domenica 26 giugno 2022

Frammenti degli italiani in politica "lì dentro", con Filippo Ceccarelli

L'uscita di un nuovo libro di Filippo Ceccarelli è accolta con piacere e preventiva gratitudine da chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica. Scorrendo ogni suo testo si ha la certezza di partire per un viaggio ricco, con tanta politica - vista attraverso episodi maggiori o minimi, da annotare o scovare al microscopio - e un imprecisato numero di preziose piste di ricerca, offerte da figure notevoli della poesia, della scrittura, della filosofia, della sociologia, dell'antropologia e altre scienze assortite. Soggetti che forse non si sarebbero creduti utili allo scopo - o magari, qualcuno ci perdoni, sarebbero rimasti ignoti - e invece si rivelano stimolanti e sfidanti (perché poi, chiaro, scatta il sano meccanismo del recupero: di certe opere e di alcune figure nasce la curiosità o il bisogno di leggere e sapere di più). Un viaggio impegnativo, sì, ma che a ogni tappa sfogliata riempie le valigie, la testa e la vita. Un Gran Viaggio, insomma.
In una telefonata a inizio anno col "Signore dei Ritagli" - lo vedo così, per il ricchissimo fondo di articoli, pubblicazioni e ritagli che ha donato alla Biblioteca della Camera dei Deputati nel 2015, mettendolo a disposizione di chiunque, e per l'elegia-apologia del ritaglio scritta quasi vent'anni fa nel Teatrone della politica: "Da un quarto di secolo i ritagli sono la mia nevrosi e la mia consolazione, l'assicurazione per la vecchiaia e una scocciatura inverosimile. E i ritagli dimostrano che qualcosa, nella politica, è cambiato davvero" - era emerso l'annuncio di un libro in arrivo (questione di mesi): il piacere e la gratitudine erano già scattati. Non avevo però celato a Filippo la mia sorpresa nell'apprendere che alla base del nuovo viaggio ci sarebbe stato un lungo periodo da osservatore degl'Italiani attraverso i social network, in particolare Instagram: un lavoro distante da Invano - il "libro della vita" per lui, l'opera monumentale precedente da cui il girone dei #drogatidipolitica trae costante beneficio - ma non meno insidioso (specie per chi non aveva usato prima quel mezzo) e ambizioso. Non si trattava di osservare (solo) protagonisti, avventizi e meteore della scena del potere, ma in generale le italiane e gli italiani, almeno per ciò che si vedeva stando alla finestra - anzi, finestrella - di Instagram. L'approccio era interessante, l'autore una garanzia, la curiosità già fremente, ma due riserve in me la velavano: una sostanziale diffidenza di fondo per Instagram (rete che frequento solo da febbraio del 2020, a poca distanza dall'inizio dell'osservazione ceccarelliana) e il timore di trovare poca politica in quelle pagine. Non ho però mai avuto il sospetto che potesse non esserci affatto, così mi sono limitato ad attendere con fiducia.
In aprile l'attesa è finita: Feltrinelli - editore  dei tre libri precedenti - ha pubblicato Lì dentro. Gli italiani nei social (336 pagine, 19 euro). Non passa inosservata la copertina, benché - si veda l'osservazione tagliente di Guia Soncini - sia stata bollata come "non instagrammabile" (paradosso per un volume nato dall'osservazione partecipante e silente su Instagram). L'illustratore Pierluigi Longo, tra l'altro, ha fatto spuntare sopra uno smartphone un'Italia turrita, in leggings e con in mano un carciofone telescopico (e qui - in un impeto di controllata follia e nella beata ignoranza di cosa fosse il "carciofo" per chi pratica la cannabis - è venuto spontaneo canticchiare "Càrciofon, càrciofon!", come Elio e le Storie Tese in uno spot postcalindriano del Cynar: su Instagram non c'è, ma su YouTube sì). La figura pare materializzarsi per avvisare lettrici e lettori: magari è mutato il vestito dell'Italia e di chi la popola e la anima, ma non si è cancellata tutta la storia; sono soprattutto rimasti il gusto e l'irresistibile tendenza alla risata, al ridicolo, all'esagerare.
Il libro fluisce e si svolge con uno stile - ben noto a chi frequenta le scritture di Ceccarelli - che accosta acribia e ironia, gusto per il dettaglio e ricerca di levità (specie quando il tema trattato ne ha poca), curiosità per l'indagabile e perplessità da esercitare a tempo debito. L'indagine dell'Italia visibile lì dentro - che poi, alla fine del "viaggione" (così lo chiama l'autore) "[s]enza che me ne accorgessi, Lì dentro era diventato Qui dentro. Negli occhi, nel cuore, nella storia, nella vita che continua, con le sue gioie e con le sue perdite" - si sviluppa nella ricerca di senso, di fils rouges, di tratti comuni da rinvenire nelle immagini e nei reel postati su InstagramProprio questi irrompono di continuo nel viaggio (senza interromperlo, essendo la materia del "viaggione"), tra un'osservazione, una riflessione e uno sguardo indietro: una sorta di Blob ricorrente e periodico, che riemerge quasi a ogni pagina. 
