lunedì 19 febbraio 2024

Pace Terra Dignità: la colomba di Santoro e La Valle per le europee (di Marco Chiumarulo)

Meno di una settimana è trascorsa da mercoledì 14 febbraio, giorno in cui - presso la sala Tobagi della Federazione nazionale della stampa italiana a Roma - Michele Santoro, Rainero La Valle e Benedetta Sabene hanno presentato in una conferenza il programma e il simbolo della lista Pace Terra Dignità per le elezioni europee fissate per l'8 e il 9 giugno 2024. La presentazione del progetto di lista, in effetti, ha alle spalle un percorso in varie tappe: la prima di esse va collocata il 26 agosto 2023, con l'appello "E se spuntasse un Arcobaleno", lanciato presso il Caffè della Versiliana proprio dai giornalisti Santoro e La Valle (il primo anche ex parlamentare europeo, eletto nel 2004 con la lista Uniti nell'Ulivo e rimasto in carica circa un anno, il secondo ex parlamentare - per quattro legislature, dal 1976 al 1992 - della sinistra indipendente), Luigi De Magistris e Ginevra Bompiani. 
L'appello aveva come oggetto "dare una rappresentanza al popolo invisibile del pacifismo italiano". "La parola Pace […] potrebbe trasformarsi in un programma radicalmente alternativo alla logica delle armi che oggi arriva a minacciare l’esistenza della specie umana, di tutte le creature viventi e della natura. Riprende corpo - si leggeva sempre nell'appello - il sogno di un nuovo mondo fondato sull’uguaglianza, la dignità di ogni persona e la salvezza dell’ambiente". L'appello lanciato allora si riferiva soprattutto alla guerra in Ucraina; nessuno avrebbe potuto immaginare che neanche due mesi più tardi - in seguito all'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 - il fuoco avrebbe colpito di nuovo in modo massiccio la striscia di Gaza e si sarebbe aggiunta un'altra guerra all'elenco.
Successivamente, l’11 settembre, è stato lanciato un secondo appello per organizzare la prima assemblea del 30 settembre. In quel nuovo appello Santoro e La Valle hanno esplicitato i tre pilastri su cui poter impostare un programma: pace, terra e dignità. Nel manifesto dell'assemblea, tra l'altro, figurava una delle colombe della pace disegnate da Pablo Picasso, la cosiddetta "Colomba dei fiori" (1961), pur se privata per l'occasione di quegli stessi elementi colorati. All’assemblea del 30 settembre tra gli altri era presente anche Maurizio Acerbo, segretario del Partito della Rifondazione comunista: questi fin dall'inizio ha aderito all'appello.
Nei mesi successivi, dopo una chiusura esplicita al Pd e al M5S, l'appello è stato aperto a tutti i partiti e le associazioni della sinistra, con riferimento soprattutto a Sinistra italiana e Unione Popolare (che, come soggetto elettorale creato nel 2022, aveva il Prc tra i fondatori). Da allora è iniziato un dialogo (che in certi frangenti si è presentato come una lunga trattativa), dialogo che è tuttora in corso dopo il lancio della lista. Unire le forze, infatti, è assolutamente necessario per poter raccogliere già da ora le firme che la legge richiede per poter presentare la lista in tutte le circoscrizioni. L'appello, peraltro, non è rivolto solo al mondo della sinistra, ma anche a un vasto mondo di persone più o meno credenti, nella convinzione che la parola pace non possa essere ristretta solo a una comunità, ma sia di chiunque; il programma elettorale, inoltre, non si ferma alla pace, ma si sofferma su alcuni punti essenziali come il rifiuto di costituire un esercito europeo, la dignità sociale e l'attenzione all’ambiente, accompagnando però a questo il rifiuto del capitalismo, perché non vi può essere una transizione ecologica senza un cambiamento del paradigma economico.
Due delle colombe di Picasso
Sul piano simbolico, l'idea della colomba è rimasta e, in qualche modo, anche l'ispirazione di Picasso: il contrassegno della potenziale lista, infatti, è rappresentato da un cerchio rosso nel quale spicca al centro una colomba bianca stilizzata che porta nel becco un ramoscello d'ulivo. Il disegno è chiaramente diverso, ma può facilmente rimandare a un'altra colomba di Pablo Picasso, probabilmente la più famosa, cioè la "Colomba Blu" (1961): la ricordano sia l'orientamento verso l'alto (anche se in questo caso la visione è laterale), sia il rametto d'ulivo nel becco.  
Se si abbandona il campo delle ispirazioni artistiche, però, è facile richiamare alla mente altri precedenti: a coloro che frequentano questo sito con assiduità, infatti, sarà saltata all’occhio la somiglianza del contrassegno da poco presentato con il simbolo dei Verdi di Bolzano, altrettanto caratterizzato da una colomba stilizzata, vista di lato e che vola verso destra (l'ispirazione di Picasso qui è palese), su fondo verde. 
Il simbolo della lista Pace Terra Dignità potrebbe accompagnarsi ad altri simboli qualora si associassero altri partiti con i relativi emblemi, specie se questi potessero aiutare la lista ad evitare la raccolta delle firme. Santoro ha specificato che intende completare la raccolta anche qualora dovessero associarsi partiti in grado di esonerare dalla ricerca di sottoscrittori; la possibile approvazione di un emendamento di Fratelli d'Italia al decreto elezioni 2024, tuttavia, potrebbe privare Rifondazione comunista dell'esenzione di cui ora godrebbe grazie all'appartenenza al Partito della Sinistra europea e la raccolta firme - a meno di un concorso dell'Alleanza Verdi e Sinistra, esente grazie al gruppo parlamentare a Montecitorio - diventerebbe essenziale.

venerdì 16 febbraio 2024

Abruzzo, simboli e curiosità sulla scheda

Dopo la Sardegna (chiamata al voto il 25 febbraio), la seconda Regione a rinnovare i suoi organi nel 2024 sarà l'Abruzzo: le urne saranno aperte il 10 marzo e la campagna elettorale è ufficialmente iniziata da qualche giorno, con l'ammissione di tutte le liste presentate (dopo che i primi esami degli uffici elettorali avevano dato luogo a decisioni difformi).
La scheda non sarà troppo affollata e apparirà piuttosto regolare nella composizione: si affronteranno due soli candidati alla presidenza della giunta, entrambi sostenuti da 6 liste, per un totale di 12 simboli sulla scheda. Si tratta di una competizione meno "ricca" rispetto a quella dell'elezione precedente, nel 2019: allora le candidature a presidente erano state quattro, per un totale di 15 formazioni a sostegno. In questo post si seguirà l'ordine di presentazione sorteggiato per la circoscrizione dell'Aquila.

Marco Marsilio

1) Democrazia cristiana - Unione di centro

Il sorteggio ha collocato al primo posto sui manifesti e sulle schede la candidatura del presidente di giunta uscente, Marco Marsilio, espressione del centrodestra. La prima lista su cui può contare è quella che unisce la Democrazia cristiana (da intendersi come il partito guidato da Gianfranco Rotondi, che nel 2018 fu eletto proprio in Abruzzo) e l'Unione di centro di Lorenzo Cesa. Il simbolo è una variazione rispetto a quello dell'Udc: sullo sfondo azzurro ci sono sempre le vecchie vele di Ccd e De (più grandi), in primo piano c'è lo scudo crociato nella versione usata da anni dall'Udc, ma piuttosto ingrandito, a svantaggio delle due etichette di partito. Curiosità, a Teramo e nel capoluogo in un primo tempo non era stata ammessa la lista: l'ufficio centrale circoscrizionale aveva ravvisato una potenziale confondibilità col simbolo della Dc guidata da Totò Cuffaro (che non si presenta, ma deve aver lamentato un uso del nome senza titolo); l'audizione del rappresentante della lista ha però fatto rientrare il problema. 
 

