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venerdì 21 febbraio 2020

Democrazia cristiana, verso un XX congresso (ma la confusione continua)

Da alcuni giorni si legge una nuova puntata rilevante sul sito ufficiale della Democrazia cristiana. Anzi, più esattamente e per non fare confusione, del gruppo che ritiene di avere riattivato il partito che nel 1994 aveva cambiato nome in Ppi, si riconosce nella guida di Renato Grassi e partecipa al percorso che nei prossimi giorni (o settimane) dovrebbe far nascere il Partito del popolo italiano, attraverso l'impegno delle forze che aderiscono alla Federazione popolare dei democratici cristiani. Si legge, infatti, che l'8 febbraio il consiglio nazionale della Dc ha deliberato che il 20 e 21 marzo 2020, a Roma - la sede esatta resta ancora da definire - si svolgerà il XX Congresso; il termine per le richieste d'iscrizione ai fini dell'assise è scaduto lo scorso 15 febbraio.
Così, mentre il gruppo di lavoro della Federazione popolare - guidato tra gli altri da Giuseppe Gargani, Mario Tassone per il Nuovo Cdu, Gianfranco Rotondi per la Fondazione Dc, Paola Binetti e Lorenzo Cesa per l'Ud, - continua i suoi incontri per definire il progetto politico, la Dc continua il suo corso, anche perché non c'è l'idea di fondere i soggetti politici nel partito che comunque nascerà. Dopo il XIX Congresso del 14 ottobre 2018, arrivato all'esito di un percorso assai travagliato (si era già provato a svolgerlo nel 2012, con l'elezione alla segreteria di Gianni Fontana, ma per vizi formali era stato dichiarato nullo, quindi si dovette tentare la riattivazione della Dc attraverso l'articolo 20 del codice civile, con l'assemblea dei soci nel 2017), si prova ora dunque a far proseguire quell'iter, sperando che possa filare dritto senza altri inciampi.
Il che, nella vicenda democristiana, è pressoché impossibile. Si è già ricordato che una parte degli iscritti alla Dc guidata da Grassi non ha condiviso il percorso giuridico che ha portato a quell'esito - con particolare riguardo alla convocazione dell'assemblea di riattivazione del 2017 e allo svolgimento del congresso del 2018 - per cui il 12 ottobre scorso era stata (auto)convocata a Roma un'assemblea costituente dei soci, per ridare al partito una guida: in quell'occasione erano stati indicati Franco De Simoni come segretario politico e Raffaele Cerenza come segretario amministrativo. Questo gruppo di soci, che ritiene di rappresentare correttamente la Dc, sta procedendo a operazioni di tesseramento che si concluderanno entro la fine di aprile, con l'idea di andare a congresso successivamente: il XIX Congresso, per la precisione, visto che non si riconosce validità agli atti degli ultimi anni. Non a caso, proseguono le cause intentate da Cerenza e De Simoni contro Grassi, Fontana (che nel 2018 era diventato presidente del consiglio nazionale) e altri dirigenti, per contestare gli atti di cui si è detto.
La validità dell'assise congressuale, peraltro, era stata contestata anche da Nino Luciani, che sempre il 12 ottobre 2019 (e sempre a Roma, quasi alla stessa ora) aveva presieduto un'altra assemblea dei soci Dc, che lo stesso Luciani avrebbe convocato su mandato di Gianni Fontana (in quel caso come già presidente dell'assemblea dei soci): in quella sede i presenti avevano deliberato la dichiarazione di nullità del congresso di un anno prima, di fatto revocandone gli atti e disponendone la riconvocazione. L'idea era di scegliere come data il 14 marzo (svolgendo prima, ma nello stesso giorno e luogo, i congressi regionali), ma gli adempimenti - anche per il protrarsi della causa tra Dc-Cerenza e Dc-Grassi - non sono stati ancora compiuti. In compenso, Luciani - che si qualifica come presidente ad interim della Dc storica - ha già avuto modo di contestare sul piano formale tanto il percorso seguito da Cerenza e De Simoni, quanto quello di Grassi e di coloro che lo sostengono (i quali hanno risposto con commenti al vetriolo, anche sul sito della Dc).
In tutto ciò, si potrebbe persino ricordare - e qualcuno senz'altro lo farà - che un XX Congresso della Dc si era già svolto a Trieste il 4 e il 5 aprile 2005, alla fine del quale era stato confermato alla segreteria Angelo Sandri. La numerazione dei congressi nazionali di questa Dc, infatti, è andata ben oltre, pur tra le continue contestazioni degli altri gruppi che ritengono che quel tentativo di portare avanti la Dc poggi su basi giuridiche non corrette. Resta da dire che l'Udc di Cesa è contraria a ciascuno di questi tentativi (che comprendono ovviamente l'impiego di qualche forma di scudo crociato) ed è intenzionata a difendere la titolarità elettorale del simbolo conquistata nel corso degli anni; è possibile che non vengano intraprese azioni contro chi continuerà a far parte del progetto federativo in corso (se non altro per evitare guerre nella casa in costruzione), ma è probabile che tra gli altri soggetti le carte bollate non siano risparmiate.

mercoledì 19 febbraio 2020

Unità siciliana, nasce il partito delle api (che però c'erano già)

