lunedì 15 giugno 2020

L'Italia turrita, simbolo della Repubblica nell'Italia immaginata

Il 2 e il 3 giugno 1946, quando poco meno di 25 milioni di italiani e italiane (su 28 milioni di aventi diritto) si recarono alle urne per il primo voto di rilievo nazionale dopo la fine del fascismo e della seconda guerra mondiale, ricevettero due schede a testa, da votare, richiudere umettando il lembo "ingommato" e far porre nelle rispettive urne. Su quella per l'elezione dell'Assemblea costituente trovarono posto vari simboli, tra nazionali e soltanto locali; su quella per il referendum sulla forma istituzionale dello Stato i contrassegni erano soltanto due e, tra l'altro, il loro contenuto era stato prestabilito dal governo, ma proprio su quelli si appuntò la maggior attenzione nelle settimane precedenti il voto e durante il lungo scrutinio.
Se la scelta dell'emblema per la monarchia era stata piuttosto ovvia, più attenzione merita il contrassegno scelto per identificare la repubblica, vale a dire l'Italia turrita tra due fronde. Se n'è occupata assai di recente Cristina Baldassini, ricercatrice di Storia delle dottrine politiche all'Università di Perugia, in un saggio incluso nella collettanea L'italia immaginata. Iconografia di una nazione, curata da Giovanni Belardelli (ordinario della stessa materia nel medesimo ateneo) e pubblicata da Marsilio poche settimane fa. Il volume si concentra nelle varie rappresentazioni femminili dell'Italia - un topos diffuso in varie realtà locali e nazionali e che ha radici ancora più risalenti rispetto all'antica Grecia, ma che si riafferma soprattutto a partire dall'età moderna e ancora di più dall'Ottocento - nelle varie fasi della sua storia e si può notare che "solo nel caso dell'Italia l'iconografia della donna turrita è stata così pervasiva, fino ad affermarsi [...] quale caratterizzazione peculiare del paese (continuando peraltro a simboleggiare anche questa o quella città)". Per Belardelli la proliferazione dei centri urbani fortificati (prima in epoca romana, poi nell'età dei comuni) caratterizzò gran parte del centro-nord dell'Italia, ma nell'Italia sabauda centralista non c'era posto per il "policentrismo urbano (e urbano-regionale) che era stato nei secoli una delle peculiarità della Penisola". quell'immagine in qualche modo si prendeva la sua rivincita "sul piano simbolico, diventando l'attributo principale dell’allegoria della nazione".
Il capitolo scritto da Baldassini - intitolato Le diverse Italie della Repubblica - parte dalle prime immagini dell'Italia democratica (dopo la Liberazione) che continuavano a rappresentare il Paese - e a volte le singole città - come una donna, magari con qualche sofferenza ancora su di sé per i lutti della guerra, ma finalmente in condizione di poter rigermogliare e rifiorire, o comunque di essere di sostegno ai suoi cittadini (compresi i reduci) per un nuovo inizio. Erano di questo tenore le prime immagini "di Stato" sui francobolli e le illustrazioni delle testate più diffuse all'epoca (a partire dalla Domenica degli Italiani, che più in là sarebbe tornata la Domenica del Corriere): si trattava - nota l'autrice - di una rappresentazione "dell’Italia completamente depoliticizzata che, evocando sentimenti di speranza, dolore e umana pietà, poteva fornire ai lettori un facile elemento di identificazione, al di là delle diverse esperienze e preferenze politiche".
Non fu così, invece, in vista e in occasione del referendum cui si affidò la scelta tra monarchia e repubblica: fu nuovamente impiegata l'Italia turrita, come in passato, ma questa volta "la nota figura allegorica cominciò a essere utilizzata per fini politici e di propaganda elettorale, perdendo così quella connotazione 'neutra' e non di parte che le era caratteristica". Si trattò di una significativa trasformazione, come messo correttamente in luce da Baldassini, che ha cercato di ricostruire in dettaglio il percorso che ha portato alla scelta di quel contrassegno: lo ha fatto attingendo innanzitutto ai verbali delle riunioni del Consiglio dei Ministri (pubblicati nel 1996), nonché ad altre opere (come i diari di Pietro Nenni e i saggi di Nicoletta Bazzano e Aldo Giovanni Ricci).
La scelta dei contrassegni che sulla scheda per il referendum avrebbero rappresentato le due forme istituzionali sottoposte ad elettori ed elettrici impegnò il governo soprattutto nella seconda metà del mese di marzo 1946, specie dopo l'emanazione del decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98 (che aveva modificato il d.l.lgt. n. 151/1944, vera "Costituzione provvisoria" nel periodo di transizione costituzionale): all'art. 8 si prevedeva che "con decreto del Presidente del Consiglio del Ministri, sentito il Consiglio dei Ministri" si sarebbero emanate le norme sullo svolgimento del referendum, con la possibilità di intervenire, tra l'altro, sul modello di scheda di stato previsto per l'elezione dell'Assemblea costituente; si precisava pure che "per la risposta al referendum dovranno essere indicati due distinti contrassegni". In effetti, di questi contrassegni non si era ancora detto granché, anche se sul Corriere d'informazione del 17 marzo si annunciava che il Ministero per la Costituente avrebbe scelto."simboli semplici e di immediata accessione per l'elettore".  
Le prime bozze della scheda per il referendum - che sarebbe stata stampata dal Poligrafico dello Stato - circolarono dal 16 aprile, alla riunione del Consiglio dei Ministri: il giorno dopo il Corriere d'informazione del 17 aprile parlò di un "rettangolo di carta color paglierino, a forma di modulo telegrafico, suddiviso in sei parti per indicare le linee da seguire nel ripiegare e chiudere la scheda". Quel modello di scheda fu pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del Regno d'Italia il 3 maggio, come allegato al decreto legislativo luogotenenziale 23 aprile 1946, n. 219 (con cui si erano dettate le norme per svolgere il referendum, istituzionale e proclamarne i risultati): è facile vedere, tuttavia, che lo spazio destinato ai contrassegni era vuoto, nonostante il contenuto degli emblemi fosse già stato fissato (come dimostra la didascalia riportata al di sotto del modello di scheda). Non era improbabile, allora, che almeno al 23 aprile i simboli non fossero ancora stati fisicamente realizzati. 
Ma come si arrivò, dunque, alla loro scelta? Al di là di alcune proposte iniziali (compresa quella della testa di Garibaldi, avanzata - insieme al volto del re per la monarchia - da Palmiro Togliatti il 27 febbraio, come riportato di nuovo dal Corriere d'informazione), la discussione sui simboli di monarchia e repubblica entrò nel vivo alla fine di marzo. Ricorda però Baldassini che erano già naufragate le proposte di adottare la donna con il berretto frigio (per la contrarietà di cattolici e moderati repubblicani all'uso di un antico segno repubblicano laico e rivoluzionario, simile alla Marianne francese; eppure una "civetta" sul Corriere d'informazione del 13 marzo 1946 aveva dato per decisi nella seduta del governo del giorno prima la corona reale per la monarchia e "il berretto frigio" per la repubblica) e delle foglie di edera (abbinate alla stella d'Italia), che nel 1834 Giuseppe Mazzini aveva voluto come simbolo della Giovine Europa. Dopo questi scarti, il 28 marzo 1946 arrivò in Consiglio la proposta di Alcide De Gasperi di adottare per la repubblica la sola stella d'Italia oppure i tralci di quercia e di alloro. "Alla fine si decise per questi ultimi, posti 'attorno a una testa turrita di donna' (così venne scritto nel testo della relativa delibera)". 
In effetti quell'espressione figura all'articolo 1 del citato d.lgs.lgt. n. 219/1946, dunque si tratta della definizione ufficiale di quella grafica. Per l'autrice si parlò di "testa turrita di donna" per "rendere meno esplicita l'appropriazione di un simbolo tanto attrattivo e antico, usato per raffigurare l'Italia unita"; ciò nonostante, quell'immagine era e sarebbe rimasta per chiunque "l'Italia turrita" (così del resto fu indicata nel verbale del Consiglio dei Ministri del 28 marzo 1946 e così la indicò Nenni nei suoi diari, oltre che vari quotidiani), anche se in quel caso era stata "utilizzata per contrapporre una parte della nazione all'altra". La questione dell'identificazione di una sola parte in un emblema che prima univa tutto il paese (e che per giunta portava una sorta di corona, sia pure di torri) non sfuggì al ministro per i lavori pubblici Leone Cattani (liberale e monarchico), che nel Consiglio dei Ministri del 29 marzo - lamentandosi anche per le anticipazioni fornite dalla stampa, che già legavano l'Italia turrita alla repubblica - lamentò un "equivoco politico" e chiese di modificare entrambi i simboli. 
