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venerdì 11 ottobre 2019

Dc e scudo crociato: riassunto (e la mia tesi) una volta per tutte (3)

La seconda parte del riassunto delle puntate precedenti sulla Dc e sullo scudo crociato si era chiusa con una sentenza della Corte di cassazione a sezioni unite civili pubblicata alla fine del 2010. In teoria doveva essere la parola "Fine" sulle dispute che avevano contrapposto - nel corso degli anni - personaggi come Piccoli, Buttiglione, Marini, Rotondi, Duce, Castagnetti, Sandri, Pizza e tanti altri. In realtà, senza bisogno di scomodare Tiziano Terzani, quella fine ha rappresentato un nuovo inizio: più di una persona ha voluto leggere nella sentenza della Corte d'appello di Roma del 2009 (confermata dalla Cassazione nel 2010) non solo la certificazione che la Democrazia cristiana non era mai stata sciolta - vero: nessuno voleva scioglierla, ma soltanto cambiarne il nome - ma la dichiarazione che tutti i partiti che avevano operato dal 1994 (Ppi compreso) erano di fatto soggetti giuridici nuovi, mentre la "vecchia" Dc continuava a esistere, ma era rimasta in sonno da allora. Sonno da cui, evidentemente, per varie, instancabili figure doveva essere risvegliata. 

12) No, il commissario (chiesto da Fiori) no!

Publio Fiori, ad esempio, era convinto che per la Cassazione la Democrazia cristiana continuasse a esistere - dormiente - come soggetto distinto dal Ppi e dagli altri partiti operanti in seguito: per riprendere l'esempio fatto nella prima parte, era inconcepibile che Marco Cerri (il Ppi) fosse lo stesso soggetto che prima si chiamava Franco Porta (la Dc), visto che aveva fatto di tutto (e pure male) per cambiare nome. Fiori, che per primo aveva lamentato anomalie nel passaggio Dc-Ppi e nel 2006 aveva costituito con Clelio Darida Rifondazione democristiana (poi Rinascita popolare), nel 2011 contestava l'idea - rilanciata nel 2008, dopo la querelle elettorale di Pizza, da Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro e Giulio Andreotti - di consegnare all'Istituto Sturzo lo scudo crociato per far cessare le liti. "Troppo semplice, troppo facile e troppo comodo [...] mettere una pietra tombale su una così importante tradizione ideale, politica e socioeconomica": era meglio costituire un comitato per riconvocare "l'ultimo Consiglio Nazionale del partito" (senza i consiglieri che avevano aderito al Ppi o ad altri partiti) per eleggere i nuovi vertici e riprendere l'attività oppure, ove ciò non fosse stato possibile, chiedere al Tribunale di Roma di nominare "un Commissario Straordinario che accerti l’illegittimità di tutti i provvedimenti assunti in nome della Dc dopo la sua presunta trasformazione" (agendo per recuperare gli immobili ceduti senza titolo e chiedendo il rendiconto a chi aveva gestito i beni del partito), puntando a riaprire il tesseramento e a un nuovo congresso. 
In effetti Fiori ad aprile del 2011 si rivolse al Pm del tribunale romano, a nome proprio e di altri democristiani, sostenendo che dopo la Cassazione del 2010 si era accertato che la Dc "ha continuato ad esistere mantenendo formalmente inalterate le sue funzioni politiche e i suoi rapporti giuridici/patrimoniali" ma da oltre quindici anni non era legittimamente gestita, dunque occorreva ripristinare la legalità statutaria con la nomina del curatore speciale. La Procura della Repubblica, però, in maggio sottolineò che la decisione passata in giudicato non aveva affatto detto che la Dc aveva continuato a esistere come soggetto autonomo, ma solo che il cambio di nome Dc-Ppi non era avvenuto secondo lo statuto: ciò non comportava alcuna mancanza di legale rappresentante della Dc e, per giunta, nemmeno interessi pubblici da tutelare con l'intervento del Pubblico ministero. Niente curatore speciale, dunque: bisognava tentare altre strade.


