla scheda

Esaurito il rito elettorale relativo alla Liguria, tocca ora alle due regioni che saranno chiamate al voto - le ultime per quest'anno - domenica 17 e lunedì 18 novembre: Emilia-Romagna e Umbria. 
Si comincia con l'Emilia-Romagna, i cui organi sarebbero scaduti nei primi mesi del 2025, ma l'elezione al Parlamento europeo del presidente Stefano Bonaccini e la sua opzione per il seggio a Strasburgo hanno portato al voto anticipato di qualche mese. 
Questa volta a contendersi la guida della giunta emiliano-romagnola saranno quattro candidati, sostenuti da undici liste: la scheda è assai meno affollata rispetto al 2020, quando gli aspiranti presidenti erano 7 e le liste a loro sostegno erano 17 (i simboli sono tornati al livello del 2014). Di seguito si passano in rassegna i contrassegni elettorali, seguendo l'ordine di sorteggio della circoscrizione di Bologna (l'ordine dei candidati non cambia, quello delle liste all'interno delle coalizioni sì).
 

Michele De Pascale

1) Emilia-Romagna FuTUra - Riformisti

Prima candidatura estratta è quella di Michele De Pascale, scelto come candidato dal centrosinistra nella forma del "campo largo, molto largo": De Pascale si presenta sostenuto da cinque liste. Nella circoscrizione bolognese la prima estratta è Emilia-Romagna FuTUra - Riformisti, che raccoglie candidate e candidati di area riformista: il contrassegno contiene le miniature dei simboli del Partito repubblicano italiano, di Azione, +Emilia-Romagna in Europa (la grafica è quella di +Europa, ma le candidature sono più ampie: capolista a Bologna è Matteo Hallissey, segretario uscente di Radicali italiani) e Partito socialista italiano. Il fondo blu del contrassegno e gli elementi verdi rimandano ai colori del partito di Carlo Calenda; il tocco di giallo su "tu" rinvia invece a +E (che nel 2020 aveva creato una lista con Pri e Psi).
 

2) Partito democratico

La seconda lista della coalizione in appoggio a De Pascale è espressione della forza politica cui il candidato appartiene, vale a dire il Partito democratico: è per il Pd - ovviamente anche col sostegno di altri soggetti politici e civici - che De Pascale è stato sindaco di Ravenna dal 2016 fino ad ora (dopo essere stato consigliere a Cervia e, dal 2013, segretario provinciale del partito). Sul piano grafico sono state confermate le scelte del 2020, con il logo del Pd collocato sempre nella parte superiore bianca e il riferimento al candidato presidente scritto in bianco nel segmento circolare inferiore di colore rosso.
 

3) Civici, con De Pascale presidente

Terza lista estratta a Bologna è Civici, con De Pascale presidente. Si tratta dell'unica lista di natura non dichiaratamente politica di questa coalizione, anche se al suo interno - oltre a figure effettivamente civiche - sono stati inserite candidature legate a Italia viva e a Volt. Di fatto si tratta di una sorta di riedizione parziale della lista Bonaccini presidente presentata nel 2020 (anche allora Italia viva aveva concorso a quella lista, insieme peraltro ad Azione; Volt aveva presentato una propria lista); da quell'esperienza la lista aver mutuato pure il colore verde, anche se qui si è di fronte a due tonalità che campiscono due aree, abbinate al semplice testo (mentre nel 2020 c'era il disegno di una bandiera).  
 

4) Alleanza Verdi e Sinistra - Possibile

Quarto emblema da considerare è quello di Alleanza Verdi e Sinistra, ovviamente alla sua prima partecipazione alle elezioni regionali emiliano-romagnole (nel 2020 si erano presentate distinte Europa Verde ed Emilia-Romagna coraggiosa, la cui figura di punta era Elly Schlein e cui aveva concorso anche Sinistra italiana). Nel contrassegno, solo leggermente variato rispetto a quello delle ultime politiche ed europee, al posto di "Reti civiche" c'è il riferimento alle Coalizioni civiche (liste con quel nome sono state presenti almeno a Bologna, Reggio Emilia e Ferrara), mentre è sempre più frequente - lo si è visto in Liguria - la presenza di Possibile nella parte destra del simbolo.
 

5) MoVimento 5 Stelle

La quinta lista a Bologna è quella del MoVimento 5 Stelle, che chiude la coalizione in appoggio a De Pascale (pur avendo scelto di non inserire il nome nel proprio contrassegno, proprio come Avs, con sicuro risparmio di inopportunità grafiche). Si tratta della prima partecipazione del M5S in coalizione alle elezioni regionali dell'Emilia-Romagna; se la volta scorsa era indicato il sito Ilblogdellestelle.it (e nelle due consultazioni precedenti c'era ancora scritto Beppegrillo.it), questa volta sulla scheda finisce lo stesso simbolo in uso dal 2021, col riferimento al 2050 come anno della neutralità climatica inserito in un segmento rosso, sotto agli elementi grafici e testuali che "visualizzano" il nome. 
 

Elena Ugolini

6) Fratelli d'Italia

Subito dopo De Pascale, sui manifesti e sulle schede si trova la candidatura di Elena Ugolini (unica donna in campo tra chi aspira alla presidenza), sostenuta dal centrodestra. Saranno quattro le formazioni a suo sostegno, a iniziare - almeno a Bologna - da Fratelli d'Italia. Per l'occasione è stato schierato lo stesso contrassegno visto alle elezioni europee pochi mesi fa (e che in regione ha ottenuto comunque il 28%), con il alto il nome del partito, al centro il nome della leader nazionale e presidente del Consiglio Giorgia Meloni (entrambi su fondo blu), in basso - sotto una fascetta tricolore - la fiamma tricolore su una piccola base. 
 

7) Elena Ugolini presidente - Rete civica

Pure in questo caso nella coalizione che si prende in esame c'è una sola formazione non dichiaratamente politica: si tratta della lista Elena Ugolini presidente - Rete civica (quest'ultima parte era presente anche nel nome della lista Borgonzoni presidente del 2020), legata alla natura soprattutto tecnico-civica della candidata (a lungo insegnante e dirigente scolastica, con un'esperienza anche da sottosegretaria all'istruzione col governo Monti e in vari organi tecnici). Se nel 2020 il simbolo era fucsia, bianco e verde, stavolta domina decisamente l'arancione, con il nome della candidata che emerge più del cognome (vista la maggiore lunghezza); l'altro elemento che spicca è la sagoma della regione, tinta stavolta di bianco. 
 

8) Forza Italia - Noi moderati

Terza lista - sempre nella circoscrizione di Bologna - della coalizione che appoggia Ugolini è quella espressione di Forza Italia e di Noi moderati. Il contrassegno discende direttamente da quello depositato in occasione delle ultime elezioni europee, ma qui si è ritenuto opportuno inserire anche il riferimento alla candidata presidente. Il risultato è un fregio piuttosto "pieno" e ammassato, con la bandierina stretta tra il riferimento al Ppe e il cognome di Berlusconi, tutti rimpiccioliti per fare spazio a una fascia blu con il cognome di Ugolini; sotto c'è un'altra fascetta bianca con la parola "presidente" (non più riferita a Berlusconi ma a Ugolini) e in basso resta il segmento con il nome di Noi moderati. 
 