2) Forza Italia

Seconda lista sorteggiata è quella presentata da Forza Italia, che in Abruzzo impiega lo stesso contrassegno sfoggiato in Sardegna, pensato per l'uso dopo la morte di Silvio Berlusconi. In particolare, il fregio elettorale prende come modello l'emblema schierato alle elezioni politiche del 2022, che aveva aggiunto il riferimento al Partito popolare europeo; al centro del cerchio bianco c'è sempre la bandierina tricolore, ma al di sotto ora c'è soltanto il cognome di Berlusconi (largo quanto il vessillo), senza più l'appellativo "Presidente" (cosa che permette alla bandiera di occupare più spazio rispetto al passato).
 

3) Marsilio presidente

Terza formazione a sostegno del presidente uscente è quella qualificabile come "lista personale" o "del presidente": Marsilio presidente, appunto. Il contrassegno scelto è molto semplice e diretto: cerchio color verde acqua che contiene soltanto - in posizione centrale - il nome della lista, con il cognome di Marsilio in maggior evidenza (anche grazie al colore blu molto scuro) e la qualifica presidente in bianco: si tratta anche dell'unico simbolo a contenere il nome del presidente uscente. Volendo, la palette cromatica adottata può apparire derivata dai tre colori dello stemma regionale (bianco, verde, blu), che vengono richiamati senza essere citati direttamente.

4) Lega

Come quarta lista sulle schede aquilane si trova la Lega, che partecipa per la seconda volta alle elezioni regionali abruzzesi, ma soprattutto arriva all'appuntamento come forza politica più votata in assoluto alle regionali di cinque anni fa (27,53%), benché non fosse quella cui il candidato apparteneva. Il simbolo schierato è lo stesso utilizzato nel 2019, minivariante di quello inaugurato con le elezioni politiche del 2018: unica differenza è il riferimento all'Abruzzo sotto al cognome di Matteo Salvini (tra i più evidenti di questo turno elettorale), al posto della parola "presidente". 
 

5) Fratelli d'Italia

Subito dopo la Lega sulla scheda della circoscrizione dell'Aquila si trova il simbolo di Fratelli d'Italia, vale a dire il partito cui Marsilio appartiene: c'è da attendersi, vista la situazione politica nazionale, che la lista possa andare ben oltre il 6,49% ottenuto nel 2019. Rispetto a cinque anni fa, il contrassegno di lista è piuttosto simile: la struttura è quella del simbolo ufficiale del partito, ma il nome di Fdi è stato rimpicciolito ancor di più per lasciare il posto al riferimento alla leader e presidente del consiglio Giorgia Meloni (mentre alle precedenti elezioni c'era l'indicazione "Marsilio presidente": una sostituzione che non passa inosservata).
 

6) Noi moderati

Ultima formazione delle sei a sostegno di Marsilio è Noi moderati, vale a dire il partito guidato da Maurizio Lupi che debutta alle regionali abruzzesi. Il simbolo è quello ufficiale, ma proprio nella circoscrizione del capoluogo (e non anche nelle altre) la lista era stata in un primo tempo ricusata a seguito di un esposto dell'Udc - ne hanno parlato i media locali - in cui si sarebbe paventato un rischio di confusione della lista attuale con quella che corse alle politiche del 2022 e di cui era parte anche l'Udc (insieme, tra gli altri, a Noi con l'Italia); non è passata inosservata la scaramuccia interna a due soggetti della coalizione (che peraltro si sarebbe accompagnata a "migrazioni" inattese di candidati).
 

Luciano D'Amico

7) Abruzzo insieme

Seconda (e ultima) candidatura alla guida della giunta regionale abruzzese è quella di Luciano D'Amico, già rettore dell'Università di Teramo. Lo sostiene un centrosinistra allargato, ma la prima lista sorteggiata per la circoscrizione del capoluogo è quella più legata al candidato: Abruzzo insieme. Quel nome era presente anche nelle liste di cinque anni fa (e si è indicato il candidato presidente di allora, Giovanni Legnini, come promotore della lista con vari amministratori e figure non lontane dall'area dem). Il simbolo è molto semplice, con il verde che tinge la circonferenza, il semicerchio superiore (che contiene il nome) e l'apostrofo del cognome del candidato, riportato nella parte inferiore.
 

8) D'Amico presidente - Riformisti e civici

Seconda formazione del "campo largo" è D'Amico presidente - Riformisti e civici. Si tratta della lista cui concorrono soprattutto il Partito socialista italiano (presente con la miniatura del suo simbolo nella parte inferiore gialla sfumata) e Italia viva (declinata qui in Abruzzo vivo, con un'interessante resa grafica), ma c'è anche +Europa. La parte superiore del contrassegno - un semicerchio ampliato blu, con il riferimento giallo al candidato che concorre, quanto a evidenza, con quello di Salvini - contiene anche la miniatura di Abruzzo in comune, lista presentata nel 2019 e gruppo nel consiglio regionale in scadenza.
 

9) Azione

Il nome dell'aspirante presidente D'Amico ha grandissimo rilievo (ben più che nella "lista personale") anche nella lista di Azione: il mondo libdem, dunque, non si presenta unito, ma corre in almeno due formazioni distinte. Il simbolo è quello che si è già visto altrove, con il nome sfumato del partito nel semicerchio bianco superiore e il riferimento al candidato (e non a Carlo Calenda) in quello blu inferiore; in quello spazio del cerchio è presente anche la dicitura "Socialisti Popolari Riformatori", che sembra ampliare sensibilmente il raggio d'azione della lista rispetto a quello che il semplice simbolo del partito suggerisce.
 

10) MoVimento 5 Stelle

Nel 2019 aveva sfiorato il 20%, perdendo qualcosa rispetto a cinque anni prima ma quasi doppiando il Pd; ora il MoVimento 5 Stelle si presenta per la terza volta alle regionali abruzzesi, ma non più da solo (a sostegno della propria candidata Sara Marcozzi), bensì all'interno del citato "campo largo" che appoggia D'Amico. Il simbolo schierato in quest'occasione, diverso da quello delle due elezioni precedenti, è quello indicato nello statuto, con il riferimento al 2050 posto nel segmento rosso collocato sotto agli elementi ormai tradizionali di quel fregio politico-elettorale (cioè il nome con la V di fantasia e le cinque stelle gialle).
 

11) Partito democratico

Quinta lista della coalizione larga che si oppone a Marsilio è quella del Partito democratico, in cerca di riscatto dopo il deludente 11,14% ottenuto nel 2019 (quando era candidato Giovanni Legnini). Il contrassegno riproduce nella parte superiore il simbolo del partito, ma lo riduce di dimensione per consentire l'inserimento del cognome del candidato alla presidenza, anche in questo caso in grande evidenza (spenta giusto un po' dal colore verdino che tinge anche il segmento inferiore in cui è inserito l'appellativo "presidente": una soluzione grafico-cromatica inaugurata già con le elezioni politiche del 2008).
 

12) Alleanza Verdi e Sinistra

Ultima delle liste della coalizione che sostiene D'Amico (e ultima delle liste riportate su manifesti e schede) è quella presentata da Alleanza Verdi e Sinistra. Il contrassegno impiegato parte ovviamente da quello usato alle elezioni politiche (del resto consente di evitare la raccolta firme), ma con due piccole modifiche: nella parte superiore, al posto del riferimento alle Reti civiche, si legge l'espressione "Abruzzo progressista e solidale", mentre nella parte inferiore è stato inserito - a costo di ridurre gli altri spazi all'interno del cerchio, dando l'impressione di un emblema un po' troppo ammassato - un segmento biconvesso con il riferimento a Democrazia solidale, che entra nella lista e giustifica il nome inserito in alto.

giovedì 15 febbraio 2024

Decreto elezioni 2024, norma "strozza esenzioni" in arrivo?

Dal 1° febbraio è iniziato presso la I commissione (Affari costituzionali) del Senato l'esame del disegno di legge di conversione del "decreto elezioni 2024", di cui si è parlato nei giorni scorsi. Come si è visto, il testo contiene disposizioni di varia natura, alcune effettivamente legate alle consultazioni elettorali di quest'anno, altre dalla portata decisamente più ampia, a partire dalle norme sul limite dei mandati consecutivi per i sindaci.
Trattandosi del procedimento di conversione di un decreto-legge (che dunque deve concludersi entro 60 giorni dall'entrata in vigore del decreto stesso, pena la sua decadenza fin dall'inizio), si è di fronte a una potenziale "corsia preferenziale" per introdurre in fretta regole di cui si vuole ottenere una pronta entrata in vigore senza attendere gli ordinari tempi parlamentari. Per questo vale la pena passare in rassegna gli emendamenti presentati dalle forze politiche in commissione, per capire su quali innovazioni si sta puntando, e quali potrebbero avere più possibilità di recepimento nei prossimi giorni: tra questi, uno sembra tagliare drasticamente il numero di forze politiche esentate dalla raccolta firme, rendendo praticamente inutile il ricorso all'esonero grazie alla presenza al Parlamento europeo.

