domenica 31 dicembre 2017

Il 2017 finisce, la gratitudine no!

Questione di ore, poche ore e anche il 2017 sarà destinato agli archivi; ognuno di voi sa se il bilancio, per sé, sia positivo, negativo o a metà strada. Per I simboli della discordia, che oggi spegnerebbe cinque candeline e mezza (l'anniversario tondo non è stato festeggiato a dovere, c'era troppo da fare in quel periodo purtroppo), l'anno in scadenza è stato intenso: non tanto per il numero di post (decisamente minore rispetto al passato, per colpa del troppo tempo che il lavoro "vero" ha richiesto), quanto per i contenuti diffusi. 
Se il 2017 non ha brillato per appuntamenti elettorali rilevanti - rispetto soprattutto al precedente e ai due che arriveranno - ci sono però state varie occasioni che hanno portato la materia dei simboli al centro della discussione e, in un modo o nell'altro, il sito è stato presente. Dalle polemiche legate all'ammissibilità del contrassegno dei Fasci italiani del lavoro alla scelta di Fratelli d'Italia di abbandonare la "pulce" di Alleanza nazionale tenendo solo la fiamma, passando per i tentativi dei fuoriusciti dal Pd di darsi un nome e un simbolo senza farsi diffidare da altri, fino alle "foglioline della discordia" di Liberi e Uguali (con relative polemiche ambiental-femministe); e poi, ancora, le lampadine (accese e spente) di Stefano Parisi, le puntuali liti sul simbolo del MoVimento 5 Stelle e la Lega senza più il Nord, senza dire dell'ennesimo tentativo di far tornare sulla scena politica la Democrazia cristiana, che questo sito ha seguito molto da vicino (con qualche puntata che sarà recuperata il prima possibile). 
Questo ha permesso di incrociare gli interessi di diverse persone, in modo che almeno in parte sorprende: non solo il sito ha superato il totale di 500mila visite dalla sua apertura, ma soprattutto dicembre 2017 rappresenta il record assoluto di visite mensili della storia del blog (quasi 28mila: sicuramente poche per un sito di informazioni, tutt'altro che trascurabili per uno spazio "di nicchia" come questo). Ciò fa ben sperare per l'immediato futuro, visto che il mese che si sta per aprire sarà "simbolicamente ragguardevole", una vera manna per i "drogati di politica" che frequentino o meno questo angolino di rete.
A proposito dei #politicsaddicted, fa piacere vedere che la pattuglia dei contributori si è allargata, in modo anche inaspettato: a volte segnalazioni arrivano da persone che seguivano il sito da tempo, ma sempre in modo silenzioso, fino al momento in cui hanno scelto di palesarsi e dare il loro contributo. Un contributo fondamentale, perché permette a chi ha creato e gestisce da oltre cinque anni questo spazio di scoprire ciò che altri impegni avrebbero impedito di venire a sapere oppure le trovate grafiche memorabili - nel bene e soprattutto nel male - del comune più nascosto, di cui magari nessun giornale si è occupato a dovere. Non importa cosa facciano nella vita - che lavorino in banca, siano freschi di laurea o ricercatori di diritto amministrativo, che li si trovi in un sindacato, all'ennesimo evento da raccontare o al Mac a progettare idee, grafiche e comunicazioni: lo spirito del #drogatodipolitica o, semplicemente, del curioso sa sempre come manifestarsi e ogni suggerimento qui è ottimamente accetta (l'unica cosa che manca, a ben guardare, è il tempo di tradurre tutte le proposte in articolo).
In quest'anno non mi sono fatto mancare nemmeno un discreto scivolone - il fantomatico simbolo di Italia sovrana che avrebbe dovuto unire Lega Nord e Fratelli d'Italia e mi era stato segnalato come veritiero - che in qualche modo sono riuscito a rimediare (per fortuna, ad avere tempo e possibilità di spiegarsi, ci si può rialzare) e l'anno, in qualche modo, si chiude -  sempre per i #politicsaddicted - con un altro simbolo farlocco: il simbolo che il sito vuole donare a Sandro Bondi per rendere più acconcia la sua uscita di scena. C'è ancora tempo per inviare le proprie proposte simboliche (la redazione ha già ricevuto una decina di grafiche) e partecipare a un concorso molto goliardico, ma molto serio. Perché il gioco - signori - è una cosa maledettamente seria: va fatta bene e, soprattutto, va fatta in tanti, sennò non ci si diverte. Perché è vero che i #drogatidipolitica stanno bene anche da soli, ma appena trovano qualcuno con cui condividere la propria passione è subito festa: unico problema, se non trovate il tasto per spegnerli, non la smettono più di parlare. Intanto, per non perdere le buone abitudini, ci sono molte persone da ringraziare per avere speso un po' del loro tempo per rendere questo sito un po' meno incompleto