 
 
Quel Blob di Instagram, però, qui si può solo leggere, come prevede la tradizionale carta ("non riesco proprio a fare a meno della carta - scrive Ceccarelli -. Col tempo ho imparato a conoscerla, mi basta una carezza per capire se è morbida, porosa, pesante o leggera. Mi piace l'odore, anche a distanza come un cane che annusa l’aria, quando scendo nel mio studio il profumo di tutti quei libri mi rassicura". Dice: ma che c'entra ora la carta? C'entra eccome: per un #drogatodipolitica coi piedi nella Prima Repubblica è impossibile rinunciare a queste parole). Può sembrare paradossale proporre a chi legge una carrellata solo verbale di ciò che è stato pubblicato su una delle prime reti sociali incentrate sulle immagini (ferme o in movimento); da circa due mesi però un account ufficiale su Instagram, @real_ceccarelli, offre a chiunque "Lì dentro illustrato", mostrando una parte del materiale visto e finito nel libro. Giusto una parte, un po' per la mole, un po' perché "lì dentro tutto evapora. La roba social non è fatta per essere ricordata, conservata, classificata ed eventualmente consultata. Si consuma in fretta, sul posto. La novità scalza tutto ciò che la precede. Per quanto potesse sembrarmi assurdo, non era consentita la minima forma di archivio. Peggio: 'archiviare' nel linguaggio social vuol dire eliminare dalla vista, cancellare, dimenticare. In effetti diversi contenuti che ricordavo, quando sono andato a ricercarli, erano spariti. Come se non ci fossero mai stati. [...] Inoltre le stories, che per me costituivano le acquisizioni più spontanee e significative, durano appena 24 ore, poi se le inghiotte il cyberspazio".
Le tappe del viaggio (una per capitolo: l'Avventurala Curiosità, la Complicazione, la Pandemonia, la Risata, la Dissoluzione, la Novella, l'Ytalya; l'ultimo - la Salvezza - fa da epilogo o da bonus track) vanno tutte compiute, col tempo che serve per farsi largo tra schegge trash e personaggi sconosciuti a chi non pratica quell'universo, ma ai quali l'autore, alla fine del "viaggione", si sarebbe "anche un po' affezionato" (dopo aver "passato anni a proclamare tutto il male possibile dei social" per il loro aver portato "a compimento l'apocalisse del discorso pubblico"). Chi scrive ignorava che esistessero Algero/Fratelli' (@1727wrldstar, con relative liti col Brasiliano, Zi' Monica o altre persone), Davide Lacerenza (dominus della Gintoneria di Milano: per lui "kruggare" e "fatturare" sono imperativi categorici, insieme alle 3F), don Rava (Alberto Ravagnani, "prete social" di Busto Arsizio), la Regina di Roma e Carima, il chirurgo plastico Giacomo Urtis e Federico Fashion Style ("Troppo Top"), senza contare chi nel libro appare una tantum, senza nome o solo col nome: è il caso di tale Dennis che due anni fa su YouTube si sottopose, uscendo "dolorosamente sconfitto", a una ributtante "amatriciana challenge" (e non oso immaginare la reazione di Filippo, che nel bel documentario Così mangiavamo di Stefania Aphel Barzini, nel 2008, rivendicò la sua passione per gli spaghetti all'amatriciana). Certo, si potrebbe vivere anche senza conoscere simili figure e il loro contorno di varia umanità e italianità, ma forse - si ha questa impressione a fine lettura - si saprebbe molto meno sull'evoluzione/involuzione delle italiane e degli italiani, su come loro sanno essere oggi. Un loro che può facilmente diventare un noi, nel molto o nel poco. "L'atto del vedere - cita l'autore al principio - richiede una buona dose di incoscienza e di coraggio": in effetti ci vuole un bel fegato, a volte, avendo davanti agli occhi come loro sanno essere e, dunque, come noi potremmo diventare... 
Ad ogni modo, attraverso le pagine del volume, si acquisisce contezza di come delle italiane e degli italiani i social trasmettano e amplifichino "la loro espressività, la spudoratezza creativa, la sorprendente, indomita e disperata umanità", caratteri che hanno sempre avuto (chi più, chi meno). Sembra innegabile che in più di un caso queste visioni su schermo rendano concreta, per usare le parole di Filippo, una vera e propria "scena oscena" - o, in una crasi, "un'o-scena" - da leggere in senso etimologico ("obscenus, derivante dal linguaggio degli antichi indovini, voleva anche dire, come da lacero e glorioso dizionario Georges appartenuto a mio nonno, 'di cattivo auspicio'") eppoi con tutte le sfumature possibili, dai corpi esposti a performances raccapriccianti. "Ma poi, ma poi, ma poi - lieta novella! - non c'è cosa che non abbia dentro di sé il suo contrario, il suo antidoto, la sua salvezza, addirittura": nelle parole di Filippo sembra di ritrovare la nota frase di Friedrich Hölderlin, per cui "Lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva". Salvezza che a volte sta anche in una risata, sorta magari spontaneamente di fronte a quegli spettacoli o a quelle esibizioni: italiane e italiani dunque "sono spiritosi, i più spiritosi, spiritosissimi, dategli un telefonino con telecamera e vedrete come a scavare dentro questa parola decisiva si finisce per trovare lo spirito, o magari lo Spirito", capitando pure di emozionarsi o commuoversi, persino se a generare l'esposizione e lo spettacolo è il contesto di povertà e sofferenza in cui le persone esposte vivono, dando corpo alla massima (offerta da Giacomo Ceccarelli, figlio di Filippo e sua guida nel "viaggione") per cui "apparire non è esistere, ma smettere di soffrire" (sempre meglio, in fondo, di essere dei "morti di fama" in esercizio permanente).
