giovedì 4 maggio 2023

Democrazie cristiane e scudi crociati, una saga che non finisce mai

Tanto vale ammetterlo, senza problemi: chi gestisce questo blog cerca di non parlare troppo spesso della Democrazia cristiana, delle traversie del partito che cambiò nome nel 1994 in Partito popolare italiano (sia pure in un modo giuridicamente scorretto) ma secondo alcune persone che non si erano rassegnate alla sua "scomparsa" era piuttosto rimasto dormiente in attesa che i vecchi iscritti lo risvegliassero. Si cerca di non raccontare gli ennesimi tentativi di usare o rivendicare una qualche forma di scudo crociato per la "propria" Dc, impedendo ad altri gruppi politici di fare altrettanto. Alla lunga, però, trattenersi diventa impossibile: sono troppi gli avvenimenti che richiedono attenzione e spesso riguardano gruppi inconciliabili tra loro, per cui occorre fare chiarezza o almeno provarci. Ecco, dunque,  il tentativo di capire che sta succedendo all'ombra dello scudo crociato (anzi, degli scudi, perché non ce n'è mai uno solo).

L'esposto di Rotondi

Si parte dall'ultima puntata, se non altro perché è quella che ha avuto più risonanza a livello nazionale. Proprio oggi il Corriere della Sera ospita un articolo - molto bello e godibile - di Tommaso Labate, in cui si dà conto di un esposto rivolto al ministro dell'interno Matteo Piantedosi (e inviato per conoscenza alle più alte cariche dello Stato e ai media) da Gianfranco Rotondi, eletto deputato nel collegio uninominale Campania 2 - 04 (Avellino) per il centrodestra e iscritto da indipendente al gruppo di Fratelli d'Italia (nelle cui liste era pure stato candidato) in rappresentanza del suo movimento Verde è Popolare. L'esposto riguarda quella che Rotondi chiama "incresciosa situazione" legata alla Dc e al suo simbolo e ripercorre nel testo avvenimenti accaduti dal 1994 in avanti, ovviamente offerti secondo il punto di vista dell'autore. Vale la pena riportare tutto il testo - diffuso su Facebook - per poter fare qualche riflessione alla fine e capire quali altri eventi recenti vengono citati o evocati.

Sede, 02 maggio 2023
Al  Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi
e, p.c.,   
Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella 
Al Presidente del Senato Ignazio La Russa 
Al Presidente della Camera Lorenzo Fontana 
Al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni 
Al Presidente del Gruppo Fratelli d’Italia Tommaso Foti 
Ai Direttori Responsabili delle testate d’Agenzia di Stampa e Quotidiani nazionali
Oggetto: ESPOSTO/DIFFIDA ERGA OMNES 
Eccellentissimo Signor Ministro, 
   nella mia qualità di rappresentante legale dell’Associazione denominata “Democrazia Cristiana con Rotondi”, concessionaria dell’utilizzo in esclusiva della denominazione “Democrazia Cristiana” per atto di cessione notarile da parte del “PPi ex Dc” Le espongo una incresciosa situazione determinatasi, chiedendoLe di valutare nei limiti della legge e dei poteri del Suo Ufficio, la possibilità di interventi per porre fine alla stessa. 
   Come è noto, Alcide De Gasperi, assieme a pochi, valorosi cattolici, ancora in tempo di clandestinità, durante il regime fascista, fondò il partito della Democrazia Cristiana, che è stato presente in tutte le elezioni politiche ed amministrative dal 1946 al 1993. Il 18 gennaio 1994 il segretario della Democrazia Cristiana sen. Fermo Mino Martinazzoli presentò al consiglio nazionale del partito, che la approvò col solo voto contrario dell’on. Remo Gaspari, la proposta di modificare la denominazione del partito in “Partito Popolare Italiano”. A tutti gli effetti giuridici ed elettorali non si trattò di scioglimento del partito, tant’è che rimasero in capo al Partito Popolare tutti i rapporti della Democrazia Cristiana e che in termini giuridici l’esatta denominazione del partito divenne “Partito Popolare Italiano ex Democrazia Cristiana”. Rimase intatto il codice fiscale, nonché gli organigrammi politici e le rappresentanze nelle innumerevoli società di gestione finanziaria possedute dal partito (Ser, Immobiliare, Affidavit per citare le più note).  
   ​Nel luglio 1994 il prof. Rocco Buttiglione succedette al Sen. Martinazzoli quale segretario politico del Ppi ex Dc, e nel successivo aprile 1995 il nuovo segretario del Ppi stipulò una intesa politica con la nuova coalizione di centro destra guidata dall’on. Silvio Berlusconi. A seguito di questa scelta, la minoranza di sinistra del partito presentò una mozione di sfiducia al segretario Buttiglione; essa fu respinta ma il risultato venne contestato dalla minoranza, che riconvocò un consiglio nazionale a cui parteciparono solo i consiglieri della sinistra che sfiduciarono Buttiglione ed elessero segretario politico del Ppi l’on. prof. Gerardo Bianco. Avvenne così la scissione del Ppi ex Dc, con due segretari politici che stipularono due distinte alleanze in occasione delle elezioni regionali: Buttiglione con il centro destra, Bianco con il centro sinistra. 
   ​Nel bureau del Ppe di Cannes, nell’estate del 1995, Buttiglione e Bianco decisero di porre fine a una vertenza divenuta nel frattempo giudiziaria, e addivennero alla conclusione che il partito dell’on. Buttiglione avrebbe conservato lo storico simbolo della Dc, mentre il partito dell’on. Bianco avrebbe mantenuto la denominazione di Partito Popolare Italiano. Tale accordo fu recepito nell’ordinanza del giudice Macioce che così disciplinò i rapporti tra i partiti democristiani: il prof. Buttiglione avrebbe costituito un nuovo soggetto politico con un nuovo codice fiscale, e fu il Cdu (Cristiani Democratici Uniti); l’on. Bianco avrebbe costituito un altrettanto nuovo soggetto politico che fu il cosiddetto PPI/gonfalone (dal simbolo disegnato a mo’ di gonfalone); il Partito Popolare Italiano ex Democrazia Cristiana, fondato da De Gasperi e avente come ultimi segretari Martinazzoli e Buttiglione, avrebbe mantenuto autonoma vita per amministrare il patrimonio della Democrazia Cristiana e liquidarne i debiti, e la gestione sarebbe stata in capo ai tesorieri del Cdu e del Ppi/gonfalone con poteri paritetici. 
   Il 15 aprile 1999 il consiglio nazionale del Cdu ha eletto me tesoriere e rappresentante legale del simbolo dello scudo crociato, e in tale veste nel 2002, assieme al segretario Buttiglione, sottoscrissi una intesa che riformulò gli accordi tra i due partiti rispetto all’ordinanza Macioce: il Cdu rinunciò a qualsiasi diritto sul patrimonio della Democrazia Cristiana, e la gestione del partito originario – Partito Popolare Italiano ex Democrazia Cristiana – rimase esclusivamente  in capo al Ppi/gonfalone. Il Cdu di Buttiglione avrebbe mantenuto il diritto ad utilizzare lo scudo crociato in combinazione con altre formazioni politiche, e così nacque, dall’unione di Cdu e Ccd, l’Udc, partito politico, che tutt’ora si presenta alle elezioni con il simbolo dello scudo crociato. Nel 2004 l’Udc prese le distanze dal centrodestra berlusconiano, alcuni dirigenti di quel partito ritennero di non condividere più la linea del segretario Follini, e diedero vita a un nuovo partito politico denominato nuovamente Democrazia Cristiana, del quale fui eletto presidente e rappresentante legale. Poiché la denominazione Democrazia Cristiana era parte della denominazione del ´PPiexDc’, fu chiesta e ottenuta una autorizzazione notarile all’uso del nome Democrazia Cristiana a firma dei rappresentanti legali del ‘PpiexDc ‘ Luigi Gilli e Nicodemo Oliverio in data 21 dicembre 2004. La Democrazia Cristiana non utilizzò mai il simbolo dello scudo crociato che rimase in capo all’Udc, pur se il prof. Buttiglione non revocò me dall’incarico di rappresentante legale del simbolo nella certezza, rilevatasi fondata, che mai avrei tradito il suo mandato fiduciario, e avrei sempre garantito all’Udc l’uso del simbolo (nel frattempo assicurato dalle norme elettorali vigenti).  