Il dibattito sin qui

Vale innanzitutto la pena dare conto del dibattito parlamentare che si è svolto sin qui sulla materia del decreto. Dopo la seduta del 1° febbraio - in cui si è semplicemente presentato il testo del decreto da convertire - il giorno 6 si è svolta la discussione generale: questa non è stata troppo estesa, a giudicare dalla lunghezza del resoconto, ma soprattutto ha riguardato essenzialmente - come era prevedibile - la questione dei limiti ai mandati consecutivi dei sindaci. 
Decise contrarietà sono arrivate da Alleanza Verdi e Sinistra (per cui si è espresso Tino Magni) e dal MoVimento 5 Stelle (è intervenuto il senatore Roberto Cataldi): il giudizio è negativo soprattutto sull'abolizione del limite ai mandati nei comuni fino a 5mila abitanti, sottolineando che - usando le parole di Cataldi - "nei piccoli centri il sindaco gode sicuramente di una posizione di privilegio nei confronti di un futuro concorrente, in quanto può utilizzare i beni pubblici e avere a disposizione disponibilità economiche per realizzare iniziative ed eventi spesso strumentalmente collegati alle attività amministrative, e quindi ne riceve un indubbio vantaggio competitivo". Per Magni si dovrebbe puntare piuttosto sul rafforzamento delle assemblee elettive, il che dovrebbe far rifiutare anche l'aumento da due a tre dei mandati consecutivi possibili nei comuni di fascia "media" (tra 5mila e 15mila abitanti"), anche perché - ha continuato Magni - "vi è il rischio di una ulteriore estensione": con riguardo ai comuni superiori, è intervenuto nei giorni scorsi il presidente di Anci Antonio Decaro, mentre è noto che più di un presidente di giunta regionale ha espresso desideri analoghi. Desideri che però - sempre secondo Magni - potrebbero indurre a commettere "un tragico errore, in quanto già si verifica una concentrazione del potere nelle mani di una sola persona a causa dell'elezione diretta" (per cui potrebbe essere una migliore soluzione "disgiungere l'elezione del vertice da quella delle assemblee", che ovviamente sarebbe cosa diversa dal semplice "voto disgiunto" oggi previsto, perché contemplerebbe ancora la possibilità di stringere coalizioni, ma elimerebbe ogni collegamento tra liste e candidato sindaco e ogni automatica attribuzione di voti in caso di esclusivo voto di lista).
Più possibilista si è dimostrata Mariastella Gelmini, senatrice di Azione, che ha riconosciuto che "nei piccoli centri o nelle aree montane [...] si fatica a creare anche una sola lista per la scarsità di candidati", esprimendosi "a favore dell'eliminazione del limite di mandati per i Comuni sotto i 15.000 abitanti" (espressione che va dunque oltre la previsione del testo del decreto, che innalza ma mantiene il limite per i comuni medi) e valutando anche l'abolizione per i comuni superiori.
Per la maggioranza sono intervenuti - a vario titolo - solo esponenti di Fratelli d'Italia: il loro parere peraltro è assai rilevante, quali rappresentanti del partito con più seggi e che esprime la Presidente del Consiglio e che, dunque, ha più possibilità di ottenere l'approvazione di determinate norme. Si è espresso per primo Costanzo Della Porta, sindaco di San Giacomo degli Schiavoni (comune di poco sopra i mille abitanti della provincia di Campobasso), confermando le difficoltà di trovare potenziali candidati, negando che la fidelizzazione tra votanti e sindaco sia un aspetto patologico (dimostrerebbe invece "che la gestione amministrativa è stata efficiente, altrimenti il primo cittadino non sarebbe rieletto") e dimostrando apertura all'abolizione del limite ai mandati consecutivi per tutti i comuni "inferiori"; ha però confermato che il problema della resistenza alla candidatura non esiste "per i centri più grandi".
Ha accolto queste riflessioni anche il presidente della I commissione, Alberto Balboni, pur con qualche riserva in più sull'ampliamento del "mandato libero": il senatore di Fdi ha fatto intendere che avrebbe preferito che il limite ai mandati consecutivi fosse limitato ai comuni fino a 3mila abitanti, ma ha ritenuto che la soluzione individuata dal decreto sia "equilibrata", mentre "l'ampliamento del numero dei mandati per i Comuni di medie dimensioni potrebbe dare adito a qualche dubbio" e sarebbe inopportuno allentare il limite per i comuni superiori.
Da ultimo si è registrato l'intervento della sottosegretaria Wanda Ferro, che ha confermato - dati del Viminale alla mano - la difficoltà di trovare potenziali sindaci nei comuni più piccoli, facendo cenno anche ad alcune malepratiche non così rare (come il tentativo "di aggirare la norma facendo candidare una persona di fiducia del sindaco uscente, per consentirgli di continuare a governare indirettamente", ma si potrebbe anche citare il ricorso consapevole al commissariamento per mancanza di candidati, cosa che consente l'anno dopo all'ultimo sindaco di ripresentarsi); la stessa sottosegretaria di Fdi, peraltro, ha segnalato come la possibilità del terzo mandato nei comuni medi sia stata "concordata con l'ANCI, che aveva più volte sollecitato un intervento per risolvere le difficoltà che si presentano soprattutto nei casi in cui c'è una sola lista" (sollecitazioni che, com'è noto, si sono tradotte nelle misure una tantum di abbassamento del quorum dei votanti) e ha sottolineato che eventuali "logiche di fidelizzazione basate sul mero principio del do ut des" non metterebbero in ombra il concetto di democrazia da tradurre come "possibilità per l'elettore di compiere una scelta libera e consapevole, premiando il bravo amministratore".
L'unico intervento del Pd è stato del senatore Dario Parrini, a proposito dell'applicazione del limite dei mandati alle città capoluogo di provincia che siano però comuni inferiori (come Urbino): secondo Balboni dovrebbe prevalere "lo status dell'ente", prevedendo dunque la permanenza del limite dei due mandati.
Il dibattito è stato riaggiornato a martedì 13 febbraio, ma in quella sede il presidente Balboni si è limitato a dare conto della presentazione di 41 emendamenti, rinviando l'esame dei testi (si parla ormai della prossima settimana): al momento, dunque, tutto è fermo. 
 

