lunedì 13 maggio 2019

Pescara, simboli e curiosità sulla scheda

Riprende il viaggio tra i capoluoghi di provincia chiamati al voto il 26 maggio. Dopo due tappe al Nord, ecco la terza al centro, esattamente a Pescara, città che evidentemente non è superstiziosa: quest'anno le liste sulla scheda saranno 17, spalmate su 8 aspiranti alla carica di sindaco (cinque anni fa ce n'era uno in più e le liste erano ben 21).

Erika Alessandrini

1) MoVimento 5 Stelle

Il sorteggio ha collocato al primo posto Erika Alessandrini, candidata sindaca per il MoVimento 5 Stelle: è dunque la formazione guidata a livello nazionale da Luigi Di Maio la prima a essere stampata su manifesti e schede, con l'emblema ormai noto, nella versione depositata al Viminale prima delle elezioni del 2018 (con la dicitura Ilblogdellestelle.it). Naturalmente, a Pescara come altrove, la lista corre rigorosamente da sola, senza alleanze di alcun tipo (proprio com'era stato cinque anni fa, quando candidò a sindaca Enrica Sabatini e superò il 15%, ottenendo due consiglieri; nel 2009, invece, aveva corso la Lista CiVica a 5 stelle, fermandosi poco sopra l'1%).

Carlo Costantini

2) Città del futuro

Al secondo posto la sorte ha messo il primo candidato a essere sostenuto da una coalizione di liste (tre per l'esattezza), dalla natura completamente civica. Si tratta di Carlo Costantini, già deputato dell'Italia dei valori e aspirante presidente della regione per il centrosinistra nel 2008 (quando fu sconfitto dal Pdl Gianni Chiodi). La prima delle liste che lo sostengono è denominata Città del futuro: il colore dominante è il rosso scuro del fondo, con il concetto di "città" in primo piano: già qui emerge comunque la fascetta bianca con l'indicazione del candidato sindaco e - prima ancora di vedere gli altri emblemi - si ha il sentore che quella sarà una presenza costante nella coalizione.

3) Faremo grande Pescara

Se prima si parlava in generale della città, nella seconda lista che appoggia Costantini appare il nome del comune conteso: Faremo grande Pescara è insieme un nome, un progetto e un'aspirazione, ma il centro in questo caso non è la città, ma l'idea di grandezza cui si vorrebbe improntare l'azione amministrativa. Basta un po' di carattere Black (anche se il colore, in questo caso, è bianco) per far risaltare il concetto, senza bisogno di un testo troppo grande (anche perché questo emblema appare piuttosto "pieno", rispetto al precedente). Torna il riferimento a Costantini, adattato ai colori scelti per questo contrassegno (giallo, bianco e blu), senza fascia ma delimitato da due segmenti.

4) Nuova Pescara

In un modo o nell'altro, questo terzo emblema della coalizione di Costantini sembra una crasi dei due appena visti. Del primo ha la struttura, con una parola in grande evidenza e la fascia bianca con "Costantini sindaco", e il concetto di futuro; del secondo, invece, ha la presenza del nome della città e l'accento sulla qualità da sviluppare. Questo appare guardando il simbolo di Nuova Pescara, il cui fondo è tinto di verde scuro: il colore della speranza, perché rinnovare non è mai una cosa facile. La visione dei tre emblemi uno dopo l'altro testimonia chiaramente la loro progettazione unitaria, in una sorta di immagine coordinata legata al candidato.

Carlo Masci

5) Fratelli d'Italia

Terzo aspirante sindaco, secondo l'ordine determinato dal sorteggio, è Carlo Masci, indicato dal centrodestra e sostenuto dalla coalizione più numerosa di questo voto amministrativo: sono infatti ben sei le liste che lo appoggiano. La prima indicata dalla sorte è quella di Fratelli d'Italia, il partito che attualmente esprime il presidente della regione. Il simbolo utilizzato in quest'occasione è esattamente lo stesso che i pescaresi troveranno sulla scheda delle elezioni europee: nessun riferimento locale, quindi, ma solo il nome di Giorgia Meloni in grandissima evidenza e gli accenni ai sovranisti e ai conservatori, che poco hanno a che fare con il cimento locale.

6) Amare Pescara

La seconda lista della coalizione a essere sorteggiata è di natura chiaramente civica e locale: il faro ospitato nel contrassegno di Amare Pescara richiama la natura di città marittima e portuale, così come funge da segno territoriale, cui promotori ed elettori della lista si dichiarano legati (come pure a tutte le tradizioni locali). Non manca poi un riferimento patriottico-politico: le "lingue" tricolori richiamano sì il mare mosso, ma sono innanzitutto un segno nazionale e molto più vicino al centrodestra, al quale in effetti si riferiscono. Non sfugge, peraltro, il miscuglio di caratteri utilizzati nel contrassegno, anche se in fondo l'effetto non è particolarmente sgradevole.

7) Forza Italia

Terza lista sorteggiata nella compagine di centrodestra è quella di Forza Italia, che schiera a sostegno di Masci una delle varianti locali del proprio simbolo: in particolare, se il modello di base è il contrassegno utilizzato alle elezioni politiche dell'anno scorso, in questo caso il riferimento al candidato sindaco è riportato sotto al cognome di Silvio Berlusconi. A quanto pare, però, sul piano delle font regna grande confusione sotto il sole: non solo di mantiene l'Arial Black della preposizione "per", incoerente con l'Helvetica berlusconiano, ma si utilizza addirittura un terzo carattere per il cognome di Masci. Forse il dettaglio sfugge ai più, ma qui il risultato è meno piacevole.

8) Lega

Il sorteggio colloca subito dopo Forza Italia il partito che a livello nazionale ha scelto di abbandonare la coalizione di centrodestra per il governo con il MoVimento 5 Stelle: ironia della sorte, dunque, Lega e Forza Italia dovranno stare gomito a gomito (cosa che, peraltro, a livello locale riescono a fare senza troppi problemi). Il contrassegno utilizzato in quest'occasione è la semplice variante di quello utilizzato a partire dalle politiche dello scorso anno, che accompagna al cognome di Matteo Salvini il riferimento alla regione (sostituendo quello al ruolo di "premier"): nessun riferimento al candidato presidente, dunque, per l'esordio leghista alle amministrative di Pescara.

9) Pescara domani - Democrazia cristiana - Unione di centro

Lunghissimo il nome della quinta e penultima lista della coalizione che sostiene Masci. La base del contrassegno, infatti, è la grafica dell'Unione di centro, perfettamente riconoscibile con il suo scudo crociato; è probabile che l'aggiustamento grafico dell'emblema sia stato fatto da un grafico di fiducia del partito, perché risulta piuttosto coerente e accurato. Nel segmento rosso superiore, in cui normalmente trova posto il riferimento all'Italia, questa volta è ospitato il nome di Pescara domani, dato alla lista, mentre sotto trova posto il riferimento alla Democrazia cristiana: si potrebbe pensare che il riferimento sia al partito di Gianfranco Rotondi (eletto in Abruzzo), ma si intesta l'inserimento anche la Dc di Angelo Sandri.

10) Pescara futura

L'ultima lista della coalizione di centrodestra, in base all'ordine determinato dal sorteggio, è Pescara futura, non proprio una novità per i pescaresi: la formazione, infatti, era già presente alle elezioni di cinque anni fa e al suo interno comprendeva proprio il nome di Masci, essendo la lista che era sua diretta espressione. In quest'occasione, l'emblema è rimasto sostanzialmente uguale, con una sorta di semicirconferenza tricolore aggiunta "ad arcobaleno" in alto a sinistra, sopra agli elementi azzurri che sembrano rimandare al mare (e riprendono i colori della città); rispetto all'ultimo turno elettorale (quando Pescara futura aveva raccolto il 5,31%), il nome del candidato sindaco è decisamente più visibile.

Marinella Sclocco

11) Partito democratico

La coalizione di centrosinistra in quest'occasione si presenta molto più ristretta rispetto a cinque anni fa: da sei liste si passa a tre, a sostegno di Marinella Sclocco, già assessora regionale. Il sorteggio ha collocato in prima posizione nella compagine la lista del Partito democratico, l'unica dichiaratamente politico-partitica delle tre previste; di più, è anche la sola del centrosinistra ad adottare soltanto il simbolo nazionale, senza alcuna specificazione locale o senza il nome della candidata. In questo modo, il partito si presenta per ciò che è, senza avvalersi di alcun "traino" legato al territorio: parte dal 23,85% ottenuto nel 2014, anche se non sarà facile eguagliare il risultato.

