lunedì 15 settembre 2025

Aosta, simboli e curiosità sulla scheda

Il 28 settembre in Valle d'Aosta, oltre alle elezioni regionali, si voterà per rinnovare l'amministrazione di molti comuni, incluso il capoluogo, Aosta. Sono state accolte tutte le candidature che, in base alla legge elettorale regionale per le amministrative, devono prevedere la coppia di un aspirante sindaco e un aspirante vicesindaco; tra i candidati, peraltro, non figura il sindaco uscente, Gianni Nuti. Sono 4, in particolare, le candidature binominali presentate, a fronte di 11 liste che finiranno sulla scheda, una in più rispetto al 2020 (ma allora le coppie di candidati erano 6).
 
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Raffaele Rocco (s) e Valeria Fadda (v)

1) Rev-

Il sorteggio ha collocato in prima posizione la coalizione a sostegno di Raffaele Rocco (candidato sindaco) e Valeria Fadda (aspirante vicesindaca), espressione del centrosinistra (pur se a composizione più ridotta) e di alcune forze autonomiste. La compagine è costituita da cinque liste e la prima a essere estratta è Rev-, guidata dall'assessore uscente Samuele Tedesco. Qualificata dall'inizio come "lista under 35", Rev- ha come simbolo un cerchio rosso con all'interno un fumetto/cartellino obliquo, contenente il nome (che con "Rev" richiama il concetto di rivoluzione ma anche di sogno, come rêve; il trattino rende possibile evocare entrambe le parole e, in qualche modo, rimanda anche al risveglio di quando un sogno viene interrotto).
 

2) Stella Alpina - Rassemblement Valdôtain

La seconda lista della coalizione di centrosinistra si configura, almeno sul piano grafico, come una "bicicletta ineguale", nel senso che all'interno del cerchio sono contenuti due simboli di dimensioni diverse: il più evidente, a sinistra, è quello della lista Stella Alpina, mentre a destra risulta più piccolo l'emblema del Rassemblement Valdôtain, con il suo leone rampante su fondo rosso. Le due formazioni autonomiste (che a livello regionale collaborano già, avendo dato luogo alla lista degli Autonomisti di Centro insieme a Pour l'Autonomie) si dividono anche la circonferenza interna, divisa a metà tra il blu e il rosso, i colori dominanti dei rispettivi simboli.
 

3) Partito democratico - +Aosta - Partito socialista italiano

Terza lista della coalizione in appoggio alla coppia Rocco-Fadda è quella guidata dal Partito democratico, che come alle regionali include la dicitura "Federalisti progressisti Valle d'Aosta". Al di sotto del logo di Nicola Storto, tuttavia, questa volta non c'è alcun elemento nero e rosso; troviamo invece i simboli in miniatura di +Aosta (declinazione locale di +Europa, con il logo realizzato utilizzando la stessa texture e i medesimi colori) e del Partito socialista italiano, le cui candidature sono dunque ospitate all'interno della lista.
 

4) Pour l'Autonomie 

Quarto simbolo della coalizione di centrosinistra e degli autonomisti è quello di Pour l'Autonomie, che in questo caso - come cinque anni fa, ma diversamente dal livello regionale - presenta una lista propria, non condivisa con altre forze politiche locali. Il simbolo è lo stesso inaugurato nel 2020, con il nome nero in francese che occupa la parte superiore del simbolo e la sagoma nera e rossa della regione che, su fondo azzurro sfumato, sovrasta il nome in italiano posto ad arco in basso; il simbolo è contenuto in una circonferenza rossa e nera (a colori alternati rispetto a quelli della silhouette della regione).
 

5) Union Valdôtaine

La compagine a sostegno di Rocco e Fadda si completa con la lista dell'Union Valdôtaine, che con la sua storia politico-elettorale completa la componente autonomista della coalizione. Il simbolo è identico a quello visto nella competizione elettorale regionale, con il leone rampante giallo nello scudo bipartito rosso e nero bordato di corda (col nome del partito nella parte superiore bianca) e collocato sullo sfondo azzurro del contrassegno.
 

Eugenio Torrione (s) - Katya Foletto (v)

6) Alleanza Verdi e Sinistra

Si è detto prima che la coalizione in appoggio a Rocco e Fadda non può dirsi come di "centrosinistra" a tutti gli effetti, anche per la corsa solitaria di Alleanza Verdi e Sinistra: la lista, infatti, appoggia un diverso ticket, che schiera come candidato sindaco Eugenio Torrione e come aspirante vicesindaca Katya Foletto. Il simbolo utilizzato ad Aosta è lo stesso che si ritrova sulla scheda delle regionali, a sua volta identico a quello in uso dalle elezioni politiche del 2022.
 

Giovanni Girardini (s) - Sonia Furci (v)

7) Lega

La terza coppia di candidature per le cariche di vertice del comune di Aosta, sempre in ordine di sorteggio, è costituita da Giovanni Girardini e da Sonia Furci, rispettivamente per i ruoli di sindaco e vicesindaca. Le liste presentate a sostegno in questo caso sono quattro e per prima è stata sorteggiata la Lega, che ripropone anche alle amministrative lo stesso simbolo schierato alle contemporanee elezioni regionali: Alberto da Giussano al centro e in primo piano con il leone rampante sullo scudo; in basso il segmento blu - con base seghettata per ricordare le montagne - che contiene il riferimento arancione a Salvini (mentre nel 2020 c'era il candidato leghista Sergio Togni) e bianco alla regione (in francese); sullo sfondo bianco, una grande bandiera rossa e nera leggermente sventolante; il contorno del contrassegno tinto eccezionalmente di nero e rosso.
 

8) Forza Italia

Il secondo simbolo della coalizione di centrodestra è quello della lista di Forza Italia, che rispetto a cinque anni fa ha eliminato ogni personalizzazione territoriale del proprio contrassegno (nel 2020 c'era il riferimento "per Aosta") e ha lasciato solo il suo simbolo ufficiale, con la bandierina al centro, in alto il riferimento al Partito popolare europeo e in basso il cognome di Silvio Berlusconi, così come fissato all'interno dello statuto.
 

9) La Renaissance Valdôtaine

Alle contemporanee elezioni regionali ha presentato una lista condivisa proprio con Forza Italia, ma ad Aosta La Renaissance Valdôtaine ha un gruppo di candidati tutto suo, anche perché il candidato sindaco Girardini è di sua espressione: cinque anni fa fu lui ad accedere al ballottaggio con Nuti grazie al 24% superato dalla sua lista Rinascimento Valle d'Aosta, esperienza politica alla base della Reinassance, che al posto di Michelangelo propone una delle opere più famose di Sandro Botticelli, la Venere (in bianco su fondo azzurro e blu).
 

10) Fratelli d'Italia

La coalizione di centrodestra si completa con la lista di Fratelli d'Italia, che nel 2020 aveva sostenuto con Fi Paolo Attilio Laurencet; questa volta il centrodestra si presenta invece unito. Come alle regionali, Fdi utilizza il contrassegno "ufficializzato" alle scorse europee, con il nome del partito in alto, il riferimento alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni in grande evidenza al centro e, sotto a una fascetta tricolore, la fiamma tricolore (con base semplice) ingrandita rispetto al passato.
 