Così in effetti fu - ma si concorda con Baldassini quando nota con dispiacere che della discussione sul ritocco degli emblemi purtroppo non c'è traccia in dettaglio nel verbale - e un paio di modifiche furono accolte: da una parte il contrassegno della monarchia fu integrato, aggiungendo sotto la corona reale lo scudo sabaudo (ma Nenni si era messo di traverso, perché lo scudo dei Savoia ricordava lo scudo crociato della Democrazia cristiana); dall'altra si cercò - come scrisse Nenni, ripreso da Baldassini - di "accomodare i cocci della polemica" legata alla rappresentazione dell'intera nazione ponendo entrambi i contrassegni, su proposta di De Gasperi, sopra il contorno dell'Italia. Si arrivò dunque all'accordo definitivo, trasfuso nel citato art. 1 del d.lgs.lgt. n. 219/1946: "Le schede di votazione per il referendum sulla forma istituzionale dello Stato […] sono di tipo unico e di identico colore per tutti i collegi elettorali; sono fornite a cura del Ministero dell'Interno […]. Esse riproducono due rami di quercia e di alloro attorno a una testa turrita di donna come contrassegno della Repubblica e una corona sovrapposta allo stemma di Savoia come contrassegno della Monarchia. Nello sfondo di entrambi i simboli comparirà il profilo geografico dell'Italia".
Alla fine la repubblica vinse, al netto di polemiche sul computo dei voti (espressi o validi), sui brogli e sulla scelta di De Gasperi di assumere il ruolo di capo transitorio dello Stato. Anche se prevalse nelle urne, a qualcuno il contrassegno della repubblica non era proprio piaciuto, almeno sul piano estetico. Qui ci si permette di riportare qualche passo dell'articolo che sulla prima pagina del Corriere della Sera del 20 giugno 1946 Filippo Sacchi, direttore della Lettura ma in procinto di lasciare il quotidiano di via Solferino. Egli puntò il dito contro "quel bel saggio di gusto repubblicano ministeriale che fu il simbolo del referendum", non usando parole proprio gentili: "Quella faccia volgare e malmostosa, disegnata nello stile di un album per lavori di pirografia!". In effetti non è noto l'autore di quel disegno dell'Italia turrita (e nemmeno del profilo geografico del Paese, che peraltro non sembra sempre identico, a partire dalle isole del Quarnaro che a seconda delle riproduzioni della scheda andavano e venivano), ma Sacchi metteva in guardia i lettori perché "la stessa scellerata mano lavora ancora nell'ombra": era infatti convinto che fosse da riferire allo stesso autore il "progetto di stemma, pubblicato da un giornale di Roma, con due banalissimi rami intrecciati racchiudenti le parole 'Repubblica Italiana' scritte in un carattere bastoncino schiacciato, di gusto calligrafico pietoso".  
Al di là del giudizio estetico, Cristina Baldassini si domanda se "l'utilizzo di un'allegoria tanto popolare quale quella dell'Italia turrita abbia sbilanciato la scheda a favore della Repubblica (nonché dei partiti che, come il Pci, l'adoperarono in quell'occasione in qualche manifesto elettorale)"; non le pare affatto un caso, comunque, che come emblema della Repubblica italiana non sia stata scelta l'Italia turrita ma la stella, peraltro all'esito di un percorso assai tormentato e che si concluse con l'approvazione dello stemma - disegnato da Paolo Antonio Paschetto - "senza particolare entusiasmo, più per l’urgenza di trovarne uno che per convinzione" dall'Assemblea costituente. Secondo l'autrice, l'Italia turrita avrebbe potuto trovare posto nell'immaginario collettivo degli italiani, ma per lo stemma o comunque per la comunicazione istituzionale "non venne riproposta, forse proprio per non avallare l’idea che il nuovo Stato repubblicano accogliesse solo i vincitori del 2 giugno 1946, alimentando per questa via le divisioni" e, in ogni caso come immagine "non recuperò il suo carattere neutro: negli anni immediatamente successivi la Democrazia cristiana e soprattutto i settori della destra moderata e monarchica se ne appropriarono ampiamente, raffigurandola nelle vesti dell’unica e vera Italia di cui tali forze si ritenevano rappresentanti e perciò in dovere di salvarla dalla minaccia comunista". Ciò è particolarmente evidente in alcune delle immagini (che il volume L'Italia immaginata riporta) utilizzate sui manifesti della campagna elettorale del 1948 o impiegate da Giovannino Guareschi "per criticare e ridicolizzare l'Italia repubblicana", contrapponendo "una idealizzata Italia del passato a una deprecatissima Italia del presente" (Baldassini analizza piuttosto in dettaglio le rappresentazioni guareschiane e la loro evoluzione nel corso del tempo). Addirittura, nella campagna elettorale del 1953, l'Italia turrita apparve "ormai appannaggio quasi esclusivo della destra moderata (e forse ben più che della Democrazia cristiana)", che anzi se la vide utilizzata contro (in qualche occasione persino dall'Unità nella battaglia contro la "legge truffa"); fece eccezione, in quel periodo, il ritorno all'Italia di Trieste, circostanza in cui "l'allegoria della nazione, partitizzata e trasfigurata dalla propaganda elettorale, tornò a essere semplicemente italiana senza attributi di parte". 
Nelle celebrazioni del primo centenario dell'unità d'Italia, tra le tante occasioni previste, la donna turrita ebbe assai poco spazio, "a parte una sua scontata comparsa nella moneta da 500 lire in argento coniata per l’occasione": la stessa immagine femminile nella nazione perse centralità, marcando a suo modo il voltare pagina dell'Italia "anche rispetto a certi simboli del passato" e anche in seguito, al di là di monete, francobolli, qualche copertina illustrata, del monumento alla lira di Rieti e delle raffigurazioni su carte d'identità e passaporti, l'Italia turrita - chiosa Baldassini - "non avrebbe più veicolato messaggi e contenuti davvero importanti per la nazione, tali da scaldare i cuori degli italiani".
L'intero volume L'Italia immaginata accompagna il lettore - anche non particolarmente esperto - nella rappresentazione iconografica di un paese che, per lungo tempo, si è riconosciuto proprio nell'Italia turrita. A questo proposito, oltre all'introduzione di Giovanni Belardelli, rilevano certamente i primi contributi: quello di Francesco Marcattili per le origini della figura femminile con corona merlata o turrita, dall'Oriente a Roma; quello di Nicoletta Bazzano sulla resistenza sui generis dell'Italia turrita tra medioevo e dominazione spagnola; quello di Cristina Galassi, che coglie il momento della "codificazione" dell'immagine della donna turrita attraverso l'Iconologia di Cesare Ripa. L'epoca in cui si avvia la costruzione dell'identità nazionale - sempre sotto il segno dell'Italia turrita, anche se utilizzata in vario modo da diverse fazioni - tra Settecento e periodo napoleonico è affidata a Erminia Irace, mentre Nicoletta Stradaioli si occupa della nuova sensibilità romantica che ha interessato l'Italia nel Risorgimento e che ha chiamato in causa anche l'immagine della donna turrita; seguita l'analisi delle rappresentazioni, in rapporto ai "padri della patria" (in particolare Garibaldi), Andrea Possieri, In quello stesso periodo si consolida l'allegoria francese di Marianne, sviluppata nel saggio di Fausto Proietti. 
Parla di una tendenza alla femminilizzazione della società italiana nella Belle époque Claudia Mantovani, la quale mette in luce che anche nell'età giolittiana l'Italia turrita c'è, ma "nella sua nuova versione ufficiale, corredata di stemma sabaudo, accompagnata dal tricolore e spesso sormontata da una stella"; l'immagine torna prepotente invece nell'iconografia della prima guerra mondiale, in varie forme e ruoli, come emerge dal testo di Alessandro Campi, mentre è Loreto Di Nucci a dare conto dell'Italia "romana e fascista" attraverso le sue rappresentazioni. L'ultima parte del volume - dopo il saggio di Cristina Baldassini - è dedicata all'immagine dell'Italia nella cultura e nell'intrattenimento di massa (tra le raffigurazioni dei vignettisti, la promozione delle eccellenze italiane e la versione aggiornata e rivista di Miss Italia, che sconfina anche in un videoclip di Edoardo Bennato, Ok Italia) nell'analisi di Eugenio Capozzi, nonché all'approfondimento sull'Italia femminile nelle caricature di artisti come Giorgio Forattini, Emilio Giannelli e Vauro Senesi, curato da Marco Damiani. Il volume è corredato da un inserto iconografico di 48 pagine che riporta alcune delle immagini più significative - necessariamente ridotte, tra le tante che si potrebbero mostrare - per rendere il cammino più completo e meno astratto.
Proprio le pagine dedicate a quel contrassegno votato da 12.718.641 tra italiani e italiane - contrassegno particolare, insieme a quello della monarchia: entrambi furono decisi direttamente dal governo e non dalle singole forze politiche, furono pensati per un referendum, cosa mai più accaduta dopo, e l'elettore non avrebbe dovuto segnarli, dovendo la croce essere apposta solo nel quadrato a fianco del simbolo prescelto - hanno probabilmente rappresentato un punto di svolta nella storia dell'Italia turrita e, più in generale, dell'intera Italia immaginata. Che non ha smesso di esistere: ha solo cambiato forma, anche lontana dalle schede elettorali e dai manifesti politici.

