venerdì 9 febbraio 2024

Dimensione cristiana, un simbolo per ricordare Maria Fida Moro

L'autore di queste righe non ha mai conosciuto Maria Fida Moro, scomparsa due giorni fa a 77 anni, eppure ha incontrato le sue parole molto tempo fa, alla scuola elementare, quando un "libro di lettura" - così veniva chiamato spesso il volume adottato per la materia genericamente chiamata "Italiano" - riportò tra vari brani di prosa anche uno stralcio del suo primo libro, decisamente autobiografico: La casa dei cento Natali. Di quelle righe è rimasto il ricordo di un'atmosfera semplice e genuina, senza che quel bambino sapesse nulla dell'autrice, del ruolo politico avuto dal padre e dei 55 giorni più cupi del 1978 iniziati il 16 marzo con il rapimento di Aldo Moro in via Fani e conclusi il 9 maggio con il ritrovamento del cadavere del presidente della Democrazia cristiana in una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani. 
Qualche manciata di anni dopo, in un cestone di libri della biblioteca cittadina offerti agli utenti a una cifra simbolica quel non più bambino - divenuto nel frattempo un losco figuro, per giunta #drogatodipolitica - scorse proprio un'edizione economica di quel libro, ormai piuttosto difficile da trovare, e se ne appropriò immediatamente. Ritrovò nelle prime pagine quegli episodi di vita familiare (così insolitamente normali, per avere come protagonista un ministro e presidente del Consiglio) e si lasciò colpire dall'immagine offerta da un breve passaggio, ponte tra innocenza e apocalisse, di cui sarebbe stato sempre grato all'autrice: "Ho sempre pensato alla mia casa come ad un rifugio sicuro e lieto, tanto lieto che sembrava che lì fosse molto spesso Natale. La mia casa e la mia famiglia sono abbinate, nel mio cuore, all'idea del Natale. E nella casa dei cento Natali io ho vissuto serena, nonostante le difficoltà, fino al giorno dell'apocalisse, quando la cattiveria umana è venuta a frantumare tutte le certezze, in una volta sola, un qualsiasi giovedì di marzo".
Quel giovedì di marzo e il suo seguito di violenza, sangue e verità mai del tutto emerse ha di certo segnato il resto della vita di Maria Fida Moro: in uno degli ultimi eventi pubblici cui partecipò - e di cui questo sito si è occupato, trattandosi di una nuova pagina nel racconto delle vicende post-Dc, vale a dire l'assemblea "Popolari 101" del 18 gennaio 2020, una manciata di giorni prima dell'inizio dell'epoca Covid-19 per l'Italia - ribadì la sua convinzione che il padre fosse stato ucciso "non a caso, ma per il suo progetto politico dell'Europa, un progetto mazziniano, antico, fatto di contenuti e non solo di tappeti rossi e di fiori" e lamentò tra lo stupore generale che la legge n. 206/2004 prevedesse benefici per le vittime del terrorismo ma fosse "inapplicabile ad Aldo Moro" (e solo lo scorso anno la Camera ha di fatto esteso - secondo le dichiarazioni della stessa Maria Fida Moro, su impulso della presidente del Consiglio Giorgia Meloni - quei benefici anche ai discendenti dell'esponente democristiano ucciso dalle Brigate Rosse). 
Oltre all'impegno per difendere la memoria del padre (pure attraverso un'incessante ricerca della verità, al di là di ogni "versione ufficiale"), questo sito vuole ricordare l'impegno politico di Maria Fida Moro, segnato da varie candidature, ma non solo. Per quanto se ne sa, la prima candidatura di rilievo - la sola sfociata in un'elezione - risale al 1987 (undici anni dopo l'ultima candidatura nazionale di Aldo Moro, avvenuta però alla Camera, nel collegio di Bari-Foggia), quando la Democrazia cristiana scelse di candidarla al Senato, in Puglia, nel collegio di Bitonto: staccò gli altri candidati con oltre 49mila voti (il 35,41%, ben più alto del 21,11% del Pci, del 18,31% del Psi - che candidò Gennaro Acquaviva - e del 10,32% del Msi, per fermarsi ai partiti con un risultato a due cifre; Moro riuscì così a ottenere uno degli otto seggi spettanti alla Dc in quella regione, entrando nel gruppo di Palazzo Madama contrassegnato dallo scudo crociato.
Nel mese di ottobre del 1990, tuttavia, durante il restauro dell'appartamento milanese di via Monte Nevoso che le Br avevano usato come covo, emersero varie lettere inedite (e non spedite) di Aldo Moro, contenenti giudizi molto duri su vari esponenti della Dc. Pochi giorni dopo Maria Fida Moro annunciò l'intenzione di abbandonare il partito: lasciò il gruppo il 7 marzo del 1991, approdando da indipendente a quello della Rifondazione comunista (presieduto da Lucio Libertini). Lei stessa, oggetto di feroci critiche dal mondo cattolico per quella decisione, in una nota parlò di una scelta "maturata liberamente e spontaneamente. Fermo restando che io rimango quella che sono e che sono sempre stata, e le cose in cui credo son quelle, spero di aver finalmente l'opportunità di sentirmi membro di un gruppo, cioè accettata a pieno titolo nonostante il mio cognome. Ribadisco la mia amicizia nei confronti di tutti i parlamentari di qualsiasi partito ed in particolare di coloro che mi hanno accolto in senato riconoscendomi in buona fede e trattandomi con lo stesso rispetto che io dedico a tutti. 
ho scelto, sull'esempio di mio padre, di vivere la politica come servizio e di stare sempre dalla parte degli ultimi. non sono comunista più di quanto non sia stata democristiana, perché non credo nelle etichette, ma nelle persone. Considero di essere approdata in uno spazio libero dove dalle differenze nasca la possibilità di un mondo migliore". In quel momento - poco più di un mese dopo la fine del XX (e ultimo) congresso del Pci e la trasformazione di quel partito in Pds con la scissione a sinistra - Rifondazione comunista non aveva ancora un simbolo definito, anche perché il partito di Sergio Garavini, Libertini e Armando Cossutta rivendicava per sé il nome e l'emblema del Pci (e il nome indicato nell'atto costitutivo era proprio "Partito comunista italiano", mentre l'etichetta del gruppo parlamentare era dichiaratamente provvisoria): solo il 26 aprile sarebbe arrivata l'ordinanza con cui il Tribunale di Roma inibiva al "sedicente" Pci l'uso delle vecchie insegne, ma nel frattempo si erano dovute depositare le liste per varie elezioni comunali del 12 maggio e i rifondatori comunisti, nei non pochi casi in cui il simbolo originale del Pci non era stato ammesso, avevano dovuto escogitare soluzioni grafiche alternative.  
Già prima che Rifondazione comunista tenesse il suo primo congresso (a dicembre del 1991), però, Maria Fida Moro lasciò il gruppo, probabilmente non condividendo il ricorso "guerresco" all'ostruzionismo parlamentare (e altri atteggiamenti del nascente partito): alla fine di novembre passò al gruppo misto e lì terminò la X legislatura. Alle elezioni politiche del 1992 fu il Partito socialista italiano (quello in versione "allargata", con "Unità socialista" nel simbolo) a candidarla, sempre al Senato e sempre in Puglia, ma in quel caso direttamente nel collegio di Bari; gli oltre 24mila voti ottenuti (pari al 15,36%) furono battuti solo dai 39mila del democristiano Luigi Ferrara Mirenzi, ma superiori ai consensi raccolti dalle persone candidate dal Msi (terzo partito in quel collegio), dal Pds, dal Psdi (che proponeva Mimmo Magistro, futuro segretario), dal Pri e da altre formazioni, incluso il partito che l'aveva accolta nel suo gruppo nei mesi precedenti, Rifondazione comunista (che aveva schierato Luciano Canfora), ma la percentuale del Psi in Puglia era stata più alta (17,22%), così quello di Maria Fida Moro non poté risultare uno dei quattro risultati relativi migliori in regione, in grado di aggiudicarsi un seggio.
Se molto scalpore aveva destato l'adesione al gruppo rifondatore comunista, 
a novembre del 1993 non fece meno discutere la candidatura come sindaca del comune di Fermo per il Movimento sociale italiano - Destra nazionale (ottenne il 5,44% e divenne consigliera): "Voglio verificare - dichiarò - se nel nostro paese esistono ancora degli spazi democratici". Già in primavera Maria Fida Moro aveva iniziato a scrivere sul settimanale L'Italia, diretto da Marcello Veneziani e legato alla "nuova destra". ''Mi ferisce ancora nel ricordo - scrisse - l'episodio che mi ha convinta ad uscire da Rifondazione a causa di una mia doverosa difesa dell'onorevole Fini (che in quel momento neppure conoscevo di persona e del quale non condivido le idee, per esempio sulla pena di morte) gratuitamente emarginato da un incontro pubblico in nome dell'antifascismo. Antifascismo che però non ha impedito neanche un anno e mezzo più tardi a Rifondazione comunista di far parte del fronte del No insieme al Msi".
Già alla fine di febbraio del 1994, dopo aver concorso ai primi passi della futura Alleanza nazionale, Maria Fida Moro scrisse una lettera aperta a Gianfranco Fini per manifestare la sua delusione sul nascente progetto politico: "Per un anno io ho parlato in pubblico di Alleanza nazionale e mi era stata descritta come cosa altra e diversa da quella che vedo prefigurarsi ora. E questo non è giusto, perché io ho fatto da amplificatore ad un messaggio che ritenevo valido e credibile, ma che purtroppo non corrispondeva ad alcuna realtà". Non fu più candidata alle elezioni politiche, mentre partecipò alle elezioni europee del 1999: fu una sorta di ritorno a casa, visto che si presentò sotto le insegne di Rinnovamento italiano - Lista Dini, che aderiva al Partito popolare europeo; le 858 preferenze ricevute nella circoscrizione centrale e le 987 raccolte in quella meridionale, però, la tennero lontana dall'unico seggio conquistato dalla lista (andato a Pino Pisicchio).
Maria Fida Moro si avvicinò poi all'area radicale, aderendo al Partito radicale nonviolento transnazionale transpartito e a Radicali italiani (entrò anche nella giunta di segreteria di quest'ultimo soggetto a febbraio del 2007, su richiesta della segretaria Rita Bernardini e della tesoriera Elisabetta Zamparutti): "Non perfetti, ma buffi, persone che tra valanghe di parole sono capaci di compassione", disse nel sintetizzare l'identità delle persone che davano corpo a quell'area. Nel 2021 aderì anche a Nessuno Tocchi Caino, nell'anno in cui proprio il volto e le parole di Aldo Moro furono impiegate nella nuova campagna di iscrizioni: "Lo faccio per papà, mi iscrivo a Nessuno Tocchi Caino. Mi iscrivo, tra parentesi, ad Aldo Moro" disse la figlia, secondo il ricordo che ne ha dato ieri Sergio D'Elia sull'Unità, aggiungendo anche qualche riflessione sul rapporto tra la figlia di Moro e Marco Pannella: "per Maria Fida era un 'mito', il fratello maggiore che aveva provato contro tutto e contro tutti a salvare il suo amato padre da chi era convinto che un nobile fine potesse essere perseguito con qualsiasi mezzo".
Proprio a sostegno di una figura nata in area radicale arrivò l'ultima candidatura di Maria Fida Moro, quando nel 2016 concorse alla lista Più Roma - Democratici e popolari per appoggiare la corsa di Roberto Giachetti a sindaco della capitale: lei ottenne 428 preferenze e Giachetti perse il ballottaggio contro Virginia Raggi. Volendo però cercare di raccontare un'esperienza politica decisamente personale e caratterizzante per la figlia primogenita di Aldo Moro, non si può prescindere dal partito politico che fu fondato a Bari alla fine di maggio del 2013 da lei (come vicepresidente) e dal figlio Luca Moro (presidente): Dimensione cristiana con Moro. Nelle iniziali delle prime due parole evocava la Dc, il simbolo conteneva uno stendardo bianco crociato su fondo azzurro, inserito in una corona blu, con il cognome "Moro" evidenziato in un cartiglio: "Abbiamo preso questa decisione - spiegò Maria Fida Moro all'agenzia Adnkronos commentando la scelta di fondare il movimento politico centrista - per due ragioni etiche: fare uscire Aldo Moro dal portabagagli e rimetterlo al centro della vita politica italiana e per ridare peso e valenza alle parole perdute della politica". Il simbolo descritto non finì mai al Viminale e non è dato sapere se abbia partecipato a qualche consultazione elettorale; di certo, però, rappresenta una pagina grafica e "simbolica" che non si può ignorare, specie nel momento in cui si augura a Maria Fida Moro che la terra le sia lieve.