Diego Foti (s) - Chiara Giordano (v)

11) Valle d'Aosta aperta

Il quadro delle candidature si completa con Diego Foti (aspirante sindaco) e Chiara Giordano (candidata al ruolo di vicesindaca). A sostenerli c'è un'unica lista, Valle d'Aosta aperta, che raccoglie le stesse forze che partecipano all'omonima lista a livello regionale: Area democratica - Gauche autonomiste, Ambiente diritti uguaglianza - Valle d'Aosta, Uniti a sinistra (Prc e Risorgimento socialista) e MoVimento 5 Stelle. Non stupisce, dunque, che il simbolo sia identico a quello che si potrà trovare sulle schede delle elezioni regionali.

venerdì 12 settembre 2025

Valle d'Aosta, simboli e curiosità sulla scheda


Come si è già notato nei giorni scorsi, in quest'autunno si terranno ben sette elezioni regionali (che dunque interessano un terzo delle Regioni italiane), anche se i seggi si apriranno in ordine sparso. Il viaggio elettorale inizia dalla Valle d'Aosta, in cui i cittadini saranno chiamati a votare nella sola giornata di domenica 28 settembre (in molti comuni anche per le elezioni amministrative), mentre nelle Marche ci si potrà recare ai seggi anche lunedì 29 settembre.
L'ufficio elettorale regionale ha ammesso tutte le 9 liste che sono state presentate (con una contrazione sensibile rispetto a cinque anni fa, quando le formazioni ammesse erano state 12), con altrettanti contrassegni elettorali: questi vengono analizzati in ordine di sorteggio. Sembra opportuno ricordare che in Valle d'Aosta si vota esclusivamente per una lista - potendosi esprimere tre preferenze, in base a una recentissima modifica della legge elettorale, oggetto però di un ricorso presso il tribunale civile di Aosta su interesse di Avs e Rete civica - e non è prevista l'elezione diretta del presidente della giunta regionale (riservata al consiglio); è invece possibile sottoscrivere un programma comune (come hanno fatto le tre liste del centrodestra), anche nella speranza di raggiungere la soglia del 42% dei voti, che farebbe scattare l'assegnazione di un premio di lista o gruppo di liste di 21 seggi sui 35 disponibili (diversamente la distribuzione dei seggi sarebbe proporzionale). Non partecipano, in ogni caso, al riparto dei seggi le liste che non abbiano raggiunto il quoziente elettorale (ottenuto dividendo il numero di voti validi per i 35 seggi in palio).
 
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1) Alleanza Verdi e Sinistra

Il sorteggio ha collocato in prima posizione la lista presentata da Alleanza Verdi e Sinistra, alla sua prima partecipazione elettorale alle regionali valdostane (il che è inevitabile, considerando che alle precedenti elezioni il cartello non esisteva ancora: nel 2020, in compenso, Europa Verde era stata parte della lista Progetto civico progressista insieme a Pd e Rete civica). Il contrassegno impiegato è lo stesso inaugurato in vista delle elezioni politiche del 2022 e confermato alle elezioni del 2024, senza alcuna integrazione politica o territoriale (e nemmeno linguistica); gli stessi candidati di Rete civica concorrono alla lista di Avs.
 

2) Union Valdôtaine

Si conserva assolutamente intatto e solitario il simbolo dell'Union Valdôtaine, che non ha mai mancato un'elezione regionale, dalle prime del 1949 a quelle previste quest'anno (al più presentandosi in liste condivise con altre forze politiche). Il leone rampante inserito nello scudo rosso e nero, a sua volta bordato di corda e collocato su fondo azzurro è una presenza costante e del tutto immutata da molti anni (almeno dal 2003, ma probabilmente ancora da prima); i candidati in lista sono in rigoroso ordine alfabetico e ci sono anche il presidente uscente, Renzo Testolin e Luciano Caveri.
 

3) Partito democratico

Torna a correre da solo questa volta il Partito democratico (come nel 2018), dopo essersi presentato alle elezioni anticipate del 2020 con Avs e Rete civica nella medesima lista. Sotto al logo creato da Nicola Storto c'è un piccolo rettangolo nero e rosso, mentre cinque anni fa era un segmento circolare; disposto ad arco, nella parte superiore, si legge invece l'espressione molto leggera "Federalisti Progressisti Valle d'Aosta", come specificazione politica e territoriale della forza politica nazionale. In lista ci sono anche l'ex sindaco di Aosta Fulvio Centoz e l'ex segretaria regionale Sara Timpano.  
 

4) Autonomisti di Centro

Il percorso della lista sorteggiata al quarto posto, Autonomisti di Centro, è iniziato alcuni mesi fa, quando si sono unite le strade di tre formazioni locali, Pour l'autonomie, Stella Alpina e Rassemblement Valdôtain. L'idea era e rimane di proporre un progetto condiviso - pur nelle differenze - basato sulla valorizzazione dell'autonomia speciale e di soluzioni moderate ma efficaci ai problemi della regione. Il simbolo scelto è un cerchio blu scuro, con una circonferenza concentrica bianca che raccoglie i simboli delle tre forze parte dell'alleanza ed è interrotta solo dalla debordante parola "Centro" (con un puntino rosa nella "o"), mentre al centro c'è un trifoglio, elemento ben noto in Valle d'Aosta come simbolo "di unità, montanità e ruralità".

 

5) Fratelli d'Italia

Come si è anticipato, le uniche tre liste ad avere presentato un programma comune - creando una sorta di coalizione - sono quelle del centrodestra. La prima a essere sorteggiata è stata quella di Fratelli d'Italia, che nel 2018 e nel 2020 aveva partecipato alle elezioni presentando liste con Forza Italia; questa volta Fdi (dopo il successo alle elezioni politiche del 2022) corre da sola, destinando alle schede elettorali lo stesso simbolo utilizzato a livello nazionale alle elezioni europee del 2024, con il nome - in bianco - del partito in alto e il riferimento - in giallo - alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni al centro, sempre su fondo blu, mentre nella parte inferiore bianca trova posto la fiamma tricolore.   
 


6) Forza Italia - La Renaissance Valdôtaine

La seconda lista del centrodestra unisce Forza Italia e La Renaissance Valdôtaine. La prima, come si è appena visto, negli ultimi anni aveva presentato sempre liste comuni con Fdi, mentre il secondo soggetto politico, guidato da Giovanni Girardini, è evoluzione di Rinascimento Valle d'Aosta, che nel 2020 aveva sfiorato il 5% ed era stato presente alle elezioni politiche del 2022 nell'unico collegio uninominale della Camera: già allora il simbolo si basava sul volto (bianco) della Venere di Botticelli (emblema pittorico del Rinascimento), collocato su sfondo azzurro e blu, mentre il nuovo nome in lingua francese mirava a "rafforzare le radici valdostane del progetto civico". Il rilievo maggiore, all'interno del cerchio bianco bordato di nero e rosso, è del simbolo di Fi, collocato in alto (con il riferimento "Berlusconi presidente"), mentre il simbolo contiene le parole azzurre "Insieme - Ensemble".  
 

7) Lega

Terza e ultima lista a condividere il programma comune del centrodestra è quella della Lega, che presenta una propria lista autonoma, il cui contrassegno somiglia molto a quello di cinque anni fa. Al centro c'è sempre la statua di Alberto da Giussano (col leone rampante valdostano sullo scudo), il segmento blu contenente il cognome di Matteo Salvini (in arancione, non più in giallo) ha anche questa volta il profilo seghettato per richiamare le montagne valdostane e in basso c'è il riferimento alla regione Valle d'Aosta in lingua francese. Rispetto al 2020, però, sono più accentuati i colori valdostani: il nero e il rosso tingono il contorno del contrassegno e la grossa bandierina leggermente sventolante collocata al centro sullo sfondo (cinque anni fa era molto più piccola e defilata).
 

8) Valle d'Aosta aperta

Al penultimo posto si rivede la lista-cartello Valle d'Aosta aperta, il cui contrassegno era già comparso alle elezioni politiche del 2022, riunendo allora Area democratica - Gauche autonomiste, Adu-Vda (cioè Ambiente diritti uguaglianza - Valle d'Aosta, lista esclusa alle regionali del 2020), Sinistra italiana e MoVimento 5 Stelle. La struttura del contrassegno è rimasta la stessa (contorno rosso, profilo montuoso verde con il sole che sorge sullo sfondo, in alto l'espressione "Écologie et progrès"), così come sono ritornate le miniature dei simbolo di Area democratica, Adu-Vda e M5S; tra le ultime due "pulci" è comparso (al posto di quello di Si, ora parte di Avs) il fregio di Uniti a sinistra, che contiene i simboli - quasi impossibili da leggere sulla scheda elettorale - di Rifondazione comunista e di Risorgimento socialista.
 