Grazie a Martino Abbracciavento, Ignazio Abrignani, Guglielmo Agolino, Tiziana Aicardi, Tiziana Albasi, Mauro Alboresi, Alberto Alessi, Antonio Angeli, Antonio Atte, Luca Bagatin, Laura Banti, Paolo Barbi, Mario Bargi, Enzo Barnabà, Giovanni Bellanti, Pierpaolo Bellucci, Pierangelo Berlinguer, Roberto Bernardelli, Enrico Bertelli, Giuseppe Berto, Niccolò Bertorelle, Laura Bignami, Raffaella Bisceglia, Mauro Biuzzi, Fabio Blasigh, Paolo Bonacchi, Andrea Boni, Mauro Bondì, Fabio Bordignon, Michele Borghi, Lorenzo Borré, Massimo Bosso, Carlo Branzaglia, Giampiero Buonomo, Giovanni Cadioli, Luca Calcagno, Mauro Caldini, Stefano Camatarri, Elisabetta Campus, Aurelio Candido, Maria Antonietta Cannizzaro, Monica Cappelletti, Luca Capriello, Giovanni Capuano, Francesco Cardinali, Nicola Carnovale, Elena Caroselli, Robert Carrara, Roberto Casciotta, Pierluigi Castagnetti, Marco Castaldo, Filippo Ceccarelli, Luigi Ceccarini, Mirella Cece, Luca Cenatiempo, Raffaele Cerenza, Gioia Cherubini, Giancarlo Chiapello, Giovanni Chiarini, Emanuele Chieppa, Beppe Chironi, Marco Chiumarulo, Giancarlo Ciaramelli, Valerio Cignetti, Valentina Cinelli, Mauro Cinquetti, Giuseppe Cirillo, Roman Henry Clarke, Antonia Colasante, Emanuele Colazzo, Emiliano Colomasi, Daniele Vittorio Comero, Francesco Condorelli Caff, Antonio Conti, Pietro Conti, Francesco Corradini, Carlo Correr, Antonio Corvasce, Andrea Covotta, Francesco Crocensi, Natale Cuccurese, Emilio Cugliari, Johnathan Curci, Francesco Curridori, Francesco D'Agostino, Nicola D'Amelio, Michele D'Andrea, Roberto D'Angeli, Alessandro Da Rold, Paolo Dallasta, Fabrizio De Feo, Pietro De Leo, Stefano De Luca, Pino De Michele, Carlo De Micheli, Roberto De Santis, Donato De Sena, Franco De Simoni, Mauro Del Bue, David Del Bufalo, Maurizio Dell'Unto, Riccardo DeLussu, Alfio Di Costa, Dario Di Francesco, Roberto Di Giovan Paolo, Alfio Di Marco, Marco Di Nunzio, Alessandro Di Tizio, Antonino Di Trapani, Ilvo Diamanti, Federico Dolce, Alessandro Duce, Filippo Duretto, Daniele Errera, Filippo Facci, Leonardo Facco, Arturo Famiglietti, Giovanni Favia, Luigi Fasce, Paolo Ferrara, Emilia Ferrò, Antonio Fierro, Antonio Floridia, Antonio Folchetti, Gianni Fontana, Gabriella Frezet, Iztok Furlanič, Massimo Galdi, Vincenzo Galizia, Vincino Gallo, Uberto Gandolfi, Luciano Garatti, Marcello Gelardini, Alessandro Genovesi, Tommaso Gentili, Alessandro Gigliotti, Marco Giordani, Michele Giovine, Carlo Gustavo Giuliana, Bruno Goi, Roberto Gremmo, Massimo Gusso, Vincenzo Iacovino, Vincenzo Iacovissi, Matteo Iotti, Roberto Jonghi Lavarini, Luca Josi, Tommaso Labate, Orione Lambri, Giacomo Landolfi, Piero Lanera, Calogero Laneri, Lisa Lanzone, Angelo Larussa, Michele Lembo, Pellegrino Leo, Raffaella Leonardi, Ferdinando Leonzio, Raffaele Lisi, Max Loda, Dario Lucano, Nino Luciani, Maurizio Lupi (il Verde Verde), Bruno Luverà, Angela Maenza, Cesare Maffi, Mimmo Magistro, Alex Magni, Francesco Maltoni, Gian Paolo Mara, Roberto Marchi, Federico Marenco, Gherardo Marenghi, Marco Margrita, Marco Marsili, Carlo Marsilli, Antonio Massoni, Angela Mauro, Federico Mauro, Angelo Orlando Meloni, Nicolò Monti, Roberto Morandi, Raffaello Morelli, Mara Morini, Claretta Muci, Paola Murru, Alessandro Murtas, Tomaso Murzi, Antonio Murzio, Cristiana Muscardini, Paolo Naccarato, Donato Natuzzi, Ippolito Negri, Gianluca Noccetti, Matteo Olivieri, Oradistelle, Fabrizio Orano, Libera Ester Padova, Andrea Paganella, Roberto Pagano, Enea Paladino, Lanfranco Palazzolo, Paolo Palleschi, Enzo Palumbo, Max Panarari, Max Panero, Federico Paolone, Fabio Pariani, Ottavio Pasqualucci, Oreste Pastorelli, Alan Patarga, Rinaldo Pezzoli, Antonio Piarulli, Daniele Piccinin, Flavia Piccoli Nardelli, Francesco Pilieci, Marco Pini, Elisa Pizzi, Marina Placidi, Vladimiro Poggi, Carlandrea Poli, Alfredo Politano, Mauro Polli, Giuseppe Potenza, Cesare Priori, Giulio Prosperetti, Carlo Prosperi, Renzo Rabellino, Andrea Rauch, Michele Redigonda, Maurizio Ribechini, Livio Ricciardelli, Egle Riganti, Francesco Rizzati, Lamberto Roberti, Donato Robilotta, Luca Romagnoli, Gianfranco Rotondi, Sergio Rovasio, Roberto Ruocco, Giampaolo Sablich, Stefano Salmè, Angelo Sandri, Maurizio Sansone, Aldo Santilli, Ugo Sarao, Anna Sartoris, Alessandro Savorelli, Jan Sawicki, Gian Franco Schietroma, Renato Segatori, Oscar Serra, Gianni Sinni, Claudia Soffritti, Carlo Antonio Solimene, Simone Sormani, Valdo Spini, Ugo Sposetti, Mario Staderini, Gregorio Staglianò, Lorenzo Stella, Leo Stilo, Francesco Storace, Nicola Storto, Ivan Tagliaferri, Tiziano Tanari, Mario Tassone, Roland Tedesco, Luigi Torriani, Alvaro Tortoioli, Roberto Traversa, Ciro Trotta, Lara Trucco, Fabio Tucci, Andrea Turco, Maria Turco, Maurizio Turco, Massimo Turella, Sauro Turroni, Marco Valtriani, Max Vassura, Margherita Vattaneo, Enrico Veronese, Fiodor Verzola, Ettore Vitale, Maria Carmen Zito, Mirella Zoppi, Roberto Zuffellato, Federico Zuliani, Piotr Zygulski. 
E, già che ci siamo, mille scuse a Porto San Giorgio: Bene Comune e al candidato sindaco Nicola Loira, "depredato" del simbolo che è servito per la grafica di questo post. 