   La Democrazia Cristiana, da me guidata, si presentò alle elezioni regionali del 2005 in Campania, Piemonte e Puglia, in tutti i successivi turni amministrativi e alle elezioni politiche del 2006, dopo le quali costituì propri gruppi parlamentari alla Camera e al Senato. Nel 2008, al pari di FI e AN, la Democrazia Cristiana sospese le proprie attività elettorali, dando vita al partito del ‘Popolo delle libertà. A causa dei noti dissidi tra Berlusconi e Fini, il PdL ebbe vita breve e nel giro di pochi anni i soggetti costituenti ripresero un’autonoma attività elettorale: rinacque cosi Forza Italia, fu fondato il partito ‘Fratelli d’Italia’, anche la piccola Democrazia Cristiana riprese un’autonoma seppur ridotta attività elettorale. Nel 2018 l’Udc dell’on. Cesa è ritornata nel centro destra, e più o meno spontaneamente i due partiti – la Democrazia Cristiana da me guidata e l’Udc – hanno presentato liste comuni, non avendo senso due liste democristiane nella medesima coalizione. In tal modo il nome e il simbolo della Democrazia Cristiana sono tornati sulla scheda elettorale in occasione delle elezioni regionali dell’Abruzzo, nel 2019, della Campania nel 2020 e a seguire fino alle elezioni amministrative in corso.  
   In tutti questi anni numerose associazioni e partiti hanno provato a rivendicare nome e simbolo della DC, a presentare liste elettorali con lo scudo crociato, a promuovere azioni di disturbo contro i partiti legittimamente eredi e continuatori della Democrazia Cristiana. Vi sono state innumerevoli cause amministrative, civili e penali, nelle quali tutte abbiamo ottenuto costantemente ragione. Abbiamo avuto sempre la convinzione che tali turbative non fossero casuali, esse infatti si replicavano anche a distanza di anni, cambiavano solo i soggetti promotori, mano a mano che i tribunali bocciavano le loro pretese fino a emettere una vera e propria ingiunzione a non molestare più i partiti eredi della Dc.          
   Una delle controversie più lunghe ha contrapposto il sottoscritto, quale rappresentante legale dello scudo crociato e della Democrazia Cristiana, al dott. Pino Pizza che asseriva di aver diritto alla continuità del partito. Tale scontro si è concluso con una sentenza della Corte di Cassazione che ha accolto le tesi da me sostenute e ha dichiarato legittimi tutti gli atti compiuti dalla originale Democrazia Cristiana fondata da De Gasperi (e non sciolta da Martinazzoli) e dalle associazioni-partiti suoi eredi (modifica del nome, patto di Cannes, gestione di patrimonio, nome, simbolo), riaffermando che il soggetto giuridico della Democrazia Cristiana storica continua la sua vita nel “PPiexDc”, ancora titolare di assetti patrimoniali della Dc, mentre l’uso di nome e simbolo da parte dei nuovi partiti trae legittimità appunto da accordi ed autorizzazioni provenienti dal soggetto originario: tra questi l’utilizzo in esclusiva in capo all’Associazione di cui sono rappresentante legale della denominazione “Democrazia Cristiana”. 
   ​A dispetto di tanta esemplare chiarezza di pronunce giudiziarie, le turbative sono proseguite. Sono nati ben tre partiti, peraltro in lite tra di loro, tutti denominati Democrazia Cristiana, e tutti fondano una presunta legittimità dal fatto che la Democrazia Cristiana non sarebbe mai morta e che pertanto suoi soci resilienti potrebbero riattivarla. Sono circostanze costantemente smentite in sede di controversie giudiziarie da sentenze passare in giudicato, peraltro la professionalità delle Corti d’Appello e dell’Ufficio Elettorale del Viminale ci hanno sempre permesso di presentarci con nome e simbolo, con esclusione di liste concorrenti aventi simbolo confondibile, secondo i dettami della legge.  
   La situazione è paradossale e determina grande confusione ed incertezza nell’opinione pubblica, stante l’abuso della denominazione “Democrazia Cristiana”, da parte di almeno tre diverse associazioni, che non ne hanno alcun diritto: come detto l’Associazione “Democrazia Cristiana” fondata da Alcide de Gasperi non si è mai sciolta e prosegue nel Partito Popolare. L’utilizzo dello scudo crociato è stato da questo concesso all’attuale UDC e quello della denominazione “Democrazia Cristiana” in esclusiva al sottoscritto. 
   In effetti sembra essere in atto un tentativo da parte di tali associazioni – non avendo alcuna possibilità di sostenere giuridicamente la loro legittimità – di “buttarla in caciara” al punto che nei giorni scorsi due differenti associazioni auto proclamatesi “Democrazia Cristiana” hanno tenuto due distinti “XX Congresso della Democrazia Cristiana” e che un altro “XX Congresso della Democrazia Cristiana” è fissato per il giorno 7 maggio p.v. presso l’Hotel Sheraton di Roma. 
   ​Arreca comunque danno all’immagine e all’attività dei partiti democristiani la pubblicazione di dichiarazioni e resoconti di presunta incertezza sull’uso di nome e simbolo. Tutto ciò avviene sicuramente secondo una regia e per fini politici, tant’è che si contesta a me il diritto di aver portato alle ultime elezioni politiche la Democrazia Cristiana e il movimento ad essa federato “Verde è Popolare” a un’intesa elettorale con il partito “Fratelli d’Italia”, nelle cui liste proporzionali sono stato candidato proprio in quanto presidente della Democrazia Cristiana-Verde è Popolare, e nel cui gruppo parlamentare orgogliosamente siedo da indipendente, senza con ciò aver rinunciato all’autonomia e alla sovranità elettorale della Democrazia Cristiana, e nelle convinzione che l’azione politica e di governo di Giorgia Meloni sia pienamente coerente con le coordinate politiche e culturali dei governi democristiani.  
   Nel confermare stima e apprezzamento dell’opera svolta con professionalità dall’Ufficio elettorale del Viminale, tutto ciò rappresento nella consapevolezza che il Ministero possa intervenire, certamente, in sede elettorale, per fare cessare la situazione di illegittimità denunciata, ma anche chiedendoLe di valutare se il Ministero degli Interni abbia un potere di intervento, in una materia che avendo gravi riflessi elettorali potrebbe avere rilevanza anche in tema di ordine pubblico. 
   Mi consentirà, Signor Ministro, di informare gli organi di stampa del presente esposto e della conseguente diffida con la consapevolezza che già la semplice presentazione e comunicazione del presente esposto è da intendersi anche come “diffida erga omnes”: a chiunque, a qualsiasi titolo, perseveri nel presentarsi quale segretario o rappresentante legale della Democrazia Cristiana, la cui denominazione compete solamente all’Associazione di cui il sottoscritto è legale rappresentante, per concessione notarile proveniente dalla medesima Associazione, trasformatasi nella vigente “Ppi ex Dc”. 
Con osservanza. 
​​​​​​Gianfranco Rotondi

