martedì 19 dicembre 2017

Noi con l'Italia, una "quarta gamba" che sa di antico (e di già visto)

L'avevano detto, l'hanno fatto. Questa mattina, com'era stato annunciato da giorni, è stato presentato il simbolo della "quarta gamba" del centrodestra al Grand Hotel de la Minerve - lo stesso, per gli amanti del, in cui il 18 gennaio 1994 nacque il Centro cristiano democratico. Stavolta però Pier Ferdinando Casini non c'è e non ci sono nemmeno i centristi veterodemocristiani, che probabilmente sceglieranno una diversa via, sempre centrista ma meno liberale e meno spersonalizzata.
Il contenitore scelto come lista, infatti, si chiama Noi con l'Italia, quasi una risposta nominale a Noi con Salvini coniato alla fine del 2014 (e che, salvo sorprese, non dovrebbe presentarsi come lista, potendo al massimo essere contenuto come pulce nell'emblema della Lega-non-più-Nord): non si sta con un personaggio, ma con il Paese intero. Certo, a dispetto del "noi" identitario, il nome e il concetto di fondo sono piuttosto generici e non poteva essere diversamente: all'interno del progetto politico-elettorale, infatti, trovano posto i gruppi di Direzione Italia di Raffaele Fitto, Fare! di Flavio Tosi, Cantiere popolare (ex Popolari per l'Italia domani) di Saverio Romano, nonché - in qualità di "transfughi" - quello che resta dell'esperienza "ufficiale" di Scelta civica con Enrico Zanetti e coloro che nelle ultime settimane hanno abbandonato Alternativa popolare per fare ritorno nel centrodestra, in particolare gli ex ministri Enrico Costa e Maurizio Lupi. All'ultimo minuto, peraltro, si è sfilato un quinto ministro, vale a dire Gaetano Quagliariello, fondatore di Idea: su Repubblica Monica Rubino scrive che si sarebbe "defilato con tanto di rinuncia davanti al notaio, nonostante sia stato tra i promotori dell'iniziativa", anche se per qualcuno - come riporta sempre il quotidiano romano - sarebbe pronta una sua candidatura "garantita da Silvio Berlusconi".
Era così ampio e variegato - per non dire disomogeneo, se si guarda a Tosi rispetto alle altre figure coinvolte - il ventaglio di soggetti coinvolti da Niccolò Ghedini in quest'impresa politica (nata, si dice, per portare almeno due punti in più al centrodestra, senza dunque che sia scontata l'elezione di qualche esponente della stessa lista, vista la soglia del 3%) che ci voleva un simbolo piuttosto generico, senza troppe connotazioni anche se chiaramente identificabile come "di centrodestra". La soluzione? "Riverniciare" il simbolo del Popolo della libertà, quanto bastava per adattarlo al nuovo marchio politico. Così riecco il fondo blu (certamente più scuro rispetto al passato, con lo stesso carta da zucchero mutuato da Scelta civica - Cittadini per l'Italia, ma anche dal vecchio Ncd), riecco il nome bianco in Helvetica Inserat o Black Compressed (e con un piccolo, lezioso inserto di un carattere graziato corsivo, così da far risaltare come nome "Noi Italia") e riecco anche l'arcobalenino tricolore, per l'occasione trasformato in una pennellata.
Insomma, il simbolo che secondo Silvio Berlusconi non scaldava il cuore dei suoi elettori (anche a causa del nome), va invece bene per essere sostanzialmente riciclato per la "quarta gamba" che ha soprattutto lo scopo di portare voti ai candidati dei collegi uninominali del centrodestra (e se riuscirà a ottenere seggi superando il 3%, tanto meglio). Per ampio che sia, in ogni caso, il nuovo progetto - "Non è una federazione, né un cartello elettorale, ma un vero e proprio soggetto politico", si dice alla presentazione, come annota puntualmente Maurizio Ribechini - non comprende tutti: non vi rientrano, per esempio, Energie PER l'Italia di Stefano Parisi, né Rivoluzione cristiana di Gianfranco Rotondi (per lui la candidatura sarà direttamente in Forza Italia); si sta lavorando, come si diceva, anche a una lista post-democristiana, che sotto il simbolo appena un po' modificato dell'Udc potrebbe raccogliere anche il ridestato Udeur(2) di Clemente Mastella, il Nuovo Cdu di Mario Tassone e - se non ci saranno scontri in merito - la presunta riattivata Dc guidata da Gianni Fontana.
La "quarta gamba", insomma, parte con un simbolo usato (e, nell'ultima parte della sua vita, nemmeno particolarmente gradito da chi l'aveva voluto). Anche il nome scelto, tuttavia, non è del tutto nuovo: Noi con l'Italia, in particolare, è già un'associazione che opera da anni essenzialmente nel comune salernitano di Angri sul piano della cittadinanza attiva e dell'impegno sociale. Ovviamente questo non dovrebbe creare nessun problema alla neonata forza politica, che opererebbe su un territorio molto più vasto e non era certo tenuta a conoscere anche quella realtà associativa molto più piccola; si può solo rilevare che le combinazioni della fantasia politica sembrano essere limitate, anche per chi rinuncia alla parola "partito" (o rifugge da questa).