venerdì 12 giugno 2020

Un simbolo per Emanuele Filiberto, anzi due. Con nomi già visti

Non è passata, non poteva passare inosservata la notizia della nuova iniziativa politica di Emanuele Filiberto di Savoia, che proprio ieri ha tenuto il primo webinar di un ciclo di quattro incontri tenuti in rete sul "ruolo che l’Italia potrà avere nello scenario futuro degli equilibri geopolitici e del posizionamento che potrà costruirsi". Come titolo del ciclo è stato scelto Più Italia, sottotitolo "Il futuro qui e ora": è bastato questo perché una marea di testate, rubriche, siti e blog si concentrassero sulla notizia, parlando espressamente di un nuovo partito e - di quando in quando, con non celata ironia - sui trascorsi politico-elettorali del figlio di Vittorio Emanuele.
In effetti, parlare di partito sembra scorretto, potendosi parlare piuttosto di progetto politico. Lo si evince anche solo guardando a ciò che è stato scritto nel sito www.piu-italia.org:
"Se la politica non riesce a immaginare il futuro di un Paese, il nostro, dobbiamo pensarci tutti noi". Così Emanuele Filiberto di Savoia. E ha deciso allora di raccogliere il consiglio e la proposta di molti italiani che condividano con lui la passione per l'Italia e siano rappresentativi e interpreti delle migliori competenze di cui il Paese ha bisogno. Professionisti, esperti, professori, associazioni, giovani, donne e uomini dotati di quell'ottimismo di chi sa come si possa migliorare la situazione in modo veloce e con risultati duraturi. Il progetto di Emanuele Filiberto, promosso da Realtà Italia, è semplice e lineare: dare il via ad un percorso di stati generali tematici che - nell'ambito di una serie di webinar - raccolgano dai partecipanti indicazioni, proposte e soluzioni concrete per il nostro futuro. L'insieme ordinato delle "cose da fare" darà vita ad un programma da mettere a disposizione del mondo delle istituzioni e della politica, per dare così corpo e anima ad una prospettiva di avvenire che non sapevamo più immaginare. Qui ed ora, per l'Italia e per l'Europa.

Il progetto, a quanto si legge, prevede in una prima fase quattro incontri digitali (si parla di workshop, oltre che di webinar), dando vita a "un grande brainstorming per l'Italia per creare un progetto di politica, di economia e di comunicazione", attraverso la partecipazione di "opinion leader [che] discuteranno delle diverse aree tematiche": dopo il primo appuntamento di ieri, con l'hashtag #ricominciamoitalia (in cui si è parlato di imprese, semplificazione e internazionalizzazione, nonché trasformazione digitale), dovrebbero seguire gli eventi intitolati #lavoroitalia (su lavoro, professioni, scuola e formazione), #meravigliaitalia (su turismo, cultura ed eccellenze italiane) e #benessereitalia (su salute, sport, ambiente e ricerca). Il progetto alla fine dovrebbe culminare in "un brainstorming fisico e plenaria di presentazione alla stampa e alle istituzioni", che dovrebbe tenersi a Milano non appena sarà possibile.
Che Più Italia non fosse un partito Emanuele Filiberto lo aveva precisato già in un'intervista a Gaetano Mineo del Tempo, pubblicata il 9 giugno: lui aveva parlato di "un think-tank" (l'inglese va per la maggiore...), in cui lo avrebbero affiancato la figlia Vittoria e Frédéric Mitterrand (già ministro della cultura in Francia e nipote dell'ex presidente François). L'idea sarebbe sorta prima del lockdown e sviluppata con più forza una volta visti gli effetti della pandemia da Covid-19 sul paese e sulle sue attività. Ha subito precisato, all'inevitabile domanda su un'eventuale discesa in campo: "Oggi come oggi non sto pensando alla politica. Sto pensando a un progetto che ovviamente sottoporrò alla politica, la quale deciderà che cosa fare"; per Emanuele Filiberto alla politica italiana oggi manca proprio "una visione a lungo termine con progetti che diano speranza ai cittadini e soprattutto ai giovani" e per questo a lui interessa "fare qualcosa per il nostro paese. Questa è la mia politica, non quella partitica. Quest'ultima lasciamola fare a chi fa slogan e selfie".
Il think tank, in ogni caso, si è dato un logo, con i colori nazionali, due coppie di semicirconferenze (una verde e una rossa) che sembrano tracciare due arcobaleni in successione, interrotti dal nome e dal sottotitolo del progetto politico. Visto così, non sembra un emblema di partito; la tentazione di vederlo così però è forte, visto che titolo, slogan e parte delle curve colorate sono racchiuse da una circonferenza azzurra, quindi la trasformazione in emblema di partito, se la si volesse fare, sarebbe a portata di mano (magari rendendo un po' più visibili gli elementi testuali, un po' schiacciati dagli altri). Emanuele Filiberto dice che non ha in mente un partito: se ne prende atto e si procede.
Certo è che la notizia di "questa" Più Italia non è piaciuta per nulla a Fabrizio Pignalberi, che l'anno scorso - dopo una militanza in Fiamma Tricolore, Pdl, Forza Italia e Fratelli d'Italia - aveva iniziato a lavorare a un suo progetto politico, il cui nome è proprio Più Italia, con base a Frosinone e di cui in questo sito si era parlato alcuni mesi fa. Si tratta evidentemente di due realtà diverse, a partire dal fatto che il think tank di Emanuele Filiberto non ha velleità elettorali, mentre il movimento di Pignalberi aveva tutta l'intenzione di presentare liste alle amministrative inizialmente previste nella primavera di quest'anno e rimandate quasi certamente al 20 settembre. Anche graficamente, a parte la coincidenza quasi inevitabile dei colori (anche se il blu è diverso), si tratta di due simboli diversi; la confusione, tuttavia, non sarebbe impossibile, visto l'ambito politico di entrambi (e in parte lo prova il fatto che in questi giorni l'articolo già scritto su questa formazione politica ha avuto un certo numero di visite). Anche per questo, Pignalberi ha scritto online di avere diffidato il principe di Venezia, perché smettesse di utilizzare quel nome e, magari, collaborasse con il suo movimento "Più Italia" già esistente: si parla di una trattativa che non sarebbe andata a buon fine e dell'intenzione di Pignalberi di rivolgersi ai suoi avvocati per agire contro Emanuele Filiberto e chi utilizzasse quello che, a suo dire, è "un marchio, regolarmente registrato e quindi tutelato". 
Corre peraltro l'obbligo di notare che una ricerca nella banca dati dei marchi, se pure non sembra far emergere il simbolo di Pignalberi, riporta invece quello - di cui si è già detto in questo sito a suo tempo - che Antonio De Poli dell'Udc depositò il 5 giugno 2012, assieme ad altri per cui, anche nei giorni successivi, venne presentata richiesta di registrazione come marchio. Il deposito era stato fatto nel periodo in cui l'Udc era parte del terzo polo con Mario Monti, ma probabilmente si preparava possibili evoluzioni future anche prive dello scudo crociato. Il simbolo non è mai stato usato, per quanto se ne sa, ma poco conta: Pignalberi può anche fare causa a Emanuele Filiberto, l'importante è che sappia che di marchi con quel nome, per giunta in ambito politico, prima del suo ce n'era almeno un altro.
Scartabellare tra i marchi, peraltro, consente un'altra scoperta assolutamente interessante. Nel sito di Più Italia si legge anche che, se la crisi generata dal coronavirus rischia "di dare il colpo mortale al nostro paese a cui è mancata e sta mancando una capacità progettuale e strategica che possa costruire un rilancio efficace e duraturo", la stessa crisi potrebbe "darci la forza per rialzarci e risolvere anche i problemi strutturali, non limitando i danni ma costruendo il nostro futuro. Serve però la capacità progettuale che ci è mancata fino ad ora, che è mancata alla classe politica. Per questo Emanuele Filiberto di Savoia ha fondato l'associazione Realtà Italia che vuole aggregare le menti migliori della società civile per smettere di essere passivi spettatori in attesa di soluzioni e cominciare ad essere protagonisti del cambiamento".
Si è già visto prima che il ciclo di webinar denominato "Più Italia" è "promosso da Realtà italia": essa è indicata come un'associazione, il che sarebbe molto più simile a un partito rispetto a un think tank più immateriale. Elementi per dire che sia un partito non ce ne sono, ovviamente, ma se di associazione si tratta, la forma giuridica è la stessa. Quest'associazione costituita da Emanuele Filiberto non ha - almeno per il momento - un sito su Internet, ma proprio tra le domande di marchio ne risulta una per un simbolo contenente l'espressione "Realtà Italia", a sfondo blu sfumato; non può sfuggire, nella parte inferiore, un nodo Savoia tricolore.
Proprio questo, a ben guardare, sembra un "marchio di fabbrica": si tratta ovviamente dello stesso nodo (che nella descrizione dell'immagine è definito "nodo a otto"), praticamente con la stessa forma e lo stesso colore di fondo sfumato che campeggiava nella lista Valori e futuro, presentata alle elezioni politiche del 2008 nella sola circoscrizione Estero (con risultati non proprio brillanti). In effetti il richiedente nella domanda di marchio, depositata il 27 marzo 2019, non è Emanuele Filiberto, ma Paolo Lasagna di Montemagno: proprio lui, imprenditore astigiano nell'ambito del catering, appare tuttavia spesso al fianco del principe di Venezia, soprattutto nell'attività imprenditoriale "Prince of Venice Food Truck" (camion-cucina che servono pasta e altri piatti italiani) molto attiva dal 2017 a Los Angeles.
Il logo di per sé è già tondo, quindi sarebbe facile accostarlo a un partito; anche qui, naturalmente, elementi per dire che sarà sicuramente così o si è pensato quest'uso non ci sono. Una cosa invece si può affermare con certezza: nemmeno il nome "Realtà Italia" è nuovo e riconducibile in principio a Emanuele Filiberto. Realtà Italia, infatti, è un partito nato nel 2013, diffuso soprattutto al Sud (specie in Puglia) e guidato da Giacomo Olivieri. O forse si dovrebbe dire era: sebbene il partito, vista la sua presenza nel consiglio regionale della Puglia, figuri ancora nel Registro dei partiti politici (il cui statuto è stato dichiarato conforme dall'apposita commissione), online si legge che il partito sarebbe in via di scioglimento; la notizia, tuttavia, non è ancora ufficiale. Sciolto o no, comunque, il nome - proprio come Più Italia - era già legato a un partito politico: se davvero Emanuele Filiberto di Savoia vorrà produrre qualcosa di più di un progetto da offrire alla politica e impegnarsi direttamente con una propria formazione, sarà opportuno che lo faccia con altri nomi...

