domenica 26 maggio 2024

Vercelli, simboli e curiosità sulla scheda (di Massimo Bosso)

Uscendo per un attimo dai capoluoghi di regione, lascio volentieri spazio a Massimo Bosso per parlare dei simboli che si potranno trovare sulla scheda di Vercelli.

Dopo cinque anni si va al voto anche a Vercelli, capoluogo piemontese, noto in ambito sportivo per i sette scudetti  conquistati dalla Pro Vercelli agli albori del calcio italiano.
Il Sindaco uscente, l'avvocato Andrea Corsaro sostenuto dal centrodestra, nel 2019 aveva sconfitto al ballottaggio la professoressa Maura Forte, esponente del Pd ed eletta sindaca nel 2014; Corsaro era già stato sindaco dal 2004 al 2014. I vertici regionali del centrodestra, con decisione non immune da polemiche, hanno però deciso di non puntare più su di lui, preferendogli un altro avvocato, Roberto Scheda, senatore PSI dal 1992 al 1994, persona molto conosciuta in città, con un passato da assessore nelle precedenti giunte Corsaro ma che nel 2019 si era candidato come sindaco per una coalizione civica e che per cinque anni, quindi, era stato seduto nei banchi dell’opposizione. Le persone che aspirano al ruolo di sindaco sono in tutto 7, come nel 2019, così com'e rimasto invariato il numero delle liste collegate, 12. Esaminiamo le candidature e i simboli, in ordine di sorteggio.

Valentina Bruson

1) MoVimento 5 Stelle

È un medico veterinario residente a Guardabosone, quindi un paese della provincia ma distante da Vercelli, la candidata alla carica di sindaco di Vercelli del MoVimento 5 Stelle. Il M5S nel 2019 aveva eletto un consigliere che poi in seguito si è dichiarato indipendente; in Piemonte, anche alle concomitanti regionali, il M5S non fa parte della coalizione di centrosinistra. Il simbolo utilizzato é quello nazionale, senza riferimenti al candidato od alla città. Nel 2019 avevano ottenuto il 6,6% e un seggio. Valentina Bruson è l'unica donna tra i sette aspiranti alla carica di sindaco. La lista è stata l'ultima a presentare la lista, proprio alla scadenza del termine, sembra per qualche difficoltà nella raccolta firme.

Roberto Scheda

2) Lega

Il candidato del centrodestra, Roberto Scheda, 82 anni, é sostenuto da tre liste, quelle dei partiti nazionali: la Lega per Salvini premier é la prima delle tre. Il simbolo - che è declinato in chiave piemontese, con il drapò a fianco di Alberto da Giussano e il riferimento al Piemonte al posto di "premier" - non contiene riferimenti al candidato, anche se ufficialmente risulta in quota Lega nel quadro di una ripartizione regionale che ha collocato a Biella il candidato espresso da Fratelli d'Italia e a Verbania il candidato di Forza Italia. La lista presenta alcuni assessori e consiglieri uscenti (uno dei questi eletto nel 2019 con la civica di Scheda); nel 2019 la Lega era stata il partito più votato con il 25,05% e aveva eletto 12 consiglieri, ma nel corso della legislatura sei di loro hanno lasciato il gruppo per aderire a Fratelli d'Italia.

3) Forza Italia

Anche Forza Italia si propone a Vercelli con il simbolo nazionale (anzi, quello nazionale, con il riferimento al Partito popolare europeo, ma privo della parola "presidente" sotto al cognome di Silvio Berlusconi: lo stesso contrassegno che si è visto per la prima volta alle regionali sarde). Nel 2019 la lista aveva ottenuto un buon risultato con l’11,43% e cinque eletti: la lista schiera tre consiglieri dei cinque uscenti. Nel corso della consiliatura in conclusione ci sono stati alcuni abbandoni, ma anche un paio di nuove adesioni. Tra i candidati in questa tornata elettorale si trovano anche alcune persone che avevano fatto parte di amministrazioni precedenti.

4) Fratelli d'Italia

Simbolo nazionale (o meglio, lo stesso schierato in contemporanea alle elezioni europee, dopo il debutto alle regionali della Sardegna) anche per Fratelli d'Italia, vale a dire il partito che nelle previsioni dovrebbe trainare il centrodestra. Tra i 32 candidati (tutte le liste a sostegno di Scheda sono complete) si trovano un assessore e diversi consiglieri uscenti, anche se non tutti sono stati ricandidati. Tra i candidati l’attuale capogruppo di Forza Italia; il gruppo consiliare di Fdi, inizialmente formato da tre esponenti (grazie al 6,53% ottenuto nel 2019) é quello che nel corso dei cinque anni di mandato ha avuto l'incremento numerico maggiore, grazie all’adesione di eletti sotto le insegne di Lega e Forza Italia.

Carlo Olmo

5) Carlo Olmo sindaco

Il "lupo bianco" é la maggiore novità di queste elezioni: il logo della lista Carlo Olmo sindaco riproduce appunto una testa di lupo, soggetto profondamente legato all'aspirante primo cittadino. Si tratta di una civica "pura", fondata e ispirata totalmente sulla figura di Carlo Olmo, balzato alla cronaca - anche nazionale - per l'impegno profuso durante il periodo del Covid-19. Non ci sono, ovviamente, punti di riferimento in elezioni precedenti, quindi il risultato della lista é una incognita anche se si suppone possa essere di tutto rispetto. Olmo, per sua stessa ammissione, è erede di un importante patrimonio; "Ho sempre dichiarato che non mi interessava diventare sindaco - ha detto - ma tanti cittadini me lo hanno chiesto e nelle ultime settimane è maturata questa decisione. Correrò con una lista civica, come uomo libero e semplice che deve rispondere solo alla sua coscienza".

Michelangelo Catricalà

6) Uniti per Vercelli

Tecnico informatico, eletto nel 2014 quale più votato del MoVimento 5 Stelle, riconfermato nel 2019 come candidato sindaco sempre del M5S, Michelangelo Catricalà nel corso della consiliatura ha lasciato quelle insegne e il gruppo consiliare per aderire al gruppo misto. Nella sua attività di consigliere comunale si è distinto per l’impegno a favore delle fasce più deboli della popolazione; in questo caso si presenta con una sua lista civica, Uniti per Vercelli, presumibilmente almeno con l'obiettivo di essere rieletto tra in 32 consiglieri. Il simbolo contiene due mani le cui dita si uniscono a forma di cuore (non a caso lo spazio intermedio è tinto di rosso) e contiene un disegno della sommità della Torre dell'angelo. 

Andrea Corsaro

7) Lista civica Corsaro

L’ultimo ad avere ufficializzato la propria candidatura è Andrea Corsaro, sindaco dal 2004 al 2014 e dal 2019 al 2024. La ricandidatura del primo cittadino uscente per il centrodestra, come già detto, è saltata per scelte compiute a livello regionale. Spinto dai suoi sostenitori Corsaro ha scelto di scendere di nuovo in campo con una sua lista, denominata semplicemente Lista civica Corsaro: il simbolo è molto semplice, con il nome della lista (e il cognome in rilievo) di colore blu sul fondo bianco; due pennellate ad arco completano la grafica. Con Corsaro ci sono tre assessori e un consigliere uscente, nonché molti esponenti della società civile e dell'associazionismo. Resta una grande incognita sul risultato che potrà ottenere, ma senza dubbio la lista e la candidatura sottrarranno voti al centrodestra ufficiale.

Gabriele Bagnasco

8) Gabriele Bagnasco sindaco

Già sindaco di Vercelli dal 1995 al 1999 per il centrosinistra e dal 1999 al 2004 per una coalizione Verdi-Sinistra-Civica, medico di base ma ormai non più in servizio, Gabriele Bagnasco è la persona schierata dal centrosinistra per cercare la riconquista della città dopo cinque anni. Sostenuto da tre liste, la prima per sorteggio è quella che porta il suo nome e che si identifica come “civica”: il nome della lista è racchiuso - insieme a una stilizzazione dei monumenti principali del centro - in una freccia azzurra e rossa che sembra indicare un "ritorno". Nel 2019 un civica a sostegno della candidata del centrosinistra aveva ottenuto il 4,43% e un seggio.

9) Partito democratico

Il Partito democratico inserisce nel proprio contrassegno, sotto al logo nazionale, il richiamo al candidato su un segmento curvilineo verde. La lista del Pd è l’unica completa (con 32 candidati) delle tre che sostengono Bagnasco in coalizione; tra le persone candidate ci sono alcuni consiglieri uscenti e anche ex amministratori della giunta Forte 2014-2019; senza dubbi sarà la formazione trainante della compagine di centrosinistra. Nel 2019, del resto, il Pd aveva comunque ottenuto il 17,36% e - pur dovendo restare all'opposizione - 4 consiglieri comunali.

10) Alleanza Verdi e Sinistra

Non poteva certo essere presente nel 2019 la lista di Alleanza Verdi e Sinistra: in quell'occasione si era presentata autonomamente una lista civica di sinistra, raccogliendo il 2,30% e senza ottenere alcun eletto (a Vercelli, del resto non sempre la sinistra riesce a raggiungere accordi che consentano l'alleanza con il Partito democratico). Questa lista propone molti nomi storici della sinistra locale: schiera infatti vari ex consiglieri regionali, provinciali e comunali tra i candidati. Il simbolo è lo stesso coniato nel 2022 e schierato anche alle contemporanee elezioni europee.

