venerdì 11 febbraio 2022

Alla Camera nasce la componente di Europa Verde (e si parla di nuovo di esenzione dalla raccolta firme)

Il gruppo misto della Camera dei deputati in questo periodo appare molto simile a un crogiuolo, che contiene materiale fuso, fluido, dal quale si possono forgiare nuove entità, in questo caso nuove componenti. Dopo l'annuncio della nascita di Manifesta, Potere al Popolo, Partito della Rifondazione comunista - Sinistra europea, dato in aula tre giorni fa, questa mattina la seduta si è aperta con un nuovo annuncio, dato questa volta dal vicepresidente di turno Fabio Rampelli: a sorgere, questa volta, è la componente politica Europa Verde - Verdi Europei, la cui formazione è stata chiesta il 9 febbraio ed è stata autorizzata dalla Presidenza della Camera ieri. Anche di quest'articolazione fanno parte quattro tra deputate e deputati, che hanno in comune - di nuovo - l'elezione sotto le insegne del MoVimento 5 Stelle: 
Cristian Romaniello (indicato come rappresentante della componente e vicepresidente del gruppo misto), Elisa Siragusa, Paolo Nicolò Romano e Devis Dori (nel proprio testo pronunciato in aula, Rampelli ha precisato - fatto piuttosto insolito, salvo errore - che gli ultimi due deputati nominati provengono rispettivamente dalla componente Alternativa e dal gruppo Liberi e Uguali).
Il caso di cui si parla ora non è del tutto assimilabile all'ultimo visto, anche se si fonda sulle stesse norme di diritto parlamentare già passate in rassegna molte volte. La nuova componente, in particolare, è stata autorizzata sulla base dell'art. 14, comma 5 del Regolamento, che consente la formazione di una componente politica di almeno tre tra deputate e deputati, purché costoro "
rappresentino un partito o movimento politico la cui esistenza, alla data di svolgimento delle elezioni per la Camera dei deputati, risulti in forza di elementi certi e inequivoci, e che abbia presentato, anche congiuntamente con altri, liste di candidati ovvero candidature nei collegi uninominali". In questo caso, il soggetto politico che ha partecipato alle ultime elezioni politiche è la Federazione dei Verdi, che aveva inserito una miniatura del proprio simbolo all'interno del contrassegno della lista Italia Europa Insieme, accanto alle "pulci" del Partito socialista italiano e di Area civica (oltre che al rametto di Ulivo richiamato in modo leggerissimo).
Si ricorderà che già in passato - con riferimento ovviamente a questa legislatura - la Federazione dei Verdi ha consentito la nascita di una componente politica del gruppo misto, vale a dire Facciamo Eco, autorizzata a marzo dello scorso anno. Alla metà di luglio, tuttavia, sempre la Federazione dei Verdi (anzi, più esattamente Europa Verde, soggetto politico che rappresenta la continuità giuridica dei Verdi e che ha la disponibilità dei suoi segni distintivi) ha scelto di revocare l'uso del simbolo alla componente: coloro che erano parte della componente hanno così deciso di scioglierla direttamente (prima che fosse rilevato il venir meno della rappresentanza di un partito titolato a costituirsi in componente), salvo poi unirsi all'articolazione formata dal Maie e dal Psi, aggiungendo il loro nome alla componente all'inizio di agosto.
Tornando all'articolazione del gruppo misto appena nata, questa volta non c'è un soggetto politico nato all'interno della Camera che ha avuto bisogno dell'avallo di una forza politica esterna ma titolata a formare la componente: qui è direttamente la forza politica esterna ad aver formato un proprio raggruppamento a Montecitorio, costituito da propri iscritti. La pagina Fb di Europa Verde, infatti, segnala che le quattro persone che hanno presentato la richiesta "già avevano formalizzato l'iscrizione a Europa Verde": si allunga dunque l'elenco di persone elette con il MoVimento 5 Stelle che hanno aderito a Europa Verde, dopo soprattutto Eleonora Evi, europarlamentare e dall'estate scorsa co-portavoce - con Angelo Bonelli - di Ev. Vale giusto la pena precisare che, benché formalmente il diritto di formare la componente spettasse alla Federazione dei Verdi e non a Europa Verde (sorta nel 2019 come associazione che ha presentato liste alle elezioni europee), un rapido sguardo alla pagina del Registro dei partiti politici conferma che la Federazione dei Verdi con debite modifiche statutarie si è trasformata nella Federazione "Europa Verde - Verdi", per cui si tratta dello stesso soggetto giuridico-politico che poteva chiedere e ottenere la formazione della componente, sussistendone le condizioni.

