martedì 12 marzo 2019

In Europa senza firme: quali partiti (e con che simboli) ci riusciranno?

Lo si è ricordato l'altro giorno: manca meno di un mese al periodo stabilito per legge per il deposito dei contrassegni da utilizzare alle elezioni europee (dalle 8 del 7 aprile alle 16 dell'8 aprile). Da qui ad allora molte cose possono cambiare, ovviamente, ma già adesso c'è una certezza: il livello di "complicazione" dei simboli, cioè della quantità di elementi contenuti nel cerchio, sarà influenzato da due fattori. Dal 2009 coloro che puntano ad avere o a mantenere la presenza al Parlamento europeo hanno certamente il problema di superare la soglia del 4%, obiettivo che spesso ha ispirato unioni e "convivenze grafiche" di forze più o meno affini tra loro, a volte riuscite, sia pure solo in quell'appuntamento elettorale (Ncd-Udc, per limitarci al 2014) e in altri casi clamorosamente fallite (Scelta europea, sempre nel 2014, ma anche la Lista anticapitalista o il cartello L'Autonomia del 2009).
Se la questione ricordata riguarda essenzialmente chi ha velleità di eleggere almeno un rappresentante (anche se il 4%, in realtà, si traduce in tre eletti), per poter finire sulle schede - e quindi anche solo per contarsi - a monte c'è un altro problema da risolvere: quello della raccolta firme o dell'esenzione da quell'onere. Le forze politiche, in altre parole, si trovano davanti all'alternativa tra un onere molto pesante (che in teoria dovrebbe toccare a tutti) e una strada assai più comoda, ma riservata all'inizio a pochi e, con il tempo, a un novero più ampio di soggetti politici, allargatosi con il venir meno del radicamento territoriale dei partiti e a causa di alcune decisioni parlamentari e giudiziarie. Quest'anno la carica di chi tenterà di presentare liste senza raccogliere le firme si annuncia decisamente nutrita, come mai la si è vista: vale la pena fare il punto della situazione e qualche riflessione in materia.

lunedì 11 marzo 2019

M5S, svelato l'atto costitutivo del 2017. Grillo e il simbolo? Solo comparse

Non c'è due senza tre e il quattro… ancor non c'è. Verrebbe da dire questo leggendo con attenzione la notizia, rilanciata oggi da varie testate (a partire dal Corriere della Sera cartaceo, con un articolo a firma di Emanuele Buzzi), della divulgazione dell'atto costitutivo del MoVimento 5 Stelle del 2017, vale a dire la terza associazione con quel nome, resa nota alla fine del 2017 e che ha partecipato alle elezioni politiche del 2018 e a tutti gli appuntamenti elettorali successivi.
Va chiarito subito, infatti, che non c'è un M5S-4, vale a dire un quarto soggetto giuridico, dopo la "non associazione" M5S nata nel 2009, l'associazione M5S costituita nel 2012 con un primo atto notarile e profondamente modificata nel 2015 e, appunto, il M5S-3 della cui costituzione lo stesso "Blog delle Stelle" aveva dato notizia negli ultimi giorni del 2017. In quell'occasione, erano stati resi noti solo lo statuto e il codice etico della nuova associazione (nonché il regolamento per le "parlamentarie" 2018), peraltro "in carta libera", cioè con il testo inserito in un normale documento e non mostrano la scansione dell'atto notarile; da ieri invece è stato possibile conoscere anche il testo dell'atto costitutivo del M5S-2017, con le "novità" che esso contiene. 
Il motivo per cui questo atto - rogato dal notaio milanese Valerio Tacchini - è stato reso noto solo ora lo ha spiegato ad Adnkronos Lorenzo Borré, l'avvocato che ha seguito praticamente tutte le cause prima di coloro che erano stati espulsi dal MoVimento (a Roma e Napoli), poi del "gruppo Cassimatis" di Genova, fino a quelle relative all'impugnazione delle modifiche al "non statuto" e al "regolamento" - vicende che, nel complesso, hanno indotto Beppe Grillo e i vertici del M5S a concepire un "contenitore nuovo" - e al contenzioso più importante, quello seguito proprio alla costituzione del M5S-3. In particolare, la pubblicazione dell'atto costitutivo per Borrè sarebbe collegata "al processo pendente a Genova tra Movimento 5 Stelle del 2009 e Movimento 5 Stelle creato nel dicembre 2017 da Davide Casaleggio e Luigi Di Maio", cioè alla causa intentata dagli aderenti al M5S-1 contro - tra l'altro - chi rappresenta il M5S-3, per rivendicare la titolarità dei segni distintivi (per il momento non riconosciuta dal tribunale) e ottenere i dati degli iscritti al MoVimento per poter operare (il giudice ha già disposto in tal senso e, prima ancora, aveva nominato un curatore speciale per il M5S-2009, ritenendo che Grillo fosse in conflitto di interessi per il ruolo ricoperto nelle associazioni fondate successivamente).
Nelle tre pagine dell'atto costitutivo, il dato che si è fatto emergere con maggiore evidenza è la presenza di due soli fondatori, vale a dire Luigi Di Maio e Davide Casaleggio: il capo politico e l'unico rimasto in vita tra i fondatori dell'associazione Rousseau (costituita in aprile 2016 assieme al padre Gianroberto Casaleggio). C'è anche un piccolo "qui-pro-quo" sul nome, poiché i due dichiarano di voler costituire il "Movimento 5 Stelle", ma in tutto il resto dell'atto il nome è "MoVimento 5 Stelle", con la V maiuscola e non è un particolare da poco: fino al 2015, infatti, rappresentava l'unica differenza tra il nome del M5S-1 (V maiuscola) e il M5S-2 (v minuscola), differenza poi rimossa dalla riforma statutaria dell'associazione. Il M5S-3, costituito a fine 2017, ha una sede legale a Roma (via Nomentana 257, coincidente con lo studio di Andrea Ciannavei, avvocato di Beppe Grillo) e una operativa, sempre nella capitale (via Piemonte 32), anche se il capo politico - che lo stesso atto costitutivo individua nella persona di Di Maio "che accetta" - in base allo statuto può "istituire e/o sopprimere eventuali sedi operative".