13) Ripartire dal consiglio nazionale: il primo tentativo (fallito) di Fontana

In effetti, nelle ultime righe del suo provvedimento, una soluzione la Pm sembrava suggerirla: sottolineando che la nomina del curatore può essere chiesta anche dal soggetto da rappresentare, aveva scritto che "i medesimi membri della Dc, qualora lo ritengano utile e necessario al fine di consentire al partito di riprendere l'attività politica, possano procedere essi stessi, nel rispetto delle previsioni statuarie, alla ricostituzione degli organi associativi e alla nomina di un nuovo rappresentante con i tempi e i modi ritenuti più opportuni". Probabilmente la magistrata si riferiva all'ultima evoluzione della Democrazia cristiana, cioè il Ppi, visto che non credeva che la Dc fosse sopravvissuta come soggetto autonomo; per altri, invece, quelle frasi provavano che occorreva passare per la ricostituzione degli organi e si doveva partire riconvocando l'organo meno numeroso e che per ultimo si era espresso sulla questione del nome (il 29 gennaio 1994), cioè il consiglio nazionale.
Secondo lo statuto Dc, per la convocazione occorreva la richiesta di un quinto dei membri, da notificare - mancando organi superiori - a chi avrebbe dovuto convocare l'organo, cioè il presidente del consiglio nazionale. La carica nel 1994 era ricoperta da Rosa Jervolino Russo: la richiesta le fu inviata, lei "tuttavia si rese irreperibile e non si fece trovare né per il tramite di lettera raccomandata A/R, né con iscrizione dell’appello all'Albo pretorio di Napoli" (è scritto sul sito www.democraziacristiana.cloud). Si è scelto allora di procedere con l'autoconvocazione ad opera del primo firmatario, che era Clelio Darida (consigliere anziano), aiutato soprattutto da Ettore Bonalberti e Silvio Lega. 
Convocazione del consiglio nel 2012
L'appuntamento era per il 30 marzo 2012, con tanto di convocazione pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale e l'idea di riaprire il tesseramento e ripristinare gli organi. In quella sede si sono presentati circa 30 aventi diritto sulla platea di oltre 180 (morti compresi), eleggendo segretario politico l’ex ministro Gianni Fontanapresidente del consiglio nazionale Silvio Lega e ristabilendo come segretario amministrativo Alessandro Duce
Quel gruppo dirigente avrebbe celebrato (di nuovo) il XIX congresso il 10-11 novembre 2012, confermando Fontana alla segreteria, anche se nelle settimane successive - che avrebbero dovuto portare alle elezioni politiche del 2013 - il gruppo sarebbe riuscito a spaccarsi con l'elezione di Ombretta Fumagalli Carulli al posto di Lega e le lamentele del gruppo che aveva promosso la riattivazione del partito ma a quel punto non si sentiva più rappresentato. Tempo qualche settimana, però, e gli ostacoli lungo il percorso sarebbero stati ben più gravi e non superabili (non in quel modo, per lo meno).
La "sentenza Romano" del 2014
Il fatto è che già alla riunione dell'autoconvocato consiglio nazionale si era litigato di brutto - alzando non poco la voce, in favore di telecamere - su questioni formali: alcuni avevano lamentato dei vizi nella convocazione e nell'operato dell'organo. Quelle critiche si erano poi tradotte in due ricorsi, volti a dichiarare nulli gli atti del consiglio nazionale: uno era stato presentato a nome dell'associazione degli iscritti Dc del 1993 da Raffaele Cerenza (presidente della stessa associazione, partecipante come avvocato alla causa che portò alla "sentenza Manzo" e come interveniente nel processo d'appello) e Gianni Potenza; l'altro da Angelo Sanza (in quel momento legato all'Udc) e Federico Fauttilli. A gennaio del 2013 - pochi giorni prima del deposito dei simboli per le elezioni - un giudice del Tribunale di Roma, Guido Romano (un nome da tenere a mente), ha sospeso l'efficacia degli atti del consiglio nazionale nel 2012, perché a norma delle disposizioni attuative del codice civile (art. 8) occorreva l'invio di un comunicazione personale a ciascun avente diritto, condizione non soddisfatta dalla pubblicazione della convocazione del consiglio sulla Gazzetta Ufficiale; la decisione è stata confermata dalla "sentenza Romano" del 2014. 
Nel frattempo, a marzo del 2013, era intervenuto un altro giudice dello stesso tribunale - Francesco Scerrato - per sospendere gli atti del XIX congresso (che, in ogni caso, non avrebbero resistito alla nullità dell'antecedente consiglio nazionale del 2012), sospensione diventata annullamento con una sentenza del settembre 2015. In quel caso chi aveva agito si era lamentato del mancato rispetto dello statuto sulla convocazione del congresso e sulla formazione della platea congressuale. 
Era stato inutile per chi aveva tentato di rifare la Dc che non si era potuto seguire lo statuto perché le dimensioni non erano più quelle di un tempo, visto che "se si intende essere i continuatori dell'esperienza politica della Dc e se quel partito aveva un determinato statuto - aveva scritto il giudice - è conseguenziale che quello Statuto deve essere osservato in ogni sua parte". 
Morale, il tentativo della "Dc-Fontana" iniziato nel 2011 di riunire il consiglio nazionale era naufragato piuttosto male; per non disperdere quelle forze, Fontana fondò comunque l'Associazione Democrazia cristiana, sperando che dai giudici arrivassero sentenze di altro segno (che non sono arrivate).