Fabrizio Finocchi

11) Stati Uniti d'Europa per Vercelli

Negli anni '90 esponente di Forza Italia, attualmente militante in Azione, Fabrizio Finocchi è l'ultimo estratto tra i candidati sindaci. Si presenta in questa tornata elettorale sostenuto da due due liste, la prima delle quali è Stati Uniti d’Europa per Vercelli. Il simbolo di base è quello delle elezioni europee; sotto il nome e la bandiera europea sventolante, però, i simboli sono solo quattro (+Europa, Italia viva, Partito socialista italiano e Libdem europei; non figurano invece L'Italia c'è e Radicali italiani). Questo gruppo politico attualmente non è presente in consiglio comunale; si può ricordare che nel 2019 il candidato di +Europa aveva ottenuto, in solitaria, il 2,78% solo sfiorando il seggio.

12) Azione - Siamo europei

La seconda lista a sostegno di Fabrizio Finocchi, com'era facile immaginare, è quella del partito di riferimento del candidato sindaco, vale a dire Azione. Il contrassegno impiegato è parente stretto di quello che finirà sulla scheda delle elezioni europee (con il riferimento a Siamo Europei nella parte alta); nel mezzo c'è il cognome del leader Carlo Calenda (nessun riferimento all'aspirante primo cittadino), mentre in basso non c'è nessuna delle "pulci" viste nel fregio elettorale presentato alle europee (facendo pensare che quello schierato a Vercelli possa essere il "modello base" da impiegare nelle consultazioni quest'anno). Si tratta, ovviamente, del debutto assoluto del partito di Calenda in una tornata amministrativa vercellese.

CHI MANCA?

Rispetto al 2019 ed al 2014 non si ripresenta la civica SiAmo Vercelli che nel 2019 aveva ottenuto il 7,49% e due seggi; assente, per ovvi motivi, anche la coalizione delle due civiche di Scheda, nel 2019 il 13,52% e tre seggi. In tutto, dunque, le liste assenti possono formare una platea di oltre il 20% dei voti  espressi in passato: potrebbero andare ad altre liste, sempre che coloro che li avevano espressi allora tornino ai seggi...

sabato 25 maggio 2024

Cagliari, simboli e curiosità sulla scheda

Dei 3715 comuni chiamati a rinnovare la loro amministrazione (in realtà a votare per le amministrative l'8 e il 9 giugno saranno meno, visto che in qualche comune non sono state validamente presentate liste), sei sono capoluoghi di regione (Firenze, Perugia, Campobasso, Bari, Potenza, Cagliari): iniziamo dall'unico capoluogo isolano, Cagliari, da pochi mesi guidato da una commissaria straordinaria dopo che il sindaco uscente, Paolo Truzzu, si era dimesso per candidarsi alla guida della giunta regionale sarda.
Qui si contano 5 aspiranti alla carica di sindaco, mentre le liste sulla scheda saranno 20: ce n'è una in più rispetto al 2019, quando si erano candidate tre persone (incluso il vincitore Truzzu). In effetti le liste presentate erano 21, ma una stata esclusa: se ne parlerà in coda all'articolo, dopo aver analizzato i contrassegni in ordine di sorteggio.

* * *

Emanuela Corda

1) Alternativa 

Il sorteggio ha collocato in prima posizione la candidatura di Emanuela Corda, già candidata sindaca per il MoVimento 5 Stelle nel 2011, eletta come deputata nel 2013 per la stessa forza politica, confermata cinque anni dopo e poi uscita dal M5S dopo che questo aveva deciso di sostenere il governo Draghi. Dopo l'adesione al gruppo parlamentare L'alternativa c'è, ha concorso alla nascita del partito Alternativa, di cui nel frattempo è diventata presidente: è proprio questa l'unica lista che sostiene Corda, schierando come contrassegno proprio il suo simbolo ufficiale, con la "A" strappata (sopra al nome del soggetto politico) su fondo arancione.
 

Massimo Zedda

2) Cagliari europea (Partito socialista italiano - Partito repubblicano italiano - Fortza Paris)

Seconda candidatura estratta è quella di Massimo Zedda, già sindaco di Cagliari dal 2011 al 2019 (anche lui si era dimesso in anticipo per candidarsi alla guida della regione Sardegna, in quel caso per il centrosinistra). In questa nuova corsa elettorale Zedda è sostenuto da ben 10 liste (il record di quest'elezione). Il sorteggio ha indicato per prima Cagliari europea, formazione che unisce nello stesso contrassegno (su un fondo sfumato rosso-viola- blu, col nome bianco-verde in alto: sul piano cromatico il contrassegno non sembra ottimamente riuscito) Fortza Paris, Partito socialista italiano e Partito repubblicano italiano: i primi due partiti erano già presenti alle regionali a sostegno di Alessandra Todde. Nella parte inferiore del cerchio si legge a malapena la dicitura "Partito Socialista Italiano - Sardi in Europa", il nome della lista che si era presentata poche settimane fa alle regionali (ciò non è casuale: avendo quella lista eletto un consigliere regionale, questo ha esentato dalla raccolta firme la lista presentata in questo caso, visto che la legge regionale lo prevede).  
 

3) Cagliari che vorrei

Seconda lista a favore di Zedda è Cagliari che vorrei, non tanto un partito bensì un "Movimento di comunità", come si legge nella parte alta del contrassegno: un "movimento di cittadini, comitati e gruppi di persone che vogliono affrontare la sfida dei cambiamenti urbani occupandosi degli spazi pubblici, dei quartieri, della città" partendo dai problemi quotidiani. Sul fondo color giallo ocra del contrassegno spiccano il nome della lista (tinto di rosso e di nero, colori della Sardegna) e due palloncini a forma di cuore con filo (i colori qui sono quelli ufficiali della bandiera della città, dunque rosso e blu).
 

4) Progressisti

Il terzo simbolo della coalizione che appoggia Zedda è uno dei più vicini al candidato sindaco: in quella posizione sono infatti stati sorteggiati i Progressisti, vale a dire il gruppo fondato in consiglio regionale da Zedda dopo la sua elezione (come evoluzione del Campo progressista) e poi divenuti forza politica. Come alle regionali, il segno caratterizzante è la "P" con una freccia curva che sale ricavata nella pancia della lettera; il logo e il nome, però, rispetto all'esperienza elettorale di tre mesi fa appaiono più ridotti per lasciare spazio e rilievo al riferimento al candidato sindaco, scritto in bianco sul segmento curvilineo rosso collocato che occupa in pratica la metà inferiore del cerchio.
 

5) Orizzonte Comune

Ricompare sulle schede cagliaritane, dopo l'esperienza delle regionali sarde, anche il simbolo della lista di Orizzonte Comune, movimento nato a luglio del 2023 e promosso dall'ex consigliere regionale (e già sindaco di Castelsardo) Franco Cuccureddu. Il fregio è praticamente identico a quello visto tre mesi fa: una fascia tricolore (decorata con il segno dei Quattro Mori) che occhieggia su uno sfondo giallo-arancione, sul quale si leggono varie linee bianche simili a quelle di un progetto o comunque di un disegno geometrico. Nella parte inferiore c'è il riferimento al candidato sindaco; colpisce che l'elemento di maggior evidenza - forse a causa della disposizione delle parole - sia il nome e non il cognome di Zedda. 
 

6) MoVimento 5 Stelle

Sempre come alle scorse regionali, fa parte della coalizione che sostiene Zedda anche il MoVimento 5 Stelle, che invece alle elezioni del 2019 non aveva partecipato (essendo stata revocata la concessione del simbolo all'allora candidato Alessandro Murenu): se a livello regionale era stata proposta la candidatura di Todde accolta da Pd e altre forze, qui è il M5S - di fatto alla sua terza partecipazione alle amministrative cagliaritane - che ha accettato di sostenere Zedda, proveniente dall'area più a sinistra del Pd. Il fregio è quello ufficiale, con il riferimento al 2050 come anno della neutralità climatica nella parte inferiore.
 

7) Partito democratico

Subito dopo il MoVimento 5 Stelle il sorteggio ha collocato la lista del Partito democratico, che per l'occasione schiera esattamente lo stesso contrassegno impiegato poche settimane fa alle elezioni regionali: il logo del partito è leggermente ridotto per lasciare spazio, nella parte inferiore, alla fascia rossa con il riferimento alla Sardegna (nessun riferimento in questo caso alla candidatura di Zedda, come invece era accaduto nel 2019 con "Ghirra sindaca"). Sarà interessante notare quale tra le due forze politiche principali della coalizione risulterà più votata, a prescindere dal vincitore finale nella sfida per il sindaco.
 

8) Alleanza Verdi e Sinistra

Un altro contrassegno che sembra venire direttamente dall'esperienza delle regionali sarde di febbraio è quello di Alleanza Verdi e Sinistra. Quasi tutto, infatti, è come nel fregio visto tre mesi fa: uguale il nome della lista con colomba della pace rimpicciolito; uguali i segmenti di Europa Verde e Sinistra italiana ridotti per fare spazio, al di sotto, al riferimento alla Sinistra sarda e a Possibile, cui è riservato il segmento inferiore (con l'uguale inserito nella "o"). Unico elemento leggermente diverso è il riferimento al candidato sindaco riportato ad arco nella parte superiore: occupando quasi per intero la semicirconferenza superiore, contribuisce a rendere ancora più "pieno" e "affollato" il contrassegno.
 

9) Sinistra futura

Il repêchage delle ultime regionali continua con la lista Sinistra futura, nata circa un anno fa come associazione di cultura politica per opera di vari esponenti di Articolo Uno e Sinistra italiana per cercare di proporre un percorso unitario per la sinistra sarda. Nel simbolo è evidente l'immagine di un albero, che (oltre a ricordare in parte l'arbero arborense sardo) è composto da un tronco disegnato come un avambraccio con la mano aperta (per simboleggiare i lavori, l'accoglienza, l'armonia tra uomo e natura, nonché tra lavoro e ambiente); la stella rossa in alto a destra richiama i valori della Costituzione repubblicana e antifascista. Accanto all'albero, sulla terra stilizzata che contiene il riferimento alla candidatura di Zedda, c'è anche la miniatura arcobaleno dell'associazione Orizzonte Sinistra.
 