Certe scene, certi soggetti potrebbero benissimo sembrare la versione attualizzata di ciò che aveva incontrato anni o decenni prima - allo stadio, come in tanti luoghi di Roma - Luigi Ceccarelli, padre di Filippo, attivo a lungo nella cinematografia romana e anche nella scrittura, esercitando sempre la curiosità da tramutare in gioia (a proposito, meritano attenzione le pagine dedicate alla ricerca, al fortunoso ritrovamento e al destino del "Brogliaccio", summa di ricordi, curiosità, documenti di stranezze raccolti da Ceccarelli padre, a dimostrazione che "la mela non cade mai lontano dall'albero").
Così, insomma, sfogliando le pagine, gli italiani nei social sono apparsi eccessivi, ora variegati e ora drammaticamente omologati, creativi molto più del solito ma in fondo non troppo diversamente dal già noto, certamente molto ossessionati dal loro aspetto, furbi e fessi allo stesso tempo - con dosaggi variabili - e non di rado pronti a seguire questo o quel guru (mediatico, scientifico, politico, ma vanno bene anche i faccendieri). "Questo sentirci diversi l'uno dall’altro, questo nostro sistematico espanderci e rivoltarci in orizzontale, questa gioiosa complicazione che si sostanzia nell’ognun per sé e Dio per tutti sembra fatta apposta per la rete, e la rete social apposta per gli italiani". Italiane e italiani hanno continuato a recitare (e anche a mentire) pure sul nuovo palco; alcuni maschi, peraltro, all'occorrenza proclamano e magari scrivono ancora "W la fi*a" (con spazio per le varianti regionali) pur in un contesto distante anni luce da quello passato. Soprattutto, però, anche sulle reti sociali italiane e italiani non hanno perso l'abitudine a ridere e a far ridere: benché molte persone sappiano restare serie (soprattutto al momento opportuno), per Ceccarelli "è impossibile immaginare l'Italia senza il suo eccesso di stimoli, i suoi scatti di spirito e di vitalità a doppio taglio, le sue macchiette, i suoi pagliacci. Il buffonesco ci insegue, ci lusinga, ci torna utile, perciò sa anche nascondersi, mimetizzarsi e perfino minimizzarsi con accortezza", pronto a trarre alimento dal carburante "di sempre, la goffaggine, le cadute, i desideri smodati, i fallimenti, in definitiva le umane debolezze", sperando che la risata sia davvero "il segno che la rabbia e la suscettibilità hanno esaurito il loro corso, è un ritrovarsi nella saggezza, nell'armonia, nell'amore, un piccolo grande sforzo per fare un passo indietro". 
La pandemia Covid-19 - che per Ceccarelli ha reso i social ancora più rilevanti per vedere "cosa lo stress-test avrebbe rivelato delle nostre forze, delle nostre miserie e soprattutto delle nostre paturnie" - avrebbe accentuato tutto questo. Pur tra notizie e immagini di morte che dominarono la realtà e i media per mesi, non ci si fece mancare nulla in termini di esagerazione e creatività: dai tentativi di eludere i primi divieti agli urli del "motivatore" ("Celafaremooooo!") ripetuti a gentile richiesta davanti alle telecamere e ridiffusi in Rete, fino alle speculazioni sui vari dispositivi e - come non pensarci? - alla saga infinita di dicipiemme (prima noti solo agli addetti ai lavoro), autocertificazioni, conferenze stampa contiane e comitati/commissioni ad hoc, tanto da far parlare Filippo di "pandemonìa". In effetti di confusione ce n'era a volontà e anche ben oltre (fino a sfociare in atti di violenza); nonostante ciò, anche in quell'occasione si riuscì a esercitare la fantasia e a ridere, anche solo "per difenderci dalla paura, dall’angoscia, dal vuoto, dall’insonnia, dai cattivi pensieri e dalla cattiva coscienza. Dimenticare il lutto e per un attimo sfuggire al proprio e comune destino di morte". Perché l'Italia (o l'Ytalya, come si legge alla fine) è pur sempre "il paese in cui è facile che insieme alle tragedie avvengano pure i miracoli".

La politica alla finestr(ell)a

Dice all'improvviso: D'accordo, gli italiani lì dentro e qui dentro, ma la politica dov'è?, come a temere l'assenza anche solo di quella "modica quantità" in grado di rendere tollerabile ogni discorso. Non si preoccupi la lettrice o il lettore che emerge dal  cerchio dei #drogatidipolitica: in Lì dentro la politica c'è eccome, quella che fa capolino dalla finestrella di Instagram e quella che - per confronto o per riproduzione sulle nuove reti - riemerge dall'era pre-social.