Lo scorso fine settimana è nato ufficialmente un nuovo partito per la Sicilia. E il suo nome dovrebbe dire quasi tutto: Unità siciliana - Le Api. Un partito oltre gli schieramenti tradizionali, avendo come unici interessi da difendere la Sicilia e il Sud. Interessi alti, nell'intenzione dei promotori: "Questa è la nostra collocazione: in alto, dove volano le api". Le parole sono di Salvo Fleres, che della nuova formazione è il portavoce: già repubblicano, poi a lungo in Forza Italia e nel Pdl (per cui è stato eletto senatore nel 2008), fino a approdare a Grande Sud, con un'esperienza da assessore regionale (con la giunta Provenzano di centrodestra) e da garante dei diritti dei detenuti. 
Il congresso fondativo si è svolto appunto a Palermo sabato e domenica, all'Astoria Palace Hotel. Quello di Fleres non è l'unico nome noto: l'altro portavoce del nuovo partito è Mariano Ferro, tra i fondatori del movimento dei Forconi. Il segretario, Felice Coppolino, enuncia il programma "semplice ma ambizioso: far ripartire la Sicilia offrendo a tutti noi nuove possibilità di lavoro e di vita"; poi c'è Salvatore Grillo, presidente del consiglio nazionale, per il quale "Unità siciliana ha cuore e cervello in Sicilia, diversamente da chi ha cuore, cervello e soprattutto portafogli in Via Bellerio", un monito diretto ai siciliani che nel frattempo hanno iniziato a votare Lega. Altro nome noto è quello di Andrea Piraino, professore ordinario di diritto costituzionale e comparato dell'Università di Palermo: lui è il presidente del nuovo partito ed è interessato a dare ai siciliani "uno strumento attraverso cui possano esprimere le proprie richieste e ottenere i propri diritti".
"Quando governeremo noi - ha precisato Fleres, secondo quanto riporta BlogSicilia - la politica agricola dell'Ars e del Governo regionale sarà quella degli agricoltori, degli artigiani, dei commercianti e la stessa cosa accadrà per i giovani, per i disabili e per tutte le altre categorie che si esprimeranno attraverso le consulte, che detteranno la linea politica in maniera vincolante. Siamo qui per far funzionare le istituzioni attraverso uffici che firmano, non attraverso burocrati che fermano e poi allungano la mano, in cui ciascuno, essendo a conoscenza della legge, la rispetta"
Per il comitato dei garanti, presieduto da Erasmo Vecchio, tre saranno le parole chiave del nuovo partito: responsabilità (legata a sanzioni e premi), risorse (i prodotti da promuovere e difendere) e infrastrutture, da realizzare "con i nostri soldi, con quelli delle accise, dell'Iva, del lotto e delle lotterie varie che oggi finiscono allo Stato che le utilizza altrove", come sottolineato da Mariano Ferro, che chiede di istituire un fondo perequativo alimentato da quelle risorse.
Che in Sicilia ci sia fermento, anche se le elezioni regionali non sono affatto vicine, sembra ormai acclarato; che quel fermento - dopo una prima fase in cui il progetto di Fleres e Ferro si chiamava Siciliani verso la Costituente e come simbolo aveva il triscele bianco in campo arancione, coi colori italiani e siciliani; ora il simbolo resta in miniatura, ma sono spariti i colori italiani abbia riportato sulla scena simbolica il soggetto dell'ape (una sola sull'emblema, plurale nel nome) è curioso, considerando che non la si vedeva dai tempi della prima Api (Alleanza per l'Italia) di Francesco Rutelli, anche se già prima era comparsa sui fregi di breve durata dell'Ape (Autonomisti per l'Europa) di Domenico Comino e della Sinistra liberale di Sergio Scalpelli, Maurizio Sacconi e Donato Robilotta.
Il fatto è che pare che la stessa idea l'avesse avuta anche qualcun altro. Sempre BlogSicilia, infatti, ha dato conto anche dell'esistenza di un movimento politico-culturale denominato MoVimento delle Api - Sicilianisti, guidato da Emilio Manaò. In una comunicazione al sito, afferma di essere impegnato da mesi a costruire "la proposta progettuale del Movimento le Api che vedrà la costituzione definitiva a Catania in location da definire" dal 13 al 15 marzo, ma che certamente non ha alcun contatto o attinenza con Unità siciliana. "Il progetto l'avevo discusso per mesi con alcune persone del tavolo blu, ma qualcuno ha pensato di fare il furbo facendosi ispirare dall'idea. Se da un lato è ammirevole essere presi da spunto, dall'altro noi abbiamo saputo subito fare i conti con una realtà di opportunisti senza arte né parte che più che Api richiama i parassiti politici della vecchia egemonia e della vecchia partitocrazia politica e movimentistica pronta a riciclarsi per le prossime elezioni".
Il simbolo è pieno di api, un disegno realistico più che una stilizzazione, con un insetto più grande che ha vicino una bandiera della Sicilia, mentre anche nella parte inferiore c'è una stilizzazione della Trinacria. "Noi in realtà come progetto nasciamo per essere un Movimento Culturale Politico - spiega Manaò - nessuna intenzione vi era di presentarsi alle elezioni, ma se ci troveremo presi di petto a tradimento potremmo anche farci trovare pronti sostenendo candidature anche esternamente. Certamente il Movimento delle Api che vuole spiccare il volo attraverso una nuova rigenerazione della politica mai avrà nulla a che fare né con il centro destra, né con il centro sinistra. Si profila come un Movimento Civico che sappia però guardare a rinnovate politiche cristiane ma anche socialiste, lontano da vecchie egemonie, vecchie movimentocrazie e vecchie ed incancrenite partitocrazie italiane.
Il linguaggio è ancora più diretto, se possibile, rispetto al precedente: "Nasciamo convinti che sia importante riscattare ogni classe sociale dalla prepotenza dei palazzi romani che vengono ad imporre scelte nefaste al sud sia per gli agricoltori, quanto per i pescatori, quanto per gli autotrasportatori e tutte le partite Iva; soprattutto nasciamo con la convinzione di lottare ancor più duramente per l’applicazione dello Statuto della Regione Siciliana a differenza del Sedicente Movimento che sputa su chi comunque è riuscito ad ottenere lo Statuto e fa invece il gioco degli ascari che con queste azioni stanno delegittimando tutte quelle azioni che stiamo mettendo in campo".
Manaò ce l'ha con "le nefaste politiche di chi come la vecchia egemonia tenta di riciclarsi comandando da Roma e tentando di imporre le solite riciclerie entrando in Sicilia senza bussare" e anche con il "piano per il Sud che sembra deciso più al Nord che al Sud", con la mancata restituzione di tasse riscosse in quella terra e con lo scarso uso di fondi europei per il riscatto di quella zona. Gli hashtag scelti per la campagna, #edorapungiamo (per "spiegare le Ali insieme ed unitamente a tutto il Popolo con il quale vogliamo dare dal basso sempre più applicazione alla democrazia diretta, istituendo laddove possibile degli Alveari che si richiamano al progetto che lanciamo") e #apinellastoria (almeno di quella del Popolo siciliano), con un riferimento alle api nere, "le tradizionali api Siciliane: siamo tradizionalisti, nettamente indipendentisti e autonomisti", anche attraverso una "rinnovata applicazione dello statuto autonomo regionale". Insomma, le api potrebbero diventare uno sciame, dall'una e dall'altra parte.

lunedì 17 febbraio 2020

Ettore Vitale e il Psi: "Il garofano, un segno per comunicare una storia"

