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martedì 30 aprile 2019

Pavia, simboli e curiosità sulla scheda

Il viaggio tra i capoluoghi di provincia che voteranno il 26 maggio per rinnovare la loro amministrazione prosegue con Pavia, che torna regolarmente al voto dopo cinque anni, anche se il sindaco uscente, Massimo Depaoli, si è dimesso con qualche mese di anticipo, dopo aver appreso che il suo partito - il Pd - non lo avrebbe ricandidato. Sono in tutto sei le candidature alla guida del comune (due delle quali di coalizione): le sostengono - proprio come a Vercelli - 12 liste, proposte qui in ordine di estrazione.

Mario Fabrizio Fracassi

1) Forza Italia

Il sorteggio ha indicato come primo aspirante sindaco Mario Fabrizio Fracassi, già assessore all'urbanistica quando era sindaco Alessandro Cattaneo. La candidatura è sostenuta dal centrodestra tutto intero, senza cedimenti; non stupisce, dunque, che l'estrazione abbia collocato al primo posto di schede e manifesti il simbolo di Forza Italia. L'emblema scelto in questo caso è una via di mezzo tra quello adottato alle politiche dell'anno scorso (con la bandierina che deborda leggermente dal cerchio) e quello presentato per le europee nel 2014, con il cognome di Silvio Berlusconi meno grande rispetto alle politiche, ma "stirato" in verticale per occupare tutto lo spazio. Così non ne resta per riferimenti locali o al candidato (che in effetti non è forzista).

2) Pavia prima

La seconda lista sorteggiata non è di natura politica ma civica: si tratta di una lista locale, anche se Pavia prima è un progetto territoriale nel quale si sono riconosciute varie persone un tempo legate a Forza Italia e ora ritenute da più parti più vicine alla Lega. In un primo tempo il nome da spendere come possibile primo cittadino doveva essere quello di Maurizio Niutta, ma alla fine il gruppo ha scelto di convergere sul candidato unitario indicato dal centrodestra. Al di là del fondo blu, la caratterizzazione politica sparisce, sostituita da una curiosa interpretazione del tricolore, attraverso le sagome del monumento alla lavandaia di Borgo Ticino, del ponte coperto e della cupola del Duomo.

3) Lega - Salvini - Lombardia

Al terzo posto il sorteggio ha collocato la Lega - Salvini, cioè il partito di riferimento del candidato sindaco del centrodestra. Non ci si stupisce affatto, dunque, della presenza dell'emblema leghista, naturalmente nella versione che siamo abituati a vedere dalla fine del 2017. Ovviamente nella parte inferiore, sotto al cognome del segretario federale dell'ex Carroccio, non c'è l'appellativo "premier" ma il riferimento alla (nazione?) Lombardia; a sinistra di Alberto da Giussano, poi, trattandosi di elezioni lombarde è ricomparsa la miniatura della Lega Lombarda, nella stessa versione utilizzata fin dal 1992 all'interno del contrassegno elettorale della Lega Nord. Come a dire che in Lombardia il richiamo alle radici è più forte ed esplicito.

4) Pavia ideale - Fracassi sindaco

Quarto simbolo estratto è quello della "lista personale" dell'aspirante sindaco del centrodestra. Il nome della lista più legato al territorio è certamente Pavia ideale (che tra l'altro ricorda un po' Idea Pavia, lista del candidato sindaco di cinque anni fa Niccolò Fraschini) ma i conoscitori della grafica politica non possono non notare che la maggior parte del contrassegno è occupata dal simbolo di Fracassi sindaco, con la stessa grafica (croce rossa di San -Giorgio su fondo bianco e scritte blu) della lista Maroni presidente, inaugurata alle regionali del 2013 (e depositata per qualche ora, cautelativamente, al Viminale) e poi proseguita con Fontana. La lista personale, dunque, si caratterizza anche sul piano visivo con una chiara scelta di campo.

5) Fratelli d'Italia

Chiude la compagine del centrodestra la lista di Fratelli d'Italia, tra le prime forze a sostenere la candidatura di Fracassi. L'emblema utilizzato in questo caso è esattamente identico a quello che il partito di Giorgia Meloni ha depositato al Ministero dell'interno prima delle elezioni europee (e che tutti gli elettori, compresi quelli di Pavia, troveranno sulla loro scheda): la base, dunque, è il contrassegno utilizzato alle elezioni politiche del 2018 (con il nome della leader in evidenza in alto), ma con l'aggiunta del riferimento ai sovranisti e ai conservatori (per indicare il gruppo del partito europeo Ecr). Nessuno dei tre emblemi politici, dunque, indica il nome dell'aspirante sindaco al suo interno.


Vincenzo Nicolaio

6) MoVimento 5 Stelle

Dopo il candidato sindaco dalla coalizione più nutrita, il sorteggio ha collocato un aspirante primo cittadino sostenuto da una sola lista: Vincenzo Nicolaio, infatti, in campagna elettorale e il 26 maggio avrà l'appoggio del solo MoVimento 5 Stelle, che continua nella sua politica di sostenere candidature autonome. Il simbolo schierato in questa circostanza, ovviamente, non differisce in nulla da quello che, da oltre un anno, accompagna tutte le attività e le uscite elettorali del M5S: rimasta identica la parte superiore, rispetto a cinque anni fa si è modificata solo la dicitura ad arco nella parte inferiore (passando da Beppegrillo.it a Ilblogdellestelle.it, senza che Movimento5stelle.it sia mai stato visto sulle schede a Pavia).


Ilaria Cristiani

7) Partito democratico

Tra le persone che aspirano a guidare il comune di Pavia, la terza posizione è toccata all'unica candidata in corsa, ossia Ilaria Cristiani. Lei, assessora uscente all'ecologia, innovazione e politiche giovanili della giunta Depaoli, si presenta come aspirante sindaca per il centrosinistra e la sostengono tre liste. La prima sorteggiata è quella del Partito democratico, il cui contrassegno elettorale sembra parente di quello depositato in vista delle europee, sia pure con una modifica. Non c'è, ovviamente, il logo del Pse (in questo caso non serve); il riferimento alla candidata sindaca è ospitato nel segmento blu inferiore, molto somigliante a quello inserito nel simbolo nazionale per contenere Siamo Europei di Calenda.

8) Pavia a colori

La seconda lista tra quelle che sostengono l'assessora uscente è Pavia a colori, lista nata come comitato civico messo in campo da un'altra componente della giunta in carica fino a pochi mesi fa, Alice Moggi (per un certo tempo immaginata come possibile candidata sindaca). Se un nastro con tutti i colori (tranne il grigio) rappresenta tra l'altro due torri della città, la lista intende unire quasi tutto il mondo della sinistra pavese, da Possibile a Sinistra italiana ad Articolo 1. "Cosa c'è di più democratico dei colori, che rappresentano tutti?", si chiedono i candidati della lista, che peraltro nella font utilizzata sembra guardare piuttosto a +Europa, che invece - come si vedrà subito - si presenta da sola. 