9) Valle d'Aosta futura

Conclude manifesti e schede elettorali di queste elezioni regionali il contrassegno di Valle d'Aosta futura, soggetto politico locale nato nel 2020 e che in quelle prime elezioni aveva ottenuto il 2,66% (quota non sufficiente per superare il primo sbarramento, ma comunque non irrilevante). Il simbolo del movimento, volto a "riunire anime libere che intendono portare le loro energie, i loro talenti e competenze a sostegno di un progetto capace di ristabilire in Valle d'Aosta il senso di Comunità in equilibrio e in armonia con la legge universale", schiera nel testo i colori regionali ed è dominato da una sorta di sfera, disegnata secondo le forme cabalistiche del fiore della vita (reinterpretato anche nel Sole delle Alpi).

mercoledì 10 settembre 2025

Casa riformista, il progetto elettorale di Italia viva

Nei prossimi giorni, con l'avvicinarsi delle elezioni regionali previste in autunno, si passeranno in rassegna i vari simboli destinati alle schede elettorali. Vale la pena, tuttavia, dedicare già ora un po' di attenzione alla scelta di Italia viva di presentare un'iniziativa elettorale con un'immagine coordinata, per la quale è stato scelto il nome di Casa riformista.
A presentare il progetto è stato lo stesso Matteo Renzi, attraverso la sua newsletter Enews. Nell'uscita del 5 settembre (la n. 1054), Renzi aveva parlato del tentativo di costruire "nonostante tutto e nonostante tutti" una coalizione di centrosinistra "capace di giocarsela alle regionali e di offrire poi un’alternativa alle Politiche. Mica facile, lo sappiamo. Ed è ovvio che allearsi con la sinistra più lontana da noi significa stare in coalizione con persone che su molte cose la pensano diversamente da noi [...]: sono le regole del bipolarismo purtroppo". A chi metteva in guardia dai rischi di "contaminazione" da parte di Alleanza Verdi e Sinistra o del Movimento 5 Stelle, Renzi rispondeva così: "O c'è una tenda riformista, meglio: una casa riformista, capace di portare anche le nostre idee o la sinistra non vincerà mai. Ecco perché il nostro contributo non è marginale ma decisivo. Ecco perché – lo dimostrano Genova e la Liguria – quando ci siamo, si vince. Quando non ci siamo, si perde. È matematica, certo, ma è soprattutto politica". Una politica da fare con le idee, ma anche - a proposito di matematica - con i voti: "Sono stato nelle Marche con Matteo Ricci. Sono stato in Calabria con Filomena Greco, stiamo per ufficializzare la nostra lista con Eugenio Giani in Toscana. Ci sono tanti nostri candidati. La differenza la faremo portando i voti decisivi come abbiamo fatto con Silvia Salis. La politica non si fa con le interviste, si fa con i voti. E dunque in democrazia contano i risultati elettorali non i sondaggi". 
E se quella newsletter era intitolata "Casa riformista" (come evoluzione dell'immagine della "tenda riformista" lanciata dallo stesso Renzi a luglio), in quella successiva - del 9 settembre - si è scoperto che proprio quel nome sarebbe stato adottato dalle liste presentate da Italia viva alle prossime elezioni regionali: "è finalmente uscito - si legge alla fine di quel testo - il logo sotto cui correremo alle prossime regionali. Eccolo: si chiama Casa riformista e coinvolgerà Italia viva ma anche tutti quelli che vogliono creare uno spazio che bilanci AVS, Cinque Stelle e il nuovo Pd. Lo troverete nelle regionali in Calabria, in Toscana e anche - più in là - nelle prossime sfide a cominciare dalla Campania".
L'elemento dominante della grafica è una piccola casa stilizzata con tetto e porta blu e finestra blu e fucsia, vale a dire i colori di Italia viva; le stesse tinte, sfumate, tingono un segmento curvilineo in basso (che ricorda quello fucsia-arancio del simbolo di Iv) e il nome stesso della lista, proposto in un carattere bastoni (probabilmente Futura). Successivamente sono stati resi noti anche gli emblemi destinati alle altre regioni: quello della Campania è quasi identico a quello calabrese (manca solo l'indicazione di Iv), mentre quello pensato per la Toscana colloca il nome della lista sul segmento inferiore, collocando in alto e in maggior rilievo il riferimento al candidato presidente sostenuto, Eugenio Giani (il che fa pensare che l'appoggio al presidente uscente sia più convinto rispetto ad altre situazioni). 
Certamente il concetto di casa appare più solido e meno precario rispetto a quello della tenda (immagine che peraltro, come ha segnalato sull'Espresso Massimiliano Panarari a fine luglio, deve molto al "lessico politico americano, molto aduso alla concezione della tenda che ospita molteplici sensibilità, specialmente nella versione del partito pigliatutto"). Non è però mancato chi ha pensato a un altro tetto che in passato ha caratterizzato la politica italiana: non quello di una Casa (quella delle Libertà non ce l'aveva, e non era quella cantata da Chico Buarque e Sergio Endrigo), ma di un Campanile, quello dell'Udeur di Mastella. Probabilmente il paragone non farebbe molto piacere a Matteo Renzi, anche perché la casa - piccola o grande che sia - nasce per essere abitata, il campanile molto meno. 
Quanto ai colori, il blu e il fucsia sono praticamente gli stessi - oltre che di Iv - delle liste "Lavoriamo per..." dei "riformisti", messe in campo a partire dal 2021 (e da Milano) soprattutto da Italia viva a partire dal logo depositato come marchio in quello stesso anno da Gianfranco Librandi: si sono viste spesso nel centrosinistra, ma non sempre (a Palermo nel 2022, per esempio). L'abbinamento tra colori e il concetto di "riformisti", insomma, porta a tracce ben identificabili e probabilmente Renzi spera proprio in questo, anche in prospettiva futura. Quale che sia il risultato finale, l'operazione di costruire un'immagine coordinata da affiancare a quella del partito (per creare un contenitore più ampio in grado di bilanciare il centrosinistra) ha il suo senso. Toccherà al corpo elettorale esprimersi attraverso il voto per dire se quel senso sarà stato individuato e condiviso. 