Nella storia della cosiddetta Prima Repubblica il nome di chi ha dato forma e - quando è stato possibile - colore ai simboli che milioni di persone hanno scelto in cabina elettorale non sempre è stato ricordato e valorizzato a dovere. Eppure in alcuni casi i passaggi simbolici sono stati rilevantissimi, se non cruciali per determinate aree politiche. Lo si poteva dire certamente per l'avvento dell'emblema del Partito democratico della sinistra, analizzato a fondo alcuni mesi fa nella conversazione con il suo creatore, Bruno Magno. Lo stesso vale per un altro simbolo di partito in cui falce e martello sono stati ridotti di importanza rispetto al passato.
Tra il 1978 e il 1979, infatti, il simbolo del Partito socialista italiano vede ridimensionati falce, martello, libro e sole nascentei segni che lo avevano caratterizzato fin dall'Assemblea costituente (e in realtà fin dal 1919); l'elemento di identificazione e riconoscimento principale diventò il garofano, ben visibile nel nuovo emblema. Artefice di quella trasformazione, voluta da Bettino Craxi in persona, a un paio d'anni dalla sua elezione alla segreteria del Psi, è stato il visual designer Ettore Vitale. Non è mai stato iscritto al partito, eppure ne ha curato l'immagine da professionista per vent'anni (oltre ad aver dato corpo alla sua svolta simbolica alla fine degli anni Settanta). 
L'immagine del Psi è una delle attività per cui è più noto, ma il rapporto tra Vitale e la grafica è assai più ricco e fecondo. Nessuno meglio di lui può raccontarlo: lo ha appena fatto in un volume - Ettore Vitale. Segno memoria futuro - in uscita per Aiap Edizioni, dedicato ai giovani, nel quale ripercorre tutta la propria attività e, con essa, racconta a suo modo ruolo, strumenti e tecniche del graphic designer. Lo fa per chi c'era, ha visto e ricorda, pur essendosi perso qualche pezzo, ma soprattutto per chi è venuto dopo e non ha avuto la possibilità di costruire quel mestiere giorno per giorno. 
L'uscita del volume era un'occasione troppo ghiotta per non cercare di incontrare l'autore e farsi raccontare direttamente da lui anche il suo rapporto con il Psi e la sua comunicazione e, ovviamente, la genesi del primo simbolo con il garofano. Fiore che nel 1973 lo stesso Vitale aveva riesumato dalla storia della sinistra e del socialismo in Italia per un manifesto. 
L'appuntamento, in un pomeriggio freddo, è presso il suo studio in via del Babuino, a due passi da Piazza del popolo. Suono, salgo le scale e lui apre la porta: "Ciao, ben arrivato!". Il "lei" delle telefonate degli anni scorsi e dei giorni precedenti (per fissare l'incontro) si è già dissolto e ha lasciato il posto al "tu". 
Basta il colpo d'occhio che si ha appena si mette piede nello studio per capire che lì si respira grafica da anni e certo non solo di natura politica. Al di là di una marea di libri, cataloghi, premi e volumi d'arte e disegno, guardando la parete cui si appoggia il tavolo da lavoro salta all'occhio la gigantografia della celebre immagine creata da Vitale nel 1971 per Autovox, una campagna per annunciare e promuovere l’arrivo della televisione a colori: la sagoma di un televisore individuata da righe orizzontali bianche e nere, mentre tra quelle centrali si fa largo una sfera multicolore, creando l'effetto di un occhio e dando l'idea della terza dimensione. Non ha nulla a che fare con la politica, ovviamente, ma con il segno e con la comunicazione sì: un avvertimento, fin dall'inizio, che la conversazione sarà lunga e ricca.  

Ettore, come sei arrivato a occuparti di grafica?
Ho iniziato ad avere sensibilità per la grafica in generale quando ero piuttosto giovane. Essendo allora "strutturato" a sinistra, ero attratto dalla comunicazione politica, quindi ho iniziato a vedere quali possibilità ci fossero per fare questo mestiere, quello del grafico: tieni conto che allora non esistevano le opportunità e i corsi di studio di cui disponiamo oggi per imparare questo lavoro. Si può dire che allora era un mestiere totalmente da inventare: ci si poteva appoggiare a cose che si conoscevano, si guardava cosa facevano gli altri...
Oppure si andava "a bottega" da chi già lavorava...
Sì, ma io non l'ho mai fatto, non ho mai lavorato con un altro studio grafico. Mi sono strutturato da solo, un po' vedendo, un po' cercando di capire e un po', come si dice, da ragazzo avevo già "la mano" per disegnare, quindi ero naturalmente attratto da quel mondo. La mia intenzione, peraltro, era chiara fin dall'inizio: volevo accostarmi alla grafica per i servizi, per la società; non volevo essere in alcun modo un grafico pubblicitario. Posso dire che ci sono riuscito, anche se nel corso degli anni ho ricevuto una serie di proposte da alcune agenzie, così come certe persone mi hanno detto "ma perché non mettiamo in piedi un'agenzia? Io ho i clienti giusti". Il fatto è che tutto questo non era nei miei piani, perché sapevo che avrei dovuto per forza di cose trattare con clienti che magari non mi interessavano, quindi ho preferito dire di no. Ho cercato insomma di spostare la mia attività sulla comunicazione, sull'organizzazione di immagine per aziende e soprattutto per il sociale: posso dire che il mio tentativo è andato nel verso giusto, perché questo ho fatto.
In un certo senso anche curare l'immagine di un partito è nello stesso solco...
Esatto. Come ti dicevo, il mio tentativo di avvicinarmi alla grafica politica nasce dalla mia appartenenza politica di sinistra. Sono stato vicino al manifesto e ho fatto come grafico militanza politica con quel gruppo, così come con il Partito di unità proletaria ho fatto una serie di cose, per esempio il progetto del mensile Pace e Guerra. Nei primi anni Settanta, poi, sono stato contattato da persone vicine al Psi.
Quindi, precisiamo: tu eri e ti ritenevi più a sinistra di questi che ti hanno cercato. 
Beh, sì, secondo la mia idea sì; c'era anche chi mi considerava maoista. Diciamo che in quegli anni molti giovani di sinistra stavano da quella parte: non tutti ovviamente, ma molti sì.
Diciamo che era impossibile classificarti come socialista, meno che mai della stagione di Bettino Craxi.
Su questo possiamo discutere più a fondo, se vuoi; in ogni caso non mi sono iscritto al Psi e a nessun altro partito, proprio perché lavorando da interno in una struttura che sia politica o no si "respira" un’aria in qualche modo di omologazione che non è quella che si respira da professionista esterno.


Certamente non è mai stato organico al Psi, eppure Ettore Vitale è riuscito a lavorare per quel partito vent'anni di fila, pur senza abbandonare gli altri committenti. Il suo lavoro è riuscito a interpretare perfettamente il corso politico socialista tra gli anni Settanta e Ottanta (o forse gli ha consentito di esprimersi al meglio con il suo linguaggio segnico) al punto che la comunicazione di quegli anni si identifica pienamente con il Psi; di più, nel fare questo Vitale è stato talmente innovativo da vincere il Compasso d'oro - il premio che l'Adi - Associazione per il disegno industriale assegna periodicamente. L'assegnazione è arrivata nel 1984 ed è stata addirittura doppia: per l'immagine coordinata del Psi ("Una strategia dell'immagine - recitava la motivazione della giuria - è necessaria per trasmettere i messaggi politici. Il grafico Ettore Vitale ha elaborato quella del Partito socialista italiano con efficienza comunicativa, applicando il vocabolario e la grammatica della avanguardia con rigore, e perciò rifiutando le simmetrie e le assonanze della accademia e del post-moderno"), ma anche per quattro sigle televisive realizzate per la Rai (Il cinema dei fratelli Taviani; Il cinema di Wajda; Una vetrina per sette registi; Al pubblico con affetto firmato Comencini). Dimostrazione, una volta di più, che l'impegno di Vitale non si può ridurre alla grafica politica.

