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sabato 29 agosto 2015

Paparini, ovvero la passione politica del tempo che fu

E' rimasto davvero uno degli ultimi riti incrollabili della democrazia italiana, anche se non assomiglia affatto al passato. La fila davanti al Viminale per il deposito dei simboli prima delle elezioni politiche ed europee è, quasi da sempre, uno spaccato di varia umanità, un concentrato di istanze, battaglie ideali e materiali, intenzioni benigne e maligne, sincere ambizioni e progetti inevitabilmente chiassosi (che poi magari non sfociano in nessuna lista). Forse la nuova norma sul deposito obbligatorio degli statuti farà calare anche su quel momento un velo di detestabile sobrietà (specie se abbinata alla legge sui partiti politici in discussione alle Camere), ma il rito della fila di certo sopravviverà.
Le elezioni "naturalmente anticipate" di Fantozzi
E se negli ultimi anni è indubbiamente Mirella Cece, demiurga del Sacro Romano Impero Liberale Cattolico, l'emblema irrinunciabile di quel rito, non si può restare indifferenti davanti a una storia ripescata dall'anno di grazia 1983, grazie ai ricordi di chi ha assistito personalmente alla scena. Bisogna tornare alle settimane precedenti quelle elezioni politiche, "naturalmente anticipate" come diceva Paolo Villaggio in Fantozzi subisce ancora, uscito proprio in quell'anno. Tra i simboli che apparvero sullo schermo, tuttavia, non c'era sicuramente quello del Partito patriottico risorgimentale nazionale italiano, dall'ineffabile acronimo Paparini. La grafica del contrassegno aveva qualcosa di eroico e ottocentesco (non a caso, di "risorgimentale" si parlava), con la rappresentazione dell'Italia turrita nelle forme di una donna slanciata, munita di spada e fascia presumibilmente tricolore, per richiamare non meglio precisati ideali di lotta per rifare daccapo un'altra Italia, presumibilmente quella vera.
A portare quel simbolo per il deposito era stato un signore attempatissimo, di cui il tempo ha fatto scolorire il nome: di cognome poteva chiamarsi Sciuto Grimaldi, o qualcosa di simile. Si presentò al primo tavolo libero, tra quelli predisposti per ricevere la documentazione elettorale, e fu invitato dalla commissione ad accomodarsi: tutti i membri avvertirono distintamente la fatica di quell'uomo, cui scricchiolarono persino le ossa mentre si sedeva, e in un attimo furono certi di non avere mai visto niente di simile in passato. Davanti a loro  c'era il presidente di Paparini, arrivato appositamente da Catania dopo un viaggio lunghissimo, anzi, l'abnegazione di quell'uomo aveva raggiunto livelli inimmaginabili: "Ero ricoverato in ospedale - spiegò con un energico filo di voce ai funzionari attoniti - ma ho firmato per poter uscire da là e arrivare in tempo qui a presentare il simbolo. Ho preso il treno, ho viaggiato tutta la notte e sono qui, per la passione politica!".
A quelle parole il presidente di quella commissione, con un tono tra l'ammirato e il meravigliato, non poté fare a meno di rivolgersi con cura e deferenza al signore che gli stava davanti: "Ma presidente, non era necessario che venisse lei di persona per questo adempimento, poteva delegare qualcun altro al deposito...". Tutto poteva immaginare, probabilmente, tranne la risposta che si sentì dare: "Eh certo, ci sarebbe mio nipote, il vicepresidente... ma quello - disse l'uomo, con ovvia cadenza catanese - quello se ne frega! Quello vuol essere solo preso e seduto in Parlamento!".
Dopo qualche malcelato sorriso l'esame dei documenti proseguì, ma si scoprì che il poveretto si era presentato al Viminale con i contrassegni che non erano delle dimensioni giuste (10 centimetri di diametro per il manifesto e - allora - 2 per la scheda): quando al tavolo del ministero glielo fecero notare, lui quasi si sentì male, visto che prima di partire gli avevano assicurato che tutto era a posto e, per quelle riproduzioni, aveva anche tirato fuori qualche soldo. Fu un gentilissimo funzionario ad accompagnarlo personalmente presso la tipografia ministeriale, perché gli addetti gli potessero fornire in poco tempo i simboli delle dimensioni giuste e la pratica di ammissione potesse concludersi regolarmente.
Lo stesso funzionario, una volta terminati gli adempimenti di deposito, si preoccupò di accompagnare, quasi di scortare il presidente di Paparini alla fermata più vicina del 64 in via Nazionale: lui voleva andare verso San Pietro, proclamando con convinzione "io sono il primo cattolico!" Niente di strano, se si pensa che il motto del partito era "Dio, Patria, Famiglia", non proprio una novità in questo paese. Il ministeriale lo aiutò a salire sull'autobus e poi lo salutò da lontano, prima di tornare in commissione al Viminale; di simboli da ricevere ce n'erano ancora diversi, ma nessuno di loro - ne era certo - avrebbe potuto competere con la determinazione di Paparini...

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