Può la Margherita strappare la margherita di Lorenzin e Dellai?

Lo si è detto molte volte in queste pagine: sciogliere un partito in Italia è difficilissimo. Ciò comporta, tra l'altro, che soggetti ritenuti politicamente estinti o consunti in realtà siano giuridicamente vivi e ci sia ancora qualcuno in grado di parlare a nome loro. Ne saprebbero qualcosa Beatrice Lorenzin e i suoi compagni di viaggio della nuova lista Civica Popolare: non appena si è saputo che la formazione, pronta ad allearsi con il Pd, avrebbe avuto una margherita nel simbolo, hanno ricevuto subito uno stop dai legali rappresentanti della Margherita, decisi a negare la possibilità di usare l'emblema del partito e preannunciando di fatto diffide se gli interessati dovessero insistere.
Non si tratta del primo "risveglio" margheritino: la memoria corre all'inizio del 2012, quando era emerso il caso dei fondi sottratti dal tesoriere allora in carica, l'avvocato Luigi Lusi: molte persone, più o meno interessate alla politica, non credevano ai loro orecchi, sentendo dire che il progetto politico nato come alleanza elettorale ed evolutosi come partito - legato al nome di Francesco Rutelli - non solo esisteva ancora pur avendo smesso di operare nel 2007, ma aveva continuato a ricevere i rimborsi elettorali della legislatura iniziata nel 2006 e finita nel 2008 (allora le regole prevedevano questo). 
Anche per cercare di mettere un punto a quella vicenda, il 16 giugno di quell'anno l'Assemblea federale del partito - meglio: di quello che restava - optò per lo scioglimento. Era la chiusura del sipario? Nemmeno per sogno, visto che la vicenda processuale di Lusi era ancora aperta (al pari di altre) e occorreva recuperare il denaro sottratto indebitamente: lo scioglimento aprì semplicemente la liquidazione dell'associazione Democrazia è libertà - La Margherita, un procedimento che non si è ancora chiuso. La Margherita, dunque, esiste ancora - e fino alla fine del 2013 la sua targa era rimasta affissa al Nazareno, sede allora sublocata al Pd - e a rappresentarla sono  i liquidatori, il cui collegio è presieduto dal commercialista Roberto Montesi (gli altri sono Salvatore Patti e Walter Ventura).
Alla notizia dell'iniziativa elettorale guidata da Lorenzin, qualche ex "margheritino" dev'essersi allarmato: si badi bene, nella nota ufficiale nessuno dei promotori aveva parlato di quella Margherita (con tanto di maiuscola che si scrive ma non si legge), ma tanto è bastato al collegio dei liquidatori attraverso Montesi, unitamente al collegio dei garanti rappresentato dal presidente Vincenzo Donnamaria (gli altri componenti sono Giovanni Grasso e Fabrizio Figorilli) per alzare un muro
"Nessuno può usare un simbolo della Margherita in elezioni politiche. Esperienze locali - come quella del Trentino - consentono un uso locale. Ma non nelle elezioni legislative: il marchio è tutelato, e non può essere usato, neppure in modo 'surrettizio'". 
I rappresentanti della Margherita aggiungono che "sarebbe incomprensibile se tentassero di usare questo simbolo anche esponenti politici che si candidarono contro la Margherita", probabilmente pensando a soggetti in precedenza riferiti al centrodestra, a partire da Fabrizio Cicchitto. Hanno ragione? In origine sì, ma fino a un certo punto. In fondo, è tutta una questione di maiuscole. E' evidente, infatti, che per Lorenzin e altri quella del loro simbolo dovrebbe essere una margherita qualunque, mentre chi vuole tutelare la Margherita (meglio: Democrazia è libertà - La Margherita) lo fa ritenendo di essere "La Margherita" per antonomasia: per loro quindi - maiuscola o no - il fiore bianco a petali, se richiamato in politica, sarebbe sempre riferito al partito che fu di Rutelli.
Può essere, per carità, ma qualche paletto è necessario. Perché parlare di "esperienze locali - come quella del Trentino" è profondamente ingeneroso nei confronti di Lorenzo Dellai, animatore della Civica per il governo del Trentino (tra l'altro, anche allora, chiamata Civica - La Margherita) che fu diretta ispiratrice della Margherita nazionale cui proprio Dellai aderì. La Margherita disegnata da Andrea Rauch per il nascente partito rutelliano (sedici petali, disposti su due livelli) era diversa da quella utilizzata da Dellai in Trentino (dodici petali tutti allo stesso livello): non a caso, il successivo partito di Dellai, Unione per il Trentino, riprende il fiore della vecchia Civica, limitandosi a modernizzarlo e a renderlo tridimensionale.
Se è legittimo che la Margherita cerchi di tutelare se stessa, dovrebbe almeno lasciare via libera a chi usava lo stesso fiore prima di lei - avendone addirittura ispirato la scelta - e chiede di apportare nel nuovo emblema quella versione, tra l'altro presente in Parlamento - al Senato - nella legislatura appena conclusa, dunque assai più di recente rispetto all'ex partito rutelliano (che pure aveva ben altra consistenza). E se di margherite - con la minuscola - parliamo, non risulta che alla Margherita abbiano mai fatto storie i Verdi arcobaleno, politicamente inattivi dalla fine del 1990 ma sciolti realmente chissà quanto tempo dopo (allora le cose erano un po' più semplici). D'accordo, tra i promotori ci fu proprio Rutelli, ma qualche dubbio sul fatto che altri compagni di strada (da Mario Capanna a Franco Corleone) avrebbero gradito vedere il loro stesso fiore su un simbolo di un partito tutto diverso è lecito averlo...

