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giovedì 30 aprile 2015

Il cuore (non proprio spettacolare) dei Popolari per Emiliano

Lo si sapeva da tempo: in Puglia non ci sarà il simbolo di Area popolare perché Nuovo centrodestra e Udc prendono strade piuttosto diverse. Il primo sosterrà Francesco Schittulli assieme ai fittiani (e a Fratelli d'Italia), mentre il partito di Cesa sarà al fianco di Michele Emiliano, dunque del centrosinistra. Gli attuali utilizzatori dello scudo crociato, peraltro, non saranno da soli nella loro corsa, ma riuniti con altre forze sotto la dicitura "Popolari con Emiliano presidente".
L'emblema del cartello - bisogna ammetterlo - è tutto meno che un capolavoro di grafica: al centro, oltre alla "pulce" dell'Udc, ci sono quelle di Centro democratico (ancora con il vecchio arancione) e di Realtà Italia, un movimento politico presente soprattutto nel centrosud e particolarmente in Puglia (nel simbolo ci sono un tricolore sventolante su fondo azzurro e tre sagome bianche di ragazzi abbracciati). Le tre miniature, tuttavia, sono racchiuse all'interno di un cuore blu scuro stilizzato, con il contorno bianco tracciato a colpi di similpennello. E' lecito che gli occhi attenti all'estetica abbiano molte perplessità: certamente questo emblema, in una classifica attenta allo stile, raccoglierebbe pochi consensi. 
Qualcuno potrebbe anche rimanere spiazzato dalla dicitura "Popolari" che sormonta i tre fregi: passi per l'Udc, che della Dc continua di fatto a utilizzare lo scudo, ma le altre formazioni? Poi ci si ferma un attimo a riflettere e si capisce che eventuali dubbi non erano e non sono giustificati: alla guida di Cd c'è Bruno Tabacci, che nelle file democristiane ha lavorato a lungo e così pure Angelo Sanza, che era presente alla conferenza stampa di presentazione del simbolo e ha rivendicato "l’orgoglio dell’appartenenza al centro, il recupero dei valori della nostra storia politica". Quanto a Realtà Italia, il suo responsabile nazionale Giacomo Olivieri pensa soprattutto a chiedere un deciso cambio di passo in Regione ("serve riprogrammare e mettere la persona al centro del programma").
Si vedrà presto la sorte di questo gruppo; chissà che nel frattempo, per quel nome "Popolari", non mastichino amaro i Popolari per l'Italia di Mauro, ciò che (legalmente) resta del Ppi e i piemontesi di Italia popolare, che fanno riferimento ad Alberto Monticone e hanno registrato da tempo come marchio la rilettura del simbolo del Popolari-gonfalone (1995), bloccando Silvio Berlusconi quando avrebbe voluto usare l'aggettivo "Popolari" come nuovo nome della sua creatura politica.

Progetto Altra Liguria, cambiare senza leader (a patto di avere le firme)

Domandina per niente facile, a ben guardare: chi in Liguria si ritiene di sinistra ma alle regionali non vuole votare né per Raffaella Paita, né per Luca Pastorino (e non prenderebbe in considerazione nemmeno per sbaglio l'ipotesi di Giovanni Toti), alla fine a chi potrebbe dare il voto? La risposta, per alcuni, ci sarebbe e sarebbe perfino semplice: quel consenso potrebbe andare a beneficio del Progetto Altra Liguria, la lista che vorrebbe piazzare la sagoma della regione (bianca) su un caldo e appariscente sfondo rosso. Il condizionale peraltro è d'obbligo: l'ostacolo maggiore per il gruppo sarà proprio la raccolta delle sottoscrizioni, il cui termine scade tra una manciata di ore. 
Ma chi sono esattamente "quelli di Altra Liguria"? "Siamo cittadini - rispondono loro - consapevoli della necessità di cambiare i modi della politica, prima di poter portare all'interno delle istituzioni idee nuove nella gestione del territorio e dei beni comuni". A guardare il sito della lista, peraltro, emerge con chiarezza una continuità tra l'esperienza di "L'altra Europa con Tsipras" e il nuovo raggruppamento. Il nome in parte lo testimonia, alla pari del fondo rosso del contrassegno, anche se ci sono almeno due elementi di novità grafica rispetto sia all'emblema delle elezioni europee, sia a quello pensato per le regionali che si sono svolte in autunno: l'inserimento del termine "progetto" e della sagoma della Liguria. Tutto questo è segno che nello stesso simbolo convivono cose nuove e cose antiche (anche se sono di poco tempo fa): "Volevamo segnalare la continuità con lo spirito iniziale di Altra Europa ed i suoi 10 punti programmatici - chiariscono dalla lista - ma anche la novità rappresentata da un progetto nato da cittadini per i cittadini, senza leader, senza organizzazione, senza finanziamenti".
Una qualche forma di leader, tuttavia, occorre, anche solo in veste di rappresentante e, soprattutto, di candidato: il ruolo di potenziale presidente, in questo caso, spetta ad Antonio Bruno. La scelta di partecipare con questa formazione alle elezioni non è stata indolore, visto che - lo si legge sempre sul sito - in precedenza non erano andati a buon fine i tentativi di costruire una "coalizione civile, sociale e popolare" davvero alternativa al Pd, tentativi naufragati proprio - secondo L'Altra Europa - con la candidatura di Luca Pastorino. 
E' piuttosto chiara l'idea di Liguria che il progetto che candida Bruno ha in testa: "Dovrebbe essere più a misura d'uomo, ecosostenibile, con trasporti pubblici efficaci, capace di sfruttare fonti energetiche rinnovabili, aumentare l'efficienza energetica degli edifici, bloccare la cementificazione di coste ed entroterra. Dovrebbe saper creare posti di lavoro di qualità senza mettere il lavoro in contrapposizione con la tutela ambientale, implementare la
prevenzione come mezzo per diminuire le spese sanitarie, dovrebbe saper condividere le scelte con i cittadini. Dovrebbe essere totalmente trasparente per mettere un freno a corruzione e malaffare, saper accogliere e tutelare le minoranze, lavorare per uno stato sociale degno di questo nome, risparmiando in burocrazia, evasione fiscale, malaffare".
Tutt'altro che una passeggiata, ovviamente, riuscire a portare avanti questo disegno. Ma la "passeggiata" rischia di non iniziare nemmeno se entro domani non saranno raccolte le firme necessarie per la presentazione delle liste: ovviamente, infatti, Progetto Altra Europa non fruisce di alcuna esenzione, a differenza delle forze che sostengono i principali competitori. Varie persone si sono mobilitate e hanno lanciato appelli in favore della lista (a partire da don Paolo Farinella), per cercare di raggiungere il traguardo: "Il territorio più difficile è la provincia di Imperia - spiegano dalla lista - altrove siamo abbastanza organizzati. Gli elettori dovrebbero firmare per noi perché la democrazia prevede pluralità e la Costituzione garantisce a tutti i cittadini la possibilità di fare politica". Ancora una manciata di ore e si vedrà se la battaglia per la democrazia in Regione di Altra Liguria potrà concretamente iniziare.

martedì 28 aprile 2015

Fitto scalda i motori per andare Oltre

Alle volte per forzare la mano si sceglie di mettere in mostra qualche arma, magari senza avere ancora la certezza che la si userà, ma con l'atteggiamento mentale di chi è pronto, anzi prontissimo a brandirla. Sembra questa la chiave di lettura da dare al simbolo di Oltre con Fitto, messo in campo dal gruppo vicino all'ex governatore forzista della Puglia (e da tempo in odore di "eresia" per i fedelissimi di Silvio Berlusconi) a sostegno del candidato governatore Francesco Schittulli.
Proprio il nome del candidato alla presidenza della regione è presente nell'emblema, ma vederlo è piuttosto difficile: nel contrassegno dominano due sole parole, "Oltre" e "Fitto", con il cognome dell'esponente di Forza Italia possibilmente ancora più grande e visibile anche a chi non brilla per acume visivo (nome tecnico: invorniti). Chi ha configurato il simbolo lo ha fatto quasi certamente incentrando il messaggio (e la battaglia politica che si sta per combattere) direttamente sulla figura di Raffaele Fitto, per cui - prima ancora che Schittulli - chi farà la croce su questo emblema lo farà essenzialmente per lui, il campione delle preferenze.
Fitto, campagna europee 2014 (da Il paese nuovo)
Anche il termine "Oltre" non è affatto casuale: tanto la parola, quanto la grafica (il testo verde acqua con l'ondina arancione) erano stati un elemento importante della campagna elettorale di Fitto per partecipare alle elezioni europee dell'anno scorso. Il simbolo sarebbe così pronto ad andare oltre l'esperienza (personale) del voto 2014, per trasformarsi nell'emblema di un progetto politico che certamente sarà proposto in Puglia (prendendo in qualche modo il posto della fittiana "Puglia prima di tutto") e punterà a intercettare innanzitutto il malcontento all'interno di Forza Italia. 
Le liste, per l'intanto, in Puglia sono praticamente fatte: le persone per riempire la truppa ci sarebbero tutte e si aspetta solo di consegnare tutte le scartoffie a fine mese per poter partecipare regolarmente alle elezioni. Sempre che, naturalmente, qualcosa di imponderabile non accada nei prossimi giorni.