 

Già nelle prime pagine si succedono le schegge di Antonio Pappalardo d'arancione vestito che proclama di occuparsi "di meccanica quantistica e di cosmologia" e della presidente del Senato Alberti Casellati intravista - per "rigurgito professionale" - sull'elicottero che all'inizio dell'era-Covid sorvolava il Veneto con le reliquie di sant'Antonio da Padova, l'app che muta i tratti somatici in quelli dell'altro genere (inclusi quelli di Conte, Meloni, Zingaretti, Renzi e Di Maio), altre schegge coi parlamentari di Fratelli d'Italia Isabella Rauti (in canoa) e Federico Mollicone (a testa in giù) e poi la foto storica di Giulio Andreotti (in cardigan, "la sua tenuta 'a studio'") che stringe la mano a Carlo Azeglio Ciampi con Mario Draghi sullo sfondo. Ma c'è anche, in tema di "antiquaria e modernariato della politica", il racconto della prassi di chiedere ai giornalisti un "coccodrillo" sulla vita di un politico ben prima della sua morte: ciò per Ceccarelli porta "fortuna allungando la vita del coccodrillato", citando gli esempi di Giuseppe Dossetti e Pietro Ingrao, per non dire di "un esponente della fu Democrazia Cristiana, il cui coccodrillo mi venne commissionato allorché, al capezzale, aveva voluto ci fosse l'ex Pm Di Pietro che qualche anno prima l'aveva inquisito. È trascorso così tanto tempo che la stampata del 'pezzo', impresso su un rotolone lungo oltre un metro, sembra appartenere a un'era tecnologica lontanissima, mentre invece lui è ancora vispo come una gazzosa". Il nome manca, ma pare evidente che si tratti di 'o ministro Paolo Cirino Pomicino.
Certo, c'è differenza tra le schegge da Instagram e le memorie della Prima Repubblica (anche quella sopravvissuta nella Seconda e oltre), così come c'è differenza tra il ditino che "si scalda" e toccando lo schermo dello smartphone passa da un video all'altro ("tìc, tìc, tìc, tìc") e il rito della lettura attenta dei quotidiani ("Uno dopo l'altro li dispiego sulla scrivania, con l'occhio che segue il suo antico corso, quello dei buoi che arano un campo, e il braccio che sfoglia", un gesto ampio come quello del contadino che sparge il seme, per anni al centro della storica sigla della Tv degli agricoltori). Ceccarelli ha piena consapevolezza - maturata prima della sua avventura social, ma quasi certamente rimasta immutata - del fatto che "post dopo post, video dopo video, diretta dopo diretta, [...] il potere aveva perso il suo indispensabile contegno, in parallelo con il collasso della parola politica". Il fatto è che quelle immagini e quelle schegge filmate (in cui peraltro la verità semplicemente "non è prevista"), piano piano, avevano avvicinato parte del mondo politico al modo di esprimersi di chi popolava già quelle reti e quelle piattaforme. Da una parte non era una buona notizia, anche per la tendenza della Rete a rendere binario e ipersemplificato il mondo, così che il dialogo, tanto rilevante in politica e che in generale "sarebbe una gran bella risorsa, è andato a ramengo". Dall'altra, però, l'indagine ha finito inevitabilmente per arricchirsi: vuoi mettere indagare i politici e insieme "la fantasia, la gloria dello spettacolo e lo spasso dell'ecosistema" italico (sapendo, tra l'altro, che più vanno i politici ai social e più si espongono alle critiche di chi vuole impallinarli)?
Come ci si poteva perdere, per esempio, il "tatuaggio su avambraccio raffigurante il volto del presidente della Campania Vincenzo De Luca" (che poi si sarebbe rivelato "uno scherzo social orchestrato dal tatuatore professionale Davide Ferrari, artigiano di presepi di San Gregorio Armeno, specialista in teschi e diavoli")? Una finzione, uno scherzo, un'ulteriore messa in (o)scena, dunque imperdibile per chi è davvero parte della comunità dei #drogatidipolitica (e se probabilmente già in certi anni della Prima Repubblica qualcuno si era fatto tatuare falci e martelli, fiamme o fasci, verrebbe da chiedersi quanti, in passato, avrebbero seriamente pensato di farsi riprodurre sul braccio i volti di De Gasperi, di Moro, di Berlinguer o - per lo meno, per fare un salto in avanti - dell'assai più mediatico Craxi). La politica, dunque, si affaccia spesso, tra personaggi e personaggètti - si parlava di De Luca, no? - che pur non essendo protagonisti o comprimari sono indimenticabili per chi studia la politica e il suo contorno. 
Per dire, dopo Wanna Marchi e figlia e la rutilante bevuta collettiva da "ricchità" alla Gintoneria, rispunta Noemi Letizia (con la nuova vita post-berlusconiana); qualche pagina dopo compare - giustamente - il telepresenzialista Mauro Fortini, che a Roma può spuntare ovunque in zona telecamere, specialmente in zona Palazzi-del-Potere, sempre senza separarsi dalla sua penna arancione. Ancora un po' più avanti e ci si imbatte nella pagina di Instagram @cascatediprosciuttoanni80, una collezione di foto di cascate prosciuttesche nascenti da "una fonte particolare, immersa negli anni '80 di Craxi e del Psi" (col serio rischio che su una di quelle tavole qualche sventato abbia servito anche la famigerata "insalatina Pietro Nenni" o creazioni consimili: si rimanda a Invano o, volendo, a Lo stomaco della Repubblica per approfondire). 