Sul piano dei principi e delle finalità, l'atto costitutivo all'art. 3 ribatte semplicemente il contenuto dell'art. 2 del nuovo statuto, dunque l'intento di "realizzare un efficiente scambio di opinioni ed un confronto democratico, riconoscendo a tutti gli iscritti, in conformità con le disposizioni del presente Statuto ed in specie attraverso lo strumento della Rete, un effettivo ruolo di indirizzo e determinazione delle scelte fondamentali per l’attività politica dell’associazione", raccogliendo l'esperienza del blog di Grillo, dei meetup, delle manifestazioni organizzate nel frattempo, come pure "delle 'Liste Civiche Certificate e comunque delle liste presentate sotto il simbolo 'MoVimento 5 Stelle' nelle elezioni comunali e regionali, nonché dei gruppi parlamentari costituiti presso la Camera dei Deputati, il Senato della Repubblica ed il Parlamento Europeo". Si tratta dell'unico punto in cui l'atto costitutivo cita il simbolo del M5S, per il resto rimandando la sua descrizione e il suo regime allo statuto (nel quale - va ricordato - si chiariva che l'emblema al M5S-2017 era solamente concesso in uso dal M5S-2012, che ne rimane tuttora proprietario). Lo stesso articolo cita poi la promozione della consultazione degli iscritti per individuare e scegliere "quanti potranno essere candidati a promuovere le campagne di sensibilizzazione sociale, culturale e politica, così come le proposte e le idee condivise nell'ambito del sito www.MoVimento5stelle.it" nelle occasioni elettorali; richiama, da ultimo, i principi di trasparenza, partecipazione e tutela della riservatezza e dei dati personali.
L'art. 4 si limita a rinviare allo statuto l'intero ordinamento dell'associazione, mentre l'art. 5 provvede alla nomina degli organi del M5S: accanto a Di Maio come capo politico, figurano Beppe Grillo come garante e i componenti del comitato di garanzia (Vito Crimi, Giancarlo Cancelleri, Roberta Lombardi) e del collegio dei probiviri (Nunzia Catalfo, Paola Carinelli e Riccardo Fraccaro), secondo i risultati delle votazioni condotte a suo tempo. Più interessante è ricordare (perché lo si sapeva già) che tesoriere del MoVimento - ruolo delicato, anche perché chi lo ricopre è legale rappresentante del M5S - è nominato sempre Luigi Di Maio. Il quale, per accettare la nomina a tesoriere, ha dovuto mandare un'e-mail a se stesso, in qualità di capo politico: in coda all'art. 5, infatti, si legge che "i comparenti - cioè ancora Di Maio e Casaleggio jr - convengono che, per i primi nominati in questo atto, l'iscrizione all'Associazione e l'accettazione della carica coinciderà con una semplice comunicazione scritta, anche mediante messaggio di posta elettronica, spedita all'indirizzo del Capo Politico".
Si legge anche, in chiusura dell'atto, che Di Maio e Casaleggio jr "conferiscono espresso mandato al Capo Politico - sempre Di Maio - affinché lo stesso possa modificare e/o integrare il presente atto e relativi allegati, senza alterarne il significato sostanziale": ha notato però correttamente Buzzi sul Corriere che questo è solo "un passaggio legato alle modifiche formali per eventuali errori tecnici", dal momento che le modifiche sostanziali dello statuto spettano agli iscritti al MoVimento, purché siano raggiunte le maggioranze prescritte dallo statuto stesso (in prima istanza con la partecipazione della maggioranza assoluta degli iscritti, in seconda istanza qualunque sia il numero dei partecipanti, in ogni caso vale la maggioranza dei voti espressi, tranne che per lo scioglimento del M5S, per il quale occorre "il voto favorevole dei tre quarti degli associati").
Cosa apporta di nuovo, dunque, la conoscenza di quest'atto costitutivo del M5S-2017? Sul piano teorico è un passaggio importante, perché si conosce qualcosa che prima non era stato reso noto; sul piano pratico in effetti non ci sono grandi novità, anche se può colpire l'assenza di Grillo tra i fondatori e il suo nuovo, esclusivo ruolo di garante (sia pure, da statuto, a tempo indeterminato, ma questo si sapeva già). Per Borré questo documento "sancisce la fine della narrazione del Movimento partecipato, nato dai cittadini, e ci introduce alla realtà oligarchica di un partito creato da due persone, di cui una viene nominata Capo politico con poteri pressoché assoluti e che poi impone come condizione per la candidatura alle elezioni politiche l'accettazione del nuovo status quo e lo scalzamento della vecchia associazione costituita da Casaleggio sr e Grillo nel 2009 e del Non Statuto, che era ispirato da una concezione di democrazia integrale". Ciò perché, una volta divulgato lo statuto della nuova associazione, si era detto che gli iscritti a quest'ultima avrebbero perso la qualità di soci del M5S-1, destinato allo "svuotamento": un'ipotesi che coloro che si sono rivolti al tribunale di Genova per tutelare la "non associazione" vogliono scongiurare. 
Conclude Borré sostenendo che l'atto costitutivo appena divulgato "segna dunque il sacrificio dei vecchi 'Dei' della democrazia partecipata, sostituiti da un pragmatismo volto a consegnare l'egemonia del nuovo partito ad una ristrettissima élite". Si tratta, ovviamente, di una valutazione di natura filosofico-politica e non giuridica: di quest'ultimo aspetto si occuperanno i giudici prendendo le loro decisioni, mentre la riflessione politica è offerta a tutti, attiVisti, simpatizzanti, amici, nemici e commentatori. Ognuno potrà farsi la propria idea, valutando se il M5S che nel 2018 è approdato in Parlamento - simile a quello fondato nel 2012, ma non identico - e che ora condivide il governo con la Lega sia sovrapponibile a quello delle origini e, in caso contrario, quanto risponda ai propri desiderata. Di certo, quest'atto costitutivo somiglia a quello di molti partiti, al pari dello statuto, per cui la trasformazione del MoVimento 5 Stelle in partito - anche sulla base di alcune informazioni contenute nello statuto stesso - si è sostanzialmente completata. Anche se nessuno del M5S lo ha detto con nettezza.