14) Porte sbarrate e tentativi a ripetizione    

Piccolo passo indietro rispetto al 2014-2015. Si è detto che l'ordinanza del giudice Romano del 2013 era arrivata poco prima del deposito dei simboli per le elezioni politiche: l'emblema della Dc-Fontana è stato ricusato comunque per l'uso dello scudo crociato, stabilmente presente in Parlamento con l'Udc, ma Viminale e Cassazione ne bocciarono altri due, quasi identici tra loro (uno più chiaro, uno più scuro). Uno lo aveva depositato Alessandro Duce, ritenendo che la sospensione del consiglio nazionale del 2012 avesse nuovamente reso lui unico (e ultimo) legale rappresentante della Dc; l'altro lo aveva fatto presentare Francesco Mortellaro, fondatore nel 2010 e coordinatore di un "Comitato di Coordinamento Associativo Politico della Democrazia Cristiana", volto a "ripristinare gli obiettivi ideologici, politici, e morali del partito della Democrazia Cristiana, nonché di salvaguardarne l'intero patrimonio immobiliare che è stato indebitamente acquisito da soggetti non aventi alcuna legittimazione" e di difendere pure l'uso del simbolo da impieghi indebiti, con l'obiettivo di convocare un congresso (il tutto basato sulla citata sentenza di Cassazione del 1998, non quella del 2010). 
Non era stato più fortunato un ricorso dello stesso Mortellaro al Tribunale di Roma per ottenere che all'Udc fosse inibito l'uso dello scudo in vista delle elezioni: il giudice Riccardo Rosetti si era espresso quando ormai il deposito era già avvenuto (come pure le ricusazioni e l'esame delle opposizioni), sottolineando che non si era dimostrato che quel comitato fosse la Dc (quella Dc storica) né di avere posto in essere le procedure statutarie per riattivare la Dc e ricostruirne gli organi, così non c'erano motivi per credere che i fondatori del comitato potessero rappresentare il partito.
Non era andata bene nemmeno alla Dc guidata da Angelo Sandri, almeno quando si era trattato di depositare il simbolo per le europee: nuova bocciatura del Viminale, confermata dall'Ufficio elettorale nazionale della Cassazione (praticamente con lo stesso testo di sempre). Questo nonostante dal 14 al 15 dicembre 2013 a Perugia si fosse tenuto un XXII congresso - terminato con la rielezione di Sandri - che da una parte si poneva in continuità con le attività di riattivazione portate avanti dal 2001-2002 (perché per lo stesso Sandri l'aver riconosciuto ammissibile l'azione legale iniziata nel 2002 contro il Cdu equivaleva ad aver riconosciuto la coincidenza tra Dc storica e Dc "riattivata", che lui riteneva di rappresentare), dall'altra prendeva atto a suo modo delle sentenze del 2009 e del 2010: la convocazione del congresso e la legittimazione a partecipare sarebbero state estese a tutti gli iscritti del 1992-1993 e questo per Sandri era sufficiente a riannodare i fili con la storia giuridica della Dc ferma al 1994 (sul punto è lecito avere dubbi di natura giuridica). A dispetto degli ostacoli a livello nazionale, si deve comunque riconoscere una presenza politica ed elettorale della Dc-Sandri in molte realtà locali, un fenomeno che non si attenuerà con il tempo.
Nel frattempo, se si erano sostanzialmente perse le tracce della Dc-Pizza (lui stesso non era stato eletto in Parlamento nel 2013), non erano mancati altri tentativi di ridestare il partito. C'era chi aveva tentato di mettere in piedi altri comitati, come gli iscritti che si erano riuniti nel 2012 e avevano eletto alla presidenza il pugliese Raffaele Lisi, per convocare un congresso straordinario degli iscritti 1992-1993 ("straordinario" in senso etimologico, extra ordinem, non il "congresso straordinario" previsto dallo statuto) ed eleggere gli organi dirigenziali previsti dallo statuto vigente, "per dare continuità giuridica, organizzativa e ripristinare, con piena legittimazione, gli obiettivi ideologici e politici della associazione partitica". Il tutto senza riconoscere titolo ai dirigenti democristiani del 1994, ritenuti decaduti dalle loro cariche visti i limiti temporali dettati dallo statuto (non è chiaro perché il tempo decorso non dovrebbe far decadere anche le iscrizioni al partito, ma tant'è).