Concorso semiserio: “Un simbolo per Sandro Bondi”

La fine della legislatura ormai è alle porte, in queste settimane si definiscono le liste e le candidature e – per quanto interessa qui – si preparano i simboli da inserire nelle schede. Alla data del 18 dicembre 2017, sono ben 44 i simboli rappresentati nelle denominazioni dei gruppi e delle componenti presenti nei due rami del Parlamento in scadenza, compresi quelli di partiti cessati o mutati nel nome, ma che sono sopravvissuti nelle aule di Camera e Senato; a questi occorre aggiungere gli emblemi che, pur essendo esistiti negli ultimi cinque anni, non hanno lasciato traccia in questo ultimo scampolo di mandato parlamentare.
Praticamente tutte le “etichette” rappresentate nelle aule hanno un proprio simbolo: soltanto tre ne sono prive. Se due di queste, però, sembrano essenzialmente etichette “di servizio” o provvisorie (Lega dei Popoli, Salute e Ambiente), non così può dirsi per Insieme per l’Italia, nome della componente del gruppo misto con cui si identificano dal 20 giugno 2016 – e già negli ultimi tre mesi del 2015, prima di una breve permanenza in Ala – Sandro Bondi e Manuela Repetti, dopo la loro fuoriuscita dal gruppo di Forza Italia.
Per gli autentici “drogati di politica” che frequentano questo sito, a prescindere dal giudizio politico su di lui, non può non suonare incredibile che un personaggio come Sandro Bondi, che per quasi quindici anni ha calcato la scena politica con visibilità quotidiana o quasi, finisca la legislatura senza un simbolo, mentre figure di secondo o terzo piano e con una storia ben meno significativa ne hanno uno, alle volte quasi personale. L’assurdità è così grande - e acuita dal fatto che in rete un simbolo di Insieme per l'Italia esiste, ma si tratta di una realtà omonima vicina all'ex ministro Andrea Ronchi – da meritare un rimedio, sia pure con il sorriso (mai malevolo).
Per questo, la redazione di www.isimbolidelladiscordia.it invita chiunque si ritenga, in qualunque forma, un “drogato di politica” a inviare le sue proposte di simbolo per la componente di Sandro Bondi e Manuela Repetti: queste dovranno contenere e rappresentare graficamente, nel modo ritenuto più opportuno, la denominazione «Insieme per l’Italia». Non sono previsti premi, men che meno in denaro – questo sito non ha mai avuto fondi a disposizione – ma tutte le idee pervenute saranno valutate da una giuria di “drogati di politica” DOC, che sceglieranno la proposta ritenuta migliore per efficacia o credibilità.
Il senatore Bondi, è doveroso precisarlo, non ha parti o ruoli in quest’iniziativa: alla fine del 2015, intervistato da Dario Cresto-Dina per la Repubblica, aveva espresso il desiderio di «essere dimenticato» e aveva assicurato di aver «chiuso definitivamente con l’impegno politico». Il desiderio va rispettato e anche noi, finita la legislatura, lo faremo; prima che il sipario si chiuda e le luci si spengano, tuttavia, ci sembra giusto non lasciare Bondi e Repetti con un’insegna dimezzata, con un nome spoglio e senza grafica.

Le proposte, nel formato preferito (scegliendo, indicativamente, tra pdf, jpg, gif, png, ai; al limite, sarà possibile disegnare a mano l’emblema e inviare una sua scansione o fotografia) dovranno pervenire all’indirizzo contributi@isimbolidelladiscordia.it entro il 10 gennaio, in tempo per una consegna “simbolica” prima che scada il termine per il deposito dei contrassegni al Ministero dell’Interno. Come anticipato nel titolo, si tratta di un «concorso semiserio», ma va preso sul serio e, se non si vuole certo sfruttare in alcun modo il nome o la fama del senatore Bondi (men che meno per averne un profitto di qualunque genere), non si vuole nemmeno renderlo oggetto di scherno: non saranno presi in considerazione simboli offensivi o denigratori. Anche perché sulla scheda, complice il Viminale, non ci arriverebbero mai.