9) Lega - Il Popolo della famiglia

La coalizione di centrodestra che appoggia Elena Ugolini si chiude con una lista espressione principalmente della Lega, vera forza di traino del centrodestra alle precedenti elezioni regionali. Rispetto ad allora il contrassegno schierato è quasi identico: nulla cambia degli elementi grafici leghisti (nome, statua del guerriero di Legnano e - nella parte inferiore - cognome di Matteo Salvini e riferimento alla regione), ma a destra di Alberto da Giussano compare la miniatura del Popolo della famiglia, che nel 2020 aveva presentato una lista insieme a Cambiamo! di Giovanni Toti.  
 

Luca Teodori 

10) Lealtà coerenza verità

Dopo le due candidature sostenute da coalizioni, il sorteggio regionale ha collocato i due aspiranti presidenti appoggiati da una sola lista. Il primo è Luca Teodori, commerciante, già consigliere provinciale leghista nel ferrarese (1995-1999): dopo una candidatura alla Camera nel 2008 (La Destra - Fiamma tricolore), nel 2019 è diventato segretario del Movimento 3V (Vaccini vogliamo verità), rimanendolo fino al 2022 (anno in cui si è candidato al Senato con Vita). Questa volta si presenta sostenuto da una sola lista, Lealtà coerenza verità (che, a differenza di quelle citate fin qui, ha dovuto raccogliere le firme), che candida persone che hanno militato in varie formazioni "del dissenso" (Italexit, Italia sovrana e popolare, UDCL, Vita) o in altri gruppi spontanei, all'insegna della libertà vaccinale, della sovranità monetaria e di altre battaglie. Il simbolo, molto semplice, inserisce il nome della lista in una corona blu, mentre al centro c'è il nome del candidato presidente e in basso si trova il profilo della regione (in entrambi i casi tinti di un blu più scuro). 
 

Federico Serra

11) Emilia-Romagna per la pace, l'ambiente e il lavoro

L'elenco delle liste si chiude con Emilia-Romagna per la pace, l'ambiente e il lavoro, lista che unisce Potere al popolo!, Partito della rifondazione comunista e Partito comunista italiano, dunque l'area di sinistra radicale. La lista appoggia la candidatura di Federico Serra, lavoratore delle cooperative sociali e delegato sindacale Usb. Pure in questo caso sono state necessarie le firme per presentare la lista, il cui simbolo è quasi identico a quello della lista Per l'alternativa vista alle elezioni regionali in Liguria: struttura a due cerchi tangenti (quello esterno rosso scuro, simile al colore di Pap!; quello interno bianco), con le miniature dei tre simboli dei partiti coinvolti e un nastrino a fiocco con la bandiera palestinese. 

venerdì 25 ottobre 2024

Liguria, simboli e curiosità sulla scheda

Il 2024 finisce per configurarsi come anno elettorale regionale a tutti gli effetti. Tra voti anticipati e a scadenza naturale, infatti, alla fine di quest'anno risulteranno ben 7 le regioni (6 a statuto ordinario, più la Sardegna a statuto speciale) che hanno chiamato al voto il loro corpo elettorale per rinnovare i consigli regionali e scegliere la figura di vertice della giunta: se un tempo tutte le regioni a statuto ordinario votavano negli anni 5-0, i vari voti anticipati hanno sfrangiato sempre di più quelle competizioni (nel 2025, per dire, voteranno Campania, Marche, Puglia, Toscana e Veneto, più la Valle d'Aosta, per un totale di 6 regioni, meno di quelle coinvolte quest'anno).
La prima regione a tornare al voto è la Liguria, con i seggi aperti il 27 e il 28 ottobre. Com'è ben noto, si tratta di elezioni anticipate, dopo l'emergere dell'inchiesta ha interessato anche Giovanni Toti, eletto presidente della giunta regionale nel 2020 e dimessosi il 26 luglio scorso. Lui non si è dunque riproposto come candidato del centrodestra, coalizione che ha puntato sul sindaco di Genova Marco Bucci; il suo principale avversario è Andrea Orlando, candidato dal cosiddetto "campo largo" (centrosinistra più Azione e M5S). Saranno però 9 persone in tutto a contendersi la carica di presidente, sostenute da 20 liste: quattro anni fa c'era un aspirante presidente in più, ma le liste in campo erano solo 18. Di seguito saranno analizzati i contrassegni delle liste secondo l'ordine di sorteggio della circoscrizione di Genova, l'unica a presentare lo schieramento completo di 20 simboli su manifesti e schede.
 

Alessandro Rosson

1) Indipendenza!

Il sorteggio ha collocato in prima posizione - si noti che l'ordine delle candidature a presidente è lo stesso in tutta la regione - Alessandro Rosson, avvocato, già esponente leghista spezzino. Questa volta Rosson si presenta come aspirante presidente per Indipendenza!, il partito guidato da Gianni Alemanno che - salvo errore - è alla prima partecipazione in proprio a un'elezione regionale. Il simbolo scandito del partito (creato da Massimo Arlechino con Simone Di Stefano) è inserito all'interno del contrassegno e proietta la sua ombra sul fondo e sul segmento rosso in cui è inserita la dicitura bianca "Alemanno per Rosson".
 

Davide Felice

2) Forza del popolo

Il secondo simbolo sulle schede elettorali liguri sarà quello del partito Forza del popolo, il partito fondato da Lillo Massimiliano Musso, anch'esso alla sua prima partecipazione alle regionali (dopo non essere stato ammesso a quelle della Sardegna). In quest'occasione la forza politica - che candida il segretario dell'assemblea dei delegati, Davide Felice, anche lui avvocato, bresciano, già consigliere nel comune di Castegnato - ha optato per lo schieramento del suo simbolo ufficiale circondato da una sottile circonferenza tricolore, senza aggiungere alcun riferimento al candidato alla presidenza della regione.
 

Francesco Toscano

3) Democrazia sovrana popolare

La terza candidatura estratta è quella di Francesco Toscano, giornalista-fondatore di Visione Tv e presidente nazionale di Democrazia sovrana popolare, il partito di cui è coordinatore Marco Rizzo (il quale, per lo stesso impegno volto a rendere visibile l'iniziativa politica, sarà candidato alle elezioni regionali in Umbria). Il contrassegno schierato corrisponde in pieno al simbolo ufficiale del partito, con due tracce di gesso (una verde e una rossa) nella parte superiore e il nome del partito nella parte inferiore (con la stella rossa sull'unica "i" e la parola "sovrana" proposta in rosso e in stile manoscritto).
 

Marco Giuseppe Ferrando

4) Partito comunista dei lavoratori

Il quarto candidato estratto è Marco Giuseppe Ferrando, portavoce nazionale del Partito comunista dei lavoratori, formazione trotzkista di cui è il principale esponente fin dalla nascita della forza politica nel 2006. Il simbolo è quello ufficiale consueto (quindi falce e martello di colore rosso, collocati sopra a un globo azzurro con meridiani e paralleli); non sarà tuttavia presente nelle circoscrizioni provinciali di Imperia e di La Spezia (ma la presenza a Genova e Savona è stata sufficiente per far ammettere a livello regionale la candidatura di Ferrando: questi, nelle province di Imperia e La Spezia, sarà presente senza alcun simbolo al fianco). 
 