12) Lista civica per Sclocco sindaco

In seconda posizione si colloca la formazione che può in qualche modo dirsi più legata alla candidata, Lista civica per Sclocco sindaco. E' il nome stesso a testimoniare il valore civico e insieme "personale" di questa lista, in cui il cognome della candidata è di certo l'unico elemento davvero rilevante, in un contrassegno tutto letterale e con uno sfondo giallo piuttosto anonimo. In tutto questo, colpisce anche la scelta di utilizzare la parola "sindaco" al maschile, senza adattarla al genere della candidata: scelta pienamente libera, probabilmente, anche se è sempre meno raro che si scelga la concordanza in un'ottica di parità, anche sulla scheda elettorale. 

13) Pescara città aperta

Più elaborata, dal punto di vista grafico, l'altra lista civica, Pescara città aperta: il nome, ovviamente, non fa riferimento al film di Rossellini ma all'apertura del comune alle istanze sociali, ambientali e culturali. L'idea di libertà e di apertura è data anche dalla sagoma della rondine, contenuta all'interno del cerchio, che si distingue per la tinta di rosso utilizzata: la scelta cromatica, peraltro, non è casuale, visto che la lista - promossa dal vicesindaco uscente Giovanni Di Iacovo - si propone di rappresentare anche Articolo Uno e Sinistra italiana, che in quel colore si sono riconosciute nel costituire Liberi e Uguali. Cinque anni fa era presente la lista di Sel, che aveva sfiorato il 4%.

Stefano Civitarese

14) Coalizione civica per Pescara

Non si riconosce evidentemente nella lista appena ricordata una parte della sinistra più lontana dal Pd - compresa Rifondazione comunista - che ha scelto di sostenere la candidatura a sindaco di Stefano Civitarese, già assessore pescarese che da oltre un anno aveva rotto con la giunta uscente. Il nome scelto per la lista, Coalizione civica per Pescara, si è visto anche altrove, come a Bologna o a Padova, ma la grafica è diversa: niente arancione, qui c'è solo il rosso del "tick" al posto della "V", che spicca piuttosto bene sul verde del fondo. Emblema semplice e ben leggibile, anche se certamente a colpo d'occhio non si capirebbe la sua collocazione a sinistra. 

Gianni Teodoro

15) Scegli Pescara

Aveva fatto parte della giunta uscente Gianni Teodoro, ma all'assessore non è andata bene la scelta di non ricandidare il sindaco uscente, né quella della figura trovata come aspirante prima cittadina, quindi ha deciso di candidarsi direttamente. Per questo impegno, che lo colloca terzultimo su schede e manifesti, ha scelto di recuperare il simbolo schierato già cinque anni fa all'interno della coalizione di centrosinistra guidata da Marco Alessandrini. Ricompare dunque il simbolo di Scegli Pescara, basato sui quattro colori nazionali, con il verde che occupa il semicerchio superiore (e ospita il nome della lista), il rosso che tinge una morbida fascia orizzontale e, in basso, il riferimento alla candidatura in blu su fondo bianco (e se cinque anni fa questa era solo la "lista Teodoro", stavolta si legge "Teodoro sindaco". 

Gianluca Baldini

16) Riconquistare l'Italia

Non è frequente la presenza del progetto Riconquistare l'Italia, emanazione-evoluzione del Fronte sovranista italiano, alle elezioni amministrative (la sigla è pensata più per le regionali), ma a Pescara la lista con la parentesi e la stella d'Italia rosse c'è, è alla sua prima esperienza lì e sostiene la candidatura di Gianluca Baldini, che è nato e vive a Pescara. L'idea è di "innescare una reale transizione verso il modello futuribile di città moderna, accessibile e vivibile", nonché bella e sicura: sarà interessante vedere come reagiranno i pescaresi a una proposta di idee sovranista più di livello nazionale o regionale che locale, ma comunque declinata in chiave territoriale.

Mirko Iacomelli

17) CasaPound Italia

Anche l'ultima candidatura, secondo l'ordine indicato dal sorteggio, è esordiente e può dirsi pienamente politica: si tratta di quella di Mirko Iacomelli, aspirante primo cittadino sostenuto dalla lista di CasaPound Italia. Come quasi ovunque accade, si tratta dell'unica formazione a sostegno di quella candidatura e l'emblema utilizzato è sempre quello con la tartaruga con carapace-casa ottagonale, debitamente istoriato con il motivo "frecciato" che ormai si è imparato a conoscere. Alle ultime politiche, poco più dell'1% dei votanti pescaresi aveva votato per CasaPound: si vedrà se la percentuale di chi la sceglierà per il comune sarà diversa.

sabato 11 maggio 2019

Addio a De Michelis, prototipo della gaudenza tra i garofani (e non solo)