Gli emendamenti presentati

Esaurito il resoconto del dibattito, occorre parlare ora degli emendamenti presentati (il limite è scaduto a mezzogiorno di lunedì 12 febbraio), che riguardano vari aspetti del decreto, anche (solo) apparentemente marginali. Il M5S, per esempio, chiede che sia aumentato il compenso ai componenti degli uffici elettorali di sezione (presidente, scrutatori e segretario) in misura maggiore di quanto già fatto dal decreto-legge; i tre partiti maggiori del centrodestra, invece, hanno chiesto di spostare al 29 settembre 2024 il termine per svolgere le elezioni provinciali (prorogando il mandato degli organi in carica).
C'è poi una serie di emendamenti presentati dal MoVimento 5 Stelle (attraverso Alessandra Maiorino e Roberto Cataldi), volti ad agire in vario modo sulla "macchina elettorale". Una delle proposte, per esempio, prevede il ritorno stabile a due "finestre" elettorali l'anno, con il voto tra il 15 aprile e il 15 giugno (o fino alla data delle elezioni europee, se in futuro fosse fissata più avanti) se il mandato degli organi scade nel primo semestre (o se la causa di scioglimento del consiglio diversa dalla fine mandato si sia verificata tra il 20 agosto dell'anno precedente e prima del 24 febbraio), oppure tra il 15 ottobre e il 15 dicembre ove gli organi scadano nel secondo semestre (o qualora la causa estintiva si sia verificata tra il 24 febbraio e il 19 agosto); lo stesso emendamento disciplina meglio e in modo stabile l'accorpamento di consultazioni elettorali (election day), abbinando automaticamente la data del voto amministrativo a quella delle elezioni europee, politiche o dei referendum che debbano eventualmente tenersi (la regola dell'accorpamento vale anche, in subordine, in caso di elezioni regionali, prendendo come riferimento - qualora le Regioni votino in giorni diversi - la "data in cui è convocato il maggior numero di elettori per le elezioni regionali"; altre parti dell'emendamento agiscono sulla "legge cornice" in materia di elezioni regionali - la legge n. 165/2004 - per agevolare l'accorpamento delle consultazioni ampliando la "forchetta" temporale per lo svolgimento delle elezioni regionali e chiedendo al Viminale di verificare "tempestivamente con le regioni interessate [...] la possibilità di coordinare la data per lo svolgimento delle elezioni regionali con la data delle altre consultazioni elettorali nel medesimo semestre al fine di permetterne lo svolgimento contestuale"); la possibilità di election day sarebbe facilitata anche norme ad hoc per i referendum (inclusa l'inedita previsione di due turni anche per quelle consultazioni, a seconda della data di ammissione dei quesiti da parte della Corte costituzionale).
Altri emendamenti a 5 Stelle toccano un tema delicato e annoso: lo svolgimento del voto in luoghi diversi dalle scuole. Da una parte ci si propone di creare il "Fondo per il voto anticipato e presidiato", volto a "introdurre in via sperimentale [...] modalità di espressione del voto che ne consentano l'anticipo e il presidio presso sedi, diverse dagli istituti scolastici, appositamente abilitate o autorizzate per il tramite di un certificato elettorale digitale [...] di una apposita applicazione informatica" realizzata dalla Presidenza del Consiglio in collaborazione con il Viminale; dall'altro lato, si suggerisce una nuova erogazione di contributi a favore dei comuni che individuino entro il 15 aprile 2024 sedi di seggio diverse dalle scuole (purché, anche stavolta, abbiano gli stessi requisiti individuati dalla legge). Il M5S propone anche di vietare le assunzioni di dipendenti "da parte delle aziende speciali, delle istituzioni e delle società a partecipazione pubblica locale o regionale, totale o di controllo" nei 60 giorni che precedono o seguono le elezioni comunali o regionali, "limitatamente ai comuni o alle regioni interessati", di consentire il voto alle persone impegnate "in operazioni di soccorso e di sostegno alle vittime di terremoti o di altre calamità naturali" nel comune in cui operano (al pari delle forze dell'ordine) e di ridurre gli spazi per le affissioni elettorali (le plance/tabelloni da installare appositamente, con una spesa tutt'altro che trascurabile) nei comuni superiori a 10mila abitanti, probabilmente prendendo atto di una tendenza sempre più diffusa a usare meno i manifesti tradizionali.
Altre proposte riguardano il voto dei "fuori sede", tema su cui peraltro si sta discutendo sempre in I commissione (ci sono sei disegni di legge abbinati). Fratelli d'Italia propone una sperimentazione, relativa alle sole elezioni europee del 2024, del voto per coloro che siano "per motivi di studio [...] temporaneamente domiciliati, per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento della predetta consultazione elettorale, in un comune italiano situato in una regione diversa da quella in cui si trova il comune nelle cui liste elettorali sono iscritti": si prevede la possibilità di votare in quello stesso comune di domicilio temporaneo se fa parte della stessa circoscrizione elettorale per le europee, oppure nel capoluogo della regione di temporaneo domicilio, in sezioni elettorali speciali in cui le persone possono votare - negli stessi giorni previsti per il voto "normale" - con le schede delle loro circoscrizioni (stampate in loco, ognuna con un'urna dedicata). Per accedere a questa possibilità occorre presentare apposita domanda al proprio comune di iscrizione nelle liste elettorali almeno trentacinque giorni prima della data del voto. Il MoVimento 5 Stelle, invece, prevede in modo più ampio che per i referendum (abrogativi e costituzionali) e per le elezioni europee tutti coloro che "per motivi di lavoro, studio o cure mediche, si trov[i]no in un comune di una regione diversa da quella del comune nelle cui liste elettorali risultano iscritti" possano dichiarare al loro comune di residenza - fino a 30 giorni prima del voto - di voler votare nel comune di lavoro/studio/cura; a differenza della proposta di Fdi, tuttavia, non è regolato in dettaglio il meccanismo del voto (dunque, con riguardo alle europee, non si dice cosa accada se la regione diversa da quella di residenza appartenga anche a una circoscrizione diversa).
Con riferimento alle province (e non solo per il momento elettorale, a quanto pare), Forza Italia chiede che a queste si applichi - oltre che la c.d. "legge Delrio" - anche il testo unico degli enti locali (Tuel), per quanto compatibile. Un diverso emendamento (della Lega, presentato da Daisy Pirovano e Paolo Tosato) farebbe venire meno l'incompatibilità tra le cariche di consigliere provinciale e assessore della rispettiva giunta, incompatibilità che rimarrebbe per i comuni superiori; i forzisti Claudio Lotito e Dario Damiani, invece, chiedono che si precisi la previsione delle ineleggibilità specificando che quella relativa a dipendenti di comune, provincia e regione per i rispettivi consigli valga solo per coloro "che svolgano, al momento della candidatura al rispettivo consiglio, funzioni e attività amministrative". 
Un emendamento presentato dal senatore Ernesto Rapani (Fdi) punta invece a rivoluzionare profondamente il sistema elettorale dei comuni superiori, eliminando la possibilità del "voto disgiunto" o del voto al solo candidato sindaco. Ulteriori proposte di modifica presentate da Azione (con Gelmini) e Fratelli d'Italia (con Marco Silvestroni) si occupano della rendicontazione delle spese di propaganda elettorale alle elezioni amministrative. Fdi chiede inoltre che i soggetti autenticatori individuati dall'art. 14 della legge n. 53/1990 possano autenticare anche le sottoscrizioni per i referendum previsti dal Tuel (quindi i referendum in ambito locale).
Meno chiaro, almeno a prima vista, è il significato dell'emendamento forzista (che porta le firme di Occhiuto, Maurizio Gasparri e Daniela Ternullo), in base al quale, con riguardo alle consultazioni elettorali e referendarie previste per il 2024 e non ancora indette, "non si applicano le disposizioni in materia di tessera elettorale" dettate dal d.P.R. n. 299/2000: si vuole forse tornare ai certificati elettorali, sostituiti con la tessera elettorale da bollare proprio dal decreto presidenziale appena citato?
Lega e Forza Italia (con due emendamenti quasi identici) hanno poi chiesto che le risorse stanziate a favore dei comuni per l'incremento delle indennità di sindaci, assessori e presidenti dei consigli comunali saranno assegnate a favore di quegli stessi comuni (anche qualora in passato gli amministratori abbiano rinunciato in tutto o in parte alle indennità) fino alla fine del 2025 (e non più del 2023). La Lega ha dedicato attenzione anche alle circoscrizioni di decentramento comunale, da una parte proponendo di renderne più facile la costituzione (rendendole già possibili in comuni con almeno 80mila abitanti, non più 100mila e abrogando i limiti introdotti nel 2009), dall'altra consentendo di applicare alle circoscrizioni dei comuni con oltre 300mila abitanti "le vigenti disposizioni in materia di aspettative, permessi ed indennità, applicabili ai comuni aventi uguale popolazione".
Sempre Lega e Forza Italia, in più, hanno presentato due emendamenti volti - a quanto pare - a limitare il più possibile le responsabilità dei sindaci e presidenti provinciali, quali organi politici, "nel rispetto del principio di separazione tra funzioni di indirizzo politico - amministrativo e gestione amministrativa": si preciserebbe che quelle figure sono "gli organi responsabili politicamente dell'amministrazione del comune e della provincia" (il corsivo indica la parola aggiunta) e si aggiungerebbe che "esercitano le funzioni di indirizzo politico-amministrativo loro attribuite, definendo gli obiettivi ed i programmi da attuare ed adottando gli altri atti rientranti nello svolgimento di tali funzioni, e verificano la rispondenza dei risultati dell'attività amministrativa e della gestione agli indirizzi impartiti", mentre sindaci e presidenti provinciali non sovrintederebbero più "al funzionamento dei servizi e degli uffici e all'esecuzione degli atti", così come non si sarebbe più responsabilità dell'esercizio o del mancato esercizio di poteri di ordinanza contingibile e urgente in caso di emergenza sanitaria, igiene pubblica, incuria del territorio o minacce all'incolumità pubblica e sicurezza urbana (mentre la responsabilità "dell'attività amministrativa, della gestione e dei relativi risultati" sarebbe solo dei dirigenti, che avrebbero "autonomi poteri di spesa, di organizzazione delle risorse umane, strumentali e di controllo").