venerdì 2 febbraio 2024

Sardegna, simboli e curiosità sulla scheda

Con il sorteggio avvenuto lunedì presso la Corte d'appello di Cagliari, si è stabilito l'ordine di presentazione delle candidature e delle liste sulle schede delle elezioni regionali della Sardegna, previste per il 25 febbraio. Elettrici ed elettori potranno scegliere tra quattro aspiranti presidenti (Alessandra Todde, Paolo Truzzu, Renato Soru e Lucia Chessa, in ordine di estrazione, uguale per tutta l'isola), che potranno a loro volta contare sull'appoggio di 25 liste (il cui ordine, invece, è diverso per ognuna delle otto circoscrizioni), mentre nel 2019 si erano affrontate 24 liste a sostegno di ben 7 candidati.
Di seguito si mostrano e commentano i simboli, seguendo la successione sorteggiata per la circoscrizione di Cagliari; subito dopo, però, si cercherà di fare luce - in mancanza di notizie ufficiali - sui simboli depositati e non impiegati, visto che secondo le agenzie erano stati presentati 35 contrassegni.

Alessandra Todde

1) MoVimento 5 Stelle - A innantis!

La prima candidatura sorteggiata è quella di Alessandra Todde, già sottosegretaria al Ministero dello sviluppo economico (nel governo Conte II, poi viceministra per lo stesso dicastero nel governo Draghi) in quota MoVimento 5 Stelle, partito di cui è vicepresidente. Il caso ha voluto porre in prima posizione a Cagliari (e anche a Carbonia-Iglesias) il contrassegno depositato dal M5S, con il simbolo del partito inserito in un cerchio color verde acqua, che nella parte superiore contiene l'espressione "Alessandra Todde presidente" (il cognome è riportato in evidenza in giallo), mentre in basso, disposto ad arco - e completando una sottile circonferenza bianca - compare il riferimento ad A innantis!, il progetto politico di Franciscu Sedda che ha deciso di concorrere alle liste del MoVimento, senza utilizzare nessuna forma dell'albero deradicato (che aveva fatto sorgere polemiche con Irs).

2) Democrazia solidale

Seconda formazione indicata dal sorteggio (ma assente nella circoscrizione di Olbia-Tempio) è Democrazia solidale: per la prima volta il partito di Paolo Ciani e Mario Giro, vicino all'esperienza della Comunità di Sant'Egidio, partecipa alle elezioni regionali sarde. Nel contrassegno il logo di DemoS viene ridotto di dimensioni e il nome del partito (intero e in forma abbreviata) sono spostati in alto - sempre sul fondo color verde pino - per lasciare spazio nella parte inferiore del cerchio al riferimento alla candidatura di Todde (con nome e cognome evidenziato in rosso e l'appellativo "presidente" proposto nello stesso colore del segmento superiore del simbolo).
 