La giornata di oggi è inevitabilmente luttuosa per ogni #drogatodipolitica che si rispetti, a prescindere dal partito che vota o dalle idee che persegue. La scomparsa di Gianni De Michelis non può che corrispondere al tramonto definitivo della figura terrena che più di ogni altra ha incarnato la politica-spettacolo e la politica gaudente degli ultimi anni della Prima Repubblica: colpito da varie macerie della stessa (che lui in persona aveva contribuito a creare), ha cercato di ritrovare un proprio posto nella Seconda, pur con tutte le difficoltà del caso, quasi sempre vestendo le insegne di un garofano.
Per quanto la sua carriera politica sia stata lunghissima (essendo lui stato, come ricorda Wikipedia, componente della direzione nazionale del Psi fin dal 1969), il nome di De Michelis è legato a doppio filo tanto a quello del Partito socialista italiano, quanto a quello del segretario che lui stesso aveva contribuito a eleggere (assieme al suo primo riferimento, Riccardo Lombardi) e al quale sarebbe stato vicino per quasi vent'anni, Bettino Craxi. Non stupisce, dunque, che il primo simbolo che è giusto accompagnare al ricordo dell'ex ministro sia il garofano che Ettore Vitale aveva disegnato all'indomani del congresso di Torino del 1978 (che confermò linea e ruolo di Craxi), mettendo in grande evidenza il garofano ma senza sacrificare troppo gli emblemi storici (falce, martello, libro e sole).
Di certo, però, nessun simbolo è in grado di identificarsi pienamente con De Michelis come il garofano che un altro creativo, questa volta Filippo Panseca, disegnò come emblema del Psi, prima che diventasse tratto distintivo di tutta l'era craxiana e del suo mondo. L'emblema fu presentato da Panseca al congresso del 1987, quello del tempio ricostruito a Rimini: lo stesso in cui, come ricordano Filippo Ceccarelli (Invano, per ricordare l'episodio più recente, ma anche Lo stomaco della Repubblica va bene) e Stefania Aphel Barzini (Così mangiavamo), lo chef del "Caffè delle Rose" ebbe l'ardire di proporre l'insalatina Pietro Nenni: tagliolini fatti in casa alla crema di scampi adagiati su foglie di carciofo, arricchiti con tartufo, e guarniti con cetriolini affettati e - eccoli qua! - petali di garofano. Sempre al 1987 si riferisce il libro che il nostro De Michelis pubblicò l'anno dopo a suo nome, per i tipi di Mondadori, forse la testimonianza più ricordata di quei suoi anni: Dove andiamo a ballare questa sera, una "guida a 250 discoteche italiane" in stile poco ministeriale e molto "Milano da bere", anche se l'autore dichiarato era venezianissimo.
Essendo stato una delle presone più vicine a Craxi, è assai probabile che De Michelis lo abbia appoggiato in pieno quando, il 4 ottobre 1990, infatti, lo stesso segretario del Psi propose che, nella corona rossa del simbolo, si sostituisse il nome "Partito socialista" con "Unità socialista". E non tanto perché si pensasse seriamente di cambiare il nome al partito (la sigla, in fondo, era rimasta la stessa), ma perché si voleva che la casa socialista diventasse l'approdo di una parte importante della base di un Partito comunista italiano in travaglio e in trasformazione. Nel frattempo, l'anno prima, un nuovo congresso socialista si era celebrato all'Ansaldo di Milano, quello delle piramidi ipertecnologiche dell'inesauribile Panseca: Gianni De Michelis, ovviamente, era al tavolo della presidenza, con Bettino e gli altri che contavano.
L'unità socialista, com'è noto, non arrivò, mentre si abbatté (anche e soprattutto) sul Psi il ciclone Tangentopoli. Nel tentativo di salvare il partito e la parte più nobile della sua storia, a costo di liberarsi dell'ultima fase più ingombrante e problematica, alla fine del 1993 il nuovo segretario Ottaviano Del Turco scelse di rinunciare al garofano per sostituirlo con una rosa, proposta ancora da Ettore Vitale. Tecnicamente anche questo appartiene ai simboli di Gianni De Michelis, ma è difficile che lui - che pure in quella fase era vicesegretario del partito - abbia accettato di buon grado di abbandonare l'emblema che lo aveva rappresentato in tutto e per tutto sino a quel momento.
Quando quel simbolo finì sulla scheda, però, lui non era tra i candidati, essenzialmente per i processi cui era sottoposto in quel periodo. Ci sarebbe voluto qualche anno per veder ricomparire De Michelis - decisamente più magro e senza la chioma di un tempo - in un altro Partito socialista, che nel 1996 Ugo Intini, Margherita Boniver, Fabrizio Cicchitto e altri avevano contribuito a fondare. Non potendo usare il vecchio garofano, in mano al liquidatore del Psi, avevano scelto di piazzarne un mazzo (con profilo "pansechiano") al centro della doppia corona rossa, molto socialista e molto craxiana (anche se poi il Viminale, per evitare rischi di confusione con il partito che fu, ordino di invertire i colori, cambiare il nome e allargare i fiori).
Quel partito, tuttavia, non era ancora propriamente quello di De Michelis, che nel 1997 fu scelto come nuovo segretario al posto di Ugo Intini (che lamentò l'illegittimità di quella manovra) per imprimere al partito una linea meno interessata a una riunificazione socialista e più autonoma dai poli, pur se con una certa attenzione al centrodestra (cui chiedere "asilo politico"). Sotto la segreteria di De Michelis, il Ps rinfrescò leggermente la sua immagine, ma mantenne il mazzo di garofani assieme al sole nascente e al libro, "ereditati" dal Partito socialista riformista di Cicchitto (che però nel 1999 se ne sarebbe andato in Forza Italia assieme alla craxianissima Margherita Boniver).
Tra il 2000 e il 2001, peraltro, si realizzò l'incontro di ciò che restava del Ps (dopo le varie defezioni) e la Lega socialista di Bobo Craxi. Fu quella l'occasione per un partito socialista ancora più craxiano di quanto non fosse stato in precedenza: il 19 gennaio 2001, a un anno esatto dalla morte di Bettino Craxi, a Milano nacque il Partito socialista - Nuovo Psi, che riprendeva la doppia corona ma trasformava la fascia interna dal rosso (dei primi tentativi, presto accantonati) al verde e, per la parte grafica, andava a recuperare il garofano disegnato da Ettore Vitale per il congresso Psi del 1978. Da quell'evento fondativo, De Michelis uscì nuovamente segretario e collocò il partito nel centrodestra.
Le elezioni non andarono benissimo (meno dell'1%, niente rimborsi elettorali e quattro seggi ottenuti nei collegi uninominali, ma non per De Michelis) e, tempo qualche mese, De Michelis litigò una prima volta con Bobo Craxi, finendo in tribunale, anche se poi la crisi rientrò. Le cose andarono un po' meglio nel 2004, quando in vista delle europee al gruppo si aggregò il Movimento di unità socialista di Claudio Signorile e insieme si decise di correre alle elezioni con la lista Socialisti uniti per l'Europa. Il simbolo, nome a parte, era lo stesso del 2001 e non c'erano altri garofani sulla scheda: ciò bastò a sfiorare il 2% e a mandare a Strasburgo due eletti, De Michelis compreso.
Durò pochino il vento in poppa, perché il 21 ottobre 2005 esplose un nuovo scontro dell'ex ministro veneziano con Craxi figlio nell'ambito dell'ennesimo congresso del Nuovo Psi, chiuso con due segretari (Bobo Craxi e l'uscente De Michelis, che ritieneva l'assise non valida) e un nuovo ricorso alla carta bollata. I giudici prima diedero ragione a Craxi, poi rimisero De Michelis sulla poltrona da segretario; nel frattempo però, per evitare grane di qualunque tipo, nel contrassegno condiviso con la Democrazia cristiana per le autonomie di Gianfranco Rotondi (utilizzato alle politiche del 2006) finì un garofano realistico, dal profilo simile all'ultimo utilizzato, che se non altro portò un paio di neosocialisti (compreso Mauro Del Bue) a Montecitorio, mentre De Michelis - pur eletto - rimase a Strasburgo (per non far subentrare Luciano Racco, nel frattempo passato con Bobo Craxi).
Nel 2007, tuttavia, la rielezione di De Michelis alla guida del Nuovo Psi fu contestata da Stefano Caldoro (che fino a quel momento lo aveva sostenuto), per l'interesse mostrato per la Costituente socialista che guardava inevitabilmente al centrosinistra. La lite, quella volta, rimase fuori dai tribunali e si concluse con una transazione: se il Nuovo Psi - con il garofano elaborato per le politiche del 2006 - rimase in mano a Caldoro, De Michelis e Del Bue costruirono un fugace Partito socialista che riprese il secondo garofano di Vitale (quello in uso dal 1978 al 1987), giusto il tempo di aderire alla citata Costituente, dalla quale sarebbe nato un altro Partito socialista - non ancora italiano - stavolta guidato da Enrico Boselli
In questo partito, dunque, Gianni De Michelis proseguì la sua attività politica, ma la collocazione nel centrosinistra non dovette sembrargli la più coerente possibile con la sua storia. Bastò, infatti, che la direzione nazionale del Ps decidesse di aderire al cartello elettorale per le europee 2009 Sinistra e libertà (assieme ai Verdi, che diedero l'esenzione per la corsa senza firme, e a gruppi fuoriusciti da Rifondazione comunista, compreso quello di Nichi Vendola) per far capire a De Michelis che era ora di andarsene via: nello stesso Nel settembre 2009 divenne consulente di Renato Brunetta, ministro per la Pubblica Amministrazione nel governo Berlusconi.
La politica attiva fu da quel momento una presenza molto più sfumata per l'ex ministro, che pure non restò insensibile al cognome del suo leader indiscusso: il 26 novembre 2011, infatti, De Michelis fu tra gli aderenti - assieme ad Alessandro Battilocchio, eletto con lui all'Europarlamento nel 2004 - ai Riformisti italiani, progetto politico promosso da Stefania Craxi, fino a quel momento solidamente in Forza Italia e poi nel Popolo della libertà. Questa, salvo errore, è l'ultima appartenenza politica certa conosciuta di De Michelis: niente garofani, nemmeno una rosa, ma la loro assenza fa risaltare la loro presenza massiccia degli anni precedenti. E ora che Gianni De Michelis, archetipo e nume ispiratore dei Socialisti gaudenti, ha concluso la sua vita terrena, può certamente prendersi il suo posto nel Pantheon dei #drogatidipolitica di ogni colore, certo di esserselo conquistato per meriti.