sabato 30 dicembre 2017

Il "nuovo" M5S: la terza associazione, con simbolo in prestito

La marcia del MoVimento 5 Stelle verso le elezioni politiche del 2013, in realtà, era iniziata il 14 dicembre 2012, quando Beppe Grillo, assieme al nipote Enrico Grillo e a Enrico Maria Nadasi, nella sua casa di Genova aveva sottoscritto con l'assistenza di un notaio l'atto costitutivo dell'associazione "Movimento 5 Stelle": partecipare alle elezioni era la prima sfida seria per il movimento e non era il caso di rischiare di scontrarsi contro uffici e funzionari, che avrebbero potuto bloccare il cammino elettorale di una "non associazione".
A distanza di cinque anni, dev'essersi ripetuta una scena simile: giusto oggi, nel primo pomeriggio, il sito www.beppegrillo.it ha reso noto - oltre che il regolamento per le prossime Parlamentarie - un nuovo statuto di una nuova associazione, denominata sempre MoVimento 5 Stelle e costituita nei giorni scorsi - non è stato diffuso il contenuto dell'atto costitutivo, ma la data dovrebbe essere il 20 dicembre 2017 - dallo stesso Grillo, da Luigi Di Maio e da Davide Casaleggio, come era stato anticipato dai media nelle scorse ore.
Si tratta, dunque, di un terzo soggetto giuridico denominato "MoVimento 5 Stelle" (per convenzione M5S-3), distinto tanto dalla "non associazione" omonima (per convenzione M5S-1), nata come ente di fatto alla fine del 2009, quanto dall'associazione omonima (per convenzione M5S-2) costituita nel 2012. Il M5S-3 sembra essere stato costituito allo stesso scopo del secondo: "Per poterci presentare alle elezioni ci siamo dovuti dotare di un nuovo Statuto e di un nuovo Codice Etico", si legge nel post firmato da Di Maio, che del nuovo soggetto giuridico riveste il duplice ruolo di Capo politico e di Tesoriere. In realtà, probabilmente, sarebbe bastato - e, in altre circostanze, sarebbe stato logico - utilizzare l'associazione fondata cinque anni fa, con il nuovo testo dello statuto adottato alla fine del 2015: finora è stato il M5S-2 a depositare le candidature alle elezioni del 2013 e alle europee del 2014, nonché a presentare i documenti di bilancio richiesti dalla legge n. 96/2012 e di problemi, da quel punto di vista, non ne aveva mai avuti.
Partendo da quest'osservazione, per il tecnico è naturale pensare che le ragioni che hanno suggerito di fondare un'altra associazione siano diversi (senza ovviamente evocare complotti o macchinazioni). Vale allora la pena di leggere le undici pagine che riproducono in pdf e in carta libera il contenuto dello statuto sottoscritto davanti al notaio. Alcune delle informazioni più importanti si trovano, come è normale, all'inizio, già all'articolo 1: la sede del M5S-3 è a Roma, in via Nomentana 257 (diversa da quella del M5S-1, cioè l'indirizzo www.movimento5stelle.it, e da quella del M5S-2, cioè via Roccatagliata Ceccardi,  1/14, residenza genovese di Enrico Grillo). Un indirizzo, peraltro, non casuale: si tratta della sede dello studio di Andrea Ciannavei, avvocato di Beppe Grillo. Quanto al simbolo, questo resta di proprietà del M5S-2, che alla nuova associazione si limita a concedere l'uso: non si tratta naturalmente di una novità (basti pensare al "simbolo in affitto" - parole di Enrico Boselli - della Rosa nel Pugno utilizzato dal cartello di socialisti e radicali alle politiche del 2006, oppure al simbolo di Alleanza nazionale concesso dalla Fondazione An a Fratelli d'Italia), ma è inevitabile che desti un minimo di curiosità sapere che un'associazione (di cui è legale rappresentante Beppe Grillo) abbia concesso in uso il proprio segno distintivo a un'associazione omonima, di cui lo stesso Grillo fa parte senza esserne però il rappresentante.