9) +Europa

Il nome di Ilaria Cristiani è presente anche nella terza lista della sua coalizione, quella di +Europa, promossa da Cristina Angela Niutta, che nel 2014 era la candidata sindaca di Scelta civica, Pli e Fare per Fermare il declino. La base utilizzata per questo simbolo è il contrassegno di +Europa per le elezioni europee (ovviamente senza riferimenti a Italia in Comune, che a Pavia corre da sola); l'attenzione alla grafica, in ogni caso, è sempre profonda, come testimonia l'inserimento ben studiato del ponte coperto (proposto con un dettaglio maggiore rispetto a quanto fatto da Pavia Prima) sopra la bandiera europea al vento, come se quello fosse il suo spazio naturale. 


Paolo Walter Cattaneo

10) Partito della rifondazione comunista - Sinistra europea

Parlando di Pavia a colori, si diceva che la lista raccoglie quasi tutta la sinistra. Quasi perché, in decima posizione su schede e manifesti, spunta - quasi a sorpresa, visto che incontrarlo è sempre più raro, soprattutto a livello nazionale - il simbolo del Partito della rifondazione comunista. L'emblema impiegato a sostegno della candidatura di Paolo Walter Cattaneo è l'ultima versione, adottata già alle europee del 2004 (con la "lunetta" rossa contenente il riferimento alla Sinistra europea), mentre cinque anni fa a Pavia si era adottato quello della federazione del Prc con il Pdci (prima che il processo si interrompesse e il Pdci di Diliberto e Palermi scegliesse di creare un nuovo soggetto politico chiamato Pci).


Stefano Spagoni

11) Italia in Comune

Il quinto aspirante alla poltrona di sindaco di Pavia è Stefano Spagoni, sostenuto unicamente da Italia in Comune. Il partito nazionale guidato dai sindaci Alessio Pascucci e Federico Pizzarotti, che alle europee presenta liste comuni con +Europa, in questo caso ha scelto una corsa autonoma e un candidato sindaco diverso (l'opposto di quanto accade a Vercelli, ove sostiene il centrosinistra mentre +E va per conto suo). L'emblema cerca di far stare tutti gli elementi all'interno del cerchio, compreso il riferimento al candidato sindaco; bisogna ammettere però che questa soluzione grafica è una delle meno convincenti, con molta compressione nella parte superiore e uno squilibrio degli elementi in quella inferiore. Un risultato visivo, apparentemente, tra il precario e l'affrettato.


Massimo Depaoli

12) Cittadini per Depaoli sindaco

Il sorteggio ha deciso che l'ultimo aspirante sindaco, quasi per uno scherzo del destino, doveva essere colui che ha retto la città fino a pochi mesi fa, ossia Massimo Depaoli, non ricandidato dal centrosinistra. Dopo le dimissioni, lui ha ufficializzato una sua nuova corsa, contrassegnata da Cittadini per Depaoli sindaco, il simbolo personale che aveva contraddistinto la sua precedente candidatura (assieme a quello del Pd e dell'Italia dei valori, di cui nel frattempo si sono perse le tracce, proprio nella città di Elio Veltri, che nel 1998 contribuì a fondare l'Idv con Antonio Di Pietro). Il fiume azzurro (il Po) che scorre su fondo rosso tornerà dunque sulle schede, dopo aver preso il 4,7% cinque anni fa.

domenica 28 aprile 2019

Vercelli, simboli e curiosità sulla scheda

Inizia qui una carrellata relativa ai comuni che andranno al voto il 26 maggio 2019, contemporaneamente alle elezioni europee. Visto il gran numero di enti chiamati alle urne, non si potrà certo fare una mappatura completa. Si comincia con Vercelli, grazie alle informazioni di chi conosce bene la città e il suo contesto; chi volesse contribuire alla scrittura per gli altri capoluoghi, sarà il benvenuto.

Dopo cinque anni Vercelli torna al voto per eleggere il sindaco del capoluogo della provincia piemontese, nata nel 1927 separando il territorio delle odierne province di Vercelli e Biella da quello di Novara (che, nel 1992, ha visto staccarsi anche il territorio dell'attuale provincia di Verbano-Cusio-Ossola, mentre anche il biellese è diventato provincia a sé): tentativi di riunificare in una le quattro province, proposti anni or sono, sono peraltro falliti a causa della forte rivalità campanilistica che oppone Vercelli a Novara e, in misura minore, a Biella. 
Scaramucce tra campanili a parte, l'amministrazione comunale uscente è arrivata a naturale conclusione e i cittadini sono chiamati al voto come da programma. Nella città dei "7 scudetti e non solo", come recita la gigantografia posta dietro la curva dei tifosi bicciolani allo stadio Silvio Piola, sulla scheda arriveranno 12 liste, a sostegno di 7 candidati sindaci: questi dovevano essere 8, ma Casa Pound non ha presentato la lista a supporto di Roberto Milan, come pure aveva annunciato, probabilmente per problemi di raccolta delle firme necessarie. Di seguito ecco i simboli sottoposti ai vercellesi, in ordine di sorteggio.


Andrea Corsaro

1) Fratelli d'Italia

Il centrodestra candida come sindaco di Vercelli Andrea Corsaro: 60 anni, avvocato, già sindaco della città dal 2004 al 2014, non legato ad alcuno dei tre partiti che lo sostengono. Il sorteggio lo ha indicato per primo e, tra le su liste, ha collocato al primo posto Fratelli d’Italia: nel 2014 (1,70%) era rimasta fuori dal consiglio comunale; negli ultimi mesi ha acquisito un consigliere nella persona di Stefano Pasquino, eletto in Forza Italia che si ricandida (in lista ci sono anche altri candidati con esperienze amministrative diverse nelle passate consiliature). Il simbolo è quello presentato al Viminale per le europee, con la variante del nome di Giorgia Meloni sostituito dal cognome del candidato sindaco (anche se il "per", scritto così, sembra un po' fuori contesto anche se non sgraziato).

2) Lega

Subito dopo Fdi, tocca alla Lega, unica forza della coalizione a non inserire il nome del candidato sindaco nel simbolo: il partito preferisce utilizzare l'emblema Lega - Salvini - Piemonte (con tanto di drapeau piemontese). La lista è capeggiata dal consigliere uscente, Alessandro Stecco, medico ospedaliero, che è anche inserito nel listino regionale di Alberto Cirio, candidato alla presidenza della Regione; al secondo posto c'è il vice segretario provinciale, Gian Carlo Locarni. Nel 2014 la Lega (Nord) aveva eletto un solo consigliere con il 3,84%; questa volta l'esito promette di essere decisamente diverso, così come gli equilibri all'interno della coalizione.

3) Forza Italia

Terza e ultima lista a sostegno di Corsaro è quella di Forza Italia: come capolista c'è il presidente della Provincia, Carlo Riva Vercellotti, anche lui candidato nel listino regionale di Cirio; tra i candidati, si trovano anche due consiglieri comunali uscenti, Giorgio Malinverni e Gianni Marino. Il simbolo adottato in questa occasione ha come base uno di quelli che il partito ha indicato per le elezioni amministrative, con il nome Berlusconi e, in basso ad arco, quello del candidato sindaco; il nome dell’ex Presidente del Consiglio è però eccezionalmente rimpicciolito rispetto a quello del candidato, che dunque assume maggior rilievo. Nel 2014, gli eletti forzisti in consiglio erano stati 5, grazie al 15,92% ottenuto.