lunedì 27 aprile 2015

Forza Italia senza Berlusconi, almeno sul simbolo

La notizia non è certa, anzi sì, sarebbe perfino "certificata": sarebbe stato lo stesso Silvio Berlusconi  a decidere di togliere il proprio nome dal contrassegno di Forza Italia che tra pochi giorni dovrà essere presentato per le elezioni regionali e comunali di fine maggio. La scelta sarebbe arrivata una settimana fa dopo un dibattito interno al partito, tra i "conservatori" (che volevano tenere il cognome lì dove stava) e i "prudenti", interessati soprattutto a evitare che un eventuale (o probabile, a seconda dei previsori) risultato insoddisfacente di Fi lasciasse cadere qualche altro calcinaccio anche sul nome scritto sotto alla bandierina. 
La scelta finale, fatta dallo stesso Berlusconi, è stata interpretata dai più come mossa "in attesa della piena riabilitazione politica", quella che secondo l'ex Cavaliere potrebbe arrivare da Strasburgo. In campagna elettorale qualche apparizione è comunque possibile e perfino prevista, specie in Liguria e in Campania (e forse anche in Puglia e Toscana), pur evitando le piazze per non esporsi a minacce terroristiche: insomma, la faccia almeno in parte potrebbe mettercela, ma il nome meglio di no, per non farsi troppo male.
La scelta di non mettere il proprio cognome sul contrassegno, però, suona anche come un tentativo di tornare all'antico. Non si dimentichi, infatti, che il suo nome l'ex Cav l'aveva sfoderato solo a partire dal 2001 e nemmeno con Forza Italia, ma con il simbolo della Casa delle Libertà, in cui apparve per la prima volta la dicitura "Berlusconi presidente". Lo stesso elemento sarebbe tornato più tardi con l'emblema del Pdl, al punto che nelle varie realtà locali spesso al cognome di Berlusconi è stato sottoposto quello della persona di volta in volta candidata a sindaco, presidente della provincia o della regione, quasi a lasciar intendere un impegno personale per la migliore riuscita della campagna elettorale.
Non era avvenuto così invece all'inizio: la bandiera di Forza Italia, disegnata da Cesare Priori, non conteneva alcun nome e non era proprio previsto, perché si voleva piuttosto occupare tutto lo spazio possibile del cerchio con il vessillo varato proprio nel 1994. La bandierina è rimasta, sia pure con qualche ritocco (guardare bene le curve delle finte onde da vento e il progressivo venir meno delle ombre della scritta che, come ha raccontato lo stesso creatore al nostro sito, "impastava il tutto e faceva perdere in leggibilità"), mentre il nome è stato aggiunto nel 2014, quando in molti i nomi dal simbolo avevano iniziato piuttosto a toglierli (Sel soprattutto, ma il Pd era stato il primo). In fondo, quindi, si prova a lasciare qualcosa che in generale ha funzionato; se poi il risultato dovesse essere cattivo, si vedrà. Anche perché cambiare un simbolo non è cosa semplice, ma è fattibile; cambiare leader dopo una sconfitta è molto più delicato.

domenica 26 aprile 2015

Il déjà vu grafico di Campania in rete

Dopo una breve divagazione sulla Puglia, l'occhio di bue viene nuovamente puntato sulla Campania e sulla composizione delle coalizioni. Ormai è certo da giorni che Area popolare parteciperà con una formazione "a due punte", cioè con una lista di Ncd e una dell'Udc (che però dovrebbero contenere entrambe il riferimento ad Ap e avranno un programma unico): lo ha confermato ieri Dore Misuraca, responsabile enti locali di Ncd (e presentatore del simbolo di Ncd-Udc alle ultime europee), sottolineando che "in alcune province, i potenziali candidati sono di più rispetto ai posti disponibili in lista. Ragione per la quale, d’intesa con gli amici dell’Udc, si è deciso di proseguire con la presentazione di due liste". Entrambe, ovviamente, a sostegno di Stefano Caldoro.
E' più interessante questa volta, invece, vedere l'ultimo soggetto nato nella famiglia politica che accompagnerà alle elezioni Vincenzo De Luca. Si tratta di Campania in rete, una lista che mette insieme - almeno visivamente - tre sigle, di cui sembra contare soprattutto la terza, ossia Autonomia Sud, la formazione guidata da Arturo Iannaccone (già fondatore di Noi Sud)
Alla metà di aprile si parlava di liste provinciali che avrebbero dovuto ospitare "sia volti nuovi ed espressione della società civile, sia candidati che hanno già maturato esperienze importanti ai diversi livelli istituzionali", senza che questo volesse dire candidare consiglieri regionali uscenti, "proprio per favorire una competizione libera tra i candidati". Eppure giorni fa aveva fatto notizia l'indiscrezione - appresa e rilanciata da Agenparl - secondo la quale proprio in quella lista avrebbe potuto trovare posto Carlo Aveta, eletto in consiglio regionale nel 2010 con la Destra ma ora sostenitore di De Luca.
Al di là di questo, è interessante guardare con più attenzione il contrassegno scelto da Campania in rete. Contrassegno che, per chi ha occhi allenati e buona memoria, non è affatto nuovo: si è quasi tentati di parlare di "immagine coordinata", se solo si prende una delle liste che, alle elezioni regionali svoltesi in Calabria il 23 novembre scorso, sosteneva il candidato del centrosinistra Gerardo Mario Oliverio (e che è riuscita a eleggere un consigliere). Calabria in rete univa, all'interno della spessa circonferenza rossa, i simboli del Pri, dei Moderati (formazione soprattutto piemontese), dei DemoKratici, di Autonomia Sud e dell'Api rutelliana, che ricompare anche nell'emblema campano, assieme al nuovo fregio del Cdu (che invece nel Bruttium correva da solo, essendo la terra del suo leader, Mario Tassone). 
Sempre nel contrassegno calabrese, però, era particolarmente interessante il riferimento esplicito a Campodemocratico, la "casa politica" invocata e fondata da Goffredo Bettini "per esperienze interne ed esterne al Pd attuale, legate in modo orizzontale, che riconosce - lo ha detto lui stesso a luglio dell'anno scorso - una leadership di indirizzo, che afferma un’idea di partito, che interviene in solidarietà quando è sollecitata, che ha l’ambizione di sviluppare un’attività intensissima di formazione della classe dirigente che si articoli nelle varie Regioni". Il legame tra le due realtà era evidente, visto che dall'inizio le due denominazioni sono state utilizzate insieme. Anche "Campania in rete" (con tanto di hashtag simulato) sarà legata a Campo democratico (con o senza spazio, a seconda)? Magari dovrebbero dirlo i candidati stessi; l'uso della medesima grafica, tuttavia, autorizza a pensare che la mente che ha ideato i due progetti politici sia la stessa o, per lo meno, la parentela sia stretta.