lunedì 18 dicembre 2017

+Europa con Emma Bonino (e un quarto delle firme)

Alla fine le possibilità che sulle schede arrivi il simbolo di +Europa (assieme a tanti altri) si sono fatte molto, molto concrete. Vedendo più vicina la possibilità che le firme da raccogliere non siano più 750 per ogni collegio plurinominale, ma 375, giusto ieri è stato presentato il simbolo che ormai può dirsi definitivo: oltre che sugli spazi web di Radicali italiani e di Forza Europa, l'emblema è stato mostrato direttamente da Emma Bonino mentre era in collegamento con la trasmissione Che tempo che fa: è stata l'ex ministra degli esteri a ricordare il precedente di Pietro Grasso - che giusto una settimana prima aveva presentato in anteprima nazionale il contrassegno nuovo nuovo di Liberi e Uguali - a un perplesso Fabio Fazio, che forse non vedeva in quell'ostensione simbolica i crismi della novità o, almeno, della notiziabilità.  
Eppure qualcosa di nuovo in quell'emblema c'era e non era nemmeno necessario aguzzare lo sguardo per accorgersene. Già in occasione della presentazione alla stampa del logo, del resto, si era detto che un contrassegno elettorale che avesse contenuto solo la scritta colorata di +Europa sarebbe stato decisamente vuoto e, come tale, tanto semplice da leggere quanto poco armonico sul piano grafico. Così, come annunciato nei giorni scorsi dal segretario di Radicali italiani Riccardo Magi, il fregio elettorale contiene anche il riferimento alla stessa Emma Bonino, nella stessa font stondata utilizzata per il nome, questa volta in colore blu su fondo giallo (ricordando inevitabilmente la coppia di tinte che hanno caratterizzato a lungo la lista Bonino).

* * *

Se il simbolo merita attenzione, ne merita almeno altrettanta l'emendamento che dovrebbe permettere a quel contrassegno di finire con una certa tranquillità sulle schede elettorali. Si tratta, come si è anticipato prima, della proposta di riduzione delle sottoscrizioni necessarie per presentare le liste nei collegi plurinominali, quota che già la legge elettorale approvata poche settimane fa aveva dimezzato con esclusivo riferimento alle prossime elezioni. Evidentemente, però, per molte forze politiche - non certo solo +Europa - quella quota (750 firme) doveva essere parsa irraggiungibile, soprattutto perché non erano note prima le circoscrizioni dei collegi elettorali. 
In soccorso delle liste che già non fruivano di qualche esenzione - per essere state presenti con almeno un gruppo parlamentare alla data del 15 aprile 2017 - giusto una settimana fa è arrivato un emendamento a firma del deputato Pd Alan Ferrari, che recita come segue:

sabato 16 dicembre 2017

Dc, ricorso dei vecchi iscritti: "L'Udc restituisca lo scudo crociato"