venerdì 10 maggio 2019

Sogno Italia, fare componente da soli è 10 Volte Meglio

I frequentatori abituali di questo luogo lo sanno: uno sguardo periodico alla composizione delle Camere, con le etichette di gruppi e componenti del gruppo misto, è sempre istruttivo, illuminante e - non di rado - foriero di sorprese. Uno degli osservatori più attenti di questo fenomeno è Salvatore Curreri, professore associato di diritto pubblico all'Università degli Studi di Enna: nel suo ultimo articolo scritto per laCostituzione.info, intitolato Una componente politica nel gruppo misto della Camera non si nega a nessuno, mette in luce e racconta movimenti parlamentari che pochi finora avevano notato e che hanno, tra l'altro, risvolti anche simbolici.
Sì, perché l'autorizzazione, data dal Presidente della Camera il 18 aprile 2019, alla creazione della componente del gruppo misto denominata Sogno Italia - 10 Volte Meglio è un fatto tutt'altro che secondario, per lo studioso del diritto costituzionale e parlamentare, per chi guarda al sistema politico in Italia e all'universo simbolico della nostra politica. 
Della questione generale ci si è già occupati con larghezza nella scorsa legislatura, ricordando - come fa Curreri - che se il regolamento della Camera prevede come norma che una componente del gruppo misto sia formata da almeno dieci deputati, l'eccezione ammette che ne bastino tre nel caso di minoranze linguistiche o qualora i parlamentari richiedenti "rappresentino un partito o movimento politico la cui esistenza, alla data di svolgimento delle elezioni per la Camera dei deputati, risulti in forza di elementi certi e inequivoci, e che abbia presentato, anche congiuntamente con altri, liste di candidati ovvero candidature nei collegi uninominali" (art. 14, comma 5, secondo periodo).
Ricordata la norma regolamentare da applicare in questo caso, fanno parte della componente Sogno Italia - 10 Volte Meglio i deputati Silvia Benedetti, Salvatore Caiata e Catello Vitiello, eletti all'inizio della legislatura sotto il contrassegno del MoVimento 5 Stelle e prima membri di una diversa componente sempre del misto, denominata Maie - Sogno Italia. Vale però la pena lasciare la parola a Curreri che nel suo articolo ricostruisce con una certa precisione gli eventi che hanno portato al casus reflectionis di questo articolo (e pongono le basi per un discorso giuridico-politico-simbolico serio e approfondito):


Proprio le variazioni intervenute all'interno di quest’ultima componente politica sono all'origine della nuova appena costituita. Va, infatti, ricordato che essa si poté costituire il 20 aprile 2018 solo grazie all'iniziativa del deputato Borghese, l’unico dei suoi componenti che rappresentasse un partito presentatosi alle elezioni, per l’appunto il Movimento Associativo Italiani all’Estero nelle cui liste egli era stato eletto in America meridionale. Gli altri cinque deputati che avevano costituito tale componente politica (Benedetti, Caiata, Cecconi, Tasso e Vitiello) erano stati, infatti, tutti eletti per il MoVimento 5 Stelle dal quale, per note vicende che non vale la pena qui ripercorrere, erano stati subito espulsi appena dopo essere stati dallo stesso movimento candidati.
Quando, a seguito di presumibili contrasti interni, il deputato Borghese, nella qualità di Presidente e legale rappresentante del MAIE, ha comunicato la revoca del consenso ad essere rappresentato da tale componente politica (che nel frattempo aveva cambiato denominazione in MAIE-Movimento associativo italiani all’estero-Sogno Italia), la componente politica è stata ovviamente dichiarata cessata perché non più rappresentativa di un partito o movimento politico presentatosi alle elezioni (seduta del 18 febbraio 2019). 
Mentre, però, il giorno dopo lo stesso Borghese con altri due ex pentastellati (Cecconi e Tasso), ha subito costituito una nuova componente politica (Movimento Associativo Italiani all’Estero), sempre grazie alla propria decisiva adesione, gli altri tre pentastellati (Benedetti, Caiata e Vitiello) avrebbero dovuto rinunciare a tale possibilità, essendo stati eletti per un partito già costituitosi in gruppo parlamentare. Invece – e qui sta la novità – [...] il 18 aprile 2019 il Presidente della Camera, accogliendo la loro richiesta, li ha autorizzati a costituire la componente politica del gruppo misto Sogno Italia – 10 Volte Meglio che, come già dimostra la immaginifica, quasi dannunziana denominazione, non corrisponde ad alcun partito o movimento politico presentatosi alle elezioni.

Il caso qui interessa, perché di fatto questa è la prima componente del misto della Camera nata, dal 2018, non solo per dare ricetto a una sigla politica - parlare di "forza" forse è troppo - sorta nel corso di questa legislatura (era accaduto, in fondo, anche con la formazione della componente Maie - Sogno Italia), ma la cui nascita è stata consentita grazie all'apporto di un diverso soggetto politico, che ha partecipato alle elezioni senza però ottenere alcun eletto. Il simbolo di 10 Volte Meglio, infatti, era apparso sulle schede elettorali della Camera in dieci regioni italiane, dunque quel movimento aveva i requisiti per essere ritenuto esistente "alla data di svolgimento delle elezioni per la Camera dei deputati [...] in forza di elementi certi e inequivoci", anche perché per essere presente aveva raccolto le firme. Per inciso, visto che di simboli si parla, per vedere quello di Sogno Italia bisogna andare per forza - come aveva notato AdnKronos - sul database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi e, peraltro, se ne può vedere solo una versione in bianco e nero, depositata il 3 ottobre scorso da Caiata (che peraltro, in base a recenti notizie di stampa, è stato dato come aderente a Fratelli d'Italia, anche se alla Camera risulta ancora aderente alla componente, che diversamente scenderebbe sotto il numero minimo di membri).
Non si tratta certo del primo caso di componente del gruppo misto costituita pur se priva "d’identità politico-elettorale", come sottolineato da Curreri (che produce anche un breve elenco) e come si era già detto meno di tre anni fa su questo sito e anche un paio di anni fa, quando nella scorsa legislatura il 20 marzo 2017 la presidente della Camera Laura Boldrini autorizzò la componente politica Alternativa Libera - Tutti insieme per l’Italia, significativa in questa sede perché i membri erano tutti stati eletti nelle liste del MoVimento 5 Stelle. Non scandalizza quasi più nessuno il fatto che, in qualche caso in modo piuttosto trasparente, quelle componenti con un "aiutino" extraparlamentare siano nate per avere a disposizione tempo di aula, spazi e risorse per il personale a servizio dei parlamentari (o per non perderli, qualora una componente esistente abbia "perso pezzi" per strada o, come in questo, caso, si verifichi una scissione), generalmente in cambio di visibilità e sostegno alle iniziative o alle istanze del soggetto politico che consente la nascita della componente. 
Il fatto è che, per Salvatore Curreri, l'autorizzazione di questo tipo di componenti del gruppo misto sembra "disattendere la lettera e la ratio della disposizione regolamentare, evidentemente ispirata a consentire ugualmente a forze politiche minoritarie presentatesi alle elezioni (requisito politico) di costituire all'interno del gruppo misto una propria componente politica, pur essendo composte da meno di dieci deputati (requisito numerico)" e non a favorire "formazioni politiche dal sicuro fascino parlamentare ma prive, per il passato, di radicamento elettorale e dall'assai dubbio futuro seguito". In particolare, dal momento che la decisione in tema di costituzione di componenti è tutta del Presidente o della Presidente della Camera, senza che chi ricopre la carica debba motivare la sua scelta, il costituzionalista vede nell'autorizzazione data da Fico un incentivo al transfughiso e al frazionismo parlamentare, perché per "un (malinteso) rispetto politico, quasi che una componente nel misto non si debba negare a quanti ne facciano richiesta" finiranno per bastare sempre "appena tre deputati fuoriusciti o espulsi da un gruppo parlamentare", with a little help from their friends, amici da cercare quasi sempre fuori dalle aule di Camera e Senato. 
Tutto ciò, tra l'altro, marcherebbe una differenza ancora maggiore con la disciplina di Palazzo Madama, il cui regolamento già prima non prevedeva formalmente l'esistenza delle componenti del gruppo misto (anche se di fatto le etichette vengono usate lo stesso, senza particolare valore: al momento si tratta di Liberi e Uguali, Psi, +Europa e Maie); a partire da questa legislatura, poi, una riforma regolamentare consente di costituire solo gruppi di partiti che abbiano partecipato alle elezioni del Senato con un loro contrassegno, dunque non c'è spazio per gruppi che rappresentino eventuali partiti nati in corso di legislatura. Questo, come sottolinea ancora Curreri, "consente non solo una più efficiente ed efficace organizzazione dell’attività parlamentare, che la proliferazione dei soggetti politici rischia seriamente di compromettere, ma risponde anche all'elementare principio democratico secondo cui sono i partiti votati dagli elettori a costituirsi in gruppi parlamentari e componenti politiche, non - viceversa - i parlamentari a riunirsi in gruppi e componenti politiche per costituire un partito".