Come arrivò il contatto con il Psi? 
All'inizio degli anni Settanta collaboravo con l'Arflex, un'azienda milanese leader nel settore dei mobili di design. Nell'ambito di quella collaborazione nel 1971 avevo organizzato la mostra Serigrafia e graphic design, che aveva lo scopo di sperimentare la stampa serigrafica: questa esisteva da tempo ma era poco utilizzata dai grafici progettisti. 
Avevo coinvolto quattro grafici di Roma e quattro di Milano: ciascuno di loro doveva realizzare due manifesti a tema libero, con l’intento di sperimentare la tecnica di stampa serigrafica. Io proposi due manifesti di contenuto politico. Il tema era Nascita dell'uomo tecnologico, poiché pensavo che la tecnologia con il tempo avrebbe liberato l'uomo dalla schiavitù del lavoro: una sorta di "democratizzazione del lavoro". Quel tema lo resi attraverso immagini politiche, legando al David di Michelangelo le immagini di Che Guevara, Marx e degli operai: una visione futura della società, purtroppo in parte mi sbagliavo. Due giornalisti Rai vicini al Psi, Antonio Capocasa ed Emilio Colombino, in visita alla mostra, mi proposero di progettare due manifesti per il partito.
Possiamo dire che il primo seme della storia del garofano Psi fu gettato allora.
Esattamente. Tieni conto che il Psi di allora era all'opposizione, c'erano i vari Nenni e Lombardi, il segretario era Francesco De Martino. 
Dicevi di quei manifesti...
La prima richiesta che ricevetti dalla sezione Stampa e propaganda riguardò due manifesti, legati alle ricorrenze del 25 aprile e del 1° maggio del 1973. Per quest'ultimo ho immaginato di unire due icone tradizionali della storia della sinistra e del movimento dei lavoratori. La prima era quella del pugno chiuso, un segno davvero classico... 
Che però in quel periodo rischiava di sembrare da "duri e puri", da sinistra rivoluzionaria o da Lotta Continua.
Vero, ma io in quel pugno ho messo un garofano, l'altra icona recuperata. Si tratta di un fiore storico della sinistra italiana, utilizzato nei primi anni del Novecento dal Partito socialista. Quel garofano entrò con forza nella comunicazione politica del Psi. Con il pugno e il garofano si fece una campagna politica e il 40° congresso del partito. Mi sento di poter dire con quella intuizione del 1973 sono stato il precursore dell'inserimento del garofano nell'identità del Psi, poi con Craxi il garofano è entrato ufficialmente nel simbolo del partito. Non a caso, ancora oggi i socialisti si identificano con quel fiore rosso. 
Hai parlato di due manifesti: qual era quello del 25 aprile?
L’immagine per la ricorrenza della Liberazione è un foglio nero strappato sul fondo rosso del manifesto: una contrapposizione politica dei colori rosso e nero. A proposito del concetto di segno e di innovazione che ho cercato di raccontare nel libro Segno memoria futurodevo dire che con il progetto di questi due manifesti considerati innovativi, specialmente in quegli anni, ho "rischiato" come rischia chiunque intraprenda la via della ricerca nel progetto di comunicazione visiva. Quei due manifesti potevano essere rigettati, non compresi perché, appunto, nuovi e proposti da un giovane grafico, e non avrei portato avanti la lunga collaborazione con il Psi durata venti anni. Per fortuna, invece, il gruppo dirigente aveva capito il carattere innovativo della mia proposta e si rendeva conto che il partito aveva bisogno di una comunicazione più attuale o comunque diversa..
Torniamo al garofano: in effetti quando uno pensa all'uso pre-craxiano di quel fiore, pensa soprattutto alla rivoluzione dei garofani in Portogallo...
... che però è datata 1974, quindi dopo il mio manifesto. Anche la rosa nel pugno francese in Italia è datata dopo il mio manifesto [in effetti venne inserita nella testata di Liberazione solo il 13 settembre 1973, finì sulle tessere radicali dal 1974 e nel 1976 divenne il simbolo del partito; lo stesso autore francese del disegno le poing et la rose, Marc Bonnet, lo depositò come titolo di proprietà industriale solo nel 1974 e soltanto l'anno dopo fu pagato dal Partito socialista francese per cedere al Ps l'esclusiva sul segno per la Francia, ndb]. 
Sicuramente si tratta di esperienze venute dopo, ma mi interessa capire quali valori volevi richiamare quando hai scelto il garofano come ingrediente di quel manifesto.
Beh, come ho detto prima volevo recuperare un fiore che era stato un simbolo storico della sinistra e, nello specifico, del Partito socialista italiano, un simbolo "dimenticato" per molti anni: la scelta è stata, direi, naturale...
Come dire che era facile...
Era facile, ma ci dovevi pensare. Nell'iconografia storica del Partito socialista il garofano è presente in molte occasioni, interpretato con un disegno liberty; il mio garofano era fotografico. In questo modo, ho compiuto un salto incredibile rispetto a tutto quello che era presente nella comunicazione politica: il fondo bianco e l'immagine fotografica. 
Tieni conto che il garofano era un fiore importante per la sinistra in senso generale: ricordo che una volta, qualche anno dopo l'adozione del garofano come emblema del Psi, mi trovai a parlare con una persona legata alla propaganda del Pci. Mi disse, scherzando ma non troppo: "tu ci hai fregato, avremmo potuto usarlo noi il garofano ma non ci abbiamo pensato". Certamente non avrebbero voluto impiegarlo come simbolo, ma il fatto che quel fiore fosse nato come simbolo del movimento operaio, lo rendeva appetibile anche per l'iconografia dei comunisti. 
Prima hai parlato del garofano e del pugno, che campeggiavano anche nel manifesto del 40° congresso, celebrato a Roma dal 3 al 7 marzo del 1976: allora De Martino fu rieletto alla segreteria, ma qualche mese dopo finì sfiduciato dal comitato centrale, che elesse al suo posto proprio Bettino Craxi. Il punto cruciale per la storia che stiamo raccontando, però, sarebbe arrivato con il 41° congresso del partito, che era previsto a Torino e che si sarebbe svolto dal 29 marzo al 2 aprile del 1978. 
Esatto. Mentre ci si avvicinava al congresso, Craxi ebbe l'idea di inserire il garofano nel simbolo del Psi e io fui incaricato di disegnare il garofano per quell'occasione: un garofano grande, che riempiva gran parte del cerchio interno dell'emblema ed era racchiuso in una corona rossa, nella quale trovavano posto i vecchi segni del socialismo. Quel simbolo era presente tanto sul manifesto del congresso, quanto nella scenografia del Palasport, con una gigantografia posta proprio al centro del fondale, dietro la tribuna degli oratori: una soluzione di grande effetto, anche se preciso che non ero io a curare gli allestimenti per i congressi.
Effetto indubbio, come mostrano ancora oggi le foto di quel congresso allestito da Filippo Panseca, eppure non andò tutto liscio.