Ricapitolare le puntate precedenti è sempre utile e bisogna essere grati a Rotondi per avere dato la possibilità di farlo, come del resto aveva già fatto nel suo libro La variante Dc. Vale subito la pena precisare che il 18 gennaio 1994, in effetti, non si svolse il consiglio nazionale della Dc, ma l'assemblea con i coordinatori regionali, i dirigenti nazionali e i delegati dei tre movimenti del partito. Il verbale di quella seduta non parla di un voto contrario di Remo Gaspari sulla proposta di modificare il nome del soggetto politico da Dc a Ppi; Gaspari non risulta presente alla direzione nazionale del 21 gennaio 1994 (organo che approvò all'unanimità dei presenti il cambio di nome) e il suo nome non emerge nemmeno dalla lettura del verbale del consiglio nazionale del 29 gennaio 1994 (che approvò all'unanimità dei presenti il documento in cui si accoglieva, tra l'altro, la nuova denominazione). Ci fu invece in quell'occasione la lamentela di Maurizio Palombi, secondo il quale non erano stati invitati tutti i membri del consiglio nazionale per cui la riunione non era valida (la presidente dell'organo, Rosa Jervolino Russo, precisò che si era rispettato lo statuto nel non invitare i consiglieri nazionali che dovevano astenersi dall'attività di partito per la loro posizione giudiziaria e quelli che avevano frattanto aderito ad altri partiti, da identificare probabilmente nel nascente Ccd e in Alleanza nazionale). 
Coglie invece pienamente nel segno la ricostruzione di Rotondi in base alla quale quegli atti non comportarono alcuno scioglimento del partito, "tant'è che rimasero in capo al Partito Popolare tutti i rapporti della Democrazia Cristiana e che in termini giuridici l'esatta denominazione del partito divenne 'Partito Popolare Italiano ex Democrazia Cristiana'", con tanto di conservazione del codice fiscale, della composizione degli organi interni e delle rappresentanze nelle società che gestivano il patrimonio immobiliare della Dc, ridenominata Ppi. In effetti non si dice che il cambio di nome fu fatto nel modo sbagliato, in mancanza del congresso necessario per modificare le disposizioni dello statuto, incluse quelle contenenti il nome del partito; di certo, però, il racconto di Rotondi chiarisce che non c'è stato alcuno scioglimento della Dc, così come non si è avuta alcuna sopravvivenza della stessa con la nascita contestuale di un altro partito (il Ppi).
Rotondi passa poi a raccontare i fatti del 1995, quelli che produssero la frattura nel Ppi tra i sostenitori di Rocco Buttiglione (che aveva stipulato un accordo con il centrodestra) e quelli che si riconobbero nella guida di Gerardo Bianco (che avversavano quella scelta). ​Il deputato di Verde è Popolare parla di una mozione di sfiducia a Buttiglione bocciata ma con esito del voto contestato dagli avversari di Buttiglione; in effetti, però, l'11 marzo 1995 si votò un ordine del giorno contrario alla linea del segretario, su cui lui stesso pose la questione di fiducia e in consiglio nazionale la tesi di Buttiglione fu bocciata con 102 voti a favore del documento e 99 contrari. Fu Buttiglione a ripensarci, non volendosi dimettere e a quel punto arrivò l'elezione di Bianco ad opera dei soli consiglieri della sinistra. Un accordo fu trovato a Cannes il 24 giugno 1995, effettivamente con l'impegno di Bianco a non contestare a Buttiglione l'uso dello scudo crociato e l'impegno di Buttiglione a non contestare a Bianco l'uso del nome "Partito popolare italiano": quel patto fu tradotto in un atto formale, che pure non estinse (subito) i giudizi in corso. L'ordinanza Macioce (24 luglio) di cui parla Rotondi, in effetti, non formalizzò l'accordo, ma stabilì il regime inedito della "co-gestione obbligatoria dei due tesorieri" di un partito che non aveva ancora completato la sua divisione tra Cdu e Ppi. Se però il Cdu in effetti fu costituito, del Ppi che si distingueva con il gonfalone concepito da Giuliano Bianucci non risulta alcun atto costitutivo; in compenso è vero che il Ppi - ex Dc (come lo chiama Rotondi) di fatto continuò ad esistere per vari anni, con le disposizioni sul patrimonio che era stato della Democrazia cristiana condivise - non senza difficoltà - dai tesorieri delle due fazioni divenute partiti.
Rotondi partecipò a quella cogestione dal 15 aprile 1999 (quando fu nominato tesoriere del Cdu dal consiglio nazionale del partito) al 5 luglio 2002
, giorno in cui firmò (effettivamente insieme a Buttiglione) una scrittura privata con i rappresentanti del Ppi-gonfalone (Pierluigi Castagnetti come segretario, Luigi Gilli e Nicodemo Oliverio come tesorieri) per rinunciare del tutto alla gestione del patrimonio comune a favore del Ppi, mantenendo il diritto all'uso dello scudo crociato, associabile anche a "nuove aggregazioni politiche che direttamente emanino dall'esperienza politica della Democrazia cristiana", a partire dall'Udc (cui il Cdu concorse). Lo stesso Rotondi ricorda di aver abbandonato l'Udc (quando prese le distanze dal centrodestra berlusconiano) nel 2004, fondando un partito chiamato Democrazia cristiana, sulla base di una concessione - effettivamente datata 21 dicembre 2004 - da parte dei citati Gilli e Oliverio (legali rappresentanti del Ppi-gonfalone e del Ppi - ex Dc). Dice assolutamente il vero Rotondi nel ricordare che - nel rispetto della fiducia che Buttiglione gli aveva accordato - la "sua" Dc non usò mai lo scudo crociato, benché egli stesso fosse contemporaneamente presidente della "Dc-Rotondi" (chiamiamola così) e legale rappresentante del Cdu, dunque titolare dell'uso dello scudo crociato (e potenzialmente in grado di negarlo all'Udc, che pure aveva consolidato l'uso del simbolo grazie alle norme elettorali in vigore). 
La Dc-Rotondi, nel frattempo denominata Democrazia cristiana per le autonomie - sia in vista di un matrimonio politico con il Mpa di Raffaele Lombardo, che pure non avvenne, sia per evitare polemiche con chi aveva concesso il nome e con chi tentava di "risvegliare" il partito di De Gasperi - nel 2008 sospese le sue attività per concorrere alla formazione del Pdl; le riprese in seguito, nel 2013 (con la fine del Pdl) per tutelare le sue prerogative, nel 2018 per cercare di federare varie anime democristiane. Nel 2019, in effetti, grazie al ritorno nel centrodestra dell'Udc (guidata ormai da tempo da Lorenzo Cesa), la Dc-Rotondi e l'Udc presentarono liste comuni alle elezioni regionali in Abruzzo (2019, cui si riferisce il simbolo a fianco), in Campania (2020), in Lazio (2023) e in alcune amministrative: i simboli hanno più volte unito lo scudo crociato e il vecchio nome della Dc, apportato da Rotondi in virtù della concessione del 2004.
Ha buon gioco Rotondi a ricordare i numerosissimi tentativi di associazioni e gruppi di rivendicare la continuità con la Dc storica e la titolarità (più o meno) esclusiva del simbolo dello scudo crociato, quasi tutti analizzati in questo sito a più riprese e compendiati in vari articoli. Per il deputato di Verde è Popolare si è trattato di "azioni di disturbo contro i partiti legittimamente eredi e continuatori della Democrazia Cristiana", peraltro non casuali ("si replicavano anche a distanza di anni, cambiavano solo i soggetti promotori, mano a mano che i tribunali bocciavano le loro pretese fino a emettere una vera e propria ingiunzione a non molestare più i partiti eredi della Dc"). Quanto all'affermazione per cui in tutte le cause, di varia natura, "abbiamo ottenuto costantemente ragione", se il soggetto fosse "i legittimi eredi e continuatori della Dc" potrebbe anche essere corretta, ma con qualche postilla. Le sentenze definitive hanno in effetti dato torto a chi avrebbe voluto intestarsi la titolarità esclusiva di nome e simbolo della Dc e impedirne l'uso a Cdu e Udc; non è invece andato tutto liscio su altri fronti. 
Rotondi cita la lunghissima causa iniziata dalla Dc guidata prima da Angelo Sandri e poi da Giuseppe Pizza, che nel 2006 aveva ottenuto dal tribunale di Roma una sentenza che aveva intimato al Cdu (legale rappresentante: Rotondi) di cessare ogni molestia verso la Dc, al punto che in tanti avevano creduto che la Dc-Pizza fosse stata ritenuta in continuità giuridica con la Dc storica: quel contenzioso è proseguito fino a una sentenza delle sezioni unite civili della Corte di cassazione, emessa alla fine del 2010, spesso citata ma quasi mai davvero letta e compresa. Dichiarando inammissibili tutti i ricorsi (tranne uno) contro la sentenza d'appello del 2009, incluso quello del Cdu, e respingendo quello del Ppi, la sentenza del 2010 confermò quella di secondo grado dell'anno precedente: questa aveva riconosciuto che il cambio di nome del 1994 era avvenuto senza congresso, quindi sarebbe stato giuridicamente inesistente (e gli atti successivi, inclusi quelli di Cannes, avevano valore solo politico), ma ciò bastava a demolire ogni pretesa di continuità della Dc-Pizza rispetto alla Dc storica, visto che la Dc non era stata sciolta ma esisteva ancora, pur credendo di chiamarsi Ppi; in più, la questione del nome cambiato male era servita solo a decidere le liti tra Dc-Pizza (e Sandri), Cdu e Udc, ma visto che il Ppi - ex Dc non era parte di quel processo (e non era obbligatorio che lo fosse), l'accertamento di quel vizio procedurale non aveva effetti pratici e tutti gli atti compiuti dal 1994 in poi rimanevano validi. Inclusi, quindi, gli accordi che avevano disposto circa l'uso e la titolarità dei segni distintivi della Dc (simbolo e nome) e del Ppi.
Coglie perfettamente nel segno Rotondi nel ricordare che le "turbative" sono proseguite a dispetto delle tante sentenze emesse, inclusa quella della Cassazione (forse non così chiare per i non addetti ai lavori, oltre che lette troppo poco anche da chi avrebbe dovuto farlo). Le Dc nate nel frattempo in realtà non sono affatto solo tre (lo si vedrà in seguito), mentre è vero che di fatto sono "in lite tra di loro", rivendicando per sé e negando agli altri tentativi la correttezza del procedimento di riattivazione della Democrazia cristiana "dormiente" (ammesso e per niente concesso che ci sia qualcosa da riattivare). Per Rotondi si sarebbe di fronte a un "tentativo di 'buttarla in caciara'" da parte di questi gruppi, un tentativo che genera una "situazione [...] paradossale", che "determina grande confusione ed incertezza nell'opinione pubblica" e "arreca comunque danno all'immagine e all'attività dei partiti democristiani": tra i primi danneggiati ci sarebbe proprio Rotondi, con le sue iniziative. Per questo, il deputato ha chiesto al Viminale - rivolgendosi al ministro - oltre che di continuare a "intervenire [...] in sede elettorale, per fare cessare la situazione di illegittimità denunciata", di valutare un eventuale "potere di intervento, in una materia che avendo gravi riflessi elettorali potrebbe avere rilevanza anche in tema di ordine pubblico".
Difficile dire, sinceramente, cosa il Viminale potrebbe fare di più di quanto fa già in sede elettorale (anche se, come forse lettrici e lettori di questo sito ricorderanno, nel 2022 il ministero ha ammesso la Democrazia cristiana guidata da Renato Grassi, che peraltro non usa lo scudo crociato ma una bandiera crociata). La Direzione centrale dei servizi elettorali, infatti, interviene in occasione delle elezioni politiche ed europee per valutare l'ammissibilità dei contrassegni, così come è possibile che il personale prefettizio che fa parte delle (sotto)commissioni elettorali circondariali sia invitato a prestare particolare attenzione agli elementi di confondibilità (non quelli di area democristiana nello specifico, ovviamente, ma tutti, inclusi quelli) nei giudizi di ammissibilità delle liste e dei loro contrassegni nelle elezioni amministrative. Fuori da quell'ambito, però, riesce difficile immaginare qualche intervento, almeno con un certo margine di serietà: sembra irrealistico, per esempio, pensare che si possa negare uno spazio pubblico a una manifestazione organizzata da un partito, un'associazione o un ente con il nome di Democrazia cristiana (diversa da quella legata a Rotondi o a ciò che dovesse nascere in futuro col suo apporto, ovviamente), come pure impedire la formazione di gruppi consiliari così denominati o, peggio ancora, immaginare poteri di polizia pervasivi.
L'esposto al ministro Piantedosi, in ogni caso, fa seguito alle dichiarazioni di Gianfranco Rotondi di qualche settimana fa, in base alle quali sarebbe stata chiesta una consulenza giuridica per evitare ogni ulteriore ostacolo sulla via del "ritorno alla Dc", sia pure grazie all'unione del simbolo usato dall'Udc e del nome della "Democrazia cristiana con Rotondi". Già, perché questo è il nome - finora, che si sappia, mai trasformato in simbolo - citato nell'esposto dal deputato di Verde è Popolare, legato a un'associazione che peraltro risultava aver sospeso di nuovo le sue attività nel 2019 (senza essere sciolta). Lo conferma lo stesso Rotondi, espressamente interrogato sul punto dall'autore di questo articolo: la delibera di sospensione aggiunse "con Rotondi" al nome originario, "per evitare confusioni con molte altre Dc", rivendicando una volta di più la bontà del titolo alla base della denominazione storica. Si può stare sicuri, in ogni caso, che delle iniziative democristiane di Rotondi si sentirà ancora parlare, con o senza annessi giuridici, così come della saga "dello scudocrociato finito - come ha scritto poche ore fa Tommaso Labate - per via testamentaria chissà dove, nella disponibilità di chissà chi, per essere utilizzato chissà quando, come una specie di sudario misterioso in cui cercare, a mo' di certificato di autenticità, tracce passate di Alcide de Gasperi e Aldo Moro, Amintore Fanfani e Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e Ciriaco De Mita". .
 