Nicola Rollando

5) Per l'alternativa

Pure la quinta candidatura alla presidenza della giunta regionale ligure è sostenuta da una sola lista. Nicola Rollando - che sul suo curriculum si presenta come "pensionato, sono stato coltivatore diretto, allevatore, operaio e marinaio" - è sostenuto dalla lista Per l'alternativa, alla quale concorrono Potere al popolo!, Partito della rifondazione comunista e Partito comunista italiano. La struttura del contrassegno è in parte mutuata da quello del Prc, con due cerchi tangenti all'interno, uno rosso scuro più ampio (col nome della lista) e uno bianco più piccolo, contenente le miniature dei simboli dei tre partiti coinvolti; non manca un nastrino con i colori della bandiera palestinese.   
 

Maria Antonietta Cella

6) Partito popolare del Nord

Una sola lista anche per Maria Antonietta Cella, unica donna in corsa per la presidenza. Impegnata come manager nel settore della transizione energetica, sindaca di Santo Stefano d’Aveto dal 1995 al 2004 e di nuovo dal 2014 al 2019, già presidente della comunità montana dell'Aveto e consigliera metropolitana, Cella si presenta sostenuta dal Partito popolare del Nord, formazione che ha  come leader Roberto Castelli (capolista a Genova). Il simbolo schierato è quello ufficiale e consueto, senza alcuna variazione o aggiunta nominale o territoriale; la lista non concorrerà però nella provincia di Savona, per cui lì la candidata sarà presente senza simboli a sostegno.  
 

Nicola Morra

7) Uniti per la Costituzione

Ultima tra le candidature appoggiate da una sola lista - tutte sorteggiate vicine, nella prima parte di manifesti e schede - è quella di Nicola Morra, nato a Genova, già esponente tra i più noti del MoVimento 5 Stelle (fino all'espulsione dopo la scelta di non sostenere il governo Draghi) e presidente, nella scorsa legislatura, della commissione parlamentare d'inchiesta sulle mafie. Morra è sostenuto dalla lista Uniti per la Costituzione, la stessa con cui si era presentato a Genova l'ex M5S Mattia Crucioli (capolista nella circoscrizione genovese e a Imperia). Il simbolo bianco e rosso contiene sempre la raffigurazione di san Giorgio che trafigge il drago; questa volta, però, su manifesti e schede è finita una variante in cui il drago ha la coda molto più lunga (mentre sui social è circolata la versione precedente, a coda corta e col testo su tre righe, invece che due).  
 

Marco Bucci

8) Orgoglio Liguria

Esauriti i candidati monolista, il sorteggio ha collocato subito dopo la candidatura di Marco Bucci, sindaco di Genova e proposto dall'intero centrodestra, potendosi parlare di continuità politica con le presidenze Toti. Bucci è il candidato con più liste a suo sostegno, ben 7. In provincia di Genova sono finite in apertura le due civiche, la prima delle quali è Orgoglio Liguria, che al centro del nome vuole mettere "l'Orgoglio di servire la nostra terra, la passione e la determinazione di persone che si vogliono mettere a servizio dei cittadini"; tra i candidati della lista moderata anche fuoriusciti da Azione e Italia viva. Il simbolo, molto semplice, vede le scritte bianche su fondo azzurro scuro, con il cognome del candidato presidente in decisa evidenza.
 

9) Vince Liguria 

Lo stesso cognome di Bucci è ancora più evidente - e costituisce di fatto il primato di dimensioni per questa competizione elettorale - nel contrassegno della lista Vince Liguria, nome quasi invisibile nella parte inferiore dell'emblema. In un modo o nell'altro si tratta del simbolo più in continuità sia con la storia di Bucci (Vince Genova era la sua lista del 2022, con la stessa struttura grafica) sia con quella di Toti: l'arancione era quello della lista Cambiamo per Toti presidente, con la sagoma della regione nella parte inferiore e il nome del candidato scritto in blu (e in lista sono presenti persone a lui molto vicine; concorre alle candidature pure Noi moderati).
 

10) Lega

Esaurite le liste civiche, la coalizione in appoggio a Bucci procede con quelle espressione dei partiti: il sorteggio ha collocato per primo il contrassegno della Lega (che vede come capolista a Genova Edoardo Rixi). Si riscontra una coerenza grafica con il passato, per cui la parte superiore contiene il simbolo di Alberto da Giussano, sopra il nome "Lega", a sinistra la bandiera con croce di san Giorgio rossa e a destra il riferimento alla Liguria; la novità sta nel segmento inferiore blu, che contiene il riferimento al candidato (come Bucci aveva già fatto a Genova), mentre nel 2020 era stato mantenuto il cognome di Salvini (senza la parola "premier"). 
 

11) Unione di centro

Secondo partito di centrodestra a comparire ufficialmente sulle schede è l'Unione di centro, presente anche nel 2020. Questa volta oggettivamente il simbolo sembra più equilibrato rispetto a quello di quattro anni fa: gli elementi non sono praticamente cambiati, ma si è ingrandito lo scudo crociato centrale, grazie alla riduzione di dimensioni della sigla Udc e del segmento rosso superiore; proprio questo, nel 2020 conteneva il riferimento alla Liguria (ma irragionevolmente spostato verso il basso), mentre questa volta c'è il cognome dl candidato alla presidenza, collocato correttamente al centro di quello spazio.
 

12) Fratelli d'Italia

Dopo Lega e Udc tocca a Fratelli d'Italia, partito di maggioranza relativa nella compagine di governo nazionale, comparire sulle schede elettorali liguri. Il modello del contrassegno è pressoché identico a quello utilizzato quattro anni fa, solo che allora tra il riferimento a Giorgia Meloni (allora non ancora presidente del Consiglio) e il simbolo ufficiale di Fdi era stato collocato solo il cognome di Toti, mentre questa volta si è optato per la dicitura "Bucci presidente", riducendo così la dimensione del patronimico all'interno del fregio elettorale.
 

13) Alternativa popolare

Non manca praticamente nessuno in questa coalizione di centrodestra, visto che la compagine comprende anche una lista di Alternativa popolare, vale a dire il partito che fu di Angelino Alfano, presieduto ora da Paolo Alli e di cui è segretario nazionale il sindaco di Terni Stefano Bandecchi; proprio Bandecchi, tra l'altro è capolista a Genova, Imperia e Savona. Il simbolo è parente di una delle varianti circolare prima delle europee: su fondo blu, in alto c'è il cuore del Ppe, che attraversa il nome del partito; sotto il riferimento a Bandecchi e ancora più in basso l'espressione "per Bucci" (tutte le liste della coalizione contengono il cognome del candidato presidente). Eppure nelle prime grafiche questo simbolo non c'era, mentre c'era quello di Noi moderati...
 

14) Forza Italia

Chiude la compagine di centrodestra in appoggio a Bucci la lista di Forza Italia, alla quale - secondo le notizie riportate dai media - avrebbe concorso anche il gruppo vicino al sindaco di Imperia ed ex ministro Claudio Scajola. Il contrassegno impiegato è piuttosto pieno, con la bandierina tricolore stretta nella parte superiore tra il riferimento al Ppe (collocato ad arco in alto) e il cognome di Silvio Berlusconi in basso; nel segmento azzurro scuro collocato in basso trova posto l'espressione "Bucci presidente", con il cognome in nettissima evidenza (anche se, come si è visto, non è questo quello che spicca maggiormente sulla scheda).
 