venerdì 29 dicembre 2017

Civica popolare, gli alleati centristi del Pd (con Lorenzin e margherita)

E se il simbolo fosse così?
Era curioso, in fondo, che in un paese in cui tradizionalmente si vince al centro (centro centro, centrodestra o - più raramente - centrosinistra), in entrambi gli schieramenti principali tra le poche liste ancora da presentare ci fossero proprio i raggruppamenti saldamente ancorati al centro, ciascuno dalla propria collocazione. Mentre si aspetta ancora di vedere il simbolo della lista del centrodestra a trazione Udc (unica certezza, ci sarà lo scudo crociato, ma il nome esatto della formazione è ancora tutto da stabilire, ammesso che la strada non sia comune con Fitto, Lupi e gli altri di Noi con l'Italia), oggi, all'indomani dello scioglimento delle Camere da parte del Quirinale, è stata annunciata la lista centrista che sarà coalizzata con il Partito democratico
Il simbolo ancora non c'è, ma l'accordo sul nome e su chi la comporrà e la guiderà sì: dopo l'uscita di scena volontaria di Angelino Alfano, sarà Beatrice Lorenzin a guidare la lista Civica popolare, alla quale contribuirà ovviamente Alternativa popolare, ma anche i Centristi per l'Europa di Pierferdinando Casini e Gianpiero D'Alia (con cui Ap aveva già corso, senza troppa fortuna, in Sicilia), Democrazia Solidale di Lorenzo Dellai e Andrea Olivero, L'Italia è Popolare, ossia l'area politica cattolico-democratica che fa capo a Giuseppe De Mita (con la benedizione dello zio Ciriaco); più sorprendente, volendo, è che del cartello elettorale faccia parte anche l'Italia dei valori, fondata da Antonio Di Pietro e probabilmente pensata agli antipodi di qualunque formazione anche solo lontanamente democristiana, ma che ha stretto l'accordo con le altre forze nella persona del suo segretario, Ignazio Messina. 
Per carità, parlare di cartello elettorale starebbe stretto ai promotori: in una nota, infatti, hanno precisato che questo sarebbe "il primo passo per la costituzione di una forza politica di ispirazione popolare europeista e riformista, per fronteggiare ogni deriva populista e proseguire sul sentiero della ricostruzione civile, sociale e materiale del Paese". Evidentemente, un nuovo partito diverso da quelli esistenti (e anche per questo stupisce trovare l'Idv tra i promotori), che però è già convinto di far parte "dell’area politica che ha supportato fino in fondo i governi di questa legislatura": nella nota la parola "centrosinistra" non c'è, ma considerando che per De Mita jr era necessario opporsi "alle due destre oggi presenti in Italia: il residuo berlusconiano e quella grillina", non restano altre possibili collocazioni, anche se resta da parte di tutti i promotori l'esigenza di rimanere distinti dal Pd. 
E il simbolo? Come detto, la grafica non è stata svelata, forse perché ancora non esiste, eppure la nota dà qualche indicazione: la lista, infatti, "avrà come denominazione 'Civica Popolare' e nel simbolo una margherita che simboleggia la convergenza di diverse sensibilità su un progetto politico al servizio del Paese. Nel rispetto di questa impostazione, l’iniziativa è fin da subito aperta a tutte le esperienze civiche e politiche e a quanti intendono concorrervi"; c'è poi chi dà per certo l'inserimento del cognome di Lorenzin all'interno dell'emblema, un nome che a detta di alcuni - come Fabrizio Cicchitto, tra coloro che non hanno seguito Maurizio Lupi nel ritorno nel centrodestra - potrebbe rappresentare un punto di riferimento positivo.
L'attesa sarà questione solo di qualche giorno, naturalmente, ma intanto si può iniziare a immaginare e, per quanto alla fine la grafica possa risultare tutta diversa, certe supposizioni sarebbero fatte a buon diritto. L'aggettivo "popolare", infatti, sembra apportato soprattutto dalla formazione di Lorenzin, mentre qui "Civica" non sembra un aggettivo, ma un sostantivo. Perché prima di Scelta civica c'era la Civica per il governo del Trentino, progetto politico nato nel 1998 e legato proprio a Lorenzo Dellai che ora è della partita (e che a inizio legislatura, tra l'altro, è stato eletto in Scelta civica). Oltre alla parola principale a caratteri cubitali, poi, nel simbolo di Civica c'era anche la margherita, idea che - assieme al progetto - sarebbe stata poi ripresa a livello nazionale da Francesco Rutelli. La stessa margherita, giusto un po' "rinfrescata" graficamente, sarebbe poi finita nel contrassegno dell'Unione per il Trentino, che della Civica è l'erede diretta e ha fatto comunque riferimento a Dellai (che pure ora ha creato DemoS). Così, a voler metter insieme elementi grafici di ieri e dell'altro ieri, si potrebbe prendere quella stessa margherita e sfumarla leggermente (com'era nel simbolo della Civica trentina) sopra alla prima parola del nome, piuttosto imponente; nome che potrebbe essere scritto nella stessa font Nexa Black usata da Scelta civica, dal Nuovo centrodestra e ora da Alternativa popolare, mantenendo magari anche il suo fondo blu scuro e il bordo del cerchio più chiaro. E se, ridendo e scherzando, ci si fosse avvicinati al vero?