sabato 25 aprile 2015

Mai più la Terra dei Fuochi, con Caldoro

In Campania, una delle piazze elettorali regionali da monitorare con più attenzione, il quadro è sempre più composito. La coalizione a sostegno del presidente uscente, Stefano Caldoro, si allarga ulteriormente con una nuova lista. Nessun riferimento ai partiti nazionali, questa volta, perché lo spunto è tutto locale per la lista di scopo Mai più la Terra dei Fuochi: a guidarla, il leader dell’associazione ambientalista La Terra dei Fuochi Angelo Ferrillo.
La battaglia resta sempre la stessa: far conoscere la "pratica criminale di smaltire o riciclare i rifiuti speciali bruciandoli", diffusa per lo meno in una zona tristemente ampia della Campania, e lottare perché questa cessi, così da farne venir meno le conseguenze devastanti sull'ambiente e sull'uomo (vedi alla voce "cancro"). 
La scelta di candidarsi direttamente è venuta dalla presa d'atto che, nonostante il decennio di impegno per quella causa, erano mancati soprattutto "interlocutori politici all’altezza" delle proposte del gruppo. L'idea non è di correre soltanto alle Regionali, ma di impegnarsi anche nella settantina di comuni che rinnoveranno la propria amministrazione in questa tornata elettorale. Nel suo sito, la lista annuncia di voler ragionare "su idee e programmi senza alcuna preclusione ideologica", con l'intento di abbracciare comitati civici, associazioni e con l'apertura "ai buoni amministratori che abbiano dato prove di buon governo e vogliano sposare un percorso condiviso".
La scelta di apparentarsi con Caldoro è venuta dopo l'appello rivolto ai tre principali candidati alla guida della regione: "Silenzio assoluto dalla Ciarambino - spiega Ferrillo - De Luca non ha mostrato particolare interesse, mentre in Caldoro abbiamo trovato piena disponibilità”. Caldoro che, sempre secondo il leader dell'associazione, sul tema Terra dei Fuochi "rispetto al passato, ha fatto abbastanza. Ora vogliamo aiutarlo a proseguire nell’impegno sostenendolo per i prossimi cinque anni con le nostre proposte". 
Lo stesso Caldoro, peraltro, ricambia l'attestato di stima di Ferrillo: "Ha il merito, con il suo blog, di essere stato il primo ad esercitare un’azione di vigilanza e denuncia sul tema Terra dei Fuochi rispetto al quale tanta strada è stata fatta, ma altro ancora c’è da fare, anche con il coinvolgimento dei cittadini per un’azione di vigilanza sul territorio". Il simbolo scelto per la lista riporta il logo consolidato dell'associazione e del sito, un'inquietante nuvola di fumo nero /quasi un "fungo" atomico) che si alza da un terreno violentato, altrettanto nero. Dell'associazione è ripreso anche il lettering del nome, mentre sono nuovi il colore giallino del fondo, l'indicazione del leader del gruppo e il monito-auspicio "Mai più". Probabilmente non è l'emblema più efficace, ma per chi ha condiviso o seguito anche solo in parte quelle battaglie, il richiamo può funzionare.

venerdì 24 aprile 2015

Puglia: il simbolo comune di Schittulli e Area popolare

I media lo danno per certo già da alcuni giorni: l'accordo c'è e il simbolo pure, dunque, il Movimento politico legato a Francesco Schittulli e Area Popolare correranno assieme in Puglia. Formeranno un'unica lista a sostegno di colui che sembrava un candidato in grado di unire il centrodestra, mentre ora quasi certamente dovrà vedersela anche con Adriana Poli Bortone, divenuta dirigente di Fratelli d'Italia ma messa in campo direttamente da Forza Italia.
Come è noto e come Mauro Bondì aveva già scritto su queste pagine, l'emblema di Schittulli non era quello di una semplice "lista del presidente", ma nasceva praticamente fin dall'inizio come movimento che si è presentato in molti appuntamenti elettorali locali, acquisendo consultazione dopo consultazione maggiore notorietà, consenso e radicamento. C'è chiaramente qualcosa di molto berlusconiano in questo contrassegno, a partire dall'arcobalenino tricolore, morbidamente convesso, che emerge in primo piano ed è accompagnato dall'ombra; anche la font utilizzata è la stessa che era in uso con il Popolo della libertà, così come i colori tra blu e azzurro possono facilmente rimandare tanto a una logica di tinte nazionali e partiti catch-all, quanto a una tavolozza sospesa tra Pdl e Forza Italia (e lo stesso cognome in grande rilievo non è certo estraneo a quella storia politica).
L'apporto grafico di Area Popolare, in questo caso, è davvero minimo: nemmeno un inserto grafico o cromatico legato all'esperienza comune del Nuovo centrodestra e dell'Udc. Non ci sono i loro simboli, interi o in miniatura: c'è solo il nome dell'associazione (futuro partito?) che hanno costituito insieme e che è andato a occupare proprio l'ultimo spazio disponibile sulla corona blu del contrassegno. Il corpo del testo è certamente maggiore rispetto all'espressione "Movimento politico" fatta inserire nella parte alta della corona. 
Non si conoscono le valutazioni dei partiti di Alfano e Cesa, ma viene da pensare che i loro fregi non siano presenti nel contrassegno perché forse non avrebbero portato un gran numero di voti alle elezioni, a dispetto di quanto si può pensare. O, forse, vista e mantenuta ferma la struttura del contrassegno di Schittulli, gli stessi emblemi sarebbero risultati illeggibili all'interno di un più ampio contrassegno, perché troppo piccoli. Certo, Area popolare è un progetto giovane, non ancora pienamente "spiegato al pubblico": accontentarsi del solo testo, senza nemmeno un tocco di grafica, è certamente una scelta rischiosa. Si vedrà come sarà accolta dagli elettori.

giovedì 23 aprile 2015

L'ulivo del Popolo toscano a fianco di Rossi

Con Enrico Rossi non c'è solo il Pd. A sostenere il governatore della Toscana uscente, come è già noto da tempo, è prevista anche un'altra lista, denominata Il popolo toscano - Riformisti 2020, lo stesso nome del gruppo presente in consiglio regionale che fino aIla metà di febbraio si chiamava Toscana civica riformista e comprendeva gli ex Idv Marco Manneschi, Marta Gazzarri e Giuliano Fedeli. Fin da allora era chiaro che una lista a sostegno di Rossi - l'unica oltre al Pd - sarebbe stata denominata in quel modo, pur essendo aperta alla partecipazione anche di altre forze politiche. Dall'inizio, peraltro, si sapeva che erano della partita anche Gianluca Lazzeri (Più Toscana) e Marco Carraresi (Udc).  
A metà marzo il progetto politico è stato presentato meglio, con il sostegno esplicito anche del Partito socialista italiano e di alcune forze civiche. Sono stati gli stessi partecipanti a questa realtà a definire "Il popolo toscano" come "movimento animato da realtà civiche, rappresentanti politici, rappresentanti istituzionali, associazioni e cittadini comuni".   
A rappresentare graficamente il raggruppamento, "un ulivo dalle varie sfumature verdi", realizzato con una tecnica che ricorda lo stencil, che sembra quasi avere radici nella base-segmento rosso che occupa la parte inferiore del cerchio, contornato di verde nell'area superiore. Al confronto della grafica, nemmeno sgradevole, la dicitura "riformisti 2020" praticamente sparisce; il nome più evidente, "il popolo toscano", emerge meglio benché sia tratteggiato in negativo (o, forse, proprio per questo). 
Di fatto non c'è alcun simbolo tradizionale (anche se l'ulivo rimanda per forza di cose all'Ulivo centrosinistra, ma il disegno è tutto diverso), ma solo un riferimento territoriale - la pianta di ulivo, in fondo, è un simbolo della Toscana, anche se non solo di quella regione - e anche in questo si vede il tentativo di non creare "la sommatoria di etichette, se pure gloriose, ma un nuovo modo di fare politica, arricchita da esperienze diverse". L'operazione, bisogna dirlo, non è certo una novità: il tentativo di dare coloritura solo "civica" a varie realtà politiche nascondendo i segni di parte (quando le parti in realtà ci sono) è ormai in atto da vari anni, soprattutto a livello locale. Nelle regioni la tendenza è più recente, ma ha iniziato comunque a prendere piede: vedremo questa volta come andrà

mercoledì 22 aprile 2015

Forza Italia, partita la guerra sul simbolo?