giovedì 11 giugno 2020

Regionali 2020, i problemi di date, firme, par condicio e simboli spiegati bene

La partita che riguarda il turno elettorale che si sarebbe dovuto svolgere alla fine della primavera e che è stato rinviato a causa dell'emergenza legata alla pandemia da Covid-19 sembra ancora aperta. Fino a qualche manciata di ore fa sembrava ormai certo il voto per elezioni suppletive, comunali e referendum costituzionale nei giorni del 20 e 21 settembre, così come sembrava inevitabile che le elezioni regionali sarebbero state convocate per gli stessi giorni: ciò permetteva di ragionare su dati oggettivi per determinare gli adempimenti necessari e le scadenze relative alle varie competizioni in vista. Ora, mentre si allungano i tempi - principalmente per un disegno ostruzionistico e dilatorio di Fratelli d'Italia - per l'approvazione alla Camera della legge di conversione del decreto-legge n. 26/2020, che ha permesso il rinvio delle elezioni comunali e regionali, spuntano o riemergono incertezze, problemi e tensioni. 
Il quadro è complesso e merita di essere analizzato con cura pezzo per pezzo, anche nelle sue ricadute in tema di simboli e presentazione delle liste. Anche perché non è indifferente scegliere una data o un'altra per il voto, ma nemmeno agire sul procedimento elettorale e (appunto) sugli adempimenti e sulle scadenze che a questo si connettono.


Decadenza del decreto alle porte

L'unica certezza incrollabile è che il "decreto elezioni 2020" sarà vigente fino al 19 giugno ed entro quel giorno dovrà completarsi l'esame del disegno di legge di conversione (con l'approvazione del medesimo testo da parte di entrambe le Camere), altrimenti - come prevede l'articolo 77, comma 3 della Costituzione - il decreto decadrà, perdendo efficacia fin dall'inizio. 
Si tratterebbe di una situazione davvero delicata, da evocare giusto al fine di evitarla. Conseguenza immediata della decadenza sarebbe il venir meno del prolungamento della durata delle amministrazioni comunali e regionali uscenti: almeno in teoria, il governo (in particolare la ministra dell'interno) dovrebbe senza alcun ritardo indicare per le elezioni comunali la prima data utile. Guardando all'art. 3 della legge n. 182/1991 (che disciplina lo svolgimento delle elezioni amministrative), la data - meglio: la doppia giornata - dovrebbe essere fissata dal Viminale "non oltre il 50° giorno precedente quello della votazione" (con immediata comunicazione ai prefetti, che materialmente convocano i comizi elettorali): se il ministero provvedesse nelle ore successive alla decadenza del decreto, si dovrebbe votare per forza il 9 e il 10 agosto, visto che il 9 cade giusto al 50° giorno a partire dal 20 giugno; la data si allontanerebbe se si ammettesse che il Viminale - in analogia a quanto previsto dalla citata sentenza n. 36/2019 del Tar Basilicata, vista quando si parlava di accorpamento delle elezioni - ha tempo al massimo 20 giorni per convocare le elezioni, sempre con un anticipo di almeno 50 giorni sulla data del voto. Fino a tale data, ovviamente, resterebbero in carica le amministrazioni uscenti ma - essendo già scadute - dovrebbero farlo in regime di prorogatio, dunque con poteri limitati. 
E le regionali? La situazione sarebbe sulla carta ancora più problematica: convocare i rispettivi comizi elettorali toccherebbe proprio a ciascun Presidente di Regione (in base al contenuto dei vari statuti), a mandato scaduto per la decadenza del decreto e dunque in regime di prorogatio; regime che inevitabilmente durerebbe per un altro paio di mesi.
Già solo su queste basi si capisce perché sarebbe del tutto inopportuno rischiare uno scenario simile. Si deve anche riconoscere che, per queste stesse ragioni, qualcuno potrebbe cercare di rintracciare presupposti per la reiterazione del decreto, sostenendo che questo potrebbe essere "fondato su autonomi (e, pur sempre, straordinari) motivi di necessità ed urgenza" (citando la sentenza n. 360/1996 della Corte costituzionale, con cui si era posto un limite alla reiterazione dei decreti-legge): il trovarsi un numero così ampio di enti in regime di prorogatio (dunque con gravi limiti all'azione) e l'incertezza sugli sviluppi della pandemia potrebbero anche costituire ragioni con un fondo di ragionevolezza; sarebbe poi difficile risolvere eventuali problemi legati alla decadenza del decreto con lo strumento della regolazione dei "rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti" (previsto dall'art. 77, ultimo comma Cost.), inadatto all'evidenza a porre rimedio a situazioni di questo tipo in cui i rapporti giuridici c'entrano poco. Dall'altro lato, per chi contestasse la soluzione di un nuovo decreto-fotocopia sarebbe facile citare la stessa sentenza n. 360/1996, per la quale i motivi alla base del nuovo decreto "in ogni caso, non potranno essere ricondotti al solo fatto del ritardo conseguente dalla mancata conversione del precedente decreto" e il contenuto del nuovo decreto "non potrà porsi in un rapporto di continuità sostanziale con il decreto non convertito". Basta lo spettro di tale scenario incerto e ricco di contese a suggerire di non arrivare alla decadenza del "decreto elezioni 2020".