Congressi e segretari della discordia

Nel suo esposto, Gianfranco Rotondi ha citato congressi con identica numerazione appena svolti o in procinto di essere celebrati, evidentemente da Democrazie cristiane di rito diverso. Sabato 6 e domenica 7 maggio, per esempio, dovrebbe celebrare il XX congresso all'Hotel Sheraton di Roma la Dc guidata da Renato Grassi (e che prosegue il tentativo di riattivazione iniziato alla fine del 2016 e che in un primo momento si era riconosciuto nella guida di Gianni Fontana; il XIX congresso, che aveva eletto Grassi, si era tenuto nel 2018): si tratta, come si è detto, dell'unica Dc che ha visto ammettere il proprio contrassegno - pur privo di scudo crociato, anzi, proprio perché privo di esso - alle ultime elezioni politiche, nonché del partito che in Sicilia ha come commissario Salvatore "Totò" Cuffaro.
Tutto a posto? Manco per idea: all'inizio di maggio il sito Betapress.it ha pubblicato un pezzo in base al quale era appena terminato il XX congresso della Dc (non è dato sapere dove e in che forma si sia svolto), con l'elezione a segretario tale Rosario Lupo Salvatore Migliaccio di San Felice (anche grazie all'impegno del confermato presidente Gabriele Pazienza), sostituendo il precedente segretario, Nino Luciani, eletto nel mese di ottobre del 2020 dal XIX congresso (ricelebrato online dopo la revoca, compiuta da un'assemblea degli iscritti nel 2019, degli atti del congresso che aveva eletto Grassi). Una manciata di ore dopo lo stesso Luciani ha smentito, precisando sul suo profilo Facebook che il congresso si svolgerà, come da norme statutarie, nel 2024, mentre colui che era stato indicato come nuovo segretario in realtà sarebbe ineleggibile, essendo "decaduto anche da socio, perché non rinnovò l'iscrizione"; lo stesso Luciani ha colto anzi l'occasione per dire che "grazie al codice fiscale (ottenuto dal Ministero delle Finanze - Agenzia delle entrate, quello della DC dal 1980) e alla attribuzione della rappresentanza legale al segretario amministrativo [...] potremo finalmente risolvere il problema finanziario, con Iban intestato alla Dc".
Non si hanno invece notizie recentissime delle Dc rappresentate da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni (al di là dell'impugnazione di una sentenza di inammissibilità resa dal tribunale di Roma lo scorso anno, a chiusura del giudizio volto a invalidare l'assemblea dell'Ergife del 2017), da Francesco Petrino e Francesco Mortellaro (il loro simbolo non fu ammesso nel 2013 e nel 2022) e da Emilio Cugliari (che si qualifica come presidente facente funzione da luglio del 2020, al posto di Luciani).
Non basta? Evidentemente no, visto che si era avuta notizia del congresso del 17-18 febbraio di un altro tentativo di riattivazione della Dc, con segretario Antonio Cirillo (già difensore in Cassazione del depositante del simbolo al Viminale) e portavoce nazionale Fabio Desideri (sì, l'ex sindaco di Marino ed ex consigliere regionale del Lazio, lo stesso che aveva tentato di opporsi all'uso della denominazione "Impegno civico" da parte di Luigi Di Maio, visto il suo preuso). Proprio Desideri aveva già criticato Rotondi e Cuffaro, facendo sapere ai media che loro non rappresentavano la Dc e che, anzi, si sarebbe prestata molta attenzione alle elezioni amministrative (incluse quelle siciliane) per reagire contro ogni uso del nome o del simbolo ritenuto indebito. 
Per complicare ulteriormente il quadro, coloro che si riconoscono nella segreteria di Angelo Sandri potrebbero alzare la voce dicendo che i discorsi appena fatti sono assurdi, visto che in quest'anno la "loro" Dc (l'unica correttamente operante, a loro dire) dovrebbe celebrare addirittura il XXIV congresso nazionale, avendo celebrato il XIX già nel 2003 (quello che elesse Pizza alla segreteria) e il XX a Trieste nel 2005, per poi seguire con l'attività fino a oggi (tra tentativi più o meno riusciti di presentare liste sul territorio ed escursioni non fortunate nelle aule di tribunale).
Come si vede, la situazione è tutto meno che placida, potendosi anzi complicare ulteriormente. Ciò mentre quest'anno si celebrano appunto tre decenni dalle ultime partecipazioni elettorali della Democrazia cristiana "storica" (alle amministrative del 1993, non molto fortunate per lo scudo crociato). Si sospetta che nemmeno in questo anniversario tondo lo scudo crociato conoscerà pace.

mercoledì 3 maggio 2023

Ricordare Andrea Augello con i suoi simboli (incluso Cuori italiani)