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La posizione del costituzionalista è comprensibile e almeno in parte condivisibile. Personalmente, a dire il vero, trovo eccessiva la "stretta" data in Senato, che mi pare che punisca fin troppo la scelta di "cambiare idea" (certamente non viola il divieto di mandato imperativo, ma mi pare molto severo non concedere a partiti nuovi, magari consistenti, la visibilità che meritano); allo stesso modo, ammetto l'incoerenza tra i due regolamenti di Camera e Senato (dovuto all'atteggiamento schizofrenico di chi ha votato una riforma in un ramo del Parlamento e non l'ha invece appoggiata nell'altro), anche se non si può far finta che quelle differenze regolamentari non esistano. 
Ciò detto, è innegabile che, dalla XIV legislatura (2001-2006) in poi, alla Camera si è assistito a un'interpretazione sempre meno restrittiva, che è passata dal richiedere al partito intenzionato a costituire una componente  "un simbolo, una denominazione, un’attestazione documentaria o, comunque, una qualche forma di notorietà" al momento delle elezioni, all'ammettere la costituzione di componenti a una certa distanza dalle elezioni (pur se relative a partiti che avevano corso al voto precedente, come l'Udeur e i Repubblicani europei), fino a consentire - come si è visto - a partiti di nuova costituzione di avere la propria componente, accostando il proprio nome a quello di una sigla che aveva partecipato alle ultime elezioni, anche se non aveva ottenuto eletti (l'apripista fu Gianfranco Rotondi, che per avere la componente autonoma della sua Democrazia cristiana dovette appoggiarsi ai Verdi-Verdi, ribattezzati per l'occasione Ecologisti democratici).
Emesso un giudizio, occorre comunque guardare con realismo alla situazione: se si è concesso a 10 Volte Meglio di impiegare il proprio nome per far nascere una componente autonoma del gruppo misto, sarà difficile poi negare la stessa cosa ad altre forze politiche. Quali sigle sono disponibili per far nascere nuove componenti, dunque? Il "parco liste", rispetto al passato, risulta rinnovato, visto che non hanno presentato nemmeno una candidatura il Pli, il Ppa e Tutti insieme per l'Italia; anche senza di loro, tuttavia, le sigle teoricamente a disposizione sono una ventina, anche se probabilmente il numero di quelle realisticamente utilizzabili non va molto oltre la decina
Difficile, per esempio, che qualcuno voglia costruire una componente utilizzando i nomi di CasaPound Italia, Italia agli italiani (il cartello di estrema destra che riuniva Forza nuova e Fiamma tricolore), Autodeterminatzione (per il suo carattere locale), Partito comunista, Per una sinistra rivoluzionaria e, volendo, Potere al popolo! (c'era una certa distanza tra la "sinistra" parlamentare e quell'area); qualche speranza in più potrebbero avere formazioni pur marcatamente politiche come Pri-Ala (i repubblicani hanno già partecipato in passato), Rinascimento - Mir (potrebbero avere interesse a una maggiore visibilità), Blocco nazionale per le libertà (vale lo stesso per la formazione che univa Italia Reale e DemoCristiana di Denis Martucci), Grande Nord (in chiave antileghista lo sbarco parlamentare sarebbe un toccasana) e Il Popolo della Famiglia (anche qui la visibilità sarebbe ottima). 
Ancora più spendibili, anche se non necessariamente disponibili, sarebbero formazioni dal nome più "neutro" come Italia nel cuore, Lista del Popolo per la Costituzione (anche se il gruppo di Antonio Ingroia e Giulietto Chiesa potrebbe non essere interessato a ogni collaborazione), Partito valore umano, Patto per l'autonomia (di carattere locale, ma il nome è universale), SiAmo (in tempi di no vax sarebbe un bel colpo) e tre sigle viste soltanto nella circoscrizione estero della Camera, Movimento delle LibertàUnital l'enigmatica Free Flights to Italy. E a questo punto un pensiero sorge, irrefrenabile: perché diavolo non ha raccolto le firme W la Fisica, così da poter fare capolino a Montecitorio almeno per un periodo nei prossimi quattro anni? 

giovedì 9 maggio 2019

Regionali Piemonte, no confermato per Destre unite - CasaPound - Azzurri italiani

Il verdetto ora è definitivo: le elezioni regionali in Piemonte si terranno regolarmente il 26 maggio e parteciperanno 14 liste. Proprio poco fa, infatti, il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso della lista Destre Unite - CasaPound - Azzurri italiani, presentato lunedì da Massimiliano Panero, segretario nazionale di Destre unite e candidato alla presidenza della Regione. 
Nell'impugnare le varie sentenze del Tar Torino che avevano confermato l'esclusione delle liste circoscrizionali in tutte le province del Piemonte (tranne Verbano-Cusio-Ossola e Cuneo), essendosi negato che il simbolo composito delle tre forze politiche potesse finire sulle schede senza aver completato la raccolta firme, Panero e il suo avvocato Augusto Sinagra (docente di Diritto dell'Unione europea all'Università di Roma "la Sapienza", nonché candidato di Destre Unite - CasaPound alle europee nella circoscrizione Centro) hanno lamentato - da parte del Tar - addirittura la violazione della legge regionale n. 21/2009 in materia di esenzione dall'onere di raccolta firme per le elezioni regionali. 
In particolare, si contestava ancora l'interpretazione in base alla quale Gilberto Pichetto Fratin, candidato presidente della coalizione di centrodestra del 2014, eletto come "miglior perdente", non dovesse considerarsi espressione delle singole liste che facevano parte della coalizione (come appunto Destre unite e Azzurri italiani) e, dunque, queste non potessero dire di aver ottenuto un eletto. Da una parte si ribadiva che Pichetto non era stato eletto nel "listino" regionale, ma per attribuzione del seggio riservato all'ultimo "resto" delle liste provinciali collegate: non a caso, quando il candidato presidente sconfitto era diventato senatore, al suo posto era entrato "il primo degli esclusi delle liste regionali in base, appunto, al calcolo dei 'resti'". Dall'altra parte, Panero e Sinagra negano che la legge regionale possa davvero collegare la concessione dell'esenzione a una "significativa rappresentatività" della lista che la rivendica, se non altro perché l'ipotesi sub c) consente a un partito rappresentato da un gruppo in consiglio regionale di "trasmettere" l'esenzione a una diversa lista, anche non rappresentata in consiglio (e il ricorrente fa l'esempio della "ben modesta Lista civica indicata come 'Si Tav, Si Lavoro, per il Piemonte' per la quale è del tutto da escludere il raggiungimento di qualsivoglia quorum minimo in termini di voti). 