10) A Innantis!

Nono simbolo - sempre in ordine di sorteggio - risulta essere quello dell'associazione A Innantis!, che alle ultime regionali ha concorso presentando candidati nelle liste comuni con il MoVimento 5 Stelle. Dopo le polemiche (sollevate da Irs - Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna) legate all'uso dell'immagine dell'albero arborense eradicato, in questo caso la lista - legata a Franciscu Sedda - impiega un altro disegno dell'albero, già adottato prima delle regionali (questa volta del tutto incontestabile, vista la foggia ben distinta) e tinto di verde, come il nome e come il segmento curvilineo inferiore, leggermente più sfumato.
 

11) Cagliari avanti

L'ultima formazione della compagine del centrosinistra allargato è Cagliari avanti (un concetto che quindi in qualche modo ritorna in lingua italiana, dopo essere stato espresso dai nomi Fortza Paris e A innantis!), lista che può considerarsi come tra le più vicine a Zedda (una sorta di "lista del candidato sindaco"). Lo suggerisce in qualche modo la grafica semplice, fondata solo sul testo bianco ben leggibile sul fondo blu, senza alcun riferimento partitico all'interno del cerchio. Di certo il peso di questa formazione sarà da considerare con attenzione nell'analizzare i risultati finali di questa tornata elettorale.
 

Alessandra Zedda

12) Partito sardo d'azione

Terza candidatura estratta è quella di Alessandra Zedda (dunque i due avversari principali hanno lo stesso cognome), già consigliera e assessora regionale (dopo essere stata in giunta anche a Cagliari) per Forza Italia e ora presentata dall'intero centrodestra. Potrà contare sul sostegno di sette liste, prima delle quali in ordine di sorteggio è quella del Partito sardo d'azione: il simbolo è quello storico, con i Quattro Mori bendati disposti nei quarti del quadrato nero con croce rossa greca al centro; il fregio non contiene alcun riferimento al nome della candidata, proprio come nel 2019 mancava il nome di Truzzu nel cerchio. 
 

13) Sardegna al Centro 2020

Il secondo contrassegno della coalizione si era visto identico tre mesi fa alle regionali sarde: si tratta di Sardegna al Centro 2020. In alto figura il nome della declinazione regionale del progetto politico Italia al centro di Giovanni Toti (con gli stessi colori, arancione e - al posto del blu - azzurro); in basso c'è il fregio dei Quattro Mori reinterpretato con le cifre del 2020, recuperato direttamente da Sardegna 20Venti, lista che nel 2019 fu promossa da Stefano Tunis. Pure in questo caso non ci sono riferimenti alla candidata, che di fatto non sembra avere una propria lista "personale" (fatta eccezione per un elemento di cui si dirà tra poco).
 

14) Forza Italia

Il terzo posto nella compagine di centrodestra è occupato dalla lista di Forza Italia, vale a dire il partito di cui è stata espressione a lungo Zedda. Come alle regionali, il simbolo continua a riportare il riferimento a Silvio Berlusconi al di sotto della bandierina (presente già, come si è ricordato più volte, nel simbolo ufficiale), mentre in alto ad arco è citato il Partito popolare europeo, presente nei contrassegni elettorali dal 2022. Rispetto al fregio contenuto nello statuto, è stato eliminato - proprio come alle ultime elezioni regionali - il riferimento "presidente", senza che questo sia stato sostituito da altri elementi all'interno del cerchio.
 

15) Alleanza Sardegna

Si ripresenta sulle schede elettorali cagliaritane, dopo l'esperienza delle ultime regionali, Alleanza Sardegna, gruppo ora presieduto da Andrea Floris e che questa volta corre con una lista interamente autogestita. Il simbolo è quello già visto nella "bicicletta" presentata alle regionali con il Pli: il tema dei Quattro Mori ritorna per la terza volta all'interno della coalizione, questa volta reinterpretato coi pallini al posto delle teste, sovrapposto alla sagoma dell'isola e collocato su un fondo color sabbia (con due circonferenze rosso granata e blu che occhieggiano ai colori cittadini, ma erano già presenti nella competizione regionale).
 

16) Lega - Anima di Sardegna - Partito liberale italiano

Partecipa per la seconda volta consecutiva alle amministrative cagliaritane, ovviamente nel centrodestra, la Lega. Questa volta nel contrassegno non c'è alcun riferimento a "Salvini premier"; al suo posto, sotto alla statua di alberto da Giussano, nel segmento blu - dal bordo superiore eccezionalmente convesso - c'è l'espressione "Alessandra Zedda sindaco" (si tratta dell'unica lista in cui il nome della candidata ricorre). Nome della Lega e statua si stringono un po', per contenere nel cerchio anche le miniature dei simboli del Partito liberale italiano e di Anima di Sardegna, vale a dire l'associazione costituita prima delle elezioni regionali e che aveva presentato comunque il simbolo in vista di un'eventuale candidatura di Zedda poi non concretizzatasi (dopo il convergere su Truzzu): il fondo color carta da zucchero contiene la sagoma della Sardegna realizzata con cinque "pezzi" (in stile Tangram) tinti di altri colori che raccontano il territorio (azzurro-cielo, verde-natura, giallo-sole, arancione-terracotta e il bianco centrale).
 

17) Riformatori Sardi

Fanno certamente parte della storia politico-elettorale della Sardegna i Riformatori Sardi, che nel 2011 avevano espresso anche il candidato sindaco del centrodestra (nella persona del leader, Massimo Fantola). Il simbolo schierato è lo stesso di sempre, con l'arco tricolore in alto (con i "conci" di uguali dimensioni, quelli dell'ultima versione del "Patto" legato a Mariotto Segni), il nome al centro e, al di sotto, le sei stelle gialle e la dicitura "Liberal democratici", il tutto su fondo blu, lo stesso passato dai Popolari per la riforma al Patto Segni al Patto per l'Italia, fino a questo simbolo decisamente longevo in Sardegna.

18) Fratelli d'Italia

Ultima lista della coalizione di centrodestta risulta essere quella di Fratelli d'Italia, che la volta scorsa aveva espresso il sindaco (Paolo Truzzu) e questa volta è semplicemente una delle forze del centrodestra, risultata comunque la più votata alle ultime regionali. Il contrassegno è lo stesso usato anche in quelle occasioni e che arriverà negli stessi giorni sulle schede delle elezioni europee, con il riferimento a Giorgia Meloni al centro in grande evidenza, il nome del partito in alto (sempre sul fondo blu) e la fiamma tricolore (leggermente ingrandita) in basso. Pure in questo caso sarà interessante valutare i rapporti di forza all'interno della coalizione a risultati definitivi.
 

Claudia Ortu

19) Cagliari popolare - alternativa di classe

Quarta candidatura in queste elezioni comunali è quella di Claudia Ortu, ricercatrice dell'università di Cagliari e coordinatrice nazionale di Potere al Popolo!. La sostiene un'unica lista, Cagliari popolare - alternativa di classe, di chiara matrice anticapitalista e di sinistra: il contrassegno contiene le minature dei simboli del Partito comunista italiano e di Potere al Popolo!, al di sotto invece si riconosce il contorno del promontorio noto come "Sella del Diavolo", tinto (come la corona circolare) di un colore rosso vermiglio; spicca il carattere utilizzato per l'espressione "alternativa di classe".
 

Giuseppe Farris

20) CiviCa 2024

Ultimo candidato estratto in questa competizione elettorale è Giuseppe Farris, avvocato, sostenuto da un'unica lista denominata CiviCa 2024, senza alcuna implicazione partitica. Il sito di Farris spiega il contenuto del simbolo, tinto dei colori cittadini (e della squadra di calcio del Cagliari, di cui Farris è tifoso): "Nel logo risaltano le tre anime identitarie della città: quella naturalistica (rappresentata dalla Sella del Diavolo), quella architettonica (rappresentata dal Bastione di Saint Remy) e quella spirituale (rappresentata dalla Basilica di Bonaria)".
 

Lista esclusa

Movimento Civico Cagliari

Come si diceva, le liste in origine dovevano essere 21, perché a sostegno di Alessandra Zedda era stata presntata anche la lista Movimento Civico Cagliari, che aveva come elementi grafici principali la sagoma dell'isola con all'interno un fenicottero blu (il  volatile è una presenza frequente negli stagni di Cagliari) e un tricolore composto a "foglioline" al di sotto. La lista, tuttavia, è stata esclusa e non certo per questioni legate al contrassegno. Posto che la commissione elettorale ha soprasseduto su un lieve ritardo nella presentazione della lista (proprio per l'entità minima dello scostamento d'orario), in sede di esame dei documenti si è rilevato che il numero delle sottoscrizioni raccolte era inferiore a quello richiesto dalla legge e che, mancando una dichiarazione di accettazione della candidatura (un'altra era stata presentata due volte), il numero delle persone in lista era sceso sotto il minimo previsto.
Il presentatore della lista ha fatto ricorso al Tar, lamentando come fossero stati depositati prima tutti i documenti necessari presso l'ufficio elettorale del comune perché questo provvedesse "agli adempimenti prodromici alla presentazione della Lista", mentre ai presentatori non sarebbe stata restituita tutta la documentazione prima del deposito delle candidature (solo in parte la documentazione sarebbe poi stata trasmessa dall'ufficio citato, la cui sede era altrove, mentre anche in sede di accesso agli atti non sarebbero stati recuperati gli altri documenti ritenuti mancanti). Del numero di candidati il Tar di Cagliari non si è occupato: per economia processuale, è stato trattato solo il problema delle sottoscrizioni. Per i giudici, il presentatore non avrebbe fornito neanche un principio di prova dei moduli con le firme raccolte che sarebbero rimasti presso gli uffici del comune (non emersi e non prodotti neanche in fotocopia), così come non sarebbe stato indicato quante firme sarebbero state contenute in quei moduli. Il collegio ha ricordato anche - come monito che dovrebbe essere considerato da chunque voglia presentare liste con l'ambizione di amministrare un comune - "il costante orientamento della giurisprudenza [...] caratterizzato da un chiaro rigore nell'esigere la massima diligenza da parte chi presenta liste alle competizioni elettorali, a tutela delle pressanti esigenze di celerità e par condicio che notoriamente connotano la materia, con la conseguente esclusione del soccorso istruttorio - e tanto più della possibilità di ammettere alle elezioni liste prive del possesso dei requisiti richiesti - se non nei limitati casi di forza maggiore o errore scusabile adeguatamente comprovati" (ipotesi che non si è ritenuta verificata in questo caso).