Andrea Orlando

15) Patto civico e riformista

Sono in tutto sei le liste presentate in appoggio alla candidatura dell'ex ministro Andrea Orlando, tutte riconducibili al cosiddetto "campo largo", anzi, larghissimo. La prima sorteggiata a Genova, denominata Patto civico e riformista, è politicamente e graficamente guidata da Azione: la struttura bianca e blu a tocchi di verde del contrassegno, infatti, è stretta parente di quella adottata dalla lista Siamo europei vista alle ultime elezioni europee. Nella parte centrale, speculare rispetto al simbolo di Azione, c'è quello del gruppo ligure del progetto Alleanza civica; più piccoli, al centro, ci sono i fregi del Partito repubblicano italiano, dei Repubblicani europei e dell'associazione Popolari Europeisti Riformatori; nella parte inferiore è ospitata la dicitura verde "Europeisti Liberali Socialisti Popolari" (anche se di simboli socialisti non si vede traccia).

16) Alleanza Verdi e Sinistra - Lista Sansa - Possibile

Il campo si allarga già non poco con la seconda lista estratta a Genova, quella di Alleanza Verdi e Sinistra. Il simbolo è quello ormai consueto, coniato in occasione delle elezioni politiche del 2022, con la parte superiore bianca occupata dal nome (con la colomba arcobaleno) e quella superiore verde-rossa equamente divisa tra Europa Verde e Sinistra Italiana. Questa volta non c'è alcun riferimento alle Reti civiche, in compenso nella parte superiore compaiono altri due elementi: a sinistra la citazione della Lista Sansa (il consigliere uscente, candidato da M5S e centrosinistra nel 2020, è capolista a Genova), a destra quella di Possibile (con il simbolo "=" ricavato all'interno della "o" del nome).
 

17) Lista Andrea Orlando presidente

Fanno parte della compagine su cui può contare Orlando anche due liste civiche. La prima si chiama semplicemente Lista Andrea Orlando presidente e sembra porsi come la formazione più vicina all'aspirante vertice della giunta regionale (quelle normalmente appellate come "lista del presidente"). Risulta piuttosto semplice e immediata la grafica, anche se questo termine forse è inappropriato: i contrassegno è costituito da un semplice cerchio diviso praticamente a metà tra bianco e rosso, con il nome e il cognome del candidato (il primo bianco bordato di rosso, il secondo rosso) sormontati dalla parola "lista" in verde nella parte superiore e la parola "presidente" bianca sul fondo rosso;  
 

18) Partito democratico

Non poteva mancare all'interno della coalizione il partito cui Orlando appartiene, dunque il Partito democratico. Il simbolo schierato in quest'occasione rappresenta di fatto una variante del contrassegno utilizzato alle elezioni politiche del 2022, con il logo di Nicola Storto collocato nella parte superiore e un segmento rosso a base curvilinea in basso: lì - dove allora c'era "Italia democratica e progressista" - è stato inserito il riferimento al candidato presidente, piuttosto visibile anche se quello della "lista personale" è in effetti un po' più grande.
 

19) MoVimento 5 Stelle

Del campo politico "largo, molto largo" a sostegno di Orlando fa parte anche il MoVimento 5 Stelle, che quattro anni fa aveva in qualche modo espresso il candidato presidente Ferruccio Sansa e questa volta ha accettato di sostenere il candidato del Pd (ma la presenza del M5S e la dichiarata volontà di non collaborare con Italia viva ha portato il partito di Matteo Renzi ad abbandonare la coalizione, senza partecipare in modo diretto alle elezioni). Il contrassegno è quello ormai in uso dal 2021, dopo la "rivoluzione statutaria" voluta da Giuseppe Conte, con il riferimento al 2050 come anno della neutralità climatica collocato al di sotto degli elementi classici del simbolo. 

20) Liguri a testa alta

Ultima lista della coalizione del "campo largo, molto largo" e dell'intera offerta elettorale regionale è Liguri a testa alta, il cui nome corrisponde al primo motto della campagna elettorale scelto da Orlando: il nome sembra improntato sulle persone e sull'identità (e la lista contiene un numero rilevante di amministratori locali e regionali, uscenti o passati). Il nome, scritto in rosso su fondo azzurro chiaro stile cielo, sormonta una fascia bicolore piegata verde e azzurra (che ricordano il profilo della regione bagnato dal mare) che a sua volta sta sopra un'area rossa con il riferimento alla candidatura da presidente (la struttura dei colori ricorda un po' quelli della lista #rete a sinistra presentata nel 2015 a sostegno di Luca Pastorino).  

martedì 22 ottobre 2024

Patto per il Nord, il federalismo riparte con Pinamonte da Vimercate?