Alla fine, in qualche modo, l'attacco sembra partito. Anche se magari non si tratta ancora dei colpi di artiglieria più pesanti. Mentre infatti in Puglia Forza Italia non accetta l'invito di Giorgia Meloni e Francesco Schittulli a tenere le primarie tra lui e Adriana Poli Bortone (netto il coordinatore forzista pugliese Luigi Vitali: "Una farsa cui Forza Italia non partecipa, sarebbero primarie ridicole: non ci sono regole scritte e si dovrebbero tenere fra quattro giorni in una regione con oltre 4 milioni di abitanti. È materialmente impossibile. [...] Le primarie sono una cosa seria e vanno fatte con criterio, con regole discusse e condivise, con tempi che permettono ai candidati di incontrare gli elettori ai quali illustrare perché votare per l'uno o per l'altro") e Silvio Berlusconi, stando ai rumors, starebbe pensando di candidare almeno in Campania e Liguria essenzialmente vittime della "malagiustizia", il primo atto di guerra contro l'amministrazione del movimento azzurro si è compiuto.
Ieri infatti l'AdnKronos ha dato notizia di un ricorso ex art. 700 del codice di procedura civile, depositato al tribunale di Roma dall'avvocato Arturo Umberto Meo a nome di Vincenzo D'Anna, senatore di Gal eletto con Forza Italia, lo stesso che era artefice dell'operazione "Campania civica" al fianco di De Luca. Le doglianze riguarderebbero in particolare i "poteri e la legittimità della carica attualmente ricoperta dalla senatrice Rossi". La strategia è chiara: mettere in crisi la qualifica di amministratore straordinario di Mariarosaria Rossi avrebbe l'immediata conseguenza di privare di valore le procure speciali al deposito di simbolo e liste di Fi alle elezioni, a partire dall'appuntamento con le regionali. 
E' lo stesso D'Anna a spiegare che lo scopo principale del ricorso è "definire una volta per tutte che in Forza Italia non si può fare a meno, né degli organismi previsti dallo statuto, né della democrazia decisionale. Non è concepibile, in presenza del finanziamento pubblico, ovvero dei soldi dei contribuenti, che il partito sia considerato come una proprietà privata. Berlusconi ha tantissimi meriti, che nessuno disconosce, ma non credo che sia consentito ricondurre a lui una gestione da monarca assoluto, un concetto del tutto estraneo a un partito che si richiama al liberalismo e alle libertà".
Può far sorridere la citazione finale di D'Anna, tratta dall'Anabasi di Senofonte, per cui "la democrazia consente ai pidocchi di divorare i leoni", ma non deve distogliere l'attenzione dai punti principali della vicenda. Il senatore sottolinea "una testa, un voto. Questa è l'essenza della democrazia'': riesce difficile immaginare - salvo errore, naturalmente - che il principio sia sempre e comunque stato rispettato, in Forza Italia come in molti altri partiti. E non è affatto escluso che chi pensava di ricorrere o lo ha appena fatto lo sapesse a fondo. E se il deputato Francesco Paolo Sisto sottolinea che "Una Forza Italia divisa è una Forza Italia sbagliata" e si dichiara del tutto non disposto "a condurre battaglie per togliere il simbolo di Forza Italia a Berlusconi", perché "sarebbe come togliere la maglia dell’Inter all’Inter o l’Inno di Mameli all’Italia", ci vorrà altro perché chi intende combattere deponga le armi. Si potrebbe profilare una guerra totale in punto di statuto, un po' come quella deflagrata nel Partito popolare italiano giusto vent'anni fa, anche allora alla vigilia delle regionali (come ha ricordato oggi sul Tempo Antonio Angeli, che mi ha intervistato sul tema). Ma chissà, forse il tempo del ripensamento non è ancora scaduto...

martedì 21 aprile 2015

Idea o Italia? Il Mis non cambia volto, ma si scinde

Quando si sbaglia, bisogna ammetterlo, senza remore (ed essendo grati a chi nota l'errore e, con delicatezza, lo fa notare). Non più tardi di quattro giorni fa avevo scritto della comparsa del Movimento Italia sociale, dicendo che esso "altro non è che l'evoluzione del Movimento idea sociale fondato da Pino Rauti" e guidato da Raffaele Bruno, citato più volte come attuale leader del partito. In realtà, probabilmente - come mi ha fatto notare l'amico Massimo Bosso, che mi ha segnalato un "comunicato" in materia - le cose stanno diversamente.
In quel testo si parla di una riunione della segreteria nazionale del Mis a Seregno - probabilmente l'11 aprile - cui hanno partecipato tra l'altro i segretari di varie regioni (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Puglia) e diverse province, ma non il segretario nazionale Bruno, "senza dare nessuna giustificazione o motivazione valida per la sua assenza alla Segreteria Nazionale". Quell'assenza, peraltro, si inquadrava in un clima di contestazione verso lo stesso segretario, a proposito della "gestione politica, amministrativa e morale del Movimento": era in particolare stata chiesta la rendicontazione finanziaria per il 2014, che già nelle settimane precedenti non sarebbe stata prodotta dallo stesso Bruno (che aveva anzi contestato l'apposita convocazione della segreteria). 
Il comunicato dà anche conto di "una serie di attacchi ingiuriosi ed offensivi da parte di alcuni militanti molto vicini al Segretario Nazionale Raffaele Bruno nei confronti dei membri della Segreteria Nazionale" (consumatasi sulla rete) e di uno scontro legato alla presenza elettorale del Mis nei comuni di Seregno e Pietrasanta, oltre che di vari altri "comportamenti, atteggiamenti e azioni non consoni ad un Segretario Nazionale di un Movimento Politico".
Da tutto questo, sarebbero scaturite le dimissioni "dal Mis rappresentato da Raffaele Bruno" dei segretari regionali e provinciali e gli altri dirigenti presenti alla riunione di Seregno (oltre ai militanti legati alle federazioni lì rappresentate), non ritenendosi più in linea con il partito. Il giorno dopo è arrivata la citata riunione in un albergo milanese, per firmare ufficialmente atto costitutivo e statuto del Movimento Italia sociale, con Gianfrancesco Tassani alla presidenza e Walter Boz alla segreteria.
Il Movimento Italia sociale, dunque, non è affatto in continuità giuridica con il Movimento idea sociale, anche se il progetto politico alla base quasi certamente ha le stesse radici. La sigla è la stessa, ma l'Italia non va confusa con l'idea. Anche se proprio per ragioni confusorie il secondo emblema - quello del Movimento Italia sociale - rischia di saltare o, per lo meno, di dover essere modificato (anche per le ragioni viste nel post di pochi giorni fa): tempo qualche giorno e si vedrà. 