Altri invece avevano cercato di ricostituire la Dc "dal basso": era l'idea, per esempio, di Pellegrino Leo, altro pluripartecipante a ogni iniziativa per rimettere in moto la Dc (e depositante al Viminale, prima delle europee del 2014, di un emblema identico a quello di Sandri, ottenendo lo stesso risultato). Per lui nessuna carica del partito - men che meno quella di segretario amministrativo - era stata risparmiata dalla decadenza negli anni successivi al 1994 e poteva dirsi iscritto alla Dc solo chi in seguito non aveva militato in altri partiti (interpretando in modo severo lo statuto): questi "democristiani incrollabili" avrebbero dovuto "riaprire" le sezioni di un tempo mai soppresse e "contarsi", per poter ridare corpo al partito (benché, di nuovo, non fosse chiaro come mai gli anni trascorsi non avessero fatto decadere anche la qualità di soci), ma anche per individuare la platea degli iscritti. 
Secondo lui, infatti, invece che ricorrere allo statuto sarebbe stato meglio fare leva sul codice civile, che all'articolo 20 consentiva la convocazione dell'assemblea dell'associazione su richiesta motivata di almeno un decimo degli associati: mancando gli amministratori della Dc a causa del decorso del tempo, raccogliendo le firme ci si sarebbe potuti rivolgere direttamente al presidente del tribunale scelto. 
In effetti, Leo ha sondato questa possibilità, inoltrando istanza al Tribunale di Roma per la convocazione dei soci ex art. 20 del codice civile, firmandola con Alberto Alessi (già deputato, figlio di Giuseppe Alessi che aveva fondato la Dc e disegnato il suo primo simbolo) e il professore bolognese Nino Luciani. Il giudice l'aveva dichiarata inammissibile perché non era stato prodotto alcun elenco di iscritti e comunque era notorio che i tre istanti non rappresentavano un decimo degli associati: non aveva però chiuso la porta all'idea che si arrivasse alla convocazione per quella via, anche in mancanza degli amministratori. 
Alessi e Luciani, peraltro, avevano nel frattempo - il 12 novembre 2013 - ritenuto opportuno dare vita a una sorta di "partito ponte", la Democrazia cristiana nuova: doveva essere "uno strumento politico ed elettorale immediatamente operativo" in grado tanto di confermare gli ideali e i programmi della Dc storica, quanto di sostenere la riorganizzazione della Dc, scrivendo nello statuto che la Dc nuova si sarebbe sciolta "automaticamente al momento della costituzione della Dc storica anche sul piano organizzativo e del contestuale riconoscimento della proprietà esclusiva del simbolo con lo scudo crociato". Nel frattempo, per non farsi impedire l'attività, era stato elaborato un altro emblema, che riportava comunque in evidenza la sigla Dc e un elemento crociato.
Non sono mancati, per la cronaca, altri tentativi di rimettere in piedi la Dc senza l'intenzione di combattere una battaglia giuridica per riconnettersi al partito nato nel 1943, magari con nomi diversi (come la Federazione dei Democristiani di Ugo Grippo e Luigi Baruffi o il Movimento politico Libertas di Antonio Fierro) o comunque con simboli nuovi (come la Democrazia cristiana storica di Francesco Crocensi). Il tutto mentre l'Associazione degli iscritti alla Dc del 1993 presieduta da Raffaele Cerenza ha continuato la sua opera per tentare di ricostruire la situazione patrimoniale della Dc, rivolgendosi alla Camera per ricostruire i bilanci della Dc storica (e compiere una ricognizione sui bilanci dei partiti che hanno tratto benefici dal patrimonio democristiano, verificando anche l'esistenza di eventuali rimborsi elettorali che sarebbero spettati alla Dc) e a varie procure della Repubblica perché indagassero su eventuali irregolarità legate alla gestione degli immobili già legati alla Dc.
Quello che pochi sapevano era che, nel frattempo, qualcuno si stava muovendo per cercare di far tornare la Democrazia cristiana in un modo che sembrasse anche giuridicamente credibile, sperando di farsi un regalo di Natale anticipato.


15) Un giudice riconvoca l'assemblea Dc. Eppure...