La notizia della creazione della componente è certamente rilevante per chi studia il diritto parlamentare o ne è incuriosito. C'è però un'altra notizia altrettanto significativa, che merita di essere già ora considerata con attenzione, anche se la nascita delle ultime due componenti non dovrebbe avere effetti da questo punto di vista. Tra gli emendamenti presentati al disegno di legge di conversione del "decreto milleproroghe" (A.C. n. 3431), in discussione presso le commissioni riunite Affari costituzionali e Bilancio della Camera, ce ne sono alcuni che vorrebbero prevedere nuove ipotesi una tantum di esenzione dalla raccolta delle firme per le forze politiche con qualche forma qualificata di rappresentanza parlamentare (estendendo, ovviamente, il regime attuale che esonera dalla ricerca delle sottoscrizioni solo le forze politiche costituite in gruppo parlamentare in entrambe le Camere dall'inizio della legislatura). Si tratta, in particolare, di sei emendamenti che in un primo tempo erano stati ritenuti inammissibili, ma il 1° febbraio sono stati riammessi e saranno discussi nelle prossime sedute (in quella di ieri si è deciso di accantonarli): essi puntano ad aggiungere un comma all'art. 19 del d.l. n. 228/2021 (cioè il "milleproroghe") - con cui si sono prorogate le disposizioni sulle modalità operative, precauzionali e di sicurezza in materia elettorale per applicarle anche alle ultime suppletive - oppure a introdurre subito dopo un art. 19-bis, da collocare lì per ovvia vicinanza della materia. 
Chi in questi giorni ha evidenziato la presenza di questi emendamenti ha fatto notare che la discussione sull'esenzione dalla raccolta firme questa volta è iniziata molto prima del consueto, visto che di solito a operazioni simili (di esenzione o riduzione sensibile del numero di sottoscrizioni necessarie) si è provveduto sul finire della legislatura, grazie a decreti-legge o addirittura a disposizioni di natura finanziaria dal calendario "a tappe forzate" (visto come corsia preferenziale). Le cose in effetti stanno così, ma non è così strano e, anzi, è una buona notizia: il Codice di buona condotta in materia elettorale adottato nel 2002 dalla Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto (c.d. "Commissione di Venezia", organo legato al Consiglio d'Europa) stigmatizza le modifiche alle norme elettorali che intervengano meno di un anno prima dalla data del voto (punto n. 65), soprattutto per quanto riguarda "gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto, la composizione delle commissioni elettorali e la suddivisione delle circoscrizioni". Posto che, da questo punto di vista, l'Italia si è dimostrata assai inadempiente (con riguardo alle elezioni del 1994 - anche se, essendo anticipate, non erano del tutto prevedibili - a quelle del 2006 e del 2018, benché nell'ultimo caso abbia pesato la sentenza n. 35/2017 della Corte costituzionale su alcune disposizioni dell'Italicum approvato nel 2015), formalmente l'esenzione dalla raccolta firme non è parte degli "elementi fondamentali del diritto elettorale" citati prima; di certo però è un elemento molto rilevante. Discutere ora delle ipotesi di esonero consentirebbe di determinare con ragionevole anticipo (di circa un anno) sulla data del voto quali forze politiche dovranno raccogliere le firme; questo, ovviamente, non esclude che - complice anche la riduzione dei parlamentari - nei prossimi mesi si discuta di significativi ritocchi alla legge elettorale, anche se "fuori tempo massimo" in base a quanto si è visto prima.
Tornando agli emendamenti, è significativo e - lo si conceda - illuminante collegare gli effetti di ciascuno di essi alla situazione delle forze politiche dei proponenti. In particolare, l'emendamento 19.3 a firma di Maurizio Lupi (
Noi con l'Italia) propone, "in considerazione della situazione epidemiologica da COVID-19, al fine di prevenire i rischi di contagio nonché di assicurare il pieno esercizio dei diritti civili e politici", di estendere l'esenzione prevista una tantum dalla legge n. 52/2015 (l'Italicum) e già applicata alle elezioni del 2018 (esentando coloro che disponevano almeno di un gruppo parlamentare in un ramo del Parlamento al 15 aprile 2017, data ritoccata rispetto al 1° gennaio 2014 originariamente previsto) anche alle prime elezioni successive all'entrata in vigore della norma, peraltro ampliandola anche ai partiti o gruppi "costituiti in gruppo parlamentare, o in una componente del gruppo misto, in almeno una delle due Camere all'inizio della legislatura in corso". Secondo questa soluzione, oltre a MoVimento 5 Stelle, Partito democratico, Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia (e ai partiti rappresentativi di minoranze linguistiche che abbiano ottenuto almeno un seggio alle ultime elezioni politiche: stavolta, Svp-Patt e Union Valdôtaine), sarebbero esenti Liberi e Uguali (in virtù del gruppo alla Camera, autorizzato quasi subito, e in ogni caso delle componenti create alla prima occasione disponibile), Noi con l'Italia (guarda caso), +Europa, Psi, probabilmente l'Udc e il Partito sardo d'Azione (se riuscissero a far valere il fatto che il loro nome fa parte dall'inizio delle denominazioni dei gruppi di Fi e Lega al Senato) e quasi certamente Civica popolare, Centro democratico, Maie e Usei (visto che le componenti sono sorte pochi giorni dopo).
Gli emendamenti 19.2 e 19.05, presentati da Riccardo Magi (+Europa) ed Enrico Costa (Azione) mirano - rispettivamente aggiungendo un comma all'art. 19 o prevedendo un art. 19-bis - estendere l'esenzione dalla raccolta firme ai soggetti politici 
"costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 15 settembre 2021 o che nelle precedenti elezioni politiche abbiano ottenuto almeno un seggio con un proprio contrassegno". Se si guarda ai gruppi, risulterebbero esenti (oltre ai cinque partiti e alle due forze di minoranze linguistiche visti) Coraggio Italia, Italia viva, Liberi e Uguali e forse il Psd'az (come visto prima). A questi si dovrebbero aggiungere le forze che hanno eletto "almeno un seggio con un proprio contrassegno", frase che porta con sé qualche problema di interpretazione: posto che si fanno ovviamente rientrare in questa categoria i partiti che hanno eletto persone candidate nei collegi uninominali, non è chiaro se con "contrassegno" ci si riferisce al contrassegno di lista (per cui l'esenzione vale per un'unica forza politica, anche se il contrassegno era composito) oppure ai singoli simboli contenuti nel contrassegno (dunque "moltiplicando" l'esenzione per tutte le forze politiche visibilmente contenute nei contrassegni e che siano riuscite a eleggere almeno un loro candidato). In quest'ultima ipotesi, dell'esonero fruirebbero Udc (anche a non voler riconoscerle un gruppo parlamentare), Noi con l'Italia, +Europa (ovvio), Centro democratico, Psi, ma anche Alternativa popolare e Centristi per l'Europa.
Resta da dire degli emendamenti 19.4, 19.06 e 19.07, presentati da Felice Maurizio D'Ettore e Marco Rizzone (Coraggio Italia). Il primo e l'ultimo intendono esentare le forze politiche che al 31 dicembre 2021 disponevano di un gruppo parlamentare almeno in una Camera: oltre ai "magnifici sette" già ricordati sopra, non dovrebbero raccogliere le firme Coraggio Italia (chiaro...), Italia viva, Liberi e Uguali e forse (se si considera la loro presenza nei nomi dei gruppi al Senato) Udc, Psi e Psd'az. L'emendamento centrale, invece, aggiunge a questi soggetti quelli che alle ultime elezioni politiche hanno ottenuto "almeno un seggio con un proprio contrassegno". Di fatto si tratta dello stesso emendamento presentato da +Europa e Azione: è vero che quest'ultimo indica come data il 15 settembre 2021 mentre Coraggio Italia propone il 31 dicembre dello stesso anno, ma non esistono gruppi che si siano formati o siano cessati in quel periodo, tali dunque da coprire un arco diverso di forze politiche.
Restano invece esclusi dal beneficio dell'esenzione in base a tutti gli emendamenti i soggetti politici che hanno costituito componenti durante la legislatura senza trasformarle in gruppo (Azione, Radicali italiani, Europa verde, Alternativa, Rinascimento, Alleanza di centro, Italexit, Europeisti, Potere al popolo!, Partito comunista, Noi di centro, etc.), per non parlare ovviamente del gruppo dalla vita più breve della storia, vale a dire Cal (Costituzione, Ambiente, Lavoro) - Italia dei valori, durato solo un giorno al Senato tra il 27 e il 28 gennaio 2021. Queste riflessioni, ovviamente, non tengono conto di eventuali altre proposte di modifica che dovessero essere presentate in seguito; su questi emendamenti il governo non ha mosso obiezioni e risulta essersi rimesso al parere dell'aula, quindi la partita è aperta.
Vale la pena aggiungere, infine, che tra gli emendamenti che gravitano intorno all'art. 19 del decreto "milleproroghe" ce ne sono tre di Italia viva sulle elezioni dei parlamentari della circoscrizione Estero (con varie norme procedimentali) e uno - il 19.1 - a doppia firma Magi-Costa che cerca di riproporre - dopo la bocciatura "da pareggio" di un testo analogo discusso in sede di conversione del "decreto Pnrr" - la possibilità di raccogliere le firme a sostegno delle liste delle elezioni politiche "anche su documento informatico, sottoscritto con firma elettronica qualificata" (consentendo dunque anche l'uso dello Spid). Si tratterebbe di una novità oggettivamente dirompente per la raccolta firme delle elezioni politiche - come lo è stato per alcune delle richieste di referendum che la Corte costituzionale sta per valutare, dopo l'emendamento a prima firma Magi, preparato da Mario Staderini - almeno per le forze politiche che sceglieranno di avvalersi di quello strumento. Non si tratta di una strada priva di problemi (oltre alla sicurezza, c'è la questione per niente trascurabile dei costi legati alla tecnologia da utilizzare), ma questa è probabilmente l'ultima occasione seria e consistente per introdurre questa novità. Non sembra opportuno perdere la possibilità di rifletterci sopra.

mercoledì 9 febbraio 2022

Manifesta, nuova componente alla Camera grazie a Potere al Popolo! (così torna anche Rifondazione comunista)