Roberto Scheda

4) Voltiamo pagina

Il secondo posto sulla scheda è.. per Scheda: non è un gioco di parole ovviamente, ma ci si riferisce a Roberto Scheda, 76 anni, anche lui affermato legale, senatore Psi dal 1992 al 1994 ed ex assessore della giunta Corsaro. In questo caso si presenta sostenuto da due liste civiche: la prima, Voltiamo pagina, nella parte superiore del contrassegno contiene un libro aperto sfogliato che, tuttavia, con le due pagine marcate in blu sembra anche suggerire una "V come Vercelli". In lista, tra gli altri, ci sono i consiglieri uscenti Maurizio Randazzo, ex olimpionico di scherma, eletto nel 2014 con una civica di centrodestra, e Paolo Campominosi, che invece cinque anni fa era entrato in consiglio con una formazione civica di centrosinistra.

5) Uniti si vince

La seconda lista a sostegno di Scheda, formata soltanto da 27 candidati, ha probabilmente insinuato qualche dubbio nella commissione elettorale: ciò perché la parte inferiore (dalla fascetta tricolore in giù) è sostanzialmente identica a quella del simbolo sorteggiato per primo; cambia soltanto la parte superiore, che contiene il nome della lista, Uniti si vince, in una font "pennellata" (anche se l'etichetta, per qualcuno, è piuttosto anonima). Tra i candidati non c'è alcun amministratore uscente, per cui questa lista sembra in qualche modo un escamotage per schierare 59 nomi (su due liste) invece che 32 (in una sola); non sembra facile distinguere le due compagini, per cui potevano forse esserci gli estremi per chiedere una modifica più profonda al secondo emblema. Così non è stato e si voterà con questi due simboli quasi uguali. 


Maura Forte

6) Italia in Comune

Al terzo posto il sorteggio colloca la sindaca uscente, Maura Forte, 59 anni, insegnante, eletta nel 2014 col sostegno di una coalizione di centrosinistra ed esponente del Pd: anche lei, come Corsaro, è supportata da tre liste. L'estrazione ha collocato per prima una lista al suo debutto, quella di italia in Comune, il partito il cui esponente più noto è il sindaco di Parma Federico Pizzarotti. Il simbolo utilizzato è quello classico, senza riferimenti a candidati o località (cosa sempre più rara alle amministrative). La lista è formata da 32 candidati, capolista Domenico "Mimmo" Catricalà, 79 anni; tra i candidati, il gruppo di assessori e consiglieri comunali che facevano riferimento a Cambia Vercelli, ossia Emanuele Caradonna, Mario Cometti, Aisha Badji e Adriano Brusco, oltre al citato Catricalà (che recentemente  ha battuto il record mondiale di stacco della Powerlifting nella categoria over anni 80 e 52 chili di peso: 141 chili).

7) Partito democratico

Anche il Partito democratico sceglie di presentarsi solo con il simbolo ufficiale nazionale, senza inserire il nome della candidata (che pure, come si è detto, ne è un'autorevole esponente) o altri riferimenti alla competizione locale. La lista è aperta dal segretario provinciale, Michele Gaietta, e comprende assessori uscenti (Carlo Nulli Rosso, Michele Cressano, Graziella Ranghino e Maria Moccia), nonché consiglieri dell'amministrazione tuttora in carica; tra i candidati si trova anche Giorgio Grassino, ex responsabile locale del Partito pensionati. Nel 2014 il Pd aveva preso il 28,28% ed eletto 12 consiglieri, questa volta proverà a eguagliare il risultato di allora.

8) Vercelli con Maura Forte

L'unica lista a sostegno della sindaca uscente a contenere il suo nome è la civica Vercelli con Maura Forte, facilmente identificabile come "lista personale" e meno colorata politicamente. Si tratta, peraltro, della prima (e di fatto unica) lista a valersi - peraltro in modo graficamente elegante e gradevole- di un segno del territorio piuttosto riconoscibile dai vercellesi, cioè il "rosone" della facciata frontale del Sant'Andrea, basilica gotica della città. Il capolista è l'assessore al bilancio e allo sport, Andrea Coppo; tra i nomi dell'amministrazione uscente, ci sono anche quelli del consigliere Carlo Truffa, un passato in Rifondazione comunista, e dell'ex assessore alle Politiche sociali Paola Montano.

  

Alberto Perfumo

9) SiAmo Vercelli

Per uno strana combinazione del sorteggio, ai primi tre posti nel manifesto e sulla scheda sono finiti i tre candidati sostenuti da più liste; i quattro seguenti sono appoggiati da una sola lista. Vale anche per Alberto Perfumo, 57 anni, ingegnere ed imprenditore, che ci riprova dopo cinque anni: nel 2014, sostenuto da due liste, aveva preso il 16,93%, eleggendo 5 rappresentanti (e al ballottaggio SiAmo Vercelli e SiAmo i giovani avevano appoggiato Maura Forte, ma Perfumo era poi uscito dalla maggioranza dopo pochi mesi). In questa tornata la lista è una sola, SiAmo Vercelli. Il simbolo è quello utilizzato nel 2014 (uno dei tanti che schierano la coppia "SiAmo"-cuore, in una vera "esagerazione d'amore"); in lista ci sono pure i consiglieri uscenti Bobo Zanoni, Luca Simonetti ed Elisabetta Perfumo, sorella del candidato. La lista, per la cronaca, è l’unica ad avere già ufficializzato l'eventuale squadra di governo.


Michelangelo Catricalà

10) MoVimento 5 Stelle

Per la posizione numero 10 è stato sorteggiato il MoVimento 5 Stelle, che ovviamente - come in ogni occasione - utilizza il simbolo ufficiale nazionale, senza alcuna modifica o specificazione locale. Il candidato sindaco è Michelangelo Catricalà, 47 anni, tecnico informatico e consigliere comunale uscente; il capolista è invece Mark Varlotta, 46 anni, ingegnere civile. Nel 2014 la lista M5S ottenne l'8,23% mandando in consiglio, oltre che Catricalà, anche l'allora candidato sindaco, Adriano Brusco, che però nel corso del suo mandato consiliare era passato al gruppo Cambia Vercelli, in appoggio alla maggioranza che negli ultimi cinque anni ha retto il comune.

Giacomo Ferrari

11) Vercelli democratica

Appare sostanzialmente inedito e piuttosto interessante il simbolo di Vercelli democratica, lista della sinistra vercellese, che candida a sindaco Giacomo Ferrari, docente universitario ed ex preside del dipartimento di Lettere. All'interno della lista - che comprende solo 22 candidati - c'è anche il consigliere uscente Norberto Greppi, subentrato nella compagine Pd in corso di consiliatura e in seguito passato ad Articolo 1 - Mdp. L'emblema propone una colomba azzurra tra due "spighe" di riso. Non ci sono precedenti elettorali per questa lista; nel 2014 c'era stata però una lista di sinistra, Sinistra per Bassini, che aveva preso il 2,44%, alleata con un'altra civica di cui si dirà.

Federico Bodo

12) +Europa

Il candidato sindaco più giovane di questa tornata, Federico Bodo, risulta anche l'ultimo in base al sorteggio. 28 anni, psicologo con esperienze lavorative nel settore sociale e dell'accoglienza, Bodo è in qualche modo "figlio d’arte": il padre, Fulvio, era stato sindaco socialista dal 1985 al 1992 (anno di tangentopoli), ma Federico sembra aver seguito le orme della madre, Roswitha Flaibani, da sempre militante radicale ed impegnata nel sociale. La lista di +Europa è composta dal minimo richiesto di candidati, 21, ed è guidata da Pietro Oddo, storico esponente radicale di Vercelli; al numero 2 c'è Cristiano Sirianni, consigliere uscente eletto in SiAmo i Giovani (lista di supporto nel 2014 a Perfumo). +Europa, alleata con Italia in Comune alle europee, qui si presenta in solitaria e in uno schieramento diverso rispetto al gruppo vicino a Pizzarotti.