Quest'oggi si è celebrato il funerale di Andrea Augello. Chi scrive - è giusto precisarlo subito, per il pieno rispetto di chi legge - non ha seguito in modo approfondito il suo percorso, pur non avendolo mai perso di vista (sentendosi peraltro parte di una diversa area politica); varie ragioni, in ogni caso, suggeriscono che anche ad Augello sia dedicato uno spazio su questo sito. Al di là dell'impegno non breve all'interno del Parlamento italiano (è stato senatore per quattro legislature, inclusa quella attuale, per lui durata meno di un anno), Augello con il suo impegno e la sua militanza ha attraversato in prima persona e non di rado in prima fila varie fasi delicate per la destra italiana e per il panorama politico in generale. La dignità di quel percorso è dimostrata, tra l'altro, dalle reazioni e dai pensieri di vicinanza poco formali e molto sentiti che figure politiche anche molto distanti da Augello hanno offerto in questi giorni. In quello stesso percorso Augello ha associato il proprio nome a vari simboli, uno dei quali - Ecco uno dei motivi, solo apparentemente minore, per cui ha piena cittadinanza in questo spazio - è stato legato espressamente a lui.
Inevitabilmente l'emblema cui Andrea Augello ha dedicato il maggior numero di anni della sua vita si identifica con la fiamma tricolore: prima quella del Movimento sociale italiano - Destra nazionale (insieme alla fiaccola della Gioventù nazionale, organizzazione nella quale si impegnò a lungo), poi quella - ridotta - di Alleanza nazionale (con cui divenne per la prima volta consigliere regionale nel Lazio, nel 1995), per finire con quella (senza base) di Fratelli d'Italia, con cui a settembre dell'anno scorso era stato rieletto in Senato. Un segno di identità e di coerenza, da più punti di vista, senza che questo tolga valore e senso al percorso che negli anni il politico ha compiuto, con approdi in case politiche almeno in parte affini, ma di certo non sovrapponibili. Non sembra fuori luogo ricorrere, per descrivere quel cammino (soprattutto dal 2008 al 2018), ad alcuni versi di Giorgio Caproni: "Devi perseverare, / usare buona pazienza. / Ricordalo, se vuoi arrivare / al punto di partenza": ovviamente Msi-Dn e Fdi non coincidono, ma si ha rispetto dei punti (umani, ideali e grafici) di tangenza.
Di certo non fu banale il passaggio dal Msi ad An, men che meno dev'esserlo stato per Andrea Augello, che negli anni precedenti era stato vicino a Pino Rauti. Nel 1995 di Fiuggi (fu membro della segreteria di quel congresso), a lui come a varie altre persone toccò decidere a quale idea e pratica di destra continuare a dare il proprio contributo: scelse la via tracciata da Gianfranco Fini e la percorse tutta, sino a quando il partito che voltò pagina all'inizio del 1995 (di fatto incorporando l'Alleanza nazionale votata dagli elettori nel 1994 e adottandone il nome) rimase in attività. Con il simbolo di An fu eletto tre volte come consigliere regionale in Lazio (1995, 2000, 2005) e ottenne per la prima volta un seggio in Senato nel 2006, nelle elezioni vinte di misura dalla coalizione di Prodi. 
Due anni più tardi, finita in anticipo la XV legislatura, tornò a Palazzo Madama, ma con il simbolo del Popolo della libertà, un progetto nato come elettorale, ma pensato per diventare anche politico nel giro di qualche mese. Da un certo punto di vista era accaduto lo stesso tra il 1994 e il 1995 con An, ma oltre un decennio dopo non c'era - almeno all'inizio - un'alternativa alla fusione con Forza Italia in un nuovo soggetto politico che avrebbe dovuto costituire una vera novità nel centrodestra, voltando ulteriormente pagina. Così, a marzo del 2009, alla Fiera di Roma, nel giro di una decina di giorni si celebrarono l'ultimo atto di Alleanza nazionale (con l'idea di costituire una Fondazione, che pure non avrebbe avuto vita facile e che avrevve visto lo stesso Augello tra gli amministratori) e quello fondativo del Pdl. Fu un tentativo di fondare una nuova storia, in cui Augello poté ottenere due successi importanti (la vittoria di Gianni Alemanno come sindaco di Roma e quella di Renata Polverini come presidente della regione Lazio, a dispetto dell'incidente della lista del Pdl a Roma), ma dopo una manciata di mesi la navigazione perse la tranquillità. Di fronte all'aggravarsi delle frizioni tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, Augello si spese di certo per fare emergere una soluzione; quando la rottura divenne insanabile, tuttavia, scelse - ci si permette di pensare, non a cuore leggero - di continuare a camminare lungo la via del Pdl (nel frattempo era diventato sottosegretario alla pubblica amministrazione e innovazione), preferendo non spostarsi su quella di Futuro e libertà, che si sarebbe di fatto interrotta con le elezioni politiche del 2013.
Pochi mesi dopo quel voto, però, per Augello fu di nuovo il tempo di una scelta, visto che fu proprio la via del Pdl (che lo aveva appena confermato al Senato) a consumarsi, a novembre del 2013. Quando Berlusconi ritenne opportuno ridestare Forza Italia e anche alcuni di coloro che avevano avuto ruoli di spicco in An (a partire da Maurizio Gasparri) lo seguirono, Augello scelse diversamente. Non optò per la bandierina tricolore e non si legò nemmeno a quegli stessi colori annodati che Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Corsetto avevano scelto (già da un anno) per Fratelli d'Italia: ritenne forse più coerente con il suo percorso cercare di costruire il Nuovo centrodestra, assieme ad Angelino Alfano e ad altre persone che non avevano voluto il ritorno a Forza Italia.
Dopo un anno e mezzo, tuttavia, quella casa politica dovette far sentire a disagio augello, soprattutto per la partecipazione duratura al governo Renzi, nato con premesse diverse rispetto a quelle con cui si era formato il governo Letta e attestato su posizioni politiche e valoriali differenti. Colse dunque la prima occasione utile e concreta per costruire qualcosa di diverso: alla fine del 2015 con Gaetano Quagliariello e altre figure di spicco costituì Idea (Identità e azione); con lui fece lo stesso percorso la moglie, Roberta Angelilli (che aveva condiviso pure le tappe precedenti, dal Msi ad An al Pdl, fino a Ncd). Augello rimase lì anche quando lasciò il gruppo senatoriale Grandi autonomie e libertà per aderire a quello di Conservatori e riformisti, consentendo a questo di non sciogliersi, almeno per qualche mese.
Proprio in quel contesto, all'inizio di febbraio del 2016, nel consiglio regionale del Lazio apparve il gruppo Cuoritaliani, indicato dai media fin dall'inizio come prima proiezione di un movimento legato all'allora senatore Augello (e al suo collega Vincenzo Piso). Se il cuore era già comparso nel 2013 sulle schede elettorali romane legato ad Alfio Marchini (e vi sarebbe tornato tre anni dopo), il tricolore-cuore e il senso di "Comunità in movimento" caratterizzò invece il disegno di Augello: Cuoritaliani (o Cuori italiani) comparve anche in più di una competizione elettorale locale nel territorio regionale, con il simbolo adattato a seconda del comune. Non era la politica nazionale, ma non veniva meno il legame con il territorio, che di certo ha sempre caratterizzato l'attività di Augello.
Non ricandidato dal centrodestra nel 2018, Andrea Augello saltò la XVIII legislatura, quella iniziata con il governo giallo-verde (Conte I), proseguita con il governo giallo-rosso (Conte II), sconvolta dalla pandemia Covid-19 e portata alla conclusione (anticipata) dal governo Draghi, con Fratelli d'Italia come maggiore forza di opposizione. E proprio a Fratelli d'Italia augello aveva scelto di aderire con Cuori italiani a dicembre del 2018: "In molti stanno rispondendo all’appello che qualche mese fa abbiamo lanciato per la costruzione di un grande movimento conservatore e sovranista e per un grande risultato alle prossime elezioni europee. Solo se cresce Fratelli d’Italia, infatti, sarà possibile riportare il centrodestra al governo" disse Giorgia Meloni in quell'occasione, mentre le agenzie parlarono di un nuovo passo verso quel movimento. In Fdi augello ritrovò vari compagni di strada del passato (incluso Fabio Rampelli, considerato a lungo "rivale" dello stesso Augello sul territorio) e più avanti sarebbe arrivato anche Raffaele Fitto, promotore dei Conservatori e riformisti al cui gruppo l'ex senatore aveva aderito. Quando in piena estate si avviò la macchina verso le elezioni del 25 settembre 2022, dovette sembrare naturale riproporre la candidatura di Andrea Augello, già minato dalla malattia. Fu eletto nel collegio plurinominale Lazio - P02 (Viterbo - Guidonia - Latina) e poté iniziare la sua quarta legislatura. L'ultima e la più breve, non a causa di uno scioglimento anticipato. Fiamma o cuore (sempre tricolori), Libertà o Idea, il percorso di Augello merita rispetto, perché lo ha meritato innanzitutto lui. Chiunque appartenga alla schiera dei #drogatidipolitica può riconoscerlo, ringraziando per l'impegno, da qualunque parte lo si guardi.

martedì 2 maggio 2023

Imperia, simboli e curiosità sulla scheda

Tra i capoluoghi di provincia chiamati al voto il 14 e 15 maggio, Imperia rappresenta probabilmente il caso in cui la scheda sarà meno affollata. Rispetto al voto del 2018, infatti, si è registrata una decisa diminuzione di candidature e di liste a loro sostegno. Quest'anno sono solo 5 gli aspiranti sindaci, appoggiati da un totale di 9 liste, mentre cinque anni fa le candidature erano state 8 e le liste addirittura 18, il doppio di questa volta. Tra coloro che aspirano alla guida della città c'è anche il sindaco uscente, Claudio Scajola, in cerca di riconferma: se allo scorso turno elettorale si era posto essenzialmente come figura civica pur con una storia chiaramente legata al centrodestra (che però aveva ufficialmente scelto di sostenere Luca Lanteri, poi sconfitto di misura al ballottaggio), questa volta il centrodestra ha deciso di appoggiare direttamente Scajola pur senza schierare i propri simboli.