Non può terminare l'anno senza che la vicenda della Democrazia cristiana e dello scudo crociato conosca una nuova puntata. A scriverla, tuttavia, non è la Dc guidata da Gianni Fontana - che sta ancora valutando l'eventualità di partecipare o meno alle elezioni politiche - bensì due di coloro che, in qualità di soci dell'ultimo tesseramento valido (1993), si ritengono legittimati a far valere i diritti del partito che fu di De Gasperi, nei confronti di chi ne avrebbe usurpato il simbolo.
Nei giorni scorsi, infatti, si sono rivolti di nuovo al tribunale civile di Roma - con un ricorso ex art. 700 c.p.c. - Raffaele Cerenza e Franco De Simoni (che già avevano impugnato gli atti dell'assemblea dell'Ergife del 25 e 26 febbraio 2017 e, assieme ad altri soci del 1993, hanno intrapreso un percorso per la riattivazione della Dc che non coincide perfettamente con quello di Fontana e soci), questa volta per chiedere un provvedimento d'urgenza nei confronti dell'Udc guidata da Lorenzo Cesa, che da anni si fregia dell'antico scudo, per poterlo utilizzare di nuovo senza molestie. 
Per prima cosa, i ricorrenti ricordano i passaggi che, a loro dire, li legittimerebbero nelle loro richieste: il riferimento, in particolare, è alla sentenza 1305/2009 della Corte d'appello di Roma, confermata dalla sentenza n. 25999/2010 delle sezioni unite della Cassazione, che ha accertato l'inesistenza degli atti con cui la Democrazia cristiana è stata trasformata nel Ppi nel 1994 (per la mancanza di un congresso), per cui la Dc "non è da considerare né estinta né trasformata né sciolta"; a tutt'oggi, l'unico organo operativo sarebbe "la base associativa, composta dagli iscritti dell'anno 1993" (anche se, in effetti, le sentenze citate non lo dicono espressamente) e, in mancanza degli organi di vertice, toccherebbe ai singoli iscritti "tutti congiuntamente ed anche disgiuntamente" tutelare gli interessi del partito. 
Per Cerenza e De Simoni, stando così le cose, "tutti gli atti dispositivi esplicati nel corso del tempo in danno della Dc e posti in essere da soggetti non legittimati sono nulli ed illegittimi" e, tra l'altro, il patrimonio, il nome e il simbolo democristiani non potrebbero essere attribuiti a nessuno dei partiti che, nel tempo, si sono proclamati eredi (giuridici o anche solo politici) della Dc. Varrebbe per il Ppi (che avrebbe cambiato nome in modo illegittimo), per i dissidenti del Ccd (che ottennero parte del patrimonio ex Dc), per il Cdu di Rocco Buttiglione (che, dopo la lotta intestina del 1995 e gli "accordi di Cannes", ottenne di mantenere lo scudo crociato) e per il Ppi-gonfalone passato da Gerardo Bianco a Franco Marini a Pierluigi Castagnetti (che mantenne il nome e la continuità giuridica), nonché per l'Udc, cui dal 2002 il Cdu ha apportato lo scudo. Scudo che invece, per i ricorrenti, dovrebbe essere restituito al partito che lo aveva usato per decenni e non è mai stato sciolto.
Cerenza e De Simoni, nel ricorso, spiegano di essere mossi "tanto da un impulso etico per la tutela della Democrazia Cristiana e per il ripristino dell’attività politica del partito, quanto dalla volontà di esercitare diritti di rango finanche costituzionale, essendo il patrimonio dell’associazione formato da beni materiali e immateriali": l'idea, infatti, è che restituire il simbolo alla Dc sia necessario affinché questa possa di nuovo liberamente "concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale", come recita l'art. 49 Cost. con riguardo ai partiti. E il solo modo per riottenere il simbolo (parte del patrimonio) è che all'Udc non sia più concesso di utilizzarlo, anche se quel partito è in Parlamento (italiano ed europeo) da più di un decennio: ciò sarebbe avvenuto "in spregio ed in violazione dei diritti inalienabili" della Dc, né l'Udc può esserne erede, essendo la Dc ancora in vita giuridicamente.
L'uso esclusivo del simbolo, in particolare, sarebbe essenziale per partecipare alle elezioni e anche per questo Cerenza e De Simoni hanno scelto di agire in via d'urgenza: la vicinanza del voto politico e amministrativo impone di chiedere (sperando di ottenere) tutela in fretta, prima che l'uso altrui del nome e del simbolo crei ulteriori danni politici, giuridici ed economici alla Dc. I ricorrenti, dunque, hanno chiesto al tribunale di inibire all'Udc l'uso del simbolo dello scudo crociato (e la sua rimozione "da ogni luogo e supporto, fisico e telematico" a partire dalle prossime elezioni).
L'obiettivo di Raffaele Cerenza (che era riuscito a ottenere dai giudici la dichiarazione di nullità del percorso che aveva portato una prima volta Fontana, nel 2012 alla guida della ridestata Dc) e di Franco De Simoni non sarà semplice da ottenere: finora le cause perse dall'Udc sono state pochissime e il percorso di riattivazione della Democrazia cristiana non ha ancora acquisito una stabilità tale - sul piano politico e giuridico - da poter convincere ogni giudice che chi oggi vuole difendere la Dc agisce certamente in nome e per conto dello stesso partito che nel 1994 sarebbe finito in letargo (ammesso e non concesso che questa teoria sia corretta: di essa, in questo sito, si è dubitato più volte). Ogni tentativo, in ogni caso, può contribuire a una maggiore chiarezza sul piano giuridico e, in quel senso, è benvenuto: aspettiamo, allora, il finale di questa nuova puntata della "saga dello scudo crociato", certi già che non sarà l'ultima.

venerdì 15 dicembre 2017

Domani torna l'Udeur di Mastella (ma povera grafica...)