3) Progressisti - La Base

Il terzo posto sulla scheda è occupato dalla lista dei Progressisti: nessun riferimento alla coalizione di sinistra del 1994, ma al gruppo politico e consiliare guidato dall'ex sindaco di Cagliari (e aspirante alla presidenza della regione nel 2019, battuto da Solinas) Massimo Zedda, sostenuto allora anche dal suo Campo progressista. Elemento caratterizzante del contrassegno è la P che trasforma parte della "pancia" in una freccia che punta in alto; il segmento inferiore rosso, che contiene il riferimento a Zedda, ricorda in parte il vecchio simbolo di Sel (in cui l'ex sindaco di Cagliari ha militato); la parte superiore del cerchio contiene un piccolo segmento riservato a La Base, il progetto politico di Efisio Arbau. 

4) Partito socialista italiano - Sardi in Europa

In quarta posizione su manifesti e schede si trova la lista del Partito socialista italiano, che schiera il suo simbolo ufficiale con una piccola, ma significativa modifica. Se al centro è ben riconoscibile la grafica adottata dal Psi nel 2019 (con la sigla e il garofano stilizzato in evidenza), al posto della circonferenza rossa di contorno si trova una vera corona verde sfumata, che contiene la dicitura Sardi in Europa: il riferimento è all'associazione omonima fondata ad agosto dello scorso anno da Emanuele Armeni e Enzo Cugusi, con l'idea di lavorare per costruire "una macro regione del Mediterraneo, con la Sardegna al centro".
 

5) Sinistra futura

Il simbolo più colorato della coalizione di Todde (e forse dell'intera scheda elettorale) è il quinto: quello schierato dalla lista Sinistra futura, sorta poco meno di un anno fa come associazione di cultura politica per opera di vari esponenti di Articolo Uno e Sinistra italiana nel tentativo di proporre un percorso unitario per la sinistra sarda. Nel simbolo emerge l'immagine di un albero, che non è solo la rilettura dell'arbero arborense: il tronco è in realtà un avambraccio con una mano aperta (per simboleggiare i lavori, l'accoglienza, l'armonia tra uomo e natura, nonché tra lavoro e ambiente); non manca  una stella rossa, per richiamare i valori della Costituzione repubblicana e antifascista. Accanto all'albero, sulla terra stilizzata che contiene il riferimento alla candidatura di Todde, c'è anche la miniatura arcobaleno dell'associazione Orizzonte Sinistra.
 

6) Fortza Paris

Il sesto emblema presente sulle schede è ben noto alle elettrici e agli elettori di Sardegna: il partito Fortza Paris è nato infatti nel 2004 e ha partecipato a molti appuntamenti elettorali in questi vent'anni. Il simbolo, molto semplice è quasi sempre rimasto uguale, con il nome del partito - che in sardo significa "Avanti insieme" - diviso nei due semicerchi, quello rosso in alto e quello bianco in basso. Fortza Paris ha concorso anche alle ultime regionali, ottenendo l'1,62%; nel 2019 però ha sostenuto la candidatura di Christian Solinas (dunque si collocava sul fronte avverso rispetto a quello attuale ed ebbe un eletto) e il contrassegno era stato modificato (con l'inserimento della parola "Federalisti").
 

7) Partito democratico

Se il MoVimento 5 Stelle è la forza politica cui Alessandra Todde è legata, si contenderà la prima posizione all'interno della coalizione con il Partito democratico, che ha accettato di sostenere la candidatura dell'ex viceministra. Il simbolo del Pd è stato sostanzialmente conservato in quest'occasione: la grafica elaborata da Nicola Storto è stata solo leggermente ridotta per far posto, nella parte inferiore del cerchio, a una fascetta rossa con il riferimento alla Sardegna (con un carattere molto più evidente rispetto a cinque anni fa e senza l'inserimento del nome della candidatura per la presidenza).
 

8) Orizzonte Comune

All'ottavo posto sulla scheda (e all'interno della coalizione di Todde) si colloca la lista di Orizzonte Comune, movimento nato a luglio dello scorso anno e promosso dall'ex consigliere regionale (e già sindaco di Castelsardo) Franco Cuccureddu, nel 2019 demiurgo della lista Sardegna civica, schierata con Solinas. Nata per offrire le istanze delle amministrazioni locali (e delle rispettive comunità cittadine) e le esperienze degli amministratori alla politica regionale, Orizzonte Comune si distingue con un simbolo in cui spicca una fascia tricolore (decorata con il segno dei Quattro Mori) che occhieggia su uno sfondo giallo-arancione, che sembra portare le tracce del disegno di un progetto; nella parte inferiore non manca il riferimento alla candidatura di Todde.
 

9) Uniti per Alessandra Todde

Si configura come una vera e propria "lista della candidata presidente" Uniti per Alessandra Todde: lungi dal voler mostrare vicinanze politiche, il contrassegno qualifica l'esperienza come "lista civica". La grafica si basa sul rosso e sul blu, che si dividono equalmente l'interno del simbolo e (un po' meno equamente e quasi a specchio rispetto all'interno) la circonferenza di contorno (che ricorda un po', per i tagli diagonali, quella di Italia in Comune). All'interno del contrassegno spiccano la parola "Uniti" e il cognome della candidata, per il rilievo dato alle parole grazie alla loro brevità e al marcato carattere "bastoni" utilizzato
 

10) Alleanza Verdi e Sinistra

Ultima delle dieci liste in appoggio a Todde (si tratta della coalizione più numerosa di questo appuntamento elettorale) è quella presentata da Alleanza Verdi e Sinistra, che ospita al suo interno anche Possibile: il contrassegno di base è quello elaborato per le elezioni politiche del 2022, ma qui gli elementi fondativi dell'emblema sono ridotti e concentrati nella parte superiore per fare spazio al segmento riservato a Possibile e, subito sopra, a una fascetta ricurva con la dicitura "Sinistra sarda". Non manca, nella parte superiore, un riferimento alla candidatura di Todde: il contrassegno, insomma, è decisamente pieno e carico. 
 

Paolo Truzzu

11) Riformatori sardi

Al secondo posto è stata sorteggiata la candidatura dell'attuale sindaco di Cagliari, Paolo Truzzu, che può contare sull'appoggio di nove liste. La prima, secondo l'ordine di estrazione, è una "specialità sarda" anche se con un identificabile respiro nazionale un po' vintage: i Riformatori sardi, infatti, sono una forza politica nata nel 1998, declinazione sarda dei Patti legati a Mariotto Segni. Dopo Massimo Fantola e Roberto Frongia, la guida è passata a Mara Lai, ma il simbolo depositato è sempre lo stesso, con l'arco-emiciclo tricolore (con i "conci" uguali) su fondo blu, con sei stelle disposte sempre ad arco nella parte inferiore sopra le parole "Liberal democratici".
 

12) Unione di centro

In seconda posizione all'interno del centrodestra si trova il contrassegno dell'Unione di centro, che di fatto è solo leggermente variato rispetto a quello ufficiale del partito. Se le vele di Ccd e De restano in filigrana sullo sfondo azzurro scuro, lo scudo crociato in prio piano è stato ingrandito grazie anche alla riduzione del segmento rosso superiore: lì non c'è più scritto "Italia" (o "Sardegna" come cinque anni fa), ma si trova la sigla Udc, che - insieme allo scudo e al fondo simile al blu - potrebbe aver giocato un ruolo non irrilevante nella prima bocciatura del simbolo della Democrazia cristiana di Cuffaro e Donato.
 