Il regalo in effetti è arrivato il 14 dicembre, quando al Tribunale di Roma è stato depositato il decreto del giudice Guido Romano, con cui effettivamente si disponeva la convocazione dell'assemblea nazionale della Dc presso l'hotel Ergife di Roma (il congressificio per eccellenza), indicando per la seconda convocazione la data del 26 febbraio 2017: un provvedimento che chiudeva un iter iniziato il 12 maggio 2016, con un'istanza rivolta al presidente del tribunale da cinque persone - primo firmatario Nino Luciani - che agivano per conto del 10% degli iscritti alla Dc.  
Come ci erano riusciti, considerando che le deleghe allegate erano oltre 200? La platea di iscritti era di circa 2000 persone? Quella del 1993 certamente no, ma risultavano 1742 gli iscritti dell'elenco fornito al giudice. Come mai così pochi? Evidentemente non poteva trattarsi degli iscritti del 1993 (di cui tra l'altro non esistevano elenchi accessibili), ma di coloro che nel 2012 avevano confermato la loro iscrizione in occasione del XIX congresso che aveva confermato alla segreteria Gianni Fontana: proprio quel percorso che era stato bloccato dallo stesso giudice Romano con le sue decisioni del 2013 e del 2014. Aveva ragione il giudice nel dire che "in sede di volontaria giurisdizione, al Tribunale è devoluta esclusivamente la funzione di valutare la legittimità formale della richiesta", lasciando ogni altra questione all'eventuale contenzioso aperto in seguito (e la cosa sembrava certa o quasi), dunque al magistrato toccava solo valutare se il numero dei richiedenti corrispondeva almeno al 10% degli iscritti risultanti dall'elenco fornito; colpisce però che a disporre quella riunione sia stato proprio lo stesso giudice che, dichiarando nullo il consiglio nazionale del 30 marzo 2012, aveva privato di validità quell'elenco di iscritti. E anche se quell'elenco fosse stato valido, si sarebbe riconvocata l'assemblea della Dc-Fontana (quella del 2012), non certo quella storica: il dubbio rimaneva, visto che il giudice aveva notato come la decadenza di tutti gli organi sociali facesse venire meno il bisogno di provare l'inutile tentativo di chiedere la convocazione agli amministratori dell'associazione (quali organi erano decaduti, quelli della Dc-Fontana che aveva visto invalidate tutte le sue azioni o quelli della Dc storica grazie al decorso del tempo?).
La decisione del tribunale, in ogni caso, era arrivata (dopo tra l'altro che ai richiedenti si era chiesto di documentare la disponibilità di una sala in grado di contenere tutti i soci e qualcuno aveva anticipato di tasca sua i soldi per il contratto) ed era un passo importante, che in precedenza era sempre mancato. Alcune polemiche formali erano iniziate peraltro già nelle settimane precedenti l'assemblea, la cui convocazione spettava al primo firmatario, Luciani; quando poi l'assemblea si è effettivamente tenuta, se ne sono viste di ogni colore. Lì, ascoltato Fratelli d'Italia e cantato O bianco fiore, tra una polemica e l'altra si è arrivati a eleggere alla presidenza dell'associazione di nuovo Gianni Fontana: sarebbe toccato a lui portare la Dc a celebrare un'altra volta il XIX congresso. La data, tuttavia, è stata spostata più volte (con ampio corredo di polemiche sulla gestione del partito), fino a quella definitiva del 14 ottobre 2018 (con puntuale diffida dell'Udc): lì è stato eletto alla segreteria Renato Grassi