In particolare, sul limite ai mandati

Come era prevedibile, non pochi emendamenti si concentrano sul tema del limite ai mandati consecutivi. Dei sindaci, come ha già fatto il decreto, ma anche ai presidenti delle giunte regionali: la Lega, infatti, ha presentato una proposta volta a intervenire sulla "legge cornice" che fissa i principi in materia di elezioni regionali per le regioni a statuto ordinario il limite di tre mandati consecutivi per i presidenti. L'emendamento, di Tosato, Mara Bizzotto ed Erika Stefani, precisa che l'innalzamento del limite opererà per le prime elezioni successive alle leggi regionali di attuazione del nuovo principio: insomma, per Liguria, Veneto, Campania, Puglia e - in teoria - Emilia-Romagna (regioni in cui si pone a breve la questione del terzo mandato) ci sarebbe tempo qualche mese per approvare la legge regionale. 
Tornando ai mandati dei sindaci, ci sono varie proposte in campo. Se il M5S propone semplicemente, come anticipato, di riportare il limite alla situazione pre-decreto (tre mandati per i comuni fino a 5mila abitanti, due mandati per tutti gli altri), il senatore Meinhard Durnwalder (Svp) presenta parecchie alternative: eliminare ogni limite ai mandati; estendere il limite del terzo mandato a tutti i comuni superiori a 5mila abitanti e alle province, con possibilità di un quarto mandato se una consiliatura è durata meno della metà e non è finita per dimissioni, conservando l'assenza di limite per i comuni più piccoli (la Lega, con Bizzotto e Tosato, ha proposto un'idea simile, priva della possibilità del quarto mandato in caso di consiliatura piucchedimezzata); estensione della possibilità del terzo mandato consecutivo ai comuni fino a 30mila abitanti; riserva di competenza in materia di enti locali per le regioni a statuto speciale (che evidentemente potrebbero regolare a loro modo anche la questione dei mandati).
Forza Italia, per parte sua, ha presentato due emendamenti: uno, a firma di Mario Occhiuto, estende l'innalzamento del limite al terzo mandato anche ai comuni "sorti a seguito di fusione anche per incorporazione nell'ultimo mandato amministrativo" (evidentemente potendo risultare un comune superiore a 15mila abitanti); l'altro, presentato da Francesco Silvestro, modifica il Tuel consentendo il terzo mandato consecutivo anche se si dimette volontariamente entro un anno dall'elezione un sindaco che debba convivere con una situazione in cui le liste collegate a uno dei suoi sfidanti "abbiano superato il 50 per cento dei voti validi" (il che porta, verosimilmente, a una situazione di "anatra zoppa", che nega la maggioranza al sindaco). Entrambi gli emendamenti, in ogni caso, si occupano di ipotesi marginali e non sono favorevoli - così come dichiarato da Forza Italia, anche attraverso il suo segretario Antonio Tajani - a un'estensione della possibilità del "terzo mandato" ai sindaci dei comuni superiori o ai presidenti delle Regioni ordinarie.