sabato 9 marzo 2019

Siamo Europei, Calenda mostra i primi bozzetti (da partito pigliatutto)

Prima bozza (ricostruita da foto)
Manca meno di un mese alla scadenza dei termini per il deposito al Viminale dei contrassegni da utilizzare alle elezioni europee del 26 maggio (gli emblemi si presentano dal 7 all'8 aprile), quindi è normale che qualcuno stia scaldando i motori per preparare le grafiche da destinare alle bacheche e, magari, alle schede elettorali. All'opera c'è anche Carlo Calenda, impegnato a visualizzare il suo progetto Siamo Europei, la lista unica di centrosinistra che lui vorrebbe schierare alle prossime consultazioni per il rinnovo del Parlamento europeo: la prima (buona) notizia, dunque, è che sembra abbandonata la prima versione della grafica depositata come marchio dall'ex ministro e da Gianfranco Librandi da noi scoperta qualche giorno fa. Oggi, poco prima di mezzogiorno, Calenda ha pubblicato sul suo account Twitter le foto dei primi due bozzetti elaborati per il simbolo, chiedendo un parere ai suoi follower.
Seconda bozza (ricostruita da foto)
Caratteri comuni delle due proposte, oltre al nome, sono i richiami grafico-cromatici alle bandiere italiana ed europea: in una versione, più dinamica, il tricolore aveva le sembianze di una strada-fascia, lasciando la parte superiore a fondo blu e con tre stelle viste "di sbieco", per richiamare l'Europa senza riportarle tutte e dodici; nel secondo bozzetto, più "fermo", le dodici stelle sono disposte (sempre sul fondo Europe blue) a corona, attorno al cerchio centrale in cui il tricolore occupa il segmento inferiore, appena più piccolo rispetto a un semicerchio.
Il giudizio dei vari utenti che hanno interagito con Calenda, va detto, non ha dato l'impressione di un trionfo di consensi. La seconda versione è apparsa a molti troppo statica e old style (anche se qualcuno ha letto maggior sobrietà e serietà, ottima per distinguersi dagli "scappati di casa" di altre forze politiche), mentre più gradimenti ha riscosso la versione "dinamica" divulgata per prima. Anche in quel caso, a dire il vero, a fronte di apprezzamenti (tra i quali quello di Luigi Bobba, già deputato Margherita e Pd), si sono contate molte perplessità, legate soprattutto alla presenza delle stelle (3 potevano apparire "due in meno"...) e all'uso dei colori. In particolare, in molti hanno lamentato - al di là della scarsa fedeltà cromatica agli originali, trattandosi di fotografie - come le due immagini diano l'idea di un partito di destra o di centrodestra, a causa della compresenza del tricolore e del blu, in Italia più conservatore che progressista. Posto che qui certamente il blu era piuttosto quello europeo (come le stelle provano), in effetti l'accostamento più che di centrodestra è quello di un partito pigliatutto - catch-all party - che si propone di rivolgersi all'intera nazione, al centrosinistra nel cui alveo nasce come pure (questo sì) al centrodestra, se chi lo vota o l'ha votato condivide il messaggio italo-europeista che si vuole veicolare; tira un po' verso il centrodestra invece il carattere usato, perché la font è la stessa del Ppe.
Sono stati molti i suggerimenti arrivati dagli utenti, per togliere, modificare o aggiungere alcuni elementi; alcuni erano seri (magari anche dirompenti, come il pugno avvolto o dipinto dalla bandiera europea di Simone Cosimi), altri chiaramente ironici (come il cigno inserito da Il Fuco come particolare che renderebbe il simbolo "unico e più riconoscibile", anche se su quest'ultimo punto si può dubitare: chi lo vedrebbe nella miniatura di 3 centimetri di diametro sulle schede?). Più di qualcuno ha però soprattutto lamentato che entrambe le soluzioni sapevano di "già visto", soprattutto a destra. Qualche ragione, in effetti, ce l'hanno. C'è chi, come i ricercatori Giovanni Piccirilli e Patrizio Ivo D'Andrea, hanno richiamato la somiglianza della versione statica con il partito di Lamberto Dini, Rinnovamento italiano, che qualche somiglianza effettivamente ce l'ha.
Più calzante, tuttavia, sembra l'accostamento all'emblema scelto da Rete liberale, gruppo politico siciliano che faceva capo a Vincenzo Palumbo - già senatore liberale e componente laico del Csm - e che confluì nel 2009 nel ricostituito Pli (salvo riprendere la propria autonomia in seguito, con l'abbandono del partito da parte di Palumbo e degli altri): la cintura di stelle è molto simile, così come c'è un cerchio interno con una quasi-metà tricolore, anche se in quel caso era a base curvilinea e nella parte superiore. Il simbolo ha effettivamente avuto poca circolazione (ora lo si rivede aggiornato come Rete per la Democrazia liberale), ma non è sfuggito all'attenzione dei #drogatidipolitica.
Tra l'altro, volendo può venire in mente (anche se le stelle europee avevano un'altra disposizione) anche il logo di Italia liberale, che era stato diffuso da Affaritaliani.it - a corredo di un articolo di Alberto Maggi - come una delle possibili soluzioni grafico-politiche studiate da Silvio Berlusconi per mandare in pensione definitivamente il Pdl e, volendo, anche Forza Italia, nel tentativo di allargare sempre di più la base di riferimento della sua proposta. La font somiglia molto, il segmento tricolore pure, mentre l'Europa non era posta all'intorno, ma relegata nel segmento superiore. Probabilmente il simbolo non aveva alcuna base di realtà, ma in questa sede si può ricordare tutto.
Il riferimento a Berlusconi viene utile, comunque, per passare all'altra versione del simbolo calendiano, quella dinamica (che peraltro ha dato l'opportunità al vignettista Makkox di richiamare il "giorno" della campagna di Obama 2008, contrapposto alla "notte" trumpiana dell'ultima campagna presidenziale). 
Qualcuno, si è detto, ha lamentato come questa ricordasse poco o molto il Popolo della libertà. In realtà, più del Pdl viene in mente l'emblema di Alleanza di centro per la libertà, vale a dire il partito fondato alla fine del 2008 da Francesco Pionati, ex notista politico del Tg1, eletto nell'Udc ma (ri)passato in fretta a lidi berlusconiani: il suo stesso simbolo era apparso a molti - soprattutto nella prima versione - una citazione dell'emblema del Pdl, con quell'arcobaleno che qui si allargava fino a sembrare, appunto, un po' una strada e un po' una fascia, senza trascurare il riferimento alle stelle europee inserito nella parte superiore dell'emblema, in modo molto discreto.
Non va dimenticato nemmeno I cittadini, movimento fondato da Francesco Barbato, deputato eletto con l'Italia dei Valori nel 2008, messosi però in proprio alla fine della XVI legislatura (conclusasi per lui in modo piuttosto burrascoso). La prima versione del simbolo comprendeva la strada tricolore, con la parte superiore blu e varie stelle bianco-grigie, via via sfumate (sotto la scritta "Democrazia liquida", legata al progetto politico dei Pirati cui Barbato aveva cercato di avvicinarsi); dopo peraltro che da più parti - e anche su questo sito - si era notata la somiglianza dell'emblema con quello di Progetto Italia di Domenico Napoleone Orsini, il simbolo cambiò all'improvviso e sparirono le stelle; la grafica, peraltro, è stata ampiamente ripresa da Progetto popolare, una delle formazioni specialiste nel presentare liste nei comuni "sotto i mille", in Molise e non solo.
In tutti questi casi, la strada tricolore è "a specchio" rispetto alla versione ora impiegata da Calenda; il tema però è quello e chissà se il grafico (o lo stesso Calenda) aveva in testa uno di questi emblemi mentre realizzava il bozzetto di Siamo Europei... Ha ragione l'ex ministro quando dice che il simbolo "non dev'essere fighetto ma semplice e riconoscibile sulla scheda", precisando che "si tratta di simboli prova per lista unitaria da aggiungere agli altri, non di fondazione di partito indipendente" e che, in caso di lista "unitaria con pluralità di simboli", questi non devono essere nascosti: probabilmente, però. è il caso di risolvere alcuni equivoci grafici che già sembrano sorti. C'è ancora un po' di tempo: è sempre Calenda ad annunciare un briefing con il grafico per lunedì, giorno in cui propone anche un incontro a Nicola Zingaretti, Benedetto Della Vedova (+Europa), Federico Pizzarotti (Italia in comune, verso un progetto coi Verdi) e magari i rappresentanti di Volt Italia per pensare a un percorso comune. Un inizio di settimana impegnato e impegnativo, non c'è che dire... 

