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venerdì 8 febbraio 2013

Liberal democratici per il rinnovamento (ma nel simbolo no)

Sarà che il primo simbolo, un po' come il primo amore, non si scorda mai. Sta di fatto che a settembre del 2007 Lamberto Dini, quando il Partito democratico stava faticosamente cercando di nascere e lui era tra i membri del comitato nazionale, si accorse che Ds ed ex Popolari stavano monopolizzando il processo costitutivo del partito e le altre anime che provenivano da correnti di pensiero diverse (in particolare i suoi vecchi sodali di Rinnovamento italiano e i Democratici di Arturo Parisi, tutti politicamente confluiti nella Margherita rutelliana nel 2002) rischiavano di uscirne - se ideologicamente o quanto a rappresentanza nelle cariche, non è dato sapere - con le ossa rotte. Quella casa politica ancora da completare, insomma, a Dini stava già stretta e il 1° ottobre di quell'anno se ne costruì una nuova: quella dei Liberaldemocratici, in cui entrarono subito, assieme a lui, i senatori Natale D'Amico e Giuseppe Scalera, il deputato Italo Tanoni e il sottosegretario alla giustizia Daniela Melchiorre.
Quando Dini ha mostrato il simbolo ai giornalisti, loro sono stati colti da un irresistibile senso di deja-vu: l'emblema, infatti, era parente strettissimo di quello usato nel 1996 per Rinnovamento italiano. Stesso fondo blu, forse appena più scuro, stesso filetto bianco per marcare meglio il bordo; d'accordo, all'interno mancavano le 15 stelle e c'era la nuova denominazione in alto (peraltro scritta con lo stesso font del passato), ma al posto di "Lista Dini" c'erano due lettere metallizzate ben evidenti, LD. Iniziali di "Liberal democratici", ovviamente, ma anche di "Lamberto Dini" e persino di "Lista Dini", come se davvero non fosse cambiato molto. Lo testimoniava anche quel fregio tricolore, variato giusto da un tocco di scuro alla sua base: c'è ancora chi discetta sulla sua esatta natura, se si trattasse di una strada, di una piramide, di una fascia o della scia delle Frecce Tricolori; da ultimo, il tocco da maestro di inserire, sotto al fregio, l'espressione "per il rinnovamento", quando invece tutto o quasi rimanda al passato, a un partito politicamente scomparso nel 2002.
Giusto il tempo di votare qualche volta con la maggioranza perennemente in bilico del governo Prodi e Dini  toglie la fiducia al governo, che puntualmente cade. Quando si va a votare, Dini, Tanoni, Melchiorre e Scalera sono in lista, ma con il Pdl: l'emblema nuovo non viene nemmeno presentato al Viminale e i quattro vengono eletti comunque. Dini e Scalera entrano direttamente nel Pdl, a mantenere il marchio pensano la Melchiorre e Tanoni, cambiando più volte la posizione del partito (che ha un po' di visibilità quando si parla di Polo della Nazione assieme a Udc, Fli, Mpa e Api, mentre lo si nota meno nei suoi spostamenti). Nel frattempo, il gruppo fa in tempo a candidarsi alle europee 2009, con il simbolo abbinato a quello del Movimento Associativo Italiani all'Estero e le letterone LD schiacciate per far posto al cognome della Melchiorre (Dini, del resto, se n'era andato da un pezzo): una capatina elettorale da 0,23%.
Il tempo di una nomina-lampo a sottosegretario per la stessa Melchiorre (che sostiene però di non essersi mai insediata) e i Liberal Democratici tornano all'opposizione del governo Berlusconi, rimanendo piuttosto silenti (almeno per il grande pubblico) durante l'esecutivo Monti. All'atto delle elezioni, il contrassegno originale dei LD si materializza sulla bacheca del Ministero: è direttamente Tanoni a portarlo, ma a quell'emblema non seguirà alcuna lista. Semplicemente, una prova di esistenza in vita.

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