lunedì 20 aprile 2015

La Democrazia cristiana storica: i valori senza scudo

L'evento aveva attirato una certa attenzione, anche perché la sede di presentazione - il Campidoglio - era di prestigio: il 16 aprile in tanti si sono accorti dell'esistenza della Democrazia cristiana storica, un progetto politico nuovo che mette in chiaro fin dal nome quali siano i valori cui tende e che desidera portare avanti. Non era chiaramente sfuggito a questo sito un passaggio così interessante sul piano simbolico, ma era opportuno attendere di approfondire meglio la cosa con notizie di prima mano. Ora è Francesco Crocensi, uno dei delegati nazionali (Lazio) del nuovo partito, a guidare all'interpretazione del percorso fatto fin qui.
"La nascita della Dcs è frutto di un cammino partito un anno fa - spiega - e che ha riunito diversi amministratori, attivisti di partiti già esistenti e imprenditori, tutti di estrazione cattolico-popolare. Da parte loro c'era la consapevolezza di un grande vuoto all'interno dei contenitori politici attuali, che sono in realtà soprattutto contenitori personali. Quel vuoto si notava soprattutto a livello locale, con un marcato distacco tra la gente, la base e la politica e con una pesante 'mancanza di risposte' ai problemi, risposte che non arrivavano certo dai partiti personali. Così ci siamo messi a tavolino e abbiamo riflettuto, in un momento in cui i cattolici sono praticamente messi all'angolo, quasi dimenticati, tra derive lepeniste e post-comuniste". 
Sono stati in tanti a scrivere che l'avvento di papa Francesco è stato la vera molla che ha fatto scattare l'idea del partito: "Per noi la sua figura rappresenta una grande novità e ci ha fatto capire che innanzitutto c'era bisogno di collegarci tra noi, per poter portare avanti le sue battaglie e il suo messaggio a livello sociale: è nato così il comitato 'Con Francesco. Per l'Italia e l'Europa', che ci ha permesso tra l'altro di aggregare molte realtà piccole ma importanti, come vari gruppi di Azione cattolica e le Acli. Il vuoto politico però rimaneva e occorreva inserirsi proprio nel campo della politica per rilanciare un'idea forte come quella che volevamo portare avanti".
Da lì alla Dc storica il passo è stato breve: "Tra noi c'è chi viene dal centrodestra, come me [Crocensi ha militato nel Pdl, in Forza Italia e nel Nuovo centrodestra, ndr] e chi dal centrosinistra o da altre forze politiche, compreso il M5S - spiega sempre Crocensi - ma abbiamo scelto quel nome perché sono storici i valori e soprattutto è storico il contenitore". In che senso? "L'idea è arrivare a una sintesi delle linee e dei progetti dopo una discussione, partendo sempre dall'idea sturziana in base alla quale le idee e un partito si costruiscono dal basso". Alla base di questo disegno c'è la forte convinzione che la classe politica degli ultimi vent'anni abbia fallito: "Dal 1994 ci hanno fatto credere che la rivoluzione liberale ci avrebbe arricchiti tutti, ma i casi sono due, o la rivoluzione non c'è mai stata o quella che c'è stata ha fallito". 
Crocensi, assieme al resto dei membri del comitato promotore - lui stesso parla di 27mila persone - ritiene che ci sia molto da cambiare a livello nazionale ed europeo ("Questa non è l'Europa dei fondatori e dei padri costituenti, va superato il fiscal compact e vanno ridiscussi i trattati: se non si fa questo e non si diventa Stati uniti d'Europa, non si risolve niente"). L'unico modo per riuscirci davvero sembra richiedere un percorso lungo e attento: "La nostra è una discesa in campo con molta umiltà e dignità, con azioni a livello politico, sociale e sussidiario soprattutto sui territori: l'idea è che si cresca da lì, per poi allargarsi il più possibile". La partecipazione al turno elettorale ormai vicino non è tra le priorità della Dcs: "Intanto pensiamo a radicarci sul territorio, a lavorare lì, poi le candidature dovranno venire naturali, in base ai frutti del nostro operato".
I valori, si diceva, sono gli stessi della Dc che ha operato fino al 1994, sia pure calati nel contesto odierno ("Ci hanno definiti estremisti moderati - precisa Crocensi - e in effetti è vero: com'è possibile che i moderati, la parte più consistente del popolo italiano, non sia davvero rappresentato? Prenda il Papa, per esempio: lui certamente è di tutti, non solo nostro, ma nessuno rilancia davvero quello che lui dice e meno che mai lo trasforma in offerta politica, al di là di ogni strumentalizzazione".
Se i valori sono gli stessi di un tempo, è inutile cercare il vecchio simbolo: non c'è ora e non ci sarà mai. I colori del contrassegno sono il giallo oro e l'azzurro ("quelli papalini") e il segno grafico scelto - lo stesso del comitato Con Francesco - è la stilizzazione di un uomo a braccia aperte: "Lo abbiamo scelto - chiarisce il delegato laziale - perché noi al nostro interno accogliamo tutti, di qualunque estrazione, per arrivare poi a una sintesi delle idee. Questo non accade più in altri soggetti politici, ma la Dc era così, anche se i suoi ultimi anni sono stati sporcati da persone che siedono ancora in parlamento o stavano lì fino a ieri". 
Niente scudo crociato dunque? "Assolutamente no, il nostro non è un amarcord di quel passato". Trattandosi di un partito nuovo, non c'è nemmeno il tentativo di rivendicare la continuità storica con la "vecchia" Dc: "Non siamo affatto interessati nemmeno a rivendicare il patrimonio che fu del partito, anche se a livello di cultura personale sarebbe interessante capire che fine ha fatto. - puntualizza con convinzione Crocensi - Altri hanno da tempo intrapreso azioni legali in questo senso e se la vedranno loro: a noi interessa l'aspetto dei valori, nessuno può impedire a milioni di persone di abbracciare e propugnare quelle idee".
D'accordo, il simbolo è diverso, ma il nome indubbiamente è debitore dell'esperienza nata negli anni '40: eventuali dubbi sull'uso di quella denominazione, in ogni caso, sono già stati ampiamente considerati. "Mi creda, ci abbiamo ampiamente ragionato sopra prima di partire e una ventina di legali ha approfondito a suo tempo la questione. Innanzitutto il nome complessivo è diverso: Democrazia cristiana è una cosa, Democrazia cristiana storica è un'altra. Anche se fosse stato uguale, però, ci risulta che nessuna norma impedisca di utilizzare quell'etichetta. Nel percorso verso la costituzione del partito qualcuno aveva anche proposto di chiamarci Nuova democrazia cristiana, ma abbiamo scartato l'ipotesi perché si perdeva il senso dei valori di un tempo da rimettere in campo".
Di certo, di diverso rispetto al passato c'è la struttura del partito: "Noi non abbiamo un presidente o un segretario. - precisa Crocensi - c'è un segretario amministrativo perché lo richiede la legge, un collegio nazionale di sei persone, due del nord, due del centro e due del sud; da ultimo, abbiamo un'assemblea nazionale, composta di 120 membri da tutta l'Italia, che decide in modo collegiale". Ce la farà la Dcs a prendere piede sulla scena politica Italiana? "Guardi, la gente oggi è stanca di certa politica vista negli ultimi vent'anni - conclude il delegato - ma non punta più sul voto di protesta, vuole piuttosto stabilità. Anche noi non condividiamo l'azione di molte forze politiche, ma non possiamo dire solo 'Tutti a casa', che succede se non si propone qualcosa di concreto e realizzabile? Anche per questo vogliamo partire realmente dal basso e dai territori".

domenica 19 aprile 2015

Sì, una parte di Toscana guarda a sinistra

Alle regionali toscane il Pd sostiene di nuovo il presidente uscente, Enrico Rossi; la sinistra, invece andrà per la sua strada. La notizia non è certo nuova, ma "simbolicamente" non era ancora stata affrontata. Eccoci dunque a parlare del contrassegno scelto dal blocco politico che raggruppa, assieme ad altre formazioni, soprattutto Sel, Rifondazione comunista, il Pcd'i (i comunisti noti prima con la sigla Pdci), la Lista Tsipras e varie liste civiche dalla portata territoriale più limitata.
Si tratta della lista Sì - Toscana a Sinistra, il cui nome lascia davvero poco all'immaginazione. Il candidato alla presidenza della regione è Tommaso Fattori, ma qui meritano qualche analisi in più sia la denominazione del raggruppamento, sia il segno grafico. E' lo stesso sito della lista a spiegare che, se per lungo tempo la Toscana è stata "un modello di civiltà, diritti, servizi, difesa dell’ambiente e dei beni comuni, tutela di un patrimonio artistico, culturale e paesaggistico unico al mondo", nell'ultimo periodo la crisi economica ha cancellato questa peculiarità e ha sottomesso la politica della regione "ai grandi interessi economici e finanziari", sgretolando via via il modello sociale precedente. 
E se in questo contesto "centrodestra e centrosinistra sono ogni giorno più simili nella loro incapacità di pensare a una prospettiva diversa", il gruppo di promotori della lista marca la propria diversità: "Noi siamo quelli che dicono: sì, un’alternativa c’è. [...] Esiste un modo diverso di governare le regioni, l’Italia, l’Europa e il mondo intero. La nostra terra non può essere sacrificata a un modello economico violento e fallimentare, il mondo per cui hanno lottato i nostri padri non era questo [...]. A chi dice 'no' a ogni cambiamento, noi rispondiamo: 'Sì, cambiare è possibile!'" E quel "Sì" viene declinato in tutti i settori cruciali: sanità pubblica e diritto alla salute, reddito minimo, lavoro, "rifiuti zero", gestione pubblica dell’acqua e dei servizi pubblici locali, trasporto pubblico di qualità (specie per i pendolari), attenzione alle periferie, edilizia pubblica popolare, manutenzione e cura del territorio, agricoltura a filiera corta, tutela del paesaggio, scuola pubblica e trasparenza.
Non stupisce, allora, che il monosillabo "Sì" sia il protagonista indiscusso del contrassegno della lista di Fattori. Non è esattamente la prima volta che accade: si ricordano almeno due esempi calzanti, a distanza di pochi anni. Nel 1992 fu la Lista referendum di Massimo Severo Giannini a presentarsi con un vistosissimo "Si" bianco Bodoni su fondo arancione, in ricordo della battaglia referendaria dell'anno prima condotta con Mario Segni per la preferenza unica; due anni dopo fu Vittorio Sgarbi a far depositate l'emblema di "Si con Sgarbi", pur non presentando le liste. In entrambi i casi mancava l'accento sulla vocale, mentre questa volta c'è, e pure con una certa grazia.
Un'attenzione in più merita lo sfondo del contrassegno. In rete si legge che è tinto "di un rosso variegato di tante sfumature, tante quante le ragioni dei Sì che la lista propone agli elettori". La lettura è interessante, ma è ancora più interessante vedere - per un'immagine più complessiva - che nella grafica elaborata per la comunicazione della lista il fondo dell'emblema rappresenti giusto il centro di un "mosaico" molto più ampio e multicolore, che tinge dei tanti toni dell'iride le tessere parzialmente sovrapposte, ma mette al centro il rosso, come elemento cardine del progetto politico, perfettamente inserito tra gli altri. Difficile dire se la stampa delle schede permetterà di apprezzare tutti i toni del contrassegno (i colori si scuriscono sempre un po'), ma l'idea grafica è interessante e merita di essere segnalata.