Poi all'improvviso arrivano quelle notizie che, sul piano politico, ti rivoluzionano la giornata: a livello nazionale non sposteranno che qualche manciata di decimali - a voler essere ottimisti - ma qua e là potrebbero rappresentare una svolta attesa da anni (non proprio da tutti, suvvia, ma da qualcuno sicuramente sì). Così, leggendo che Clemente Mastella ha deciso di ridare vita all'Udeur - anzi, di varare "l'Udeur 2", come lo ha chiamato lui stesso - il vero drogato di politica non può non provare, almeno per un secondo, un moto di entusiasmo. 
Intendiamoci: sarebbe facile dire, in modo beffardo, che "se ne sentiva il bisogno!", gridare contro il tentativo di rilanciare un partito scivolato su varie disavventure giudiziarie o rovesciare ettolitri di contumelie marroni su uno degli uomini simbolo di quella Prima Repubblica (e anche della Seconda) che non vuole proprio saperne di giungere alla consunzione. Il fatto è che qualcuno è veramente entusiasta di questo nuovo, ennesimo annunciato ritorno in scena di Mastella con una propria creatura politica. Tra i democristiani impenitenti, i proporzionalisti convinti, i nostalgici delle preferenze si annidano non poche persone che vedono nel desiderio di Mario Clemente da Ceppaloni l'avverarsi almeno parziale del loro sogno: respirare di nuovo un po' di "sana" (de gustibus...) atmosfera primorepubblicana, per spazzare via le ultime, residue tentazioni di maggioritario, che ancora permangono tra chi ha voluto reinserire i collegi uninominali nell'applicatura legge elettorale. Se ci si lascia prendere la mano dal desiderio di distruzione del passato, si rischia di perdere la poesia e il lirismo di questo plotone di reduci, che non necessariamente hanno passato gli "anta" (e qualche volta nemmeno gli "enta").  
Ecco dunque cosa ha pubblicato Mastella sulla sua pagina Facebook:


Fa quasi commuovere - in senso reale o ironico, fate vobis - l'idea che qualcuno si prenda la briga di fare giustizia a "tutti quei militanti Udeur che sono stati ostracizzati e vilipesi in questi anni" e a chi ha frequentato l'ex guardasigilli esperto di pernacchi. Niente rancori o rivincite, per carità: basta dare al Campanile la possibilità di rispuntare. 
Già, il campanile - con la minuscola stavolta - ma non quello colorato delle origini, inaugurato nel 1999 e rimasto sulla scena politica per una decina di anni, bensì quello in bianco e nero con cui Mastella l'anno scorso è riuscito a tornare di nuovo in pista, facendosi eleggere sindaco di Benevento. Anzi, per l'esattezza, il simbolo di quella che si potrebbe definire "Udeur 2" (una sigla divenuta marchio, col serio rischio che qualcuno non si ricordi nemmeno di cosa fosse acronimo) sembra fatto sul calco del contrassegno elettorale di Noi sanniti per Mastellastessa campitura azzurro cielo a pennellate della parte superiore del cerchio interno, stesso campanile (che peraltro sembra la copia carbone, insieme al cielo a pennellate, del simbolo della lista Democratici per cambiare, vista a Sansepolcro, nati nel 2011...), stessa corona blu (con la sigla Udeur, assai meno visibile rispetto al passato, al posto di "Mastella sindaco"). 
I sogni dei democristiani impenitenti, tuttavia, sono a serio rischio di incrinarsi o sgretolarsi alla semplice vista di un paio di particolari del contrassegno che non possono passare inosservati, ma sarebbe meglio non vederli. Innanzitutto il cognome di Mastella, passato dalla corona blu al cerchio interno, ha una qualità grafica decisamente peggiore rispetto al resto del disegno e, con la sua font Helvetica Condensed Black schiacciata in altezza, sembra davvero fuori contesto. Il colpo di grazia tuttavia lo assesta l'elemento tricolore collocato a metà del cerchio: una fascia ondulata che dovrebbe stare dietro al campanile, ma in realtà è costituita da due elementi simmetrici dai contorni smangiucchiati - guardare ai limiti della corona blu, per rendersene conto - evidentemente copia-incollati da un'altra immagine.
Saranno pure particolari, saranno pure dettagli, ma da soli sono capaci di far scemare tutta l'atmosfera da Prima Repubblica. Allora nessun grafico - rigorosamente di partito - sarebbe mai caduto in un errore visivo così dozzinale, mentre qui l'aggiustamento grafico con il tricolore - tutt'altro che migliorativo rispetto alle varie versioni del contrassegno che si sono succedute dal 1999 in avanti - sembra piuttosto frutto della fretta di "rinfrescare" un emblema già usato, giusto per dare l'idea che qualcosa si stia muovendo. La speranza, nemmeno tanto segreta, in fondo è proprio questa: che quella diffusa in rete sia solo una soluzione grafica provvisoria e che domani, alla presentazione ufficiale, spunti il simbolo vero. Un simbolo che, non ci fosse stato l'obbligo di raccogliere le firme, sarebbe sicuramente finito sulle schede delle prossime elezioni politiche in appoggio al centrodestra; anche senza liste alle elezioni politiche, tuttavia, è quasi certo che nei prossimi mesi da qualche parte spunterà. Auspicabilmente, senza questi piccoli obbrobri grafici.