13) Lega

Al terzo posto nel centrodestra si trova la lista della Lega, che inizialmente avrebbe preferito proporre la conferma del presidente uscente Solinas, ma ha poi accettato di sostenere la proposta unitaria del centrodestra. Si tratta della seconda partecipazione del simbolo con Alberto da Giussano alle elezioni regionali sarde: nel 2019, con l'11,4%, fu il primo partito della coalizione e il secondo di tutta la competizione elettorale, dopo il Pd. Il contrassegno schierato è esattamente lo stesso di allora, con il riferimento alla Sardegna conservato al di sotto del cognome di Matteo Salvini, all'interno del segmento inferiore blu.
 

14) Partito sardo d'azione

Alla fine la candidatura di Truzzu ha ricevuto il sostegno anche del Partito sardo d'azione, che ha tenuto il punto sulla ricandidatura del proprio presidente uscente, Christian Solinas, fino al suo ritiro dalla competizione dopo la notizia del sequestro cautelativo di alcuni suoi beni scaturito da un'indagine a suo carico. Il simbolo del partito è quello classico, con il fregio dei Quattro Mori racchiuso in un quadrato; questa volta il contrassegno depositato e impiegato non contiene scritte (nel 2019 c'era invece il riferimento a "Solinas presidente").
 

15) Forza Italia

Si conferma l'apporto di Forza Italia alla coalizione di centrodestra: il sostegno alla soluzione Truzzu era stato assicurato fin dall'inizio. Il contrassegno schierato (e depositato in Corte d'appello dall'ex presidente della regione Ugo Cappellacci) è molto simile a quello elaborato in occasione delle elezioni politiche del 2022: la bandierina tricolore di Cesare Priori è sempre al centro, in alto ad arco c'è il riferimento al Ppe (ma non è l'unico partito europeo presente sulla scheda), mentre sotto c'è solo il cognome di Silvio Berlusconi, senza più la parola "presidente".
 

16) Sardegna al centro - 20Venti

Sesta lista della coalizione che appoggia Truzzu è Sardegna al centro - 20Venti, che sembra unire due progetti. Il secondo, in particolare, è in diretta continuità con Sardegna 20Venti, lista promossa nel 2019 da Stefano Tunis (allora consigliere regionale uscente di Forza Italia) e premiata con 3 consiglieri grazie al suo 4,13%: il fregio dei Quattro Mori reinterpretato con le cifre dell'anno 2020 viene da lì. Sardegna al centro, invece, rimanda al progetto nazionale di Italia al centro di Giovanni Toti: non a caso, tra i promotori della lista c'è anche Antonello Peru, coordinatore sardo di Italia al centro e i colori usati (arancione e azzurro) ricordano quelli della formazione di Toti.
 

17) Alleanza Sardegna - Partito liberale italiano

L'unica vera "bicicletta" di queste elezioni regionali sarde è rappresentata dalla lista Alleanza Sardegna - Partito liberale italiano. Alleanza Sardegna è una forza locale - come dimostra il tema dei Quattro Mori riletto coi pallini al posto delle teste, sovrapposto alla sagoma dell'isola e collocato su un fondo color sabbia - guidata da Gerolamo "Mimmo" Solina. Il Pli, che da un anno e mezzo ha come segretario il cagliaritano Roberto Sorcinelli, ha accostato il suo simbolo a quello di Alleanza Sardegna, con il diametro che è esattamente metà rispetto a quello del logo più grande (ma il fregio tricolore è comunque più visibile rispetto al 2019, quando il Pli aveva concorso alla lista Energie per l'Italia).  
 

18) Fratelli d'Italia

Ottava lista della coalizione di centrodestra è quella politicamente più vicina all'aspirante presidente Truzzu: Fratelli d'Italia. Com'è noto Fdi ha premuto a lungo perché fosse il proprio candidato a rappresentare il centrodestra in questa competizione elettorale (resistendo a chi avrebbe preferito riproporre il presidente uscente). Pure per questo può stupire che nemmeno questo contrassegno contenga un riferimento al candidato (ma sul punto si tornerà più avanti); in compenso, per l'occasione, Fdi rinuncia alla struttura "a cannocchiale", spostando la propria dicitura in alto e collocando il nome della presidente Giorgia Meloni al centro (subito sopra la fiamma tricolore), dandogli ancora più evidenza. Se nel 2019 il partito aveva ottenuto il 4,72%, questa volta è lecito aspettarsi un risultato ben diverso.  
 

19) Democrazia cristiana con Rotondi

Chiude lo schieramento di centrodestra la lista Democrazia cristiana con Rotondi, della quale in realtà si è abbondantemente parlato nei giorni scorsi: il primo simbolo con lo scudo crociato su fondo blu, infatti, era stato ricusato per confondibilità con l'Udc e, nel giro di qualche ora, lo staff del partito ha sostituito il contrassegno, proponendo il nome del partito solo in sigla e collocando al centro - sullo sfondo diventato bianco - il disegno di una balena bianca. Si tratta quasi certamente di un emblema di transizione (sono probabili alcuni aggiustamenti), ma intanto il problema è stato risolto e le liste sono state regolarmente presentate.
 

Renato Soru

20) Liberu

Può contare sul sostegno di una coalizione, sia pure più ridotta (le liste sono cinque) e decisamente variegata, anche Renato Soru, fondatore di Tiscali e già presidente della Regione Sardegna (2004-2009). La prima lista sorteggiata è quella di Liberu, partito della sinistra indipendentista che punta a difendere gli interessi e rappresentare le istanze del popolo sardo (il nome è la forma ridotta del motto "Lìberos Rispetados Uguales") e, dopo un primo tempo di vicinanza al "campo largo" del centrosinistra, ha deciso di sostenere Soru. L'elemento più visibile del simbolo è il quadrato rosso che comprende un ideogramma che accosta e unisce le lettere L, R e U, con tratti che ricordano i graffiti rupestri presenti in Sardegna o, più facilmente, gli arcieri ritratti nei bronzetti nuragici.
 

21) Movimento Progetto Sardegna

La seconda lista estratta è quella più legata al ri-aspirante presidente: Progetto Sardegna era il nome della formazione che aveva accompagnato la vittoria di Soru nel 2004 (la più votata dopo Ds e Margherita) e Progetto Sardegna è la lista che guida la cosiddetta "Coalizione sarda" vent'anni dopo (e cui guarda anche Italia viva). Il contrassegno di quest'anno riprende il disegno di un nuraghe polilobato (anche se dall'alto può ricordare anche una costellazione) già usato nel 2004, così come l'arancione; il nome e il segmento in cui è inserito il riferimento a Soru sono invece tinti di viola (ricordando in questo la struttura del simbolo di Movimento X - Progetto Per).
 

22) +Europa - Azione - Upc

Avevano annunciato a dicembre il loro sostegno a Renato Soru, abbandonando anch'esse la coalizione guidata da Pd e M5S, +Europa (anche se non tutto il partito locale sembra aver apprezzato) e Azione: i partiti guidati da Riccardo Magi e Carlo Calenda si uniscono nel contrassegno, dividendosi lo spazio del cerchio che al centro porta una banda blu con il riferimento a Soru: in alto c'è +Europa (con qualche elemento giallo, lo stesso del "+"), in basso c'è Azione (con qualche elemento verde). Se la parte superiore contiene la dicitura "Liberali democratici europei" (riferimento all'Alde Party cui le due forze appartengono), in basso c'è la sigla multicolore Upc, che sta per Unione popolare cristiana, presente da tempo in Sardegna.
 