giovedì 23 maggio 2024

Ricordando con gratitudine Mario Caciagli, tra studi, partiti, voti e simboli

Se si dovessero scegliere alcune figure, tra le persone che si sono distinte nella comunità scientifica, come "numi tutelari" dei #drogatidipolitica e, ancora di più, di chi ha la passione incrollabile per le elezioni, senza alcun dubbio Mario Caciagli sarebbe una di queste. Lo è stato per molti anni in vita, lo è altrettanto ora che, da pochi giorni, ha esaurito il suo tempo umano.
Il suo volto non è forse noto a chi esercita la sua passione essenzialmente attraverso la televisione e la Rete, mentre è del tutto inconfondibile per chi ha avuto la possibilità di conoscerlo, di ascoltarlo o di conversare con lui, quasi sempre dopo averlo letto su qualche rivista o qualche libro. Classe 1938, toscano schietto fino al midollo (ed era sufficiente sentire un paio di sue parole per capirlo e sorridere in modo genuino, anche per l'entusiasmo che era sempre tutt'uno con le sue parole), ha insegnato materie nell'ambito della Scienza politica a Catania, Padova, ma soprattutto a Firenze: nell'università cittadina (e in particolare presso il dipartimento di scienze politiche "Cesare Alfieri") era professore emerito e nel capoluogo ha avuto anche altri ruoli, a partire dalla presidenza dell'Istituto Gramsci Toscano (dal 2001 al 2007).
I suoi studi numerosi - sempre attenti alla comparazione e al rapporto con studiose e studiosi di altri Paesi - specie in tema di culture politiche, elezioni e partiti hanno portato Caciagli a essere uno dei fondatori della Società italiana di scienza politica (Sisp) e, soprattutto, a essere una delle colonne irrinunciabili della Società italiana di studi elettorali (associazione, tra l'altro, con sede a Firenze...): ne è stato il secondo presidente (1983-1986), ne è stato fino a pochi giorni fa il presidente onorario e ha fondato (dirigendoli dal 1980) i Quaderni dell'Osservatorio elettorale, periodico nato in evidente simbiosi con l'Osservatorio elettorale della Regione Toscana (a lungo guidato da Antonio Floridia, che ha già trovato spazio su questo sito e che ha presieduto la Sise dal 2014 al 2017) e con il tempo diventato una rivista scientifica di altissimo livello. 
Chi scrive ha incrociato per la prima volta Caciagli a Firenze, il 3 luglio 2012, al seminario post-elettorale della Società italiana di studi elettorali, allora presieduta da Ilvo Diamanti: il primo workshop cui il sottoscritto aveva chiesto di partecipare con un breve intervento (A.A.A. Simboli cercansi: nuovi contrassegni elettorali (e partiti che giocano a nascondino); da pochi giorni, tra l'altro, era stato pubblicato il libro che ha dato il nome a questo sito e, addirittura, proprio il giorno prima (il 2 luglio) era stato pubblicato il primo, acerbissimo articolo di questo spazio. Tra gli uditori c'era anche il professor Caciagli: il tema lo incuriosì e volle approfondirlo. Da allora, per chi scrive la Sise si è trasformata in un appuntamento abituale per vari anni, ricco di persone autorevoli diventate a poco a poco amiche (oltre a Diamanti e Floridia, non posso non citare almeno Antonio Agosta, Nico D'Amelio, Gabriele Bracci, Luigi Ceccarini, Fabio Bordignon, Luca Sabatini, Mara Morini, Daniele Comero, Dario Quattromani, Roberto De Rosa, Luigi Di Gregorio e l'inseparabile - nonché fondamentale per me e per questo sito - Antonio Folchetti, ma anche conoscenze più recenti, come Mimmo Fruncillo, Roberto De Luca, Chiara Fiorelli ed Edoardo Colzani). 
Per anni gli incontri Sise, manco a dirlo, si sono tenuti a Firenze, nelle sedi della Regione Toscana, e il professor Caciagli era un punto di riferimento costante: moderazioni intelligenti, domande stimolanti e chiacchiere gustose. Se per anni Ilvo Diamanti ha ricordato come - seguendo la lezione appresa da Arturo Parisi, altro ex presidente dell'associazione - i convegni della Sise si distinguessero per avere sempre un pubblico attento, docenti universitari inclusi (che ascoltavano e partecipavano invece che lasciare la sala per discutere di concorsi e cattedre), chi scrive si permette di aggiungere che quei convegni erano uno spettacolo anche perché si poteva apprezzare Mario Caciagli in un appassionato intervento sul futuro quarto mandato da cancelliera per Angela Merkel e poi, qualche manciata di minuti più tardi, vederlo conversare con un losco figuro, avvicinarsi credendolo impegnato in dotte conversazioni e sentirlo nettamente affermare che "beh da Marione si manGia bène, eh!!!" (è accaduto davvero a giugno del 2017). Non a caso, l'ultimo incontro con il professor Caciagli risale all'ultimo convegno internazionale Sise, organizzato a Urbino lo scorso anno: in quell'occasione lui preparò e lesse un discorso iniziale in inglese, provato ma tenacemente presente. 
Chi scrive non poteva non citare in questo sito il professor Caciagli, anche perché nella sua produzione ha inevitabilmente incrociato anche i temi che più direttamente appassionano chi frequenta questo sito. Basti dire che, tra i primi lavori monografici, c'è un volume corposo, datato 1977: Democrazia cristiana e potere nel Mezzogiorno. Il sistema democristiano a Catania (legato al periodo di insegnamento catanese). Sulla copertina del libro, edito da Guaraldi, giusto per non correre il rischio di sbagliare, c'era la foto in bianco e nero di una sezione locale democristiana, con lo scudo crociato rosso e bianco come unico elemento cromatico, una soluzione grafico-politica di sicuro impatto. Il volume è imprescindibile per chi vuole studiare la politica di allora, il comportamento e le dinamiche (non solo interne) del maggior partito italiano in un'area in cui era particolarmente forte; la presenza sulla copertina del simbolo di maggioranza relativa in tutta la cosiddetta Prima Repubblica non può che connotare in modo ancora più interessante uno studio decisamente apprezzato da chi lo ha consultato a suo tempo.    
Qui però si vuole dare attenzione soprattutto all'ultima monografia di Mario Caciagli, pubblicata da Carocci nel 2017: Addio alla provincia rossa. Origini, apogeo e declino di una cultura politica. Frutto di lunghi studi (incluse quattro serie di interviste) realizzate tra il 1984 e il 2006 nel Medio Valdarno Inferiore, il libro racconta l'evoluzione di una terra e delle sue idee attraverso le persone e il loro agire. Il decimo capitolo del libro (che chi scrive, insieme a un prezioso amico, si ostinava a chiamare Com'era rossa la mia valle) è significativamente intitolato "Miti, riti, simboli": "Nell'agire politico - si leggeva all'inizio - l'attività razionale si sovrappone continuamente alle emozioni e ai sentimenti. Le esperienze del secolo XX, ma anche quelle che sono venute dopo, ci hanno insegnato [...] che occorre tener conto dell’importante ruolo che ha il simbolismo politico nel comportamento degli individui, la dimensione simbolica essendo una riserva di senso". Vale per tutto ciò che è simbolico (inclusi i riti, i cortei, le campagne "casa per casa", le feste...), ma a maggior ragione per i simboli veri e propri. L'ultimo paragrafo è dedicato inevitabilmente a "falce e martello" e raccoglie le voci di varie persone su quel fregio che era diventato "il simbolo di speranza e di emancipazione per milioni di operai e contadini" e che non faceva pensare più all'Unione sovietica (almeno per le persone intervistate). "Fin da piccolo, allora non sapevo neppure cosa volesse dire, mi piaceva il simbolo, la falce e martello" aveva raccontato nel 1984 "un operaio di 50 anni di Montanile (Montopoli Valdarno) che era nato a Sant'Angelo dei Lombardi e ne era emigrato a vent’anni" (e "non aveva partecipato prima alla vita del Pci, perché al suo paese nemmeno c'era una sezione"). Dieci anni dopo, nel 1995, "quando il Pci non c’era più e la falce e il martello erano rimpiccioliti nel simbolo del Pds, molti giovani intervistati del 1995 non solo sapevano, ma avevano rimpianto per gli 'utensili degli operai e dei contadini', come alcuni di loro ripetevano". Per una diciottenne della Scala (San Miniato), operaia precaria in una confezione, quel simbolo rappresentava "una vita migliore", mentre una studentessa di medicina di 23 anni di Ponte a Elsa, guardando al "simbolo della solidarietà fra i lavoratori, della volontà di battersi per i propri diritti", sospettava che falce e martello non bastassero più: "Ci vorrebbero anche una penna e un computer". Un pensiero comunque inclusivo, più di quello di una ragazza della Serra (San Miniato) che nel 1995 aveva 27 anni ed era stata eletta come consigliera comunale per il Pds (ma come indipendente): "È il simbolo di un partito che ha contribuito alla crescita democratica del nostro paese. È legato alle rivendicazioni della gente. È storia profonda, ma è passato! Oggi non rappresenta più nulla. No, oggi. secondo me, non ha futuro". Quasi trent'anni dopo, non ci saranno falci e martelli sulla scheda delle elezioni europee e nelle bacheche del Viminale ne è arrivata una sola (quella del Pci di Mauro Alboresi, evoluzione del Pdci con un simbolo quasi uguale all'originale); in quei comuni amministra il centrosinistra ma è cosa ben diversa dal Pci. Mario Caciagli lo sapeva bene e lo ha spiegato. Per chi vuole, queste e altre pagine sono ancora pronte a parlare: attendono solo chi voglia sfogliarle.