giovedì 7 marzo 2019

Partito riforma monetaria, un marchio per la moneta complementare

Possibile rappresentazione
del PRiMo
Il concetto di partito, da alcuni anni, non sembra andare più di moda, ma ancor più del concetto è la parola stessa - "partito" - a essere sparita da gran parte delle denominazioni delle formazioni politiche nate di recente. Così, se si consulta la banca dati dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, si può restare stupiti nel constatare che il 12 febbraio era stata depositata una domanda di marchio relativa a un nome che inizia con la parola "Partito", ossia Partito riforma monetaria, in acronimo PRiMo. Aprendo la scheda e guardando con più attenzione, si scopre che si tratta in realtà di un rinnovo di marchio, perché questo era già stato depositato a febbraio del 2009 (e registrato, con molta calma, a ottobre dell'anno successivo) e ora che la protezione decennale si era esaurita ne è stata richiesta l'estensione.
Titolare del marchio e richiedente del rinnovo risulta essere l'avvocata mantovana Rosanna Montecchi, che conferma l'intenzione di mantenere la titolarità su quel segno distintivo e di trasformarlo in qualcosa di più visibile e tangibile: "In effetti avevo immaginato il nome di questo progetto politico una decina di anni fa, poi è rimasto nel cassetto e non ci ho più pensato, preferendo dedicarmi ad altro, ma l'idea è rimasta e credo avesse un valore. Secondo me ormai i tempi sono più maturi per parlare di questi temi: oggi si discute molto sull'opportunità di mantenere o abbandonare l'euro, ma si parla anche anche di altri strumenti, come la criptovaluta, ad esempio il Bitcoin, o la moneta complementare e credo che sia ora di fare qualcosa".
Quest'ultima soluzione, in particolare, per Montecchi sarebbe da perseguire: "Nel 2007 si era sviluppata nel napoletano una moneta complementare chiamata Scec, acronimo di Sconto che cammina. Io avevo fatto alcune letture e mi interessavo a questo tipo di strumenti, così anche io avevo partecipato alla sperimentazione di questa moneta. Nel frattempo ho conosciuto 
Nino Galloni, collaboratore di Federico Caffè e grande studioso di moneta complementare; sono poi amica di Marco Della Luna, avvocato e saggista, esperto di questioni monetarie e bancarie. I numerosi scambi che ho avuto in questi anni mi hanno convinto del fatto che sia utile una moneta destinata a circolare solo all'interno del territorio italiano, che possa aiutare a rimettere in moto l'economia". 
Anche se, accanto alla sua professione di avvocata, Montecchi ha curato maggiormente un altro suo progetto - quello del Gruppo acquisto terreni (che ora fa capo alla Fondazione Gat), vale a dire l'acquisto condiviso di una tenuta agricola a scopo di investimento da parte di piccoli investitori, per sostenere l'agricoltura con progetti di qualità - non ha dimenticato l'idea relativa alla moneta complementare: "Credo che ci si debba muovere in questo senso e questo governo dovrà trovare qualche soluzione: tutti si chiedono come faranno a onorare i tanti impegni finanziari presi e la soluzione più a portata di mano potrebbe essere questa". La registrazione per il momento riguarda soltanto il nome del progetto politico, ma a questo ha cercato di dare anche una rappresentazione grafica: in essa, la riforma monetaria appare come un sole che sorge su un mare di cartamoneta, con l'idea che tutto il sistema monetario attuale debba essere visto (o rivisto) sotto una nuova luce, perché riacquisti senso e praticabilità.