Le soddisfazioni per chi osserva con particolare attenzione le dinamiche del gruppo misto alla Camera non si interrompono, anzi: si aggiunge un'altra puntata rilevante: il riaffacciarsi in Parlamento, dopo 14 anni, di Rifondazione comunista. Ciò  è stato possibile sempre grazie alle disposizioni regolamentari sulle componenti del gruppo misto e alla particolare lettura che ne viene data da anni, oltre che grazie all'indispensabile apporto di Potere al popolo!, senza il quale quel ritorno non sarebbe stato comunque possibile. 
Ma cos'è accaduto, dunque? Scorrendo il resoconto stenografico della seduta di ieri dell'assemblea di Montecitorio, verso la fine della seduta stessa, si può leggere questo intervento del presidente di turno (in quel momento il forzista Andrea Mandelli): 
Comunico che, a seguito della richiesta pervenuta in data 28 gennaio 2022, è stata autorizzata in data odierna, ai sensi dell'articolo 14, comma 5, del Regolamento, la formazione della componente politica denominata "Manifesta, Potere al Popolo, Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea" nell'ambito del gruppo parlamentare Misto, cui aderiscono le deputate: Doriana Sarli, Simona Suriano, Yana Chiara Ehm e Silvia Benedetti. La deputata Simona Suriano ne è stata designata rappresentante. 
Vale la pena ricordare che Potere al popolo! era già entrato nelle aule parlamentari, quando lo scorso 20 luglio era stata accolta la richiesta del senatore Matteo Mantero di rappresentare nel gruppo misto di Palazzo Madama il soggetto politico di sinistra che aveva presentato liste alle elezioni politiche del 2018, pur senza eleggere parlamentari non avendo raggiunto la soglia del 3%: ciò era stato ritenuto possibile in ossequio al parere della Giunta per il regolamento reso a maggio che - intervenendo in sostanza sul regolamento del Senato, ma senza il regolare procedimento per modificarlo - apriva alla costituzione di 
componenti del gruppo misto anche dopo le modifiche delle norme sulla formazione dei gruppi di fine 2017, purché quelle componenti fossero espressione di una forza politica candidata col proprio contrassegno alle ultime elezioni politiche e i membri della componente fossero espressamente autorizzati a rappresentare quel partito al Senato.
Al Senato una componente (che non è né più né meno che un'etichetta, che figura nei resoconti e nelle riprese televisive ma non ha altre implicazioni organizzative o economiche) può essere formata anche da una sola persona eletta; alla Camera, invece, ne occorrono almeno tre. Come si è ricordato più volte, l'art. 14, comma 5 del regolamento di Montecitorio indica come requisiti per formare una componente l'adesione di almeno dieci persone (componente "maggiore"); il numero può scendere a tre (componente "minore"), a patto che i suoi membri "rappresentino un partito o movimento politico la cui esistenza, alla data di svolgimento delle elezioni per la Camera dei deputati, risulti in forza di elementi certi e inequivoci, e che abbia presentato, anche congiuntamente con altri, liste di candidati ovvero candidature nei collegi uninominali". Si è già ricordato come quel rapporto di rappresentanza sia ormai dal 2005 interpretato - tra le proteste di varie voci della dottrina costituzionalistica - come possibilità per un partito che ha partecipato alle elezioni ma non ha ottenuto eletti di dirsi rappresentato da deputate e deputati che non aderiscono a quel partito, ma desiderano comunque formare un'articolazione autonoma nel gruppo misto (cosa che consente, in base al regolamento, di ottenere tempi dedicati di intervento in aula, spazi e risorse per il personale). Nella denominazione di quelle componenti, dunque, figura il nome del partito che consente il sorgere di quell'articolazione parlamentare, di solito accanto al nome della forza politica o delle forze politiche (magari sorte in corso di legislatura) cui effettivamente i membri della componente aderiscono.
Tornando al caso di cui ci si occupa ora, in aula ieri si è annunciato il sorgere della componente 
Manifesta, Potere al Popolo, Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea. Come si è detto, l'indicazione di Potere al Popolo! (qui senza apostrofo) consente all'articolazione parlamentare di quattro deputate - tutte elette nel 2018 con il MoVimento 5 Stelle - di nascere. Rifondazione comunista (qui riportata con il suo nome integrale), per parte sua, riappare nei resoconti della Camera dei deputati - salvo errore - dopo esservi comparsa per l'ultima volta il 9 aprile 2008, nell'ultima seduta della XV Legislatura: in seguito non ha più eletto parlamentari, né con liste proprie (non più presentate dal 2008 in avanti) né all'interno di altre formazioni (non hanno avuto fortuna le esperienze elettorali della Sinistra - L'Arcobaleno, di Rivoluzione civile e, appunto, di Potere al Popolo! di cui è stata parte; fa eccezione, in questo senso, L'Altra Europa con Tsipras, che ha portato al Parlamento europeo nel 2014 Eleonora Forenza). Occorre ricordare che circa un anno fa si era dibattuto, a Palazzo Madama, sulla possibilità di costituire la componente del gruppo misto del Prc, in base alla richiesta presentata da Paola Nugnes; la questione - in parte problematica, visto che Rifondazione comunista non aveva presentato liste nel 2018 e non era nemmeno ufficialmente tra i soggetti fondatori di Pap! - è rientrata con il venir meno della domanda (ora Nugnes rappresenta Sinistra italiana). Ora che la componente alla Camera è nata grazie a Potere al Popolo!, invece, è tranquillamente possibile aggiungere il nome del Prc alla denominazione della componente stessa.
Resta da capire a cosa faccia riferimento invece Manifesta, che apre il nome dell'articolazione del gruppo misto e verosimilmente è il nome in cui si identificano di più le deputate che hanno chiesto di costituirla. Formalmente non esiste una forza politica con quel nome, né pagine "ufficiali" sui social network così denominate; su Facebook si trova un gruppo denominato "Manifesta", creato un anno fa come strumento che "diffonde le idee del MoVimento 5 Stelle", ma evidentemente le deputate della nuova componente non fanno riferimento a quel gruppo. Spiega il senso del nome e dell'operazione la deputata Simona Suriano, rappresentante della componente stessa nel gruppo misto, interpellata da chi scrive attraverso la sua pagina Facebook: "Manifesta vuole essere un appello ad alzare la testa, a reagire per rivendicare i propri diritti, e soprattutto a partecipare attivamente alla costruzione di un modello di società più equo e più giusto. Ancora non abbiamo una grafica: è una cosa nata dall'esigenza di portare i temi di sinistra in Parlamento".
La nascita della nuova componente rappresenta un fatto da registrare, al momento per quello che è (il modo, appunto, per dare voce ai temi di sinistra e, già che ci si è, anche ad alcune sue sigle). Non si può escludere - ma questa è solo un'idea dell'autore di questo contributo e ovviamente è presto per dirlo - che questo raggruppamento parlamentare possa essere l'occasione per la nascita di nuovi progetti politico-elettorali; sarà anche interessante vedere se, nei mesi che restano della legislatura, nel mettere mano alle norme elettorali sarà prevista qualche forma di esenzione per i partiti che hanno un solo gruppo parlamentare (ora ne occorre uno in entrambe le Camere, per giunta dall'inizio della legislatura, condizione che riguarda solo M5S, Pd, Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia) o, magari, una componente del gruppo misto. Comunque vadano le cose, Rifondazione comunista nei prossimi mesi avrà la possibilità di far sentire la propria voce e di far risuonare il proprio nome in aula alla Camera (e Potere al Popolo! potrà farlo anche a Montecitorio, oltre che a Palazzo Madama).

lunedì 7 febbraio 2022

M5S, sospesi statuto (simbolo nuovo incluso) e presidenza di Conte

Quando un apparecchio presenta problemi, è esperienza comunque che spesso sia più conveniente cambiarlo che ripararlo. Anche con questo spirito, da quanto si sa, alla fine del 2017 si era fondata un nuovo soggetto denominato MoVimento 5 Stelle (il terzo, dopo la "non associazione" del 2009 e l'associazione del 2012), senza procedere a nuove modifiche dello statuto del M5S-2 (2012) e del "non statuto" del M5S-1 (2009) che potessero essere contestate in sede giudiziaria; anche le norme statutarie del 2017, però, sono state modificate due volte, a febbraio e ad agosto del 2021, dando al MoVimento l'assetto attuale. Le ultime modifiche allo statuto, tuttavia, al momento risultano sospese, dopo che il tribunale civile di Napoli ha accolto - in sede di reclamo - la richiesta di tre iscritti al M5S e residenti nel capoluogo partenopeo; la stessa ordinanza ha sospeso anche la successiva delibera con cui è stato indicato Giuseppe Conte come presidente.  

L'atto introduttivo

La nuova vicenda contenziosa è sorta nel mese di settembre 2021, quando - come si diceva - tre persone residenti a Napoli, iscritte al MoVimento 5 Stelle e difese dall'avvocato Lorenzo Borré avevano citato l'associazione (nella persona del presidente Giuseppe Conte), chiedendo di dichiarare nulle o annullare le delibere con cui si era approvato il testo del nuovo statuto (2-3 agosto 2021) e si era eletto Conte alla presidenza del M5S (5-6 agosto 2021); in alternativa, nell'atto di citazione si chiedeva al tribunale di dichiarare nulli o annullare, all'interno dello statuto vigente, almeno gli artt. 10, lett. c) (relativo alle forme di convocazione dell'assemblea degli iscritti), 23 (sulla previsione di un preventivo tentativo di conciliazione delle controversie, da devolvere in caso di insuccesso a un collegio arbitrale) e 25 (disposizione che contiene le norme transitorie, nelle quali si regola tra l'altro la designazione del primo Presidente del MoVimento, indicato dal Garante ed eletto dall'Assemblea a maggioranza semplice). In attesa del giudizio di merito, peraltro, gli attori avevano chiesto di sospendere in via cautelare le stesse delibere.
L'atto introduttivo del processo aveva lamentato vari vizi degli atti. In particolare, secondo gli attori era già invalida la convocazione, non essendo avvenuta con le forme previste dallo statuto allora vigente (cioè "sul sito internet del MoVimento 5 Stelle", che per gli iscritti coincideva con "il sito www.movimento5stelle.it della piattaforma Rousseau", l'unico richiamato nello statuto, mentre si è utilizzato il nuovo sito www.movimento5stelle.eu, non indicato dallo statuto e - per gli attori - non autorizzato dal comitato direttivo né comunicato ufficialmente agli iscritti) e non essendo comunque stata estesa a tutte le persone iscritte all'associazione M5S. In particolare, sarebbero state esclusi dal voto (e non convocate all'Assemblea) tutti gli associati da meno di sei mesi: ciò sulla base dell'art. 6, lettera a) dello statuto allora in vigore, in base al quale "l’Assemblea è formata da tutti gli iscritti con iscrizione in corso di validità al momento della sua convocazione. Con regolamento adottato dal Comitato di Garanzia, su proposta del Comitato direttivo, può essere introdotta una restrizione alla partecipazione alle Assemblee con riferimento agli iscritti da meno di 6 mesi ed agli iscritti destinatari di provvedimenti disciplinari di sospensione od espulsione". Il regolamento citato (e contenente l'esclusione dal voto in Assemblea degli iscritti da meno di sei mesi) esiste, ma - stando alle lamentele degli attori - a monte sarebbe mancata la proposta del comitato direttivo, non essendo mai stato eletto (per cui il comitato di garanzia non avrebbe potuto deliberare di sua iniziativa) e comunque il regolamento non sarebbe stato pubblicato. 
Non sarebbe stato legittimo, così, escludere dal voto gli iscritti con "anzianità" minore di sei mesi: questo, a sua volta, avrebbe avuto effetti sulla validità delle deliberazioni. In particolare, il quorum di validità delle votazioni doveva calcolarsi sul numero degli iscritti e non su quelli con diritto di voto aventi almeno 6 mesi di "anzianità" (più basso), in base al testo allora vigente dell'art. 6 dello statuto. Di più, il voto non su singole e individuate disposizioni statutarie rinnovate, ma su uno statuto del tutto nuovo avrebbe di fatto cambiato alla radice l'identità dell'associazione, richiedendo - a detta degli attori - l'unanimità o almeno il consenso ben più oneroso rispetto all'ordinario, previsto dall'art. 21, commi 2 e 3 del codice civile.
Anche il fatto che la votazione sia avvenuta sulla piattaforma SkyVote, diversa da quella prevista sullo statuto (cioè Rousseau) sarebbe stato - per chi aveva iniziato il giudizio - fonte di invalidità: non sarebbe stato rispettato lo statuto (nelle parti in cui prevedeva il voto su Rousseau: lo stesso Grillo, del resto, aveva chiesto e ottenuto che il voto sul comitato direttivo avvenisse su Rousseau - a dispetto dei problemi già in essere con l'associazione omonima - proprio per evitare che vi fossero ricorsi sul punto) e il cambio di piattaforma sarebbe stato il motivo di varie illegittime esclusioni dal voto.
Quanto alle singole illegittimità delle nuove disposizioni statutarie fatte valere nell'atto di citazione, esse colpivano - oltre all'art. 10 nella parte in cui prevede nuove regole sulla convocazione dell'Assemblea - l'art. 23 (che sacrificherebbe il diritto dei soci di rivolgersi direttamente al tribunale per tutelare i loro diritti, "imponendo" la via dell'arbitrato) e l'art. 25 (perché, nel dettare regole ad hoc per l'indicazione del primo Presidente del MoVimento 5 Stelle, con il voto su un candidato unico indicato dal garante, avrebbe violato il diritto di ciascun associato di candidarsi alle cariche elettive).
Sulla base di queste lamentele, un'eventuale dichiarazione di nullità o annullamento del voto sul nuovo statuto avrebbe travolto anche la validità del voto sulla presidenza di Giuseppe Conte; per coloro che hanno intrapreso l'azione, in ogni caso, l'esito di quel voto sarebbe stato comunque invalido per autonomi vizi di quella procedura (tra questi, anche il fatto che lo stesso Conte non sarebbe risultato iscritto all'associazione in tempo utile e, dunque, non sarebbe stato eleggibile).