Tentare di mettere insieme di nuovo movimenti, partiti, sigle, comitati, liste civiche e persone "per fare un grande sindacato del Nord". Questo è il motto sulla base del quale non poche persone si sono ritrovate a Vimercate (in provincia di Monza e della Brianza - con l'indicazione, nel manifesto di convocazione, del toponimo "Padania"), per assistere alla presentazione del simbolo del Patto per il Nord, associazione per la quale si è impegnato e si sta impegnando soprattutto Paolo Grimoldi, ex deputato della Lega Nord (poi Lega) ed ex segretario della Lega Lombarda, espulso dal partito alla fine di giugno di quest'anno (dopo le sue prese di posizione contro le alleanze europee della Lega con i tedeschi di Afd e il Rassemblement National di Le Pen).
La nuova associazione è stata presentata il 13 ottobre alla tenuta La Lodovica a Oreno di Vimercate. Scelta tutt'altro che casuale: "Ci siamo scervellati in tutti i modi per trovare un simbolo che potesse essere la base da declinare nei vari territori - ha spiegato Grimoldi -. Siamo qui perché la figura che abbiamo messo nel simbolo è partita da qui, cioè Pinamonte da Vimercate, guerriero e diplomatico che ha realmente fondato la Lega Lombarda e ha messo tutti d'accordo". E infatti, accanto al nome dell'associazione (con le parole "Patto" e "Nord" quasi una sull'altra e in grande evidenza) si trova proprio la figura di Pinamonte, dallo sguardo un po' severo nelle vesti di console di Milano, che come Alberto da Giussano ha la spada (tenuta però bassa, a riposo) e lo scudo (tenuto dietro le gambe). E, trattandosi di figura più esistente del guerriero rappresentato a Legnano ma assai meno nota ai più, ha provveduto a delinearne un ritratto storico essenziale il padrone di casa (anzi, "conservatore temporaneo", come ha precisato lui stesso), Dino Crippa, pluricollezionista e appassionato di storia: "Una volta incontrai Bossi - ha raccontato all'inizio - e, nel donargli un'immagine di Pinamonte, gli dissi 'Questo è il personaggio che fece la concordia langobardorum' e lui disse in dialetto: 'ma chi è questo, un prete?'".
Se Pinamonte da Vimercate (luogo che, incidentalmente, dista 25 km di auto da Giussano e 44 km dalla piazza del monumento di Legnano) è stato individuato come figura simbolo - in tutti i sensi - del nuovo progetto politico con le radici in un passato ben definito, i relatori predefiniti potevano dire molto sulla base di riferimento. Al tavolo, oltre a Grimoldi - del resto già creatore del Comitato Nord a suo tempo - si sono alternati Giuseppe Leoni (cofondatore della Lega Lombarda nel 1984 e rappresentante, in questo caso, della Lega per il Nord), Roberto Castelli (ex ministro leghista e fondatore-presidente del Partito Popolare del Nord), Roberto Bernardelli e Angelo Alessandri (ex parlamentari della Lega Nord - il secondo è stato segretario nazionale per l'Emilia - e, nel 2017, cofondatori di Grande Nord), Giancarlo Pagliarini (già ministro leghista, ora presidente onorario della Rete 22 Ottobre per l'Autonomia) e - pur essendo arrivato in ritardo - Mario Borghezio (già deputato, europarlamentare e sottosegretario leghista, ora presidente della Fondazione federalista per l'Europa dei popoli).
Quelle citate, dunque, sono tra le sigle maggiori tra quelle che in tempi più recenti hanno inteso rilanciare il discorso autonomista/federalista; non sono state le sole, però, ad aderire alla manifestazione del 13 ottobre. In quell'occasione, infatti, Francesca Losi - tra i fondatori di Autonomia e libertà (con Castelli) e del Partito popolare del Nord (di cui è vicesegretaria), eletta a giugno consigliera comunale a Pontida per la lista Federalismo e autonomia (che univa Grande Nord e Ppn) - ha citato per esempio Umbria autonoma, indicata come una delle liste che avrebbero dovuto concorrere alle elezioni regionali umbre di novembre, indicando come aspirante presidente l'avvocato Francesco Miroballo, già leader della Lega in Umbria (le candidature, però, in effetti non sono state presentate). 
Nell'elenco dei gruppi aderenti è stato citato anche Impegno popolare, formazione legata ad Alex Airoldi (già impegnato da giovane nei tentativi ri-democristiani di Flaminio Piccoli, poi fondatore dei Cristiani democratici federalisti): Airoldi stesso, secondo quanto indicato da vari media, figurerebbe nel direttivo dell'associazione Patto per il Nord. Tra le altre sigle presenti nell'elenco letto da Losi c'era anche Forza Nordassociazione interna a Forza Italia creata quest'anno dall'ex leghista Flavio Tosi, che ha aderito a quel partito come pure Marco Reguzzoni, che poco prima si era già candidato come indipendente nelle liste forziste alle europee (con l'esplicito sostegno di Umberto Bossi, pur non sufficiente a ottenere l'elezione).
Il primo logo e il logo attuale dei Repubblicani
Proprio Reguzzoni, anche come presidente dell'associazione I Repubblicani,  ha voluto mandare un suo messaggio all'evento del 13 ottobre, letto dalla stessa Losi. Lo stesso hanno fatto Toni Iwobi (eletto al Senato nella Lega nel 2018 e passato da pochi mesi anch'egli in Forza Italia: lui ha inviato un vocale, diffuso in sala) e Matteo Brigandì, promotore del gruppo Lega per il Nord dopo essere stato parlamentare leghista e - per breve tempo - membro del Csm: "La Lega Nord - ha scritto nel suo testo letto da Losi - non esiste più, è stata assorbita dalla Lega per Salvini premier, i principi cardine sono andati a farsi benedire, Salvini si posiziona all'estrema destra, addirittura facendo attestare su posizioni moderate Fratelli d'Italia, ma noi con l'estrema destra non abbiamo niente a che spartire; non perdiamo tempo ed energie anche solo a criticare chi ci ha defraudato dei nostri ideali".
In effetti ad aprire e tenere le fila della giornata è stato Roberto Bernardelli: fazzoletto verde nel taschino, ha proposto il canto di "un inno che ci è particolarmente caro", cioè il Va' Pensiero dal Nabucco di Verdi (canto riuscito, a parte qualche intoppo tecnico), poi ha dato la parola a Francesca Losi (per la lettura dei messaggi dei non partecipanti) e ha ringraziato Paolo Grimoldi, "perché ha studiato e realizzato il simbolo e ha realizzato il movimento". Proprio Grimoldi ha tenuto uno degli interventi più attesi: "Noi - ha detto in apertura - siamo donne e uomini che vogliono mettere le risorse a disposizione prima, per esempio, per le liste d'attesa nella sanità invece che in un ponte: questo riassume chi siamo". L'idea di costituire l'associazione Patto per il Nord "non è mia, è di qualcun altro..." (inevitabile pensare a Umberto Bossi) e in ogni caso fa tesoro di esperienze precedenti: "Siamo già stati dal notaio, in camera di commercio, all'ufficio brevetti - ha spiegato l'ex parlamentare - onde evitare che qualcuno domattina si svegli per poter utilizzare il nostro nome". Con quale spirito si avvia il Patto per il Nord? "Noi siamo qui - ha precisato Grimoldi - non perché siamo degli scappati di casa o speriamo di andare a fare i consiglieri di zona o gli assessori, ma perché abbiamo un lavoro; ci hanno già offerto ampiamente candidature, posti, nomine, ma semplicemente noi siamo quelli che non hanno mai cambiato idea e non hanno dimenticato il sapore della libertà"; chi vorrà unirsi ai fondatori sarà benvenuto, ma "ci dev'essere una regola chiarissima: chi prima arriva meglio alloggia e varrà comunque la regola democratica sull'anzianità di partecipazione, come nessuno imporrà mai un segretario dall'alto". Parole suonate come una stoccata ad altri partiti, probabilmente inclusa la Lega attuale, che pare non avere particolarmente gradito la nuova iniziativa politica contrassegnata da Pinamonte: "A qualcuno - ha segnalato Grimoldi - è stato detto che partecipare alle iniziative del Patto del Nord comporterà conseguenze disciplinari: bene, alla prossima minaccia andiamo dai carabinieri".
Guardando alcuni dei cardini del programma enunciato da Grimoldi, si ritrovano alcuni punti caratterizzanti della storia della Lega Nord: la riforma costituzionale in senso federale come stella polare con le macroregioni (con un riferimento esplicito alle tesi di Gianfranco Miglio), la soppressione dell'agenzia delle entrate e il mantenimento delle entrate fiscali innanzitutto a livello locale, l'attenzione ai redditi e alle pensioni del Nord, l'idea per cui "tutti sono benvenuti nelle nostre terre, ma chi non rispetta le regole o non le condivide non sarà trattenuto"; a questi propositi si aggiungono inserimenti puntuali e nuovi, come la contrarietà all'installazione di caselli su tracciati stradali - come il tratto di superstrada Milano-Meda che unisce Bovisio Masciago a Lentate sul Seveso - finora gratuiti. Grimoldi ha concluso il suo intervento tra gli applausi con il proprio motto: "Potranno toglierci anche la vita, ma non la libertà".