mercoledì 15 maggio 2024

Dc, niente tutela su nome e simbolo per Luciani (almeno per ora)

Il periodo "molto elettorale" (vista la concentrazione, l'8 e il 9 giugno, del voto europeo e, nei territori interessati, regionale e soprattutto amministrativo) non può far dimenticare i temi classici, di cui questo sito si è sempre occupato, cercando di dare conto delle loro evoluzioni. Qualche giorno fa, in particolare, trattando delle decisioni dell'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo sui contrassegni depositati, si era anticipato che alcune settimane prima la Democrazia cristiana, rappresentata da Nino Luciani come segretario politico e da Carlo Leonetti come segretario amministrativo e legale rappresentante, aveva instaurato un'azione civile presso il tribunale di Roma: lo avevano fatto per rivendicare la titolarità del nome e del simbolo (chiedendo a monte di accertare la continuità giuridica con la Dc "storica") e citando molti di coloro che utilizzano (Unione di centro - Udc, Democrazia cristiana con Rotondi e il suo fondatore Gianfranco Rotondi) o hanno utilizzato quei segni distintivi (Noi Moderati e il suo presidente, Maurizio Lupi), nonché di coloro che a loro volta e a vario titolo si ritengono continuatori della Dc (Salvatore "Totò" Cuffaro, Antonio Cirillo, Angelo Sandri, Raffaele Cerenza, Franco De Simoni, Mario De Benedittis, Emilio Cugliari, Lupo Rosario Salvatore Migliaccio) perché si ordinasse loro di smettere di usare la denominazione e il fregio democristiani, prevedendo anche l'eventuale risarcimento dei danni subiti.
L'atto di citazione conteneva anche un'istanza cautelare, con cui si chiedeva al giudice di pronunciarsi tempestivamente e di valutare misure di tutela anticipata, poiché la Dc-Luciani temeva di non poter partecipare alle elezioni di giugno con le proprie insegne, a fronte del rischio che altri soggetti continuassero a fare uso del nome e del simbolo rivendicati. La discussione delle domande cautelari era stata fissata per ieri, 14 maggio: in effetti, ieri sera il giudice Corrado Bile - che, salvo errore, per la prima volta si è trovato a decidere su vicende democristiane - ha depositato l'ordinanza, che ha respinto le domande
 

Le tesi della Dc-Luciani

Nel loro atto di citazione, Nino Luciani e Carlo Leonetti hanno spiegato di aver agito per "accertare definitivamente l'identità e la continuità politico-storica con la Democrazia Cristiana [...] 'storica' con la conseguente azione di rivendicazione e tutela ai sensi degli artt. 6 e 7 c.c. nei confronti di tutti coloro che, a decorrere dall'anno 1994 e sino ad oggi hanno utilizzato illegittimamente la denominazione ed il simbolo del partito fondato da Alcide De Gasperi nel 19 marzo 1943".
Nella "premessa storica" si è passato in rassegna, come tante volte si è fatto nelle cause precedenti che hanno riguardato il destino giuridico della Dc o i suoi segni distintivi, il percorso snodatosi a partire dalla trasformazione della Democrazia cristiana in Partito popolare italiano (che in questa citazione è indicato come "un nuovo partito" nato il 18 gennaio 1994, anche se poco oltre si parla correttamente di "cambio di denominazione") e dalla coeva nascita per scissione/recesso del Ccd ad opera di "alcuni esponenti provenienti soprattutto dalla destra forlaniana-dorotea, favorevoli all'entrata nella coalizione di centro-destra" (preceduta dalla scissione dei Cristiano sociali avvenuta qualche mese prima). Tra i passaggi successivi si sono citati il dissidio del 1995, con la nascita del Cdu seguita ai c.d. "accordi di Cannes" - con i quali le due parti in lite del Ppi sostanzialmente si divisero l'uso dei segni distintivi del partito (lo scudo crociato ai sostenitori di Rocco Buttoglione, futuro segretario del Cdu, e il nome "Partito popolare italiano" alla parte vicina a Gerardo Bianco) e si accordarono per non utilizzare il nome "Democrazia cristiana" - e la nascita dell'Udc nel 2002 (grazie all'apporto di Ccd, Cdu - che ha apportato lo scudo crociato - e Democrazia europea). Si sono ricordati pure i tentativi intrapresi da alcuni iscritti alla Dc per opporsi (già nel 1994, si legge) "alla fine dell'esperienza del partito e [...] di riportare in vita lo storico partito ritenendo che i partiti PPI e CDU non fossero titolari della denominazione «Democrazia cristiana» – stante il loro accordo sul suo perpetuo non uso [...] – ma, prima ancora, [...] che non sussistessero le prove della successione tra la D.C. e il P.P.I., poiché sarebbero state violate [...] le prescrizioni di legge e dello statuto del partito nel corso del procedimento che ha portato al cambio di nome; per cui quegli atti risulterebbero nulli o, per lo meno, inopponibili a terzi" e la Dc, mai sciolta, sarebbe rimasta in vita come soggetto distinto dal Ppi. 
Sono stati inseriti in quel contesto i contenziosi sorti nel corso degli anni che hanno portato, tra l'altro, alle sentenze della Corte d'appello di Roma del 2009 (n. 1305) e delle sezioni unite civili della Corte di cassazione del 2010 (n. 25999), sulla base delle quali la deliberazione sul cambio di nome da Dc a Ppi sarebbe stata inesistente "poiché assunta da un organo incompetente in violazione dell'art. 16 cc e degli artt. 79 e 135 dello Statuto" della Dc e gli "accordi di Cannes" avrebbero avuto un valore politico, senza essere "idonei a trasferire l'uso di un segno distintivo". La citazione ha richiamato il primo tentativo, dopo queste pronunce, di riattivare la Democrazia cristiana operato nel 2012 sotto la guida di Gianni Fontana (tentativo dichiarato nullo sempre dal Tribunale di Roma tra il 2014 e il 2015), per soffermarsi sul percorso intrapreso nel 2016 da Nino Luciani, Alberto Alessi e altri, volto a ottenere (ancora una volta) dal Tribunale civile di Roma la convocazione dell'assemblea degli iscritti su richiesta del 10% degli associati in base all'ultimo elenco disponibile (ex art. 20 del codice civile): si è richiamata dunque l'assemblea svoltasi all'hotel Ergife a Roma il 26 febbraio 2017 che elesse Fontana alla presidenza dell'associazione (quegli atti, pur oggetto di un altro contenzioso, non sono stati invalidati), sulla successiva presa d'atto delle dimissioni di Fontana nel 2020 - senza fare menzione del congresso del 2018, "revocato" per rilevate irregolarità un anno dopo - e del successivo (nuovo) XIX congresso svoltosi online il 24 ottobre 2020, che avrebbe eletto alla segreteria proprio Luciani (la convocazione di quel congresso sarebbe stata oggetto un'ulteriore azione legale, iniziata da chi si riconosceva nel congresso "revocato" del 2018, ma l'esito sarebbe stato negativo)
Altri passaggi ritenuti utili dagli attori sarebbero la "Notifica di avvenuta ripresa della attività politica del partito della Democrazia cristiana in Italia" depositata da Nino Luciani il 19 aprile 2021 presso l'Ufficio elettorale centrale nazionale (per avvalorare la tesi della continuità giuridica tra la Dc "storica" e la Dc-Luciani, anche se l'Ufficio ha dichiarato l'istanza inammissibile, essendo stata presentata al di fuori di procedure elettorali nazionali) e l'ottenimento - il 6 aprile 2022 - da parte dell'Agenzia delle Entrate del codice fiscale assegnato nel 1980 alla Dc "storica". Ciò non ha impedito che nel 2022 il Viminale invitasse la Dc-Luciani a sostituire il contrassegno perché confondibile - a causa dell'uso dello scudo crociato - con quello di Noi moderati (che conteneva l'Udc) e - a causa del nome - con quello della Dc guidata allora da Renato Grassi (e oggi da Totò Cuffaro): l'opposizione presentata all'Ufficio elettorale centrale nazionale, con cui Luciani rivendicò la titolarità del nome e del simbolo, non ebbe successo, ma lo stesso Luciani contestò (e contesta ancora) come l'Udc risulti avere eletto rappresentanti in Parlamento solo dal 2006 e comunque non li avrebbe più ottenuti col proprio simbolo dal 2018, mentre la Dc "mai sciolta" - che si è rivolta per chiedere giustizia anche alla Giunta per le elezioni della Camera, che però si è dichiarata incompetente - sarebbe stata in Parlamento molto più a lungo. 
Sulla base delle premesse svolte, secondo Luciani e Leonetti è "incontestato e pacifico che la Dc storica non si sia estinta il 18.01.1994, pertanto la costituzione del PPI e di tutti i partiti politici derivati dal suo frazionamento [...] non possono e non devono essere considerati successori a titolo universale e/o particolare della Dc storica" (a tale proposito in premessa si citava la sentenza n. 6393/1998 della sezione lavoro della Cassazione, anche se questa non ha mai detto che il Ppi era soggetto diverso dalla Dc); se così è, dovrebbero ritenersi nulli gli "accordi di Cannes" o altri patti sull'uso del nome o del simbolo successivi al mese di gennaio del 1994. In più, la Dc-Luciani (fino al 2020 Dc-Fontana) rivendica per se il titolo di "unica associazione in continuazione politica-giuridica con la DC storica, sussistendo un'identità tra i propri iscritti e quelli costituenti l'originario partito nell'anno 1993", grazie al rispetto delle norme del codice civile e dello statuto della Dc.
Richiamato il valore identitario del simbolo in ambito politico-elettorale (cioè riassume "in sé [...]un “mondo” di idee, convinzioni, proposte e progetti in cui iscritti e simpatizzanti possano identificarsi": un'affermazione che chi scrive ha come l'impressione di avere già letto da qualche parte, anzi, di averla già scritta dodici anni fa...), la citazione ricorda come la giurisprudenza abbia in sostanza riconosciuto come anche alle associazioni non riconosciute spetti la tutela del "diritto al nome" sulla base degli artt. 6 e 7 del codice civile, estendendo la stessa protezione anche al simbolo. Secondo gli attori, poi, se ci si basa sulle norme dettate in materia di contrassegni elettorali (art. 14, d.P.R. n. 361/1957), "a decorrere dal gennaio 1994 sino ad oggi, le formazioni politiche che hanno utilizzato il simbolo dello scudo crociato con la scritta Libertas contravvenivano ai criteri di novità ed originalità": l'Udc (e prima ancora il Cdu), in particolare, usando lo scudo crociato avrebbe usurpato "un simbolo di un partito non estinto violando le norme interne e statutarie della Dc Storica", non potendo dimostrare continuità giuridica rispetto alla Dc operante sino al 1994. Si richiamano poi i citati criteri di novità (divieto di usare contrassegni identici a quelli presentati in precedenza o a quelli usati tradizionalmente da altri partiti) e originalità (divieto di usare contrassegni confondibili con quelli presentati in precedenza o a quelli usati tradizionalmente da altri partiti, con tutela rafforzata per i contrassegni rappresentati in Parlamento): anche qui, chi legge la citazione potrebbe avere la sensazione di avere già letto quelle parole (e chi scrive ora... ha la certezza di averle già scritte nel 2011); in ogni caso quelle norme e quei criteri sono usati per sostenere "che l'unico partito che abbia rispettato le norme interne allo statuto della DC storica, sia la DC odierna attrice che merita pertanto di esercitare, nell’utilizzo del simbolo e del nome rivendicato il diritto del prior in tempore, potior in iure nei confronti di ogni altro soggetto politico". Contemporaneamente, l'atto introduttivo del giudizio sostiene come "il simbolo dello scudo crociato [sia] inscindibile dalla denominazione della Democrazia Cristiana storica quale unica titolare del contrassegno scudo crociato, con la conseguente illegittimità dell’utilizzo" compiuto dall'Udc (che ha usato solo lo scudo senza il nome, almeno prima delle liste presentate con la Dc-Rotondi), fermo restando che la Dc "mai sciolta" avrebbe utilizzato il simbolo ben prima dell'Udc.
Sulla base di tutto questo, la Dc-Luciani ha chiesto che si accertasse la propria "continuità giuridica soggettiva con il Partito della Democrazia Cristiana fondato nell’anno 1943" e, sulla base di questo, la titolarità esclusiva della denominazione e del simbolo, così da ottenere che il giudice ordini a chi usa indebitamente quei segni distintivi la cessazione dell'uso e preveda una penale per ogni ulteriore impiego (unitamente alla quantificazione degli eventuali danni da risarcire).
 