mercoledì 6 marzo 2019

Salviamo Radio Radicale: il mio contributo "simbolico"

Questo sito normalmente non sposa cause, visto che cerca di dare voce al maggior numero di realtà politiche possibili (pur non essendo in alcun modo tenuto alla par condicio o a qualcosa di simile). Stavolta però personalmente ritengo di poter fare un'eccezione, che si giustifica con enorme facilità, con ragioni personali e collettive: excusationes non petitae, forse, ma necessarie.
Chi ha concepito questo spazio, attivo da quasi sette anni, ha iniziato a interessarsi dei simboli dei partiti fin da quando aveva 4 anni scarsi: prima delle elezioni del 1987, i simboli dei partiti comparivano abbastanza spesso in televisione e, se sulle schede si vedevano ancora rigorosamente in bianco e nero, in televisione si potevano vedere a colori. Davanti a quegli occhi di bambino sfilavano la verde costanza della foglia d'edera, le suggestioni biancorosse dello scudocrociato e del sole nascente dal mare, il giallo dell'altro sole - quello che rideva - su fondo verde, il bianco su fondo nero della stella alpina, nonché il tricolore della bandiera e della fiamma, ma anche del garofano e della coppia di bandiere che conteneva falce, martello e stella. Più di tutti, però, a quegli occhi spiccava la complessa eleganza di un segno in apparenza ossimorico, che univa la delicatezza della rosa alla forza del pugno che la stringeva; il tutto, peraltro, era contrassegnato da una strana barra nera, che nascondendo parte del disegno gli conferiva un'aura di tristezza.
Non poteva sapere, quel bambino, che un quarto di secolo dopo si sarebbe occupato intensamente proprio di simboli dei partiti (nel frattempo diventati a colori ovunque, anche se il loro valore nel tempo era decisamente diminuito), che sul tema avrebbe scritto addirittura due libri e dio sa quanti articoli. In questo percorso, ovviamente, ha finito per occuparsi a più riprese anche di quel primo emblema e delle sue tante evoluzioni, anche se nel frattempo era sostanzialmente sparito dalla vita politica italiana: lo ha fatto con un articolo giuridico serio - ma debitamente illustrato - e in tanti altri contributi sparsi, senza mai dimenticare quel primo incontro infantile con il simbolo del Partito radicale, che nel frattempo aveva deciso di non presentarsi più sulle schede, lasciando il compito alla Lista Marco Pannella
Tutto quel lavoro di ricostruzione, tuttavia, sarebbe stato del tutto impossibile senza un'alleata fondamentale: Radio Radicale. Il suo archivio, liberamente fruibile all'indirizzo www.radioradicale.it, ha infatti permesso al gestore di questo spazio di ascoltare congressi di partito (radicali e non), assemblee e molti altri eventi pubblici di cui altrove non era rimasta alcuna traccia: da lì ha tratto elementi fondamentali oppure particolari interessanti che hanno caratterizzato il suo lavoro di scrittura. Senza il patrimonio immenso di quell'archivio - e senza le molte ore passate a cercare e ascoltare - la ricerca sarebbe risultata molto più povera e sterile: nessun altro soggetto, pubblico o privato, è in grado di offrire a chiunque lo voglia una quantità anche solo analoga di materiale, pronta per essere consultata e valorizzata (e che è aumentata di continuo, grazie all'impegno di chi lavora in radio e dei tanti che inviano le loro registrazioni audio o video per dare copertura agli eventi). Come lui (che nel 2017, proprio per gratitudine a quanto quell'archivio gli ha permesso nel corso degli anni, ha scelto di iscriversi al Partito radicale - anche per mantenere in vita il partito - e ha confermato la sua scelta nei due anni successivi), molti altri ricercatori in ambito giuridico e politologico possono condividere lo stesso giudizio su Radio Radicale: si tratta di una miniera a cielo aperto che non ha nemmeno bisogno di una guida all'ingresso (al più, si rischia di perdersi nella sua vastità). 
A questo occorre poi aggiungere l'interesse assoluto e indiscutibile che il patrimonio archivistico di Radio Radicale assume per la categoria dei #drogatidipolitica. Sì, perché loro non si accontentano di cercare testimonianze dei grandi congressi dei partiti che per anni si sono visti in Parlamento (e già questo materiale è introvabile altrove); loro non possono fare a meno di andare in cerca delle assemblee o dei consigli nazionali di partiti definibili "minori" solo per i numeri che hanno raggiunto, ma imprescindibili per chi si appassiona al sottobosco della politica italiana (assai più importante dei retroscena quotidiani cui ormai si è fatta l'abitudine). Gli interventi dei personaggi secondari di grandi partiti e quelli dei soggetti di prima fila di formazioni faticosamente arrivate all'1% possono assumere la stessa importanza - stellare, in ogni caso - agli occhi di chi si è trovato, suo bengrado, a occuparsi di politica a tempo pieno o a tempo perso, ma sempre con passione. Per costoro, la semplice idea che Radio Radicale possa non esistere più e che il suo archivio possa non essere più fruibile com'è stato fin qui è semplicemente folle: un'eventualità che non può, non deve verificarsi.
Per tutti questi motivi, ho scelto di far sposare a questo sito la battaglia per la vita di Radio Radicale, la cui convenzione con lo Stato prosegue solo fino al 20 maggio 2019, senza che poi ne sia garantita la sovvenzione (e senza che sia stata individuata al momento alcuna soluzione alternativa per il sostegno pubblico alla sua attività). Lo faccio adottando come banner sull'homepage del sito il logo "Salviamo Radio Radicale", disegnato appositamente dal sottoscritto a partire da uno spunto offerto da Giuseppe Rossodivita al recentissimo 8° congresso italiano del Prntt come possibile lista di scopo per le elezioni europee. L'ho fatto raccontando proprio a Radio Radicale la mia storia di ricercatore e #drogatodipolitica, che senza il contributo della radio non avrebbe potuto fare nemmeno la metà del lavoro. Al di là della mia storia, Radio Radicale merita di vivere, per rendere più concreto quel diritto alla conoscenza, quell'einaudiano "conoscere per deliberare" che l'emittente ha fatto proprio. Ne sono convinto: avete bisogno di Radio Radicale, anche se non lo sapete.  