Luciano Zarbano

1) Imperia senza padroni

Il sorteggio ha collocato in prima posizione la candidatura a sindaco di Luciano Zarbano, colonnello dei carabinieri in servizio a Genova come capo di stato maggiore della Legione Liguria (e già comandante provinciale a Imperia). Lo sostiene una sola lista, attualmente denominata Imperia senza padroni: i colori scelti - blu-azzurro sfumato e un arco tricolore al centro - rimandano a una collocazione di centrodestra. In effetti in un primo tempo la lista era stata chiamata Centrodestra per Imperia, poi la scelta di Fratelli d'Italia di non sostenere più Zarbano, ma alcuni candidati legati a Scajola, ha suggerito un cambio di nome per accentuare la natura civica della proposta.

Stefano Semeria

2) MoVimento 5 Stelle

Presenta un proprio candidato alla guida del comune di Imperia anche il MoVimento 5 Stelle, alla sua terza partecipazione alle elezioni amministrative locali. Punta alla carica di sindaco Stefano Semeria, da pochi mesi consigliere comunale proprio a Imperia per il M5S. Se nel 2013 il simbolo recava ancora il sito Beppegrillo.it, trasformato cinque anni dopo in Ilblogdellestelle.it, questa volta anche a Imperia è stato schierato il secondo simbolo ufficiale previsto dallo statuto, quello con il riferimento al 2050 come anno della neutralità climatica collocato in un segmento rosso, sotto ai segni tradizionali del MoVimento.
 

Claudio Scajola

3) Avanti con Scajola sindaco

La terza candidatura estratta è quella del sindaco uscente, Claudio Scajola. Se nel 2018 si era presentato con tre liste civiche (ma con una grafica in pieno stile centrodestra) e una di partito (Il Popolo della Famiglia), questa volta ha dichiarato fin dall'inizio "Non mi nascondo dietro sigle di partito": simboli formali di partito, in effetti, non ci sono. I simboli delle prime due liste (civiche) sono stati certamente concepiti dalla stessa mano: stessa composizione (semicerchio inferiore con banda tricolore e segmento inferiore blu), stessi elementi, cambia solo il nome e il colore del fondo nella parte superiore. E se lo slogan della campagna elettorale è "Avanti insieme", non stupisce che la prima lista si chiami Avanti... 
 

4) Insieme con Scajola sindaco

... e la seconda - anche grazie a un sorteggio che non si è divertito a scombinare le carte - si chiami Insieme. Entrambi gli emblemi contengono il riferimento a Polis, associazione di area liberaldemocratica e cattolica che aveva raccolto i movimenti che avevano sostenuto l'ex ministro nella sua candidatura a sindaco; su fondo bianco l'inserimento è stato privo di problemi, mentre la resa sul semicerchio giallo di Avanti appare meno soddisfacente. Entrambi i contrassegni, accanto al nome scelto, hanno la doppia freccia del "Fast Forward" (due triangolini bianchi, uno bordato di verde e l'altro di rosso) per indicare l'idea di andare "avanti" velocemente.
 

5) Prima Imperia

La terza (e ultima) lista che sostiene Scajola, Prima Imperia, si può qualificare con più fatica come "civica", visto che da tempo le liste "Prima ..." sono espressione della Lega senza che venga speso direttamente il simbolo con Alberto da Giussano. Il contrassegno schierato in quest'occasione, peraltro, sembra essere stato oggetto di una maggiore cura grafica, anche per la scelta di conformare la parte inferiore nel simbolo al segmento che nell'attuale simbolo della Lega contiene il riferimento a Matteo Salvini, mantenendo però una certa armonia. La base di quel segmento, dunque, ora è diagonale, parallela al tracciato della scritta "Prima Imperia" e la dicitura "Scajola sindaco" è scritta come "Salvini premier".  
 

Ivan Bracco

6) Imperia rinasce

Pure la seconda coalizione presente a queste elezioni, quella del candidato del centrosinistra Ivan Bracco (vicecommissario di polizia, responsabile della polizia postale di Imperia), è composta da tre liste. La prima è quella più legata allo stesso Bracco, vale a dire Imperia rinasce: il nome è sovrapposto alla stilizzazione in giallo di alcuni monumenti della città (a destra si vede bene il duomo di san Maurizio); nella parte inferiore, su fondo blu e sotto al riferimento al candidato (riportato in carattere diverso rispetto al nome della lista), due rami con foglie ricordano i fregi alla base dello stemma comunale e - volendo - l'ulivo che fa parte dello stemma stesso.
 

7) Alleanza Verdi e Sinistra

Seconda lista della compagine che sostiene Bracco è l'Alleanza Verdi e Sinistra: proprio Bracco sostiene di aver già ottenuto un risultato politico importante per essere riuscito a tenere unito tutto il centrosinistra con la propria candidatura. Il contrassegno impiegato in quest'occasione è lo stesso schierato alle elezioni politiche dello scorso anno e unisce nella parte bassa i loghi di Europa Verde e Sinistra italiana, mentre nella parte superiore - insieme al riferimento alle Reti Civiche - è riportato il nome del cartello elettorale, accanto alla colomba arcobaleno scelta fin dall'inizio per identificare quell'esperienza.
 

8) Partito democratico

Terza e ultima lista della coalizione di centrosinistra è quella presentata dal Partito democratico (che riparte dal 9,74% di cinque anni fa). La partecipazione dei dem a tale compagine in queste forme non era scontata: Bracco, infatti, è stato indicato come aspirante sindaco dopo che, in un primo tempo, il Pd aveva proposto la candidatura di Laura Amoretti, funzionaria dei centri per l'impiego (sostenuta pure dal Psi), provocando il dissidio dell'ex presidente della provincia Domenico Abbo (indicato per un certo periodo come candidato sindaco al posto di Bracco da Imperia rinasce). Diversamente da quanto era accaduto nel 2018, il Pd questa volta ha presentato il suo simbolo ufficiale "schietto", senza altre aggiunte.
  

Enrico Lauretti

9) Società aperta

Chiude le candidature a sindaco di Imperia il nome di Enrico Lauretti, ingegnere, già dirigente all'interno del comune e della provincia (e intenzionato a far valere proprio la sua esperienza all'interno della "macchina" amministrativa). L'unica lista civica che lo sostiene è Società aperta, il cui nome sembra rimandare direttamente alla dottrina di Karl Popper. Il simbolo è un semplice cerchio bianco, contenente scritte blu in carattere Courgette (il  nome) e Haettenschweiler (il riferimento al candidato): l'accostamento non sembra essere tra i migliori quanto a resa grafica, ma i testi sono comunque piuttosto leggibili. 

lunedì 1 maggio 2023

Siena, simboli e curiosità sulla scheda

La Toscana è la regione con il maggior numero di capoluoghi di provincia chiamati a rinnovare la loro amministrazione comunale il 14 e il 15 maggio: Massa, Pisa e Siena. Quest'ultimo comune merita un'attenzione particolare - e infatti viene trattato per primo - visto che si distingue, una volta di più, per l'affollamento della scheda elettorale. Se nelle precedenti elezioni del 2018 erano state 9 le persone in contesa per la carica di sindaco, sostenute da 18 liste, questa volta si sfidano 8 aspiranti alla guida del comune, ma le liste non sono diminuite: sono anzi cresciute, fino a raggiungere il numero di 23. Il contesto elettorale deve tenere conto anche della mancata ripresentazione del sindaco uscente, Luigi De Mossi (eletto nel 2018 al ballottaggio, sostenuto da una coalizione di centrodestra e con il 50,8%), che pure non è del tutto estraneo all'attuale competizione.   
 