La decisione

In sede cautelare - dunque quando non si discute sul merito, ma si valuta con una cognizione sommaria se è opportuno adottare i provvedimenti richiesti dalle parti prima che queste ricevano pregiudizi gravi e irreparabili - il tribunale di Napoli in un primo tempo (per l'esattezza il 24 dicembre) ha respinto le domande degli iscritti al MoVimento 5 Stelle (non si dispone dell'ordinanza, dunque non si possono analizzare più in dettaglio le argomentazioni del primo giudice). Coloro che avevano interpellato il tribunale, però, hanno scelto di impugnare quella decisione e - come previsto dal codice di procedura civile - la questione è stata riesaminata da un collegio di tre giudici, che ha deciso giovedì 3 febbraio, ma l'ordinanza è stata resa nota oggi. 
Il collegio ha risolto in fretta una questione relativa alla competenza (toccherà al giudice in sede di merito decidere se sarà competente a pronunciarsi su quella causa in particolare, ma di certo sulle domande in sede cautelare deve decidere lo stesso tribunale investito della causa di merito), per poi concentrarsi sul merito del contenzioso, anche se in modo non troppo approfondito, trattandosi appunto di un procedimento cautelare.
I giudici del collegio, dunque, hanno ritenuto che le deliberazioni dell'Assemblea del MoVimento 5 Stelle sullo statuto e sull'elezione del Presidente dello stesso M5S fossero invalide, sospendendole entrambe. Quanto al voto sullo statuto, l'unico motivo di nullità di cui si occupa l'ordinanza è l'assenza del quorum deliberato richiesto dallo statuto allora vigente: occorreva che partecipasse almeno la maggioranza assoluta degli iscritti e quella quota della metà più uno si doveva calcolare sul totale dei soci (come prevedeva l'art. 6 dello statuto), non "depurato" degli iscritti da meno di sei mesi (come suggerito dal diverso art. 4, relativo invece alle consultazioni degli iscritti). 
Dalla lettura dell'ordinanza emerge che, secondo il MoVimento, la mancanza di proposte da parte del comitato direttivo circa la partecipazione degli iscritti da meno di sei mesi non avrebbe comunque impedito al comitato di garanzia di escludere questi dal voto attraverso la redazione del regolamento relativo alle assemblee. I giudici del collegio di reclamo non hanno contestato l'esclusione in sé: del resto, storicamente i partiti hanno richiesto la maturazione di una minima "anzianità" di iscrizione per accedere ai momenti qualificanti della loro vita interna, per evitare di riconoscere troppo peso a persone iscritte poco prima dei congressi o di altri eventi assembleari. Il problema, invece, è stato aver praticato quell'esclusione senza seguire la procedura indicata dallo statuto stesso, dunque una proposta di regolamento da parte del comitato direttivo (mai eletto) e la successiva adozione del testo regolamentare da parte del comitato di garanzia (un iter espressamente previsto dall'art. 6 dello statuto allora vigente per l'Assemblea degli associati - organo cui spetta decidere sulle modifiche statutarie - e non dall'art. 4 per la consultazione degli iscritti; il fatto che il nuovo testo dell'art. 10 preveda l'automatica esclusione dei soci "non abbastanza anziani" dalle deliberazioni, poi, per i giudici significa che prima occorreva seguire il percorso espressamente previsto per ottenere il medesimo risultato). 
A onor del vero, come si intuisce dalle comunicazioni ufficiali pubblicate sul sito del M5S, esisteva una proposta di regolamento contenente l'esclusione di coloro che avevano un'insufficiente "anzianità", ma era stata fatta nel 2018 dal capo politico secondo il testo previgente dello statuto (quello del 2017) e poi approvata dal Comitato di Garanzia: probabilmente chi esercitava le funzioni di guida del MoVimento al momento della convocazione dell'Assemblea (Vito Crimi, come Presidente del Comitato di Garanzia) ha ritenuto che quel regolamento approvato dal Comitato di Garanzia fosse ancora valido e applicabile, visto che il comitato direttivo previsto dallo statuto modificato a febbraio 2021 non era mai stato eletto e dunque non avrebbe potuto proporre nulla. Questo ragionamento, però, evidentemente non ha convinto i giudici del reclamo.
Il mancato conteggio, ai fini della determinazione della platea degli elettori, degli iscritti con meno di sei mesi di anzianità per i giudici di reclamo ha alterato in modo determinante l'esito del voto. Il quorum strutturale della maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto richiesto in prima convocazione doveva infatti essere calcolato non sui 113.894 iscritti da almeno sei mesi, ma sui 195.387 associati effettivamente iscritti al momento del voto; considerando che hanno votato 60.940 soci (già di per sé meno degli 81.839 iscritti non considerati), il quorum richiesto in prima convocazione risultava non raggiunto, dunque la delibera risultava annullabile per violazione dello statuto e qualunque socio poteva chiederne l'annullamento. Ciò, per il collegio, è sufficiente per travolgere anche la validità del voto che ha portato Giuseppe Conte alla presidenza del M5S (carica che, peraltro, non era prevista dallo statuto vigente di certo fino ad agosto).
Stabilita l'esistenza del fumus boni iuris (dunque del concreto sospetto che le lamentele di chi aveva iniziato il giudizio fossero fondate), i giudici hanno ritenuto verificato anche l'altro requisito, cioè il periculum in mora: se la delibera sullo statuto e quella sulla presidenza avessero continuato a produrre effetti, si sarebbero creati "pregiudizi molto rilevanti per la stabilità della stessa organizzazione associativa". Tanto i soci quanto l'associazione, anzi, avrebbero interesse a che l'associazione funzionasse "nel rispetto delle regole statutarie che nel loro insieme ne sovraintendono la forma, lo scopo e l’agire": inutile invocare, secondo il collegio, la l'opportunità di non turbare l'attuale vita del M5S "se ciò si fonda su comportamenti che risultano contrari alle regole che fondano l’esistenza dell’associazione". 

E ora?