Gli interventi

Subito dopo Grimoldi sono intervenuti - per dirla con Bernardelli - i seniores del Patto per il Nord, vale a dire coloro che sono stati citati all'inizio dell'articolo: figure che hanno avuto un ruolo importante nella storia della Lega Nord (e lombarda prima ancora) e che poi ne sono uscite e che, in qualche caso, hanno ritenuto di muoversi per tempo per mantenere attiva una militanza "autentica". Non a caso è stata data la parola innanzitutto a Roberto Castelli, che il 20 novembre 2023 ha fondato il Partito popolare del Nord (di cui è segretario), partecipando a competizioni elettorali locali e che si appresta a correre in Liguria alle regionali. "Grazie per essere stato presentato come padre nobile della Lega - ha esordito Castelli - ma preferisco essere qui come fondatore di Patto per il Nord" (lui stesso ha indicato Bernardelli, Grimoldi e Losi come altri fondatori, anche se per un certo periodo lo statuto consentirà ancora di ottenere questa qualifica: "La storia ci dirà se erano incoscienti o profetici"). 
"Da tre anni cerchiamo di mettere insieme le forze - ha continuato - e abbiamo capito che l'unico modo per andare avanti è federarci. In ogni caso è necessario partecipare alle competizioni elettorali: siamo alle regionali in Liguria perché la parola 'Nord' per noi non deve uscire dal dibattito politico odierno". Castelli ha concluso il suo intervento proclamando "Padania libera", non prima di avere segnalato l'avvenuta adesione al Ppn in Piemonte - luogo in cui il partito ha un simbolo leggermente diverso, con un drapò piemontese in evidenza nella parte superiore e in basso il riferimento ad Autonomia piemontese, movimento federato col Ppn - di due figure rilevanti, sia per la storia della Lega (Domenico Comino), sia per quella dell'autonomismo tout court (Roberto Gremmo, di cui ci sarà ancora occasione di parlare più avanti).
Molto tecnico e concreto - in linea con lo stile della persona - è stato l'intervento di Giancarlo Pagliarini (anche in rappresentanza della Rete 22 ottobre per l'autonomia, dopo avere militato tra l'altro nella Lega Padana Lombardia di Bernardelli e nell'Unione federalista rifondata nel 2011 da Paolo Bonacchi): lui ha infatti tracciato un ritratto del federalismo ideale (avendo come modello la Svizzera, a partire dal passaggio del suo preambolo in cui si dice che il popolo svizzero e i cantoni sono "determinati a vivere la loro molteplicità nell’unità, nella considerazione e nel rispetto reciproci"), soprattutto sul piano fiscale. "Le tasse - ha detto - devono restare sul territorio, salvo far arrivare allo Stato federale solo quello che gli serve per assolvere ai suoi compiti". Priorità assolute per Pagliarini sono smontare lo stato supercentralista ed evitare i politici di mestiere, che faranno ciò che serve a essere rieletti piuttosto che quel che occorre davvero.
La voce delle origini è stata portata soprattutto da Giuseppe Leoni, innanzitutto nella sua qualità di co-fondatore (con Bossi e sua moglie Manuela Marrone) della Lega autonomista lombarda: "Io sono ripetente: ho già fatto una volta la Lega e ora sono qui per la seconda volta; essendo un ripetente sicuramente ho studiato bene la lezione. Rispetto a quando abbiamo fatto la Lega, nel 1984, il mondo è cambiato: pensate che non c'era nemmeno il fax, mentre ora abbiamo i telefonini; le cose che volevamo fare allora, però, le ho risentite ancora adesso. Certo, allora non avevamo le idee chiare: Umberto Bossi è stato un mago e dobbiamo riconoscerlo, ma un giorno era autonomista, un giorno era separatista, quello dopo ancora era indipendentista e capitava che io, che vivevo con lui, portassi avanti le 'penultime' idee e lui avesse già cambiato posizione e mi chiamasse dicendo che non avevo capito un c...". 
Al di là dei ricordi, che certo non svaniscono, Leoni ha manifestato con nettezza la sua contrarietà al corso che la Lega avrebbe preso da tempo (già dai primi anni Dieci) e in particolare nel periodo più recente, senza nascondere critiche dure all'ultimo raduno di Pontida avvenuto il 6 ottobre scorso (e che ha visto la partecipazione di Viktor Orbán, Marlene Svazek, del rappresentante di Vox e di Roberto Vannacci): "Io ero innamorato delle idee di quella Lega e ora sono innamorato del Patto per il Nord e questo cerco di trasmettere a voi, perché chi è innamorato di un progetto politico non tradisce, non lo può tradire. Guardate le foto del palco di Pontida e di Venezia, dove non sono mai salito: tutti loro hanno tradito, vergogna! Ne sono convinto, anche tra noi ci sono traditori: è la normalità dell'uomo, anche Gesù è stato tradito da una persona che aveva scelto come apostolo. Il 12 aprile 2013 avevo costituito l'associazione Padania libera perché avevo capito che le cose non andavano bene, la gente era presa da tante altre cose; poi ho fatto Federalismo Sì e alcune persone sono state elette consiglieri comunali, ho messo a disposizione le sedi, tutte azioni per tenere acceso il lumino delle battaglie federaliste. La Lega mi ha dato tante opportunità, se non fossi stato con Umberto Bossi non avrei mai conosciuto certi personaggi: all'inizio non avevamo un obiettivo, a parte andare contro Roma, oggi invece lo abbiamo, perché domenica scorsa il territorio di Pontida, che io come tanti di voi ho 'comprato', è stato dissacrato e quindi ora siamo contro quei 'patrioti'. Potremmo essere gli alfieri che si impegnano per liberare la nostra terra e tornare al Nord!".
Se  per la giornata del 13 ottobre Bernardelli si è riservato un ruolo soprattutto di trait d'union tra le varie figure coinvolte, per Confederazione Grande Nord è intervenuto soprattutto Angelo Alessandri, cofondatore e segretario del partito per l'Emilia-Romagna. Dopo aver ricordato i trascorsi emiliani di Pinamonte, nuovo simbolo per i sostenitori del federalismo, Alessandri ha detto: "Abbiamo vinto tante battaglie nel corso degli anni come Lega Nord, anche se non abbiamo vinto la guerra; poi a un certo punto Roma ci ha comprato lo strumento, trova sempre qualche giannizzero cui dare trenta denari, ma non ha comprato il popolo, che c'è ancora e ha tuttora voglia di lottare. Non voglio morire romano o arrendermi a Roma: se non riusciremo noi a fare la Padania, ci riusciranno i nostri figli o nipoti, l'importante è mantenere quel vessillo. L'obiettivo però secondo me non dev'essere andare a Roma a governare, come pure abbiamo fatto: non è a Roma che si cambiano le cose, al più là si va a controllare, ma bisogna ripartire dai comuni, dalle torri municipali, dalle identità. Il merito di Umberto Bossi, infatti, è stato dare identità a chi non l'aveva mai avuta".
Nemmeno il tempo di riflettere su questa frase - che in effetti non riesce a dare il giusto valore a chi ha studiato identità, autonomie e tradizioni, come a chi si è impegnato prima di Bossi almeno nelle battaglie autonomiste, ma riconosce senza dubbio chi era riuscito a ottenere risultati elettorali rilevanti - e il microfono è passato a Mario Borghezio: fazzoletto verde col Sole delle Alpi al collo, più che da presidente della Fondazione federalista per l'Europa dei popoli (il cui logo ricorda molto quello del Comitato Nord) Borghezio ha parlato da militante storico e sanguigno, proponendo un discorso a pugno battente (letteralmente, facendo risuonare in tutta la sala le botte all'incolpevole tribuna di legno collocata accanto al tavolo dei relatori). "Eravamo rimasti e spiritualmente siamo ancora tutti sul Po a fare quel giuramento: siamo padani e non spergiuri, eravamo in tanti fedeli a quell'uomo straordinario che si inventò uno stato e ci convinse a seguirlo sul Po, rendendoci  protagonisti della Storia". Dopo un elogio a Grimoldi ("Ha la stoffa"), Borghezio non ha risparmiato critiche e insulti tanto alla politica e burocrazia romane, quanto agli ultimi anni di attività leghista: "Calderoli ha fatto di tutto per portare avanti un briciolo di autonomia, ma con tutto quello che abbiamo visto e passato, noi che abbiamo vissuto in quei ministeri di m... come la realtà della burocrazia romana e del centralismo abbia ridotto il Nord in queste condizioni, come si può ancora pensare di cambiare le cose da Roma? Il Patto riscopre il senso di appartenenza e la volontà di fare della Lega. O siamo rivoluzionari o non concludiamo un c...: dobbiamo tirare fuori i c...i e spaventarli di nuovo, come li spaventava Bossi e noi con lui. Le rivoluzioni le fanno i giovani o gli anziani che non hanno paura di rischiare, che non sono rimasti attaccati alle poltrone: quando qualcuno ha cominciato a die che non andava più di moda il verde o che non si doveva parlare di Padania se ne sono fott...".
Non sono mancati, verso la fine del momento pubblico della giornata, gli interventi di varie militanti, elette o ex elette: dalla citata Francesca Losi ("Dobbiamo riprenderci la scuola, che dalla prima elementare all'ultimo anno delle superiori deve diventare regionale, anche per i programmi e per concorsi per il personale docente, così come dobbiamo combattere una battaglia in sala parto: un quinto dei nati in Lombardia è di origine straniera, ci vogliono politiche pesanti per permettere alle donne del nord per i prossimi 10-20 anni di partorire serenamente più volte per sconfiggere l'inverno demografico") a Lisa Molteni (consigliera a Gerenzano), da Monica Mazzoleni (ex consigliera regionale della Lombardia) a Monica Rizzi (già assessora regionale lombarda, ora responsabile organizzativa di Grande Nord); ha parlato pure l'ex deputato Roberto Caon (che la Lega Nord l'aveva lasciata nel 2015, seguendo prima Flavio Tosi in Fare!, per poi entrare in Forza Italia nel 2017 e in Azione nel 2022) e l'ex consigliere regionale Roberto Cenci.