giovedì 14 dicembre 2017

Psi, Verdi e civici "Insieme" e rispunta l'Ulivo

Dopo il ritiro di Giuliano Pisapia e del suo Campo progressista - e in attesa di sapere se Emma Bonino e Riccardo Magi riusciranno a raccogliere le firme per presentare la loro lista di PiùEuropa - da oggi accanto all'emblema del Pd c'è almeno un altro simbolo quasi certo: quello della lista Insieme, che si propone di raccogliere il consenso degli elettori socialisti, ambientalisti e persino - cosa che non mancherà di suscitare interesse - di coloro che ancora si ritengono o sono definiti "prodiani".
A parlare è proprio il contrassegno elettorale in sé, che è stato presentato questa mattina a Roma. I drogati di elezioni potrebbero facilmente ricordare che per la prima volta si appresta a comparire sulle schede elettorali nazionali, anche se miniaturizzato, il simbolo del Partito socialista italiano di Riccardo Nencini (l'ultima apparizione nel 2008, a dire il vero non troppo fortunata - poco al di sotto dell'1% - era stata del quasi identico simbolo del Partito socialista, ancora guidato da Enrico Boselli, con un nome più corto e senza tricolore): proprio la presenza della "pulce" del Psi, tra l'altro, dovrebbe consentire alla lista di essere esentata dalla raccolta firme, vista la presenza consolidata al Senato del gruppo Per le autonomie - Psi - Maie (sperando che il Maie non ambisca allo stesso beneficio); mancava invece dalle europee del 2009 il simbolo della Federazione dei Verdi, quando fu utilizzato - accanto alla rosa del Ps-Pse - per esentare dalle firme la (non fortunata) lista Sinistra e libertà, ma al successivo turno elettorale per l'Europarlamento il sole che ride era comunque presente all'interno della lista Verdi europei (altrettanto sfortunata).
Al di là dei simboli appena citati (accanto a quello dell'Area civica volta a rappresentare le candidature di sindaci ed esponenti della società civile, a partire da Massimo Zedda: si tratta di ciò che resta dell'area Pisapia e il colore arancione non è scelto a caso), anche chi non si ritenesse a ogni effetto un election addicted, tuttavia, non potrebbe non rimanere colpito dalla decisa connotazione "prodiana" della lista - che ha tra i suoi promotori l'ex ministro Giulio Santagata - e dello stesso contrassegno elettorale. Lo dice forte e chiaro il rametto di ulivo, anzi, proprio quel rametto di Ulivo (rigorosamente con la maiuscola) creato alla fine del 1995 da Andrea Rauch e ora posto in decisa evidenza, lo dice il riferimento all'Europa nel simbolo, lo dice anche in qualche modo il nome scelto, "Insieme" - scritto tra l'altro in blu con il puntino rosso della "I", ricordando sia l'apostrofo dell'Ulivo sia la I dei Democratici, successiva reincarnazione dei prodiani. "Insieme", accanto alla parola "Italia", finisce per ricordare lo slogan "Insieme per l'Italia" posto nel simbolo dell'Ulivo nel 2001 (e chissà se è stato lasciato da parte per evitare rimandi alla sconfitta rutelliana, visto che per qualcuno inizialmente il nome usato per la nascente lista era proprio quello).
Potrebbe sembrare strano per qualcuno vedere l'Ulivo "duplicato", in miniatura nel simbolo del Pd (dove sta dal 2007 e dov'è tuttora, a dispetto delle richieste di rimuoverlo da parte del suo creatore) e molto più grande in quello della lista Insieme, al punto che i funzionari del Ministero dell'interno potrebbero anche chiedere alla lista di rimuovere il rametto, per non ingenerare confusione tra le due listeL'ipotesi è estrema, ma non del tutto infondata, visto il metro di giudizio severo impiegato in alcuni casi: alle europee del 2009, per dire, il Viminale si era impuntato anche per far rimuovere una fiammella alta tre millimetri dal contrassegno del cartello L'Autonomia, in cui era presente anche La Destra (in un anno in cui Alleanza nazionale nemmeno si presentava più), così come nel 2013 aveva momentaneamente ricusato il simbolo della Lega perché il cognome di Giulio Tremonti (nella pulce di 3L) era stato scritto con la M in evidenza e avrebbe potuto confondersi con le liste di Mario Monti, Presidente del Consiglio uscente.
Il fatto che l'ipotesi sia fondata, tuttavia, non la rende comunque plausibile: dal momento che la lista sosterrà proprio con il Pd gli stessi candidati all'interno dei collegi uninominali, è molto probabile che il Ministero dell'interno scelga di non ricusare un simbolo verosimilmente concordato con i vertici dem (non è da escludere che vi sia un accordo formalizzato sulla coesistenza dei due Ulivi). Proprio il Pd, del resto, dalla lista Insieme avrebbe tutto da guadagnare: i voti dati a questa, infatti, andranno a vantaggio dei comuni candidati uninominali, mentre la lista stessa rischia di non capitalizzare i consensi ottenuti (la soglia del 3% non è proprio alla portata di questo progetto, ma non si può mai sapere). Ironia della sorte, colpisce vedere rispuntare l'Ulivo in una lista dei prodiani diversa dal Pd (nelle cui candidature si libererebbero tra l'altro dei posti), quando nell'associazione L'Ulivo il rappresentante dei prodiani - e legale rappresentante della stessa, nonché titolare del simbolo assieme al Ppi Nicodemo Oliverio e al (P)Ds Lorenzo Simula - era Stefano Ceccanti, oggi convinto sostenitore del Pd e di Matteo Renzi. Ma dal costituzionalista, a differenza di quanto capitato nei giorni scorsi dopo la comparsa di Liberi e Uguali - certamente questa volta non arriveranno moniti al non uso dell'antico simbolo creato da Rauch.