sabato 18 aprile 2015

"I liberali", per non dimenticare Altissimo

L'idea, in fondo, era stata anche (e forse soprattutto) sua: rimettere in piedi una vera formazione liberale, che comprendesse all'interno chi aveva militato nel glorioso Partito liberale italiano e anche persone nuove, puntando soprattutto sulla riduzione del peso dello Stato per rilanciare l’economia e sulle riforme istituzionali, per ridare rappresentanza ai cittadini e alleggerire i costi della politica. E così non c'era da stupirsi che i giornali avessero ricollegato proprio a Renato Altissimo, che del Pli era stato il penultimo segretario (dopo di lui solo Raffaele Costa, che in un annetto portò alla conclusione la storia del partito), la nascita di I Liberali, nuovo soggetto politico presentato tra febbraio e aprile dell'anno scorso (con il nome di cui lo stesso Altissimo aveva ottenuto la registrazione come marchio nel 2012).
Per quell'esperienza, accanto a Renato Altissimo erano tornati alcuni pezzi da novanta del vecchio Pli, per lo meno dell'ultimo periodo: innanzitutto Alfredo Biondi ed Enrico Musso, già al fianco di Altissimo anche nel loro (breve) ritorno al Pli, per lo meno quello allora guidato da Stefano De Luca (e di cui ora è segretario Giancarlo Morandi). E poi Carlo Scognamiglio Pasini, già presidente del Senato tra il 1994 e il 1996 (forzista, dopo essere stato eletto nel Pli nella legislatura precedente) e Giuliano Urbani, tra i fondatori di Forza Italia e in quel momento presidente dell'associazione del Buongoverno. Presidente del movimento era ed è Edoardo Croci, già assessore a Milano. Scopo comune ai fondatori era - come si legge nel sito - "offrire un canale aperto a tutti i liberali di cultura e di coraggio, quelli già attivi in politica, quelli impegnati nei mille circoli che si trovano in tutte le città, grandi o piccole, d’Italia, quelli che, come cittadini sentono ogni giorno il peso di una società poco liberale, per discutere, proporre, contestare e, in altre parole, far partire una mobilitazione che trasformi la 'rivoluzione liberale' in una prospettiva concreta". 
Che ci siano riusciti, è da vedere; di sicuro, a loro modo ci hanno provato. Nel farlo, si erano anche dotati di un simbolo interessante, perché nel suo essere essenziale e scarno in qualche modo era risultato efficace. La quaterna di colori nazionali, volendo, era la solita che da anni si ritrova nel centrodestra, ma quell'archetto tricolore posto in basso, quasi incastonato nel resto della circonferenza color carta da zucchero, dava quasi l'idea di un sorriso, quando di emblemi sorridenti se ne incontrano ben pochi (d'accordo, non c'è un tubo da ridere in questo periodo, ma anche il broncio non serve granché); in più, dopo molto tempo si vedeva un contrassegno che non aveva paura di essere "vuoto", lasciando al blu e al tocco giallo della "l" (minuscola, con l'unica pretesa di essere "liberali" e non per forza "i Liberali") il compito di spiccare con un certo stile sul fondo bianco.
Non era sfuggito questo simbolo al curatore di questo sito, e - ne sono certo - nemmeno alle persone che quasi quotidianamente si sono eletti suoi collaboratori (sempre validissimi, bisogna dirlo); poi, però, un po' la distrazione di altri emblemi e un po' i (mal)sani impegni lavorativi avevano fatto finire l'emblema dei Liberali in un limbo involontario. Ora che Renato Altissimo non c'è più, qualunque sia il giudizio che ciascuno voglia dare della persona e del politico, I simboli della discordia non poteva che ricordarlo attraverso il suo ultimo simbolo. Che non è quello che lo ha rappresentato di più, ma certamente era a tutti gli effetti "suo".

Mo! Una lista civica per la Campania, per sguardi attenti

Va bene, la maggior parte dell'attenzione nella sfida per conquistare la regione Campania se la prendono Stefano Caldoro e Vincenzo De Luca, come da prevedibile copione. Qualcuno, tuttavia, potrebbe avere notato la presenza di un nuovo emblema, piuttosto curioso, destinato a non passare inosservato. L'elemento dominante, infatti, è un'esclamazione (con tanto di punto apposito a sottolinearla), che di fatto si trasforma nel nome della "lista civica" pensata per le elezioni regionali campane.
E' infatti Mo! la denominazione di questo gruppo che candida alla guida della regione Marco Esposito, caposervizio presso il quotidiano Il Mattino, un'istituzione per i partenopei; Il sito della lista, oltre a snocciolare i meriti che hanno portato a scegliere Esposito come presidente ideale ("Sapevi che Marco Esposito...?" è praticamente una rubrica dello spazio web), si preoccupa di giustificare quel nome così particolare: "Mo. Perché è ora di agire. E perché è urgente farlo. La crisi non aspetta: distrugge posti di lavoro e moltiplica l’emigrazione. E non aspetta il cancro, che falcia vite con ferocia crescente". I promotori della lista ce l'hanno con i politici "dall’accento toscano o padano disposti a elogiare il tempo dei Borbone pur di continuare a raccattare consensi elettorali". Per loro è chiaro che non ci si deve affidare ai professionisti delle promesse o a "politici locali bravi a servire il potente di turno". "Mo tocca a noi tirare fuori la nostra terra dal baratro - scrivono ancora -. Non tradiremo, perché non possiamo tradire noi stessi. La storia insegna che questa terra fertile viveva meglio quando si governava da sola. Ci proveremo con la determinazione di chi sa che la nostra è la battaglia della vita. E ci riuscireMO!" 
Per fare questo, per continuare con frutto battaglie sui fronti dell’ambiente, della salute, della giustizia, del lavoro, il gruppo in questione sa di non poter dire solo "no", ma di dover fare proposte concrete, per cui impegnarsi adesso, anzi, moLa parola (anche senza apostrofo), che "oggi è viva nelle regioni centro-meridionali", come nota il Vocabolario Treccani, pur essendo diffusa in un'ampia area ricorda soprattutto la Campania e soprattutto Napoli: non a caso, proprio in quella provincia la lista ha raccolto le firme per candidarsi, mentre continua la ricerca di sottoscrittori per le altre circoscrizioni (i candidati, invece, ci sono già). E' ora di agire e, ancora prima, è ora di prendere la parola, anche (ma non solo) in Rete: così sembra di capire, vedendo il "fumetto" che è stato ritagliato nel centro vuoto della "o" di Mo. 
Questo simbolo, tuttavia, a chi ha uno sguardo attento ha qualcosa di familiare, di già visto: la sagoma gialla dell'Italia meridionale e quelle onde del mare stilizzate, infatti, non appaiono proprio nuove. E infatti, andando a ripescare i contrassegni presentati in occasione delle elezioni europee, è subito riemerso l'emblema di "Terra Nostra", una lista di scopo che aveva l'obiettivo di presentare una petizione al Parlamento europeo per chiedere - così si può ancora leggere online - l'istituzione di una Commissione straordinaria che mettesse in mora lo Stato italiano e gli enti locali inefficaci, facendo al tempo stesso accertamenti e proposte in materia di ambiente, salute, lavoro e diritti fondamentali violati nell'Ue, partendo (guarda caso) dall'Italia meridionale
Non a caso, la pagina Facebook contrassegnata dal nuovo emblema è "X il Sud", la stessa che l'anno scorso aveva fatto da cassa di risonanza e strumento di diffusione per il progetto di Terra Nostra, anche se poi nessuna lista era stata presentata, visto che la soglia prevista era proibitiva. Le stesse onde stilizzate (e, in qualche modo, l'idea del focus sul Mezzogiorno) si vedono anche - anzi, sono state usate per prime - nell'emblema dell'Unione mediterranea, "movimento giovane, fondato a Napoli il 24 novembre 2012 nel corso di un'assemblea pubblica che ha elaborato, passo per passo, la Carta dei principi". Il nome e il logo del Movimento - presieduto da Francesco Tassone, mentre Esposito ne è il segretario - erano stati scelti con votazioni pubbliche e il simbolo, in particolare, "per Statuto è di proprietà dell'Assemblea dei soci". Finalmente, dunque, quegli elementi grafici avranno il loro battesimo, per lo meno a Napoli. "Il fiume di consensi e simpatie che stiamo raccogliendo è straordinario per un progetto politico - spiega il candidato governatore Esposito - chi incontra MO, se ne innamora". Toccherà alle urne misurare il livello di amore tra gli elettori?