La voce di Gremmo

Non poteva passare inosservato, in coda alla mattinata, l'intervento volutamente critico di Roberto Gremmo, fresco aderente al Partito popolare per il Nord - come ricordato da Castelli - ma soprattutto autonomista della prim'ora ("Qui dentro siamo solo in due, Roberto Bernardelli e il sottoscritto, a poter vantare una militanza dal 1980: in quell'anno l'ex ministro Pietro Bucalossi e Bernardelli fondarono la prima lista civica per Milano", mentre nello stesso anno Gremmo era impegnato con liste analoghe in Piemonte). 
Gremmo ha tracciato una sorta di bilancio, da cui trarre indicazioni per il futuro: "In questi anni ho visto tante speranze e tante persone belle, lavoratrici e oneste partecipare a queste assemblee, incluse quelle organizzate dall'associazione La Fara di Biassono, ma dopo esserci riuniti non si è concluso nulla. Io sono vecchio e malato, non voglio perdere ancora tempo con chiacchiere: per questo mi sono iscritto al Ppn e sono disposto a collaborare con questo comitato, ad alcune condizioni. Prima di tutto non bisogna essere "in vendita", non si possono fare battaglie per poi vendere ciò che si è ottenuto in cambio di altro; bisogna prendere contromisure perché questo non accada. Secondariamente, occorre smetterla con le operazioni nostalgia e smettere di guardare indietro: da persona che non ha mai aderito alla Lega Nord e non corre il rischio di rimpiangere qualcosa, dico che se sono stati fatti sbagli, pazienza, bisogna guardare avanti, possibilmente avendo come orizzonte la Padania Separatista che ha dato il titolo a un libro cui ho collaborato. In terzo luogo, faccio mio un motto formulato da Domenico Comino: 'Basta meridionalismi, basta pianto greco, basta mangiare a casa d'altri'. Da ultimo, dev'essere chiaro che il Patto per il Nord non sono lombardi, ma di tutto il Nord: occorrono forze che operano anche nelle altre Regioni e serve rispetto per le altre regioni, per ottenere un'autonomia padana cantonale, come la Svizzera". 
Il giorno dopo l'evento a Vimercate, Gremmo ha scritto alla direttrice della Nuova Padania, Stefania Piazzo, esprimendo alcune riserve - tra l'altro - sulla scelta di Pinamonte come simbolo del Patto per il Nord; Piazzo gli ha risposto in calce. Lo scambio di opinioni, riguardando il simbolo appena scelto, merita di essere riportato per intero, lasciando a chiunque legga la possibilità di farsi un'idea.  

Cara Direttrice, ho partecipato ieri al convegno di Vimercate come sostenitore di "Autonomia Piemontese" federata al Partito Popolare del Nord e  sono stato ben lieto di constatare una presenza incoraggiante di molta gente che crede ancora nel federalismo e nelle autonomie delle regioni alpino-padane. 
Non posso però rinunciare a qualche critica che rivolgo non per spirito disgregatore, ma per evitare di partire con il piede sbagliato. E mi riferisco prima di tutto a quello che era l’oggetto dell’incontro, la presentazione del simbolo del Patto per il Nord. A differenza del guerriero della Lega Nord, l'Alberto da Giussano che brandiva potente e minaccioso la spada della riscossa, il guerriero esibito ieri teneva abbassato il suo fioretto. Se doveva rappresentare un alternativa militante alla deriva centralista del Capitano, era l’immagine meno adatta. E per di più evocava un personaggio particolare della già troppo fantasiosa epopea della Lega Lombarda dei Comuni in lotta contro l'Impero. 
Proprio così, perché Pinamonte da Vimercate, oggi rievocato, non partecipò alla battaglia di Legnano, perché non era un soldato ma un politicante, che tale si doveva rivelare perché, dopo il patto di Costanza, fu uno dei primi ad accordarsi col Barbarossa quando venne a Reggio Emilia l'11 febbraio 1185, ottenendo come omaggio per il suo vassallaggio l’ambita carica di podestà di Asti. Come simbolo può essere l’emblema d’una prova di forza per poi trattare? Non voglio crederlo. Pinamonte, fra l’altro, non era nemmeno di Vimercate, anche se ostentava il titolo nobiliare cittadino, ma apparteneva ad una delle più ricche famiglie milanesi, sempre pronte ad andare di buon grado a patti di buona creanza con tutti. 
Certamente, il Convegno di ieri aveva invece buone intenzioni battagliere, anche se, a parer mio, non ha chiarito bene su quali punti programmatici operare, se eventualmente alleato con altri e soprattutto chiarendo bene subito i modi e le forme della collaborazione delle sue diverse componenti interne. E’ stata ancora troppo una operazione nostalgia, il rimpianto di una Lega che non c’è più, da non rimpiangere.