sabato 23 dicembre 2017

Insieme, dell'Ulivo restano solo le foglie (per prudenza)

Una regola non scritta in materia di contrassegni elettorali? "Partita finisce quando arbitro fischia"La massima del venerato maestro Vujadin Boškov è già stata ospite in questo sito, generalmente per dire che i simboli presentati prima che la campagna elettorale inizi sul serio possono dissolversi anzitempo; in questo caso, tuttavia, si intende sottolineare che gli emblemi - pur resistendo - possono essere ritoccati fino all'ultimo momento disponibile, ossia quello del deposito presso gli uffici elettorali competenti (e a volte anche dopo, se a chiederlo sono gli stessi uffici o i giudici). 
Alla presentazione dei fregi elettorali mancano ancora meno di tre settimane, ma qualcuno ha già pensato di cambiare il simbolo di Insieme, quello presentato da Psi, Verdi, Area civica e ulivisti. La notizia è stata data sui siti della lista "Insieme 2018" e del Partito socialista, con tanto di nota ufficiale diramata dai promotori del progetto politico-elettorale:
I promotori della Lista di ispirazione ulivista 'Insieme', Angelo Bonelli, Riccardo Nencini e Giulio Santagata hanno oggi visionato ed approvato il piccolo restyling del simbolo della lista: "Abbiamo pensato che il ramoscello avrebbe potuto ingenerare confusione al momento del voto, per questo abbiamo deciso che il richiamo all'esperienza dell'ulivo potessimo lasciarlo con le foglie. In questo caso per noi le foglie sono sostanza e contenuto. Ma stanno lì anche per indicarci la strada: lavorare per l'unita del centrosinistra, come auspicato da Romano Prodi anche nell'ultimo suo messaggio, nel quale ci ha incoraggiato sottolineando che 'conta l'ispirazione ulivista' e aggiungendo di essere sicuro 'che questa iniziativa possa dare un utile contributo'.""Siamo consapevoli che l'obiettivo comune di tutti i nostri compagni di strada sia quello di sconfiggere il populismo e la destra. 'Insieme' è nata per influenzare le politiche di governo del centrosinistra e siamo convinti che la coalizione sia l'unica strada percorribile e giusta". Lo hanno spiegato Bonelli, Nencini e Santagata licenziando il simbolo definitivo. 
Si temeva, dunque, una possibile confusione al momento del voto e, dunque, anche possibili accuse di avere messo in campo una "furbata" per recuperare qualche voto in più. Senza bisogno che si arrivasse alla fase del voto, tuttavia, la scelta di non presentare esattamente lo stesso ramo che aveva caratterizzato l'Ulivo evita fin dall'inizio che possa sorgere qualche controversia presso il Viminale sull'eventuale confondibilità tra contrassegni. Si era detto che l'uso del rametto disegnato da Andrea Rauch era stato concesso direttamente dall'associazione I Democratici, di cui è legale rappresentante Arturo Parisi (ma forse no, visto che tre giorni fa su Repubblica si leggeva in un articolo di Giovanna Casadio che "è assai probabile che non ci sia neppure il ramoscello d'Ulivo, che è il marchio politico della lista, dal momento che l'Associazione che ne detiene il brand, costituita da Romano Prodi, Arturo Parisi, Franco Monaco e Marina Magistrelli, presieduta dall'avvocato Mario Epifani, ha diffidato i neo ulivisti dall'uso"); soprattutto, però, il Pd è presente in Parlamento dal 2008 e da allora ha sempre avuto il rametto ulivista nell'emblema, dunque qualche problema di confondibilità (non lamentato dal Pd, ma sollevato dal Ministero nell'interesse dell'elettore, a norma dell'art. 14, comma 6 del testo unico per l'elezione della Camera) si sarebbe potuto porre.
Oltre a togliere il ramo, si è deciso di spostare le foglie nella parte destra del contrassegno, ponendole sopra la "e" di "insieme": in questo modo, tra l'altro, sulla seconda "i" (che nascondeva in parte il rametto, per cui la rinuncia a questo non è nemmeno troppo pesante) è diventato necessario ripristinare il puntino, colorato di rosso come per quello della prima lettera. Si deve in ogni caso ammettere che, anche senza legnetto, ridotto di dimensioni e decentrato, l'Ulivo è comunque visibile (benché sulla scheda finisca per misurare pochi millimetri) e l'equilibrio generale della composizione non risulta alterato. Altri problemi non ce ne dovrebbero essere, dunque il simbolo di Insieme può considerarsi definitivo: unica preoccupazione, ora, sarà raccogliere voti e portarli alla coalizione.