venerdì 17 aprile 2015

Se Campania civica rischia di perdere Scelta civica

I colpi di scena possono sempre arrivare e, per definizione, sono inattesi. Giusto pochi giorni fa si era parlato della discussa lista Campania civica, nata per iniziativa del senatore di Gal Vincenzo D'Anna e con l'idea di sostenere Vincenzo De Luca, candidato di centrosinistra alla presidenza della regione Campania. Ora questo orizzonte sembra improvvisamente lontanissimo, dopo le dichiarazioni di due giorni fa di alcuni esponenti di Scelta civica, in particolare di un gruppo di parlamentari che di fatto sconfessa la partecipazione del partito all'operazione targata D'Anna.
I dubbi sono più che legittimi, in seguito all'intervento del coordinamento regionale campano di Sc, condiviso coi deputati Antimo Cesaro, Angelo Antonio D'Agostino e Luciano Cimmino. Il comunicato emesso si preoccupa di smentire "nel modo più categorico le fantasiose ricostruzioni giornalistiche in merito alle modalità di partecipazione e alla composizione della lista di Scelta Civica in vista delle ormai imminenti elezioni regionali"; la selezione delle candidature avverrebbe attraverso un "severissimo codice etico" e, a monte, vi sarebbe una partecipazione alle regionali "con propri candidati" con la definizione di "un accordo politico-programmatico con altre forze politiche - socialisti, repubblicani, liberali - che vorranno condividere un processo di rinnovamento e di discontinuità nella politica campana". 
Il testo si è chiuso con la condanna dell'uso "strumentale dell'aggettivo 'civico', usato spesso in modo inappropriato come qualifica di esperienze politiche assai distanti dalle proposte nazionali e locali del movimento politico Scelta Civica per l'Italia. Nessuno ha fatto il nome di D'Anna, ma equivocare era francamente difficile: del resto, sempre due giorni fa una nota ufficiale del partito ha affermato categoricamente che "qualsiasi accostamento giornalistico tra Scelta Civica in Campania e ambienti ‘cosentiniani’ rasenta la pura e semplice fantascienza, come peraltro i fatti dimostreranno nel volgere di pochi giorni”.
Gli effetti elettorali di questa posizione sono ancora da determinare. Da una parte, Scelta civica vedrà se correre da sola (ma probabilmente non ha le forze per farlo, pur potendosi presentare senza firme) o se inserire alcuni candidati nella lista di Centro democratico, sempre a sostegno di De Luca. Dall'altra, c'è il gruppo di D'Anna, tutto meno che contento di questa novità. Giusto ieri lui è intervenuto con una lettera al direttore del Mattino, lamentando come la sua amicizia con Cosentino sia utilizzata, ora da destra, ora da sinistra, "contro di me come una clava quasi che essa amicizia possa essere, di per se stessa, una chiamata in correità, ammesso che Cosentino sia riconosciuto, un giorno, colpevole di qualcosa". Nello stesso testo nega, proprio come fa il segretario campano di Scelta civica, Giovanni Palladino, l'esistenza di una "corrente cosentiniana" e non risparmia una stoccata allo stesso partito fondato da Monti, ritenuto un "contenitore vuoto", nonché "partito praticamente estinto sul piano nazionale, diretto da improbabili dirigenti a caccia di 'strapuntini' governativi, praticamente inesistente in Campania".
Il fatto è che la presenza della "pulce" di Scelta civica sul logo di Campania civica avrebbe garantito alla lista voluta da D'Anna di non dover raccogliere le sottoscrizioni necessarie per presentarsi nelle varie circoscrizioni. Lo stesso D'Anna, peraltro, non ha la possibilità di esentare direttamente la lista: lui, eletto al Senato in Forza Italia, è espressione del gruppo Grandi autonomie e libertà, che però non è un partito e non ha un suo simbolo (e, in ogni caso, non troverebbe facilmente sponda per appoggiare una coalizione avversa al centrodestra). A questo punto, alla raccolta delle firme c'è solo un'alternativa: stringere accordi con un partito rappresentato al Parlamento italiano o con un gruppo presente in consiglio regionale, ma gli spazi sono evidentemente limitati. Salterà fuori una "pulce" in zona Cesarini?

giovedì 16 aprile 2015

Dall'idea all'Italia, il Mis di Bruno cambia fiamma (ma arriva tardi)

Essere sempre pronti e a occhi aperti non è una massima da paranoici: è una necessità, anche in ambito simbolico. Perché tu magari sei tutto concentrato sulle regionali, sui partiti che si scannano al loro interno per capire chi può depositare un contrassegno e chi no, sulle alleanze che generano mostri grafici e compagnia bella, ma rischi di perdere l'ennesima puntata della polverizzazione degli emblemi storici: quella in Italia non tradisce mai e riserva sempre nuove, entusiasmanti uscite. Spesso avviene per motivi ideali, per reagire a compromessi che non si vogliono fare, ma alla logica dell'attaccamento indefesso alle vecchie insegne è difficile sottrarsi.
Stavolta tocca al Movimento Italia Sociale, che altro non è che l'evoluzione del Movimento idea sociale fondato da Pino Rauti quando nel 2004 questi si ritrovò fuori dalla Fiamma tricolore e perse la battaglia legale per la titolarità del contrassegno: alla guida della formazione ora c'è Raffaele Bruno. Giusto domenica, in un albergo di Milano, si è svolto un convegno dal titolo La continuità storica del Movimento Sociale Italiano da Giorgio Almirante e Pino Rauti al Movimento Italia Sociale
Ovviamente di continuità politico-ideale si parla, non certo giuridica: quella a ben guardare non la rivendicano nemmeno loro (e, francamente, non si vede come potrebbero), dal momento che non provano nemmeno ad adottare lo stesso emblema che era stato del Msi. In compenso ci vanno molto vicino (e volutamente), non solo perché il nome, proprio come è stato fino alla fine della settimana scorsa, ha come acronimo Mis - cioè il modo in cui la sigla del partito di Almirante veniva tradizionalmente pronunciata - ma perché stavolta si introduce di nuovo un'inequivocabile fiamma tricolore a varie lingue (con tanto di ombre nere, secondo la soluzione adottata dal Movimento sociale Fiamma tricolore a partire dal 2001), così come torna addirittura la base trapezoidale nera, con le lettere (non puntate) della sigla che nella font cercano perfino di somigliare alla vecchia grafica.
Non c'è bisogno quasi nemmeno di dire che quel contrassegno, così com'è, non ha la minima speranza di essere ammesso a partecipare a una competizione di livello nazionale, perché il Ministero dell'interno ne chiederebbe immediatamente la sostituzione, anche senza l'intervento della Fondazione Alleanza nazionale; lo stesso, probabilmente, accadrebbe se l'emblema venisse depositato alle elezioni regionali (su quelle comunali c'è teoricamente più spazio, se non altro perché c'è pochissimo tempo per controllare una marea di documenti, ma non è affatto escluso che le commissioni elettorali boccino comunque il fregio), dunque sarà interessante vedere cosa accadrà.
La questione, peraltro, non finisce qui. Perché sarà anche vero che - come si legge in un comunicato datato 13 aprile e apparso nel sito del Mis di Pietrasanta - la modifica del nome è "dovuta ad un miglioramento di adattamento ai tempi, anche perche dopo la riunione tenutasi ieri ha Milano da parte del direttivo nazionale [...] abbiamo deciso di apportare queste modifiche, in vista di una riunificazione di tutte le destre, escluse quelle liberal capitaliste come Lega Nord, Forza Italia, Nuovo centro destra, Pli, Pri". Il problema è che il Movimento Italia Sociale esiste già, e non da ieri, ma dal 2001
Si tratta di un partito il cui simbolo è così descritto: "In un cerchio a fondo azzurro la scritta Movimento Italia Sociale di colore nero, un’aquila di colore nero con alle spalle una bandiera tricolore (verde, bianca, rossa), tutto circoscritto da una circonferenza di colore nero". Il Movimento, "che ha il fine di garantire la dignità umana e le aspirazioni economiche e sociali del popolo Italiano, nel rispetto delle Sue tradizioni di civiltà e di unità nazionali in conformità ai valori di libertà personale e di solidarietà generale, nella costante adesione ai principi tradizionali ed alle regole delle istituzioni rappresentative", è guidato da Roberto Miranda e alle elezioni ha comunque partecipato alcune volte. Se si digita "Movimento Italia sociale" su Google, è il suo sito a uscire per primo. A dispetto della comune passata militanza nel Movimento sociale italiano, è difficile pensare che Miranda sarà felice di quella che, nei fatti, è un'appropriazione (usurpazione) di nome. A meno che, ovviamente, tra lui e Bruno ci sia un accordo e da queste parti non se ne sappia nulla.

mercoledì 15 aprile 2015

"Forza Italia? E' congelata": chi ha ragione?