domenica 3 marzo 2019

Guastalla, A.D. 1990: Falce e martello? Cercateli nel Campanone


Immaginate di tornare ai tempi in cui "in alto a sinistra" era una frase da prendere maledettamente sul serio, per lo meno nei giorni delle elezioni. Allora, per decidere come collocare i contrassegni delle liste sulla scheda, si seguiva l'ordine in cui i presentatori di emblemi e liste erano ricevuti dagli uffici elettorali competenti: tutto dipendeva, dunque, da quando ci si metteva in fila. Anche a Guastalla, comune medio-piccolo della provincia di Reggio Emilia adagiato in riva al Po, naturalmente era così e anche lì i "compagni" del Partito comunista italiano iniziavano a "presidiare" il municipio giorni prima, per essere sicuri di ottenere poi il primo posto sulla scheda, appunto quello "in alto a sinistra". Questo almeno fino al 1990, anno in cui - grazie alla legge n. 53 - fu introdotto il sorteggio dell'ordine delle liste sulla scheda, chiesto dai radicali dal 1976.

In quel 1990, però, i dirigenti comunali del Pci non portarono il loro simbolo consueto, che invece sarebbe stato presente come sempre sulle schede delle elezioni provinciali e regionali, che si sarebbero tenute negli stessi giorni, il 6 e il 7 maggio di quell'anno. Per il rinnovo del consiglio comunale guastallese, infatti, i comunisti avevano scelto di correre con un altro nome - Lista progressista per Guastalla - e soprattutto con un altro simbolo: il contrassegno, infatti, riproduceva - rigorosamente in bianco e nero, visto che il colore sarebbe arrivato solo due anni dopo - la Torre civica che sta in piazza Matteotti e che per tutti quanti è semplicemente il Campanone

I dirigenti di allora ricordano che quella scelta fu dettata da una ricerca fatta in proprio per sondare gli umori della popolazione guastallese: il Campanone era risultato l'emblema in cui i cittadini si sarebbero riconosciuti e identificati di più e sarebbe stato meno problematico della bandiera con falce, martello e stella, che già in quella fase sembrava prossima a essere ammainata. Nel 1989, infatti, il muro di Berlino era stato preso a picconate e subito dopo Occhetto aveva dato vita alla svolta della Bolognina; dal 7 all'11 marzo 1990 - proprio nei giorni in cui si definivano le candidature - si era svolto il XIX congresso straordinario del Pci, stravinto dalla mozione Occhetto Dare vita alla fase costituente di una nuova formazione politica, quindi tanto valeva cercare fin da subito altre insegne con cui presentarsi ai cittadini (il disegno di Bruno Magno dell'albero della sinistra, in fondo, sarebbe comparso solo nel mese di ottobre).