Proprio a quel congresso, scoppiò la contestazione a quel simbolo. Bada bene, non al garofano, ma alla riduzione di falce, martello, libro e sole fin quasi a renderli illeggibili, il che era ovviamente frutto di una precisa scelta della dirigenza del partito, per mettere da parte il marxismo-leninismo. Ai più giovani piaceva, ai militanti storici molto meno, perché era uno stacco molto forte rispetto al passato. In ogni caso, i commenti negativi o gelidi sul simbolo furono parecchi.
Una protesta che sortì i suoi effetti...
All'indomani del congresso, infatti, la direzione nazionale del Psi mi diede l'incarico di realizzare il nuovo simbolo del partito; mi fu detto esplicitamente, però, che rispetto al simbolo del congresso bisognava in qualche modo ridare importanza ai segni che erano stati ridotti; si trattava di valutare come farlo. Lì iniziò un processo lunghissimo e laborioso, lavorando sulle dimensioni dei singoli elementi: un'alchimia incredibile per trovare una formula che potesse andare bene a tutti. Uno di questi passaggi finalmente fu approvato.
E così il Partito socialista italiano ebbe il suo nuovo simbolo ufficiale, col garofano grande e gli altri emblemi già presenti. 
Sì, realizzai infatti anche un "Codice di applicazione" per il nuovo simbolo, che a sua volta rappresentava una novità assoluta per la politica italiana: quando mai un partito prima si era preoccupato di regolare nel dettaglio l'uso del proprio simbolo, dandosi una "immagine coordinata" che considerasse i vari modi in cui questo poteva essere impiegato?
Manifesto per il 25 aprile 1978
Secondo te fu un passaggio graduale o rapido, sul piano politico e grafico?
Graduale, pur nella nettezza della scelta fatta a Torino. Ricordo che, tra la fine del congresso e l'adozione ufficiale del nuovo simbolo, iniziò un periodo di transizione anche sul piano grafico: nei manifesti di quel periodo, infatti, convivevano il simbolo in bianco e nero in uso fino al 1978, disegnato da Sergio Ruffolo, e il garofano utilizzato al congresso, non inserito in un cerchio. 
Vorrei fare un passo indietro, al periodo che separa il tuo manifesto del 1973 col garofano dalla decisione di adottare quel fiore come simbolo per il partito. Si è detto da più parti che Craxi, convinto di voler ridimensionare o mettere da parte gli "arnesi" marxisti del passato, avesse pensato come prima scelta alla rosa nel pugno adottata dai socialisti francesi e avesse rinunciato perché nel frattempo quel segno lo avevano già adottato i radicali. Ti risulta?
Non mi risulta assolutamente. Non ho le prove e può darsi che qualcuno abbia pensato qualcosa di simile, ma se ci pensi è un ragionamento piuttosto strano. Perché si sarebbe dovuta usare come simbolo una rosa e non il garofano, che era il fiore della sinistra, era stato l'emblema del Partito socialista in Italia per molti anni e proprio in seno alla propaganda-comunicazione del Psi era riemerso nella vita politica italiana? La scelta del garofano mi pare molto più logica.
In un'ottica italiana probabilmente sì, in chiave europea penso che potesse aver spazio anche la scelta della rosa: questa infatti, come ricorda lo storico Frédéric Cépède, era stata adottata, pur con varianti grafiche, dai partiti socialisti in Belgio (1973), Lussemburgo (1977) e Spagna (1977) e nel 1979 sarebbe diventata l'emblema dell'Internazionale socialista.
Anche il garofano però aveva avuto rilievo almeno europeo, proprio grazie alla rivoluzione portoghese del 1974. Come ti dicevo, non ho mai sentito o letto che Craxi avesse pensato alla rosa nel pugno come prima opzione simbolica per il partito, anche se non posso escludere che sia andata così. 
La presidenza del congresso di Torino del 1978
(foto De Bellis, da Sferapubblica.it)
Torniamo allora al congresso del 1978, anzi, alla preparazione di quel congresso. Ti era stato chiesto di realizzare il fondale col garofano o era stata un'idea tua?
A me dissero che c'era l'idea di inserire il garofano nel simbolo e quindi mi chiesero di realizzare un simbolo per il congresso, con il progetto di trasformarlo poi nel simbolo del partito. 
Ti era stato chiesto di ridurre di molto quegli elementi o lo hai proposto, scelto tu?
Certamente non fu un'idea mia: nel disegnare quel simbolo risposi a una richiesta della direzione del partito, anche se non ricordo esattamente in che termini mi venne formulata. L'idea fondamentale, comunque, era che il Psi avesse come simbolo il garofano e, se guardi l'emblema creato per il congresso di Torino, l'immagine del partito coincide proprio con il garofano; gli elementi grafici del passato ci sono ancora, ma sono quasi sullo sfondo e si prepara, in qualche modo, la loro scomparsa dal simbolo. 
Tu condividevi l'idea di minimizzare i vecchi segni del partito, fino a farli sparire?
Ti rispondo così. Anche se ero riconosciuto come "il grafico del Psi", non sono mai stato art director interno al partito, in via del Corso: il mio studio è stato sempre questo e il Psi, assieme ad altri soggetti come la Uil, è stato un mio importante cliente. Riconoscevo però nel Partito socialista il suo essere una forza di sinistra non massimalista e questa cosa la condividevo: a dispetto delle mie origini assai più a sinistra, capivo però che il massimalismo del Pci in Italia era insostenibile e un Psi più aperto ad altre istanze dava l'idea di qualcosa che stava cambiando. Negli anni seguenti, quando Craxi avrebbe tentato di proporre una diversa idea del partito, si sarebbero create le condizioni perché il garofano soppiantasse del tutto i simboli condivisi con i comunisti.
Prima pagina dell'Avanti!, 15 febbraio 1979
Prima hai parlato di un processo lungo e complesso per "aggiustare" il simbolo dopo il congresso. In effetti il nuovo simbolo disegnato da te fu presentato da Bettino Craxi e dal responsabile dell'ufficio Propaganda, Francesco Tempestini, solo il 14 febbraio 1979: loro, come si legge sull'Avanti!, sottolinearono come il nuovo simbolo avesse recuperato le radici del socialismo in Italia, prima che falce, martello, libro e sole fossero codificati nel 1919. In quell'anno, infatti, la riforma elettorale proporzionale con scrutinio di lista aveva imposto l'uso di un contrassegno per le schede, che peraltro poteva essere diverso nei vari territori; in quell'occasione, il Partito socialista aveva scelto di presentarsi con lo stesso emblema in tutti i collegi per apparire coeso e ben riconoscibile. 
Durante la transizione, come come ti dicevo prima, avevamo scelto di far convivere sui manifesti il simbolo in bianco e nero e il garofano del congresso. Forse qualcuno esterno al partito sarà rimasto disorientato da quella scelta, ma si trattava di una strategia comunicativa piuttosto logica di preparazione alla nuova immagine del Psi e credo che all'interno del partito il senso dell'operazione sia stato colto bene.