Quando votare: le richieste delle Regioni, l'emendamento Sisto

Una volta spiegato perché conviene a tutti completare il percorso di conversione del decreto-legge nei tempi prescritti, continua a pesare come un macigno la posizione dei presidenti delle Regioni, ribadita più volte nel giro di pochi giorni. L'ultima comunicazione risale al 9 giugno, nella lettera inviata al presidente del Consiglio, ai ministri Francesco Boccia, Luciana Lamorgese e Federico D'Incà dal presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini (Emilia-Romagna) e dal suo vice Giovanni Toti (Liguria): in quel documento i presidenti, a nome di tutti i presidenti (uscenti) delle Regioni interessate dal voto, hanno ribadito la  posizione della Conferenza delle Regioni "precedentemente assunta in merito alla finestre elettorali" e annunciato "l'intenzione delle Regioni interessate di utilizzare la prima domenica utile del mese di settembre per l’indizione delle elezioni regionali, anche al fine di garantire il regolare avvio dell’anno scolastico e di limitare l’eventuale nuovo rischio epidemiologico". Ciò significherebbe votare il 6 e il 7 settembre, o per lo meno avrebbe significato questo.fino a qualche manciata di ore fa.
L'irritazione delle Regioni verso il Governo e il Parlamento, al punto da aver fatto loro parlare di "palese violazione del principio di leale collaborazione tra le istituzioni", è stata generata dall'approvazione nella seduta di lunedì 8 giugno dell'emendamento 1.650 a prima firma del deputato di Forza Italia Francesco Paolo Sisto: con esso, in sostanza, si è ridotta la "finestra" entro cui convocare le sole elezioni regionali, facendola partire dal 15 settembre e tagliando fuori di conseguenza le prime due domeniche del mese come primo giorno utile di votazione. Sisto aveva spiegato che l'emendamento voleva evitare "una serie di arbitri da parte di chi poteva decidere il voto regionale", situazioni che avrebbero potuto confondere l'elettore e che si sarebbero potute evitare dicendo chiaramente che "non si può andare al voto, alle regionali, prima del 15 di settembre" ed evitando ogni altro "balbettio" sulle date; sull'emendamento la relatrice Anna Bilotti (M5S) aveva espresso parere favorevole e il governo si era espresso allo stesso modo. Le Regioni, però, ritengono che la determinazione della data delle elezioni sia interamente di loro competenza. Esse, evidentemente, sono convinte che la determinazione della "finestra", soprattutto in questo momento eccezionale, non rientri nell'ambito dei "principi fondamentali" in materia elettorale previsti dall'art. 122, comma 1 Cost.; questo, nonostante proprio l'art. 5 della legge n. 165/2004 - che appunto fissa questi principi - nel determinare la durata degli organi regionali stabilisca anche il termine entro il quale devono tenersi le nuove elezioni.
Difficile dire quante possibilità abbiano le Regioni di convocare davvero le loro elezioni per una data anteriore al 15 settembre: l'approvazione del citato emendamento Sisto è parso un segnale chiaro della contrarietà alla posizione delle Regioni da parte della maggioranza del Parlamento, come per invitare i presidenti a desistere; è altrettanto significativo che l'emendamento votato sia stato presentato da deputati e deputate di Forza Italia, partito che non appartiene alla maggioranza di governo ma sembra mostrarsi meno chiuso a determinate offerte di collaborazione o comunque meno bellicoso.
Certo è che, nell'ipotesi in cui le Regioni decidessero davvero di indire le elezioni per il 6 e 7 settembre (e c'è da scommettere che, in quel caso, ci sarebbe più di un ricorso contro quelle decisioni), i contrassegni, le candidature, le firme a sostegno e gli altri documenti necessari dovrebbero essere consegnati tutti entro le ore 12 dell'8 agosto. In tutte le Regioni chiamate al voto in questo turno elettorale, che abbiano normato espressamente la presentazione delle liste (Veneto, Toscana, Marche e, almeno in parte, Puglia) o che, non avendo emanato disposizioni specifiche in materia, applicano semplicemente la normativa nazionale (Liguria, Campania) vale infatti la regola in base alla quale i documenti relativi alle candidature si presentano ai rispettivi uffici elettorali "dalle ore 8 del 30° giorno alle ore 12 del 29° giorno antecedenti quelli della votazione". Vale peraltro la pena di precisare che quest'osservazione riguarda le leggi elettorali regionali vigenti: le Regioni potrebbero sempre decidere di modificarle, anche in maniera radicale e anche a proposito di questi passaggi. 
A formulare la richiesta di votare all'inizio di settembre sono stati presidenti di Regione di colore politico diverso. Appare evidente, tuttavia, che una soluzione simile farebbe infuriare Fratelli d'Italia, convinta che una campagna elettorale condotta quasi interamente in agosto sarebbe insostenibile da vari punti di vista (compresi i danni che arrecherebbe al settore turistico in piena stagione estiva) e, soprattutto, aggraverebbe lo squilibrio tra i presidenti uscenti in cerca di riconferma, sovraesposti in queste settimane, e gli altri candidati, che avrebbero a quel punto pochissimo tempo per preparare le candidature e farsi conoscere adeguatamente a elettrici ed elettori. Senza contare che, a quel punto, non è affatto detto che come data unica per il voto (referendum compreso) si scelga quella, con ciò che ne consegue in termini di maggiori spese (e chiusure non scongiurate delle scuole).


Ritardare il voto o anticipare le firme?

Si è già visto la scorsa settimana che il gruppo Fdi insisteva - oltre che per non accorpare al voto comunale ed eventualmente regionale anche il referendum costituzionale, per la totale differenza di obiettivi e impostazione - perché i comizi elettorali venissero spostati più avanti di almeno una settimana, dunque al 27-28 settembre 2020 (con eventuale ballottaggio per i comuni non conquistati al primo turno e, sulla carta, anche per la Toscana se ce ne fossero le condizioni). Quella data certamente non eviterebbe ulteriori chiusure delle scuole (al più non produrrebbe un rientro di pochi giorni o il differimento dell'inizio delle lezioni direttamente al post-elezioni); probabilmente però sarebbe accolta con maggior favore dagli operatori del turismo (e dalle famiglie interessate ad andare in ferie a settembre), oltre che da coloro che volessero candidarsi, sia per preparare i documenti con più calma - la consegna delle liste sarebbe fissata per il 28 e il 29 agosto - sia per svolgere una campagna elettorale più lontana dalle distorsioni legate all'emergenza Covid-19.
Se il tempo a disposizione per una campagna "equa" è da giorni uno degli argomenti più richiamati da Fratelli d'Italia, nella seduta di martedì si è registrata una proposta avanzata a titolo personale da Piero Fassino (Pd): questi, riconoscendo come "non privo di senso" l'argomento di chi lamenta la scomodità di depositare liste, firme e documenti a metà agosto inoltrata e di raccogliere tutto nei giorni precedenti, ha proposto di anticipare i tempi di deposito delle candidature: "Si usa il mese di giugno e di luglio per fare le liste, raccogliere le firme, le si depositano il 31 luglio e la gente va in ferie tranquilla tutta e si vota il 20 settembre". Un risultato da ottenere con un semplice emendamento della relatrice. La proposta è stata ribattuta ieri dal deputato dem e costituzionalista Stefano Ceccanti: "La legge sulla par condicio - ha detto in aula - funziona con una scansione in due tempi. Fase uno: c'è una par condicio che si attiva col decreto di indizione, che vale per le forze politiche già rappresentate; fase due: si presentano le candidature e la par condicio scatta sulle candidature. Allora, è chiaro che, se noi spostiamo i termini della presentazione delle candidature, si espande la fase due". 
In sostanza, se tra l'indizione delle elezioni e l'ammissione delle candidature ci sono meno garanzie per chi non è rappresentato nelle aule e anche per chi è minoranza, anticipare la presentazione delle candidature alla fine di luglio o alla prima settimana di agosto tenendo ferma la data del voto - se si ritiene che il 20 e il 21 settembre siano "data baricentrica", per riprendere un'espressione impiegata proprio da Ceccanti, rispetto alle richieste delle Regioni e a quelle delle opposizioni - significa che la campagna elettorale vera e propria dura non quattro settimane ma sei o sette, durante le quali si applicano le norme più garantiste sulla par condicio a tutti i candidati, che in questo caso sono noti prima. Una scelta simile, ovviamente, dovrebbe comportare secondo il costituzionalista "massima flessibilità poi sugli strumenti pratici e su come scriverl[a]": ci si permette di dire, per esempio, che avere due o tre settimane in meno per la raccolta firme potrebbe richiedere o almeno suggerire un ulteriore taglio delle firme richieste per le sole elezioni regionali o misure simili. Il che vorrebbe dire anche spianare la strada - per chi sa come e dove raccogliere le sottoscrizioni - a liste dai simboli furbetti, che alle regionali servono sempre, per raccattare voti o anche solo per non farli prendere a qualcun altro.


Anticipare (solo) gli/le aspiranti è legittimo? 