Visto che, tuttavia, illo tempore i cambi di simbolo erano una cosa serissima - e i partiti tradizionali di solito si erano limitati a ridisegnare le grafiche, ma gli unici cambiamenti sostanziali avevano riguardato il Psi, specie con il passaggio dal sole con falce, martello e libro al garofano - i dirigenti locali del Pci fecero il possibile per avvertire iscritti, militanti e semplici simpatizzanti della decisione di cambiare simbolo, pur se soltanto per le elezioni comunali. La notizia arrivò a molti, ma forse non a tutti, e arrivò anche il tempo di votare.
Gli elettori si avvicendavano dappertutto, anche in uno dei seggi "di campagna", di quelli in cui la gente arrivava a frotte, sempre con il sorriso sulle labbra e magari con qualcosa di buono da mangiare per i componenti del seggio. La mattina della domenica procedeva con calma e si era appena finito di smaltire il flusso nutrito dei fedeli che, finita la messa nella chiesetta vicina, avevano approfittato di quel momento per andare a votare. Non era ancora l'ora di pranzo quando, nel seggio in quel momento vuoto, entrarono tre persone: due signori anziani, che si somigliavano un po' e probabilmente erano fratelli, e un uomo di una trentina d'anni, che li accompagnava ed era il figlio di uno di loro. Proprio lui, avendo scorto nel seggio il rappresentante di lista del Pci, gli fece un segno con le mani e strizzò l'occhio, come a rassicurarlo che il suo voto, quello del padre e dello zio sarebbero andati alla sua parte.
Il giovane votò per primo, poi chiese di poter accompagnare le altre due persone in cabina: il presidente glielo concesse, ma gli ricordò che lui ovviamente non poteva entrare con loro, così questo si allontanò e iniziò a chiacchierare di calcio con un componente del seggio che conosceva. Le chiacchiere si sovrapposero ai rumori delle matite che tracciavano due segni per cabina e della carta delle schede che veniva ripiegata; una pausa della miniconversazione calcistica, tuttavia, fece emergere un silenzio prolungato da entrambe le cabine, rotte dalla voce di uno dei due: "Oh, ma i'n ghe mia chè!" (Oh, ma qui non ci sono!). Un paio di secondi e, mentre i componenti del seggio strabuzzavano gli occhi, arrivò la risposta del fratello, anch'egli evidentemente alle prese con la scheda delle comunali: "Tas, a sun 'dre ca serchi anca me!" (Taci, li sto cercando anche io!). Il silenzio tombale calato sul seggio permise di sentire nettamente anche la replica del primo elettore disorientato: "Cum'è ch'i s'ciamava chi là?" (Come si chiamavano quelli là?). 
Mancava solo che uno dei due uscisse dalla cabina, chiedendo a presidente e scrutatori con un misto di timore e cortesia: "Scüsèe, mo in du ei falce e martèl ca me a i a cat mia?" (Scusate, ma dov'è la sono falce e martello, ché non li trovo?), anche se qualcuno giura di aver sentito qualcosa di simile pronunciato in una delle due cabine. Era difficile dire chi fosse più rosso in viso, tra i componenti del seggio e il rappresentante di lista del Pci; imbarazzato e anche un po' divertito - ma non poteva darlo a vedere - era anche il carabiniere che in quel momento si era trovato a passare nell'aula e che, dopo il siparietto tra una cabina e l'altra, prese la porta dicendo "Io non ho sentito niente..."
La memoria di chi c'era non ricorda se qualcuno, sacrificando la legge in nome del buon senso, suggerì pietosamente il simbolo da votare, se i due uomini - inconsapevoli protagonisti di uno spettacolo memorabile - desistettero e riconsegnarono le due schede bianche o se misero comunque una croce da qualche parte, affidandosi al loro istinto. Alla fine la Lista progressista prese mille voti in meno rispetto a quelli ottenuti dal Pci nel 1985 - non si sa se per colpa del cambio di simbolo o del cambio di vento - a tutto vantaggio del garofano socialista che, sfiorando il 26%, sperava di esprimere di nuovo il sindaco, com'era avvenuto nella consiliatura precedente, potendo scegliere addirittura se appoggiarsi ancora al Pci o preferire la Dc. Non poteva immaginare che, stanchi di una trattativa con il Psi che li relegava in posizione di subalternità, Pci-Campanone e Dc giorno dopo giorno avrebbero scoperto punti di contatto sul programma tali da far stringere loro un accordo che, a luglio del 1990, avrebbe portato alla nascita della "malagiunta" democristiano-comunista, che avrebbe per la prima volta consegnato la poltrona di sindaco a un esponente del Pci. Chissà come sarebbero andate le cose con il simbolo vero del partito sulle schede: forse a qualcuno sarebbe sembrato fuori dal tempo, ma di certo nessuno si sarebbe confuso, cercandolo invano... 