L'ordinanza del Tribunale di Roma

Come si è detto, con l'atto di citazione è stata chiesta anche una pronuncia del giudice in sede cautelare, per evitare alla Dc-Luciani di subire danni in vista delle elezioni previste a giugno: se l'udienza per discutere i profili di merito della causa è prevista per il 25 novembre prossimo, i profili cautelari sono stati oggetto di questa prima fase contenziosa, conclusa con l'ordinanza emessa ieri dal giudice Bile.
Il magistrato si è pronunciato innanzitutto su alcune questioni preliminari poste dalle parti citate da Luciani e Leonetti. Totò Cuffaro, per esempio, ha ricordato di avere a sua volta agito contro vari soggetti (incluso Luciani) per rivendicare l'uso del nome "Democrazia cristiana" (la "sua" non usa lo scudo crociato), promuovendo un giudizio presso il Tribunale di Avellino, quindi - ritenendo che il giudizio abbia lo stesso oggetto - si sarebbe dovuta dichiarare la litispendenza e cancellare il giudizio; per il giudice, però, il carattere di urgenza dell'azione cautelare prevale e occorre decidere comunque, ma nel giudizio di merito si potrà valutare se il processo dovrà essere cancellato o no. L'essere ancora in sede cautelare e non di merito non ha consentito nemmeno di ritenere "in astratto estranei al giudizio" Maurizio Lupi (che, essendo stato coinvolto come leader del partito che, alle elezioni del 2022, era ancora una federazione di cui faceva parte anche l'Udc, riteneva di non avere alcuna legittimazione passiva) e Antonio Cirillo (il quale ha detto di essere "solo" il segretario della "sua" Dc, mentre avrebbe dovuto stare in giudizio il segretario amministrativo, Sabatino Esposito, che peraltro ha rivendicato la titolarità degli stessi segni distintivi).
La Democrazia cristiana con Rotondi, poi, aveva eccepito come delle questioni sollevate da Luciani e Leonetti si sarebbe dovuto piuttosto occupare il giudice amministrativo, visto che nella parte dell'atto di citazione in cui si chiede la tutela cautelare si fa riferimento alla partecipazione alle elezioni europee e regionali; il codice del processo amministrativo, però, affida ai Tar (e al Consiglio di Stato), come si è visto in questi giorni, il compito di decidere solo sui provvedimenti immediatamente lesivi del diritto a partecipare a singoli procedimenti elettorali, mentre questa controversia riguarda l'accertamento del diritto a usare il nome e il simbolo della Dc e non l'accesso a una determinata procedura elettorale.
Chiarite queste e altre questioni, il giudice Bile ha considerato le osservazioni svolte dalla difesa di Franco De Simoni (segretario della "sua" Dc) e di Emilio Cugliari (presidente "facente funzione" della "sua" Dc), secondo i quali, essendo scaduto il termine per il deposito dei contrassegni per le elezioni europee (e anche per le altre elezioni, insieme agli altri documenti), è venuto meno il rischio di un pregiudizio irreparabile da evitare con l'adozione di tempestivi provvedimenti di tutela (il famoso periculum in mora). Il giudice ha concordato con questa tesi, precisando che, visto che la tutela cautelare si può concedere solo in presenza di entrambe le condizioni richieste dalla legge, "la mancanza del requisito del periculum in mora rende superflua la verifica in ordine al requisito del fumus boni iuris".
In teoria, dunque, questo ragionamento sarebbe sufficiente per respingere le richieste degli attori-ricorrenti. L'appartenente alla schiera dei #drogatidipolitica che avesse già iniziato a dare sfogo a una certa delusione, per avere perso l'occasione di sentir argomentare una volta di più sulla storia della Dc (dando materia per una nuova potenziale puntata della saga dello "Scudo (in)crociato" - titolo scelto, non a caso, per distinguere il racconto dei democristiani dopo la Dc in forma di podcast) o almeno sul valore dei simboli politici deve però ricredersi: una parte non irrilevante dell'ordinanza, infatti, è dedicata anche all'esame del fumus boni iuris (dunque il sospetto di fondatezza), secondo il giudice ugualmente inesistente. Questo era già piuttosto chiaro qualche riga prima dell'analisi sul punto, quando l'ordinanza aveva definito la domanda degli attori-ricorrenti come "inerente ad una annosa questione che da tempo viene ciclicamente riproposta in termini sostanzialmente analoghi": la frase forse è comprensibile per un magistrato del tribunale romano, che si è visto sottoporre molte cause in materia, ma è pur sempre di un certo effetto per chi la legge. 
Il giudice Bile, in ogni caso, ha rimarcato - anche alla luce dell'art. 2-bis del d.l. n. 7/2024 ("decreto elezioni 2024") - la distinzione tra la disciplina dei marchi (anche politici) e quella dei contrassegni elettorali (anche se qui nessuno ha parlato di registrazione di marchi), poi ha citato le disposizioni in materia di contrassegni del testo unico per l'elezione della Camera. Se "i segni distintivi costituiscono l’insieme di elementi grafici essenziali in cui si riassume la configurazione identitaria del partito, nonché la sua capacità di rendersi riconoscibile agli elettori", se ne riconosce ormai la tutelabilità a norma dell'art. 7 del codice civile (al di là della pratica affermatasi di richiederne la registrazione come marchi in base al codice della proprietà industriale), occorre distinguere la titolarità privatistica da quella elettorale, fermo restando che comunque si vuole "scongiurare il rischio di confusione sugli elementi caratterizzanti le diverse formazioni politiche, quali soggetti cui possono imputarsi concezioni, valori, idee e azioni". Si precisa che "la distinguibilità del nome e del segno distintivo nel caso di soggetti collettivi che non svolgono attività di mercato, è funzionale alla salvaguardia della identità collettiva del gruppo, e con riferimento specifico alle organizzazioni politiche, rende riconoscibili e nel contempo protegge sul piano identitario il complesso dei valori, delle idealità e degli scopi perseguiti" e "soccorre ad evitare equivoci e fraintendimenti nella dialettica democratica a tutela dell’elettorato, quale espressione della sovranità popolare, costituzionalmente riconosciuta". 
Fatte queste premesse, il giudice è partito dall'osservazione di Luciani e Leonetti, in base alla quale la Democrazia cristiana (guardando ai soli risultati elettorali) avrebbe usato alle elezioni, ottenendo sempre parlamentari, il proprio nome e il suo simbolo dal 1948 al 1992, mentre l'Udc avrebbe ottenuto eletti solo dal 2006 al 2013, ma l'uso sarebbe iniziato dal 2002 e continuerebbe tuttora. Nell'ordinanza questo non viene impiegato per parlare di un preuso, ma per rilevare un uso successivo anche elettorale da parte dell'Udc "nel corso di un arco temporale di circa trent'anni, ottenendo un consenso che le ha consentito la presenza in Parlamento". Per il giudice, "[i]l fatto che tale situazione si sia protratta così a lungo non può considerarsi irrilevante ai fini di stabilire la consistenza del carattere identitario del simbolo e la relativa spettanza": si legge che "l'utilizzo protratto del simbolo che ha caratterizzato un partito politico rimasto sostanzialmente inattivo per moltissimi anni [ha] determinato in capo all'utilizzatore il formarsi di una identità riconoscibile da parte dell’elettorato che, nel tempo, ha avuto modo di esprimersi con il voto facendo riferimento all'UDC e ai relativi segni distintivi"; anche per questo, per il magistrato si può escludere che, dopo l'uso prolungato da parte dell'Udc, lo scudo crociato "abbia mantenuto intatte le proprietà originarie che ne determinavano la riferibilità esclusiva ad una forza politica attiva eminentemente nel secolo scorso"
Considerando lo stesso, travagliato percorso tra il 1994 (anno della trasformazione della Dc in Ppi) e il biennio 2009-2010 (gli anni delle sentenze che avrebbero accertato - sia pure solo incidentalmente - che il cambio di nome era avvenuto in modo scorretto), il giudice nota che "[d]urante i numerosi anni trascorsi fino alla citata pronuncia delle sezioni unite, anche l'elettorato è stato esposto al diffuso convincimento di un avvenuto mutamento di denominazione e, dunque, ne ha preso atto, maturando una nuova e diversa consapevolezza circa l'identità delle formazioni politiche in campo e circa la riconducibilità dei segni distintivi a questo o a quel partito"; se la legge tutela l'elettorato perché non cada in errore di fronte all'uso di simboli "usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento", essa per il giudice "tutela un interesse che oggi non può più riconoscersi come radicato in modo prevalente in capo alla Democrazia Cristiana storica", nel senso che "[l]’uso tradizionale non è più un connotato esclusivo di tale partito, ma deve riconoscersi in capo ad altri che ne hanno fatto uso per anni". E, a proposito di anni, per il giudice non è nemmeno giusto tradurre il riferimento normativo alla presenza in Parlamento nella valutazione "attraverso un’operazione aritmetica consistente nella mera comparazione della diversa durata, senza tenere conto del momento storico in cui tale presenza si è manifestata, di quanto accaduto nel tempo e delle conseguenze che l'articolarsi delle vicende ha determinato". Questo basta, per il tribunale monocratico, a respingere le richieste di tutela avanzate da Nino Luciani e Carlo Leonetti.
Se Gianfranco Rotondi - il primo a dare notizia della decisione - ha espresso soddisfazione per l'ordinanza emessa ieri, non si può dire altrettanto di Luciani. In un post su Facebook ha parlato di "amara sconfitta per la Dc", ma gli pare che il pronunciamento sia "specularmente contrario" rispetto a quanto deciso dalla Corte d'appello di Cagliari prima delle elezioni sarde di quest'anno e da altri uffici giudiziari in materia di nomi e simboli di soggetti collettivi e non manca di ripetere quanto già detto in sede di contenzioso elettorale (cioè che l'Udc, pur avendo ottenuto l'ammissione del proprio contrassegno per le elezioni europee, non l'ha presentato in alcuna circoscrizione). Lo stesso Luciani nel post giudica come "inevitabile l'intervento della Dc contro questo giudice", lasciando intendere che il giudizio continuerà nel merito (e forse, già ora, sarà proposto reclamo). Di certo, la saga dello scudo (in)crociato non sembra voler conoscere fine...