lunedì 1 settembre 2025

Valle d'Aosta, liste e simboli salvati dal Tar

Il 28 settembre prossimo si voterà per le elezioni regionali in Valle d'Aosta (il tema sarà affrontato prossimamente), ma nello stesso giorno si terranno anche le elezioni amministrative in 65 comuni della regione. C'è il capoluogo, Aosta, ci sono località rinomate per il turismo e ci sono centri assai più piccoli, ma non meno interessanti, soprattutto per i #drogatidipolitica. L'interesse, anzi, inizia prima ancora dell'inizio ufficiale della competizione elettorale, guardando ai contenziosi sorti nei giorni scorsi e che oggi il Tribunale amministrativo regionale di Aosta ha deciso, accogliendo tutti i ricorsi presentati. Erano coinvolti, in particolare, tre comuni, Oyace (circa 200 abitanti), Gignod (quasi 1700 abitanti) e Valgrisenche (anch'esso con poco meno di 200 abitanti): pur trattandosi di centri piccoli o piccolissimi, hanno conquistato per qualche manciata di ore un certo interesse, a causa delle liste che erano state in un primo tempo escluse dalla commissione circondariale competente (quella di Aosta).
La situazione era apparsa particolarmente problematica tanto ad Oyace quanto a Gignod, dal momento che le liste non ammesse erano anche le uniche a essere state presentate, dunque quei comuni avrebbero rischiato il commissariamento. Di più, a Oyace la questione aveva sicura rilevanza per questo sito: la commissione elettorale, infatti, aveva rilevato come il modulo di presentazione della lista conteneva sì un numero sufficiente di firme (almeno 5) di elettori del comune, ma risultava "privo del contrassegno della lista, costituente uno dei contenuti obbligatori di cui all’articolo 33, comma 5, della l.r. 4/1995". I componenti dell'organo avevano sottolineato che, in base a un orientamento dei giudici amministrativi, in particolare del Consiglio di Stato, la raffigurazione del contrassegno di lista doveva ricomprendersi "nel quadro dei [...] requisiti sostanziali" del modulo di presentazione delle candidature, essendo diretta "a garantire che i presentatori che sottoscrivono percepiscano immediatamente i soggetti [...] che partecipano alla competizione tramite le liste da loro sottoscritte": ciò avrebbe fatto ritenere insufficiente la descrizione del contrassegno, comunque riportata sugli stessi atti, risultando necessaria proprio "la raffigurazione del simbolo, che rappresenta l’elemento più vistoso, apposto sulla prima pagina del modulo".
Non era questa l'idea dei presentatori della lista Pour Oyace, il cui contrassegno era così descritto: "un cerchio con bordo nero e sfondo rosso recante al suo interno la 'Tornalla', mezza luna e la scritta 'Pour Oyace'". Posto che nel verbale di consegna della documentazione il segretario comunale avrebbe scritto che era stato presentato, tra l'altro, un modulo "recante il contrassegno la Tornalla con la scritta pour Oyace", per la difesa della lista la volontà dei sottoscrittori di firmare proprio per quelle candidature sarebbe potuta emergere "nel corso del procedimento ovvero in sede giurisdizionale in maniera univoca da altri elementi"; in più, la legge regionale n. 4/1995 e le norme nazionali in materia di elezioni comunali non avrebbero offerto "prescrizioni dettagliate quanto alle modalità da seguire e, soprattutto, alle conseguenze sul piano sanzionatorio di eventuali irregolarità", dunque non ci sarebbero state carenze sostanziali, tali da fare rendere inammissibile la lista. Tra gli elementi che, in ordine al principio di strumentalità delle forme e di favore per la partecipazione elettorale, avrebbero dovuto far propendere per l'ammissibilità della lista c'era la constatazione in base alla quale l'unica lista presentata - tale da non far sorgere dubbi sul fatto che si volesse sostenere una diversa formazione - aveva già fatto partecipato alle consultazioni di cinque anni prima, per giunta con lo stesso contrassegno (con cui aveva vinto le elezioni), senza contare che - come la stessa difesa candidamente ha scritto nel ricorso - "molti dei sottoscrittori della lista sono parenti dei candidati". Appare interessante notare come il Ministero dell'interno, nel costituirsi nel processo, abbia "rimesso la valutazione del caso all’apprezzamento del Tar, senza assumere conclusioni": ciò faceva pensare che lo stesso Viminale non fosse contrario a una riammissione della lista. 
Come si è anticipato, il Tar di Aosta ha accolto il ricorso (e quello, sostanzialmente identico, della candidata sindaca e di alcuni candidati consiglieri) e ha riammesso la lista, dunque a Oyace si voterà con le schede che recheranno il contrassegno dell'unica formazione presentata. Non contava il fatto che in effetti il verbale di consegna della lista contenesse il riferimento al contrassegno sul modulo (visto che il contrassegno in effetti sull'atto principale non c'era e il verbale del segretario comunale in questo caso non aveva valore), quanto piuttosto il fatto che - in ossequio a un diverso filone giurisprudenziale del Consiglio di Stato - l'interesse pubblico da salvaguardare (cioè "assicurare che i sottoscrittori siano ben consci della lista che contribuiscono a presentare", senza che possano sorgere dubbi su quale lista si stia sostenendo e su chi la componga) sarebbe stato garantito dall'adeguata descrizione del contrassegno riportata sull'unico modulo delle sottoscrizioni e dalla corretta indicazione dei dati anagrafici di tutti i candidati (sindaco, vicesindaco e consiglieri). Per i giudici, "anche in questo tipo di procedimento in cui le esigenze di certezza congiunte con quelle di estrema speditezza comportano un forte tasso di formalità, non si può escludere che, in determinate e particolari circostanze, la volontà degli elettori firmatari emerga in maniera univoca e immediata da altri elementi, che consentano di ritenere comunque indubbio il loro sostegno alla formazione politica". La volontà sarebbe stata confermata anche dal fatto che, stante l'assenza di altre liste che avrebbero potuto far sorgere dubbi sull'intenzione dei firmatari, "tutti i sottoscrittori della lista figurano nel novero dei ricorrenti", considerando pure la precedente partecipazione della lista alle elezioni del 2020. 
In mancanza di altri profili di contenzioso, è probabile che per il collegio la sola mancanza del contrassegno sul modulo dell'unica lista presentata abbia caratteri tali da non essere considerata mancanza di "elementi o requisiti che impediscano il raggiungimento dello scopo cui il singolo atto è prefigurato", ma una mera irregolarità, dalla quale non deriverebbe "alcun pregiudizio per le garanzie o compressione della libera espressione del voto". È assai probabile che, in presenza di più liste presentate in un comune con un maggior numero di elettori, il giudizio del collegio sarebbe stato più attento al rispetto letterale delle disposizioni elettorali.  
 
Come si diceva prima, si voterà regolarmente anche nel comune di Gignod, dopo la riammissione da parte del Tar aostano della lista civica Vivre Gignod (che peraltro esprime la sindaca uscente) e del suo simbolo decisamente naïf. In questo caso, il problema sarebbe stato dal fatto che "i due fogli contenenti le trenta firme dei sottoscrittori della lista non erano congiunti con il foglio recante il contrassegno né tra loro": la commissione elettorale non aveva ritenuto sufficiente la presentazione, nello stesso giorno della contestazione, di un nuovo modulo A3 con 17 delle 30 sottoscrizioni già presentate, autenticate dal segretario comunale (anzi, aveva giudicato irrilevante tale presentazione,  "invocando l’inapplicabilità alla materia elettorale dell’istituto del soccorso istruttorio"). Anche in questo caso è significativo che l'amministrazione, di fronte alle contestazioni dei ricorrenti, si sia rimessa alle determinazioni del Tar.
Per i giudici, il deposito del nuovo modulo con le 17 firme sarebbe stato sufficiente a motivare la riammissione della lista, essendo stato presentato "entro la data di scadenza" (senza ulteriori contestazioni sui fatti da parte dell'amministrazione) e non avrebbe costruito "soccorso istruttorio" (cioè un'integrazione dei documenti presentati, istituto previsto nel diritto amministrativo ma in effetti non ammissibile in ambito elettorale), ma un semplice deposito entro i termini fissati dalla legge di un documento correttamente formato e dal contenuto adeguato. Non ritenere accettabile il nuovo modulo prodotto nei termini, secondo il collegio, avrebbe significato per la commissione elettorale lo sposare la tesi di "una sorta di consumazione della facoltà di presentare la lista entro il termine di scadenza, che non trova conforto nella normativa di settore né nei principi generali".
I giudici, peraltro, hanno ritenuto opportuno aggiungere altre osservazioni. Per loro è chiaro l'orientamento giurisprudenziale consolidato in base al quale, essendo fondamentale garantire e attestare che chi firma per la presentazione di una lista sia consapevole di quale formazione stia sostenendo anche grazie alla compresenza del contrassegno e delle generalità dei candidati, "i moduli aggiuntivi utilizzati per la sottoscrizione delle liste, quando siano privi dell'indicazione del contrassegno di lista e dell'elenco dei candidati, devono necessariamente essere uniti al primo foglio da elementi ulteriori rispetto alla semplice spillatura, timbri lineari, firme, etc., in modo da consentire alla Commissione elettorale di verificare in maniera inequivoca che i sottoscrittori fossero consapevoli di dare il proprio appoggio a quella determinata lista e ai relativi candidati". Anche in questo caso, però, si è dato rilievo a "un recente indirizzo giurisprudenziale" che ha dato peso ad altre circostanze in grado di fare desumere in modo inequivoco la volontà degli elettori di sottoscrivere una lista, sia pure "in determinate e particolari vicende", in grado di costituire un'eccezione in "una cornice di necessario formalismo, posto a presidio dei principi di buon andamento e par condicio". Le "determinate e particolari vicende", anche qui, sono costituite dalla presentazione di una sola lista: "un’innegabile peculiarità che attesta in modo inequivoco la consapevolezza dei cittadini firmatari circa le finalità del loro gesto e la riferibilità delle sottoscrizioni alla lista stessa" (il Consiglio di Stato peraltro si sarebbe espresso in tal senso anche in presenza di due formazioni concorrenti).
 