23) Vota Sardigna

Quarta lista della coalizione in appoggio a Soru è Vota Sardigna, formazione elettorale che unisce le forze del movimento Sardegna Chiama Sardegna, Irs e ProgReS sotto un'unica insegna. Nessuno dei tre emblemi però è entrato nel contrassegno di lista, nel quale spicca su fondo bianco la sagoma della Sardegna ricostruita con tante tessere, come un mosaico. Il colore principale (dell'isola e del segmento inferiore del cerchio su cui insiste parte del nome) è il verde acqua, ma non mancano tesserine tinte di giallo ocra o di porpora.
 

24) Partito della Rifondazione comunista

A dimostrazione della natura piuttosto eterogenea della Coalizione sarda, si può considerare la quinta e ultima lista, presentata dal Partito della Rifondazione comunista. Il Prc ha scelto di appoggiare Soru dopo aver tentato inutilmente di costruire - con altre forze di sinistra e sardiste - una coalizione alternativa ai due principali raggruppamenti elettorali; Rifondazione comunista partecipa a questo voto con il suo simbolo ufficiale, ormai consolidato da oltre vent'anni (anche con riguardo al riferimento al Partito della Sinistra europea, leggibile nella "lunetta" rossa del cerchio grande).
 

Lucia Chessa

25) Sardigna R-esiste

L'ultima posizione sulla scheda elettorale sarda è occupata dall'aspirante presidente Lucia Chessa, segretaria del partito dei RossoMori, che persegue gli ideali del sardismo, del socialismo e dell’azionismo. Non è però il simbolo del suo partito a sostenere Chessa: la lista - presente in sei delle otto circoscrizioni, vista la mancata presentazione della lista in Ogliastra e a Sassari - si chiama Sardigna R-esiste. Il suo simbolo è costituito da un cerchio azzurro che, oltre al nome della lista e al riferimento alla candidata presidente (la parte graficamente meno riuscita del contrassegno, a dire il vero), contiene un cerchio bianco con il profilo multicolore dell'isola, costruito a trattini, mentre altri tratti impilati richiamano la forma di un nuraghe.   

