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giovedì 13 agosto 2015

In fondo a sinistra (5): la ricetta dei Carc verso il socialismo

Di tutte le falci e martelli viste sin qui e sopravvissute alla storia politica italiana, probabilmente è quella più irregolare, quasi naïve, visto il suo disegno "artigianale", come se fosse stato tracciato a mano. Ha comunque accumulato una certa storia il simbolo - giallo, su fondo ovviamente rosso - del Partito dei Carc, ove la sigla sta per Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, anche se da più parti i suoi aderenti e le sue attività sono guardati con sospetto (al punto che se n'è interessata più volte la magistratura, ma qui non interessa questo capitolo).
I Carc risultano fondato nel 1992 a Viareggio, con Giuseppe Maj come primo segretario; per parlare realmente di partito, tuttavia, si deve attendere il 2009, dopo la "terza Lotta ideologica attiva". Anche se la sede nazionale risulta essere a Milano (segretario risulta essere Pietro Vangeli), il maggior radicamento del Partito Carc si ha in Toscana e in Campania, con presenze anche in Emilia Romagna (essenzialmente a Reggio Emilia) e in Lazio.
Basta leggere l'articolo 1 dello statuto per essere trasportati in un'altra dimensione, in cui la realtà esiste e i suoi problemi pure (aderenti e militanti sono pur sempre uomini in carne e ossa), ma c'è spazio anche per le costruzioni ideologiche e per l'utopia. Dall'inizio il P.Carc è definito come "un Partito di comunisti" (ma su Wikipedia si parla di partito marxista-leninista-maoista): l'obiettivo finale è instaurare il socialismo (quello originale, s'intende), ma il primo passo cui tendere è la costituzione del "Governo di Blocco Popolare", ossia un governo d’emergenza cui concorrano le organizzazioni operaie e popolari e da esse sostenuto, per affrontare la crisi: nel programma, l'assegnazione pianificata a ogni azienda di compiti produttivi utili e adatti alla sua natura, la distribuzione di prodotti "alle famiglie e agli individui, alle aziende e ad usi collettivi secondo piani e criteri chiari" decisi democraticamente, l'assegnazione a ciascuno di un lavoro socialmente utile che garantisca (se ben eseguito) la possibilità di una vita dignitosa; l'eliminazione (e riconversione) di attività e produzioni inutili o dannose per l’uomo o per l’ambiente, la riorganizzazione delle varie relazioni sociali in conformità alla nuova base produttiva e, last but not least, la ricerca di relazioni di solidarietà, collaborazione o scambio con gli altri paesi disposti a stabilirle.
Il programma è nell'alveo del (nuovo) Partito comunista italiano - la cui carovana è riconosciuta come "la maggiore e la migliore concentrazione del movimento comunista che esiste nel nostro paese" - e la sua linea e i metodi che ne sono alla base già nello statuto sono riconosciuti come "fondamentalmente giusti, relativamente giusti" (come dire che l'idea è buona, ma va perfezionata). Certamente c'è molto da lavorare: non basta fare "propaganda per il socialismo e il comunismo" (cosa che pure rientra in pieno nella linea del P.Carc), ma occorre anche "sostenere e valorizzare le lotte spontanee delle masse popolari e promuoverle [...] per sviluppare e rafforzare la sinistra e coinvolgere anche la parte più arretrata delle masse popolari e come terreno per fare scuola di comunismo".
Non più tardi di ieri, nel passaggio tra una festa "della riscossa popolare" all'altra (da Napoli a Marina di Massa), il messaggio affidato a Facebook era molto impegnativo: "Passare dalla difesa all'attacco. Organizzarsi e coordinarsi. Perché non sono i padroni ad essere forti, sono gli operai e le masse popolari che devono fare valere la loro forza!" Anche il socialismo e il comunismo, in fondo, passano per una forte consapevolezza...

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