In particolare, l'emendamento "strozza esenzioni" alle europee

L'emendamento più interessante, per chi frequenta questo sito, riguarda certamente le esenzioni dalla raccolta firme per chi aspiri a presentare una lista alle elezioni europee: su questo sito si era ipotizzato fin dall'inizio che in Parlamento si potesse trattare questo tema. Una proposta di modifica presentata da Fratelli d'Italia (sottoscritta da Marco Lisei, Costanzo Della Porta, Andrea De Priamo e Domenica Spinelli), lasciando intatto il numero di sottoscrizioni da raccogliere, sembra ridurre drasticamente i soggetti esonerati dalla raccolta firme. Il testo dell'emendamento - mostrato per primo questa mattina da PublicPolicy - infatti recita così: 
Nessuna sottoscrizione è richiesta per i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare nella legislatura in corso al momento della convocazione dei comizi anche in una sola delle due Camere o che nell'ultima elezione abbiano presentato candidature con proprio contrassegno e abbiano ottenuto almeno un seggio in ragione proporzionale in una delle due Camere. Nessuna sottoscrizione è richiesta altresì per i partiti o gruppi politici che nell'ultima elezione abbiano presentato candidature con proprio contrassegno ed abbiano ottenuto almeno un seggio in una delle circoscrizioni italiane al Parlamento europeo, e che siano affiliati a un partito politico europeo costituito in gruppo parlamentare al Parlamento Europeo nella legislatura in corso al momento della convocazione dei comizi elettorali. L'affiliazione è certificata a mezzo di dichiarazione sottoscritta dal Presidente del gruppo Parlamentare europeo autenticata da un notaio o da un'autorità diplomatica o consolare italiana. Nessuna sottoscrizione è richiesta, altresì, nel caso in cui la lista sia contraddistinta da un contrassegno composito, nel quale sia contenuto quello di un partito o gruppo politico esente da tale onere.
Salvo errore, ciò significa che non è più sufficiente l'aver eletto almeno un parlamentare alle ultime elezioni politiche o almeno un eurodeputato, ma soprattutto viene completamente disinnescato il meccanismo dell'esenzione attraverso i partiti politici europei per chi non ha avuto eletti. Infatti, sul versante interno, per non dover raccogliere le firme bisogna avere almeno un gruppo parlamentare (è la condizione di Fdi, Lega, Fi, Pd, M5S, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia viva, Azione, Noi Moderati, che però inizialmente era una lista comprendente più forze politiche e non il partito evoluzione di Noi con l'Italia; non è chiaro se possano fregiarsi di questa strada i partiti presenti nella denominazione di un gruppo parlamentare, quando questo sia composto, con riferimento a Coraggio Italia, Udc, Italia al centro, Svp) oppure avere ottenuto un seggio "in ragione proporzionale": questo dà spazio al Maie, ma non alle forze politiche che hanno eletto parlamentari nei collegi uninominali restando sotto la soglia di sbarramento (+Europa, Centro democratico, Sud chiama Nord). 
Se si passa invece al versante europeo, è esentato solo chi ha partecipato alle ultime elezioni europee in Italia "con proprio contrassegno" (questo avrebbe di nuovo messo in dubbio un autonomo titolo esonerante per Azione - Siamo Europei, come alle politiche del 2022, ma si è visto che il partito di Calenda ha mantenuto il gruppo alla Camera anche dopo l'uscita di Iv che ha formato un gruppo, in deroga rispetto al requisito numerico minimo al pari di quello di Azione) e ha eletto un europarlamentare in Italia, dovendo per di più sussistere un'affiliazione a un partito politico europeo dotato di gruppo parlamentare (certificata dal presidente del gruppo parlamentare). Il che significa, in soldoni, che in questa legislatura le forze politiche esenti "per via europea" sono solo alcune di quelle che sono già esenti grazie alla rappresentanza parlamentare italiana (Fdi, Lega, Pd, Fi e, volendo, Azione - ex Siamo europei: il M5S non aderisce a partiti o gruppi): la semplice affiliazione a un partito politico europeo o equivalente, secondo la strada aperta dall'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo nel 2014, non permetterebbe più di correre senza firme se non si sono eletti europarlamentari in Italia (la congiunzione "e", anche se preceduta dalla virgola, non sembra lasciare dubbi). 
E se Europa Verde non ha bisogno di quell'esenzione grazie ai parlamentari eletti da Avs, rischia seriamente di chiudersi ogni spazio di esonero dalla raccolta firme per partiti affiliati a partiti europei che potrebbero essere interessati a liste autonome - magari per esentare (anche) altre forze - ma non hanno eletto eurodeputati in Italia (e non hanno nemmeno gruppi parlamentari): è il caso di Alternativa popolare e Popolari per l'Italia (Ppe), Psi (Pse - S&D), +Europa, Radicali italiani, Team K e LibDem (Alde - Renew Europe), L'Italia c'è e Tempi nuovi - Popolari Uniti (Pde - Renew Europe), Rifondazione comunista (Partito della sinistra europea), Alliance Valdôtaine, Comitato Libertà Toscana, Patto per l’Autonomia, Siciliani Liberi, Süd-Tiroler Freiheit e Union Valdôtaine (Efa), ma vale anche per Destre unite / Nuova Italia unita (Aemn - senza proprio gruppo) e per Forza Nuova (AFP - senza proprio gruppo). E nella stessa situazione sarebbero i partiti affiliati a soggetti politici transeuropei non presenti nel registro europeo dei partiti, come il Partito pirata (che non ha un proprio gruppo e comunque non ha eletti in Italia) o Volt o ancora l'Iniziativa dei partiti comunisti e operai d'Europa, cui si appoggiò il Partito comunista di Marco Rizzo nel 2019 anche grazie al collegamento con la Kke; ancor meno possibilità avrebbero coloro che nel 2019 hanno contato sul collegamento esplicito con un partito politico di un paese europeo che aveva eletto all'estero europarlamentari (come riuscì a fare nel 2019 il Partito animalista).
Certamente per qualcuno si può essere di fronte a un riordino di una disciplina che nelle ultime due elezioni europee aveva conosciuto prima una falla e poi uno squarcio, rendendo meno aleatorio l'accesso all'esenzione. In questo modo, però, l'istituto dell'esenzione verrebbe di fatto strozzato, nel senso di molto ridotto in modo repentino, a fronte - come si diceva - del mantenimento del requisito delle 30mila firme per ogni circoscrizione (di cui almeno 3mila in ogni regione), un traguardo davvero difficile da raggiungere. Ridurre così tanto le ipotesi di esenzione - è bene precisarlo - non è di per sé illegittimo: le esenzioni rimaste dovrebbero essere sufficiente segno di "serietà" delle candidature e la lettura "estensiva" data dall'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo nel 2014 era basata sulle disposizioni in vigore, ma il legislatore resta libero di introdurne di nuove, più restrittive; certo è che un numero così alto di firme e non semplici da raccogliere nel modo richiesto può facilmente tradursi in uno sbarramento all'ingresso difficilmente superabile (è vero che nel corso del tempo i requisiti non sono cambiati mentre sono aumentati gli elettori - potenziali sottoscrittori - così come i soggetti autenticatori, ma il traguardo resta davvero molto dispendioso). Aggravare così tanto le eccezioni allo sbarramento, per giunta a tre mesi dal deposito delle candidature (per cui qualche lista che oggi sarebbe certamente esonerata dalla raccolta firme tra pochi giorni potrebbe dover raccogliere almeno 150mila sottoscrizioni: dei 180 giorni prima della fine del periodo per il deposito delle candidature concessi dalla legge per autenticare le firme, tra l'altro, ne restano solo 76), significa di fatto aggravare di molto lo sbarramento all'ingresso, ponendo anche qualche problema di legittimità costituzionale delle norme.
Le schede delle elezioni europee, insomma, si preparano a essere molto più vuote, a meno che in aula qualcosa cambi o spunti un'interpretazione molto diversa del testo, che però sul piano letterale sembra difficile da configurare. Il tutto mentre Michaela Biancofiore (Coraggio Italia) ha presentato un emendamento per introdurre, come principio in materia elettorale regionale, l'esonero dalla raccolta firme per le liste "che, al momento della indizione delle elezioni regionali, sono espressione di forze politiche o movimenti corrispondenti a gruppi parlamentari presenti in almeno uno dei due rami del Parlamento nazionale, sulla base di attestazione resa dal segretario o Presidente del partito rappresentato nel Parlamento": quasi tutte le Regioni, peraltro, prevedono già questa norma e, anzi, contemplano ipotesi molto più ampie di esenzione (basate sulla presenza qualificata in consiglio regionale o sulla semplice presenza in Parlamento).
E visto che si parla di firme, ci si sarebbe sinceramente attesi molto più facilmente un emendamento che recepisse il testo del "ddl Pirovano - ex Augussori", che oltre a stabilizzare il quorum di validità del 40% del corpo elettorale (scomputati gli iscritti ada ire non votanti) reintrodurrebbe un minimo di firme da raccogliere nei comuni #sottoimille. Il testo è già stato approvato dal Senato e in più Daisy Pirovano, sua proponente (e sostenitrice nella scorsa legislatura) è in I commissione e ha presentato altre proposte di modifica. Garantire maggiore genuinità alle liste nei piccoli comuni (evitando iniziative extra muros di serietà non sempre provata), probabilmente, sarebbe più urgente rispetto a preparare il terreno per il terzo mandato ai presidenti di Regione.

Marchi e contrassegni elettorali: due mondi distinti

Da ultimo, vale la pena dedicare un po' di attenzione a un emendamento presentato da Fratelli d'Italia (firmatari ancora Lisei, Della Porta, De Priamo e Spinelli), in materia di marchi d'impresa relativi a simboli usati in campo politico: la proposta di modifica si propone di ritoccare il codice della proprietà industriale in due punti rilevanti. 
Da un lato, l'emendamento interviene sull'art. 8 (relativo alla registrazione come marchi di ritratti, nomi e segni notori), precisando che "La registrazione come marchio di impresa di simboli o emblemi usati in campo politico o di marchi comunque contenenti parole, figure o segni con significazione politica non rileva ai fini della disciplina elettorale e, in particolare, delle norme in materia di deposito di contrassegni, liste dei candidati e propaganda elettorale": con questo sembra che si vogliano evitare tanto il sorgere di diritti o prelazioni legati al deposito e alla registrazione come marchio di emblemi politici, quanto la confusione di discipline (per cui chi avesse depositato un simbolo come marchio potrebbe pretendere di impiegarlo come tale e secondo le norme dei segni distintivi, anche quando determinati usi fossero vietati e sanzionati dalle regole sulla propaganda elettorale).
Dall'altro lato, si eliminerebbe dall'art. 10 (rubricato "Stemmi") l'obbligo per l'Ufficio italiano brevetti e marchi di chiedere un parere alle amministrazioni interessate circa la registrazione come marchio di segni distintivi contenenti parole, figure o segni "con significazione politica": in passato, infatti, la formulazione della norma comportava che l'Uibm si rivolgesse al Ministero dell'interno che di norma dava parere negativo sulla registrazione (arrivando, come si è ricordato più volte, a opporsi alla registrazione come marchio di segni politici di forma rotonda, tipica delle schede elettorali). In questo modo, contrassegni elettorali e marchi dovrebbero definitivamente diventare due mondi separati: si facilita la registrazione (magari a fini di sfruttamento commerciale per la produzione di gadget), ma si precisa che nulla ha a che vedere con gli impieghi a fini elettorali.

martedì 13 febbraio 2024

Ugo Intini, una storia di garofani (e non solo)