giovedì 21 dicembre 2017

Lega, via il Nord e prima volta di un "premier"

Dopo molti rumors e annunci, da oggi la Lega è davvero tale, nel senso che dal nome è sparito il riferimento al Nord: è stato il segretario federale Matteo Salvini a presentare il simbolo con cui la formazione intende correre alle prossime elezioni politiche, dopo che, nel consiglio federale del 27 ottobre, era stata approvata la decisione di utilizzare soltanto la denominazione "Lega".
Se ne parlava ormai da mesi e, in modo più insistito, da settimane, soprattutto da quando un esponente storico della Lega Nord come Roberto Calderoli aveva lasciato il gruppo parlamentare del Carroccio al Senato per costituire il 3 novembre, nel gruppo misto, la nuova componente Lega per Salvini Premier. C'era chi aveva letto dietro a quel gesto motivi piuttosto pratici - si veda in particolare l'articolo del Corriere della Sera, secondo il quale era urgente evitare il blocco di svariati conti correnti del partito, seguito alla condanna in primo grado di Umberto Bossi e Francesco Belsito (rispettivamente ex segretario federale e tesoriere del Carroccio) e soprattutto evitare che finissero sotto sequestro le provvidenze pubbliche spettanti - ma la vera notizia era che per la prima volta, da quando il partito fondato da Bossi ha disposto di un gruppo parlamentare (cioè dal 1992), una compagine dichiaratamente leghista appariva sprovvista della parola "Nord".
Che l'operazione fosse più seria - e foriera di sviluppi - di una semplice mossa tecnica l'ha dimostrato il fatto che pochi giorni fa la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato lo statuto della Lega per Salvini Premier, che l'apposita Commissione aveva valutato e ritenuto conforme alle previsioni di legge. Il contrassegno, tuttavia, era rettangolare e riprendeva la grafica "Salvini premier" utilizzata negli ultimi mesi dallo staff di comunicazione del segretario leghista nel corso della sua campagna in giro per l'Italia. Era chiaro, tuttavia, che - nell'impossibilità di utilizzare alle elezioni un contrassegno rettangolare - quell'immagine sarebbe stata solo provvisoria, nell'attesa di presentare il nuovo emblema rotondo. Proprio quello mostrato alla stampa da Matteo Salvini questo pomeriggio.
A dispetto della sparizione - non certo indolore - della parola "Nord", il simbolo leghista resta perfettamente riconoscibile: il fondo bianco è quello di sempre, la font Optima e il colore blu sono gli stessi dal 1992 (da quando le schede sono a colori); soprattutto, nessuno ha voluto toccare - né potrebbe farlo - l'immagine di Alberto da Giussano a spada sguainata, con l'immagine del leone di San Marco collocata sullo scudo, a ricordare l'originaria joint-venture primaria tra Lega Lombarda e Liga Veneta. Il piede del guerriero, come ci siamo abituati a vederlo negli ultimi anni, è ancora poggiato su un segmento circolare blu, in cui per molto tempo è stato scritto "Padania" e ora si legge - in giallo, come più di recente ci siamo abituati a vedere - il cognome di Matteo Salvini. 
Al di sotto del riferimento al segretario, peraltro, appare anche la parola "premier": si tratta, salvo errore, della prima comparsa in assoluto di quella parola in un contrassegno elettorale (finora ci si era limitati, eventualmente, a un più nostrano "presidente"): l'inserimento di quella parola introduce dunque un accento "straniero" alle prossime elezioni - dal punto di vista costituzionale, non è corretto definire come premier il Presidente del Consiglio dei ministri - come non accadeva dalla seconda metà degli anni '90, quando nel 1996 si presentarono i Federalisti liberali di Alberto Michelini e, soprattutto, quando nel 1999 si fronteggiarono idealmente l'asinello prodiano dei Democratici e l'elefantino conservatore del cartello (non troppo fortunato) che unì in quell'occasione Alleanza nazionale e il Patto Segni.
E, a proposito di memoria, la struttura del nuovo simbolo ha qualcosa di familiare: chi ha buona memoria può ricordare che nel 1990 alle elezioni regionali apparve dal Lazio in giù il simbolo della Lega Italia Federale, con la parola "Lega" in alto (in Calabria già con la font Optima) divisa in due dalla spada di Alberto da Giussano e, in basso, il resto della dicitura, con il riferimento alla regione interessata nella parte sinistra. In seguito, il simbolo della Lega Italia Federale si stabilizzò e divenne un vero progetto rivolto alle regioni del centro-sud, con il coordinamento di Cesare Crosta; candidò Maria Ida Germontani a sindaca di Roma nel 1993 e Gianfranco Vestuto (promotore della Lega Sud) in un'elezione suppletiva per la Camera nel 1995, per poi finire accantonato con la svolta secessionista del Carroccio nel 1996. Se si rimpicciolisse Alberto da Giussano e si coprisse con il segmento blu la parte inferiore del cerchio, si otterrebbe esattamente lo stesso simbolo: in qualche modo, dunque, anche la grafica della Lega-non-più-Nord sa di antico.
In compenso, proprio il dimezzamento del nome della Lega potrebbe essere stato studiato dal partito di via Bellerio per risolvere un problema anch'esso antico: dal 1992 in avanti, infatti, sono stati presentati una marea di simboli di forze politiche contenenti la parola "Lega" e, sebbene il Carroccio abbia cercato di contestarne la validità, gli uffici elettorali e i giudici amministrativi hanno sempre sostenuto che il termine "Lega", come sinonimo di "unione", è a disposizione di tutti e non è "privatizzabile". Finora, dunque, la Lega Nord ha dovuto tollerare la presenza di altre Leghe, con relative perdite di voti; ora però che "la Lega" per antonomasia diventa semplicemente "Lega", il giudizio degli organi preposti a valutare i simboli potrebbe cambiare (soprattutto ove altri contrassegni portassero solo la parola "Lega" in evidenza e fosse più facile ravvisare la confondibilità).

