giovedì 14 febbraio 2013

Falce e martello alle radici della Quercia

Quando Achille Occhetto, il 31 gennaio 1991, apre a Rimini il XX congresso del Partito comunista italiano, militanti e giornalisti lo sanno già con certezza: sarà anche l’ultimo con quel nome. Il leader del partito, del resto, l’aveva già fatto sapere il 9 ottobre dell’anno precedente, nella direzione nazionale più delicata del suo mandato: se gli iscritti avessero seguito lui, il “nome della Cosa” sarebbe stato «Partito democratico della sinistra» e il simbolo sarebbe stato una quercia. Così, per lo meno, il segretario aveva interpretato il disegno cui Bruno Magno, grafico del Pci fin dal 1972, aveva iniziato a lavorare dall’inizio di luglio, quando un giovane Walter Veltroni gli aveva chiesto di produrre l’emblema della “nuova” formazione politica.
«È l’albero, non un albero. Volevo rappresentarne l’idea, l’immagine che viene in mente a tutti» spiega Magno a una giovanissima (e non ancora glam) Concita De Gregorio, mentre nelle settimane precedenti si era favoleggiato di uomini, fiori, colombe. Per Veltroni, il nuovo simbolo deve rappresentare «forza, sviluppo, rinnovamento, crescita e rispetto delle tradizioni»: ai primi quattro punti provvede la quercia, l’ultimo è presidiato dalla falce e dal martello. Già, perché l’emblema tradizionale, con tanto di sigla «P.C.I.» incorporata, sta alla base dell’albero: è rimpicciolito, ma si vede ancora bene e nessuno dei dirigenti sembra volersene liberare del tutto.
Tempo tre giorni e la storia del Pci finisce: il cammino iniziato un anno prima all’indomani della caduta del muro di Berlino, lo sforzo di Occhetto per trasformare il più forte partito comunista dell’Europa occidentale in una formazione di sinistra ma riformatrice, trova in qualche modo un sigillo anche formale. Indolore, però, non lo è affatto. Già, perché alla sola idea di cambiare nome e simbolo, una porzione rilevantissima del partito è colta da malesseri di ogni natura, se non da un autentico orrore. Armando Cossutta, del resto, lo ha dichiarato fin da settembre del 1990, prima ancora che uscissero i nuovi segni distintivi: «Nome e simbolo contano e parecchio – rimarca in un suo intervento a Perugia – cambiarli comporta un rifiuto, una negazione, rompere in maniera definitiva con il comunismo». 
E quindi? «Se il congresso del Pci deciderà di cambiare nome e simbolo per dare forma a un partito non più comunista, sarà inevitabile che nasca un organismo davvero neo-comunista e per questo nuovo, forte, popolare». La parola «scissione» nel discorso del compagno Armando non c’è, ma è come se fosse stampata a caratteri cubitali. Quando poi il nuovo emblema viene svelato, a Cossutta per fare a pezzi la quercia bastano tre parole, più affilate di un’accetta: «Sembra un garofano». Con lui ci sono nomi di tutto rispetto: Lucio Magri, Luciana Castellina, Aldo Tortorella, Alessandro Natta, Pietro Ingrao, perfino il mitico Giancarlo Pajetta. Per loro gli arnesi, la falce e il martello con la stella, devono restare dove sono.
Eppure, si diceva, a Rimini la storia del Pci finisce. Ci si conta, in un rito quasi drammatico – i congressi e i cambi di nome, in quel periodo, sono cose dannatamente serie – e la linea Occhetto conta su 807 voti. Tanti, per carità, compresi alcuni riconquistati ai contrari (a partire da Ingrao) ma è la prima volta che si registrano 75 voti contrari, cui aggiungere 49 astenuti e i 328 che non hanno proprio partecipato al voto. Una mazzata, per chi ha creduto fino a quel momento al partito di Gramsci, Togliatti e Berlinguer.

Il simbolo della mozione
"Rifondazione comunista"
Il fronte del «no», in ogni caso, non perde tempo. Sempre il 3 febbraio, mentre si chiude il congresso del Pci, un gruppo degli scissionisti (formato soprattutto da chi aveva sostenuto la mozione "Rifondazione comunista") va dal notaio e costituisce una nuova associazione, che si dà il nome – guarda caso – di «Partito comunista italiano». Per Cossutta, Sergio Garavini – la scissione, in fondo, l’aveva certificata lui a Rimini – Lucio Libertini e altri, la priorità è soprattutto una: mettere al sicuro nome e simbolo. Dal Pds, certo, ma anche da altre formazioni comuniste. 
Garavini da una parte cerca di far registrare l’emblema come marchio, dall’altra fa un timido passo di disponibilità verso il Pds: «Se il problema formale del nome e del simbolo si porrà solo fra noi e il Pds, non credo che saranno i tribunali a decidere. Sono convinto che finiremo per metterci d’accordo». Forse è una frase convenzionale, forse lo pensa davvero; sta di fatto che, in tribunale, la falce e il martello ci andranno eccome e faranno persino scuola, da lì in avanti, per tanti altri casi di scissione.

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