Chi manca, rispetto al passato?

Rispetto al 2014, saltata Casa Pound, manca una lista compiutamente di destra, presente dal 1999 (Fiamma tricolore nel 1999 e nel 2004, La Destra nel 2009, mentre nel 2014 si era presentata Destre Unite - 0,84% in coalizione con il centrodestra – formata da esponenti della Destra e da alcuni ex Fiamma Tricolore), uno degli esponenti storici della destra radicale vercellese, Massimo Bosso, è tuttavia candidato con Forza Italia.
Non si presenta neppure Voce Libera, che nel 2014 aveva ottenuto il 4,11% e un seggio: la lista faceva capo a Maria Pia Massa, ex assessora nelle giunte di centrosinistra dal 1995 al 2004 e in seguito consigliere comunale; nel 2014 era alleata con la lista di sinistra a sostegno della candidatura di di Remo Bassini.
Le liste alleate con il Pd nel 2014, Cambia Vercelli (5,81%, 2 seggi) e Scelta Civica con altri (1,68%, nessun eletto) non si ripresentano; come visto però i loro esponenti si sono presentati in Italia in Comune, mentre di Scelta civica (che a Vercelli aveva come uomo di punta il consigliere regionale Gabriele Molinari, ora in +Europa) si sono perse le tracce.
Manca anche la seconda lista di Perfumo, SiAmo i Giovani: nel 2014 aveva preso il 2,53% e eletto un consigliere, subentrato allo stesso Perfumo dopo la sua nomina a vicesindaco (durata come detto pochi mesi).
Mancano poi i Moderati, che nel 2014 avevano ottenuto il 2,94% e nessun eletto: l'allora candidato sindaco, Giovanni Mazzari (ex assessore allo sport di Corsaro) quest’anno preferisce proporsi come aspirante primo cittadino nel comune di Pertengo.
Non c'è una lista legata in qualche modo all'Udc, che nel 2014 aveva corso in solitaria con il cartello fondato dagli alfaniani di Ncd: il candidato sindaco Bruno Poy, recentemente scomparso, aveva preso il 2,75%.
Nessun riferimento al simbolo di falce e martello, assente anche nel 2014: l'ultima apparizione risale al 2009 con Rifondazione comunista (1,79%, che aveva concorso, assieme a Sinistra e libertà, a eleggere in consiglio il candidato sindaco comune, Giorgio Comella.
Nessuna traccia, infine, né delle liste "minori" che in passato avevano supportato i candidati  di centrodestra (a partire dai Pensionati e dai Verdi-Verdi, particolarmente attivi in Piemonte), né dell'Italia dei Valori (un eletto nel 2009), di liste socialiste o dei Verdi, che dal 1995 al 2004 avevano un loro esponente, Gabriele Bagnasco, come sindaco della città.

giovedì 25 aprile 2019

Suppletive in Trentino, tre simboli (e una variante) in tutto

Il 26 maggio si celebreranno le elezioni europee e il procedimento elettorale preparatorio è già ampiamente avviato; lo stesso giorno si voterà in molti comuni per rinnovare le amministrazioni (e le candidature si presenteranno tra domani e dopodomani); contemporaneamente, però, in parte del Trentino i cittadini saranno chiamati alle urne per eleggere due deputati in sostituzione di Giulia Zanotelli (collegio di Trento) e Maurizio Fugatti (collegio di Pergine Valsugana), rispettivamente divenuti assessore e presidente della provincia autonoma di Trento. Ci si prepara dunque al secondo turno di elezioni suppletive di questa legislatura (dopo che, dalla XV alla XVII, non si erano più tenute perché il Porcellum non le contemplava più, tranne che per i pochi collegi uninominali ancora previsti): le candidature, peraltro, sono già state depositate (tra il 21 e il 22 aprile) e regolarmente vagliate. Gli schieramenti, tra l'altro, in entrambi i collegi sono esattamente identici: sono sempre tre le persone in campo, sostenute dalle stesse compagini politiche. 
L'unica novità in questo turno, almeno dal punto di vista simbolico, è costituita dal centrosinistra, che sceglie di correre anche visivamente unito nel cartello denominato Alleanza democratica autonomista: all'interno del contrassegno, con il bianco e il rosso carminio - ma i presentatori di lista parlano di "porpora", con l'intento di rimandare "simbolicamente ai valori e ai colori dell’Autonomia del Trentino" - a dividersi lo spazio quasi come nel Taijitu, sono presenti le "pulci", oltre che del Partito democratico del Trentino, di Futura - Partecipazione e solidarietà (evoluzione dell'associazione presieduta dal giornalista e consigliere provinciale Paolo Ghezzi), dei Verdi, dell'Unione per il Trentino, del Partito socialista italiano e di LeU, citata solo in sigla e senza il tradizionale simbolo rosso (probabilmente non si è voluto richiamare direttamente l'emblema di un soggetto politico ormai in disfacimento), ma con un elemento curvo che ricorda un po' la vecchia sottolineatura del nome e un po' le "foglioline" di LeU. Questo contrassegno-contenitore - che rischia un po' l'effetto "cuscinetto a sfera" o "Lista del Grillo parlante" - sarà lo stesso in entrambi i collegi, con l'unica variante della candidata indicata: a Trento sara ospitato il nome di Giulia Merlo, a Pergine Valsugana quello di Cristina Donei.
Non risulta nuovo, invece, l'emblema della coalizione di centrodestra che a Trento candida Martina Loss e a Pergine schiera Mauro Sutto (entrambi consiglieri comunali leghisti in carica). Il contrassegno, infatti, è esattamente lo stesso utilizzato da quell'area politica alle elezioni suppletive che si sono tenute il 20 gennaio a Cagliari: un fregio chiaramente composito, che contiene - disposte a triangolo - le miniature dei simboli che la Lega - Salvini premier, Fratelli d'Italia e Forza Italia hanno presentato alle ultimi elezioni politiche. Nessuna delle tre grafiche prevale, anche se in questo caso, come detto, la Lega esprime entrambi gli aspiranti deputati. Non essendo stato presentato alle ultime politiche un simbolo del genere, in ogni caso, un esemplare della grafica è stato depositato unitamente ai documenti di ciascuna candidatura.
Proprio come in Sardegna, invece, non c'è stato bisogno di depositare il contrassegno del MoVimento 5 Stelle a sostegno delle candidature di Lorenzo Leoni (Trento) e Rosa Rizzi (Pergine Valsugana): l'emblema utilizzato dal M5S, infatti, è esattamente identico a quello già depositato al Ministero dell'interno prima delle elezioni politiche del 2018. Com'è noto, in un primo tempo a Cagliari l'ufficio elettorale aveva chiesto comunque il deposito locale (e, in mancanza di esso, aveva escluso la candidatura di Luca Caschili per il MoVimento), ritenendo che tutto il materiale utile per l'elezione suppletiva dovesse essere consegnato nello stesso momento; l'Ufficio elettorale nazionale, tuttavia, aveva riammesso il M5S, precisando che il procedimento propedeutico alle suppletive è solo accessorio rispetto a quello delle elezioni politiche, per cui i simboli già depositati in quell'occasione conservano la loro validità e vanno semplicemente richiamati, mentre occorre depositare assieme ai documenti di candidatura gli emblemi anche solo in parte nuovi (come appunto gli altri due già visti).
Le schede per queste nuove suppletive, dunque, saranno assai poco affollate, soprattutto rispetto a quelle delle elezioni europee (che nella circoscrizione Nord Est comprenderà ben 17 liste); non è improbabile, tuttavia, che nei prossimi mesi si preparino altre sostituzioni di eletti in Parlamento, rimettendo di nuovo in moto la macchina elettorale e dando ai cultori di grafica politica - magari - qualche soddisfazione in più. 