In sede di "comitato dei nove" - vale a dire l'organo nominato dalla commissione competente della Camera per esaminare (e anche proporre) emendamenti e sub-emendamenti al testo che si sta per esaminare - non si sarebbe però trovato un accordo. In base a quanto detto in aula da Sisto, le opposizioni avrebbero proposto di introdurre una "fattispecie a formazione progressiva" sulla par condicio, facendo scattare quest'ultima con la semplice indicazione anticipata del candidato alla presidenza della Regione e lasciando il deposito delle liste e delle firme tra il 30° e il 29° giorno prima del voto:"io prima stabilisco una candidatura [a presidente], soprattutto se non ha bisogno di sottoscrizioni - e tutte le regioni hanno la possibilità di candidati presidenti che possano essere tali senza sottoscrizioni, se appartengono a partiti presenti nella consiliatura ovvero in un ramo del Parlamento - quindi, io posso presentare la candidatura ai fini della par condicio e completare la fattispecie a formazione progressiva col deposito delle liste nel trentesimo giorno".
Una soluzione simile, invece, per Ceccanti non sarebbe compatibile col dettato costituzionale: così si toccherebbe "il cuore delle leggi elettorali regionali, che si basano sull'idea che un candidato presidente di regione esiste perché ha delle liste di appoggio. Quindi, non sarebbe un intervento minimale, sarebbe un intervento che noi, dal centro, prendiamo le leggi elettorali regionali e le riscriviamo nel cuore: questo l'articolo 122 non ce lo consente". Per il deputato e costituzionalista, quindi, prevedere che basti indicare una candidatura a presidente per far scattare la par condicio com'è nella "fase due" quando ancora non ci sono liste a suo sostegno (senza le quali la candidatura a presidente non sarebbe ammessa; molte Regioni tra l'altro esigono che una lista sia presente, avendo raccolto firme sufficienti, in almeno metà delle circoscrizioni perché il simbolo finisca sulla scheda) non tocca solo le norme sulla par condicio, di solito intese come norme "di contorno", ma stravolge pure le leggi elettorali regionali. Meglio sarebbe, allora, scegliere comunque il prima possibile la persona da contrapporre al presidente uscente, così da conquistare prima l'attenzione dei media e degli elettori.
La questione oggettivamente è molto scivolosa, per varie ragioni. Da un certo punto di vista si può comprendere, conoscendo soprattutto la verve di Francesco Paolo Sisto, che un conto è fare le cose, un altro è volerle fare e un altro ancora è dire di volerle fare, per cui se tutti lo si vuole quasi per ogni esigenza si può trovare una soluzione, anche quando è borderline (lo stesso Ceccanti ha ricordato come l'intervento per tagliare le firme anche per le regionali sia "ai limiti della compatibilità costituzionale"). Le disposizioni, tuttavia, devono essere tenute seriamente in conto. Così, l'art. 122 Cost., nel delineare la competenza regionale in materia di "sistema di elezione", entro i principi fondamentali stabiliti con legge statale, è stato puntualmente interpretato - dalle Regioni stesse, ma anche dalla dottrina maggioritaria e dalla Corte costituzionale - in modo estensivo: le Regioni sono ritenute competenti a regolare non solo il sistema elettorale (per trasformare i voti in seggi) e il meccanismo di assegnazione dei seggi, ma anche in generale il procedimento elettorale. Si può dire che la par condicio appartiene piuttosto alla legislazione elettorale "di contorno", ma non per questo pare che le Regioni possano essere escluse dalla competenza in materia.
La "legge della Repubblica" con cui si dettano i principi fondamentali in materia di elezioni regionali, peraltro, contiene una disposizione qui rilevante. All'art. 4, tra i principi che limitano la potestà legislativa regionale c'è la "contestualità dell'elezione del Presidente della Giunta regionale e del Consiglio regionale, se il Presidente è eletto a suffragio universale e diretto", cosa che avviene per tutte le Regioni interessate dal voto; si prevede però anche l'ipotesi di un presidente della Regione non eletto a suffragio universale e diretto, dovendosi comunque prevedere l'elezione (evidentemente da parte del consiglio regionale) entro 90 giorni. In entrambe le fattispecie, emerge la centrale importanza del deposito delle candidature al consiglio regionale: l'elezione del presidente, se diretta, non può essere disgiunta da quella del consiglio per cui le candidature devono per forza essere collegate e venire contemporaneamente a esistenza: ove non sia diretta, essa è un'elezione di secondo grado che inevitabilmente è subordinata alla valida presentazione di candidature per il consiglio regionale. Certamente quel principio si può cambiare (ammesso che convenga), ma se lo si fa occorre farlo in modo esplicito, tanto più di fronte a una legge che si richiama espressamente all'art. 122 Cost.
Esiste poi un argomento decisamente pratico, che non depone a favore dell'utilità della soluzione di cui ha parlato Sisto. In base all'art. 4, comma 2, lett. a) della legge n. 28/2000 (quella sulla par condicio), tra la convocazione dei comizi e la presentazione delle candidature gli spazi tra le forze politiche sono divisi tra i "soggetti politici presenti nelle assemblee da rinnovare, nonché tra quelli in esse non rappresentati purché presenti nel Parlamento europeo o in uno dei due rami del Parlamento". Se, come si è visto, il deputato forzista ha chiesto di dare pari spazio ai candidati delle forze presenti in consiglio o in Parlamento (e che incidentalmente sono di solito anche esenti dalla raccolta firme), questa parità è di fatto già prevista per quelle forze politiche e potrebbe utilmente essere completata - senza bisogno di una legge - con l'indicazione del candidato o della candidata nel tempo più breve possibile, così da concentrare su di lui/lei gli spazi a disposizione della forza politica in procinto di presentare una lista.  

L'esame del disegno di legge di conversione proseguirà nel pomeriggio di oggi, nell'attesa di scoprire se ulteriori contatti in sede di "comitato dei nove" avranno portato qualche progresso rilevante in materia di campagna elettorale e presentazione delle candidature. Un anticipo dei tempi potrebbe scoraggiare la presentazione di liste, ma eventuali ulteriori tagli alle firme richieste (anche se su quegli emendamenti il voto c'è già stato) potrebbe risultare allettante per qualcuno e far comparire un simbolo sulla scheda con pochissime sottoscrizioni. In fondo è questione di numeri, di date e, ovviamente, di interessi contrapposti. 