Da ultimo, resta da considerare il caso di Valgrisenche, comune in cui le liste presentate erano due, come cinque anni fa.  Il 24 agosto, in particolare, era stata presentata per prima la lista Unis on réussit, con tanto di sottoscrizione contestuale delle candidature da parte di cinque elettori con autenticazione da parte del segretario comunale; un'ora più tardi altrettanto era accaduto per la lista Avenir Ensemble, con la sottoscrizione di nove elettori. Il segretario aveva personalmente portato gli atti ad Aosta alla commissione circondariale": essendo stato "informalmente avvisato della mancata congiunzione del foglio recante le sottoscrizioni" con riguardo alla sola prima lista, egli aveva formalmente "attestato di aver autenticato personalmente le firme dei sottoscrittori di lista in un’unica sessione e alla contemporanea presenza di tutti i sottoscrittori e confermato che l’intera lista dei candidati era conosciuta dai sottoscrittori al momento della sottoscrizione, essendo stata loro mostrata e messa a disposizione prima dell’apposizione delle firme". La Commissione elettorale circondariale, però, non doveva aver ritenuto sufficiente la dichiarazione del segretario comunale, avendo escluso la lista Unis on réussit: i presentatori hanno puntualmente presentato ricorso e anche in questo caso l'amministrazione si era rimessa alle valutazioni del collegio giudicante. 
I giudici hanno ripetuto le osservazioni svolte nella sentenza precedente a proposito della regola, costituita dal necessario collegamento del foglio con le firme a quello con il contrassegno e le generalità dei candidati, e dell'eccezione, in base alla quale la volontà dell'elettore di sottoscrivere una determinata lista può essere desunta da "una eccezionale concomitanza di circostanze". Le circostanze, in questo caso, sarebbero costituite dal fatto che le firme erano state raccolte e autenticate dal segretario comunale contestualmente al deposito della lista (e il numero coincideva con quello indicato dallo stesso segretario sul verbale di deposito), che le liste presentate erano solo due (per cui era "neutralizzato il rischio di confusione tra sottoscrizioni e contrassegni in quanto, come si evince dalla ricevuta della Commissione relativa alla lista concorrente, a corredo di quest'ultima è stato prodotto un numero diverso di firme") e che il numero molto limitato di abitanti del comune appare "sufficientemente esiguo da scongiurare la possibilità che l’intento dei sottoscrittori sia travisato". La stessa dichiarazione rilasciata dal segretario comunale circa i modi e i tempi di raccolta delle sottoscrizioni avrebbe concorso, insieme agli altri elementi, "unitariamente considerati", a "dimostrare univocamente la volontà dei cittadini elettori di avallare la candidatura di quella data compagine politica", a dispetto della mancata congiunzione del foglio delle sottoscrizioni a quello recante contrassegno e candidature. Per questi motivi, sulle schede di Valgrisenche sarà presente - come al precedente turno elettorale - anche il contrassegno così descritto: "coppa amicizia con scritta 'Unis on réussit', con legno e drap".
Le quattro decisioni del Tar di Aosta, tutte dello stesso tenore, sono sostanzialmente condivisibili: cercano di preservare il buon funzionamento delle amministrazioni, consentendo lo svolgersi delle elezioni ed evitando l'esito indesiderabile del commissariamento nei comuni in cui era stata ricusata l'unica lista e riammettono la seconda lista prima esclusa (ampliando la competizione e rendendola più semplice quanto agli effetti); allo stesso tempo, però, custodiscono la Regola (parafrasando Bernanos) e il suo valore, limitando la portata dell'eccezione (che però consente di non farsi schiacciare dalla Regola stessa). Anche così si può spiegare la scelta dei giudici di compensare le spese: segno che si è fatta giustizia nel caso singolo, ma il valore di fondo della Regola rimane (e la prima decisione della commissione elettorale non era del tutto sbagliata). Lascia qualche perplessità, a dire il vero, la compensazione nei casi di Gignod e Valgrisenche, visto che la mancata congiunzione dei moduli, anche a quanto si intende leggendo i ricorsi, era dovuta forse anche al modo in cui le firme erano state raccolte dal segretario comunale (o comunque non c'era una responsabilità diretta della lista): anche per questo, forse, in quella pronuncia si richiama la giurisprudenza non uniforme in materia per giustificare la compensazione. Il dubbio appena citato, comunque, non basta a cambiare il giudizio complessivo su queste vicende.

giovedì 21 agosto 2025

Fortza Paris, la querelle sul simbolo tra diritto e politica

Periodicamente, nell'occuparsi delle vicende nazionali o locali della politica italiana, rispunta una domanda tanto semplice quanto delicata: "Ma di chi è il simbolo di un partito?" Si tratta di un quesito cui molto spesso non si può rispondere con facilità o con un'affermazione secca, visto l'intreccio non banale tra diritto al nome, diritto dei segni distintivi (qualora un simbolo sia stato depositato e registrato come marchio) e diritto elettorale. In certi casi, poi, emerge la tentazione di far pesare anche una quarta leva: quella "morale", se la si vuole chiamare così. Sembra questo il caso legato alla vicenda dell'emblema di Fortza Paris, partito sardo costituito nel 2004 e presente in non poche competizioni elettorali che si sono tenute sull'isola da allora. 
Tra i fondatori del partito - il cui nome può essere tradotto come "Forza insieme" o "Avanti insieme" c'era Gianfranco Scalas, generale in pensione, già portavoce dell'Esercito italiano. Scalas, presidente del partito, è morto lo scorso 15 gennaio; a distanza di oltre sette mesi la vedova, Denise, ieri ha ritenuto opportuno diffondere ai mezzi di comunicazione una propria nota, in cui parla anche della "proprietà" del simbolo dei partito cofondato dal marito e sul suo uso. Eccola di seguito: 

Nel 2004, Gianfranco Scalas, insieme ad Antonello Carboni e Antonio Giua, depositò ufficialmente il simbolo di Fortza Paris. Quel simbolo non è mai stato un semplice segno grafico: era ed è l’espressione viva della sua passione, del suo amore e della sua dedizione verso i sardi e verso la Sardegna. 
Oggi, come moglie di Gianfranco, desidero comunicare che il simbolo appartiene ufficialmente a me. Con questo gesto non rivendico un possesso materiale, ma intendo proteggere la memoria di Gianfranco e il significato autentico di ciò che ha rappresentato per tutta la sua vita. 
Chiedo a tutti di rispettare questa scelta, e con essa il ricordo di Gianfranco. Non è tempo di divisioni né di ambizioni personali, ma di riflessione e di responsabilità. La sua eredità non appartiene a chi vuole inseguire poltrone, ma a chi ha davvero a cuore la nostra terra. 
Vi invito, nel rispetto del mio dolore, a smettere di usare il simbolo senza autorizzazione. Ma soprattutto vi invito a ricordare ciò che Gianfranco ha sempre insegnato: lavorare con onestà, mettere i sardi al centro, non rassegnarsi a una politica che lascia a casa oltre la metà della gente. 
Il simbolo di Fortza Paris resterà per sempre il segno del coraggio, della passione e dell’amore che Gianfranco aveva per il suo popolo e per la Sardegna.


Che la questione della titolarità e dell'uso del simbolo fosse già stata oggetto di discussione lo dimostra un'altra lettera aperta e non meno dura, del 10 giugno, firmata sempre dalla vedova Scalas ma anche dalla figlia Chiara.

Il simbolo del partito Fortza Paris non è mai stato una semplice immagine. È la memoria viva di Gianfranco Scalas, di ciò in cui credeva, di ciò per cui ha speso ogni giorno della sua vita. Un simbolo scelto per trasferire i valori di unità, coraggio, sacrificio e identità sarda.

Per questo sentiamo la responsabilità di custodirlo nella sua integrità morale. Abbiamo constatato con amarezza che c’è chi ignora profondamente il significato che questo simbolo porta con sé. Nessuno ha il diritto di usarlo per ambizioni personali o giochi di potere, svuotandolo del suo significato più profondo.

Chiediamo, insieme agli altri depositari del simbolo, Antonello Carboni e Antonio Giua, che nessuno utilizzi il simbolo del partito Fortza Paris per scopi politici o elettorali.