L'ordinanza, dunque, ha sospeso le due deliberazioni dell'Assemblea del MoVimento (su statuto e presidenza) "in attesa dell'esito del giudizio di merito" (che, ovviamente, potrebbe confermare quanto deciso in sede cautelare oppure prendere decisioni ancora diverse). I giudici non hanno ritenuto rilevante il fatto che ora potrebbero sorgere vari problemi, a partire dalle questioni legate all'uso della vecchia piattaforma Rousseau: per loro si tratta "di eventuali aspetti di carattere meramente operativo suscettibili di svariate possibili soluzioni la cui individuazione resta concretamente riservata agli organi della associazione".
Cosa comporta questo in concreto? Mentre restano sospese le citate delibere, torna efficace lo statuto previgente (con le modifiche effettuate a febbraio). Molto più delicata è la questione relativa alla governance del M5S: il voto per eleggere il comitato direttivo, previsto per luglio, non si era poi tenuto e si dovrebbe dunque procedere innanzitutto a questo adempimento, toccando al Garante (cioè a Beppe Grillo) avviare le procedure. Come piattaforma, esattamente come a luglio, si dovrebbe usare per sicurezza Rousseau, anche perché formalmente non è previsto che un organo associativo diverso dal comitato direttivo autorizzi l'uso di piattaforme diverse (anche immaginare una nuova supplenza del Garante, per ragionevole che appaia, sarebbe comunque rischioso).
Tra l'altro, fino alla definizione del giudizio di merito, se il MoVimento scegliesse di presentare candidature alle prossime elezioni amministrative, potrebbe scegliere di tornare al contrassegno che contiene il sito Movimento5stelle.it: sarebbe quello, infatti, il simbolo ufficiale del M5S, visto che la sospensione del nuovo statuto (meglio: della delibera che l'ha adottato) riguarda anche l'emblema che contiene il riferimento al 2050. Occorre altrettanto rilevare, però, che l'associazione M5S (quella fondata nel 2017) ha depositato come marchio il simbolo utilizzato negli ultimi mesi: la domanda è ancora in esame, ma questo non ostacolerebbe comunque la possibilità per il MoVimento di usare il segno in sede elettorale, né permetterebbe ad altri soggetti di usarlo.
In ogni caso, quella resa nota oggi è un'altra situazione molto delicata che il MoVimento 5 Stelle è chiamato ad affrontare e su cui ha comunque bisogno di riflettere, innanzitutto per capire come procedere. Certamente il fatto che occorra un intervento della magistratura per ripristinare la "legalità statutaria" all'interno di una forza politica (come di una qualunque associazione) può suonare come una sconfitta, ma non è il caso di lanciare allarmi o gridare allo scandalo: occorre piuttosto - in ognuno dei tanti casi che la politica italiana ha conosciuto e probabilmente conoscerà in futuro - sforzarsi di rispettare in pieno le regole che ci si è dati con lo statuto (e, a monte, è il caso di scriverle cercando di renderle il più possibile realizzabili e chiare). Una volta che il mancato rispetto si è consumato (anche se qui, ovviamente, manca ancora un pronunciamento di merito da parte dei giudici), occorre invece impegnarsi per risolvere i problemi sul tavolo, incluso il valutare le ragioni delle parti che hanno intrapreso l'azione prima che i giudici si esprimano nel merito. Un ragionamento simile, per esempio, ha portato alla recente transazione tra +Europa e coloro che avevano impugnato gli atti del secondo congresso del partito e ad alcuni atti presupposti (incluse le delibere di alcune modifiche statutarie "in zona Cesarini"). Questa certamente è solo una delle opzioni percorribili: toccherà alle parti (tutte) decidere come agire.