Se il congresso era finito all'inizio di aprile del 1978 e l'emblema definitivo è stato divulgato alla metà di febbraio del 1979, occorre mettere da parte la tentazione di pensare che l'aggiustamento dell'emblema congressuale sia durato una decina di mesi: è vero che Vitale ha parlato di un lavoro lungo e complesso, ma sarebbe decisamente troppo immaginarlo così lungo
Sfogliando l'archivio del Corriere della Sera, si trova sul numero del 7 settembre 1978 che la direzione nazionale svoltasi il giorno prima aveva deciso di "affiancare ufficialmente il garofano alla falce, martello e libro nel simbolo tradizionale" del partito; l'Avanti! dello stesso giorno precisa meglio che "la Direzione, nell'ambito del progetto di riforma dello statuto, ha deciso di proporre al prossimo Comitato Centrale la modifica della normativa relativa al simbolo del Partito nel senso di aggiungere alla falce, martello e libro la figura del garofano rosso". Il lasso di tempo da considerare, dunque, finisce almeno per dimezzarsi ed è altrettanto probabile che non siano stati impiegati tutti quei cinque mesi per rimettere mano al simbolo. Per soppesare ed equilibrare i vari elementi, però, certamente ci volle più di qualche settimana.


Proviamo a scomporre il nuovo emblema del 1979 disegnato da te, mettendolo a confronto con quello precedente, disegnato da Sergio Ruffolo e adottato nel 1971. Il simbolo conteneva il nome, a differenza di molti altri partiti contemporanei (il Pri e i radicali lo facevano: Pdup, Pci, Pli e Msi si accontentavano della sigla; Dc e Psdi nemmeno quella). anche se era stato ridotto a "Partito socialista", senza più l'aggettivo "italiano".
Quella fu una richiesta della direzione del Psi: "Lo chiamiamo Partito socialista", mi dissero. Mi parve allora che quella scelta fosse frutto della decisione di configurarsi come proiezione italiana di un più grande Partito socialista, di dimensione europea e internazionale.
In effetti, mentre lavoravi al simbolo, l'unico appuntamento elettorale certo era costituito dalle europee del 10 e 11 giugno 1979, che finirono per tenersi una settimana dopo il voto politico anticipato, per le tensioni Dc-Pci che misero in crisi il governo di unità nazionale guidato da Giulio Andreotti. Poi ci sono falce, martello, libro e sole: sono stati semplicemente ridotti rispetto al passato?
La forma di quegli elementi è esattamente la stessa che si può vedere nel simbolo di Ruffolo, dal quale sostanzialmente ripresi tale quale la parte inferiore: anche la sigla del partito, leggermente ridotta e adattata alla forma della corona circolare, viene dal simbolo precedente. 
Studi preparatori (Centro Studi
e Archivio della Comunicazione,
Università degli Studi di Parma)
Cambiano casomai le proporzioni: il manico del martello, in particolare, era stato accorciato e questo aveva permesso di rimpicciolire anche il contorno del sole, che a quel punto spuntava da dietro il libro, fin quasi a congiungersi con la curva esterna della falce. In questo modo, sembrava che i due archi formassero un tutt'uno e che, allo stesso tempo, il garofano entrasse nella falce e martello, legandosi a quei segni. Anche la corona circolare rossa, a ben guardare, sostituisce lo spazio bianco del simbolo precedente che contiene la scritta "Partito socialista italiano".
Arrivando all'elemento principale del simbolo creato da te, il garofano era stato reinterpretato rispetto alla forma del fiore pensato per il congresso del 1978: la corolla enorme e con una "gobba" a destra diventava più regolare; il calice, il gambo e le foglie apparivano più solidi e "compatti", mentre prima sembravano realizzati a stencil. Lo avevi ridisegnato per qualche motivo particolare?
Curai quell'operazione perché, se ben ricordo, riflettei che si stava preparando un simbolo di partito che, di fatto, era un marchio: c'era bisogno quindi di un disegno più regolare e meno illustrativo. Un conto è un'illustrazione per un congresso e un conto è un marchio politico, che ha altri scopi e segue codici diversi.
Ecco, tu hai parlato ora di "marchio": quando hai disegnato il simbolo del Psi, lo hai pensato come simbolo o come marchio? 
La copertina del codice
Io la vedo così: per me il simbolo è il garofano, la falce e martello, il libro e il sole. Nel momento in cui lo si va a disegnare fisicamente, si sta disegnando un marchio. Occorre dunque tener presente tutto ciò che significa disegnare un marchio e il modo in cui questo dovrà essere usato: ecco perché io, che ero già un grafico prima di accostarmi alla grafica politica e mi ero occupato dell'immagine di aziende, mi sono occupato del simbolo del Psi come se avessi dovuto disegnare un marchio. 
Quello che dici si può esprimere con le categorie della semiotica: il simbolo è il significato, il marchio è il significante. E, come ogni marchio, le regole vanno rispettate sia quando lo si concepisce, sia quando lo si usa. Ed ecco perché hai creato il Codice di applicazione di base.
Esattamente e, come ti dicevo, proposi alla direzione il codice per mettere in condizione di utilizzare correttamente il marchio tutti coloro che avevano interesse a usarlo, in qualunque luogo e in qualunque condizione. Era fondamentale evitare di lanciare messaggi diversi a seconda del territorio; ancor più importante era evitare di commettere errori grafici, "maltrattando" il segno, magari alterando i colori: io avevo quest'esperienza per il mio lavoro con le aziende e l'ho portata in questo nuovo contesto, trovando l'approvazione della direzione.
Alcune pagine del codice
Con quali indicazioni hai evitato gli errori di cui parlavi?
Nel codice avevo riportato le tonalità di colore esatte da riprodurre. Avevo precisato che, se ci fosse stata la possibilità di utilizzare solo due colori, il simbolo avrebbe dovuto essere riprodotto tutto in rosso; con il bianco e nero tutti gli elementi avrebbero dovuto essere neri o, al più, si poteva mettere il gambo in grigio, che poi altro non era che il retino del nero. Nel codice erano riportati anche esempi di targhe, adesivi, bandiere, carte intestate, manifesti e volantini, anche l'indicazione del carattere Helvetica per comporre i testi. Il codice era stato inviato a tutte le sezioni, perché tutti avessero gli strumenti per una comunicazione chiara, omogenea e quindi più efficace.
Una curiosità, visto che prima parlavi di colori: questo simbolo l'hai concepito a colori con la possibilità di adattarlo al bianco e nero, oppure è avvenuto il contrario? In fondo il bianco e nero caratterizzava ancora buona parte della propaganda di base e le stesse schede elettorali erano ancora così.
Il simbolo l'ho concepito certamente a colori; proprio perché sapevo che in varie circostanze sarebbe stato necessario un impiego in bianco e nero, però, nel codice avevo indicato fin dall'inizio come riprodurlo correttamente avendo a disposizione solo il nero o, comunque, solo un colore.

La "modernità" delle scelte di Vitale, anche solo nell'immaginare l'uso che di un emblema avrebbero potuto fare tante persone diverse, in luoghi distanti e con sensibilità differenti, porta inevitabilmente a domandarsi quanto gli interlocutori del grafico avessero compreso di quella modernità e quanto l'avessero semplicemente accettata per la validità delle soluzioni proposte. Se la professionalità del graphic designer è fondamentale, sul risultato non può non influire anche l'atteggiamento del committente e la sua capacità di comprendere ciò che gli viene presentato.  