I simboli non arrivati sulla scheda

Fin qui le 25 liste che sono state effettivamente presentate sull'isola. La sera del 15 gennaio, tuttavia, si era parlato di ben 35 contrassegni depositati negli uffici della Corte d'appello di Cagliari: evidentemente mancano dieci simboli all'appello. Alcuni sono facili da individuare, altri si possono supporre, di altri ancora nulla si sa.
Si è parlato per esempio dell'esclusione dalle elezioni regionali della candidatura di Maria Rosaria Randaccio, che - dopo avere sostenuto Ugo Cappellacci nel 2014 con la sua lista Sardegna Zona Franca - si presentava con l'appoggio dell'unica lista Forza del Popolo, soggetto politico guidato da Lillo Massimiliano Musso (ed emerso con una certa notorietà a partire dalle elezioni politiche del 2022). Il contrassegno era quello si questa forza politica, integrato con il riferimento alla candidatura di Randaccio, la grafica dei Quattro Mori in filigrana e la dicitura "Sardegna zona franca extradoganale". 
A determinare l'esclusione sarebbero state, in varie circoscrizioni (non a Sassari, però, dove la lista è stata ammessa), le contestazioni alla validità delle autenticazioni delle firme dei sottoscrittori: in particolare, i magistrati avrebbero rilevato che molte autenticazioni ad opera di Musso (come avvocato del foro di Agrigento che ha dichiarato la disponibilità ad autenticare le firme) portavano la stessa data, il che avrebbe significato una improbabile raccolta e autenticazione massiva di firme (1441) in un solo giorno. In una lunga diretta online, Musso ha contestato quest'accusa, sostenendo la tesi della c.d. "autenticazione differita": le firme, tutte autentiche, sarebbero state raccolte effettivamente davanti a lui, in presenza fisica o attraverso un supporto elettronico (ritenendo che si dovesse accettare anche quella forma come "presenza"), mentre la data indicata sarebbe stata quella della formazione del plico degli "atti separati" con le firme, con tanto di pinzatura dei fogli e di timbri di congiunzione tra le pagine (operazioni che richiederebbero assai meno tempo e sarebbero del tutto compatibili con l'apposizione della medesima data). 
Ora, è pur vero che il tenore del testo della formula di autenticazione - "A norma dell’art. 21, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, certifico vere ed autentiche le firme, apposte in mia presenza, degli elettori sopra indicati [numero delle firme], da me identificati con il documento segnato a margine di ciascuno" - seguita da luogo e data non chiarisce senza ombra di dubbio che luogo e data devono essere relativi anche alle operazioni di raccolta delle sottoscrizioni e verifica di coincidenza con il documento, oltre che alla mera "certificazione di autenticità"; tuttavia è noto che, in base alla prassi, la firma dell'autenticatore alla fine dei fogli del singolo atto separato viene (o è opportuno che sia) apposta alla fine della singola giornata di raccolta, con l'indicazione del numero esatto di sottoscrizioni che il soggetto autenticatore ha verificato (dichiarando peraltro, in sostanza, di essere stato presente durante tutte le operazioni di raccolta), dunque anche quando il foglio non è completamente riempito. Lo si intuisce da alcuni elementi: 1) non di rado gli uffici elettorali, soprattutto quelli dei comuni, suggeriscono di autenticare le firme giorno per giorno anche per assicurarsi che - scongiuri accettati... - l'eventuale decesso di uno dei sottoscrittori della lista non faccia sorgere dubbi sull'autenticità delle altre firme (dubbi che non sorgerebbero in caso di morte in data successiva a quella dell'autentica, mentre sarebbero più fondati nell'ipotesi inversa); 2) qualora si faccia ricorso ad autenticatori "professionali" (notai, cancellieri...) o "istituzionali" (segretari comunali e funzionari delegati), è difficile immaginare che la persona possa completare la dichiarazione di autenticazione in un momento diverso da quello della raccolta (mentre un simile scenario potrebbe sembrare più plausibile per gli autenticatori "politici", quindi gli eletti indicati dalla legge n. 53/1990 e, volendo, gli avvocati legati alla singola forza politica). In ogni caso, Forza del Popolo non risulta avere fatto ricorso.
Altro simbolo escluso di cui si è parlato nei giorni scorsi è quello presentato sempre da Alleanza Sardegna, il cui emblema questa volta occupava l'intero cerchio, con all'interno le miniature dei simboli del Partito liberale italiano - di nuovo - e (ancora più piccolo) della Democrazia cristiana che si riconosce nella segreteria di Antonio Cirillo. Si è però già raccontato che il ricorso al Tar di Cagliari presentato da Mimmo Solina è finito con un rigetto, essenzialmente per la confondibilità data dallo scudo crociato, sia pure in forma diversa rispetto a quello dell'Udc; questo ha messo in secondo piano l'inevitabile somiglianza con l'altro emblema presentato da Alleanza Sardegna (quello condiviso con il Pli, di cui si è parlato nella prima parte dell'articolo). 
Lo stesso Tar sardo, invece, aveva riammesso il contrassegno ufficiale della Democrazia cristiana guidata da Totò Cuffaro (mentre è rimasto ignoto il simbolo sostitutivo comunque presentato dal partito). Eppure, a dispetto della riammissione, non è stata presentata nessuna lista della Dc-Cuffaro, nonostante il partito potesse contare - com'è già stato scritto e come vale per tutte le forze finite sulla scheda e anche per alcune che hanno scelto di non presentarsi, tranne la citata Forza del Popolo - sulla dichiarazione di un consigliere regionale uscente che esentava dalla raccolta delle firme. Il motivo della mancata presenza della Dc lo ha spiegato bene l'europarlamentare Francesca Donato con un suo post del 30 gennaio: "A seguito della ricusazione del nostro contrassegno, scaturita proprio dalle contestazioni mosse dall'Udc, abbiamo depositato in via cautelativa un contrassegno alternativo per poter comunque presentare le nostre liste di candidati in caso di rigetto del ricorso. Ciò ha fornito il perfetto alibi a chi voleva inizialmente candidarsi con noi ma cercava dei paracadute politici in caso di insuccesso, per i propri interessi personali. Approfittando delle incertezze sorte fra alcuni candidati in ordine al probabile accoglimento del ricorso (su cui noi dirigenti non abbiamo mai nutrito dubbi), ha convinto gli stessi dell’impossibilità di raccogliere voti con l’eventuale nuovo contrassegno e li ha convinti a candidarsi con l’Udc, svuotando in tal modo le nostre liste nelle circoscrizioni del Nord, buttando alle ortiche i valori di lealtà, verità e correttezza su cui la Dc si impegna. A ridosso dello scadere del termine per la presentazione delle liste è stato impossibile per noi trovare dei candidati alternativi e pertanto, con grande rammarico, abbiamo dovuto rinunciare".
Ha invece scelto deliberatamente di non presentare la propria candidatura Alessandra Zedda, consigliera uscente di Forza Italia, che in un primo tempo aveva scelto di "offrire al centrodestra, in un momento di stallo e di confusione, una proposta di guida per la regione Sardegna proveniente dalla società civile e in particolare dall'Associazione Anima di Sardegna". "Alla luce degli appelli di Paolo Truzzu e della ritrovata unità della coalizione - ha dichiarato - ritengo importante offrire al centrodestra un gesto di generosità e ritirare la mia candidatura a presidente". Per questo non è arrivato sulle schede il simbolo della lista Anima di Sardegna, peraltro molto ben realizzato: su fondo color carta da zucchero (o, se si preferisce, blu-mare), spicca la sagoma della Sardegna realizzata con cinque "pezzi" (quasi in stile Tangram) tinti di altri colori che vogliono raccontare il territorio, cioè l'azzurro-cielo, il verde-natura, il giallo-sole e l'arancione-terracotta, insieme al bianco centrale. 
Si è già detto della candidatura ritirata (meglio: ufficialmente mai presentata) di Christian Solinas dopo la notizia del sequestro di beni a suo carico disposto dal gip di Cagliari. Sul piano dei contrassegni depositati, occorre dare conto del fatto che Pietro Salvatori, in un suo articolo per l'Huffington Post pubblicato il 15 gennaio, aveva mostrato il simbolo Solinas presidente, a fondo bianco, con il cognome del presidente al centro sottolineato di rosso e di blu, un nuraghe polilobato in alto e la testa di uno dei Mori bendati in basso. La lista avrebbe goduto dell'esenzione dalla raccolta firme, ma è abbastanza chiaro il motivo per cui non è stata presentata. Va peraltro detto che un articolo apparso sulla Nuova Sardegna il 16 gennaio parlava anche di un contrassegno uguale a quello depositato nel 2019, vale a dire quello del Psd'az con al di sotto un segmento circolare nero con la dicitura "Solinas presidente": non è dato sapere se effettivamente sia stato così (e se quel simbolo sia stato poi ammesso).
Lo stesso articolo accennava alla possibilità che potessero sorgere contenziosi tra il Partito socialista italiano e il Nuovo Psi, visto che quest'ultimo - guidato da Stefano Caldoro e Lucio Barani - ha depositato l'ultima versione del suo contrassegno elettorale, con il garofano accanto alla sigla nPSI (stesso carattere di quella del Psi) e, nella parte superiore su fondo blu, la dicitura "Liberali e riformisti". Vale la pena notare che anche il Nuovo Psi, alla pari di varie altre liste, aveva la possibilità di presentare candidature senza firme grazie al sostegno tecnico di un consigliere uscente (in questo caso Michele Cossa dei Riformatori Sardi); molte più polemiche, in compenso, aveva destato la notizia in base alla quale le liste di Soru hanno beneficiato di esenzioni concesse da esponenti della maggioranza uscente (Piero Maieli - Psd'az per Liberu, Annalisa Manca - Riformatori sardi per Vota Sardigna, Pietro Moro - Grande centro per il Prc, Annalisa Mele - Riformatori sardi per +Europa e Francesco Stara - Grande centro per Azione, anche se queste ultime due forze hanno scelto di correre insieme). 
Risultavano esonerate dalla ricerca di sottoscrittori altre tre potenziali liste, Truzzu presidente, Orgoglio Sardegna e Autonomia, tutte esentate da consiglieri di Fratelli d'Italia. E sempre secondo il citato articolo della Nuova Sardegna proprio Fdi avrebbe fatto presentare altrettanti simboli riconducibili a quelle denominazioni; tuttavia, salvo errore, nessuna di queste grafiche è trapelata in questi giorni. Se, infine, si scorre l'elenco delle forze politiche esentate grazie all'adesione tecnica di un consigliere, si ritrova anche Idea Sardegna - alleanza civica identitaria, gruppo costituito a marzo del 2022 dai tre consiglieri che attualmente sono parte del gruppo misto, Carla Cuccu, Roberto Caredda e Giovanni Antonio Satta (gli esoneranti erano gli ultimi due). La lista, com'è noto, non è finita sulla scheda, ma è probabile che il 35° contrassegno depositato sia stato proprio questo: ove emergesse che così non è stato, ovviamente, si farebbe pronta rettifica.

martedì 30 gennaio 2024

Decreto elezioni 2024: cosa c'è, cosa manca (per ora), effetti sui simboli

Risulta in vigore da oggi ed è già stato presentato al Senato per la sua conversione il decreto legge 29 gennaio 2024, n. 7, rubricato "Disposizioni urgenti per le consultazioni elettorali dell'anno 2024 e in materia di revisione delle anagrafi della popolazione residente e di determinazione della popolazione legale". I media hanno messo in luce soprattutto alcuni aspetti di queste norme, a partire dalla possibilità di accorpare le elezioni europee alle altre scadenze elettorali previste in primavera (il turno più nutrito di elezioni amministrative e, probabilmente, almeno le regionali del Piemonte: si vedrà meglio più avanti) nei cosiddetti election days e dall'intervento sui limiti al numero di mandati consecutivi per i sindaci nei comuni fino a 15mila abitanti. Il contenuto del decreto-legge merita comunque di essere approfondito di seguito.
 