martedì 12 dicembre 2017

Alternativa popolare al capolinea, e i simboli che fine fanno?

Non è dato sapere quanti avessero creduto davvero che l'avventura iniziata alla fine del 2013 da un gruppo di parlamentari guidati da Angelino Alfano, allontanatosi da Silvio Berlusconi e convinto dell'opportunità di proseguire l'esperienza di governo a fianco del centrosinistra, sarebbe durata a lungo o, almeno, senza perdere troppi pezzi rilevanti. 
In realtà non è durata così poco: il simbolo del Nuovo centrodestra - il primo, quello rettangolare - fu presentato il 5 dicembre 2013, dunque si contano giusto quattro anni (quasi come la montiana Scelta civica, che però si era condannata all'irrilevanza molto prima). Quel periodo, va detto, è stato vissuto in modo tutt'altro che tranquillo, con varie defezioni di peso (da Renato Schifani a Nunzia De Girolamo, fino a Gaetano Quagliariello), l'alleanza con l'Udc non proprio baciata dalla fortuna (al punto tale da finire per spaccare anche quel partito) e il cambio di nome in Alternativa popolare - anticipato dall'etichetta Area popolare già abbinata al cuore simil-Ppe, inizialmente in condominio con l'Udc e poi sempre più appannaggio dei soli alfaniani - che ha finito per togliere ogni traccia di centrodestra dal nome di un partito alleato con il Pd. Dopo la giornata di oggi, tuttavia, il capolinea è arrivato e, se per un po' il simbolo di Ap rimarrà visibile, avrà vita dura dalle prossime settimane in poi.  
Già ieri si era capito che i giochi ormai erano finiti e c'era poco da stare allegri (anzi, Happy, per ricordare la singolare scelta musicale fatta ai tempi di Ncd). Uno dei massimi esponenti del partito, l'ex ministro Maurizio Lupi, aveva sintetizzato la situazione annunciando che il giorno dopo si sarebbe lavorato a "un documento unitario che salvaguardi le due coerenze politiche emerse nella discussione di oggi" (parole pronunciate anche da Alfano). 
Suona strano parlare di "due coerenze politiche" - che se non si temesse di fare torto ad Aldo Moro si potrebbero parafrasare come "divergenze parallele" - con riferimento a due posizioni che inciampano in incrociate accuse di incoerenza: la prima, quella di "appartenenza alla propria storia politica e alla nascita del partito", nel rivendicare la coerenza con il proprio passato di centrodestra è tacciabile di incoerenza per il passato prossimo e per la scelta di tornare accanto a Berlusconi, dal quale ci si era voluti distinguere proprio con la nascita di Ncd; l’altra "di prosecuzione nell'azione riformista di governo, iniziata cinque anni fa", nel voler essere coerente con la scelta di allora (più volte rinnovata) si è attirata da tempo gli strali di chi ha ritenuto quella condotta incompatibile con la storia di centrodestra e moderata dei vari esponenti.
La direzione nazionale di oggi di Ap, più che alla riunione di un organo collegiale, è sembrata una seduta di tribunale che ha sancito - parole usate da molti, anche dalla ministra Beatrice Lorenzin - la separazione consensuale tra le due coerenze divergenti. Il tutto sancito da regolare sentenza, ossia dal famoso documento unitario annunciato ieri:
La direzione di Alternativa Popolare ha approvato all'unanimità la proposta unitaria su cui ha riferito il coordinatore Maurizio Lupi a nome del gruppo (Lorenzin, Cicchitto, Gentile) delegato dalla direzione di ieri, che prevede:1. La prosecuzione dell'unità dei gruppi parlamentari sino al termine della legislatura e l'accordo per cui un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra.2. Un patto di consultazione e di confronto permanente e un approfondimento tecnico-regolamentare delegato ai fondatori del partito su eventuali questioni residue, tra cui i simboli, nelle disponibilità del presidente Alfano.