Potere al popolo, per la sinistra basta la stella

Non sono ancora noti i giorni in cui si dovranno depositare i contrassegni delle liste per le elezioni politiche (anche se è facile prevedere che, se si dovesse votare il 4 marzo, il deposito si svolgerà dal 19 al 21 gennaio, dal 44° al 42° giorno precedente al voto); già ora, tuttavia, è possibile immaginare che il numero di falci e martelli sulla scheda elettorale sarà decisamente ridotto rispetto al passato. Se era prevedibile che il segno social-comunista non apparisse nell'emblema di Liberi e Uguali, da alcuni giorni si ha la certezza che questo non sarà presente nemmeno nel simbolo della lista di sinistra che - dopo la raccolta firme - si presenterà agli elettori.
L'emblema, presentato domenica all’Ambra Jovinelli a Roma (e disegnato probabilmente da Totore Caruso), contiene essenzialmente il nome scelto per la lista, cioè Potere al popolo!: si tratta del progetto politico-elettorale che ha fatto seguito all'appello lanciato il 18 novembre dagli attivisti napoletani dell’Ex Opg Je so’ pazzo (il cui logo, peraltro, sarebbe stato un discreto simbolo...). Accanto a realtà civiche e sociali di tutta l'Italia, sindacati di base e comitati ambientali, sono parte dell'iniziativa soggetti politici come Rifondazione comunista, Rete dei comunisti, Sinistra anticapitalista e il rifondato Partito comunista italiano: sono ben tre, dunque, le coppie falce-martello che non arriveranno sulla scheda (nemmeno quella del Pci, sebbene da più parti fosse sentita l'esigenza di concorrere alle elezioni con il simbolo tradizionale dei comunisti in Italia), anche se è molto probabile che almeno Prc e Pci depositino comunque il loro emblema al Viminale, per evitare iniziative di disturbatori.
Il nome scelto - che intende parafrasare il concetto di democrazia - è scritto in gran parte con una font "bastoni" imponente (probabilmente Granby Elephant Pro), tranne la preposizione "al", decisamente più leggera e scritta in corsivo e in colore rosso scuro, tra il bordeaux e il carminio. La stessa tinta caratterizza la stella (presente negli emblemi di Prc e Pci) e due archi di circonferenza "a mezzaluna", che delimitano quasi per intero lo spazio del simbolo (riprendendo, almeno in parte, un escamotage grafico usato nell'emblema della Sinistra anticapitalista).
Quel colore, peraltro, era stato inizialmente utilizzato come tinta di fondo per il simbolo preferito tra le opzioni di un piccolo sondaggio creato da un militante sul gruppo Fb di Potere al popolo!: si trattava di un sistema molto artigianale per rilevare le preferenze della base sull'emblema che sarebbe stato utilizzato per la lista. Alla fine il contrassegno è risultato a fondo bianco, ma il colore diverso dal nero è proprio quello preferito da oltre un centinaio di persone. 
L'effetto finale sembra gradito alla maggior parte dei militanti, come giusto equilibrio tra modernità e tradizione, dotato di semplicità, efficacia e pulizia. Certamente non è mancato chi ha lamentato l'assenza della falce e del martello, ma per altri la stella - simbolo comunista da pari tempo - e il nome scelto sono sufficienti a caratterizzare politicamente la proposta della lista e, anzi, sono in grado di andare oltre le originarie appartenenze per raccogliere fiducia e consenso di un maggior numero di persone.