Ci auguriamo che Fortza Paris resti esattamente ciò che deve essere: una memoria viva, un simbolo pulito, e una promessa non ancora conclusa. La nostra unica volontà è proteggere la memoria di Gianfranco Scalas, e di quel simbolo che lui aveva nel cuore. Esso potrà vivere nei ricordi futuri, nelle dediche, nei gesti sinceri fatti in suo onore.
Con rispetto e amore, 
Denise e Chiara Scalas

Sempre il 10 giugno, a SardegnaNotizie24, Denise Scalas ha rilasciato una dichiarazione molto incisiva: "Qualche vecchio esponente del partito mi ha già fatto sapere che vuole usare il simbolo in politica e che è disposto ad avviare una guerra in Tribunale per ottenerlo, ma io invece scelgo la guerra morale, e voglio che lo sappiano tutti cosa sta accadendo. Fortza Paris deve restare ciò che è: una promessa ancora aperta, una memoria pulita, un gesto d’amore".
Se le parole della vedova Scalas chiariscono meglio quali fatti stiano alla base della sua presa di posizione (immaginando che l'uso del simbolo possa tornare utile in vista delle elezioni, incluse le regionali qualora la presidenza di Alessandra Todde dovesse concludersi in modo traumatico), resta da capire come stiano davvero le cose sul piano giuridico. La risposta, va detto subito, sembra tutto meno che immediata. Non aiuta particolarmente consultare - per esempio - la vecchia banca dati di Adnkronos, in base alla quale il 4 marzo 2004 si apprendeva che in vista delle elezioni regionali era nato Fortza Paris, "frutto dell'unione tra Partito del Popolo Sardo (PPS), Sardistas e Ups", avendo nel programma tra l'altro "la riforma dello Statuto di Autonomia che rafforzi i poteri di autogoverno, l'istituzione concreta delle zone franche per favorire una maggiore competitività del sistema economico isolano, l'estensione del diritto di voto per il Consiglio regionale a tutti gli emigrati sardi nel mondo, la difesa delle peculiarità ambientali e culturali dell'isola, una sorta di maggiore indipendenza nei rapporti con l'Unione europea". Non soccorre più di tanto nemmeno ricordare che tradizionalmente il partito ha appoggiato il centrodestra, al di là delle ultime elezioni regionali in cui ha sostenuto Todde, candidata del M5S appoggiata pure dal centrosinistra.
Lo statuto, all'art. 3, si limita a descrivere il simbolo del partito: "un cerchio diviso in due semicerchi dal diametro tracciato in senso orizzontale, di colore rosso il semicerchio superiore contenente in caratteri maiuscoli di colore bianco la parola FORTZA, di colore bianco il semicerchio inferiore contenente in caratteri maiuscoli di colore nero la parola PARIS". Non c'è alcun riferimento su chi, all'interno del partito, abbia la titolarità di decidere sull'uso del simbolo o del contrassegno, così come non sembra di trovare alcun riferimento alla presentazione di eventuali candidature.
Cosa intende, dunque, la vedova Scalas quando insieme alla figlia ha chiesto, unitamente "agli altri depositari del simbolo, Antonello Carboni e Antonio Giua, che nessuno utilizzi il simbolo del partito Fortza Paris per scopi politici o elettorali", ma soprattutto quando dice "il simbolo appartiene ufficialmente a me", pur senza rivendicare "un possesso materiale"? Oggettivamente, per ora, non è dato saperne di più. Salvo errore, nella banca dati dei marchi non risulta alcun emblema depositato come segno distintivo a nome di Gianfranco Scalas, così come non sembra di ritrovarvi il simbolo di Fortza Paris: in questo senso, almeno il diritto dei marchi non sembra di doversi applicare al caso in questione. Al momento non si ha a disposizione il testo dell'atto costitutivo del partito, quindi non è dato sapere se all'interno i fondatori risultino effettivamente Scalas, Carboni e Giua e se qualche disposizione dell'atto costitutivo - non ribattuta nello statuto - preveda un regime particolare circa la titolarità del simbolo. 
In mancanza - come si è visto - di disposizioni statutarie sulla titolarità del simbolo e sulla presentazione delle candidature, ci si può limitare a ricordare che, da una parte, il presidente di Fortza Paris (che era proprio Scalas) in base all'art. 14 viene "eletto dal Congresso nazionale, rappresenta l’unità del Partito e ne garantisce la continuità", mentre il segretario amministrativo, nominato dal consiglio nazionale proposta del presidente, "ha la rappresentanza amministrativa di Fortza Paris di fronte ai terzi ed in giudizio senza alcuna limitazione" (ricordando che il simbolo è parte del patrimonio del partito). Trattandosi di figura "strettamente fiduciaria del presidente", venuto meno per decesso il presidente anche il segretario amministrativo dovrebbe decadere; un nuovo presidente, invece, in base allo statuto dovrebbe essere eletto dal congresso nazionale, purché questo sia convocato - mancando il presidente in carica - su richiesta di due terzi del consiglio nazionale. La quota di membri del consiglio necessaria per convocare quest'organo oggettivamente è piuttosto elevata, ma se si riuscisse a ottenere quella convocazione e a eleggere un nuovo presidente, sembrerebbe difficile impedire a questo di presentare liste alle elezioni o comunque di utilizzare il simbolo del partito che - a meno di diverse disposizioni nell'atto costitutivo o altrove - prima che a una singola persona (e agli eventuali eredi) appartiene all'associazione che distingue. Difficile dunque dire se la vedova Scalas potrebbe, in qualche modo, opporsi con successo sul piano del diritto privato privato a un uso del simbolo da lei (e dalla figlia) non condiviso. Senza dubbio la richiesta delle due donne di cessare ogni uso non autorizzato (o comunque senza consenso) del simbolo di Fortza Paris merita il massimo rispetto sul piano morale; anche qualora esistesse qualche documento in grado di porre nelle mani della vedova Scalas la titolarità dell'emblema, peraltro, ci si potrebbe interrogare su quanto sia giusto che un soggetto, magari estraneo a un partito politico, possa non consentire più a questo di continuare a operare con il fregio (e magari con il nome) che ha sempre utilizzato e con cui è stato riconosciuto fino a quel momento.
La situazione, come si può vedere, è tutto meno che banale: anche qualora non finisse in carta bollata (esito mai piacevole e mai da augurare), farebbe comunque sorgere - alla pari di questioni con maggiore risonanza, come quella legata al simbolo del MoVimento 5 Stelle - parecchi interrogativi, in ogni caso meritevoli di essere approfonditi.

lunedì 18 agosto 2025

Quale Dc vuole? La 1, la 2 o la 3? (a essere ottimisti)