mercoledì 10 giugno 2020

1948: per Angiolillo venne "Il Tempo" di candidarsi

"Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo". Quante volte si è ripetuto questo frammento del libro di Qoelet (o Ecclesiaste, per chi era affezionato al vecchio nome biblico), a proposito e a sproposito di ogni cosa, magari semplicemente per giustificare una scelta sbagliata, una decisione ragionevole presa nel momento sbagliato o, semplicemente, per dire che era arrivato il momento di cambiare musica rispetto al passato? Di certo moltissime, probabilmente troppe. Solo una persona, tuttavia, avrebbe potuto ben dire, parafrasando una delle sentenze successive di quel capitolo di Qoelet, che "c'è un Tempo per dirigere e un Tempo per candidarsi". La maiuscola, peraltro abbinata al corsivo, non è affatto casuale e non è nemmeno una mera maiuscola di rispetto: è semplicemente dovuta, visto che la persona in questione si chiamava Renato Angiolillo.
Chi ha un minimo di pratica con la storia del giornalismo e della politica italiana ha certamente già capito che si è di fronte a colui che, il 5 giugno 1944, aveva fondato ufficialmente Il Tempo, il più longevo dei quotidiani romani (pur se con respiro nazionale) e che ne rimase direttore fino alla sua morte, nel 1973 (essendone anche proprietario/editore per alcuni anni). A dirla tutta, anche alcuni suoi successori alla direzione della testata alle elezioni politiche sono riusciti a farsi eleggere (è il caso di Giovanni Mottola) o si sono candidati con meno fortuna (come Mario Sechi), né si può dimenticare il caso decisamente unico di Gianni Letta, per anni parte del mondo politico al fianco di Silvio Berlusconi senza mai una candidatura o addirittura un'iscrizione a un partito. Soltanto Renato Angiolillo - anzi, "Angiolillo Renato Massimo", come si leggeva sulla scheda elettorale - si è candidato ed è riuscito a diventare parlamentare con la lista del Tempo.
Che il fondatore del giornale che da anni ha sede a palazzo Wedekind su piazza Colonna (ma nell'immediato dopoguerra la sede era in piazza di Pietra) fosse diventato senatore della Repubblica nelle prime elezioni politiche successive al voto per la Costituente era cosa nota; meno ricordato fu il fatto che proprio la testata  - acquistata da Angiolillo in periodo di occupazione nazista - a contrassegnare la sua candidatura. Quest'ultima era maturata grazie alla posizione peculiare del quotidiano, di impostazione nettamente conservatrice, ma aperta ai contributi degli intellettuali di ogni fronte, a quelli della Repubblica e a quelli post-fascisti: nell'Italia impegnata nella ricostruzione e nella scrittura della Costituzione, con non poche frizioni sul piano politico e parecchi "conti aperti" con l'immediato passato, Angiolillo - senza mai scrivere di proprio pugno sul giornale - invitava alla pacificazione nazionale e a concentrare le energie sul futuro.
Su queste basi, non stupisce che più di una forza politica, in particolare legata a quell'area conservatrice-borghese che aveva trovato nel Tempo un punto di riferimento, abbia ritenuto naturale proporre a Renato Angiolillo di candidarsi alle elezioni. Già il 23-24 febbraio 1948 sull'edizione della notte del Corriere d'informazione si leggeva che il direttore del quotidiano romano si sarebbe candidato in collegamento con la Democrazia cristiana "ma come indipendente" al Senato a Bari; il giorno dopo il Corriere confermava la notizia. Il collegio scelto non era affatto casuale: proprio a Bari era stato a lungo negli anni '30, dedicandosi all'editoria pubblicitaria (raccontando la Puglia d'oro attraverso le sue famiglie più illustri. 
La questione del collegamento era assolutamente rilevante: dal momento che al Senato la competizione era in collegi uninominali all'interno della stessa circoscrizione regionale, la legge elettorale per quel ramo del Parlamento (legge n. 29/1948) prevedeva che ciascuna persona interessata presentasse la propria candidatura (corredata da almeno 300 e non oltre 500 firme di elettori del collegio e, come si vedrà, dal contrassegno) e gli uffici elettorali circoscrizionali potevano accoglierla entro il 35° giorno precedente il voto. Entro il 30° giorno, invece, ogni persona candidata doveva dichiarare "con quali candidati di altri collegi della Regione intende[sse] collegarsi" (e i collegamenti ovviamente dovevano essere reciproci): in Molise ci si poteva collegare a un solo candidato, altrove occorreva legarsi almeno ad altre due candidature (e, visto che ciascuno poteva candidarsi anche in tre collegi nella Regione prescelta, era permesso che l'aspirante senatore/senatrice si collegasse con sé stesso/a).
Tornando ad Angiolillo, oltre alla Democrazia cristiana, anche il Partito liberale italiano mostrò interesse per la sua figura e, alla fine, fu proprio quell'area a intestarsi la candidatura. Il "gruppo Angiolillo", cioè i candidati con cui lui si collegò, fu composto essenzialmente da persone che si presentavano sotto le insegne del Blocco nazionale, che oltre ai liberali comprendeva anche i candidati del Fronte dell'Uomo qualunque e i nittiani dell'Unione per la ricostruzione nazionale. C'erano però debite eccezioni: la legge elettorale, infatti, ammetteva espressamente "il collegamento tra candidati aventi diverso contrassegno" e, nel richiedere che chi aspirava a candidarsi depositasse un modello di contrassegno senza esigere che questo fosse uno di quelli già presentati al Ministero dell'interno, di fatto consentiva alle singole persone candidate di correre davvero da indipendenti, pur essendo collegate ad almeno altre due della stessa Regione.
A Monopoli, per esempio, il candidato era Giuseppe Manfredi (o Manfridi) del Partito nazionale monarchico (con il classico simbolo di stella e corona), mentre oltre a quella di Angiolillo c'era un'altra candidatura indipendente, sempre proveniente dal mondo del giornalismo: Leonardo Azzarita (in seguito direttore generale dell'Ansa e del Corriere delle Puglie) aveva scelto di distinguersi con l'immagine di due bandiere incrociate, che peraltro richiamavano quella del Pli. Angiolillo, invece, non espresse alcuna assonanza politica nel suo emblema, ma trasformò nel proprio marchio l'esperienza che lo aveva impegnato negli ultimi anni e aveva creato le condizioni per la sua candidatura. Non fu il solo ad adottare come emblema un orologio e, in particolare da tasca, come a dire che era il momento di scegliere (possibilmente proprio la persona che aveva schierato l'orologio); lui però rese quel contrassegno unico e totalmente a sua misura, facendo riprodurre la testata del suo giornale sul quadrante della "cipolla". In teoria si era di fronte a una tautologia, a un concetto al quadrato, essendo ripetuto nel testo e in grafica; eppure in quel momento non sembrò esserci una soluzione più indicata per Renato Angiolillo che identificare in pieno la sua proposta elettorale con il quotidiano da lui fondato e diretto.
Che quella candidatura, intestata ai liberali, avesse comunque anche il placet almeno della Dc poteva evincersi dal fatto che, in quel collegio, i democristiani non presentarono candidature col loro simbolo (alla pari dei liberali, ma a dire il vero sulla scheda non finì nemmeno il simbolo del Msi: si videro solo quelli del Pri, del Psdi, dei monarchici e ovviamente Garibaldi con la stella per il Fronte democratico popolare). Il risultato fu pressoché scontato: con 45.732 voti, pari al 51,42%, Angiolillo fu il più votato del suo gruppo e venne eletto a Palazzo Madama, dove aderì al gruppo liberale. Finita la prima legislatura, nel 1953 si ricandidò direttamente con il Pli, sempre al Senato ma in quell'occasione nel collegio di Rieti: superato lì dai candidati di Dc, Pci, Psi e Msi, non fu rieletto. 
Probabilmente quella mancata riconferma non gli avrà fatto del tutto piacere ma, come c'era stato un Tempo per candidarsi, arrivò di nuovo il Tempo per dirigere, ovviamente Il Tempo, al cui timone Renato Angiolillo sarebbe rimasto altri vent'anni. Avrebbe contato ancora molto nel giornalismo e nella politica, così come avrebbe esercitato notevole influenza dopo la sua morte la moglie Maria Girani, che definire "la regina dei salotti romani" era probabilmente riduttivo (chiedere a Gianni Letta, che fu direttore dopo Angiolillo per quattordici anni, per averne cerimoniosa conferma). Di certo, a guardare oggi quel simbolo che nel 1948 portò all'elezione del fondatore del Tempo, appare assai più sensato e ben pensato (e persino bello da vedere), rispetto a molti emblemi che affollano le schede o vorrebbero arrivarci, ma sono brutti anche se concepiti nell'era di Photoshop. O forse, chissà, proprio per questo.