mercoledì 24 aprile 2019

#RomanzoViminale: i simboli che non abbiamo visto al Ministero

Smaltita dopo un paio di settimane la "sbornia" da deposito di contrassegni al Viminale, restano i ricordi di quella manciata di ore, le impressioni generate da ciò che volta per volta (e, quasi sempre, con molta, molta calma) è finito esposto nel corridoio del piano terra e, in fondo, anche un po' di rammarico. Rammarico per i simboli che ci si aspettava di veder arrivare - o, molto più spesso, tornare - sul fondo nero delle bacheche e sotto le loro coperture di plexiglas. Già, perché quegli emblemi in questi giorni non li ha raccontati nessuno, non hanno avuto l'attenzione di un flash, di una telecamera, di un taccuino - ce ne sono ancora! - o di un dito pigiato su un tablet. 
L'anno scorso, proprio per restituire un po' di visibilità almeno ad alcuni di coloro che non avevano trovato la strada del Viminale, questo sito aveva inventato una finta bacheca in cui inserire una decina di simboli: invece che un Salon des Refusés (sullo stile di quello voluto da Napoleone III), un ancor più ardito Salon des jamais arrivés. Quest'anno, dopo l'ulteriore calo degli arrivi al ministero, sembra giusto fare lo stesso, con qualche conferma (di simbolo o di persona) e vari ingressi, vecchi, nuovi o nuovissimi: la bacheca è stata riempita a piena discrezione dell'amministratore della pagina e di alcuni suoi collaboratori, rigorosamente #drogatidipolitica. Nella speranza che prima o poi a qualcuno degli assenti qui celebrati venga voglia di tornare o varcare per la prima volta i cancelli di piazza del Viminale.

* * *

1) La Luce del Sud

In apertura di questa carrellata, una domanda sorge spontanea e, volendo, quasi urgente: ma tra i simboli apparsi per la prima volta in bacheca prima delle elezioni politiche del 2018, che fine ha fatto La Luce del Sud, il manifesto simbolico del Lucentismo di Giusy Papale? Come ha potuto il Viminale sopravvivere senza ospitare di nuovo il passaggio e l'affissione dell'emblema il cui programma si riassume nella massima "Fare, sempre fare, eternamente fare e dire, sempre dire, eternamente dire agli altri quello che vuoi sia fatto e detto a te stesso"? Quale spazio ci sarà per le Isole della Felicità concepite da Giusy Papale? Ma soprattutto, che ne è dell'offerta di 5mila euro sul quadro del simbolo fatta da Makkox a Propaganda Live a nome di Marco Damilano? Che il simbolo non sia arrivato al Ministero perché se l'è comprato lui?


2) Lista civica nazionale "Io non voto"

Da un'assenza fresca fresca a un habitué della fila viminalizia, che anche quest'anno ha "marcato visita". Nemmeno questa volta, infatti, tra i primi a depositare il proprio simbolo si è visto Carlo Gustavo Giuliana, con la sua mitica lista civica nazionale "Io non voto", che invece cinque anni fa, assieme ad altri due compari di fila, ha tenuto salde le posizioni della sua proposta politica. Lui, interrogato appositamente pochi giorni prima della due giorni romana, ha preannunciato la sua assenza, assicurando di voler tenere in caldo il suo simbolo pervinca-nero (molto palermitano) per le elezioni politiche, che potrebbero non tardare più di tanto. Nella sempre maggiore consapevolezza che il partito del non-voto è sempre più imbattibile in quest'Italia del Terzo Millennio (e se arriveranno le liste, sarà divertente l'esperienza situazionista di sapere che qualcuno voterà "Io non voto").


3) No Euro

Proprio come l'anno scorso, i veri #drogatidipolitica hanno sentito la mancanza al Viminale di uno qualunque della lunga sequela di emblemi prodotti da Renzo Rabellino e dalla sua "banda": cinque anni fa, in effetti, al mattino in fila c'era lui con il suo gruppo (compreso l'inesauribile Gianluca Noccetti), pronto a portare la Lista dei Grilli parlanti, Lega Padana, Pensionati e invalidi (per conto di Luigina Staunovo Polacco) e - soprattutto - Chiamiamolo per il Piemonte, anticipazione di ciò che non sarebbe stato alle regionali (non per loro volontà). Questa volta, trattandosi di elezioni europee, è giusto rappresentare Rabellino & co. con l'emblema più semplice, diretto e attinente: No Euro, contro la moneta privata della Bce e il signoraggio.


4) Liberaldemocratici

Altro soggetto perfettamente a suo agio in ambito politico che diserta da troppo tempo i corridoi del Viminale (l'ultimo suo avvistamento risale al 2013) è Marco Manuel Marsili. Questa volta, tuttavia, non lo si vuole rappresentare e richiamare con la sua ultima creatura politica, ossia i Pirati (peraltro già ammessi nel 2013 pur in presenza del Partito pirata), bensì con la sua creatura politica più raffinata e interessante, i Liberaldemocratici. Non solo l'emblema si sarebbe ben prestato a una competizione di rango europeo, ma quel bird of liberty che rimanda tanto ai LibDem britannici avrebbe addirittura potuto - visto l'andazzo delle ultime settimane - correre senza firme (e figurarsi se il Pirata liberaldemocratico avrebbe avuto problemi a dare prova di un'affiliazione...)


5) Partito delle buone maniere

Altra assenza molto sentita quest'anno, dopo la presenza vulcanica del 2018, è stata quella di Giuseppe Cirillo, alias Dr. Seduction: stavolta dunque niente strisce pedonali portatili, niente pastarelle, niente caciocavalli per ravvivare l'atmosfera dell'austero - e più regolamentato del solito - corridoio viminalizio. E pensare che il simbolo pronto c'era già: nessuna riedizione di Preservativi gratis o del Partito degli impotenti esistenziali, ma una nuova variazione del Partito delle buone maniere, con due volti che si guardano con educazione (si vede che ce n'è molto bisogno) al posto della mano guantata che porge un fiore. Un simbolo, tra l'altro, che dovrebbe partecipare a una delle prossime regionali e alle amministrative (per lo meno di Caserta): quell'appuntamento il dottor Cirillo non lo mancherà.