domenica 6 febbraio 2022

Nomi, simboli e dintorni: tutti i marchi politici di Gianfranco Librandi

Le ricerche spesso iniziano senza avere bene idea del luogo in cui conducono: si parte per la curiosità e il desiderio di approfondire, nell'ignoranza di cosa si troverà, della mole di informazioni da scoprire (grande o piccola, soddisfacente oppure no) e del tempo che sarà necessario. Ieri, per esempio, si è scritto della domanda di marchio per (la prima versione del logo di) L'Italia c'è, depositata tra la fine del 2021 e l'inizio del 2022 da Piercamillo Falasca e da Gianfranco Librandi. Chi però frequenta - suo malgrado - con una certa assiduità questo sito potrebbe essere stato colto, leggendo l'articolo, da un dubbio: "ma non avevo già trovato altri articoli in cui si parlava di marchi politici depositati da Librandi?"
Il dubbio è legittimo e, soprattutto, fondato: consultando la banca dati dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, infatti, risultano ben 42 domande di marchio depositate a nome di Gianfranco Librandi (alcune accolte, altre rifiutate, altre ancora in via di esame)
Alcuni di quei segni distintivi sono di chiara natura imprenditoriale, il che non stupisce, essendo il depositante un imprenditore da anni; proprio in base a quell'approccio imprenditoriale (che porta a tutelare i possibili marchi per la propria attività), tuttavia, lo stesso Librandi - eletto per la prima volta alla Camera nel 2013 in Scelta civica - deve aver ritenuto opportuno depositare a proprio nome - proprio dalla fine del 2013 - ben 38 domande di marchio per segni che appaiono adatti per iniziative collettive civili o politiche e, in effetti, alcuni di questi sono stati usati per questo (pur con qualche adattamento). Curiosamente, non rientra tra queste 39 il simbolo della forza politica fondata da Librandi nel 2009, all'atto della sua uscita dal Pdl, vale a dire l'Unione italiana: quel simbolo - con le iniziali accostate su fondo blu chiaro, un arco di stelle e un nastro tricolore - è comunque stato registrato come marchio, ma direttamente dall'associazione Unione italiana, con sede a Saronno (e a rappresentarla è la stessa persona che si ritrova nelle altre domande. 
Passare in rassegna le domande di marchio presentate da Librandi (a volte da solo, a volte assieme ad altre persone) equivale a un viaggio nell'ultimo decennio politico italiano, almeno in quell'area "moderata" e "centrista" (ammesso che queste parole abbiano davvero un senso) nella quale l'imprenditore e politico ha operato ed è stato candidato ed eletto. La prima domanda di marchio, in effetti, risale alla fine di ottobre del 2013: Librandi aveva cercato di registrare il simbolo di Scelta civica (lista nella quale era stato eletto alla Camera) in un momento già difficile per quel partito (Mario Monti si era dimesso da presidente giusto pochi giorni prima, in un clima di ruggini tra la componente libdem e quella cattolica del soggetto politico): aveva dunque depositato proprio il contrassegno con cui si era candidato, privato però dell'espressione "con Monti per l'Italia"), ma la domanda di marchio fu respinta.
Occorre attendere due anni (dunque il mese di ottobre del 2015) per trovare un'altra richiesta presentata dal deputato (rimasto in Scelta civica) e questa volta andata a buon fine: a giugno del 2017 è stato registrato il marchio We Change, nel corso del tempo associato ad alcune iniziative politiche organizzate dallo stesso Librandi e che hanno visto la sua presenza.
Alla fine del 2015, tuttavia, il parlamentare ha depositato altri due fregi, questa volta di forma rotonda e legati al medesimo tema. Potenzialmente erano già pronti per essere utilizzati i due emblemi della Lega italiana: uno aveva la parola "Lega" in verde (in un tempo in cui nel simbolo della Lega Nord era ancora presente il Sole delle Alpi di quel colore), con tre sagome generiche di persone a mezzo busto e il dettaglio di una spada (cioè l'elsa, l'impugnatura, e una parte di lama, che poteva ricordare una croce pur non essendola); l'altro ripeteva il nome due volte, ad arco, con la spada intera su uno scudo (riprodotti anch'essi due volte), mentre nel cerchio centrale c'erano le figure stilizzate, a clipart, di sei persone su fondo azzurro sfumato. Non si accorse quasi nessuno di quel deposito, almeno fino a quando si iniziò a parlare della trasformazione del Carroccio in partito nazionale e ci si domandava se Matteo Salvini avrebbe semplicemente tolto la parola "Nord" o magari avrebbe percorso altre soluzioni, quali appunto "Lega italiana". 
"Quando ho depositato questo marchio - aveva dichiarato Librandi all'Adnkronos - immaginavo si potesse dare vita a una Lega italiana. Poi dopo invece sono entrato nel Pd e ho fatto altre scelte", precisando che mai avrebbe ceduto il simbolo a Salvini ("Ultimamente è diventato aggressivo e offensivo, si sta avvicinando pericolosamente al M5S e mi spaventa non poco").
Tempo un altro paio di mesi e Librandi depositò due coppie di simboli per ottenerne la registrazione come marchi. Il 9 febbraio e l'11 marzo 2016, infatti, risultano essere state presentate domande di marchio per i simboli di Siamo italiani
associazione fondata dagli europarlamentari di Forza Italia Lara Comi (saronnese come Librandi, il quale aveva anche acquistato il dominio del sito a settembre del 2015), Salvatore Cicu e Aldo Patriciello: di quell'associazione questo sito si era già occupato nell'estate del 2016. Il primo emblema depositato aveva l'Italia tridimensionale sullo sfondo grigio (variante di "Siamo milanesi", altra creatura di Librandi, abbondantemente vista alla fine del 2015 e nei mesi successivi nel capoluogo lombardo, in vista delle elezioni comunali), ma si era scelta di fatto la seconda, con un tricolore su fondo blu e il nome bianco al centro.
Sempre l'11 marzo, lo stesso Librandi risulta aver depositato altre due domande di marchio, relative ai segni denominati Moderati per l'Italia e Siamo moderati: il primo soprattutto testuale, con la bandiera tricolore nella parte alta su fondo bianco; il secondo con il nome raddoppiato e anche qui col cerchio centrale azzurro scuro, ma con il tricolore a nastro leggermente avvolto al centro. La prima domanda non venne accolta (non è dato sapere perché), mentre la seconda è stata regolarmente registrata.
Nulla si sa del progetto cui questi due emblemi potevano essere legati; di certo, però, per Scelta civica si preparavano settimane complesse, con il segretario Enrico Zanetti favorevole a un percorso comune con i verdiniani di Ala e la maggioranza del gruppo parlamentare contraria a questo. Quando - il 12 ottobre 2016 - la Camera decise che il nuovo gruppo che Zanetti e alcuni altri deputati di Sc scelsero di formare assieme ad Ala aveva titolo per rappresentare Scelta civica e per utilizzarne il nome, mentre quello vecchio avrebbe continuato a esistere ma con un altro nome, il gruppo decise di denominarsi Civici e innovatori. Non stupisce così che il 24 ottobre 2016 risultino depositate ben cinque domande di marchio, tutte accolte e tutte variazioni sul tema "Civici e innovatori", con il tricolore e il blu come ingredienti principali (si segnala, in quattro casi su cinque, l'uso dello stesso carattere impiegato da Scelta civica). In una la bandiera tricolore appariva sotto un "lembo piegato" del simbolo, con il nome blu e azzurro sotto; in un'altra (sul modello di soluzioni grafiche già viste qui) il nome si ripeteva due volte con il nastro tricolore un po' arrotolato nel mezzo (su fondo azzurro scuro). Lo stesso nastro tornava in altre tre versioni del simbolo, strettamente imparentate tra loro, con il nome posto sempre nella parte superiore (con la E più grande, azzurra, in una font graziata): una con fondo tutto bianco e nome blu (e azzurro); una uguale a questa, ma con lo sfondo posto sotto al tricolore tinto di blu; una terza a colori invertiti (parte superiore blu, con testo bianco e azzurro, parte inferiore bianca). Com'è noto alla fine Civici e innovatori optò per un altro fregio, mai adattato alla forma rotonda e - che si sappia - mai finito sulle schede.
Gianfranco Librandi ha continuato a depositare marchi "potenzialmente politici" anche in seguito, ma per alcuni mesi si è limitato a quelli denominativi, dunque relativi alle sole parole e non anche a una grafica: Obiettivo Italia a dicembre del 2016, I Dialoganti alla fine di gennaio del 2017, Forza Europa a metà marzo del 2017 (depositato con Benedetto Della Vedova, che avrebbe poi guidato un'iniziativa politica con lo stesso nome, che più avanti avrebbe condotto alla nascita di +Europa) e la denominazione Civici e innovatori un mese più tardi. Con il tempo si avvicinava la fine della XVII legislatura, ma arrivava anche il tempo delle elezioni regionali lombarde. Il 25 ottobre 2017 Librandi depositò il simbolo Obiettivo Lombardia, con la sagoma verde della regione e a fianco un elemento rosso con i rilievi montuosi lombardi stilizzati; il contorno blu spesso del cerchio aveva quattro "tacche" bianche, volendo ricordare un "mirino". Il 2 gennaio la stessa grafica fu ridepositata più elaborata: nel simbolo fu aggiunta l'espressione "per le autonomie" e il cerchio venne inserito in un quadrato verde (colore della regione) a vertici stondati. Il simbolo sarebbe arrivato sulle schede delle elezioni regionali, a sostegno della candidatura di Giorgio Gori, pur non riuscendo a ottenere eletti (mentre Librandi tornò in Parlamento, stavolta nelle liste del Pd, al quale aveva aderito alla fine della XVII legislatura).
Per un anno non risultano altri depositi a nome dell'imprenditore e parlamentare, ma il 14 febbraio 2019 - a circa tre mesi e mezzo dalle elezioni europee - Librandi e Carlo Calenda presentarono domanda di marchio per il simbolo Siamo europei, almeno per la prima versione "ufficiale" svelta proprio da questo sito, ma mai utilizzata dallo stesso Calenda. Il nome in primo piano - composto con due caratteri diversi e piuttosto evidenti - ricordava quello di altri progetti "librandiani" già visti in questa pagina; sul fondo non c'erano ancora le stelle e il fondo blu, ma piuttosto la sagoma dell'Europa. Curioso (e non troppo gradevole all'occhio) lo stratagemma di inscrivere il tradizionale cerchio in un quadrato, scelta fatta forse per evitare seccature in sede di valutazione del marchio (col rischio che segni con significazione politica troppo evidenti potessero avere il parere negativo del Viminale proprio per la forma tonda); in ogni caso, da qui in avanti, sarà proprio la forma quadrata o rettangolare a prevalere nei depositi di Librandi. 
Praticamente un anno dopo (10 febbraio 2020) si trova un'altra domanda di marchio, a nome questa volta del solo Librandi. Dopo il filone "siamo", è stato ripreso il filone "obiettivo", con la presentazione di Obiettivo Italia, anche se in questo caso non si può certo parlare di una grafica pronta per essere spesa sulle schede elettorali: l'idea è di una tessera bianca con il nome stampato sopra in blu e azzurro, con un nastro verde e rosso che la circonda, quasi come fosse un dono. In quel caso, tuttavia, la richiesta è stata respinta e non è dato sapere perché (esito curioso, considerando che il marchio verbale era stato invece regolarmente registrato a nome di Librandi).
A novembre del 2020, un mese e mezzo dopo il primo turno elettorale ampio dell'epoca Covid-19, era già tempo di iniziare a pensare alle elezioni amministrative milanesi dell'anno successivo: se la pandemia non avesse creato altri problemi, si sarebbe votato regolarmente in primavera ed era bene farsi trovare preparati. Il 9 novembre, dunque, Librandi depositò due coppie di domande di marchio, tutte accolte: una si basava sullo slogan A Milano si lavora, l'altra sull'etichetta Lavoriamo per Milano; in entrambi i casi c'era un quadrato diviso in due, la parte superiore bianca (con scritta rossa) e quella inferiore blu o azzurra (con scritta bianca), mentre nella parte superiore potevano essere presenti quattro circonferenze blu e rosse alternate, a richiamare l'idea degli ingranaggi (dunque del lavoro e della "catena").
Qualche mese dopo si sarebbe adottata la seconda denominazione, lavorando però su una diversa idea grafica, cioè quella del fumetto (già in passato adottata da Giuseppe Sala). Il 31 maggio 2021, infatti, Librandi ha depositato il quadrato "Lavoriamo per Milano" con blu e un tocco di fucsia (più affine al partito Italia viva, cui aveva aderito a settembre del 2019) e la parte superiore bianca trasformata in nuvoletta da fumetto; la soluzione sarebbe stata adottata (pur se con la nuvoletta "a specchio") proprio dalla lista Lavoriamo per Milano - I Riformisti, curata appunto da Librandi alle amministrative milanesi del 3-4 ottobre 2021. Il 22 marzo, in compenso, il parlamentare aveva forse pensato di estendere l'idea del lavoro a una dimensione nazionale: aveva infatti depositato i marchi Lavoriamo per l'Italia (con un quadrato tricolore, la struttura simile ai marchi visti prima e, nella parte superiore, ruote dentate stilizzate ma chiaramente riconoscibili) e Officine politiche italiane (qui la grafica non è visibile, ma la descrizione racconta di un "
quadrato bordato di nero diviso orizzontalmente in 2 metà da striscia blu, caricata della parola 'politiche' in maiuscolo bianca font lt Oksana; la parte superiore di bianco caricata in alto di 3 ingra-naggi blu di diverse dimensioni allineati a triangolo e, verso il divisore, della parola 'Officine' in maiuscolo verde font Futura Light; in basso della parola 'italiane' in maiuscolo cremisi font Soeraputera allineata in alto sino al divisore").
Dal mese di novembre 2021, peraltro, Gianfranco Librandi appare in frenetica attività: da allora al 19 gennaio risulta aver depositato ben dieci domande di marchio, inclusa quella relativa a L'Italia c'è. Il 3 novembre, in particolare, risulta presentata domanda di marchio (da Librandi e Piercamillo Falasca) per la Libera associazione i Riformisti italiani europei. Anche qui c'è un quadrato, nella parte inferiore tinto di blu scuro, mentre la parte verbale è concentrata tutta nella metà superiore a fondo bianco: la parte più evidente è rappresentata dall'espressione "i riformisti", giocata sul colore arancione (simile al tono impiegato dalla testata Il Riformista, senza che questo ovviamente dovesse impegnarla in alcun modo, essendo diverso il carattere impiegato).
Il 2 dicembre, invece, le domande depositate risultano essere addirittura sei per altrettante (potenziali) "libere associazioni"; la struttura grafica è la stessa già vista prima, mentre a cambiare è solo il nome e, in due casi, il colore. Quattro marchi sono strettamente imparentati tra loro (nomi scritti in rosso e bianco, nelle due metà del quadrato), per i nomi Fare Repubblica, Nuova Repubblica, Siamo Repubblica e Noi Res Publica: per queste quattro domande 
i richiedenti risultano essere Librandi, Falasca e Gennaro Migliore (deputato di Italia viva, già Pd). Le altre due domande presentate nello stesso giorno impiegano invece le parole Concreta e Concretezza, scritte in arancione nella parte superiore e riflesse nella parte inferiore blu; in questi due casi i richiedenti sono solo Librandi e Falasca.
Il 21 dicembre sempre Librandi e Falasca hanno presentato richiesta di marchio per l'associazione Al lavoro! (un marchio con la grafica ridotta al minimo, al di là di una sottile linea tricolore al di sotto della parola); del segno distintivo L'Italia c'è depositato il 3 gennaio di quest'anno si è già detto ieri. L'ultima domanda - fino al momento in cui si scrive - presentata da Librandi e Falasca risale al 19 gennaio: il nome inserito nella struttura quadrata questa volta è Associazione degli Italici
Con questo post non si intende minimamente dare un giudizio sui segni che Gianfranco Librandi (da solo o con altre persone) ha scelto di depositare nel corso degli anni. Da un certo punto di vista, anzi, la decisione di presentare domanda di marchio per ciascuno di questi - nonostante si traduca nell'uso di uno strumento pensato per un altro ambito: i segni politici o civili, più che protetti come marchi, dovrebbero essere usati in concreto - presenta un risvolto apprezzabile: dal momento che le domande di marchio sono pubbliche, il deposito rappresenta un sistema piuttosto trasparente per conoscere i progetti politici che "bollono in pentola" e (se il deposito è stato curato direttamente da una o più persone) chi li vorrebbe portare avanti, anche a costo di mettere a rischio l'effetto sorpresa. Di certo, nessuna persona impegnata in politica - che si sappia e, ovviamente, salvo errore - risulta avere depositato un numero così alto di domande: già solo per questo, valeva la pena di impegnarsi in questa carrellata.