Votare per due giorni: istruzioni per l'uso (ed eccezioni)

Per prima cosa, l'articolo 1 prevede che tutte le consultazioni del 2024 (si parla ritualmente anche di referendum, benché non ne siano previsti) si svolgano in un giorno e mezzo, di norma per l'intera domenica (dalle ore 7 alle ore 23) e per metà del lunedì (dalle ore 7 alle ore 15). Il decreto-legge precisa però che la prescrizione non vale per le elezioni già indette, dunque certamente non vale per le regionali della Sardegna, già previste per il 25 febbraio, né per quelle in Abruzzo, convocate per il 10 marzo già lo scorso 19 ottobre (le liste si presenteranno tra il 9 e il 10 febbraio); avranno invece a disposizione 24 ore (16 + 8) le persone chiamate al voto per le elezioni regionali in Piemonte, Basilicata e Umbria, non ancora indette.
Si prevede il voto in un giorno e mezzo anche per le elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia, ma con le operazioni articolate diversamente. Poiché infatti lo scorso anno il Consiglio dell'Unione Europea ha previsto che il voto per il rinnovo del Parlamento europeo si sarebbe tenuto in tutti i Paesi dell'Unione tra giovedì 6 giugno e domenica 9 giugno 2024, è impossibile votare di lunedì: per conservare il principio stabilito con il decreto, in Italia si è scelto di votare per le elezioni europee per metà della giornata di sabato 8 giugno (dalle ore 14 alle ore 22) e per tutta la giornata di domenica 9 giugno (dalle ore 7 alle ore 23). Le elezioni (amministrative ed eventualmente regionali) che saranno accorpate alle elezioni europee, ovviamente, seguiranno gli stessi orari di apertura dei seggi.
Non è la prima volta in cui in Italia si vota anche di sabato: è accaduto sempre in occasione delle elezioni europee - e amministrative accorpate - nel 2004 (12 e 13 giugno) e nel 2009 (6 e 7 giugno), cioè nel periodo in cui si era ripreso a votare in un giorno e mezzo (mentre alla fine del 2013 si è tornati a un giorno solo, per risparmiare). Si tratta, com'è noto, di una misura volta a rendere più accessibile l'esercizio del diritto di voto, anche se in questo caso non manca qualche - inevitabile - controindicazione pratica. Lo stesso decreto, infatti, precisa che i seggi (gli "uffici elettorali di sezione") dovranno tassativamente essere insediati entro le 9 del sabato (e i presidenti, insieme ai rispettivi segretari, dovranno ricevere il materiale elettorale entro le 7 e 30); le operazioni preliminari, inclusa l'autenticazione delle schede, dovrà concludersi in mattinata, in modo da poter aprire regolarmente i seggi alle 14, tenendoli aperti fino alle 22; la domenica saranno tutti i componenti dell'ufficio elettorale di sezione (e non solo, come il giorno prima, il presidente, il segretario e il personale del comune interessato, oltre che le forze dell'ordine di vigilanza ovviamente) a dover subire una levataccia per poter aprire regolarmente il seggio alle 7, sapendo che dovranno tenerlo aperto fino alle 23. A dispetto della maratona, converrà che presidente, scrutatori e segretario siano ben svegli e lucidi, visto che - subito dopo la chiusura della sezione, il riscontro dei votanti e il sigillo alle eventuali urne "da rinviare" - dovranno iniziare lo scrutinio delle schede delle elezioni europee, prestando particolare attenzione alle preferenze espresse e verificando che, qualora siano indicati due o tre nomi, siano presenti entrambi i generi (storicamente le persone che si candidano alle elezioni europee sono meno note rispetto a quelle che si presentano alle comunali o alle regionali, quindi occorre che qualcuno nel seggio controlli sempre sui manifesti delle candidature). Finite le operazioni e sigillata la sezione, si potrà andare a dormire un po' di più, in attesa di ritrovarsi al seggio alle 14 del lunedì per scrutinare le altre schede eventualmente rimaste (quelle delle elezioni regionali e comunali, nei territori interessati da quei voti).

Le norme sulle elezioni amministrative

Un gruppo di disposizioni del decreto-legge n. 7/2024 è dedicato essenzialmente alle elezioni amministrative. Oltre ad alcune norme in materia di revisione delle anagrafi della popolazione residente e di determinazione della popolazione legale (quella, in particolare, che determina se un comune ha più di 15mila abitanti, ne ha tra 5mila e 15mila, meno di 5mila o è "sotto i mille", con l'applicazione delle rispettive regole elettorali), si precisa che in tutti i comuni capoluoghi di provincia - e, nelle province con nome composto, la regola vale per tutti i comuni ricompresi nella denominazione - si applica il sistema elettorale previsto per i comuni "superiori" (con le candidature a sindaco sostenute da una o più liste e la previsione di un eventuale ballottaggio se nessuna persona ha superato il 50% dei voti al primo turno), anche se la popolazione fosse inferiore a 15mila abitanti (la norma non vale per i comuni compresi nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano).
Si è molto parlato poi delle modifiche ai limiti ai mandati consecutivi dei sindaci: in particolare, se per i comuni superiori nulla cambia (si possono svolgere al massimo due mandati consecutivi, essendone possibile un terzo solo se uno dei due precedenti è durato meno di due anni e mezzo e non per dimissioni volontarie), per i comuni con popolazione tra 5mila e 15mila abitanti è possibile svolgere tre mandati consecutivi, mentre non è più previsto alcun limite per i comuni con popolazione fino a 5mila abitanti. La norma, che modifica stabilmente le regole prima in vigore (ovviamente fino a eventuali altre modifiche), muove dalla consapevolezza che "nei comuni di minore dimensione demografica risulta di fatto spesso problematico individuare candidature per la carica di primo cittadino, per cui il divieto di rielezione per un terzo mandato comporta rilevanti criticità", a partire dal rischio che non si presenti nessuno (con conseguente commissariamento) o che ci sia solo un candidato (eventualità di cui si dirà tra poco): permettere un terzo mandato consecutivi (o, nei comuni fino a 5mila abitanti) consentirebbe dunque di ridurre i problemi appena citati e di immaginare una programmazione politica potenzialmente a lungo termine; non sono però mancate voci critiche, secondo le quali, in questo modo, si consente di fatto a una persona di guidare un comune per quindici anni di fila - e anche di più, in ipotesi "fino alla consunzione", nei comuni più piccoli - non favorendo la formazione di nuove classi dirigenti locali e, nelle ipotesi peggiori, non scoraggiando il costituirsi di relazioni di potere durature. 
L'inserimento di queste disposizioni sul numero dei mandati, per qualcuno, potrebbe essere il presupposto per elevare a tre mandati consecutivi il limite anche per i presidenti delle giunte regionali; si tratta però di una partita molto delicata (si dovrebbe intervenire sulla "legge cornice" statale che detta i principi in materia di elezioni regionali, la n. 165/2004) e dall'esito per niente scontato (anche perché il presidente della giunta regionale è molto più simile al sindaco di un comune "superiore", per il quale il limite è ancora di due mandati consecutivi, rispetto alla figura che guida un comune "inferiore")
Il decreto-legge contiene poi una norma valida solo per le elezioni ammnistrative del 2024, anche se di fatto ripropone norme previste in passato, sempre una tantum (in decreti-legge o in sede di conversione), dal 2021: nei comuni fino a 15mila abitanti, se è stata ammessa una sola lista, le elezioni sono valide (e tutti i candidati sono eletti) purché vada a votare almeno il 40% delle persone aventi diritto - non computando nel corpo elettorale gli iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (AIRE) che non si siano recati alle urne - e purché la lista abbia ottenuto almeno il 50% dei voti espressi (percentuale calcolata quindi su tutte le schede votate, incluse quelle bianche e quelle nulle). Si tratta, com'è noto a chi frequenta questo sito, di una delle previsioni contenute nel d.d.l. a prima firma di Luigi Augussori presentato nella scorsa legislatura (e approvato in Senato nel 2021, senza finire il suo percorso alla Camera) e ribattute nell'identico disegno di legge presentato nel 2022 da Daisy Pirovano (approvato meno di un anno fa a Palazzo Madama e tuttora all'esame della commissione competente di Montecitorio). Mentre però dal 2021 si applicano (pur se ogni volta una tantum) le norme anti-commissariamento, non si è ancora arrivati a reintrodurre un numero esiguo di firme da raccogliere a sostegno delle liste nei comuni sino a mille abitanti: si era arrivati a invocare questa norma dopo i noti casi di "liste di extra muros" in tanti piccolissimi centri e che in vari casi sembravano essere state presentate per ragioni extra-elettorali (non di rado provocando disagi al funzionamento delle istituzioni locali). 
Considerando che qualche norma - incluse quelle sul limite ai mandati consecutivi - non riguarda solo il 2024 ma modificano stabilmente le regole, qualcuno potrebbe anche presentare un emendamento che renda stabile l'intervento sulla validità delle elezioni nei comuni inferiori ed estenda la raccolta delle sottoscrizioni ai comuni "sotto i mille", di fatto sfruttando la corsia preferenziale della conversione del decreto-legge per introdurre una volta per tutte una norma già approvata a larga maggioranza in quella stessa aula di Palazzo Madama ed evitare che si incagli di nuovo alla Camera.