Nicoletta Fabio

1) Fratelli d'Italia

Il sorteggio ha collocato in prima posizione su manifesti e schede la candidatura di Nicoletta Fabio, già docente e negli scorsi anni rettrice del Magistrato delle Contrade (da rettrice dell'Istrice) e (prima) presidente del Consorzio per la Tutela del Palio. Le liste a suo sostegno saranno cinque, con Fratelli d'Italia che è stata estratta per prima. Se nel 2018 era stato usato il modello di contrassegno inaugurato proprio allora, con l'espressione "De Mossi sindaco" al posto del riferimento a Giorgia Meloni, stavolta viene impiegato direttamente l'emblema elettorale di Fdi, con il nome della leader
 

2) Siena, in tutti i sensi - Nicoletta Fabio sindaco

Nella coalizione cui appartengono le tre maggiori forze politiche del centrodestra si trovano anche due liste civiche. Come seconda formazione appare infatti Siena, in tutti i sensi - Nicoletta Fabio sindaco: essendo l'unica a contenere il nome dell'aspirante prima cittadina, è facile supporre che si tratti della lista "personale" della candidata. Il nome scelto dimostra il legame con la città a vario livello ("in tutti i sensi") e il punto dà l'idea di un'affermazione risoluta, quasi definitiva; il testo, scritto in un carattere di gusto antico, risalta in bianco sul fondo colore - non a caso - Terra di Siena.  
 

3) Forza Italia - Udc - Nuovo Psi

La terza lista sulla scheda sarà quella di Forza Italia, in questo caso dichiaratamente ampliata, visto che nel contrassegno sono contenute le miniature dei simboli dell'Unione di centro e del Nuovo Psi (in questo caso con la nuova mutazione grafica e nominale, che pone un nuovo garofano in campo bianco sotto la dicitura "Liberali e riformisti" su fondo blu). L'inserimento di quelle "pulci" ha richiesto la riduzione di dimensioni tanto della bandierina tricolore, quanto del cognome di Silvio Berlusconi. Nel 2018 la lista forzista era stata la meno votata della coalizione (3,35%), si vedrà il suo peso in questa nuova consultazione. 
 

4) Movimento civico senese

Seconda formazione civica della coalizione che appoggia Nicoletta Fabio in queste elezioni amministrative a Siena è il Movimento civico senese: si tratta di un'associazione senza scopo di lucro nata nel 2012 ispirata ai valori della trasparenza, concretezza, dialogo, correttezza, giustizia, equità sociale, sostenibilità, solidarietà e convivenza civile, il tutto con l'idea - come si legge nel sito - di "realizzare uno spazio politico locale che sia costantemente in contatto con i cittadini, aperto alle loro idee, competenze ed esperienze, capace di elaborare un giudizio critico-costruttivo sulla vita politica del territorio senese e di progettarne il futuro". L'idea di patto con la città e con i cittadini è suggerita da una mano aperta (come a voler "dare il 5") con sovrapposta la "S" di "Siena"; non sfugge la stranezza dell'uso del carattere Hobo, decisamente anomalo per le schede elettorali.
 

5) Lega

La coalizione di centrodestra si chiude con la lista presentata dalla Lega, che nel 2018 aveva di poco superato il 9% ed era risultata la prima forza della compagine. Rispetto a quell'appuntamento elettorale, il partito guidato da Matteo Salvini ha adottato lo stesso contrassegno impiegato alle politiche (con la dicitura "Salvini premier" sotto ad Alberto da Giussano) e non la variante locale, con la bandiera toscana a fianco della statua del guerriero. Si vedrà dunque l'esito del partito in questa tornata elettorale (alle elezioni politiche la Lega, con lo stesso simbolo impiegato ora, aveva ottenuto il 4,38%). 
  

Fabio Pacciani

6) Sena Civitas

La seconda candidatura alla guida del comune di Siena, in ordine di sorteggio, è quella di Fabio Pacciani, odontoiatra, anch'egli già rettore del Magistrato delle Contrade (e a lungo rettore del Bruco). La coalizione a suo sostegno è la più nutrita, visto che le liste sono addirittura 7. La prima, secondo il sorteggio, è quella di Sena Civitas, già vista nel 2018 a sostegno di Massimo Sportelli: circolo culturale e politico moderato, nato a Siena nel 2012, Sena Civitas ha proposto anche questa volta un emblema tridimensionale (con effetto "pulsante" o "bottone"), con un cerchio arancione con al centro il nome e l'elemento grafico del circolo, entrambi tinti dei colori cittadini. 
 

7) Per Siena

Pure la seconda lista della coalizione che appoggia la candidatura di Pacciani, Per Siena, ha già partecipato alle elezioni del 2018 (al primo turno aveva espresso un proprio candidato, Pierluigi Piccini, mentre al ballottaggio aveva stretto un accordo con il candidato del Pd, il sindaco allora uscente Bruno Valentini). Il simbolo è praticamente identico a quello di cinque anni fa, cioè con la silhouette blu in cui è evidente il Palazzo pubblico con la Torre del Mangia (il monumento principale di Piazza del Campo); come nel 2018, la torre diventa la "I" del nome della lista, stagliandosi in un cielo giallo sfumato.
 

8) Sì - Patto dei cittadini

Risulta nuova, invece, la terza lista presentata a sostegno di Pacciani, cioè Sì - Patto dei cittadini, qualificata come lista civica nata "per cambiare la realtà di Siena che oggi non ci piace" attraverso "un patto nel segno del bene comune. Abbandonando il divano del mugugno, non limitandosi più alla sterile critica sui social, ma mettendo prima di tutto la faccia e poi le idee al servizio di un cambiamento reale della città". Il simbolo è molto semplice, con la parola "Sì" (che ricorda la sigla della provincia di Siena e ha un accento nero e bianco, come i colori cittadini) al centro e il resto del nome collocata ad arco nel cerchio. 
 

9) Civici in Comune

Quarta lista del "polo civico" che appoggia Pacciani è Civici in comune, che si qualifica come associazione in cui "si incontrano le esperienze consolidate di impegno civico di tanti Cittadini che, nel corso degli anni, attraverso il volontariato e attività di cittadinanza attiva, hanno cercato di tutelare gli interessi della Città, salvaguardandone i beni comuni, coniugando tradizione ed innovazione, battendosi per ottenere la massima partecipazione dei Cittadini alla governance pubblica, chiedendo un nuovo metodo di governo basato su meritocrazia e trasparenza". Il simbolo è composto da una corona circolare bianca e nera (di nuovo con i colori civici) che ospita il nome e dal cerchio centrale che contiene un libro aperto, con un segnalibro rosso in evidenza e una penna per scrivere; nella grafica non sfugge la presenza di una piccola sfera verde, bianca e nera, miniatura del "barbero" senese già usato nel 2018 dalla lista Massimo Sportelli sindaco (e lui è tra i candidati).
   

10) Siena Sostenibile

Offre una connotazione - del nome e della grafica - attenta all'ambiente e alle nuove generazioni la quinta lista della compagine di Pacciani, denominata Siena Sostenibile e nata come associazione a settembre dello scorso anno. Pure in questo caso c'è il profilo dei monumenti centrali della città, ma è tinto di verde chiaro, mentre il colore è un po' più scuro nel fondo, richiamando un intreccio vegetale o una pavimentazione. Nemmeno qui si trova il nome del candidato: nessuna delle sue liste, peraltro, lo contiene e questa probabilmente è stata una precisa scelta di coloro che hanno organizzato questa proposta elettorale.  
 

11) In Campo

Torna a proporsi ad elettrici ed elettori senesi anche la lista In Campo, che nel 2018 aveva sostenuto Bruno Valentini e aveva ottenuto il 9,36% (riuscendo a eleggere un consigliere). Il nome della lista rimanda a un impegno diretto (appunto "in campo"), ma la maiuscola suggerisce anche il riferimento a Piazza del Campo (quella del Palio ovviamente). Rispetto a cinque anni fa il simbolo si è arricchito: "abbiamo voluto che ci fossero i colori - si legge su Facebook - tanti colori sullo sfondo bianco, come un segno vitale di rinascita. Il nostro nome diventa la sagoma del Palazzo Pubblico, centrale nella grafica come lo è nel progetto sul quale abbiamo lavorato con impegno e determinazione con le altre Associazioni del Polo Civico". I colori citati, poi, tingono archi che ricordano per disposizione un'aula consiliare (o, volendo, delle onde emesse dalla Torre).
 

12) Riscrivere Siena

La coalizione a sostegno di Fabio Pacciani si completa con l'ultima lista, di nuovo conio: Riscrivere Siena. Questa, come le altre, è una formazione di natura essenzialmente civica e il nome scelto indica l'idea di voler riscrivere la storia della città e, in fondo, la città stessa sulla base dei principi di inclusione e sostenibilità. Il simbolo scelto per la lista civica non punta su elementi grafici riconoscibili, ma solo sui colori (fondo blu, verde più scuro per la corona che abbraccia tutto, verde più chiaro per il verbo "Riscrivere", bianco per il riferimento al comune; il carattere usato per le scritte - spigoloso, in stile Winner - è poco impiegato in ambito elettorale). 
 