sabato 5 febbraio 2022

L'Italia c'è, un nuovo progetto politico (estraneo a Italia al Centro)

In politica qualcosa si muove nell'area moderata: lo si vede in questi giorni, ma non per forza attraverso i grandi media e, soprattutto, non necessariamente a livello parlamentare. In questa situazione, l'errore più grave che si può fare è mescolare tutto, cercando di ricondurre i movimenti all'interno di un'area alla stessa matrice e alle stesse persone. L'occasione per ricordarlo è arrivata questa mattina: sul quotidiano online Affari Italiani è apparsa una notizia con il titolo "
Nasce la formazione politica L'Italia C'è". Non si parla di partito e ufficialmente non c'è un simbolo vero e proprio, ma si può trovare una grafica allegata al testo che potrebbe essere la base di un emblema politico, almeno di quelli che negli ultimi anni si è stati abituati a vedere: il nome stesso in blu, con "c'è" in evidenza e l'apostrofo e l'accento che richiamano il tricolore, mentre accanto gli stessi colori tingono lo slogan "Libera e verde".
Al testo è accompagnato un testo, firmato da Antonio Santoro, Anna Lisa Renoldi, Emanuele Pinelli, Riccardo Lo Monaco e Cristina Bagnoli. Lo si riporta per intero:
La conferma del Presidente Mattarella alla guida della nostra Repubblica è stata la migliore notizia possibile, ma ha anche messo a nudo lo stato di crisi degli attuali partiti italiani. Ragionano con gli occhi al calendario elettorale invece che alle speranze e alle priorità dei cittadini, dei giovani, degli esclusi, dei non garantiti. Viviamo un’epoca di profondi cambiamenti, che la pandemia ha accelerato e reso profondi. Oggi più che mai occorre una politica che sappia farsi promotrice e interprete di questo cambiamento e combatta chi invece vorrebbe ridurre l’attuale stagione di ricostruzione nazionale del governo Draghi a una parentesi tra un prima e un dopo uguali tra loro.
Non è nelle alchimie parlamentari che nascono le nuove iniziative politiche, ma è nelle idee e nelle energie, nell’impegno e nella partecipazione di tanti uomini e tante donne che hanno a cuore il luogo dove vivono e lavorano. Gli anni duri della pandemia hanno dimostrato che c’è un’Italia capace di affrontare le difficoltà con dignità e coraggio. Un’Italia migliore dei suoi stereotipi, che sa rialzarsi, scommettere sul futuro e competere a livello mondiale. A questa Italia bisogna offrire l’opportunità di guardare alla politica come a qualcosa di serio e concreto, per cui impegnarsi.
Lanciamo un movimento che non parte dai palazzi istituzionali, che conosca la dimensione del contatto con le persone, con le associazioni, le aree interne, le periferie, i luoghi di studio e di lavoro. Intendiamo aggregare e unire quanti oggi si sentono privi di una casa politica ma sono forti delle proprie idee riformatrici, liberali e ambientaliste. Terremo la porta aperta, anzi spalancata, a tutti, senza alcun preconcetto. Noi pensiamo che tra quanti intendono davvero riformare il Paese non debbano più sussistere veti e inutili protagonismi, ma debba prevalere la responsabilità di unire. L’Italia c’è, ed è migliore di quanto sembri. L’Italia c’è, e ha bisogno di essere più libera e verde, più forte e accogliente, più dinamica ed europea. Per questo, nel dare oggi vita a una nuova iniziativa politica, non abbiamo trovato nome migliore di questo. Semplice e immediato: L'Italia c'è. Libera e verde.
Dalla lettura del comunicato risulta chiaro soprattutto un punto: quest'iniziativa politica, probabilmente ancora allo stato di progetto, si distingue nettamente dall'operazione denominata "Italia al Centro" che sarebbe alle porte in Parlamento e di cui si è iniziato a parlare in questi giorni. I media hanno fatto sapere, in particolare, che è allo studio e sarebbe imminente l'unità di intenti dei parlamentari che fanno riferimento a Italia viva e a Coraggio Italia (soprattutto alla parte del partito più vicina a Giovanni Toti, meno a quella originaria che fa capo a Luigi Brugnaro). Al Senato, nello specifico, si parla della nascita, la settimana prossima, di un unico gruppo chiamato appunto "Italia al Centro", nel quale sarebbe pronta a confluire, oltre a Iv, l'intera componente del gruppo misto oggi denominata "IDeA - Cambiamo! - Europeisti - Noi Di Centro (Noi Campani)" (della quale fanno dunque parte anche, tra gli altri, Gaetano Quagliariello, Raffaele Fantetti, Sandra Lonardo e Paolo Romani): il gruppo però, per esistere - in base alle norme regolamentari modificate alla fine del 2017 - dovrebbe contenere anche il nome del Psi (o comunque di un altro partito che abbia partecipato alle ultime elezioni col proprio simbolo, anche all'interno di una lista composita, e che abbia ottenuto un eletto a Palazzo Madama, disposto a partecipare a quel gruppo).
Di quel gruppo-progetto è circolato un nome, al momento senza un simbolo (non è dato sapere se esista o se esisterà), ma si comprende che è un'operazione innanzitutto parlamentare: non a caso, si sono rapidamente registrati i distinguo di Antonio Tajani per Forza Italia (anche perché il partito di Silvio Berlusconi non intende rinunciare al ruolo di "partito di centro" essenziale e irrinunciabile nel centrodestra) e di Carlo Calenda. Lo stesso Luigi Brugnaro sembrerebbe più interessato a costruire qualcosa con Noi con l'Italia (legata a Maurizio Lupi) e con l'Udc, in ogni caso nell'area di centrodestra.
In questo contesto, dunque, non si può considerare nell'area coinvolgibile da Italia al Centro il progetto che ha scelto di identificarsi nel nome L'Italia c'è. L'area è certamente quella moderata: tra i firmatari si ritrovano per esempio Emanuele Pinelli e Riccardo Lo Monaco, dell'associazione Italia Europea. Approfondendo poi il nome scelto, si scopre che quel nome è stato depositato come marchio, pur se con una grafica diversa, tra la fine del 2021 e l'inizio del 2022, per le classi 38 (telecomunicazioni), 41 (
educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e 45 (servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali). A presentare la domanda sono stati Piercamillo Falasca (di Italia Europea) e Gianfranco Librandi (deputato di Italia viva). Dimostrazione, una volta di più, che il fronte moderato e etichettabile in modo sbrigativo come "centrista" non va nella stessa direzione e ha orizzonti diversi, anche grafici.