Sembra facile, a prima vista, ricostruire il percorso politico di Ugo Intini, scomparso ieri a 82 anni: è sufficiente, infatti, accostare al suo nome l'aggettivo "socialista", con la certezza di non commettere alcun errore, vista la militanza pluridecennale e le tante parole scritte - in forma di libro, di prefazione, di articoli - nel corso degli anni. Chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica, tuttavia, non può accontentarsi di una semplice etichetta, per quanto nobile: la storia politico-partitica di Intini, infatti, risulta caratterizzata da vari simboli, alcuni dei quali promossi proprio dallo storico esponente socialista. Già solo per questa ragione, dunque, il percorso di Intini merita di essere ospitato su queste pagine; per chi scrive ce n'è almeno un'altra, ma la si farà emergere più avanti, a tempo debito, dopo aver fatto partire il racconto politico-simbolico dal suo vero inizio.
Quanto la firma di Ugo Intini fece le sue prime comparse sull'Avanti! (quotidiano che avrebbe diretto dal 1981 al 1987 - essendone direttore responsabile già dal 1978, sotto la direzione politica del segretario Bettino Craxi - e alla cui storia avrebbe dedicato un libro consistente nel 2012), il Partito socialista italiano si distingueva ancora - senza che questo fosse vissuto come problematico da gran parte degli iscritti e militanti - con la falce e il martello, abbinati al sole nascente e al libro: quegli elementi erano presenti e ben visibili sia nella versione degli anni '50 e '60 - adottata fino all'inizio del breve percorso comune con il Psdi, che portò prima ad accostare e poi, per qualche manciata di mesi, a fondere i due simboli - sia in quella in uso tra il 1970 e il 1979, frutto dell'elaborazione grafico-concettuale di Sergio Ruffolo. 
Certamente quell'emblema in due sembianze, con gli "arnesi" in primo piano, può essere ricondotto alla storia di Intini (è stato, come si poteva intuire, il simbolo anche del suo primo periodo da direttore responsabile dell'Avanti!), ma senza alcun dubbio non è quello che viene più facile ricollegare a lui, tra quelli che hanno caratterizzato il socialismo nella storia della Repubblica italiana. Le prime tre legislature da deputato di Ugo Intini (1983-1994), infatti, sono state tutte distinte dal simbolo voluto per il Psi dal segretario Bettino Craxi, cioè il garofano. 
Anzi, i garofani: nel 1983, infatti, la candidatura da capolista nella circoscrizione Genova-Imperia-La Spezia-Savona (rappresentativa, dunque, dell'intera Liguria, che elesse Ugo Intini con 28808 preferenze, quasi il doppio del secondo candidato più votato, Mauro Sanguineti) avvenne con il contrassegno presentato nel 1979, concepito ed elaborato da Ettore Vitale, con il fiore al centro e le miniature di falce, martello, libro e sole nella parte inferiore. Quelle immagini, tuttavia, erano comunque più visibili rispetto alla versione che aveva caratterizzato il 41° congresso dell'anno precedente: un tentativo di mitigare una trasformazione dell'immagine del partito che era stata innestata dal segretario, ma non aveva incontrato il pieno favore della base del partito. 
Alla candidatura successiva, nella stessa circoscrizione, il garofano era cambiato: nel frattempo, infatti, Craxi aveva scelto di adottare la nuova versione del garofano, realizzata (già tra la fine del 1983 e l'inizio del 1984) da Filippo Panseca, senza più alcuna traccia di falce e martello nel simbolo. Probabilmente è questo l'emblema che più si ricorda nella carriera politica di Intini (nel frattempo passato dalla direzione dell'Avanti! al ruolo di portavoce e responsabile propaganta del Psi), proprio come in quella di Craxi: in fondo il leader socialista, dopo che Vitale aveva dato per primo corpo alla sua idea del garofano, aveva sentito il bisogno di ripensarlo graficamente - grazie a Panseca - rendendolo protagonista assoluto della propaganda e della comunicazione del partito. 
Lo stesso fiore tornò sulla scheda elettorale del 1992, quando Intini fu confermato sempre in Liguria con 30758 preferenze; era in compenso cambiata la scritta, visto che Craxi già nel 1990 aveva scelto di sostituire la dicitura "Partito socialista" con "Unità socialista", come a dire che - dopo la caduta del muro di Berlino - la casa naturale degli ex comunisti doveva essere il Psi. Quella scelta, però, secondo Intini fu "una forzatura poco realistica": "sapevo bene anche sulla base del caso Togliatti, come i comunisti fossero distantissimi da una revisione vera", disse, intervistato nel 2011 da Livio Karrer, Alessandro Marucci e Luigi Scoppola Iacopini (l'intervista è confluita nel volume Il crollo).
Nel 1994 il Psi, finito nel ciclone di "Mani pulite" e non più guidato da Craxi, crollò poco sopra il 2% (con una rosa al posto del garofano), ma Intini aveva già preso un'altra strada: con Franco Piro, Margherita Boniver, il socialdemocratico Enrico Ferri e varie altre figure il 28 gennaio aveva promosso la Federazione dei socialisti, contestando le scelte che il giorno dopo si sarebbero prese all'Eur agli Stati Generali per la Costituente Socialista. "Noi abbiamo un'enorme responsabilità sulle nostre spalle - disse in quell'occasione - siamo un grande partito che ha un secolo di storia, non ci scioglieremo in modo ignominioso e non consentiremo che una minoranza del partito cacci la maggioranza del partito", ciò anche a contestazione della legittimità dei deliberati dell'assemblea del 16 dicembre 1993 all'hotel Ergife, con i quali si scelse tra l'altro di abbandonare il garofano (Craxi sostenne la mozione Piro invece di quella di Del Turco).
Il 13 novembre 1994, il Psi tenne il suo ultimo congresso e decise il suo scioglimento, a causa della sua pesantissima situazione debitoria (scegliendo la strada che di fatto aveva già percorso, all'inizio di quell'anno, il Partito liberale italiano). Ma se la maggior parte di quel che restava del Psi volle ripartire daccapo fondando i Socialisti italiani (senza garofano e senza rosa, con la guida di Enrico Boselli) e i contrari allo scioglimento seguirono Fabrizio Cicchitto ed Enrico Manca nella costituzione del Partito socialista riformista (che recuperò il sole nascente, mentre Valdo Spini se n'era già andato qualche mese prima con la sua Federazione laburista), Intini, Boniver e Piro un mese più tardi - il 18 dicembre 1994, all'Augustus di Roma - lanciarono il Movimento Liberal Socialista, che si ricollegava anche idealmente alla tradizione socialista e liberale di Carlo Rosselli (non a caso il quindicinale del gruppo, fondato pochi mesi prima  diretto da Antonio Ghirelli, riprendeva la testata Non mollare!). "Una parte dei nostri amici e compagni di questa tragica diaspora - disse Intini in quell'occasione, come si può ancora ascoltare grazie all'immenso archivio di Radio Radicale - è finita con il PDS e questi amici e compagni hanno sbagliato, perché senza dignità e senza orgoglio hanno abbassato le loro bandiere di fronte a un partito comunista che stava umiliandoci, criminalizzandoci e cancellandoci, senza avere il coraggio di sollevare una questione morale di un Pds che si è finanziato in Italia esattamente come tutti gli altri, sì è finanziato a Mosca e ha usato l'argomento del finanziamento illecito per cancellare gli avversari politici. Un'altra parte di amici e compagni è finita in Forza Italia, ha seguito l'elettorato che però ha votato in stato di necessità per evitare il peggio; eppure l'elettorato sa riconoscere una destra economica che vuole cancellare lo stato sociale e che confonde il liberismo con il liberalismo, sa riconoscere una destra politica che sino a ieri faceva il saluto romano, sa porre dei limiti al trasformismo". "Hanno sbagliato questi nostri amici e compagni - concluse - ma la diaspora va in qualche modo ricomposta". In quella fase ancora un vero simbolo dei liberalsocialisti non c'era, in seguito sarebbe stata elaborata una grafica piuttosto precaria, con le lettere L e S affiancate e quasi fuse tra loro, ma sarebbe durata poco.
Alle elezioni regionali del 1995, infatti, sulle schede sarebbe finito essenzialmente il contrassegno - piuttosto anonimo, in effetti - della lista Socialisti e laici - La sinistra delle libertà (spesso abbinato a quello della lista Pannella): lì trovarono temporaneamente casa i liberalsocialisti di Boniver e Intini, i socialisti riformisti di Manca e Cicchitto, la Sinistra liberale di Maurizio Sacconi e Donato Robilotta e alcuni socialdemocratici. Quel fregio essenzialmente testuale - l - non sarebbe più apparso sulle schede, anche perché a fine anno era già pronto un altro progetto: la rifondazione del Partito socialista.