 
Oppure, tornando a schegge della trash Tv andata in onda nel corso del tempo, a chi legge viene ricordato che in occasione della dimenticabile lite in diretta tra Antonio Zequila e Adriano Pappalardo "oltre a don Mazzi e a Carmen Di Pietro c’era il futuro portavoce di Palazzo Chigi Rocco Casalino"; ancora, qua e là fa capolino Antonio Razzi, ora mentre "balla a casa sua con una pentola in testa, due cinghie a X sul torace e una spada", ora riproposto negli ormai smessi panni di deputato della Repubblica, nell'immortale video rubato in aula ("questi so' tutti malviventi, questi pensano solo ai caxxi loro. A te non ti pensa nessuno, te lo dico io, caro amico, te lo dico da amico"). 
Poi, con un salto indietro di quasi un quarto di secolo, Ceccarelli individua "la prima occasione in cui si comprese che la coscienza civile, per dirla con Sylos Labini, stava prendendo una brutta piega" e, volendo, "l'aperitivo dell'abisso social" nei microfoni aperti a Radio Radicale, con la nascita di "Radio Parolaccia"; nessuno aveva aperto il microfono, ma la scelta del balcone come set di un'ennesima diretta social in pandemia costò a Matteo Salvini un'interruzione imperiosa ("Basta caxxate!"), mentre l'europarlamentare Francesca Donato (allora leghista e non ancora candidata sindaca di Palermo) in un filmato sempre in diretta si attaccò al clacson fino all'intervento di un uomo in divisa che le intimò di smettere
Di quel periodo decisamente particolare - e, si spera, irripetibile - si è già parlato un po' prima, non mancando di citare anche l'iperattivismo e l'ultrapresenzialismo dell'allora capo del governo, Giuseppe Conte, divenuto inatteso sex symbol con tanto di idolatria social da parte delle "Bimbe di Giuseppe Conte" (cui risposero poco dopo i "Bimbi di Lucia Azzolina", canonizzandola sul piano del dicibile e dell'indicibile, ma soprattutto perdonandole tutto, persino i banchi a rotelle). Meglio, a questo punto, una foto simpatica di Carlo Calenda (di norma poco incline a suscitare simpatia) che nella campagna elettorale per le ammnistrative di Roma del 2021 - a voto rinviato per sicurezza, ma comunque con meno preoccupazioni legate al Coronavirus rispetto all'anno precedente - vestiva il dilemma della "mano" di Mario Brega nei panni del camionista Er Principe di Bianco Rosso e Verdone. Meglio, in fondo, della "spasmodica cura di se stessi" che sembra connotare la classe dirigente italiana degli ultimi anni e potenzialmente è percettibile pure fuori dagli italici confini.
La politica c'è persino nella parte del capitolo sulla risata che è dedicata al comico che ha alla base "il basso corporeo, la volgarità allo stato puro, nudo e crudo, sconcio, osceno e quintessenziale". In effetti in politica "si ride e si è sempre riso": si pensi alla "viva ilarità" - oggi davvero sgradevole - in Assemblea costituente quando le donne portavano avanti battaglie sacrosante per i loro diritti o al noto episodio del pappagallo nascosto sotto la gonna e da lì fuggito raccontato nello stesso consesso dal qualunquista Guglielmo Giannini, regolarmente registrato nel resoconto stenografico di seduta e citato nel libro. Pare quasi inutile ricordare che la risata ha acquisito un ruolo di primo piano (e in parte non ha ancora smesso) dopo l'ingresso in politica di Silvio Berlusconi, tra il ridere suo o da lui suscitato e quello dei comici cui ha copiosamente fornito materiale per oltre due decenni, tutto materiale abbondantemente diffuso anche grazie ai social; proprio con lui, però, il basso corporeo e il linguaggio da trivio non sono stati affatto assenti nel corso di quegli anni, così come non è mancato nell'ultimo decennio abbondante dopo l'avvento politico di Beppe Grillo e l'era (conclusa, almeno in apparenza e nel discorso pubblico) del "vaffa", in cui più che ridere si è deriso - e non era certo la prima volta nella politica italiana - e si è fatto un ampio uso della Rete e delle regi sociali, ma ciò si è tradotto nella maggioranza relativa per il MoVimento 5 Stelle, alle elezioni politiche del 2013 (come voti) e soprattutto nel 2018 (come seggi: sulla fine di quel patrimonio di elette ed eletti in entrambe le legislature non è nemmeno il caso di dire). Tra una pagina  e l'altra, ovviamente, non mancano citazioni di Vittorio Sgarbi e vette di altri soggetti politici di varia provenienza, volgari anche quando non usano parolacce. 
In tutto ciò sale improvvisa una convinzione, tanto ferma quanto non verificabile: Instagram sarebbe piaciuto da matti a Francesco Cossiga, che avrebbe cercato di imparare a usarlo personalmente o comunque avrebbe fatto ammattire un suo collaboratore (per l'uso fatto di quel social network o per le richieste di scattare foto e girare filmati). Nel Teatrone della politica si poteva leggere: "tutti se lo tengono buono per il semplice e bastevole motivo che ne hanno paura. Hanno paura della sua ira primaria, barbaricina. Temono la disinvoltura crudele con cui maneggia la materia bassa, corporale, le malattie altrui, le debolezze umane. Atterrisce la facilità con cui evoca il segreto e il delitto". Basterebbe questo a dire perché si parla in questo punto dell'ex Picconatore e perché si sarebbe disposti a scommettere sulla sua teoria affinità con Instagram. Ora, l'ex capo dello stato è giustamente presente in alcune schegge riportate in Lì dentro, inclusa quella piuttosto famosa in cui indossa "un copricapo di penne da capo indiano"; eppure qui si sente il bisogno di evocare l'immagine di Cossiga a Porta a Porta che, dopo aver assistito a un ballo sardo in studio, si è visto porgere "un'antica maschera. Cossiga l'ha indossata d'istinto. L'immagine che è comparsa sul video era terrificante" (così scrisse Ceccarelli sempre nel Teatrone). Un suo eventuale social media manager l'avrebbe subito diffusa e le reazioni sarebbero fioccate.