 

* * *

Caro Roberto, i tempi cambiano, e cambiano anche i modelli di riferimento. Patto per il Nord, se evolverà in partito, dovrà pur affrontare un congresso e in un congresso si decide la linea politica: con chi stare, con chi allearsi se serve, quali obiettivi raggiungere. 
Concordo con te che il simbolo può esteticamente piacere o non piacere. Di certo è evidente la sua matrice, e da quali identità culturali e politiche scaturisca, da quale cordone ombelicale mai reciso con le origini arrivi. Il rischio è che richiami solo chi ha vissuto quel periodo politico, e non attragga chi non sa nemmeno cosa sia Pontida. Però c'è la parola "Nord". E questo è un altro discorso. La partita se la giocano tutta lì gli amici del Patto per il Nord. Serve una dimensione prepolitica, di comunicazione (non di comunicati stampa), di eventi popolari e culturali, di programmazione e formazione della classe dirigente.
Pinamonte non è un figo, è pure bruttino, però chi lo usa come immagine grimaldello per attirare i delusi, i rassegnati, può spettinare quelli con i capelli leccatini che il Nord lo hanno spernacchiato, forse anche più di lui, consegnando questi territori ad uno scambio di posti e non ad uno ma a mille podestà e ras locali. Almeno ci provano, e lo scopriremo alle prossime elezioni. Altrimenti, Pinamonte torna al museo. 

lunedì 1 luglio 2024

Indipendenza!, il cammino prosegue senza Exit (Di Stefano)

Esauriti del tutto i riti delle elezioni amministrative di giugno (ballottaggi compresi), vale la pena segnalare che dopo il voto - europeo, regionale e locale - alcuni progetti politici hanno già subito mutamenti, scomposizioni e defezioni. 
Tra questi, non è passata inosservata la scelta di Exit, associazione fondata e guidata da Simone Di Stefano, di abbandonare il Movimento Indipendenza! - guidato da Gianni Alemanno e Massimo Arlechino. Proprio Arlechino e Di Stefano, lo scorso aprile, avevano presentato insieme al Viminale il simbolo di Indipendenza! (realizzato da entrambi), provvedendo al deposito cautelativo prima delle elezioni europee; il 21 giugno, però, Di Stefano sulla sua pagina Facebook e sul nuovo sito del partito ha condiviso una nota in cui ha dato conto della scelta di non concorrere più al progetto politico che aveva contribuito ad avviare. 
Vale la pena riportare per intero il comunicato, per cercare di comprendere meglio questa decisione.

L'associazione Exit-Sovranità per l’Italia, cessa di aderire al movimento politico Indipendenza, di cui è stata inizialmente fra i promotori e fondatori. 
Exit aderì ai comitati "Fermare la guerra" e successivamente al "Forum dell'indipendenza italiana" che diede vita nel novembre del 2023 al movimento politico Indipendenza, con la speranza di creare un partito più ampio che mirasse a diventare punto di riferimento per milioni di italiani che ormai da anni hanno rotto completamente i ponti con i vecchi partiti, i vecchi schemi logori del centrodestra, con menzogne ripetute a pappagallo ad ogni campagna elettorale e puntualmente tradite negli anni di Governo. 
Il movimento Indipendenza a cui abbiamo aderito fino ad oggi, non vuole o non riesce a dotarsi di un programma politico chiaro, non vuole o non riesce a dotarsi di regole e metodi interni che lo facciano percepire come un vero e proprio partito, non vuole o non riesce ad uscire dalla dinamica del partito personale: ovvero il partito non ha un programma, quindi il programma del partito coincide con le dichiarazioni del segretario. 
Questa mancanza di chiarezza programmatica ha tenuto insieme un gruppo troppo eterogeneo, che ha portato il partito a candidarsi nella stessa tornata elettorale delle amministrative 2024 sia da solo, sia in alleanza con Democrazia Sovrana e Popolare di Rizzo e Toscano, sia in coalizione con il centrodestra a Vibo Valentia. Contemporaneamente si dava indicazione per le Europee su diversi territori di votare Lega con preferenza a Vannacci. 
Noi riteniamo che gli uomini, le donne e soprattutto l'elettorato in grado di interpretare il sentimento di ribellione che sta scuotendo le nazioni e i popoli europei non sia da ricercare nella parte sempre più minoritaria che si reca alle urne votando acriticamente "il partito del cuore", ma principalmente nei milioni di italiani che non si recano alle urne. I partiti che hanno già governato hanno tradito TUTTE le aspettative e le speranze riposte. 
Ricercare quindi un dialogo, una sponda, o anche solo l’idea che ad esempio Fratelli d'Italia o Lega possano o debbano avere una sorta di "redenzione", rientra nella mancanza di volontà di dare al partito una sua linea chiara, univoca e di rottura INSANABILE del rapporto con questi partiti di sistema, premessa fondamentale per la nostra adesione, e motivo principale della nostra uscita. 
Così come la mai chiarita posizione sull'Unione europea e sull’Euro o il fatto di ventilare l'ipotesi di "un'altra Europa possibile" o di "cambiare l’Europa" o di volere "meno Europa" che è la posizione propria di Lega e di Fratelli d'Italia. Per noi indipendenza significa ZERO EUROPA e ammainare per sempre l'odiata bandiera blu con le stelline. Ovvero prefigurare un percorso di USCITA dell'Italia dalla Unione europea, unica vera INDIPENDENZA di cui l’Italia ha bisogno. 
Non ci dilunghiamo oltre, rimarchiamo le nostre posizioni non per additare segretario e dirigenti, ma per farvi capire che siamo incompatibili. Ci auguriamo che la nostra uscita, togliendo una componente radicale, aiuti Indipendenza a trovare una via, quale che sia.

Simone Di Stefano, Davide Di Stefano, Marcello Pianu, Enrico Rinaldi, Andrea Gallini, Franco Napolitano, Paolo Di Matteo, Massimiliano Pugliese
 
Come si può evincere dalla nota pubblicata da Di Stefano, la questione delle alleanze non è stata certo il problema scatenante alla base dell'addio di Exit a Indipendenza!, ma ne è stata certo una manifestazione tangibile. E se non era passata inosservata la scelta di sostenere con Democrazia sovrana popolare a Modena la candidatura a sindaco di Daniele Giovanardi, già direttore del pronto soccorso del policlinico di Modena e proposto da Dsp già alle suppletive di Monza, dev'essere pesata come incoerente la decisione di fare altre scelte in territori diversi e di appoggiare in qualche modo Vannacci all'interno delle liste della Lega alle europee (dopo che non era andato a buon fine il progetto di liste unitarie con Sud chiama Nord in quella stessa competizione), rinvenendo un deficit di chiarezza nel programma e nell'identità che avrebbe dovuto compattare le persone e le loro scelte.
In concomitanza con la separazione di Exit da Indipendenza!, in ogni caso, l'associazione guidata da Di Stefano ha rispolverato il proprio simbolo giallo, con una freccia che punta in alto a destra ricavata all'interno della "x" del nome. Quel logo, tuttavia, è stato arricchito con un segmento circolare blu collocato nella parte bassa del cerchio: all'interno trova posto la dicitura "Sovranità per l'Italia", sopra a una piccola fascia tricolore, quasi a voler rimarcare che il blu scelto non ha niente a che vedere con "l'odiata bandiera blu con le stelline". La scelta di mantenere la forma circolare suggerisce l'intenzione di mantenere una certa contiguità con la forma partito o almeno con la partecipazione alle competizioni elettorali, da soli o federati ad altre forze.