Sì, perché il 1° dicembre del 1995 - di nuovo all'Ergife a Roma - si riunì per la prima volta in regione (ma il cammino era iniziato in Liguria) il Partito socialista, che univa le esperienze del Movimento liberal socialista - con Intini e Boniver tra i principali promotori - e del Partito socialista riformista: c'era infatti anche il logo del Psr (in versione schiacciata) all'interno del simbolo che ricordava molto quello del Psi originario ed era stato depositato come marchio a metà ottobre di quell'anno da Luca Josi, ultimo segretario del Movimento giovanile socialista. Doppia corona rossa con dicitura bianca "Partito socialista" e, al centro, un mazzo di garofani (con corolla pansechiana) tenuto stretto da un nastrino rosso: voleva ripartire da lì un "Partito socialista" fuori dai poli - da quello berlusconiano che aveva deluso vari socialisti e da quello di centrosinistra con il Pds, additato come assassino del Psi.
Il gruppo non aveva però fatto i conti con il giudizio del Viminale prima delle elezioni politiche del 1996: per il ministero dell'interno, infatti, il simbolo si poteva confondere con quello del Psi "storico". Intini parlò di rifiuto "ingiusto sul piano politico e morale", si disse convinto che il partito di Boselli (Si) avesse caldeggiato quella ricusazione senza aver "voluto alzare la bandiera della continuità e della dignità socialista", ma dovette ritoccare il contrassegno: aprì il mazzo dei garofani per non farlo sembrare un unico fiore, rinunciò alla doppia corona rossa e anche a parte del nome, cancellando la parola "Partito", "come ai tempi della censura; al suo posto, a prova della violenza subita, sono stati inseriti tanti asterischi quante sono le lettere cancellate''. Il partito raccolse con fatica le firme a livello nazionale, ma riuscì a essere presente con più profitto in alcune elezioni regionali (Sicilia) e locali.
Il partito fu ufficialmente fondato in quel 1996, ma mostrò presto due anime, tra chi era più legato alla memoria di Craxi e chi puntava a cercare nuove convergenze con altre formazioni socialiste. Intini perseguì questa seconda via, promuovendo nel 1997 liste comune con il Si di Boselli, creando le liste Socialisti uniti e Socialisti italiani uniti, unendo una rosa a stencil (a volte usata come unico fregio elettorale) al ripescato garofano di Vitale realizzato nel 1978 e stavolta dotato di gambo più lungo; il segmento verde di base era quello dei socialisti boselliani. Il risultato non fu esaltante, ma per qualcuno fu pur sempre un primo tentativo di rimettere insieme pezzi di un mondo che, tra il 1993 e il 1994, era letteralmente esploso, anticipando quello che poco più avanti sarebbe accaduto soprattutto tra coloro che avevano militato nella Democrazia cristiana.
Difficile, però, tenere insieme anime che hanno idee diverse su come procedere e sui compagni di viaggio e che, per giunta, traducono queste divergenze in diverse posizioni in tema di diritto dei partiti. Nella seconda metà del 1997, infatti, quel Ps passò nelle mani di Gianni De Michelis, contrario a uno sguardo a sinistra che prevedesse qualche forma di dialogo con il Si alleato del Pds; Intini contestò questa posizione politicamente ("una piccola scissione") e giuridicamente (contestando la riunione della direzione che lo aveva sostituito, ritenendo di averla sconvocata, e diffidando De Michelis dall'uso del simbolo con il mazzo di garofani), ma decise di continuare diversamente il suo percorso politico a fianco di Boselli. 
Nel 1998, così, mentre De Michelis continuò a ritenersi segretario del Ps (cambiando leggermente simbolo), Intini concorse alla formazione dei Socialisti democratici italiani - con evento fondativo a Fiuggi il 10 maggio - con il Si di Boselli e il Psdi di Gianfranco Schietroma. Sotto alla rosa del socialismo europeo (inserita tra una corona rossa simile a quella del vecchio Psi e il segmento verde del Si), nei primi mesi di vita del partito si poteva vedere un cerchio in cui trovavano spazio in miniatura il sole nascente dal mare dei socialdemocratici e un garofano pansechiano - ma tutto rosso - apportato da Intini. Da quel momento in avanti, il percorso dell'ex portavoce del Psi craxiano sarebbe stato sostanzialmente lineare, seguendo per intero il percorso compiuto da quella parte di socialisti che aveva scelto di stare nel centrosinistra e venendo eletto alla Camera nel 2001 proprio con lo Sdi.
Verso la fine del 2005, il partito di Boselli e Intini scelse di dare vita, insieme alla Lista Pannella, a un soggetto politico-elettorale comune in vista del voto politico del 2006: la lista Laici socialisti liberali radicali decise di distinguersi con il simbolo della Rosa nel pugno, concesso dal Partito radicale ma all'estero tradizionalmente legato a partiti socialisti. Con quell'emblema Ugo Intini fu candidato al Senato ("la Rosa nel pugno rappresenta un positiva novità, servirà a riequilibrare il centrosinistra, troppo arrendevole nei confronti delle posizioni estreme"), ma superò lo sbarramento del 3% solo in regioni (Calabria e Umbria) in cui la percentuale non era sufficiente a eleggere un senatore. La Rnp provò a sostenere che alcuni seggi le sarebbero spettati comunque, ma non riuscì a ottenere ragione dagli organi del Senato. Intini, probabile destinatario di uno dei seggi contesi, ottenne comunque la nomina a viceministro degli esteri.
Nel frattempo, sbriciolatosi nel giro di pochi mesi il progetto della Rosa nel pugno (anche a causa del "simbolo in affitto", oltre che di alcune divergenze tra socialisti e radicali), lo Sdi celebrò il suo V congresso straordinario nell'aprile del 2007, scegliendo di percorrere la strada della costituente socialista. Negli ultimi mesi dell'anno prese avvio il cammino del Partito socialista: riprese quasi per intero il nome del vecchio Psi (grazie a un atto del liquidatore Michele Zoppo), ma mantenne la rosa del Pse. Sotto quelle insegne Intini ritrovo Gianni De Michelis (e Mauro Del Bue), dopo la scissione che si era consumata nel Nuovo Psi nato tra il 2000 e il 2001. Le elezioni del 2008 inchiodarono il partito di Boselli intorno all'1%, ma il percorso continuò.
Il simbolo fu variato leggermente qualche anno dopo, con l'inserimento di un tricolore nella parte inferiore, ma soprattutto con il recupero integrale del nome antico, per cercare di marcare una maggiore continuità con la storia interrotta dalla liquidazione decisa alla fine del 1994; nello stesso segno è andata la rinascita - dopo vicende di alterno segno e tentativi di appropriazione decettiva - dell'Avanti!, resa possibile grazie a un atto del 2011. Pur non venendo più candidato, Ugo Intini è rimasto in quel partito (di cui era diventato segretario Riccardo Nencini), partecipando a vari eventi organizzati da questo e sostenendo chi cercava di conoscerne meglio storia e vicende: anche chi scrive è profondamente grato a Intini, che sempre nel 2011 diede il suo contributo per ricostruire i fatti occorsi tra il 1994 e il 1998 per una ricerca "simbolica" allora agli inizi, consentendo anche di recuperare - grazie al contatto con un compagno di allora, Raffaele Romano, che a quella grafica aveva lavorato - il simbolo originario (e bocciato dal Viminale) del Partito socialista col mazzo di garofani.
E a proposito di garofani, verso la fine del 2019 lo stesso Intini recuperò un garofano, visto che il Psi - nel frattempo passato sotto la guida di Enzo Maraio - aveva scelto di adottare un'immagine stilizzata del fiore, diversa da quelle in uso tra gli anni '70 e '90, ma comunque riconoscibile. Negli ultimi anni, dunque, si è rinsaldato il legame tra Intini e i garofani: non stupisce, così, che una delle tante foto circolate in queste ore, dopo la diffusione della notizia della morte di Ugo Intini, sia quella scattata al congresso di fondazione del Ps nel 1996, in cui lui stringe nel pugno un mazzo di garofani davanti a una composizione fatta con gli stessi fiori. Un segno, il garofano, che connota un'intera esperienza, anche quando è stato temporaneamente messo da parte per altri emblemi. Sia lieve la terra a chi li ha incarnati con dignità.