Massimo Castagnini

13) Castagnini sindaco

Terza coalizione in corsa per la guida dell'amministrazione senese è quella che propone come sindaco Massimo Castagnini, già presidente di Si.Ge.Ri.Co, società multiservizi legata al comune di Siena (sosta, mobilità, riscossione e gestione delle entrate comunali, gestione di servizi museali, ristorazione, accoglienza e altro). La prima delle quattro formazioni a sostegno del candidato è Castagnini sindaco, quella più vicinall'aspirante sindaco manche una delle più semplici nella grafica: c'è soltanto il nome sopra una stilizzazione della Torre del Mangia, il tutto racchiuso in una circonferenza rossa. Su Facebook, tuttavia, si trovano anche prime versioni in cui il fondo era bianco e nero, come i colori della città (non risultano però bocciature del simbolo). 
 

14) Lista De Mossi

Pure la seconda lista a sostegno di Castagnini è molto semplice sul piano dell'immagine, ma è decisamente significativa. Promotore della Lista De Mossi, infatti, è proprio il sindaco uscente Luigi De Mossi, anche se non figura tra i candidati (c'è però l'assessore uscente Paolo Benini come capolista): per lui Castagnni rappresenta l'unica continuità possibile - nel solco dei moderati di centrodestra ma con spirito essenzialmente civico - con l'amministrazione attuale. Il simbolo è un semplice cerchio blu con il nome della lista scritto in bianco con un carattere bastoni; in un primo tempo è circolato un simbolo con lo stemma cittadino in un angolo, ma è stato abbandonato lungo il percorso (probabilmente per evitare problemi in sede di esame delle liste).
 

15) Destinazione TerzoPolo

Si pone come decisamente più elaborato, invece, il simbolo della terza lista estratta all'interno della compagine che sostiene Castagnini, vale a dire Destinazione TerzoPolo. La lista si pone come civica, come suggerisce anche la presenza del profilo di alcuni dei monumenti principali di Siena (oltre al Palazzo pubblico con la Torre del Mangia, si vedono la cupola e il campanile del duomo). Il nome della lista, però, oltre ad alludere all'alternativa rispetto alle (due o tre...) coalizioni concorrenti, rimanda pure al soggetto politico che a livello nazionale era indicato informalmente così; se il profilo della città somiglia a quello usato da Siena Doc (lista di David Chiti che corse nel 2018), i colori della silhouette sono quelli di Italia viva. E Azione? Ha preso un'altra via, come si vedrà.

 
16) Siamo Siena

Ultima delle quattro liste a sostegno di Castagnini è la formazione civica Siamo Siena, stesso nome del gruppo nato in consiglio comunale poco più di un anno fa, parte della maggioranza uscente. Pure qui si vedono la Torre del Mangia e una parte del Palazzo pubblico, sempre stilizzati e collocati sopra un piccolo segmento tricolore; sul fondo grigio sfumato spiccano il nome, in cui è evidenziato il concetto "amo", e la connessa mongolfiera a forma di cuore. Per completare il quadro, occorre dire che anche Castagnini è stato impegnato nel Palio di Siena, come priore dell'Onda: il Palio, dunque, finisce per permeare parecchio questa competizione elettorale.
 

Emanuele Montomoli

17) Emanuele Montomoli sindaco

Dopo tre candidati sostenuti da una coalizione, il sorteggio ha collocato le quattro persone che potranno contare sull'appoggio di una sola lista. La prima è Emanuele Montomoli, imprenditore, candidato civico che aveva presentato la sua candidatura già alla fine del 2022 e per una fase sembrava aver ottenuto il sostegno del centrodestra. Il contrassegno della lista, sotto al nome scelto per la formazione, contiene una ventina di sagome di persone di vario colore, collocate su un fondo altrettanto colorato a strisce verticali: "un simbolo - ha dichiarato Montomoli alla presentazione - fatto di colori e persone come riferimento ai valori fondanti di dialogo, senso civico, spirito di comunità ed inclusione".

Alessandro Bisogni

18) Siena popolare

Ulteriore candidatura sostenuta da un'unica lista è quella di Alessandro Bisogni, architetto, che ha scelto di candidarsi per rappresentare un elettorato di sinistra, che non si riconosce nel Pd. La lista in questione è Siena popolare, il cui simbolo è costituito dalla sagoma del territorio comunale tinta di bordeaux come la circonferenza esterna che la racchiude (mentre un'altra circonferenza interna, più sottile, è nera), mentre il nome della lista è stato collocato proprio su quella sagoma; il colore dominante del simbolo è molto vicino a quello impiegato per il fregio di Potere al Popolo! (non a caso, c'è chi ha riconosciuto in PaP e in Rifondazione comunista la storia di varie persone candidate).

Elena Boldrini

19) MoVimento 5 Stelle

Si presenta da sola come aspirante sindacanche Elena Boldrinigià consigliera comunale a Sovicille e collaboratrice di Luca Migliorino, deputato M5S nella scorsa legislatura. E sarà proprio il MoVimento 5 Stelle a sostenere la candidatura di Boldrini. Pure sulle schede elettorali di Siena apparirà lo stesso simbolo del M5S già visto nelle altre votazioni di questo turno di amministrative: per questa terza partecipazione del MoVimento alle elezioni senesi (nel 2018 nessuno aveva avuto la delega a presentare la lista) si è impiegato il contrassegno contenente il riferimento al 2025 come anno della neutralità climatica.   
  

Roberto Bozzi

20) Siena in Azione - Roberto Bozzi sindaco 

Ultima delle candidature sostenute da una sola lista, seguendo l'ordine dettato dal sorteggio, è quella di Roberto Bozzi, già sindaco di Castelnuovo Berardenga (2004-2014). In questo caso Bozzi concorrerà alla guida del comune capoluogo con la lista Siena in Azione - Roberto Bozzi sindaco. Il contrassegno, oltre a essere quello in cui il nome della persona candidata è più evidente, fa chiaramente capire che la lista è espressione di Azione (e non anche di Italia viva), come del resto testimonia la sfumatura di colori, dal blu al verde, che ha caratterizzato la seconda fase (con attenzione per la transizione digitale e ambientale) del partito guidato da Carlo Calenda.
 

Anna Ferretti

21) IEP! - Indipendenti e progressisti - Sinistra Italiana

L'ultima candidatura alla guida del comune di Siena, secondo l'ordine del sorteggio, è quella di Anna Ferretti, già assessora delle giunte Ceccuzzi e Valentini, indicata dalle primarie per il centrosinistra. Potrà contare sull'appoggio di tre formazioni, la prima delle quali - in base sempre al sorteggio - unisce il movimento IEP!, sigla che sta per Indipendenti e progressisti, e Sinistra Italiana. Il simbolo della lista - il cui primo candidato, tra l'altro, è Ernesto Campanini, sconfitto da Ferretti alle primarie - è diviso quasi equamente tra le due forze: nella parte superiore c'è il nome (intero e abbreviato) del gruppo civico, con i colori e le lettere usati fin dall'inizio (la palette del fondo può ricordare un po' Italia viva, ma si tratta di un soggetto ben diverso); nella parte inferiore c'è l'emblema di Sinistra italiana.  
 

22) Partito democratico

Seconda lista della coalizione in appoggio a Ferretti è quella presentata dal Partito democratico, che nel 2018 aveva ottenuto il 18,35% (un risultato elevato, ma secondo al 19,53% della lista Per Siena che aveva sostenuto Piccini). Com'è sempre stato nelle elezioni comunali senesi cui ha partecipato, il Pd ha schierato sulla scheda elettorale il proprio simbolo ufficiale, senza alcuna aggiunta di natura territoriale e senza inserire il nome della persona candidata alla guida dell'amministrazione locale. Si vedrà dunque se (e, nel caso, quanto) i dem riusciranno a trascinare la propria candidata a un risultato soddisfacente.
 

23) Con Anna Ferretti sindaca

La panoramica delle liste presentate si chiude con la civica Con Anna Ferretti sindaca, pensata come formazione particolarmente vicina alla candidata della coalizione guidata dal Pd. Su Facebook si trova l'illustrazione del simbolo impiegato da quella lista, cioè "un cerchio di color azzurro con il richiamo alla balzana, realizzato dalla graphic designer Alessia Canu" (la balzana è lo stemma cittadino, qui evidentemente non foriero di problemi, visto che non è stata richiamata la forma e riguarda un elemento molto piccolo). "Abbiamo scelto l'acqua come elemento di forza per il nostro progetto di governo - si legge -. È il simbolo di vita, freschezza e rigenerazione che sono necessarie per far tornare la nostra città a splendere [...]. È anche simbolo dell'ingegnosità dei senesi che, nel Medioevo, con una grande opera di ingegneria riuscirono a portare l'acqua in città realizzando quei bottini che, ancora oggi, rimangono un esempio straordinario di operosità. I colori utilizzati, con le sfumature acquamarine, e le forme morbide e avvolgenti, che compongono il logo, rimandano proprio a questi concetti". Non passa inosservata la parola "sindaca" correttamente volta al femminile.