A proposito di maschere, nell'epilogo di Li dentro Filippo spiega che, tra le cose salvate del ritrovato "Brogliaccio" di suo padre Luigi - insieme ad altri reperti imperdibili, quali le 10mila lire del finanziamento pubblico timbrate e restituite dalla Lista Pannella o la la "preghiera del buon Ulivista - c'è anche una "mostruosa maschera di De Mita disegnata da Forattini": guardandola sull'account Instagram dell'autore, un po' ricorda quelle con cui Aldo Giovanni e Giacomo (e Marina Massironi) indossano quattro maschere da piena Prima Repubblica, quelle degli allora ultimi tre inquilini del Quirinale, Pertini, Cossiga - rieccolo!!! - e Scalfaro (e dell'ex presidente della Camera Nilde Iotti). Le maschere, poi avevano un posto importante nella storia del teatro in Italia, un percorso lungo secoli che ha mutato molte forme - e maneggiato materia altissima e bassissima, tanto per cambiare - ma può tranquillamente dirsi una costante, sui vari palchi ufficiali e sui moltissimi non ufficiali e quotidiani, soprattutto virtuali. Anche se il livello in certi casi, a dispetto degli strumenti ora a disposizione, è molto calato: "poveracci - si legge - i politici di questo tempo che ogni santo giorno devono inventarsene una o due. Poveracci, spiantati e obbligati a improvvisare siparietti d'intimità. Poveracci, che in ogni momento si vedono costretti a darsi in pasto a una folla internautica di cui credono di indovinare le fatiche, i desideri, le frustrazioni, i malumori, i fiotti di rabbia o gli spasmi di forzata indifferenza".
Naturalmente, oltre a chi si mette in scena (anche con il tragico rito, durato fin troppo, del "Buongiornissimo"), c'è sempre chi mette in scena gli altri: non ci si riferisce tanto ai social media manager, ma a chi parte da materiali già esistenti e li rielabora in modo creativo. In questo non si può non citare l'opera di Federico Palmaroli, artefice della pagina "Le più belle frasi di Osho" - oltre un milione di like su Facebook - che dà improbabile voce - ma mai sconnessa dalla realtà - a scatti ufficiali di politici, semplicemente applicandovi uno o più virgolettati rigorosamente in romanesco. Si tratta di una delle epifanie dei memi, che negli anni è riuscita a conquistare un consenso trasversale. Lì dentro, poi, si trova una lunga serie di filmati ridoppiati, parlati al contrario, smontati e rimontati, con colonne sonore improbabili per cui si ride per forza. Anche solo per non piangere di brutto o arrabbiarsi abbestia. Perché se "quelli là" (o "questi qua", come recitava il sottotitolo di Invano) ci assomigliano davvero, c'è poco da stare tranquilli. Men che meno sereni.

Qualche simbolo lì dentro

Da ultimo, non temano nemmeno cercatrici e cercatori compulsivi di simboli dei partiti: in Lì dentro ci sono anche quelli, evocati, citati, lambiti. Si vedano, ad esempio, le insegne della pagina Instagram @unitadibase: carrellate di foto da tutta l'Italia mostrano "i luoghi fisici, i palazzi, i portoni, le insegne che un tempo ospitavano sezioni di alcuni partiti e oggi ne ospitano di altri, pure opposti, ma nello stesso luogo" (sempre che questo non ospiti ora negozi, sale da gioco, saloni di bellezza o misteriosi "laboratori di idee"). 
Volendo, poi, c'è almeno un simbolo potenziale, anche solo goliardico: quello del Movimento 5 Litri, pagine e account legati al sito in cui si vendono articoli (di abbigliamento ma non solo) "per un'Italia più unita e meno sobria". Il logo della pagina Facebook mostra una botte disegnata e cinque bicchieri disposti a pentagono intorno al 5: l'immagine è quadrata, ma Facebook la ritaglia nel classico cerchio e si deve ammettere che, nel corso degli anni, sulle schede elettorali si è visto decisamente di peggio. Chissà se coloro che hanno creato la pagina, peraltro, sanno che nel 2013 a Bibiana, comune torinese di circa 3500 abitanti, si è presentata - con tanto di sottoscrittori - la lista civica Movimento Cinque Piole (cinque osterie), che schierava nel contrassegno cinque bottiglie di vino...  