6) M.E.T. - Movimento per l'economia e il territorio

Ormai da cinque anni i funzionari dei servizi elettorali del Ministero dell'interno non vedono Marco Di Nunzio, cioè da quando alle scorse europee non gli venne in mente di depositare il simbolo di Forza Juve - Bunga Bunga - Usei (prima che al quarto piano del Viminale piombasse una diffida grande così della Juventus e, dopo aver riammesso con difficoltà il contrassegno modificato chissà da chi, si decidesse di aggiungere a tutte le successive Istruzioni sulla presentazione delle candidature il "comma Di Nunzio" che vietava l'inserimento di marchi di società "anche calcistiche"). Eppure stavolta Di Nunzio, l'Eroe simbolico dei Due Mondi, aveva a disposizione il simbolo più sobrio della sua carriera, quello del Movimento per l'economia e il territorio: talmente sobrio che, alle ultime comunali in cui è stato presentato, non lo ha votato quasi nessuno. Ma nelle bacheche ministeriali non avrebbe certo sfigurato...


7) Sempre in piazza - Il presenzialista televisivo

Questo simbolo, diciamo la verità, è stato il più vicino in assoluto, tra quelli ospitati in questa bacheca des jamais arrivés, ad arrivare nel posto in cui tutti si sarebbero fermati a guardarlo. Già, perché Mauro Fortini, uno dei recordman di passaggi televisivi all'interno dei telegiornali e non solo, alle 8 dell'8 aprile era sulla piazza del Viminale pronto al deposito: aveva fatto stampare una copia del suo simbolo - concepito da lui e realizzato, anche qui, chissà da chi - denominato Sempre in piazza - Il presenzialista televisivo, che in un cerchio riassumeva tutta la sua filosofia, con tanto di penna arancione, ferma ma pronta a essere mossa con perizia. Pare che il simbolo e il suo protagonista siano arrivati fino al cancello del Ministero e poi siano stati allontanati dallo spettro della burocrazia; in ogni caso, c'è da giurarci, l'ingresso dell'anticamera elettorale è solo rimandato. Magari alle prossime politiche (e con le telecamere che stavolta cercheranno proprio lui).


8) Movimento sociale Fiamma tricolore

Nel 2018 il simbolo era in qualche modo presente all'interno del cartello Italia agli italiani (assieme a Forza Nuova); questa volta, invece, come nel 2014, il simbolo del Movimento sociale Fiamma tricolore non è proprio arrivato in bacheca. Non si è visto né il segretario nazionale Attilio Carelli, né alcuna persona delegata da lui. Così la goccia tricolore seghettata è rimasta fuori e l'area di estrema destra è rimasta rappresentata solo dal cartello Destre unite - CasaPound e da Forza Nuova; tra il 1996 e il 2013, invece, l'emblema non era mai mancato, anche quando le liste non erano in progetto. Chissà se, prima o poi, qualcuno deciderà di farlo tornare...


9) Federazione nazionale dei Verdi-Verdi

Tra i leoni d'Italia, venetisti o valdostani, la testuggine ottagonale, le colombe, le aquile fiammesche e i cavalli in volo, qualcuno non riesce proprio a farsi una ragione dell'assenza ormai decisamente prolungata dell'orsetto che sorride e saluta della Federazione nazionale dei Verdi-Verdi. Il partito ideato e guidato dal piemontese Maurizio Lupi, in effetti, è comparso l'ultima volta nel 2006, anche se il fondo era blu e il nome era diventato Ecologisti democratici - L'ambienta-Lista (per la bocciatura da parte dell'Ufficio elettorale centrale nazionale, che aveva rilevato la somiglianza con i Verdi). Dal 2014 il soggetto politico non è più nemmeno nel consiglio regionale del Piemonte: possibile che nessuno abbia voglia di vederlo di nuovo su bacheche, manifesti e schede?


10) Italia dei valori

Nel 2014 il simbolo era tornato nelle bacheche viminalizie perché, forte dei parlamentari europei eletti nel 2009, le sue liste avrebbero potuto correre senza raccogliere firme a quelle elezioni europee. Già nel 2018, invece, l'Italia dei valori, guidata da Ignazio Messina e senza più la presenza - anche solo nel simbolo - del suo fondatore Antonio Di Pietro, aveva scelto di non comparire nemmeno tra gli emblemi depositati a mero scopo cautelativo. Evidentemente nessuno ha sentito il bisogno di dare nuova visibilità al gabbiano arcobaleno che fin dall'inizio ha caratterizzato la vita del soggetto politico. Non è dato sapere se si tratti di un arrivederci o se il volo sia definitivo: da queste parti, ovviamente, si spera di no.


11) Democrazia cristiana

Non si può ovviamente dire che a queste elezioni fosse assente una Democrazia cristiana, come ben sa chi ha seguito la storia delle impugnazioni e delle decisioni dell'Ufficio elettorale nazionale e dei giudici amministrativi. A mancare questa volta è la Dc con lo scudo crociato arcuato, di gusto più risalente e a fondo bianco, il simbolo che nel 2014 fu depositato tanto da Pellegrino Leo (in quanto iscritto alla Dc mai sciolta), quanto soprattutto da Angelo Sandri, che da Cervignano del Friuli scese cinque anni fa con tanto di cravatta scudocrociata, pronto a difendere le proprie ragioni di segretario politico. Entrambi hanno "marcato visita" nel 2018 e questa volta hanno fatto lo stesso: che stiano preparando qualche colpo ad effetto per le prossime politiche?


12) W la Fisica

Non si avverte solo l'assenza di Giusy Papale, ovviamente: tra le new entry del 2018, accanto ai Free Flights to Italy, ai 10 volte meglio, al Partito Valore umano e al Rinascimento sgarbiano, spicca l'assenza di W la Fisica. Il simbolo presentato da Mattia Butta, perfetto esemplare della corrente del bianconerismo (spruzzato di essenzialismo e geometrianaliticismo), l'emblema che più di tutti colpì Roberto Calderoli e deluse una cospicua parte di italiani che non lo trovarono sulle schede (si presentò solo all'estero), questa volta non è comparso nemmeno nei dintorni del Viminale. Un vero peccato, perché il bisogno di una cultura scientifica più diffusa e vissuta non è affatto calato, anzi, se possibile è raddoppiato. Forza Butta, l'Italia ha bisogno di te e gli appassionati di politica pure...


13) Nuovo Psi

I frequentatori di questo blog, già alla sera del 7 aprile, lo avevano notato subito: quest'anno in bacheca non c'è nemmeno un garofanino piccolo così. A mancare, soprattutto, è stato il simbolo del Nuovo Psi di Stefano Caldoro, l'unico che - pur avendo decisamente ridotto la presenza elettorale - manteneva con continuità l'uso del fiore dei socialisti craxiani e post-craxiani (non con particolare gioia del Psi). Si tratta della prima assenza del garofano caldoriano, sempre presente al Viminale dal 2006 (mancò solo sulle schede nel 2009, per l'estromissone da parte dell'Ufficio elettorale nazionale): mancanza di tempo, di interesse o semplicemente ci si prepara per appuntamenti di maggior interesse nazionale?


