domenica 10 febbraio 2013

L'Italia libera (sotto silenzio)

Tale madre, tale figlio. Sarà che, quando guardi un contrassegno, a meno che non sia completamente nuovo (ma in Italia è cosa rara, si preferisce puntare sull'usato sicuro), di solito bastano pochi secondi per capire da quale partito o, per lo meno, da quale area provengono i suoi fondatori, sbagliando al massimo di qualche millimetro. Sta di fatto che, a guardare il simbolo scelto da Italia libera, prima ancora di sapere esattamente chi si celi dietro quella denominazione, ci vuole giusto qualche attimo a immaginare che chi l'ha scelto provenga dalle file del Pdl o, per lo meno, fosse molto vicino a quelle idee. L'arcobalenino tricolore è simile a quello pidiellino (è la versione un po' ingrassata e a specchio), "Italia" era un termine molto caso a Berlusconi (tanto da voler chiamare così la sua ultima versione del suo partito, dopo aver fondato il calcistico "Forza Italia" nel 1994) e il concetto di "libertà" è tuttora in evidenza nel nome del Pdl.
La prima impressione, almeno in questo caso, è perfettamente azzeccata: si tratta dell'emblema con cui ha scelto di distiguersi un gruppo di ex campioni del Pdl (e prima ancora di Forza Italia): per anni si sono battuti strenuamente a fianco di Silvio Berlusconi e delle sue idee politiche in Parlamento e nei talk show poi, quasi di colpo, a novembre del 2012 hanno deciso di farsi una loro casa. Stanchi di un leader e un partito che non erano riusciti, pur stando al governo più di chiunque altro, "a realizzare che una piccola parte di quella rivoluzione liberale proposta agli italiani" e che, invece di prendere atto della crisi in cui erano incappati, "hanno ritenuto di essere vittime di un complotto internazionale ordito ai loro danni, coltivando risentimenti invece di analisi e proposte". Un atteggiamento inaccettabile e incomprensibile, dunque, tanto da far dire ai transfughi: "Il Pdl di oggi non ha più nulla in comune con i partiti in cui abbiamo profuso quasi due decenni del nostro impegno".
Chi è abituale frequentatore delle note politiche non può che essersi stupito, nell'apprendere che a pronunciare quelle parole sono stati parlamentari come Isabella Bertolini, Gaetano Pecorella e Giorgio Stracquadanio, per anni definibili "berlusconiani" prima ancora che forzisti o pidiellini (Pecorella Berlusconi l'ha difeso anche in tribunale, gli altri due si sono accontentati di farlo nei tiggì o a Ballarò). Eppure lo strappo, con tanto di presentazione in sala stampa a Montecitorio (in cui peraltro l'emblema era ancora in versione provvisoria, con un altro font), al di fuori dell'ambiente politico non ha avuto una risonanza enorme: i media non hanno dato a questo nuovo progetto politico lo stesso spazio che hanno avuto soggetti politici dall'inizio meno folgorante (tra gli ultimi il Centro democratico di Tabacci e Donadi o, poco prima, Diritti e libertà dello stesso Donadi). Sarà che ai fuoriusciti dal Pdl, ormai, ci avevano fatto l'abitudine, sarà che altre vicende hanno distratto i cronisti: come che sia, la notizia è passata un po' in sordina.
I nomi di Pecorella, Bertolini e Stracquadanio (come pure quelli di Franco Stradella e Roberto Tortoli, usciti con loro dal Pdl) ovviamente non figurano nelle liste di Alfano e compagnia, ma nemmeno - come sembrava in un primo tempo - in quelle di Monti, essenzialmente per scarsa chiarezza su un'eventuale alleanza con la sinistra (uno scenario che alla Bertolini non piace proprio). L'emblema non è nemmeno stato presentato al Viminale a gennaio, in compenso il 30 novembre Stradella l'aveva già depositato presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi per tutelarlo: il simbolo, dunque, è pronto a essere tirato fuori al momento opportuno. Magari, quando la madre-Pdl si sarà politicamente consunta e sfoderare i quattro colori nazionali avrà un significato in più.

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