Poi ci sono i simboli tanto involontariamente vaticinati, quanto probabilmente tramontati (e sempre sine culpa, ovviamente). Ci si riferisce essenzialmente a uno scatto datato 18 giugno 2019, con Giuseppe Conte - ancora prima del Papeete salviniano, dunque prima dell'era delle Bimbe - immortalato a Napoli a fianco di Gino Sorbillo, pizzaiolo dalla notorietà anche televisiva, con cui aveva impastato e preparato la pizza (a cornicione alto, visto il rito partenopeo). Se ai più sarà rimasta impressa soprattutto la scena del Presidente del Consiglio "con le mani in pasta" (letteralmente), con il senno del poi non ci si può non soffermare sulle immagini che mostrano la pizza con il cognome dello stesso Conte scritto con la mozzarella (una pratica ripetuta più volte da Sorbillo nel corso del tempo). Quella dicitura, però, era leggibile anche come "ConTe", "formula - annota diligentemente Filippo - che potrebbe comparire nel simbolo del suo nuovo, possibile partito". E che in effetti è comparsa in qualche lista locale di area "5 Stelle" (come a Rieti), ma che - dopo la scissione guidata da Luigi Di Maio, ovviamente successiva all'uscita del libro - non si sa se finirà davvero sulle schede. 
E se proprio qualcuno desidera imbattersi in un simbolo di partito in piena regola, non può prescindere innanzitutto dalla "torta alla panna su cui spicca lo stemma glassato del Popolo della famiglia destinata a Marione Adinolfi che fra interruzioni e resistenze ha appena presentato il suo libro Il grido dei penultimi". Tra le foto riportate dall'account Instagram di Filippo Ceccarelli c'è, ma anche andando a spulciare quello di Adinolfi la si ritrova, prendendo il tempo che serve per ritrovarla (e lo stesso simbolo, tra l'altro, è stato riportato anche sotto, con la bandiera del partito posata sul tavolo). 
C'è poi almeno un "racconto simbolico" rilevante, che ripercorre la "sarabanda di ipotesi e controipotesi" messa in campo "quando, dopo il disastro dei primi anni dieci, si pose l'esigenza di un rilancio politico, e quindi di un restyling" del partito berlusconiano. In effetti in quei primissimi anni Forza Italia era stata messa da parte a favore del Popolo della libertà, peraltro citato puntualmente come Pdl e non in grado di "scaldare i cuori". Nel 2012, dunque, si pensò a vari possibili nomi - che si sarebbero peraltro dovuti tradurre in simboli, ma non avvenne quasi mai - tutti contenenti almeno la parola "Italia", che doveva restare, anche se di fatto era ridotta per Ceccarelli a "tratto estetico, ornamentale, decorativo e promozionale" (lo stesso delle pennette tricolori del cuoco di fiducia Michele Persichini). Ecco il racconto, a metà tra Forza Italia e Fratelli d'Italia
Ebbe dunque inizio una sarabanda di ipotesi e controipotesi che come al solito riempì le mie ore morte e dissennate perché non me ne sfuggisse nemmeno una. Fra Arcore e Palazzo Grazioli, misteriosi comitati cominciarono a vagliare e anche a far filtrare "Tutti per l’Italia", "Uniti per l'Italia", quindi "Siamo l’Italia" cui si affiancava la variante civettuola e tripartita “Sì Amo l’Italia”. Nel corso della ricerca della nuova formula magica gli alchimisti del tardo-berlusconismo fecero un pensierino anche a "Fratelli d'Italia" su cui da tempo il duo Meloni-Crosetto, il Gigante e la Bambina, avevano in realtà già puntato, sia pure con iniziale incertezza. 
 
L’esperienza della Seconda Repubblica insegna che questo dei nomi e dei simboli è un mondo a sé stante, di enigmistica ribalderia creativa, popolato di individui che si copiano l'un l'altro pure tenendo il piede in due o tre staffe, per cui anche nel partitino di destra, supposto erede del Msi e poi di Alleanza nazionale, si era fatta strada l'eventualità di autobattezzarsi "Terra Nostra", anche se dal punto di vista grafico il potenziale logo, con la scritta "Italiani Meloni", superava i limiti del decoro.
Ma tornando alla cosmesi di Forza Italia, ogni berlusconiano provava a dire la sua al sempre più dubbioso Cavaliere. Però "Bella Italia" era banale, "Altra Italia" suonava troppo lamalfiana, "Magica Italia" riprendeva il titolo di un cortometraggio realizzato qualche anno prima, con la voce narrante del presidentissimo, dal ministero del Turismo allora guidato da Michela Vittoria Brambilla. 
A un certo punto, come a emendare i malanni innescati dall’affannosa investigazione, si arrivò a "Italia Pulita"; ma subito venne fuori che sia il nome che il marchio, opportunamente depositati, appartenevano a una formazione politica guidata da un omone con la barba che sul web si presentava con un forcone in mano; il simbolo, d'altra parte, raffigurava un gatto che da un tetto cercava di afferrare la luna.
 
L'ultimo tentativo preso in considerazione, su suggerimento di Vittorio Feltri, fu "Grande Italia", anche se questi non ebbe problemi ad ammettere di essersi ispirato alle insegne di una pizzeria. E alla fine - che in Italia non è mai la fine - Forza Italia seguitò ad avviarsi verso una gloriosa estinzione rimanendo Forza Italia.
Di tentativi rilevanti, in effetti, ce n'era stato almeno un altro, che aveva preceduto tutti gli altri: nel 2011 - dopo la scissione finiana - l'agenzia Dire aveva diffuso un possibile emblema che come nome riportava esclusivamente Italia. Oggettivamente avrebbe costituito un problema, perché avrebbe potuto porre le premesse per una sorta di "esclusiva politico-elettorale" sul nome del Paese a beneficio di Berlusconi (oppure, nella migliore delle ipotesi, avrebbe dato la stura a lamentele berlusconiane a ogni tentativo altrui di piazzare l'Italia nel nome o nel simbolo). 