Con chi ti rapportavi all'interno del Partito socialista italiano?
Quando ho iniziato a collaborare col Psi, con quei due manifesti di cui ti ho parlato, il responsabile dell'ufficio propaganda era Fabrizio Cicchitto, che allora era lombardiano, della sinistra del Psi; nel corso degli anni sono poi arrivati Mauro Seppia, Francesco Tempestini, Claudio Martelli e, per ultimo, Angelo Molaioli.
Hai mai incontrato Bettino Craxi tu?
No, mai. So che in più di un'occasione lui aveva detto "Fatemi conoscere questo Vitale", ma non è mai accaduto. Andare da lui presupponeva che qualcuno ti ci portasse, ma non si sono mai create le condizioni perché questo avvenisse e mi spiace moltissimo, poi ad Hammamet non c'è più stata l'occasione. Anche se non ci siamo mai incontrati, però, io avevo ovviamente piena contezza del suo ruolo e, a sua volta, Craxi sapeva quello che facevo e come lo facevo. Ricordo bene un episodio, che risale a una fase in cui Craxi era al governo e il partito era di fatto guidato da Claudio Martelli. 
Cos'era accaduto?
Per una serie di vicissitudini era diventato lui il mio interlocutore e avevamo fatto varie cose insieme. A un certo punto Martelli aveva chiesto di preparare una tessera del partito in cui fossero state presenti figure di giovani che avrebbero dovuto occuparsi dei bambini o comunque della famiglia, probabilmente con un'attenzione al futuro della società. Martelli pensava a una realizzazione con un tipo di illustrazione che però non era proprio nelle mie corde: glielo feci presente e comunque realizzai alcuni studi e qualche prova, ma evidentemente a lui quello che avevo fatto non piaceva, probabilmente voleva qualcosa di diverso dal mio rigore formale. A quel punto Martelli scelse in autonomia, senza comunicarmelo, di incaricare uno studio milanese per realizzare la campagna di iscrizione; tessere e manifesti vennero stampati. Quando ci furono le prime affissioni, pare che Bobo Craxi le abbia viste e si sia domandato: "Strano manifesto, ma che è successo a Vitale?", per poi telefonare a suo padre e informarlo di ciò che era accaduto. Morale: quei manifesti sparirono dalla circolazione, la tessera che era stata realizzata non vide mai la luce e io preparai normalmente la tessera di quell'anno.
Un bel riconoscimento, in tutti i sensi.
Sì, soprattutto per un professionista non "organico" quale ero: evidentemente la linea comunicativa che avevo tracciato e portato avanti per tanti anni era stata riconosciuta come adeguata da tutto il partito e da chi lo guidava.
Al di là del simbolo del Psi di cui abbiamo parlato, tu hai curato l'immagine della propaganda politica del partito per vent'anni. In questo lungo cammino, c'è qualche manifesto che - al di là dei primi due, di cui abbiamo già detto - ti è rimasto particolarmente impresso e merita di essere raccontato?
Del lungo lavoro che ho fatto per il Psi è stato detto e scritto che ha dato una svolta importante alla grafica politica italiana, un titolo che condivido con Michele Spera per il suo grande lavoro d'immagine fatto per il Partito repubblicano italiano: ognuno di noi lo ha fatto, con proprie logiche e diversi vissuti. Michele è stato più lineare e geometrico, per un partito sostanzialmente d'élite; il mio compito è stato più difficile, perché dovevo cercare di imprimere novità alla comunicazione di una storia così lunga, importante e assimilata da iscritti, militanti e semplici simpatizzanti come quella del socialismo italiano.
Quando ho iniziato la collaborazione con il Psi, fin dai primi due manifesti, ho portato avanti la mia idea di progettazione segnica. In questo solco, ho cercato sempre di essere innovativo e non omologato. Penso per esempio al manifesto dedicato a Giacomo Matteotti, nel pieno della stagione del terrorismo nero: con i tratti del suo viso drammatizzati da un contrasto molto marcato, abbinati solo a una linea rossa e al testo "10 giugno 1924. I fascisti hanno ucciso Giacomo Matteotti. Oggi uccidono ancora". La linea rossa è spezzata, ma riprende il suo percorso: una chiara allusione a una vita spezzata, ma a un'idea che continua.
In pratica, in quel manifesto, avevi espresso la consapevolezza che quell'assassinio non aveva fermato le idee di Matteotti e, insieme, un avvertimento, un invito ai militanti e ai simpatizzanti a tenere gli occhi aperti.
In tema di grafica politica vorrei evidenziare anche il mio lavoro per il coordinamento d'immagine del sindacato Uil. Quando alla fine degli anni Settanta Giorgio Benvenuto mi chiamò per una collaborazione, la Uil non aveva una immagine ben definita: un primo passo è stato quello di intervenire con immagini geometriche, volumetriche per comunicare il concetto di aggregazione e costruzione di una nuova identità visiva. Il passaggio da questa prima fase ad una svolta significativa è avvenuto con il congresso di Firenze del 1985: quell'immagine era molto evocativa ed ebbe un grande successo. 
Ricordi qualche episodio significativo di quell'esperienza con il sindacato?
A proposito dei rischi che si corrono quando si tenta la via dell'innovazione, ricordo che per un successivo congresso Uil, quello che si celebrò nel 1993, rischiai davvero tantissimo. L'evento si teneva al Palazzo dei congressi di Roma e venne approvato il mio progetto di allestimento, in base al quale le pareti laterali avrebbero dovuto essere coperte da grandi immagini del mondo del sindacato. Il problema era come tradurlo in pratica: in Italia non trovai soluzioni valide per la stampa dei teli di quelle dimensioni, la stampa digitale non aveva allora la qualità di oggi. Sapevo che a New York c'era una ditta in grado di fare stampe eccezionali partendo da un fotocolor già montato:  presi i  contatti attraverso una società di Roma, preparai le diapositive e le inviai. Ricevemmo i rotoli delle stampe digitali mentre stavamo allestendo la sala del Congresso: tolte le legature, apparvero immagini di altissima qualità che placarono la mia ansia.

Allestimento del congresso Uil, 1993
Il riferimento ai lavori fatti per la Uil, quindi con una diversa fattispecie di comunicazione politica, spinge naturalmente a una panoramica sul lavoro di grafico di Vitale: quello che lui si è proposto di analizzare con il suo libro in uscita, frutto di un lungo lavoro su una mole di materiale amplissima ed eterogenea (nelle forme, ma non nell'atteggiamento che si coglie). Non si presenta come una monografia e non è un catalogo: è una lunga lezione per i giovani, una guida a un mestiere, ai suoi percorsi e al modo di seguirli, con tanti esempi concreti da guardare e meditare.