In effetti la valutazione del Tar sulla "infima rappresentatività" non era affatto una "preventiva valutazione (o accertamento) in ordine alla rappresentatività in termini di voti della lista collegata", ma si riferiva alla scarsa capacità della stessa lista di incidere sul risultato precedente, cosa che non avrebbe consentito a Destre unite e Azzurri italiani di sostenere di aver concretamente contribuito all'elezione di Pichetto. Mancando nella legge nazionale e in quella regionale la previsione di un quorum per ciascuna Lista all'interno della coalizione, Panero e Sinagra erano convinti che "'resto' dopo 'resto', anche una lista in coalizione che risult[asse], all'esito delle consultazioni, di 'infima rappresentatività' [potesse] sempre potenzialmente conseguire l’obiettivo di vedere eletto uno dei suoi candidati". Uno scenario, peraltro, che si sarebbe verificato solo al venir meno di tutti gli altri candidati delle liste con cifra elettorale maggiore, uno scenario oggettivamente piuttosto improbabile (pur se configurabile in astratto).
Nel ricorso, insomma si legge che non può applicarsi l'esenzione solo a chi ha conseguito il seggio "in proprio", perché quel seggio riservato al candidato presidente "non può non essere riferito a ciascuna delle singole liste tra di loro collegate e costituenti un unicum con il 'Centrodestra per Pichetto'", visto che la legge elettorale fa sempre riferimento al "gruppo di liste" (anche se di norma quest'espressione si riferisce al complesso delle liste provinciali distinte dallo stesso contrassegno). Da ultimo non si potrebbe contestare la mancanza di un "documentato e persistente collegamento con la coalizione" del 2014 delle singole liste, perché la coalizione di allora si è smembrata da più parti e alcuni gruppi politici avrebbero fatto perdere le loro tracce (Pensionati, Verdi-Verdi e Lista civica per il Piemonte), dunque nessuno potrebbe rivendicare la continuità; di più, per Panero e Sinagra, "nessuna norma elettorale impone di documentare il persistente collegamento tra le diverse liste, o con i propri eletti, altrimenti esisterebbe il vincolo di mandato" e dovrebbero considerarsi le elezioni come "un film in movimento", quando invece sono "la fotografia di un dato momento storico".
Per i giudici di Palazzo Spada, invece, il ragionamento del Tar era corretto. Se l'istituto della raccolta firme deve servire a garantire la rappresentatività delle liste, esonerare determinati soggetti dalla raccolta avrebbe lo scopo di semplificare le procedure elettorali venendo incontro alle forze politiche che "hanno dimostrato – in modo concreto – di disporre di tale requisito", attraverso l'elezione di un proprio candidato. Visto che però l'esonero appare come eccezione alla regola della raccolta firme, per il giudice amministrativo di primo e di secondo grado occorre attenersi a un'interpretazione restrittiva del testo.
In particolare, la disposizione si riferisce espressamente a partiti o gruppi politici Chi ha vinto presentato candidatura e con un proprio contrassegno e abbiamo ottenuto almeno un eletto, quindi in questa limitata ipotesi occorre che il contrassegno per il quale si richiede l'esenzione sia riferito "ai soli soggetti che hanno ottenuto l’elezione di un proprio candidato", cosa che Destre unite e Azzurri Italiani nel 2014 non avevano ottenuto. Non avrebbe pregio, secondo il Consiglio di Stato, la disparità di trattamento ingiusta lamentata da Panero rispetto alla possibilità per un gruppo consigliare uscente di esentare dalla raccolta firme una lista esterna, presumibilmente di scarsa consistenza: però i magistrati spiegano ben poco, limitandosi a dire che "in quel caso sopperisce la dichiarazione di collegamento con gruppi consiliari già presenti in Consiglio Comunale al momento della convocazione dei comizi elettorali" (certo il collegio intendeva dire "consiglio regionale", ma la fretta e la sovrapposizione di questo caso con molti altri legati ad elezioni amministrative non hanno certo aiutato). Una spiegazione, questa, piuttosto apodittica e ben poco utile: forse era un modo per dire che c'è comunque a monte la rappresentatività del gruppo consiliare che in qualche modo fa da garanzia, ma sarebbe stato meglio dirlo a chiare lettere.
La stessa osservazione fatta nel ricorso sulla possibilità che, nel corso del tempo, le proiezioni elettorali o si sfaldino come è avvenuto in questo caso, viene addirittura utilizzata contro il ricorrente, sottolineando che "solo due soggetti tra i tre a cui è riconducibile il contrassegno hanno partecipato alla precedente elezione conseguendo – mediante la coalizione – un seggio", sostanzialmente lasciando intuire che sulla carta Destre unite e Azzurri italiani avrebbero anche potuto rivendicare la precedente conquista di un seggio, ma la presenza estranea di CasaPound avrebbe fatto venir meno il beneficio dell'esenzione (quando, tutt'al più, in riferimento alla mutevolezza delle posizioni avrebbe potuto far pensare che nessun brandello dell'antica coalizione avrebbe potuto intestarsi l'elezione in consiglio del candidato presidente).
La sentenza di oggi rappresenta l'ultimo atto della battaglia legale che precede le elezioni regionali piemontesi. L'esito era piuttosto prevedibile dagli studiosi per varie ragioni; nonostante questo, si deve ammettere che sotto certi profili era lecito aspettarsi di più dei giudici di Palazzo Spada, soprattutto due punti appaiono, come si è visto, carenti nelle spiegazioni o poco lineari sul piano logico. Questa, almeno, è la conclusione che si può trarre attenendosi al testo della sentenza; probabilmente c'è anche un sottotesto, un dato per scontato, ma non è mai opportuno, men che meno in materia elettorale.