Si trattò, in ogni caso, dell'ennesima dimostrazione di come "da Forza Italia in poi, quest'Italia di pronto intervento, di bocca buona e controverso significato [sia] entrata di prepotenza nell'onomastica politica e da allora non ne [sia] più uscita. Anzi: più veniva cancellata la nozione di partito, e più l'Italia moltiplicava la sua presenza sostitutiva, donde l’Italia dei Valori (Di Pietro), Fratelli d’Italia (Meloni), L'Italia per Monti, Italia viva (Renzi), Noi con l’Italia (Lupi), fino a Coraggio Italia (Brugnaro)"; l'elenco si chiude con Italia al Centro (progetto totiano, di cui peraltro è parte l'ex turboberlusconiana Mariarosaria Rossi, che nel 2012 depositò come marchio il nome "Italia pulita", giusto un anno prima che morisse Michele Logiurato, battagliero e forconato alfiere dell'Italia pulita), ma anche a libro uscito la politica non si è smentita, partorendo un "Vinciamo Italia", di cui non è ancora noto il simbolo, ma che certamente poche settimane prima sarebbe finito al centro di esperimenti grafici di Makkox a Propaganda Live, magari sotto gli occhi dello stesso Ceccarelli (e forse non solo i suoi). 
L'autore si domanda nel libro se "tutto questo volteggiare attorno all'Italia sia il segno dello smarrimento di un'idea stabile - se mai c’è stata - di ciò che è l'Italia, di quel che siamo o forse siamo diventati. Sarà per "la caduta degli ideali di progresso politico, sociale, culturale, famigliare, esistenziale che avevano orientato la ricostruzione dopo l’amara sbornia del fascismo e la catastrofe della guerra", per cui è probabile che dagli anni '80 in poi l'Italia "si sia come sprogrammata, sprocessata, incasinata smettendo di elaborare se stessa. Da un lato abbiamo perso la dimensione temporale, il collegamento fra passato, presente e futuro; dall'altro è svanita la voglia di mettere in tensione l'origine, lo scopo e il destino". Un "impiccio non da poco", per Filippo Ceccarelli, soprattutto davanti alla consapevolezza che "la pretesa classe dirigente non ce l'ha fatta di fronte alla sfida culturale della complessità" o, per dirla con il sociologo Giuseppe De Rita, "Oggi la politica non capisce la società e la società non capisce la politica". 
E mentre ci si prepara alla discesa in campo degli influencer - sempre secondo Ceccarelli, "senza Berlusconi non si sarebbe visto Renzi, ma senza Renzi, e un po' Calenda, non ci sarebbe Fedez", per cui "gli influencer prossimi venturi potranno disporre di una consolidata cultura pop e sapranno giostrare con i segreti degli algoritmi per individuare temi e accrescere il traffico di visualizzazioni, like, condivisioni, merci, soldi, mode e tra un po’ anche consenso, o [...] almeno una forma di assenso" - ci si potrebbe chiedere che razza di simboli potranno partorire i loro staff, ovviamente lanciandoli su Instagram o su altri mezzi che allora saranno considerati top (se non "troppo top"). 
Nel frattempo, mentre il futuro - bello o brutto, glorioso o meschino che sia - si prepara, l'avventura di Filippo Ceccarelli lì dentro (e qui dentro) lascia tanto a chi si aggrega a questa pagina dopo pagina. Dischiude mondi sconosciuti (e magari accuratamente evitati) prima, risveglia ricordi finiti nel dimenticatoio, connette conoscenze ed esperienze offrendo fili che spetta a chiunque legga decidere se seguire oppure no. Dice molto sugli altri e molto su di noi, parla di e a certi italiani nella speranza che quegli o altri italiani intendano; speranza che, a ben guardare, è più delle lettrici e dei lettori attenti che dell'autore (interessato, da persona umile quale è, soprattutto a condividere il frutto del suo "viaggione"). Ci si potrà riconoscere in molto o in poco (essenzialmente per scarsa frequentazione di certi ambienti), potrà sfuggire qualche passaggio, ma di certo la lettura risulterà un grande dono, per la marea di vite attraversate e per le piste di silenzio e luce che il libro può offrire. Per l'autore, infatti, il viaggio social aiuta a "riscoprire la pienezza della parola scritta nell'umiltà del silenzio" (cercando di ritagliarsi spazi per fuggire dal rumore della marea di comunicazioni affidate all'etere e alla Rete). Luce, perché se "c'è tutto lì dentro, e quindi anche l'Altro, e gli altri", con le loro parole e le loro imperfezioni, allora ciascuno e ogni cosa può ricevere luce: "There is a crack, a crack in everything / That's how the light gets in", come cantava Leonard Cohen in Anthem, brano citato nelle ultime pagine del libro. Non è l'inno d'Italia cantato e maltrattato dai balconi in epoca Covid, ma un inno energico, quasi viscerale, in cui la battaglia non esclude la luce. Del resto, sempre Cohen, nel suo brano più riproposto - Hallelujah - proclama con forza che "there's a blaze of light in every word". Se c'è un'esplosione di luce in ogni parola, dovrà esserci anche in ogni nostro post e in ogni parola o immagine che usiamo per questo. Sarà questo che ci salverà, pur stando lì dentro (e qui dentro).

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