Sta diventando sempre più appassionante, anche sul piano giuridico, la disputa intorno alla "legittimità" di Forza Italia e alla titolarità dell'uso del simbolo. Ancora una volta, uno spunto importante viene da un articolo del Tempo, che nel numero in edicola contiene un'intervista a Gianluigi Pellegrino, l'avvocato cui si sono rivolti coloro che aderiscono alle posizioni di Raffaele Fitto – lo stesso legale parla di un incarico conferito da "oltre un migliaio di firme di eletti e iscritti" – per "tutelare in ogni sede e con tutti i mezzi il rispetto delle regole democratiche nel partito".
Il pezzo inizia senza alcuna mediazione e va subito al nocciolo della tesi: "Silvio Berlusconi non ha convocato il congresso che aveva avuto mandato di convocare e questo impedisce che il simbolo possa essere utilizzabile, dal momento che, come impongono l'art. 49 della Costituzione e lo Statuto di Forza Italia, devono essere rispettati i passaggi democratici nel funzionamento del partito". L'emblema, dunque, sarebbe da considerarsi "congelato": "Sulla scheda elettorale al momento ci potrà essere Forza Silvio, ma non Forza Italia".
Ora, Pellegrino è esperto di questioni elettorali e di democrazia interna ai partiti: era nel collegio difensivo legato a Mercedes Bresso che, al Consiglio di Stato, a febbraio dell'anno scorso ha visto confermata la ripetizione delle elezioni in Piemonte; in più ha seguito varie cause legate a scontri interni ad alcune formazioni politiche. Vale però la pena di "non accontentarci" e di guardare più a fondo le censure da lui sollevate.

Le mutazioni grafiche non proprio felici di Area Popolare

E' passato giusto qualche giorno da quando si era detto su questo sito che, in fondo, il simbolo "a bicicletta" che Ncd e Udc avevano deciso di darsi sotto il nome di Area Popolare, pur non essendo un capolavoro, rappresentava comunque un miglioamento rispetto ai contrassegni visti alle elezioni europee e regionali dello scorso anno. Oggi, francamente, tocca già ricredersi, specialmente dopo che Gaetano Quagliariello ha diffuso, attraverso i social network, l'emblema di Ap che si prevede di utilizzare nella consultazione elettorale in Veneto, a sostegno di Flavio Tosi
Se non si era apprezzata la ripartizione in senso orizzontale del cerchio fatta l'anno scorso, sembra francamente imbarazzante il risultato di una divisione successiva, con il semicerchio superiore equamente diviso tra Ncd e Udc. Nel quartino degli alfaniani, tra l'altro, trova spazio anche la scritta "Veneto autonomo", che fa parte della denominazione adottata dal gruppo consiliare: la "D" blu della sigla di Alfano risulta quasi innaturalmente schiacciata, anche se le proporzioni delle lettere sono rispettate. Per lo meno questa volta lo scudo crociato dell'Udc non è stato compresso, anche se risulta proprio piccolo; lo sfondo azzurrino originale consente di nuovo di vedere le vele sottostanti apportate da Ccd e De. Il nome del partito mantiene la sua disposizione semicircolare originaria, anche se l'effetto nello "spicchio" riservato al partito di Cesa non è proprio dei migliori. 
A dominare su tutto, per l'imponenza dello spazio, la grandezza dei caratteri e i colori, è il semicerchio inferiore, con la dicitura "Area popolare Veneto" (in blu) "con Tosi" (nero), il tutto su fondo giallo. Se già il contrassegno del 2014 era parso infelice per l'accozzaglia di elementi, questa volta esteticamente non c'è davvero quasi nulla da salvare. Dei commenti raccolti qua e là, di positivo c'è poco, anche se le critiche - alcune davvero feroci e irripetibili - riguardano soprattutto il "progetto" politico; non per questo, ovviamente, la grafica dev'essere "assolta". Anche chi ci metterà una croce sopra, non guarderà quel cerchiolino volentieri.
E pensare che, solo qualche giorno prima, le scelte grafiche cui aveva partecipato Area Popolare erano state molto più sobrie e apprezzabili. Si prenda ad esempio l'emblema che sabato era stato presentato con riferimento alle elezioni nelle Marche. Si tratta, in particolare, dell'emblema del laboratorio Marche 2020, legato al presidente uscente Gian Mario Spacca, non più inquadrato e inquadrabile nel Pd. Area Popolare ha scelto di correre con quel raggruppamento, presentando un emblema che, nel segmento basso, contiene la semplice denominazione dell'alleanza, tra l'altro in una font Arial ristretta e in grassetto, senza che la grafica rimandi in qualche modo all'associazione fondata da Ncd e Udc.
Ancora più minimalista, se possibile, è stata la scelta divulgata ieri con riferimento a rinnovo del consiglio regionale umbro. Lì Area popolare correrà all'interno della lista "Per l'Umbria popolare", che candida alla presidenza della regione Claudio Ricci, sindaco di Assisi: il simbolo, in realtà, era già apparso in questo sito, ma per ragioni assai meno nobili (di cui, va detto subito, gli ideatori erano del tutto incolpevoli). Ebbene, la novità è quasi impercettibile ed è lo stesso Quagliariello a farla notare sul suo profilo: "Nelle stelline sono comparse una A e una P, che noi speriamo segnino l'astro nascente di Area Popolare. Si parte ufficialmente, in Umbria. Ma proprio lì da tempo è stata segnata la nostra via". L'entusiasmo, in fondo, fa sempre piacere: chissà se ha resistito intatto anche alla grafica molto discutibile spuntata oggi...

Campania, prove di scaramucce in salsa tricolore

Con il passare dei giorni, gli schieramenti in campo alle prossime regionali sono sempre più definiti: accanto alle forze maggiori, così, c'è sempre maggiore certezza sul numero di simboli che correranno a sostegno dei vari candidati. Spesso si tratta di conferme, a volte di sorprese e, non di rado, si assiste a ritorni più o meno prevedibili. In Campania, per esempio, lo schieramento di centrodestra a favore del governatore uscente Stefano Caldoro sembra fissato ormai da giorni. A fare la parte del leone, ovviamente, il partito del presidente, dunque Forza Italia, Area popolare (più probabile la lista unitaria rispetto alla corsa separata di Ncd e Udc), Fratelli d’Italia, ma anche il progtto più legato al candidato stesso, dunque Caldoro presidente.
I colori sono quelli del partito catch-all di matrice berlusconiana: c'è il blu carta da zucchero a marcare una circonferenza di contorno in rilievo, con l'impressione della terza dimensione, e c'è il tricolore a forma di fascia/arcobaleno che si sovrappone allo stesso bordo blu. Proprio quell'elemento rischia di provocare un contenzioso all'ato della presentazione dei contrassegni: non appena è stato presentato l'emblema di Campania Civica, infatti, pare che qualcuno dell'entourage di Caldoro – secondo Retenews24 – abbia preannunciato al coordinatore regionale di Scelta Civica Giovanni Palladino un ricorso per ostacolare il simbolo della lista di Enzo D'Anna (a sostegno di Vincenzo De Luca) proprio a causa del tricolore.
È possibile che la combinazione cromatica giochi qualche scherzo: in fin dei conti, il bordo è quasi dello stesso colore (di spessore diverso) e il tricolore ha le bande nella medesima posizione, anche se l'arco ha l'interno in basso per Caldoro, mentre lo ha in alto Campania Civica. Il tricolore però ormai è un elemento presente in tutte le salse e volerlo censurare non sembra  facile (il nome Caldoro in rosso, poi, spicca molo). Volendo proprio parlare di somiglianze, peraltro, bisognerebbe riesumare un altro emblema di origine campana - almeno per quanto riguarda il radicamento avellinese del suo referente – ossia il primo fregio di Alleanza di centro per la libertà (poi solo Adc) dell'ex notista del Tg1 Francesco Pionati. 
A completare il quadro delle alleanze a favore di Caldoro dovrebbero esserci le liste del Pri (con il ritorno dell'edera sulle schede), dei Popolari per il Sud mastelliani e di Noi Sud: il partito, nato nel 2010 legato ad Arturo Iannaccone, continua ora a operare avendo come presidente l'ex ministro Vincenzo Scotti e come legale rappresentante il senatore Antonio Milo di Gal. E questo, nonostante pochi mesi dopo la nascita del movimento proprio Iannaccone (che oggi invece guida il movimento Autonomia Sud - Noi per il Sud e si colloca, per quanto se ne sa, nel centrosinistra) avesse duramente polemizzato con Milo e Scotti.
Alla corte di Vincenzo De Luca, invece, accanto alla già citata Campania Civica, è stata ormai ufficializzata la lista di Centro democratico. Abbandonato definitivamente l'arancione che era stato di Diritti e libertà, Cd non fa altro che aggiungere nel suo emblema il riferimento al candidato presidente. Con De Luca ci sarà anche una lista dell'Italia dei valori: la cosa interessante è che le liste conterranno anche alcuni esponenti dei Repubblicani democratici, il soggetto politico nato nel 2001, radicato soprattutto in Campania e che faceva essenzialmente riferimento a Giuseppe Ossorio. In lista, in particolare, dovrebbe esserci anche lui.