sabato 4 maggio 2019

Due simboli con "Ternate ci lega", ecco cos'è successo e com'è finita

Al di là delle competizioni relative ai capoluoghi, a volte l'attenzione del curioso o del #drogatodipolitica viene attirata anche da ciò che succede in realtà assai più piccole, ma non per forza meno stimolanti. Si può fare, per esempio, un giretto a Ternate, comune della provincia di Varese di poco più di 2500 abitanti: sulla scheda elettorale, il prossimo 26 maggio, i ternatesi troveranno ben quattro liste. Non dovrebbe essere nulla di sconvolgente, per chi nel corso degli anni ha seguito su questo sito le elezioni nei comuni "sotto i mille"; è la prima volta, tuttavia, che questo numero si raggiunge a Ternate, da quando (nel 1995) si è iniziato a votare direttamente per il ruolo di sindaco non si è mai andati oltre le tre candidature.
Oltre a questo record per la storia locale, però, la competizione si è fatta notare - ed è stata considerata anche da testate nazionali - per un caso curioso. Il 26 aprile, quando si è aperto il deposito delle candidature, alla segreteria del comune sono state consegnate due liste con lo stesso nome, Ternate ci lega. Correttezza impone di scriverlo minuscolo, ma la tentazione di mettere in maiuscolo l'ultima parola è forte: siamo pur sempre in provincia di Varese e proprio nel capoluogo, a una ventina di minuti di automobile da Ternate, il 12 aprile di 35 anni fa Umberto Bossi, Giuseppe Leoni e altri hanno costituito la Lega autonomista lombarda.
Si diceva di due liste: la prima a essere depositata proponeva come aspirante prima cittadina Paola Cristina Miola, militante leghista da oltre vent'anni e impegnata presso la regione Lombardia; la seconda lista, invece, candidava come sindaca un'altra donna, la giovane Rossella Valenzisi. Ma come può essere accaduto che due liste abbiano presentato emblemi diversi ma con lo stesso nome? VareseNews, testata online da sempre attenta alle vicende politiche della provincia, scrive che "le due candidate sindaco fino a poco tempo fa stavano lavorando insieme ad unico progetto di lista elettorale salvo, per vicissitudini interne, prendere ad un certo punto due strade diverse", ma nella separazione del progetto politico non ci sarebbe "stato accordo sulla proprietà del nome che entrambe hanno scelto di portare avanti".
Prima versione del simbolo
La vicenda merita di essere almeno in parte approfondita, anche solo per capire la dinamica. Qualche spiegazione in più la dà il promotore della lista che sostiene Valenzisi, Giovanni Barranco, anche lui militante leghista, in passato piuttosto attivo in politica nella provincia di Monza e Brianza (ora però non è candidato perché "la politica in prima persona l'ho già fatta, non mi interessa più"). Lui spiega di essere stato contattato mesi fa per curare la formazione di una lista a Ternate e, oltre a individuare le persone che avrebbero potuto essere candidate, aveva immaginato il simbolo e anche il nome, "Ternate ci lega": il nome, in effetti, guardava almeno un po' a quell'elettorato (e sarebbe un po' difficile non farlo da queste parti) e la scelta era stata frutto di un ragionamento. 
"Alle scorse elezioni politiche la Lega a Ternate ha sbancato - spiega Barranco - e probabilmente quest'anno le cose andranno nello stesso modo alle europee: nel simbolo era molto più grande il riferimento al nome del paese, non ci interessava dirci leghisti o richiamare esplicitamente la Lega, tanto più che vari candidati si riconoscono in un'area di centrodestra ma non sono certo tutti leghisti; richiamare però quell'area politica, così legata a questo territorio, poteva cogliere l'attenzione di persone interessate a quelle idee senza che fossero per forza militanti o simpatizzanti". Anche la grafica e i colori occhieggiavano alla Lega, pur se in modo non smaccato: una delle due mani che si stringono è verde, colore associato alla Lega (Nord) dagli anni '90; l'altra è blu e ricorda di più il nuovo corso leghista salviniano (anche se quel colore, da quando i simboli hanno abbandonato il bianco e nero, ha sempre tinto il nome del partito e la statua di Alberto da Giussano).  
Il logo, la cui realizzazione è stata affidata a un grafico (con tanto di fattura pagata all'inizio di aprile), secondo Barranco sarebbe stato mostrato con molto anticipo rispetto alla data di deposito delle liste, mentre il lavoro della compagine civica andava avanti. A questo si sarebbe avvicinata anche la citata Paola Cristina Miola, che negli ultimi mesi del 2018 era stata indicata dalle testate locali come aspirante sindaca a Biandronno, candidatura poi tramontata; nel corso delle settimane nel gruppo pare essere emersa la figura di Rossella Valenzisi (figlia di un amministratore locale di lunga data, Franco, molto apprezzato dai concittadini), poi effettivamente candidata a sindaco, mentre Miola avrebbe continuato in autonomia.
Il giorno del deposito delle candidature, la prima a presentarsi davanti al comune, di primissima mattina, è stata Miola, con tanto di lista, firme, documenti e soprattutto il simbolo, che conteneva la dicitura "Ternate ci lega", anche se qui la tentazione di mettere "Lega" è più forte, visto il maggior rilievo dato alla parola nella grafica; Barranco è entrato per secondo, ma solo dopo si è scoperto che il nome delle due liste era uguale. Le norme valide per le elezioni comunali sono piuttosto chiare: le commissioni sono chiamate a ricusare i contrassegni "che siano identici o che si possano facilmente confondere con quelli presentati in precedenza o con quelli notoriamente usati da altri partiti o raggruppamenti politici, ovvero riproducenti simboli o elementi caratterizzanti simboli che, per essere usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento, possono trarre in errore l’elettore". Non dovendosi applicare la seconda parte del periodo (qui non ci sono emblemi rappresentati in Parlamento e in molte occasioni la parola "Lega" è stata considerata un nome generico, su cui nessuno può vantare l'esclusiva) ed essendo entrambi i simboli nuovi, vale semplicemente la regola del "chi prima arriva meglio alloggia".
Il simbolo sostitutivo
Non stupisce dunque che sia stato chiesto proprio a Barranco di modificare entro 48 ore l'emblema che lui stesso aveva concepito, cosa che puntualmente ha fatto, rinominando la lista a sostegno di Valenzisi in Ternate si rinnova, prendendosi anche la licenza di sostituire la "o" del nome con la @, facendo prevalere il vezzo grafico del rinnovamento sul rischio che qualcuno legga "si rinnava". Certo, colpisce che qualcuno abbia sentito il bisogno - legittimo, ovviamente - di mettersi in fila così presto per consegnare i documenti richiesti, per giunta in un comune così piccolo. Tra l'altro, se anche alle elezioni amministrative vigessero le regole previste per le elezioni politiche (estese pure alle europee), non sarebbe ammessa nemmeno "la presentazione di contrassegni effettuata con il solo scopo di precluderne surrettiziamente l'uso ad altri soggetti politici interessati a farvi ricorso" (art. 14, comma 5 del testo unico per l'elezione della Camera): in passato, proprio sulla base di questa disposizione, sono stati ricusati contrassegni che nel nome o nella grafica richiamavano troppo altri emblemi altrettanto nuovi (nel senso di mai presentati alle elezioni) e depositati dopo, ma già divulgati in pubblico; applicando la norma anche alle comunali, se davvero l'emblema originario di Ternate ci lega (poi depositato da Barranco a sostegno di Valenzisi) fosse stato divulgato in paese in precedenza, l'esito dell'esame della commissione elettorale avrebbe potuto essere diverso.
Ora, in ogni caso, il quadro di liste a Ternate è completo. Con la certezza che il simbolo della Lega di Salvini non c'è: già prima che le candidature fossero presentate, la segreteria provinciale aveva detto che il partito non avrebbe sostenuto ufficialmente nessuna lista, proprio perché militanti e simpatizzanti leghisti si erano legati inizialmente a due progetti civici, poi diventi tre dopo la formalizzazione delle candidature. "Che vinca il migliore, ma il partito ne starà fuori", aveva dichiarato con nettezza il segretario provinciale Matteo Bianchi, probabilmente per non creare situazioni difficili nella base elettorale. Saranno, come è giusto, i ternatesi che decideranno chi li rappresenterà, al di là delle posizioni politiche a livello nazionale e anche a prescindere dai nomi usati dalle liste. Nei quali, peraltro, a vincere è l'amore dichiarato per il paese: "Ternate" è il solo elemento ricorrente, mentre nei due emblemi non analizzati (SiAmo Ternate e Uniti per Ternate) c'è in evidenza un cuore: non troppa fantasia, in effetti, ma in cabina elettorale si valuta altro.

venerdì 3 maggio 2019

Piemonte, Destre unite non può correre alle regionali senza firme. Anche se...

Il risultato finale cui ciascun aspirante presentatore di liste aspira è, ovviamente, la vittoria o almeno l'elezione di un rappresentante; per arrivarci, tuttavia, è necessario riuscire a partecipare. Lo si dovrebbe fare raccogliendo le firme, ma è ben noto che i partiti maggiori nel corso del tempo hanno introdotto varie fattispecie di esonero che - al di là di certi periodi - hanno finito per ampliarsi, per l'opera del legislatore (e dei partiti che vi sono rappresentati) o per l'interpretazione degli uffici elettorali chiamati via via a esprimersi. Sotto quest'ultimo profilo, si è già visto come queste le elezioni europee abbiano visto una vera esplosione delle liste ritenute esenti dall'onere di raccogliere le firme grazie al collegamento - reso esplicito da un contrassegno composito - con un partito europeo o (soprattutto) con un partito nazionale che abbia eletto un suo rappresentante al parlamento europeo. 
Se delle elezioni europee rileva ora soltanto la campagna elettorale, la battaglia per le esenzioni si è spostata sul terreno delle regionali, in particolare di quelle del Piemonte, che si svolgeranno sempre il 26 maggio (assieme al turno più nutrito di amministrative). Se ne parla oggi perché da poche ore il Tar di Torino si è espresso sui ricorsi presentati dal piemontese Massimiliano Panero, leader di Destre unite, formazione nata nel 2014 che già riuscirà a partecipare alle europee, con liste condivise con CasaPound, grazie all'affiliazione al partito europeo Aemn; questa volta, Destre unite ha cercato di presentare liste alle regionali del Piemonte assieme ancora a CasaPound e alla forza politica locale Azzurri italiani, anche in questo caso senza presentare nessuna firma (anzi, giusto un paio). Il giudice amministrativo, tuttavia, gli ha dato torto, respingendo i ricorsi.