martedì 9 giugno 2020

Dalla Repubblica nel pallone: L'Italia morale che i romani non poterono votare

Quella delle elezioni amministrative del 2016 non è stata, a memoria di persona, la scheda elettorale più affollata vista alle comunali di Roma. 13 candidature al ruolo di sindaco, 34 liste a sostegno erano certo grandi numeri, ma mai quanto i 19 aspiranti sindaci del 2013 (con 40 liste) e anche in altri casi si sono contate più liste o più candidature. Qualcuno nel 2016 aveva ironizzato sulla possibile candidatura di Antonia Colasante a "sindaco de Roma" (con una campagna elettorale veramente falsa, ma assolutamente credibile e al profumo di cornetti alla crema), eppure c'è stato davvero un periodo in cui ad aspirare alla poltrona più importante dell'amministrazione capitolina sembrava fossero in quattordici, invece che in tredici. Il nome in più era quello di Mario Auriemma, che sarebbe stato pronto a mettersi in gioco con il simbolo del suo movimento, Italia morale. 
A quattro anni da quel voto anticipato romano, questa pagina potenziale mai diventata attuale era pressoché finita nel dimenticatoio, soprattutto per chi non era romano e non aveva aderenza con il calcio: il nesso lo si vedrà tra poco. A strappare all'oblio quella vicenda sono stati Fabio Belli e Marco Piccinelli, due giornalisti con una passione più o meno equamente distribuita per il calcio e per la politica. Dopo aver pubblicato nel 2017 Calcio e martello. Storie e uomini del calcio socialista (raccontando a modo loro il calcio oltrecortina), i due autori hanno proposto - sempre per i tipi di Rogas edizioni - La Repubblica nel pallone, uscito a dicembre. Nelle intenzioni di Belli e Piccinelli, il volume racconta in circa 130 pagine varie storie di "un amore non corrisposto", quello tra calcio e politici. Anche se, a dire il vero, sfogliando il libro non sembra essere stato sempre così.
Si deve dire, peraltro, che proprio in quell'amore non corrisposto può farsi rientrare la vicenda del citato Mario Auriemma. Il movimento Italia morale, fondato da lui (come segretario) e da Massimiliano Metalli (come presidente), fece la sua prima uscita il 14 ottobre 2015 in un albergo romano e intendeva proporsi fin dall'inizio "come alternativa contro l’inerzia del Governo" (che allora era quello di Matteo Renzi, ma forse faceva riferimento anche all'amministrazione Marino). A febbraio del 2016 si fece più concreta la notizia della possibile candidatura, ma il programma del movimento e il suo statuto erano noti già da prima: non si tratta di capolavori letterari o giuridici, ma meritano una lettura (armandosi di pazienza): fine del movimento  è "la rappresentanza delle problematiche reali dei cittadini e dell'industria, esso è rivolto e aperto anche a tutti gli italiani che desiderano seriamente impegnarsi in una missione moralizzatrice della politica"; il soggetto politico si pone come "la casa di tutti quegli italiani che si sentono moderati e liberali, che credono nella libertà e vogliono rimanere liberi e che si riconoscono nei valori del movimento", vale a dire "la dignità della persona, la solidarietà generale, nella costante adesione ai principi fondamentali democratici, la centralità della famiglia, la legalità e nei valori cristiani". E come tralasciare, qualche riga più tardi sempre nello statuto, i passaggi in cui non ci si accontenta di dire che il sistema politico italiano "deve fare grande affidamento nella possibilità di riattivare lo sviluppo nel mezzogiorno definendo le condizioni che abbiano con una immediata efficacia anticongiunturale il respiro di una azione mirata ad obiettivi strategici di valenza nazionale" (urca!), ma si aggiunge che occorre "una condizione essenziale di salvaguardia e una innovativa politica del Welfer (!) che non si limiti alla previdenza, agli ammortizzatori sociali, alla salute; ma che individui servizi sociali, scuola ed educazione"?
Già a metà ottobre del 2015, insomma, Auriemma si era proposto come concorrente alla poltrona di sindaco e si fece conoscere ai più a partire dalla fine di marzo del 2016, quando alla presentazione ufficiale delle candidature mancava più o meno un mese e mezzo. Anche in quell'occasione, non poté passare inosservata la sua pronuncia - è nato a Montesarchio, nel beneventano - al pari di alcune delle sue proposte (tra queste "I frocë hann’ da sta a Pomezië e Civitavecchë, così com’ i zincarë”, lasciando a ciascuno l'ardito compito di tradurre; da rimarcare anche la chiusura delle metropolitane, il confino degli autobus in periferia e il dominio assoluto dei taxi in centro, senza contare le crociate contro i turisti: "tutt'a casa lore, io facesse veni' quelli che c'hanno i sorde, chi nun c'ha i sorde nun po' veni' a Roma"). Profonda anche l'analisi dei suoi potenziali competitor: "A Forza Italia ho detto no, la sinistra è tutta corrotta, Giachetti è fuori moda, la Meloni e Bertolaso pure". L'unico politico di cui sentiva la mancanza era Giulio Andreotti (o "Andreotto"), il quale peraltro aveva insignito Auriemma del titolo di Cavaliere. 
Inutile dire che il soggetto in questione era diventato il personaggio preferito di determinati programmi radiofonici e televisivi - dalla Zanzara alle Iene - ai quali non mancava di consegnare dichiarazioni preziose, raccolte nel libro da Belli e Piccinelli: "Bisogna essere puliti - diceva a proposito della "fedina" degli aspiranti candidati - a tutti coloro che vorranno entrare nel movimento chiediamo il certificato penale. Se è pulito lo accettiamo, altrimenti va a casa: anche se ha ricevuto una contravvenzione con la macchina non lo accettiamo"; memorabile anche il proposito, in periodo di "Mafia capitale", di risolvere il problema dei faccendieri alla radice mandando ""tre-quattro persone per strada che vanno negli alberghi per vedere chi fa i bisiniss”. La moralizzazione della politica era un pallino del Cavaliere beneventan-romano da tempo, già a metà degli anni '90: questa pagina, tuttavia, merita di essere approfondita altrove.
Va bene, ma il calcio cosa c'entra? C'entra, perché tra i motivi per cui Auriemma - che tra l'altro in una pagina del sito del suo movimento riesce a essere indicato come "Augemma", errore memorabile come la sentenza in base alla quale "L'Italia, vista come un faro nel mondo, è stata spenta dallo tsunami dell'immortalità (!), travolgendo quelli che sono i valori dell'uomo" - aveva deciso di candidarsi nella Capitale sostenendo di avere "fatto il calcio a Roma: sono stato presidente del Pomezia, del Civitavecchia e del Frosinone". Le cose non stavano proprio così, sia perché nessuna delle tre squadre c'entra con il calcio vissuto realmente dai romani, sia perché in effetti Auriemma non risulta essere stato dirigente o patron della squadra frusinate, mentre - come annotano gli autori - è stato "dirigente dell’Avellino negli anni '80, nonché amministratore delegato del Giorgione Calcio", squadra di Castelfranco Veneto. Si può dire, insomma, che "Il pallone è un elemento onnipresente nella vita professionale del Cav., sebbene non sia sempre legato a successi sportivi": sempre Belli e Piccinelli annotano come dalle cronache emergano tracce di provvedimenti disciplinari e dissesti finanziari (perfino replicati a distanza di anni in luoghi diversi), non proprio un ottimo biglietto da visita per un aspirante sindaco di Roma. 
Alla fine non arrivò sulle schede il simbolo di Italia morale, una sinfonia dei quattro colori nazionali, che peraltro - ci si permette di aggiungere qui - nella struttura ricordava non poco il simbolo di (Noi) SiAmo Italia di Sauro Moretti, figura vicinissima a Vittorio Sgarbi. Non è dato sapere se a fermare la candidatura siano state le firme da raccogliere, un'intenzione non troppo ferma di partecipare a quella competizione elettorale (ma allora perché muovere tutta quella confusione, spendendo anche non poco?) o chissà cos'altro. Quel che è certo è che, con la sua avventura di alcuni mesi, Auriemma ha contribuito a trasmettere l'immagine che tra calcio e politici (o aspiranti tali) l'amore non sia esattamente corrisposto.
Eppure non è sempre stato così. Il primo capitolo della Repubblica nel pallone, per esempio, si concentra sulle figure istituzionali che meno si sarebbe tentati di collegare al calcio e al tifo, vale a dire i Presidenti della Repubblica. Eppure lo si dovrebbe fare: se in effetti si sa poco della passione calcistica di Enrico De Nicola, Giovanni Gronchi, Giuseppe Saragat e Oscar Luigi Scalfaro (mentre si sa qualcosina di più per Sergio Mattarella, tifoso prima del Palermo e poi dell'Inter, come detto dal fratello) e se Sandro Pertini è passato alla storia per la sua esultanza alla finale vittoriosa di Spagna '82 e per lo scopone sull'aereo di ritorno, sono rimasti più che impressi il tifo di Giovanni Leone e Giorgio Napolitano - non a caso due napoletani, provenienti da una terra che fa del pallone una religione, quanto il Brasile - così come era nota la fede juventina di Francesco Cossiga, tanto quanto quella amaranto (per il Livorno) di Carlo Azeglio Ciampi.
Allo stesso modo, non verrebbe facile pensare che il calcio rientrasse tra le passioni dei leader del Partito comunista italiano o dei partiti che ne hanno costituito la continuazione. Belli e Piccinelli ci ricordano invece che - al di là dei falsi storici su Antonio Gramsci - Palmiro Togliatti era juventino (con aneddotica annessa), così come Luciano Lama (da notare il suo rapporto singolare con Giovanni Agnelli), Berlinguer (ma per lui prima veniva la Torres) e Walter Veltroni. Non sarebbe d'accordo sul legame tra comunismo e attaccamento ai colori bianconeri Marco Rizzo, al quale il padre, operaio della Fiat, diceva con convinzione: "'m raccumandu: comunista, dal Tor e basa mai la testa"; non a caso Rizzo è stato anche "uno dei capi ultras", con il nome di "Marco il biondo" e una convinzione: "La Juve è la squadra dei padroni. O meglio, a Torino la Juve era vista come la squadra dei padroni perché era la compagine dell'Avvocato Agnelli, per cui gli operai tifavano Toro. Ma la Fiat voleva dividere la classe operaia che lavorava nella fabbrica e iniziava a organizzarsi distinguendo fra l’operaio 'di mestiere' (comunista e del Toro) e l’operaio 'massa', quello della grande immigrazione dal Sud Italia", per cui la Juve "nacque per separare questi due corpi dentro la fabbrica e inventò l'acquisto dei giocatori appartenenti a ogni regione del meridione [pensando ai lavoratori che] vivevano un processo alienante di lavoro (la catena di montaggio), abitavano in case sovraffollate ma che il lunedì potevano gioire per la vittoria della squadra del padrone".
Oltre alla testimonianza diretta di Rizzo, il volume contiene i ritratti calcistici di altri personaggi chiave della politica italiana: Achille Lauro (due volte presidente del Napoli), Ciriaco De Mita (la cui permanenza alla segreteria della Democrazia italiana coincise quasi per intero con la permanenza dell'Avellino in Serie A e viceversa), Bettino Craxi (di stretta fede torinista, fino a muoversi per tentare di rianimare la squadra alla fine degli anni '80) e ovviamente Silvio Berlusconi (che prima di comprare il Milan aveva fatto un pensierino sull'Inter). Non si può poi dimenticare Giulio Andreotti, la cui fede romanista era ben conosciuta, mentre meno noto era il suo essersi attivato quando la Lazio - di cui peraltro è tifosissimo il figlio Stefano - navigava in pessime acque. Al di là del "divo Giulio", non manca un capitolo dedicato all'intreccio tra elezioni amministrative romane e calcio (al di là del già ricordato Auriemma), con la partecipazione straordinaria dell'ultima bandiera autenticamente romana - Francesco Totti - e con un'incursione "simbolica" (anche se un po' da rivedere, in realtà) in una delle presenze "civiche" più longeve della storia elettorale romana recente, quella di Forza Roma / Avanti Lazio.
Si legge in fretta La Repubblica nel pallone, anche se a costruirla così com'è ci sono voluti quasi tre quarti di secolo. Tra episodi noti, pagine più nascoste, notizie recuperate e testimonianze curiose, il binomio politici-pallone viene sviscerato in alcune delle sue possibili sfaccettature. Altre sicuramente ce ne potrebbero essere: a ognuno completare il suo mondo politico-calcistico, come scacchi di un pallone personalizzato.