Alle volte alcuni comunicati stampa politici sembrano relativamente inoffensivi, portatori di notizie destinate al più a lasciare tracce lievi, appena percettibili. Chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica, tuttavia, non si lascia ingannare e sa che certe notizie nascondono un potenziale esplosivo notevole, qualcosa sia colto dalle persone giuste; se quelle notizie riguardano la Democrazia cristiana, poi, la deflagrazione è più che probabile, per ragioni che chi frequenta con costanza questo sito conosce fin troppo bene.
Si prenda, per esempio, una nota diffusa il 5 agosto dall'ufficio stampa del gruppo di Forza Italia al Senato e divulgata, ad esempio, dall'agenzia Agenparl:
In un incontro tra il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, e il senatore Raffaele De Rosa, rappresentante della Democrazia cristiana, è stato siglato un accordo politico che ha confermato l’appartenenza del senatore De Rosa al Gruppo del Senato di Forza Italia - Berlusconi Presidente - PPE in qualità di senatore indipendente e rappresentante politico della Democrazia cristiana. Nell’occasione, è stato ribadito il rapporto di sinergia e collaborazione tra il gruppo di Forza Italia e la Democrazia cristiana, nella piena valorizzazione delle rispettive identità politiche e dei valori che le contraddistinguono. Il senatore De Rosa continuerà ad esercitare la propria autonomia politica, programmatica e decisionale. Gli atti di voto, così come le valutazioni politiche in Aula e nelle Commissioni del Senato, saranno espressione della linea autonoma della Democrazia cristiana, nel quadro di un confronto leale e costante con il Gruppo di Forza Italia. È stato, infine, confermato l’impegno reciproco a sostegno delle rispettive iniziative, nella consapevolezza del contributo che la cooperazione tra Forza Italia e la Democrazia cristiana può offrire alla promozione dei valori cristiani, della dottrina sociale della Chiesa, dell’economia sociale di mercato e dei principi ispiratori che accomunano le tradizioni politiche di riferimento.
Online si può trovare traccia - in un articolo del Roma - della possibilità che Raffaele De Rosa, eletto senatore nel 2022 nel collegio uninominale di Acerra per il MoVimento 5 Stelle, uscito dal gruppo stellato all'inizio di febbraio del 2024 per passare - il giorno 21 - a quello di Forza Italia, già a fine luglio si preparasse a un nuovo passaggio, questa volta al gruppo misto, con la volontà di rappresentare la Democrazia cristiana. La nota del gruppo senatoriale forzista, in questo senso, suonava come una precisazione, per cui De Rosa, a prescindere dalla sua scelta di aderire a un altro partito, sarebbe rimasto nel gruppo da indipendente.
L'aderente alla citata schiera dei #drogatidipolitica che si fosse imbattuto in quella nota, però, si sarebbe già posto - anche con una certa enfasi - una domanda inevitabile: "Sì, va bene, ma di quale Dc stiamo parlando??" Già, perché nella nota in questione non è presente alcuna indicazione circa il vertice politico della Democrazia Cristiana evocata nell'accordo: questo non stupisce, dal momento che - secondo un copione ben noto - ognuna delle molte, innumerevoli Dc operanti ritiene di essere la Dc, l'unica legittima e originale e chi sigla accordi con uno qualunque di questi soggetti ha interesse a far intendere che a essere coinvolta è proprio la Dc "giusta", l'unica vera.
Indicazioni, insomma, non ce ne sono, dunque tocca andare per esclusione. Dall'elenco si può certamente depennare la Dc che ha come segretario nazionale Totò Cuffaro (www.dcitalia.it), visto il comunicato diffuso dai media il 10 agosto: "Il senatore Raffaele De Rosa non fa parte della Democrazia cristiana e non ha nessun titolo a firmare documenti per conto della Dc, utilizzandone impropriamente il nome. Non riusciamo a capire perché il senatore Maurizio Gasparri firmi accordi con chi sa non far parte a nessun titolo della Dc. Ingenerare confusione non serve certo alla coalizione e di centrodestra di cui la Dc fa parte". Torna in mente, in qualche modo, il periodo precedente le elezioni europee dello scorso anno, in cui proprio Cuffaro lamentò l'esclusione dalle potenziali candidature di Forza Italia (e non andò meglio con altri partiti in seguito), anche se poi alla fine disse che il suo partito - guidato prima di lui da Renato Grassi e Gianni Fontana - avrebbe comunque sostenuto il centrodestra. Non ha cambiato idea, ma veder spuntare un'altra Dc nel rapporto con Forza Italia, mentre erano alla vista altre consultazioni elettorali, non deve avergli certamente fatto piacere.
Depennata la Dc di Cuffaro, comunque, nel giro di ventiquattr'ore si è potuta tranquillamente escludere anche la Democrazia cristiana con Rotondi, quella con la balena bianca nel simbolo (il sito è www.dcconrotondi.it). Permette di escluderlo una breve dichiarazione proprio del suo leader, Gianfranco Rotondi: "Il nome Dc è stato concesso in uso solo al mio partito nel 2004, come tutti i tribunali hanno confermato. Tutti gli altri ne abusano, sono stato costretto ad aggiungere il mio nome per poter distinguere il nostro partito dal proliferare (misterioso e inquietante) di imitazioni strumentali. Guarda caso le Dc si moltiplicano da quando abbiamo deciso di sostenere Giorgia Meloni e Fdi". Va detto, a onor del vero, che la moltiplicazione delle Democrazie cristiane era iniziata ben prima del 2022 e dell'avvicinamento a Fratelli d'Italia della stesso Rotondi (e lui lo sa molto bene, avendo denunciato spesso il proliferare di scudi crociati). Quella breve nota di Rotondi, in ogni caso, sembrava diretta tanto a smentire eventuali legami di De Rosa con il suo partito, quanto a rispondere a Cuffaro, amico e compagno di storia democristiana ma accomunato dal deputato irpino a coloro che abusano del nome della Dc. Il che non contrasta con la proposta che lo stesso Rotondi fece tra gennaio e febbraio di quest'anno, invitando tutti coloro che avessero ritenuto di vantare qualche diritto o pretesa (politica o giuridica) sulla Dc a costruire un soggetto nuovo per poter rappresentare quell'area più concretamente e senza ulteriori contestazioni. 
Finora, in effetti, questo scenario di "ripartenza da zero" non sembra essersi verificato (per cui la causa intentata da Cuffaro davanti al Tribunale civile di Avellino continuerà), anche se qualcosa sul piano elettorale si muove. Si parla con una certa insistenza, infatti, della collaborazione tra Udc, Dc con Rotondi e Dc-Cuffaro per la presentazione di liste comuni alle prossime elezioni regionali, in particolare quelle previste in Calabria in autunno (del resto, c'è pur sempre una soglia del 4% da superare e unire le forze può fare comodo); ciò, tuttavia, non basta a spegnere le dispute giuridico-politiche in casa democristiana.
Il dubbio originario, comunque, non è ancora stato sciolto: se non si tratta della Dc-Cuffaro o della Dc con Rotondi, di quale Democrazia cristiana sarebbe espressione Raffaele De Rosa? Sembra di dover escludere la Dc che si riconosce nella segreteria di Nino Luciani (il quale rivendica, dopo essere stato primo firmatario della richiesta di convocare l'assemblea dei soci del 2016 a norma del codice civile, di avere materialmente convocato quella riunione e di avere continuato l'opera iniziata come presidente da Gianni Fontana): il fatto che il suo sito (www.democraziacristianastorica.it), l'account Fb di Luciani o le newsletter mandate periodicamente via e-mail non contengano accenni alla vicenda di De Rosa suggerisce di guardare altrove. Né questo altrove sembra potersi identificare nelle Dc guidate da Franco De Simoni o da Emilio Cugliari, sempre in mancanza di segni che rivendichino collegamenti con De Rosa. Nulla di simile appare anche dalle parti della Dc che riconosce come segretario Angelo Sandri, che certamente non si lascerebbe sfuggire l'occasione di comunicare di avere ottenuto in qualche modo una rappresentanza parlamentare. 
Sembra invece che la Dc di cui sostiene di essere rappresentante De Rosa possa identificarsi con quella che, dopo avere avuto come segretario Antonio Cirillo, a seguito del XX congresso di febbraio attualmente è guidata dall'ex ministra Elisabetta Trenta. Il partito, infatti, sta cercando da tempo di affacciarsi alla politica rilevante e in varie competizioni elettorali; in più in Campania, la regione di De Rosa, questa Dc sembra particolarmente attiva. La segretaria campana, Giuseppina Crescenzo, giusto l'11 agosto in un comunicato - pubblicato sul sito www.democrazia-cristiana.net - si è espressa sulla possibile partecipazione alle elezioni regionali, precisando che "La presenza della Democrazia cristiana nel Consiglio Regionale può significare il punto di equilibrio nel confronto politico e un punto di forza per la risoluzione dei temi più importanti che interessano il Paese. Il nostro impegno ha come obiettivo quello di far rivivere la Democrazia cristiana e con essa la vera politica, quella autentica che persegue il bene comune, che unisce giustizia, partecipazione, competenza e visione globale, stando vicino alla gente, ai lavoratori e alle imprese per ridare speranza e dignità all'Italia. [...] Siamo il partito al centro degli interessi del Paese e insieme ricostruiremo il nostro futuro". Prima ancora, a metà luglio, sempre Crescenzo aveva voluto smentire "categoricamente le affermazioni dell’On.le Gianfranco Rotondi, il quale si autoproclama presidente della Democrazia cristiana e annuncia un sostegno alla candidatura di Edmondo Cirielli", precisando che egli non rappresentava la Dc nata nel 1943 e che la Dc campana da lei guidata stava lavorando per la preparazione delle liste e confrontandosi con altre forze politiche "al fine di individuare il candidato presidente alla Regione Campania che meglio incarni i valori e gli obiettivi di sviluppo e benessere per la nostra regione".
Insomma, passa il tempo, passano le elezioni e le compagini parlamentari, ma la disfida politica e giuridica su chi rappresenti la Democrazia cristiana e chi possa utilizzarne i segni distintivi (in particolare il nome e lo scudo crociato) non sembra conoscere fine. Al punto tale che verrebbe davvero la tentazione di imitare Mike Bongiorno e di chiosare "Quale Dc vuole? La 1, la 2 o la trèèèèè?": non fosse che il numero 3, per quanto perfetto, non può bastare per esaurire tutte le Democrazie cristiane in circolazione...