venerdì 4 febbraio 2022

La rivoluzione blu (silenziosa) di 10 Volte Meglio

In questi due anni di pandemia molte vicende politiche (maggiori e minori, curiose e miserabili) hanno richiesto l'attenzione di chi appartiene al novero dei #drogatidipolitica. Proprio costoro, tuttavia, non dimenticano vicende solo apparentemente minori, ma in realtà rilevanti per chi abbia un occhio di riguardo per la vita elettorale e parlamentare. Così, quando un collega ti scrive e dice: "Ho visto questo nuovo simbolo sulla pagina Facebook di 10 Volte Meglio, ti risulta che sia il loro simbolo ufficiale?", si va in automatico a vedere e ci si rende conto non solo che il simbolo ora è diventato blu, con un elemento tricolore, ma che questa modifica risale addirittura al 14 maggio dell'anno scorso. Nostra culpa, ovviamente, il ritardo con cui ci si rende conto di una modifica così rilevante (perché mettere mano al simbolo è sempre una cosa seria, non la si può ritenere trascurabile), ma il momento sembra propizio per alcune domande: è davvero il nuovo simbolo ufficiale? Che significato ha il cambio? E, soprattutto, com'è stato possibile per chi scrive apprendere della riforma grafica con tanto ritardo?
Quest'ultima domanda, in effetti, è la più facile cui dare risposta. L'attenzione di chi scrive - e, probabilmente, di varie altre persone - si è attenuata ed è finita in secondo piano (soprattutto dopo l'avvento della pandemia) con il trascorrere del tempo dal 17 dicembre 2019, data in cui è cessata la componente del gruppo misto della Camera "Cambiamo! - 10 Volte Meglio", articolazione nata il 18 aprile 2019 come "Sogno Italia - 10 Volte Meglio" e l'11 settembre ridenominata nel modo prima ricordato. Come ben sa chi frequenta questo sito, tanto la nascita quanto - soprattutto - la cessazione della componente non sono stati passaggi banali e "pacifici", tanto per la lettura ultraestensiva dell'art. 14, comma 5 del regolamento della Camera (che dal 10 febbraio 2005 consente a un partito sorto dopo le elezioni di formare una componente del misto dicendo di rappresentare un partito che ha partecipato alle elezioni ma non ha eletto nessuno), quanto per l'evento estintivo del tutto inedito: che se ne sappia, infatti, non era mai successo che una componente si estinguesse perché "il Presidente e legale rappresentante del partito politico [...] ha comunicato di voler revocare dalla medesima data il consenso ad essere rappresentato dalla componente politica del gruppo parlamentare misto" (il che ha portato il costituzionalista Salvatore Curreri a chiedersi se fosse legittimo che a decidere la nascita e - ancor più - lo scioglimento di un'articolazione parlamentare fosse un soggetto politico del tutto esterno alla Camera e al Senato).
Su quella vicenda, ovviamente, è interessante conoscere proprio la voce di 10 Volte Meglio. Andando dunque sul sito ufficiale si trova questo testo, nella pagina denominata "Attività parlamentare":
Dieci Volte Meglio è un movimento nazionale presente nel Registro dei Partiti Politici tenuto presso la Camera dei Deputati in funzione della sua autonoma partecipazione alle ultime elezioni politiche dello scorso 4 marzo 2018. L’iscrizione di Dieci Volte Meglio in quest’albo costituisce l’unico requisito per avere una propria rappresentanza che, in due occasioni, ha consentito al partito di dar vita ad una componente parlamentare.
Dieci Volte Meglio, insieme ad alcuni deputati del gruppo misto quali latori istituzionali delle proposte legislative del partito, il 18 aprile 2019, fonda la sua prima componente parlamentare denominata "Sogno Italia - Dieci Volte Meglio" affidando la vice presidenza all'On. Catello Vitiello.
L’esperienza istituzionale concede la possibilità di conoscere l’amministrazione pubblica e di realizzare le idee ed i progetti elaborati dal partito e, inoltre, fornisce l’occasione a Dieci Volte Meglio di partecipare alle consultazioni presidenziali che, nel mese di settembre 2019, si resero necessarie in seguito alla cogente crisi governativa.
In continuità alla sua missione, il 15 settembre 2019, Dieci Volte Meglio crea una seconda parlamentare che, in conseguenza all’alternanza degli onorevoli protagonisti, assume il nome di "Cambiamo! - Dieci Volte Meglio" consegnando la vice presidenza all’On. Fabio Pedrazzini. In data 16 dicembre 2019, stante la mancata condivisione programmatica, per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana, Dieci Volte Meglio spontaneamente cessa formalmente la propria componente parlamentare.
Allo stato attuale, Dieci Volte Meglio è dotata di una propria rappresentanza parlamentare aperta a tutti i deputati e senatori che, solo dopo aver evaso un’adesione morale, sociale e legale al partito, possono vivere la missione e godere della visione con cui Dieci Volte Meglio s’approccia alla politica.

Il testo induce molte riflessioni, su vari punti. Innanzitutto si può discutere sul primo passaggio, in base al quale la presenza nel Registro dei partiti politici costituirebbe "l'unico requisito per avere una rappresentanza". Se il riferimento è al Registro previsto dal decreto-legge n. 149/2013, le cose non stanno esattamente così e forse è il caso di fare un po' di chiarezza: si può essere iscritti al registro (condizione necessaria per accedere alle provvidenze pubbliche per i partiti, ma non sufficiente per accedere a tutte) dopo aver presentato candidature alle elezioni politiche, europee o regionali (o alle elezioni per le province autonome) o - in alternativa - se si è la forza politica di riferimento di almeno un gruppo parlamentare o di una componente del gruppo misto oppure, ancora, se si è partecipato a una lista-cartello con altre forze politiche, inserendo il proprio simbolo nel contrassegno, e si è ottenuto almeno un eletto. 
10 Volte Meglio, che ha partecipato alle elezioni del 2018 presentando liste in alcune circoscrizioni, rientrava certamente nella prima ipotesi, come pure nella seconda; occorre però segnalare che la richiesta di iscrizione al Registro risaliva ufficialmente al 21 novembre 2019 (con la possibilità che prima vi siano stati contatti informali per la registrazione), mentre la componente "Sogno Italia - 10 Volte Meglio" è stata costituita, come si è visto, il 18 aprile 2019, ben prima rispetto alla domanda e all'effettivo inserimento nel registro. Con riguardo a quel momento, la pagina del sito spiega che la componente è stata costituita da 10 Volte Meglio "insieme ad alcuni deputati del gruppo misto quali latori istituzionali delle proposte legislative del partito": non si ritrova in queste parole l'idea che quei deputati abbiano aderito come iscritti a 10VM (anche se, ovviamente, è possibile che lo abbiano fatto).
Non si manca poi di notare che a metà settembre del 2019, secondo il testo, il partito guidato nel 2018 da Andrea Dusi e attualmente da Enrico Maria Bozza, "in continuità alla sua missione" avrebbe "crea[to] una seconda [componente] parlamentare", stavolta con Cambiamo!. In realtà, come si è già detto, più che alla fondazione di una nuova componente si è assistito all'evoluzione di quella esistente, con l'ingresso di nuovi deputati che facevano riferimento al soggetto politico fondato da Giovanni Toti e il conseguente cambio di denominazione: l'apporto di 10 Volte Meglio, a sua volta, ha consentito a Cambiamo! di emergere in sede parlamentare, visto che come forza politica nata dopo le elezioni e con meno di 10 deputati non avrebbe potuto costituire una propria componente (in seguito, infatti, si è aggregata alla già esistente componente Noi con l'Italia - Usei - Alleanza di centro).
Proprio nel periodo in cui esisteva la componente Cambiamo - 10 Volte Meglio, quest'ultimo soggetto ha iniziato la procedura per l'iscrizione al Registro dei partiti, depositando presso l'apposita Commissione il proprio statuto nella forma dell'atto pubblico: quello statuto, riconosciuto rispondente ai requisiti di legge, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 18 dicembre 2019 (cioè praticamente in contemporanea con la decisione di 10VM di far cessare la componente vista la "mancata condivisione programmatica"). In quello statuto era presente come simbolo ufficiale lo stesso contrassegno depositato al Viminale nel 2018 e finito su alcune schede: fondo arancione e nome bianco, con il 10 leggermene tagliato e le due parole collocate sotto in diagonale. 
Il simbolo attuale - che, come detto, risulta presente sui social network dal 14 maggio 2021, senza che il cambio di grafica sia stato annunciato da particolari messaggi - appare più studiato, più curato (l'uso di luci e ombre dà anche l'idea dello spessore) e armonico (con il 10 portato tutto a sinistra e l'1 allungato, le parole più grandi e leggibili), anche più rassicurante con l'uso dei colori nazional-popolari (tricolore e il blu, anche se quel tono rischia di apparire un po' di centrodestra); questo passaggio è avvenuto a prezzo di perdere un po' di potenziale "di rottura", perché di certo la grafica originaria era maggiormente "fuori schema", dunque non passava inosservata. Se si guarda il Registro dei partiti, tuttavia, si nota che il simbolo è ancora quello originario (riprodotto in toni di grigio, ma con l'arancio fissato nella descrizione). In teoria sarebbe ragionevole modificare lo statuto in quella parte di testo e nell'immagine; lo stesso statuto, però, precisa che "Il Consiglio direttivo potrà per tutti i tipi di elezione, apportare al simbolo e al contrassegno le modifiche ritenute più opportune, avuto riguardo anche alle norme di legge in materia". Dal momento, dunque, che l'emblema è comunque riconoscibile nei suoi elementi essenziali, se anche alle elezioni si dovesse usare il simbolo a fondo blu, non ci sarebbe alcuna violazione dello statuto. Si intuisce che il partito è tuttora interessato a partecipare alle vicende politiche del Paese vedendo che anche nei mesi scorsi la pagina ha pubblicato vari post, compatibili con un impegno futuro, politico ed elettorale, puntando su innovazione, equità, educazione, competenze e valorizzazione delle risorse. Per capire le intenzioni di 10 Volte Meglio, in ogni caso, c'è tempo.