venerdì 1 marzo 2019

Essere degni di un simbolo? Per la legge non conta, ecco perché

Hanno avuto un certo spazio sui quotidiani di oggi le dichiarazioni che Alberto Airola, senatore del MoVimento 5 Stelle e già parlamentare nella precedente legislatura, ha rilasciato ad Antonio Atte di Adnkronos a proposito della vicenda Tav. Un'infrastruttura necessaria per la Lega che governa con il M5S, ma che "non s'ha da fare", secondo il parlamentare piemontese (da sempre contrario all'opera): "il Tav è una cosa che abbiamo sempre osteggiato: non si fa e basta, spazi di manovra non ce ne sono". 
Airola sa bene che Salvini e i leghisti puntano molto sulla realizzazione dell'alta velocità Torino-Lione, ma è convinto che il MoVimento non debba cedere rispetto alle sue posizioni e, se dovesse farlo aprendo una trattativa, "si schianterebbe definitivamente. Non sarebbe più 5 Stelle, perderebbe la fiducia del popolo, la sua identità" e lui ne trarrebbe le sue conseguenze: "In quel caso - ha dichiarato - me ne vado dal Movimento. E sono convinto che me ne vado col simbolo. Sarò più meritevole di loro di portare il simbolo del M5S se si apre una trattativa"
Quasi certamente le parole del parlamentare stellato sono da leggere come una provocazione, un ammonimento gridato perché chi ha orecchie per intendere intenda (e possibilmente in fretta). Al di là dei titoli sui giornali, però, qualcuno potrebbe chiedersi: e se Airola avesse ragione? Davvero si può lasciare un gruppo politico portando con sé il simbolo, ritenendo di essere più meritevoli, più degni di usarlo? Sul piano giuridico la risposta è ovvia, forse fin troppo, ma è probabile che sul piano politico questa sia considerata inaccettabile da più parti.
Per il diritto, infatti, chi se ne va non ha alcun diritto sul patrimonio comune dell'associazione che lascia, men che meno sul simbolo che - di norma - fa parte di quello stesso patrimonio (sia pure immateriale). Quello che vale per il recesso di un singolo socio si applica anche in caso di recesso collettivo, cioè di scissione: dal punto di vista giuridico non cambia nulla se ad andarsene - da un partito, da un circolo o da una bocciofila, che per la legge sono esattamente la stessa cosa, cioè un'associazione non riconosciuta - è una sola persona o un gruppo più o meno nutrito, semplicemente nome, simbolo e patrimonio restano a chi rimane all'interno dell'associazione. E questo succede anche se l'associazione cambia idea, al limite anche con una virata di 180 gradi rispetto a una linea consolidata: si può contestare dall'interno il modo in cui cambia idea, se le procedure adottate per prendere certe decisioni non rispettano lo statuto, ma se non si condividono le scelte e si vuole uscire, occorre lasciare tutto e prepararsi anche a non adottare nomi o simboli troppo simili a quelli che si sono condivisi fino a quel momento.
Per molti, però, questo orizzonte può apparire del tutto indigeribile: possibile che chi non vuole cambiare idea, per mantenerla, sia costretto a lasciare il simbolo in cui crede? E' giusto che possa continuare tranquillamente a usare le insegne di un partito anche chi al gruppo ha fatto cambiare notevolmente direzione e, sulla carta, quel simbolo non se lo merita o non sembra degno di usarlo? Questi sono discorsi comprensibili: si avverte qualcosa di "ingiusto" nella possibilità che chi decide di cambiare linea al partito possa conservare il simbolo (magari all'interno di un nuovo logo) e impedirne l'uso a chi vuole mantenersi in continuità ideologica con la linea precedente. Quando nel 1991 il Partito comunista italiano scelse di trasformarsi in Partito democratico della sinistra, gli scissionisti che sarebbero diventati Rifondazione comunista agirono contro gli ex compagni di partito e rivendicarono per la propria nuova associazione politica l'uso esclusivo del nome e del simbolo del Pci, lamentando che "l'associazione originaria non solo ha ripudiato la sua precedente identità politica, ma ha associato questo ripudio alla dismissione volontaria e irreversibile del suo patrimonio simbolico" (o così, almeno, volevano far credere i non-ancora-rifondatori-comunisti).
Praticamente la stessa cosa sarebbe accaduta nel 1995 nell'area politica opposta, quando il Movimento sociale italiano - Destra nazionale decise di chiamarsi Alleanza nazionale e gli irriducibili guidati da Pino Rauti costituirono una nuova associazione, rivendicando il diritto di chiamarla Msi e di contrassegnarla con la stessa antica fiamma tricolore (tentando anche di presentarla alle elezioni): lì in effetti si contestava che tra Msi e An vi fosse continuità giuridica (che invece c'era), per cui a maggior ragione il partito guidato da Gianfranco Fini non avrebbe avuto alcun diritto di utilizzare nomi e simboli che, peraltro, non sarebbe stato degno di usare, visto che i fini politici perseguiti da An erano del tutto diversi da quelli del Msi-Dn. "A Fiuggi è nato un altro soggetto politico, diverso - disse con fermezza Rauti in una conferenza stampa che Radio Radicale consente di ascoltare -. Se è vero che i soggetti politici sono contrassegnati, distinti dal programma, le tesi presentate al congresso e lo statuto [...] qualificano Alleanza nazionale come una formazione di stampo liberaldemocratico, liberalcapitalistico [...], una formazione di destra conservatrice, non solo diversa dal Msi precedente, ma sotto molti aspetti agli antipodi del Msi per punti di riferimento politici, programmatici ed economico sociali".
Il fatto è che i concetti di "merito" e "dignità" evocati prima - anche, con parole simili, dal senatore Airola - sono molto sentiti, perché caricano la discussione di un giudizio morale e politico allo stesso tempo e richiedono per forza un confronto tra le vecchie e le nuove idee. Proprio questo, però, costituisce il loro limite e li trasforma in problemi. L'ordinanza con cui il tribunale di Roma respinse il ricorso del Pci - futura Rifondazione comunista - contro il Pds parlava chiaro: "ogni giudizio di carattere ideologico sulla discontinuità o continuità dell'esperienza politica comunista in relazione alle due associazioni tra cui è causa - in quanto implicante giudizi politici, al giudice non consentiti - non sembra possa essere dato dal magistrato". 
Lo stesso disse il medesimo tribunale nell'ordinanza più articolata tra quelle dedicate alla vicenda Msi-An: "mentre non è possibile in alcun modo formulare giudizi di carattere ideologico 'sulla discontinuità o continuità' della politica delle due associazioni, deve affermarsi che ciò che rileva ai fini della presente decisione è unicamente l’esistenza di un deliberato del congresso tendente a consentire ad Alleanza nazionale l’utilizzazione del simbolo della fiamma tricolore su base trapezoidale contenente la sigla Msi, essendo evidente che, allo stato, il diritto della resistente a fregiarsi di detti elementi distintivi si ricollega al volere degli stessi rappresentanti del Msi-Dn, unico ente che almeno fino al congresso di Fiuggi poteva legittimamente disporre degli stessi". Ed era vero che quella vicenda era un po' più complessa rispetto a quella del Pci-Pds, visto che un'associazione chiamata Alleanza nazionale esisteva già dal 1994 e che a Fiuggi si era marcata una discontinuità non solo ideologica rispetto alla storia del Msi; nonostante questo, queste osservazioni potevano "formare oggetto di apprezzamenti e valutazioni in sede politica ed offrire lo spunto per giudizi sugli uomini che siffatti comportamenti hanno posto in essere", ma non potevano certo permettere di dire che il Msi fondato da Rauti era lo stesso soggetto giuridico andato a congresso a Fiuggi, l'unica cosa che contava davvero.
Insomma, non poteva e non può essere il giudice a dire chi è più comunista, più missino e - volendo - più cinquestelle: ci si deve accontentare di dire che chi resta, alle condizioni di chi da statuto decide all'interno di un'associazione, ha titolo per usare nome e simbolo del gruppo; chi se ne va, magari perché la maggioranza degli associati ha cambiato idea, non può rivendicare nulla. Magari saranno gli elettori a dare ragione a chi ha sbattuto la porta, non votando più chi ha mutato linea politica: per farlo, però, hanno bisogno di non mettere più la croce sul simbolo un tempo votato e quindi quell'emblema deve restare a chi è rimasto. Diversamente, la sanzione degli elettori non funziona più.