I simboli per le europee, tra date e incognite

Il decreto-legge pubblicato ieri non parla mai dei contrassegni elettorali, ma alcune sue previsioni hanno effetti anche su quella materia. Il testo, infatti, precisa opportunamente che, anche se per rinnovare il Parlamento europeo si comincerà a votare già di sabato, "ai fini del computo dei termini dei procedimenti elettorali, si considera giorno della votazione quello della domenica": questo significa, per quanto soprattutto interessa qui, che il deposito dei simboli che distingueranno le liste per le elezioni europee dovrà essere effettuato presso il Ministero dell'interno dalle ore 8 alle ore 20 di domenica 21 aprile e dalle ore 8 alle ore 16 di lunedì 22 aprile (con la presentazione delle liste tra il 30 aprile e il 1° maggio); per le elezioni amministrative, invece, le liste e tutti gli altri documenti relativi alle candidature (inclusi i contrassegni) si presenteranno nei rispettivi comuni tra venerdì 10 e sabato 11 maggio.
Se queste considerazioni possono già preparare un orizzonte di media primavera per la prossima #MaratonaViminale (pur se più breve di un giorno, come da previsione di legge, rispetto ai tempi dettati per le elezioni politiche), restano alcune incognite, che potrebbero avere effetti anche sulla presentazione dei simboli alle elezioni europee. Occorrerà, in particolare, prestare la massima attenzione agli emendamenti che saranno presentati in commissione e in aula: qualcuno, infatti, potrebbe riguardare sia la soglia di sbarramento, sia l'esenzione dalla raccolta delle firme.
Sul primo punto, non è un mistero che varie forze politiche vedano di buon occhio un abbassamento della soglia del 4% attualmente prevista (e introdotta nel 2009). La clausola di sbarramento non sarebbe obbligatoria, se si riporta alle circoscrizioni infranazionali l'obbligo di prevedere una soglia tra il 2% e il 5% per le circoscrizioni in cui si assegnano più di 35 seggi (così prevede la decisione 2018/994 del Consiglio), mentre l'obbligo ci sarebbe se si considerasse come circoscrizione l'intero territorio nazionale (in cui si assegnano 76 seggii); diverso sarebbe il discorso se si abbassasse l'asticella al 3%, in armonia con la legge elettorale politica. Dalla sua introduzione in avanti, la soglia di sbarramento ha favorito l'aggregazione di forze politiche diverse in liste unitarie: se l'esito elettorale spesso è stato insoddisfacente, quasi sempre la grafica dei rispettivi contrassegni ne ha risentito molto (con soluzioni e accostamenti che hanno prodotto accozzaglie visive o fregi difficili da leggere o da riconoscere). L'abbassamento della soglia potrebbe ridurre questa tendenza, ma non è detto: con il risultato utile maggiormente alla portata, partiti diversi potrebbero comunque cedere alla tentazione di unirsi in federazioni ad hoc, cercando di trovare soluzioni "simboliche" più o meno soddisfacenti.
A monte, però, un altro fattore di complicazione della grafica è costituito dalla ricerca spasmodica di scorciatoie per evitare la raccolta delle sottoscrizioni: alle elezioni europee, per essere presenti in tutta l'Italia, ne occorrono almeno 150mila, perché ne servono almeno 30mila per ognuna delle 5 circoscrizioni; come se non bastasse, la legge chiede che in ognuna delle regioni comprese nella circoscrizione sia raccolto almeno un decimo delle firme, altrimenti la lista è nulla, il che richiede l'impresa quasi impossibile di trovare almeno 3mila sottoscrittori in Valle d'Aosta, Molise e Basilicata. Com'è noto, però, varie forze politiche sono esenti per legge quest'onere: vale, in particolare, per i partiti costituiti in gruppo parlamentare anche in una sola delle Camere (cioè Fratelli d'Italia, Lega, Forza Italia, Noi moderati, Pd, Alleanza Verdi e Sinistra, M5S, Italia viva e Azione, nonché gli autonomisti) o che nell'ultima elezione abbiano presentato candidature "con proprio contrassegno" e abbiano ottenuto almeno un seggio in una delle due Camere (cioè certamente +Europa, Maie, Svp-Patt, Union Valdôtaine e Centro democratico, ma probabilmente anche Campobase). In teoria l'elenco fatto sin qui dovrebbe coprire tutto l'elenco delle forze esenti, considerando che vi risultano incluse tutte le forze che hanno eletto europarlamentari nel 2019 e tutte le quattro liste della coalizione di centrodestra del 2022 (ci si sente di escludere che contino come singoli "partiti esentanti" Udc, Italia al centro e Coraggio Italia, visto che non hanno presentato una propria lista, ma la candidatura era di Noi moderati); resterebbe il caso di Impegno civico, quarta lista del centrosinistra, effettivamente collegata ai candidati di coalizione eletti, ma si dubita che si voglia consentire lo sdoppiamento di quel contrassegno elettorale (e non si è certi che qualcuno voglia riproporre Impegno civico, anche solo come "pulce").
Com'è noto, però, nel 2014 l'Ufficio elettorale per il Parlamento europeo, riammettendo i Verdi Europei, ha aperto la via della candidatura senza firme alle liste espressione di forze politiche che aderiscano a un partito politico europeo che alle ultime elezioni europee abbia ottenuto eletti. In origine si era in concreto ammessa l'esenzione a una lista legata a un partito italiano che fosse membro regolare di un partito europeo rappresentato a Strasburgo (con tanto di quote pagate e di dichiarazione del legale rappresentante del partito europeo) e con un contrassegno di lista contenente tanto le insegne del partito europeo quanto quelle del partito italiano membro: il Viminale aveva tradotto queste circostanze in condizioni per l'ammissione di questo "esonero mediato", ma di fatto nel 2019 gli uffici elettorali circoscrizionali hanno praticato un'interpretazione molto generosa di quei criteri, accettando le liste senza firme anche quando sono state presentate da soggetti politici transnazionali che non erano partiti politici europei iscritti al rispettivo registro o da partiti di altri Paesi europei che hanno eletto un eurodeputato (e confermando che un partito politico europeo può esentare più liste, se presentate da diverse forze politiche a questo affiliate). Quei tentativi - quasi tutti riusciti - di evitare la "caccia alle firme" hanno certamente complicato i rispettivi contrassegni elettorali a causa dell'inserimento delle miniature (le "pulci") dei partiti esoneranti, visto che dell'esenzione riconosciuta a questi ultimi beneficiano anche le liste con "contrassegno composito" in cui si riconosca appunto il partito esonerato. Non è però escluso che qualcuno in Parlamento voglia porre un po' di ordine al fenomeno delle esenzioni, regolando in modo più puntuale l'esonero legato ai partiti europei e magari riducendone l'applicazione (per evitare la frammentazione dell'offerta elettorale e, magari, la possibile presenza di "liste di disturbo"): anche in questo caso, si potrebbe sfruttare la conversione del decreto presentando un emendamento.
Le prossime settimane, dunque, saranno decisive per avere un quadro normativo più netto, in preparazione alla scorpacciata elettorale di primavera.