14) Sì Tav - Lavoro - Grandi opere - Maie

Questo simbolo rappresenta, se si vuole, una piccola eccezione. Non è stato finora usato e probabilmente non lo sarà mai, ma qualcuno lo aveva seriamente concepito con l'idea di partecipare alle elezioni regionali piemontesi e, magari, di correre anche a quelle europee. Bartolomeo Giachino, tra i fondatori dell'associazione Sì lavoro, ne avrebbe approfittato per dare risonanza anche al suo messaggio Sì Tav e al sostegno alle Grandi opere. Certo, per correre alle europee sarebbe stato necessario raccogliere le firme oppure ospitare nel contrassegno il simbolo di una forza esente. Come il Maie, che nel 2009 aveva esonerato i Liberal Democratici e nel 2014 aveva fatto lo stesso con Io cambio. Quest'anno, per la prima volta, né il Maie né l'Usei sono finiti su alcun emblema per attribuire l'esenzione: se questo da una parte si spiega con la strada dei partiti europei (di cui si è ampiamente parlato), varrebbe la pena chiedersi come mai nessuno stavolta abbia scelto la via latinoamericana.


15) Democratici di sinistra

La nostra fantabacheca si chiude con un partito che non opera più, ma esiste ancora: sulle schede non finisce più dal 2008 (compreso), ma per anni ha continuato a comparire nei corridoi del Ministero dell'interno. Sì, perché prima - nel 2008 e nel 2009 - il simbolo dei Democratici di sinistra veniva portato da Barletta dal gruppo di Antonio Corvasce che voleva continuare a essere diessino senza essere del Pd (ma Viminale e magistrati di cassazione sbarravano la strada a quell'emblema); nel 2013 e nel 2014 è stato fatto depositare per sicurezza da Ugo Sposetti, tuttora legale rappresentante di ciò che resta dei Ds, proprio per evitare sorprese. L'anno scorso e quest'anno, invece, nessuno ha portato la Quercia (e stavolta neanche la Margherita si è vista, forse perché non c'era un Dellai che avrebbe voluto usarla e da cui qualcuno voleva cautelarsi). Eppure è bene ricordarsi, ogni tanto, che in Italia sciogliere un partito è un procedimento maledettamente difficile e, soprattutto, lunghissimo: le querce, del resto, alla longevità sono abituate.

martedì 23 aprile 2019

Europee, simboli di Dc e Pensioni & Lavoro fuori anche al Consiglio di Stato

Si è da poco conclusa definitivamente la fase del procedimento preparatorio alle elezioni europee del 26 maggio 2019, relativa alla definizione dei contrassegni ammessi a presentare candidature. Il Consiglio di Stato, infatti, ha respinto da qualche ora i ricorsi della Democrazia cristiana e di Pensioni & Lavoro che, nel tentativo di ribaltare il verdetto del Tar Lazio dei giorni scorsi, puntavano a vedere riammessi i loro emblemi, esclusi dalla Direzione centrale dei servizi elettorali del Ministero dell'interno (decisione che l'Ufficio elettorale nazionale aveva confermato).

Il ricorso della Dc

Ricorrendo contro la decisione del Tar, la Democrazia cristiana aveva innanzitutto ribadito che non era affatto vero, come sostenuto dal Viminale (con l'adesione del primo giudice amministrativo), che la Dc dal 1993 aveva cessato la sua attività politica, nessun soggetto politico potendo dirsi in continuità giuridica con essa, e che era l'Udc a usare tradizionalmente lo scudo crociato anche nelle aule parlamentari. Per i ricorrenti, "la Dc usa il contrassegno oggetto della presente disputa dal 1943, mentre l'Udc dal 2002" e tanto basterebbe a dire chi potrebbe usarlo e chi no: l'identificazione giuridica della Dc ora guidata da Renato Grassi con quella "storica" sarebbe provata, a detta dei democristiani, dalla sequela di sentenze del Tribunale di Roma del 2006, della Corte d'appello di Roma del 2009 e della Corte di cassazione del 2010 (il cui contenuto è ricostruito in modo per lo meno singolare e davvero non condivisibile; lo stesso può dirsi della citazione del "precedente" del Consiglio di Stato che aveva riammesso il simbolo della Dc alle politiche del 2008, tralasciando che non era stata esclusa l'Udc e comunque la decisione di Palazzo Spada era stata superata da un decisum della Cassazione), dalla "regolare convocazione degli associati della Democrazia Cristiana" che sempre il tribunale romano ha disposto a dicembre del 2016 e dalle attività svolte in seguito.
Sarebbe stato invece da censurare il comportamento dell'Udc, che continua a usare un emblema molto simile a quello della Dc e lo ha presentato anche in occasione delle elezioni europee senza volerlo usare (vista la scelta di inserire candidati in altre liste), ma solo per danneggiare la Dc. L'interpretazione delle disposizioni elettorali a tutela dell'Udc (che tra l'altro non avrebbe eletto direttamente nessun parlamentare nel 2018), per i democristiani, sarebbe sbagliata e ingiusta, perché tutelare i partiti presenti in Parlamento per garantire all'elettore massime libertà e consapevolezza nel voto sarebbe una valutazione politica; anzi, "aver consentito in tutti questi anni ad altri partiti, come oggi all'Udc, di utilizzare simboli che appartenevano e che identificavano altro partito precedente, come quello della Democrazia cristiana, in violazione della legge elettorale", lederebbe "uno dei principi cardine del nostro diritto italiano, garantito dalla Costituzione". non ci sarebbe insomma alcuna possibilità per un partito di avere eletti in Parlamento (e la conseguente tutela rafforzata del simbolo) ove non gli si permettesse di candidarsi con il contrassegno che ritiene essere il proprio (e che, paradossalmente, lotterebbe da vent'anni per usarlo proprio perché nell'ultimo ventennio ha operato senza poter correre alle elezioni come voleva, "in violazione della legge" secondo i ricorrenti).
Quanto all'uso del nome e del simbolo del Partito popolare europeo (contestato dal Viminale e oggetto di lamentele da parte dello stesso Ppe), i ricorrenti lamentavano di nuovo l'adesione totale del Tar alle argomentazioni dell'Ufficio elettorale nazionale che richiedevano la prova dell'uso legittimo di quei segni distintivi: dette richieste sarebbero state contenute in fonti europee non vincolanti, non esisterebbero norme che obbligherebbero realmente a dimostrare l'adesione a un partito europeo (i ricorrenti ribadivano la concezione etimologica dell'affiliazione come "mera dichiarazione di volontà, atto unilaterale") e non si potrebbe dare valore di precedente alle decisioni passate dello stesso ufficio di magistrati di cassazione.
Per i giudici amministrativi di secondo grado, invece, l'intero appello della Democrazia cristiana dev'essere respinto. Lo sostengono innanzitutto ricordando, di nuovo, che in questa sede si deve solo accertare se siano state correttamente applicate le norme volte "a garantire una corretta e consapevole scelta dell’elettore, immune da sviamenti e confusioni, verso una determinata forza politica, con tutela, quindi, dell’affidamento identitario che l’elettore può ragionevolmente effettuare attraverso un riscontro, appunto, dei simboli nell'immagine socialmente nota di un partito": in questo senso, è indiscutibile l'esigenza di tutelare l'immagine di chi opera in Parlamento da tempo con continuità (come l'Udc). Contemporaneamente, viene attaccata la tesi della continuità giuridica tra Dc "storica" e Dc ricorrente, ritenendo che essa non sia stata provata da questa in alcun modo (anzi, dimostrerebbero il contrario anche le sentenze "prodotte dagli stessi appellanti"). Ritenuta la confondibilità "evidente" dei due emblemi, la sentenza del Tar appare dotata di "motivazione sufficiente e completa" per i giudici di Palazzo Spada. 
Quanto alle doglianze relative all'uso del simbolo del Ppe, si ribadisce la previsione - mediante la decisione (Ue, Euratom) 2018/994 del Consiglio del 13 luglio 2018 - della possibilità di inserire sulla scheda elettorale i riferimenti al partito europeo di affiliazione; i magistrati notano che qui mancherebbe un atto di assenso o di "affiliazione" da parte del Ppe (cui aderiscono solo Forza Italia, Svp, Popolari per l’Italia, Alternativa Popolare, Patt e Udc, essendo negato il simbolo a ogni altra forza politica) e che la pretesa di usare un simbolo a seguito di un'affiliazione solo unilaterale, "oltre ad essere contraria al quadro del diritto europeo, sopra ricordato, trascura di considerare la doverosa tutela del corpo elettorale, suscettibile di essere tratto in inganno o fuorviato da utilizzazioni non solo non autorizzate, ma [...] addirittura espressamente vietate dal Ppe, con rischio di compromettere la genuinità della competizione elettorale". Disco rosso dunque per la Dc di Grassi, che però se non altro non dovrà accollarsi le spese legati dell'Udc in questo grado di giudizio; non è escluso che, nei prossimi mesi, il partito scelga di ricorrere in sede europea.