martedì 14 maggio 2024

Europee, il Consiglio di Stato boccia i ricorsi: resta ammesso il simbolo di Stati Uniti d'Europa - Lista Pannella, Dc-Luciani esclusa

Trascorsi 22 giorni dalla fine del deposito dei contrassegni per le elezioni europee che si terranno l'8 e il 9 giugno, solo oggi può dirsi terminato il contenzioso sui simboli presentati in quell'occasione. Quest'oggi, infatti, il Consiglio di Stato ha emesso tre sentenze sui due casi "simbolici" che hanno impegnato i giudici amministrativi in questa fase: quelli di Stati Uniti d'Europa (ci si riferisce al contrassegno - con la rosa nel pugno - presentato dalla Lista Marco Pannella, prima escluso e poi ammesso dal Tar del Lazio) e della Democrazia cristiana (quella guidata da Nino Luciani, che si è vista ricusare il contrassegno per l'uso dello scudo crociato e ne ha chiesto la riammissione). Paradossalmente le decisioni di oggi arrivano - a meno di un mese dal voto - mentre si sono già chiusi i contenziosi sulle liste, che pure sono iniziati inevitabilmente più tardi (ma, anche se hanno coinvolto i giudici amministrativi, non sono andati oltre il Tar del Lazio).
 

Stati Uniti d'Europa: le richieste del Viminale

La vicenda giuridica la cui soluzione era più attesa riguardava inevitabilmente il contrassegno presentato dalla Lista Pannella, pressoché identico - come si ricorderà - a quello già depositato nel 2019 ma ritenuto confondibile con quello della "lista di scopo" Stati Uniti d'Europa ed escluso fino alla sentenza del Tar Lazio che lunedì 6 maggio l'aveva riammesso. Si è già visto che il Ministero dell'interno aveva chiesto la riforma di quella pronuncia, ma il Consiglio di Stato venerdì 10 maggio aveva dichiarato il ricorso irricevibile, rilevando come fosse stato formalmente depositato presso il Tar Lazio oltre i due giorni previsti dal codice del processo amministrativo. Il giorno dopo la Lista Pannella ha tenuto una conferenza stampa presso la sede di Via di Torre Argentina per dare notizia della riammissione del contrassegno, ma alla fine di quella stessa conferenza si è appreso che il Viminale aveva presentato al Consiglio di Stato istanza di revocazione della sentenza del 10 maggio (con conseguente esame nel merito della questione) e, contestualmente, un nuovo ricorso per chiedere l'annullamento o la riforma della sentenza con cui il Tar Lazio il 9 maggio aveva ritenuto inammissibile il ricorso presentato presso quello stesso ufficio.
In particolare, con l'istanza di revoca l'Avvocatura dello Stato ha sottolineato di aver in effetti depositato copia del ricorso presso il Tar Lazio "alle ore 12,20 dell'8 maggio 2024", ma "per un disguido nel deposito dovuto ad un errore procedurale, questo veniva depositato quale 'deposito ricorso elettorale'" (e non, come era nell'intenzione della difesa erariale, come deposito richiesto dall'art. 129, comma 8 del codice del processo amministrativo). Sulla base di questo, la cancelleria del tribunale amministrativo regionale ha provveduto - sempre l'8 maggio - a "una errata nuova iscrizione a ruolo" (così si leggeva nel ricorso) e a comunicare nel tardo pomeriggio al ricorrente la fissazione della relativa udienza: a quel punto, l'Avvocatura dello Stato ha assunto informazioni per capire cosa fosse accaduto, apprendendo che il deposito dell'atto era stato qualificato come "deposito ricorso" e non come "deposito documentale" relativo al giudizio di primo grado già concluso davanti al Tar. Per questo la difesa erariale la mattina del 9 maggio (con il termine dei due giorni già spirato) ha depositato un'istanza al Tar con cui ha precisato che non intendeva intraprendere alcun giudizio, ma solo adempiere alla norma che prevedeva il deposito del ricorso al Consiglio di Stato per l'affissione (e il Tar, in un'apposita sentenza, ha comunque ritenuto inammissibile quel ricorso "non voluto" e frutto di un "errore materiale commesso dalla parte ricorrente", ma ne riparleremo tra poco) e, contemporaneamente, ha ridepositato presso lo stesso Tar il ricorso al Consiglio di Stato, questa volta espressamente a fini di affissione (ma, come si è detto, fuori termine).
La difesa del Ministero dell'interno ha riconosciuto che è stato commesso un errore nella procedura di deposito del ricorso, ma ha negato che si fosse prodotta alcuna decadenza: da una parte, la previsione del deposito al Tar Lazio, a suo dire, serviva solo per dare maggiore conoscenza del contenzioso e il mancato deposito nelle forme prescritte non danneggiava in alcun modo le parti del giudizio; dall'altra parte, per l'Avvocatura dello Stato non esistevano prescrizioni normative su come effettuare il deposito presso il Tar appellato, un deposito tempestivo era comunque stato fatto (e, non essendoci spazi per iniziare un nuovo giudizio davanti al Tar, non si sarebbe dovuto interpretare in quel modo il deposito compiuto, né la cancelleria ha emesso "comunicazioni di cortesia" che avrebbero consentito di conoscere prima l'errore nel deposito e di rimediare in tempo utile). Con l'istanza di revocazione della sentenza del 10 maggio, insomma, il Ministero dell'interno ha chiesto di esaminare nel merito il ricorso già presentato: ciò sia per far prevalere la "giustizia sostanziale" rispetto a "meri errori formali, che non importano lesività alle parti interessate" (più avanti si parla di un errore che "appare con immediatezza ed è di semplice rilevabilità" e che non "coinvolge l’attività di ragionamento e di apprezzamento" del Consiglio di Stato stesso), sia perché il mancato esame nel merito del ricorso arrecherebbe "un grande vulnus all'Amministrazione, anche tenuto conto delle già rappresentate difficoltà sottese l’esecuzione della sentenza del Tar, da cui potrebbe derivare un ritardo nelle competizioni elettorali europee", risultato ritenuto "non accettabile" dall'Avvocatura dello Stato (per la già vista impossibilità di rinviare le elezioni in una data successiva al 9 giugno, termine ultimo indicato a livello europeo, mentre la Lista Pannella, pur non avendo depositato le liste entro il 1° maggio, grazie alla sentenza del Tar Lazio sarebbe "in possesso di un titolo esecutivo con il conseguente diritto all’esecuzione di quanto statuito, pena una denegata giustizia").
Nel ricorso al Consiglio di Stato, presentato sempre l'11 maggio, il Viminale - sempre richiamando il "disguido nella procedura di deposito" del ricorso presso il Tar Lazio e le successive azioni per cercare di chiarire l'intenzione con cui l'atto era stato depositato e porre rimedio all'errore - aveva ribadito le proprie ragioni, questa volta per ottenere l'annullamento della sentenza con cui il Tar Lazio il 9 maggio aveva dichiarato inammissibile il (novo) ricorso al giudice di prime cure: il collegio, in particolare, si sarebbe dovuto limitare a prendere atto che il deposito del ricorso era avvenuto ai limitati fini della pubblicità del contenzioso elettorale (con una decisione di "non luogo a provvedere", in mancanza di reale materia del contendere), senza dichiarare inammissibile un ricorso qualificabile come "inesistente". Di più, la difesa erariale ha contestato come il verdetto d'inammissibilità sia stato reso ritenendo che il Ministero dell'interno non potesse "vantare interesse alcuno alla proposizione" del ricorso, sottolineando come in realtà ci fosse l'interesse a vedere considerato il deposito del ricorso "quale effettuato ai sensi dell’art. 129, comma 8, cod. pro. amm. e, dunque, quale denuntiatio litis, anche tenuto conto che la Scrivente Difesa provvedeva a rappresentare tale finalità"; anzi, proprio perché il Tar non ha rivalutato il deposito del ricorso ai fini del giudizio presso il Consiglio di Stato, quest'ultimo si è potuto concludere con una pronuncia di irricevibilità.
 