La legge piemontese (solo) sulle esenzioni e l'interpretazione di Panero

Ma sulla base di cosa Panero e gli altri vorrebbero concorrere alle elezioni senza firme? Per capirlo bisogna prestare attenzione al contenuto della legge regionale n. 21/2009, che il consiglio regionale ha approvato per regolare soltanto la fattispecie dell'esenzione dalla raccolta di sottoscrizioni. Quella legge, in particolare, prevede che possano partecipare senza firme tre specie di candidature: a) "liste di partiti o gruppi politici che hanno presentato candidature con un proprio contrassegno e che hanno conseguito almeno un seggio in occasione delle ultime elezioni nelle circoscrizioni elettorali ricomprese nel territorio nazionale per il Parlamento europeo o per il Parlamento nazionale o per il Consiglio regionale del Piemonte"; b) "liste contraddistinte da contrassegno singolo o composito che sia espressione di partiti o movimenti rappresentati da gruppi consiliari già presenti in Consiglio regionale al momento della convocazione dei comizi elettorali"; oppure, in alternativa all'ipotesi appena vista, c) "liste contraddistinte da contrassegno singolo o composito che abbiano ottenuto una dichiarazione di collegamento con gruppi consiliari già presenti in Consiglio regionale al momento della convocazione dei comizi elettorali. La dichiarazione di collegamento è conferita dal Presidente del gruppo consiliare, informata la Conferenza dei Presidenti dei gruppi consiliari, per una sola lista e può essere effettuata anche a favore di lista con denominazione diversa da quella del gruppo consiliare di collegamento".
Nel corso del tempo la disciplina non ha mancato di destare perplessità, soprattutto da parte di chi lamentava come un partito che fosse stato presente tanto in consiglio regionale (con un gruppo) quanto in Parlamento avrebbe potuto esentare sé stesso in base all'ipotesi sub a) e anche un altro partito non presente in consiglio (magari nuovo o piccolo), concedendogli la dichiarazione di collegamento prevista dall'ipotesi sub c), senza nemmeno che quella forza politica debba mostrare quel collegamento all'interno del simbolo. Chi difende la legge piemontese (peraltro "copiata" nel corso del tempo da altre regioni, non necessariamente nel modo migliore) nota che le ipotesi di esonero previste, comunque non irragionevoli, ampliano la partecipazione a fronte - e questo in effetti è vero - di una procedura di raccolta firme ampiamente antiquata e molto onerosa, in termini di sforzi e di risorse da impiegare, soprattutto per le forze minori (mentre i partiti maggiori, che avrebbero i mezzi, da anni si guardano bene dal raccogliere le firme in regione o lo fanno in modo a dir poco discutibile...).
Tornando a Panero, lui nel ricorso ricordava come tanto Destre unite quanto Azzurri italiani (che pure in quell'occasione aveva un emblema diverso da quello che oggi è ospitato nel contrassegno depositato con le liste; peraltro allora la corsa era stata resa possibile grazie a Grande Sud) avevano partecipato alle elezioni regionali del 2014 all'interno della coalizione di centrodestra (assieme a Forza Italia, alla Lega Nord, ai Pensionati, ai Verdi-Verdi e alla lista Civica per il Piemonte) a sostegno del candidato presidente Gilberto Pichetto Fratin, dunque anche le loro liste provinciali erano collegate alla lista regionale Centrodestra per Pichetto.
Classificatasi seconda, la coalizione ha eletto come consigliere lo stesso Pichetto (in qualità di "miglior perdente"), sottraendo un seggio a quelli conquistati dalla Lega Nord. In seguito, Pichetto era diventato capogruppo di Fi e Destre unite aveva continuato a collaborare con lui, mentre il partito di Panero aveva - proprio in ragione della partecipazione a quel voto regionale - chiesto l'iscrizione al Registro nazionale dei partiti politici, ottenendola a maggio del 2015 essendo stato considerato tra i partiti che avevano eletto almeno un candidato alle ultime politiche, europee o - appunto - regionali. A suo dire, il seggio di Pichetto non sarebbe stato conseguito dalla lista regionale, ma dalla coalizione di (gruppi di) liste circoscrizionali, dunque dell'insieme delle liste: anche Destre unite e Azzurri italiani, insomma, avrebbero eletto Pichetto e, sulla base di ciò, avrebbero pieno diritto all'esenzione dalla raccolta firme.

Il verdetto negativo del Tar

Questa tesi sarebbe stata accolta dagli uffici elettorali circoscrizionali di Cuneo e Verbania, mentre gli altri l'hanno respinta, sostenendo che il seggio di Pichetto non era da attribuire alla coalizione, ma alla lista regionale, che è un soggetto giuridico distinto: nessuna delle liste che facevano parte della coalizione, dunque, poteva dire che l'eletto fosse suo. Panero, evidentemente in disaccordo con quell'esito, aveva fatto ricorso al Tar, facendo valere gli argomenti visti sopra (e anche altri a loro sostegno).
Il collegio del tribunale amministrativo, tuttavia, ha confermato l'esclusione della lista nelle province interessate dai ricorsi. Per l'organo, infatti, è dirimente un'osservazione fatta dall'Ufficio centrale regionale del Piemonte: "la ratio della legge regionale è quella di esonerare dalla raccolta delle firme i partiti o gruppi politici che hanno una significativa rappresentatività" e questa "verrebbe totalmente contraddetta da un'interpretazione diversa che accordi a singole componenti minoritarie della coalizione il beneficio della procedura senza firme”. Né i movimenti riuniti nella lista ricorrente potrebbero vantare quella "significativa rappresentatività", avendo ottenuto insieme alle regionali del 2014 lo 0,35%.
Al di là delle considerazioni sulla ratio - in parte discutibili, nel momento in cui non considerano che una forza politica, in base all'art. 1, comma 1, lettera c) della l.r. n. 21/2009, può ottenere il beneficio dell'esenzione pur non avendo alcuna rappresentatività, ma sfruttando la rappresentatività altrui - il Tar prosegue il proprio ragionamento sul piano logico: per i giudici l'art. 1, comma 1 lett. a) invocato da Panero è (al pari delle altre ipotesi di esenzione) "una deroga al principio generale che subordina la presentazione delle liste di candidati alla sottoscrizione di un dato numero di elettori": in quanto disposizione eccezionale, essa dev'essere "interpretata e applicata restrittivamente e quindi riferita esclusivamente a liste che abbiano per così dire 'in proprio' conseguito un seggio", diversamente si attribuirebbe il beneficio anche a liste "dotate di infima rappresentatività", per il solo fatto di essere parte di una coalizione che ha ottenuto almeno un seggio.
Le decisioni-fotocopia del Tar di oggi, dunque, sbarrano la strada elettorale al cartello Destre unite - CasaPound - Azzurri italiani, facendo decadere anche le due liste ammesse a Cuneo e Verbania: la mancata ammissione delle liste circoscrizionali in almeno metà delle province, infatti, non consente al gruppo di liste di correre e finire sulla scheda. Una decisione, quella del collegio, che non può piacere a Max Pajero: secondo lui, quella dei giudici è "una mera interpretazione poiché ovviamente la legge regionale non dice questo in alcun suo punto. Parla di conseguimento di un seggio e, come ampiamente dimostrato, i partiti della coalizione avevano conseguito tutti insieme, sulla base dei voti della quota proporzionale delle liste, il seggio poi riservato al candidato presidente. La surroga successiva ne è stata una testimonianza chiara: all’atto delle dimissioni di Pichetto il surrogante non proveniva dal cosiddetto listino regionale, ma dal primo resto utile delle forze della coalizione. Difficile non essere tentati dal considerare la sentenza una sentenza politica! Mentre per tutte le altre liste le norme vengono intese sempre nel senso più ampio (consentendo ad esempio alla civica Sì Tav, sì lavoro, per il Piemonte, pur priva di alcuna confermata rappresentatività politica, di correre in esenzione grazie ad un’esenzione addirittura 'trasferita' dalla Lega) nel nostro caso si esplicita in sentenza la volontà di applicarle in senso restrittivo. Quanto la presenza di CasaPound all’interno del nostro simbolo congiunto può aver pesato?”
Le motivazioni date dai giudici possono essere  in parte condivisibili (se non altro perché un eletto dovrebbe poter esentare solo un soggetto e non più di uno, come potrebbe accadere con un candidato presidente eletto nei confronti di tutte le liste di una coalizione), ma di certo alla base ci sono due problemi di fondo. Innanzitutto appare incredibile la differenza di interpretazione data al testo normativo, per cui - esattamente alle stesse condizioni - la lista era stata ammessa da due uffici elettorali e da altri no, così come alle europee capita che una lista - quella del Ppa - Popolo partite Iva - sia stata ammessa nella circoscrizione Nord-Est e ricusata nelle altre esattamente sulla base delle stesse condizioni; in quest'ultimo caso, peraltro, la lista correrà comunque in quell'unica circoscrizione, mentre in Piemonte (come si è detto) la presenza del cartello guidato da Destre unite sarebbe troppo esigua in base a quanto richiesto dalla legge nazionale. Ancor più a monte, tuttavia, occorre ragionare seriamente su tutto ciò che è previsto in materia di raccolta firme e di esenzioni: se, a detta di molti, oggi raccogliere in modo del tutto regolare il numero di sottoscrizioni richieste è particolarmente difficile, se non impossibile in certe competizioni elettorali (europee e regionali), motivo per cui si è scatenata nel corso degli anni una "corsa all'esenzione" che ha scatenato molte proteste, è il momento di fare qualcosa. Se il radicamento dei partiti (tutti!) appartiene ormai al passato, è molto meglio chiedere a tutti i soggetti interessati un numero ragionevole di firme, che a quel punto sarebbe anche più facile da controllare, usando lo stesso metro di giudizio per tutti: in quel modo, forse, non si creerebbe più il bisogno di adempiere all'obbligo di raccolta firme commettendo irregolarità e si smetterebbe di cercare scorciatoie che a volte la legge consente e, inevitabilmente, favoriscono alcuni più di altri.