giovedì 26 giugno 2025

Democrazia sovrana popolare, nuovo simbolo per cambiare immagine

Il cambiamento del simbolo di un partito, perfino in un'epoca di attenzione all'immagine come l'attuale, raramente è soltanto un fatto estetico: c'è, normalmente, il desiderio di comunicare qualcosa di nuovo, di guardare a un elettorato più ampio o che comunque non coincida con quello precedente, così come la volontà di essere riconoscibili attraverso nuovi elementi grafici o testuali. Probabilmente va letta anche alla luce di queste considerazioni la scelta - annunciata due giorni fa - dei vertici di Democrazia sovrana popolare, cioè Marco Rizzo (coordinatore) e Francesco Toscano (presidente), di adottare per il partito un simbolo nuovo, che si discosta in modo significativo dal precedente, pur mantenendo fermo l'elemento del tricolore (reinterpretato però in maniera diversa).
Di seguito si trova il testo del post ufficiale diffuso sulla pagina Facebook di Democrazia sovrana popolare:
 
DSP – Democrazia Sovrana Popolare cambia la sua veste grafica di presentazione: sull'onda di una forte crescita politica all'interno del panorama italiano rinnoviamo la comunicazione, partendo dal simbolo.
Proprio in un momento di assoluto pericolo della terza guerra mondiale, serve dare un segnale di indipendenza, sovranità e neutralità al nostro Paese.

L’immagine della nostra forza politica diventa fondamentale. Democrazia Sovrana Popolare assume il proprio acronimo come punto riconoscibile della nostra proposta.
Il colore blu scuro fa da cornice e racchiude al suo interno gli elementi identitari del partito. Al centro campeggia l'acronimo "DSP" e, sopra, due forme geometriche stilizzate richiamano una bandiera al vento, suggerendo dinamismo, identità nazionale e slancio ideale. I cardini del programma, libertà, sovranità, pace e giustizia sociale ritrovano slancio in questo nuovo simbolo che dà ulteriore impulso all'azione di un partito giovane ma già ben riconoscibile e vera alternativa nel panorama politico italiano.

"In un momento di grande mobilità politica - affermano Marco Rizzo e Francesco Toscano - Dsp, nato da poco ma già ben riconoscibile per gli ideali e i valori che costituiscono l'ossatura del programma, decide di rinnovare il proprio simbolo per dare ulteriore slancio in un momento di forte crescita. Oggi più che mai l'Italia ha bisogno di una diversa agenda politica, di un diverso modo di vedere le cose e di raccontarle. DSP si propone come rottura della narrazione dominante per far emergere i problemi reali di un popolo ormai inascoltato, imprigionato da scelte calate dalle èlite finanziarie dominanti che non lasciano spazio alla sovranità. Per questo il simbolo non è 'chiuso': l'apertura del cerchio simboleggia la libertà, la rottura del pensiero unico e la nascita di uno spazio politico nuovo che DSP già sta rappresentando, nel quale sempre più persone ormai si identificano".

P.S. Chiediamo a tutti gli iscritti e i militanti di usare il nuovo simbolo sostituendo il vecchio. 
 
Che la scelta del nuovo simbolo non sia stata affatto casuale, ma risponda a fini precisi lo conferma direttamente Marco Rizzo, intervistato per l'occasione da I simboli della discordia. "Quando vado in giro per l'Italia capita spesso che qualcuno mi riconosca, mi chieda di fare una foto insieme e magari dica che mi stima e mi vorrebbe votare - spiega - e in quei casi chiedo sempre di dirmi qual è il mio partito. L'ho fatto anche l'altro giorno a Tiburtina, dove ero di passaggio arrivando da Napoli per raggiungere Avezzano: di otto persone che mi hanno riconosciuto alla fermata dell'autobus, nessuna ha saputo dire correttamente 'Democrazia sovrana popolare'. Forse il nome non è facile da ricordare, così abbiamo pensato di puntare sull'acronimo, che può restare impresso più facilmente". 
La scelta di questa trasformazione visiva non è nemmeno stata improvvisata, almeno nell'ambito del gruppo dirigente: "Ci penso - chiarisce Rizzo - almeno da quando ho fatto una chiacchierata con Alessandra Ghisleri, di cui ho molta stima perché è una che capisce davvero: mi ha detto 'Marco, avete un nome troppo lungo...' e così abbiamo colto l'occasione per cambiare. O meglio, il nostro nome resta, come è giusto per rispetto al percorso fatto sin qui, ma a questo d'ora in avanti si affianca la sigla, che potrà diventare il nostro marchio anche perché noi lo spingeremo di più, ogni nostra azione o dichiarazione sarà accompagnata dalla nostra sigla: scriverò sempre 'Marco Rizzo, Dsp', per capirci, e ci sarà una piena corrispondenza tra sigla e simbolo, riscontrabile da tutti". 
Se gli si chiede chi ha realizzato il nuovo emblema, Rizzo risponde: "Ci è stato donato da una persona che non so se vuole comparire... Diciamo che ce lo ha regalato Carmelo! Lui è la sua società ci hanno regalato un simbolo nuovo che mi sembra forte e soprattutto moderno, che già nel carattere usato per comporre l'acronimo è in grado di distinguersi dagli altri marchi politici in circolazione". Oltre al carattere della sigla - simile ma non uguale, al font Shock - che unisce curve e linee spigolose (soprattutto nella "P" con l'asta interrotta a livello della pancia), spicca anche l'aspetto cromatico, con un minor peso del rosso all'interno del tricolore e soprattutto l'introduzione del blu, componendo una palette di colori molto più nazionalpopolare, se si vuole. "Quello - spiega il coordinatore di Dsp - è una sorta di blu cobalto e in me attiva un ricordo preciso: quello della giubba intera da lavoro degli operai, che a Torino chiamavamo 'il toni'. Quindi il nostro blu richiama certamente anche l'Italia e il colore delle maglie della nazionale, ma per me è il blu dei lavoratori".
L'avvento del blu e il minor spazio al rosso, in quella rappresentazione della bandiera (che sostituisce le due tracce di colore verde e rosso, tanto simili a quelle che furono realizzate da Bruno Magno per i Progresissti), non sono comunque passati inosservati e più di qualcuno in Rete ha avuto l'impressione che quella scelta cromatica (insieme alla sparizione della stella rossa) potesse avere tra i suoi scopi rendere Dsp più appetibile anche per un elettorato definibile come "di destra". Di certo i colori non portano - o non fanno perdere - automaticamente voti, ma sulla base dell'uso cromatico consolidato in Italia quel simbolo potrebbe sembrare facilmente "meno di sinistra": "Ma non deve essere di sinistra! - puntualizza subito Rizzo - Ho fatto un'abiura contro questa sinistra che ha tradito tutto, quindi in questo senso io non sono di sinistra; non siamo però neanche di destra, dobbiamo superarle entrambe perché noi siamo sovranisti popolari, siamo un'altra cosa e anche il simbolo, se lo si guarda, comunica tutt'altro, in termini di modernità e di apertura a un progetto". L'idea di simbolo "non chiuso", tra l'altro, rimanda in qualche modo a un precedente grafico, quello del triangolo a forma di A "strappata" di Alternativa, che aveva scelto come primo presidente il deputato Pino Cabras (che ora è responsabile esteri di Dsp: "una coincidenza, o forse più di una coincidenza"). 
 
 
La scelta di cambiare il simbolo non sembra però aver avuto un plauso unanime: ai consensi si sono affiancate perplessità o vere proprie critiche (politiche, oltre che grafiche), anche da parte di potenziali elettori o di sostenitori, in apparenza colti di sorpresa. Si tratta di un segno di allarme? "Le crisi - risponde Rizzo - fanno parte della crescita di un progetto. E che siamo in crescita lo dicono i numeri: a Nuoro abbiamo preso l'1,4% e il nostro candidato ha ottenuto il 2,2%. La mia pagina personale ha oltre 263mila follower, negli ultimi 28 giorni sono aumentati del 38% e le visualizzazioni sono aumentate del 42% nell'ultimo mese e questo lo riscontro da mesi. Ora la sfida più importante è tradurre quella crescita in consenso elettorale, per non cadere nello schema 'tante lodi, pochi voti': cambiare il simbolo per essere più riconoscibili rientra proprio in questa logica". Il tempo e i risultati elettorali diranno se la scelta grafico-politica avrà premiato oppure no.