Pensioni & Lavoro

Se il ricorso della Dc era stato depositato già venerdì scorso, solo oggi è comparso anche il ricorso di Pensioni & Lavoro, originato come si è già detto dalla mancata ammissione del contrassegno che, secondo il Viminale, conteneva un indebito riferimento grafico al Partito laburista britannico. Il ricorso, scritto nell'interesse del Gran Cancelliere Ugo Sarao, demiurgo del partito, merita di essere letto, se non altro, per omaggio al filone letterario che questo rappresenta e per la ricostruzione - sincera in modo disarmante - della reason why alla base della conformazione del simbolo. 
Si legge, in particolare, che Pensioni & Lavoro, intenzionato ad avvalersi dell'esenzione dalla raccolta firme grazie all'affiliazione a un partito europeo, aveva inviato "oltre 500 mail (documentabili) a parlamentari ed esponenti politici di area socialdemocratica" e intanto aveva progettato il contrassegno della "bicicletta" (come quello del 2014) "inserendovi una piccola 'rosa' stilizzata in modo tale da lasciare aperta la possibilità di affiliazione con uno dei 18 partiti europei che hanno nel loro simbolo politico e/o elettorale la rosa, più rose oppure petali di rosa" (e qui il ricorrente ha sentito il bisogno di precisare che "la parola labour" non è riferibile al solo Labour Party "ma è la translitterazione del latino labor", così come la rosa non è "proprietà di un partito piuttosto che di un altro"). Nel frattempo però alle mail mandate sono arrivate solo risposte automatiche ("e da qui si capisce che fatta l'Europa bisognerebbe fare gli europei"), tranne quella del Labour Party britannico "a cui [prudentemente] avevamo versato [solo] 5 sterline come gesto di adesione... ma - purtroppo - anche il Labour lnternational, incassate le sterline si eclissava".
La richiesta di legittimazione all'uso della rosa laburista, avanzata dal Viminale, per Sarao non è prevista dalla legge ("la legge del 1979 non poteva prevedere che nel 2019 si potesse evitare la raccolta delle 150mila sottoscrizioni affiliandosi ad un partito europeo") e comunque "andrebbe chiesta ai 18 partiti che utilizzano nel loro simbolo una rosa o parte di essa: la stessa ripetitività accade, senza alcun limite, per i simboli dei partiti ambientalisti che hanno come leitmotiv il sole che ride". In sostanza, quella utilizzata dal Gran Cancelliere non sarebbe la rosa del Labour Party, ma una generica rosa laburista-socialdemocratica: anzi, a detta di Sarao Pensioni & Lavoro sarebbe "in attesa di un attestato di 'affiliazione' da parte del Partito socialdemocratico della Repubblica di San Marino che, se perverrà in tempo utile, farà cessare il motivo del contendere (e, se riammesso, il contrassegno ci consentirà di presentare le liste negli Uffici Circoscrizionali)" (imperdibile, in questo senso, la concessione finale contenuta nelle richieste al Consiglio di Stato: in caso di riammissione del contrassegno e di possibilità di presentare le liste, "si accetta fin da ora - se già effettuati i sorteggi - l'ultima posizione sulle schede e sui manifesti elettorali").
A queste osservazioni se ne aggiunge una politica (la segnalazione della "presenza alle Elezioni Europee di liste discutibili sul piano politico e democratico tra le quali alcune notoriamente ostili all'Unione Europea", per cui escludere un movimento chiaramente europeista come Pensioni & Lavoro "fin da quando era partecipe dei lavori e delle iniziative dell'Unione Europea dei Cancellieri di Giustizia" sarebbe "un dispiacere che nemmeno la Corte Europea potrebbe lenire") e, per buon'aggiunta, una segnalazione di incostituzionalità circa la partecipazione alle europee delle minoranze linguistiche (che senso avrebbe prevedere una disciplina di favore nello sbarramento per le minoranze, se anche le loro liste - non esenti dalla raccolta firme - devono raccogliere 30mila firme per circoscrizione, delle quali almeno 3000 in ciascuna regione?), che si traduce in una questione da rimettere alla Corte costituzionale.
Anche questo appello, tuttavia, per il Consiglio di stato è infondato. Non sarebbe possibile limitare il divieto di confondibilità ai soli partiti italiani e, sulla base di questo, per "un partito nazionale presentare il simbolo di un partito estero senza alcuna dichiarazione di collegamento con esso", non potendosi consentire "ad un partito politico nazionale di accreditarsi, presso l’elettorato, come 'affiliato' ad un certo movimento partito o movimento politico, senza l’assenso di questo". Se l'affiliazione, già per il Tar, era "un preciso istituto giuridico, subordinato all'accordo tra due formazioni politiche ed alla relativa prova" (e qui valgono le osservazioni già fatte per il simbolo del Ppe nel contrassegno della Dc), ciò vale tanto nei confronti dei partiti politici europei, ma anche "tra i partiti dei singoli Stati europei, ad evitare condotte che suscitano dubbi o confusione nei cittadini europei e alterino il formarsi del consenso elettorale": i principi di affiliazione valgono dunque "anche per il collegamento orizzontale tra partiti nazionali e non solo per quello verticale tra partito nazionale e partito presente nel Parlamento europeo", per evitare che "il partito nazionale si accrediti, anche sul piano simbolico, come portatore di una ideologia o di un programma politico non condiviso tra partito nazionale e partito estero [...], nonostante l’apparenza simbolica, ma unilateralmente assunto"; la rosa usata, poi, "identifica chiaramente il partito laburista inglese, agli occhi dell’elettorato, e non già un generico patrimonio politico e culturale dei partiti di ispirazione socialdemocratica e socialista". 
Quanto alla questione di legittimità costituzionale, per il Consiglio di Stato si tratta di una questione "del tutto nuova, in quanto afferente a censura mai proposta nel ricorso di prime cure", quindi è stato ritenuto inammissibile (e il risultato comunque era ovvio, visto che si sarebbe dovuto sospendere il processo). Ci sarà almeno un briciolo di legislatore pronto a dare ascolto al problema sollevato dal Gran Cancelliere Ugo de Ughis, anche se non correrà alle elezioni?