Le sentenze di Palazzo Spada

Oggi il Consiglio di Stato si è pronunciato su entrambi gli atti relativi a Stati Uniti d'Europa proposti dall'Avvocatura dello Stato per il Ministero dell'interno, dichiarando - già stamattina - inammissibile l'istanza di revocazione della sentenza degli stessi giudici di Palazzo Spada del 10 maggio e respingendo nel pomeriggio il ricorso contro la decisione di irricevibilità emessa il 9 maggio dal Tar Lazio. Un doppio rifiuto che merita di essere analizzato meglio.
La decisione più importante, di fatto, era già arrivata questa mattina, con il verdetto d'inammissibilità circa l'istanza di revocazione: una scelta di segno diverso, infatti, avrebbe permesso di riesaminare nel merito l'ammissione del simbolo della Lista Pannella disposta dal Tar Lazio. Per i giudici di secondo grado, invece, mancherebbero i presupposti per parlare di un "errore di fatto revocatorio", cioè di un travisamento delle risultanze processuali che sia dovuto a una semplice svista, in grado però di portare i giudici a ritenere inesistenti circostanze che esistono o viceversa: per esprimere con un'immagine efficace questa situazione si parla di solito di "abbaglio dei sensi". Per i giudici, però, il collegio non ha percepito scorrettamente gli atti del giudizio (in particolare, "la copia del ricorso in appello datata 8 maggio 2024 è un documento rimasto estraneo agli atti del giudizio concluso con la sentenza oggetto di revocazione", come avrebbe riconosciuto lo stesso Viminale, dunque i giudici non se ne sarebbero potuti occupare); in più, il punto del mancato rispetto (formale) del termine per compiere tutti i depositi del ricorso sarebbe stato tutt'altro che "non controverso" negli atti e in udienza, così come la stessa sentenza tratta la questione in sede di motivazione. Sulla base di questo, la sentenza nega che il Consiglio di Stato sia "incorso in alcuna 'svista” o 'abbaglio dei sensi'", ritenendo che questo abbia invece "correttamente percepito ed esaminato il materiale probatorio agli atti del giudizio".
Quanto invece al ricorso contro la decisione d'irricevibilità del Tar Lazio del 9 maggio, questo è stato respinto (dunque si è avuto un esame nel merito).Secondo il collegio del Consiglio di Stato, il Ministero dell'interno avrebbe dovuto espressamente chiedere la "riqualificazione del deposito effettuato", che non poteva essere disposta in autonomia dai giudici e in mancanza della quale era doveroso fissare l'udienza; la difesa erariale avrebbe invece chiesto lo "stralcio" del ricorso, "istituto processuale inesistente in quanto ad ogni atto introduttivo del giudizio deve far seguito una decisione in rito o nel merito che tale giudizio definisca" (la richiesta, però, è stata sufficiente a far dedurre la carenza d'interesse della parte a ottenere una decisione sul punto). Da ultimo, pur riconoscendo che il codice del processo amministrativo non stabilisce nei dettagli la procedura di deposito presso il giudice appellato, "è quantomeno evidente che debba trattarsi di un deposito all'interno del fascicolo deciso con la sentenza appellata; diversamente sarebbero del tutto vanificate le esigenze di tutela del diritto alla difesa, del contraddittorio e di pubblicità che la norma intende tutelare".
In entrambi i casi i giudici hanno compensato le spese del grado. La situazione resta però immutata, con il contrassegno "Stati Uniti d'Europa" della Lista Pannella riammesso perché ritenuto non confondibile sulla base di una valutazione comparativa complessiva rispetto al fregio della "lista di scopo" (valutazione nella quale l'impatto della rosa nel pugno sarebbe ben maggiore rispetto a quello della dicitura scelta in entrambi i casi come denominazione) e potenzialmente da riammettere alla competizione. Se dunque l'idea del confronto grafico sintetico-complessivo risulta vincente e rafforzata da questo caso, restano senza risposta i dubbi della Lista Pannella circa gli spazi per la tutela elettorale del preuso di un nome o di un simbolo (anche se non sono state presentate candidature), così come i dubbi del Viminale sulla possibilità che, in nome di quell'esame sintetico citato sopra, siano ammessi (o si debbano ammettere) contrassegni con nomi uguali o molto simili ma con grafiche del tutto diverse. Così come non si sa cosa potrebbe accadere se, in futuro, fosse riammesso di nuovo un contrassegno prima escluso ma nel frattempo fossero ormai spirati i termini per depositare le liste (e senza possibilità di rinvii della data del voto).  
 

La vicenda della Democrazia cristiana (Luciani)

Oltre alle due - attese - pronunce sulla questione "Stati Uniti d'Europa", il Consiglio di Stato ha deciso anche sul ricorso depositato in nome e per conto della Democrazia cristiana, da intendersi qui come partito rappresentato da Nino Luciani (che se ne proclama segretario politico) e Carlo Leonetti (in qualità di segretario amministrativo). Dopo che il Viminale aveva chiesto ai depositanti di sostituire il contrassegno togliendo lo scudo crociato per la sua somiglianza con quello dell'Udc, Luciani aveva presentato opposizione, ma l'Ufficio elettorale nazionale presso la Corte di cassazione non ha accolto la decisione.
Su tale base, Luciani e Leonetti avevano fatto ricorso al Tar Lazio, contestando la tutela attribuita al simbolo dell'Udc (e la sua stessa ammissione), partito che sarebbe nato molto dopo la Dc e in ogni caso non avrebbe eletto direttamente parlamentari; avevano rivendicato invece la legittimità del proprio uso, sia sulla base delle decisioni dei giudici civili (inclusa la ben nota sentenza delle sezioni uniti civili della Corte di cassazione del 2010), sia invocando come precedente il "caso Pizza" del 2008 (anche se, in effetti, dopo la riammissione della lista della Dc da parte del Consiglio di Stato, il partito non partecipò alle elezioni, per rinuncia dello stesso Pizza e per un'altra pronuncia della Cassazione). Dal ricorso al Tar, tra l'altro, si apprende che Luciani e Leonetti si erano nel frattempo rivolti di nuovo all'Ufficio elettorale nazionale, chiedendo la riammissione del loro contrassegno (e l'eventuale rimessione in termini per presentare le liste) sulla base del fatto che l'Udc, pur avendo visto ammettere il proprio contrassegno, non aveva presentato alcuna candidatura alle europee, dunque non c'era motivo di tutelare il simbolo con lo scudo; il collegio aveva però respinto le richieste di parte.
Non è andata meglio davanti ai giudici amministrativi. Il Tar Lazio, infatti, il 9 maggio ha dichiarato il ricorso davanti a sé, già solo per la mancata notifica contemporanea - così si legge nella sentenza - all'Ufficio che ha emesso gli atti impugnati, alla Prefettura e al controinteressato; ha poi ricordato che il ricorso amministrativo serve solo a impugnare i "provvedimenti immediatamente lesivi del diritto del ricorrente a partecipare al procedimento elettorale preparatorio", non anche l'ammissione di altri simboli.
Il Consiglio di Stato, per parte sua, non ha nemmeno considerato le richieste della difesa di Luciani (che chiedeva la rimessione nei termini per il giudizio di primo grado - in modo da poter compiere, tra l'altro, correttamente le varie notificazioni e i depositi - in nome della scusabilità dell'errore dovuta alla presentazione del ricorso diretta, senza l'assistenza di un avvocato). I giudici di Palazzo Spada, infatti, hanno rilevato profili di irricevibilità del ricorso, legati innanzitutto al mancato deposito del ricorso presso il Tar appellato: è bastato questo profilo a precludere ogni esame delle questioni nel merito.