16) Verso la fine, tra ricorsi, sentenze, liquidazioni e fondazioni

Poteva andare tutto liscio? No, ovviamente, visto che per Raffaele Cerenza e il suo vice Franco De Simoni non era stata valida la convocazione dell'assemblea del 26 febbraio 2017 per vizi di vario tipo. Loro hanno presentato un ricorso già ad aprile del 2017, ma non si è ancora arrivati a una decisione nemmeno provvisoria e lo stesso vale per l'impugnazione degli atti del congresso del 2018, con nuove contestazioni circa la sua validità; nel frattempo non era andato a buon fine un ricorso presentato da Cerenza per inibire all'Udc l'uso dello scudo crociato e la Dc-Fontana si era vista bocciare il suo simbolo alle elezioni politiche, ma aveva accettato di sostituire lo scudo con una bandiera crociata (con grande scorno di molti, che hanno considerato quella scelta una resa: il tentativo di correre alle europee nel 2019 sotto le insegne del Ppe per non raccogliere le firme non sarebbe andato meglio) per poi diffidare dall'uso del nome Dc tanto Cerenza quanto Rotondi
Già, perché in tutto ciò, Gianfranco Rotondi ad agosto del 2018 aveva messo da parte il suo ultimo partito, Rivoluzione cristiana, per rispolverare la sua vecchia Dc (non più per le autonomie) e metterla a disposizione per un'eventuale federazione democristiana sotto l'antico nome (e magari anche lo scudo, se lo avesse apportato l'Udc); a luglio del 2019, tuttavia, anche quella Dc è stata sciolta assieme al Cdu (di cui Rotondi era ancora tesoriere) e i due simboli sono stati conferiti alla Fondazione Fiorentino Sullo, ribattezzata Fondazione Democrazia cristiana (il tutto mentre l'Udc rivendicava per l'ennesima volta la titolarità esclusiva dello scudo crociato e nelle settimane successive provava a concepire un nuovo disegno federativo di natura democratica cristiana). 
Sempre a luglio, tra l'altro, la Cassazione si è definitivamente pronunciata su una vicenda processuale iniziata nel 2006 con una citazione di Angelo Sandri, che aveva chiamato in giudizio Ccd, Cdu, Udc, Ppi e Dc-Rotondi, chiedendo che si dichiarasse nullo il cambio di nome da Dc a Ppi del 1994 (con conseguente costituzione di un nuovo partito), si inibisse a soggetti diversi dalla Dc-Sandri l'uso di nome e simbolo storici e si condannassero tutti i partiti nuovi a restituire i beni indebitamente sottratti nel frattempo. In primo e in secondo grado (2009 e 2017) le domande di Sandri sono state respinte (nessuno aveva voluto costituire un nuovo partito col nome di Ppi, non si è accolta la tesi dell'invalidità del mutamento di nome e non ci sono elementi per dire che la Dc-Sandri coincide con la Dc storica, anzi la Dc-Rotondi aveva il diritto di chiedere alla Dc-Sandri di non usare più il suo nome); un'ordinanza della Suprema Corte ha semplicemente dichiarato inammissibile il ricorso di Sandri, perché formulato in un modo ritenuto scorretto. 
Per la seconda volta, dunque, la Cassazione si è espressa su vicende relative alla Democrazia cristiana e allo scudo crociato (senza contare ovviamente i numerosi pronunciamenti sui contrassegni presentati per le elezioni politiche ed europee: almeno una decina, se non di più). I contenziosi, tuttavia, non sono finiti: restano in piedi, soprattutto, quelli legati alla validità dell'assemblea del 26 febbraio 2017 e del congresso del 2018, ma le cause saranno trattate l'anno prossimo. Nell'attesa, Cerenza - come presidente dell'associazione di iscritti alla Dc del 1993 - ha comunque autoconvocato per il 12 ottobre (domani) a Roma un'assemblea costituente del partito, ritenendo illegittimi i passi compiuti dal 2016; lo stesso giorno e quasi alla stessa ora, peraltro, Nino Luciani ha convocato un'analoga assemblea, ritenendosi delegato a ciò da Gianni Fontana (ma non con il consenso degli organi della Dc-Grassi). 
La vicenda, come si vede, non sembra avere fine e non l'avrà a breve termine; nel frattempo, resta sempre in sospeso la questione del Ppi, per il quale - lo ha detto abbastanza chiaramente la Cassazione - la dichiarazione di inesistenza delle delibere del cambio di nome non vale. In un processo, insomma, si è stabilito che la persona che si faceva chiamare Marco Cerri in realtà era ancora Franco Porta, ma quell'accertamento non valeva nei confronti di Cerri, che è ormai consunto dal tempo ma è ancora in vita e al momento può ancora farsi chiamare col nome che ha scelto tanti anni prima. Nonostante questo, c'è ancora chi si rifiuta di accettare l'idea che il Ppi e la Dc siano lo stesso soggetto giuridico, pur di non lasciare la titolarità di nome e simbolo democristiani a chi li aveva voluti mettere da parte: piuttosto che ammettere che Marco Cerri (il Ppi) sia la persona che prima si chiamava Franco Porta (la Dc), preferiscono pensare che al momento del cambio di nome Cerri sia diventato un'altra persona e che Porta sia sopravvissuto, da qualche parte, nell'attesa che qualcuno lo svegli dal sonno. Ci vorrà un altro tribunale per chiarire anche questo, una volta per tutte?


(3 - fine)

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