Il libro Ettore Vitale, segno, memoria, futuro, vero e proprio racconto di un'attività e di una professione. Cosa ti ha spinto a questo impegno realmente corposo?
Nel corso degli anni sono uscite alcune pubblicazioni sulla mia attività. Tra queste, Ettore Vitale visual designer (Electa, 2001), curata da Arturo Carlo Quintavalle, fondatore del Centro Studi e Archivio della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Parma. Lui, molti anni prima, volle incontrarmi con l'intenzione di raccogliere parte del mio materiale: gli studi di base, lavori preparatori, storyboard delle sigle, lavori stampati e altro per alimentare quell'archivio ormai ricchissimo di arte, fotografie, disegni di architettura, design, moda e grafica. In effetti inizialmente ero un po' geloso di ciò che avevo e che rappresentava la mia storia, pensavo di non dargli nulla; alla fine però ho donato molto materiale al Csac, tuttora consultabile dagli studiosi, e a partire da quei materiali è stata prodotta poi quella monografia.  
Un altro importante libro, Il Segno, pubblicato dalle edizioni Progresso Grafico nel 2006, con una lunga conversazione con Giovanni Anceschi, è una mia ricerca sul valore, appunto, del segno: verificare se i segni da me progettati nel tempo potessero avere una propria autonomia compiendo il gesto di toglierli dal loro contesto. 
Quest'ultimo libro - Segno memoria futuro - nasce invece dalla mia esigenza di trasmettere ai giovani studenti e ai grafici il valore del segno e il valore e l’esigenza dell’innovazione. Le tante pagine del libro si sviluppano come una lunga lezione illustrata e in effetti nascono anche dall'esperienza del corso di grafica che anni fa ho tenuto alla Facoltà di Architettura dell'Università di Roma "La Sapienza", come pure da vari interventi che mi sono stati richiesti sempre in sede universitaria. Perché è necessario far conoscere ai giovani che dovranno intraprendere questo esaltante mestiere, l’esaltante emozione della grafica. 

Nel libro, dopo gli interventi iniziali di Marco Tortoioli (presidente di Aiap - Associazione italiana design della comunicazione visiva), Luciano Galimberti (presidente Adi), Stephen Heller (art director statunitense), Mario Piazza (grafico e professore di Progetto della comunicazione visiva al Politecnico di Milano) e Carlo Martino (docente di Disegno industriale all'Università di Roma "La Sapienza"), Ettore Vitale racconta la sua visione dell'attività di graphic designer: analizza il rapporto tra segno e società, l'avvento del computer nel progetto grafico, l'ampiezza dell'ambito grafico, il legame tra progetto e innovazione, fino alla crescente (e avvilente) "eclissi del segno", nel senso che negli ultimi anni la grafica pare essersi dimenticata del segno, il suo elemento fondante e "parlante". 
Due pagine di Ettore Vitale. Segno memoria futuro
La maggior parte del libro, ovviamente, è occupata dai frutti dell'attività di Vitale, per vedere messe in pratica le sue riflessioni sul segno e sul progetto: così scorrono pagina dopo pagina la campagna di Autovox con l'occhio 3D a colori nella tv in bianco e nero ("riuscii a far passare la mia idea mentre tutt'intorno si vedevano immagini con gli schermi televisivi pieni di fiori..."), gli allestimenti rivoluzionari per gli arredi di Arflex, i manifesti più "segnici" concepiti per il Psi e per la Uil, ma anche il materiale curato per le formazioni di sinistra, le sigle per la Rai (basate soprattutto sulle illustrazioni a scorrimento o in dissolvenza, in un tempo in cui la prima computer graphic dominava) e molto altro.   

Quando gli chiedo di darmi la sua definizione personale di "segno" - concetto che torna di continuo nei suoi discorsi e nel libro, Vitale mi risponde così: "Se ho un incarico professionale da un committente, che mi chiede di realizzare un progetto, ho due strade: posso fare qualcosa che sia nell'aria, così che il cliente la riconosca, dica che va bene e il progetto "passa", a prezzo però di appiattirsi orizzontalmente sull'esistente; oppure, in alternativa, posso cercare di proporre qualcosa che deriva dalle esigenze del cliente, ma che si inserisca in un concetto più ampio, nel progetto globale". 
Nel libro, Vitale usa un'immagine eloquente: "Quando progettiamo abbiamo due punti di riferimento: il committente e il progetto globale. Noi siamo il terzo elemento di un triangolo che ha al suo vertice alto il progetto, alla base ci siamo noi da una parte e il committente dall'altra. Quando progettiamo, non dobbiamo guardare negli occhi il committente, ma in alto verso il 'dio' progetto: è con lui che dobbiamo dialogare". Un'immagine che spiega come occorra prendersi il tempo per guardare in alto, senza distogliere gli occhi dal cliente: se questo non si può fare o non si riesce a fare, è facile che l'esito non sia soddisfacente.

Dopo l'esperienza del Psi, Vitale non ha più lavorato per alcun partito e non ha avuto nessun ruolo nemmeno nella riproposizione del garofano del 1978 all'interno del simbolo del Nuovo Psi di Gianni De Michelis, Bobo Craxi e, per breve tempo, Claudio Martelli: "Mi ero accorto di quell'uso; nessuno allora m'interpellò sull'opportunità di riutilizzare quel segno creato per il congresso di Torino. Alla fine però non reagii: tanto non val la pena dire nulla, men che meno fare causa...".
Per chiudere la nostra lunga conversazione, viene naturale domandare cosa tenga lontano Ettore Vitale da quel mondo che ha frequentato con grande successo per vent'anni: cosa manca all'immagine politica di oggi, al punto tale da non farlo più sentire a proprio agio? Per lui la risposta è facile, persino ovvia: "Quando ho iniziato a lavorare nei primi anni Settanta, esistevano i partiti e ti riconoscevi in quelli: anche nel loro leader, ovviamente, ma assai più nei partiti, per cui nella propaganda e nella comunicazione politica era il partito a parlare. Strada facendo, anche con l'avvento di Craxi ma soprattutto di chi è venuto dopo, il partito ha iniziato a scomparire e sono emersi in maniera preponderante i leader. Ci sono le loro foto, le loro parole e i partiti, quando va bene, sono sullo sfondo e quasi mai si racconta cosa vogliano; quando va male, non ci si ricorda nemmeno il nome della singola forza politica. Non c'è nemmeno spazio per il segno nella comunicazione, che è ancora peggio dell'eclissi: non può esserci segno se non c'è un partito che possa comunicare". 
Il problema, come si vede, non si riduce affatto alla grafica o alle sue regole: c'è una mancanza di fondo più grave. Basta sfogliare le pagine della carriera di Vitale - come di ogni grafico che abbia lavorato nei o per i partiti di rilievo fino all'inizio degli anni Novanta - per notare la differenza tra ieri e oggi. Una differenza di contenuto, di segno e di senso abissale, che l'armamentario tecnologico assai più fornito del presente non è in grado da sé di colmare. 

Grazie di cuore a Ettore Vitale per la fiducia, il tempo e il materiale messo a disposizione. Grazie anche al Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell'Università degli Studi di Parma, in particolare a Paola Pagliari e a Marco Pipitone, per la ricerca e la gentile messa a disposizione delle immagini conservate presso CSAC.