A limitarsi a queste righe, sembra davvero la scissione politica più serena e pacifica mai vista: tutt'altro clima, insomma, rispetto alle lotte senza quartiere in seno al Partito popolare italiano del 1995 o alle baruffe ripetute (e manesche) all'interno del Nuovo Psi a partire dal 2005. Le due strade, dunque, si dividono: Maurizio Lupi si prepara a ritraslocare nel centrodestra, Beatrice Lorenzin e Fabrizio Cicchitto (forse memore del suo passato remoto socialista non berlusconiano) restano invece a fianco del Pd, ma fino alla fine della legislatura i gruppi resteranno uniti; sembra un po' inquietante, tuttavia, la frase in base alla quale "un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra", come se davvero i due gruppi parlamentari potessero ragionevolmente fare scelte diverse senza subire accuse di schizofrenia (a meno che, ovviamente, i sostenitori di una posizione fossero concentrati in un ramo del Parlamento e quelli dell'idea opposta fossero quasi tutti nell'altro).
Certo è che questa situazione di "due partiti in uno" - che ricorda tanto, questa sì, quella del Ppi nel 1995, fino alla nascita del Cdu dopo le ordinanze della magistratura e il "patto di Cannes" tra Rocco Buttiglione e Gerardo Bianco per dividere nomi, simboli, testate e cercare di limitare i danni - non sarà priva di problemi. In quanto legale rappresentante di Alternativa popolare, infatti, il simbolo attuale di Alternativa popolare e anche quello precedente del Nuovo centrodestra (di cui Ap rappresenta l'evoluzione, ma in piena continuità giuridica) sono nella titolarità di Angelino Alfano, che ha scelto di non candidarsi e ora si ritrova "arbitro" della scissione; Alfano li ha anche registrati a proprio nome come marchi, ma al di là di questo è chiaro che chi seguirà Lupi, nel fondare un nuovo soggetto politico di fatto abbandonerà Ap e, come scissionista, non avrà diritto su nessun nome o simbolo.
In effetti sembra improbabile che Lupi e gli altri siano interessati a utilizzare il cuore di Alternativa popolare, mentre più di qualcuno sostiene che l'ex ministro sia più interessato a valersi del primo nome, quello di Ncd (che, tra l'altro, nel 2011 era stato depositato da Italo Bocchino e da questi concesso ad Alfano), più adatto alla nuova collocazione del gruppo; Alfano non sarebbe assolutamente obbligato a concederlo, anche se potrebbe farlo in spirito di cortesia. Non è affatto scontato, però, che al centrodestra guidato da Berlusconi e con i "duri e puri" Salvini e Meloni vada a genio la convivenza con quel simbolo o anche solo con quel nome (l'ex Cavaliere non aveva avuto parole gentili per quell'etichetta): a quel punto, forse, converrebbe trovare un'altra soluzione. 
Tutto questo, naturalmente, ammesso che il troncone di centrodestra riesca a vincere la sfida più impegnativa, quella delle firme da raccogliere: trattandosi di un gruppo nuovo e scisso da Ap, infatti, Lupi non sarebbe esentato dalla raccolta delle sottoscrizioni per la sua lista (magari creata assieme ai fittiani di Direzione Italia) e non è scontato che dagli alleati arrivi qualche forma di aiuto. Alla peggio, il gruppo di centrodestra di ritorno potrebbe contribuire alla lista nota come "quarta gamba" della coalizione e a quel punto non ci sarebbero problemi di nomi, ma la visibilità e le speranze di risultati favorevoli (anche in termini di eletti) sarebbero ridotte al lumicino; anche Lorenzin e Cicchitto, però, non dormono sonni tranquilli, soprattutto dopo la pessima prova delle regionali siciliane. Da una parte e dall'altra, insomma, c'è poco da stare Happy.