venerdì 7 gennaio 2022

Stesso luogo, nuovo nome: al via il Partito degli Europei e Liberali

Domani mattina, alle 11, alla sala Capranichetta dell'Hotel Nazionale (a pochissimi passi da Montecitorio), si assisterà al "nuovo inizio" di una forza politica che, con la sua prima assemblea, riprende il suo percorso rinnovata, a partire dal nome. Si tratta del Partito degli Europei e Liberali, una denominazione che può facilmente ricordare qualcosa; la sensazione di déjà vu si amplifica guardando il simbolo del soggetto politico, già divulgato sulla propria pagina Facebook. Il fondo blu, le strisce tricolori incrociate a 90 gradi, le stelle d'Europa disposte ad arco non possono che richiamare il Partito liberale europeo che ha operato fino a poche settimane fa e ha presentato candidature alle elezioni amministrative d'autunno e alle contemporanee elezioni suppletive a Roma-Primavalle.
Un rapido e facile controllo sulla pagina Facebook - sulla quale domani sarà possibile seguire la diretta dell'assemblea - permette di scoprire che si tratta proprio della pagina creata il 6 febbraio dello scorso anno per il Ple e che il nome è stato cambiato in quello attuale il 20 dicembre. La decisione di mutare la denominazione della pagina e, con essa, anche quella del partito segue di quattro giorni la pubblicazione dell'ordinanza del Tribunale civile di Roma con cui il giudice aveva ordinato al Ple di cessare l'uso del nome "Partito liberale europeo" (anche solo nel simbolo o sulla Rete), accogliendo - per il momento in sede cautelare - le richieste del Partito liberale italiano, che si era sentito danneggiato dall'uso di un nome che riteneva confondibile con il proprio.
La nuova denominazione contiene gli stessi concetti, ma accostati e combinati in modo diverso, così da creare un nome oggettivamente non tacciabile di confondibilità. Se prima l'unica differenza tra Pli e Ple era l'ultima parola (l'aggettivo "europeo" invece che "italiano"), in questo caso è stato cambiato l'ordine e gli aggettivi sono stati volti al plurale e sostantivati (non è più il partito a essere "liberale" ed "europeo", ma sono le persone che ne fanno parte e cui si rivolge ad essere innanzitutto europee, nonché liberali: un cambio di punto di vista rilevante). La modifica si vede soprattutto nella versione integrale del nome, ma anche quella breve, riportata sul simbolo, ora non dovrebbe più costituire un problema: per quanto si tratti comunque di una denominazione descrittiva (come, del resto, si è stati abituati a lungo a vedere in politica, prima che i soggetti politici smettessero di chiamarsi "Partito" e prendessero i nomi più diversi), oggettivamente comunica un partito che non si può confondere con il Pli, pur collocandosi in un'area affine.  
Per il suo "nuovo inizio", tra l'altro, il Pel ha scelto di tenere l'evento fondativo nello stesso luogo in cui si era fatto conoscere per la prima volta: l'8 maggio 2021, infatti, il Ple aveva promosso un incontro proprio al Capranichetta, cui avevano partecipato tra gli altri Vittorio Sgarbi, Matteo Salvini e Giovanni Toti. Rispetto ad allora, tuttavia, non risulterà diverso solo il nome (oltre ad alcuni dei partecipanti all'evento). Il soggetto politico risulta infatti rinnovato anche grazie al concorso del movimento Circoli Insieme per il Meridione: nato nel 2017, "rappresenta la stessa società civile che si mette in gioco, rappresentata da ogni settore e professioni, inclusa una fetta di associazionismo e terzo settore, con il progetto di riportare in auge una nuova classe dirigente politica, che si faccia portavoce delle esigenze dei territori e delle comunità". Così Tiziana Demma, presidente dei Circoli Insieme per il Meridione ha presentato l'estate scorsa la propria realtà; non sembra un caso che ora il progetto del Partito degli Europei e Liberali metta al centro il "
dare valore alle Comunità, quale espressione dell'individuo libero, creativo e innovativo".
Se nei mesi scorsi si era parlato di un accordo federativo con Cambiamo!, ora Demma - vicepresidente nazionale del Partito degli Europei e Liberali - ha dichiarato che coloro che costituiscono il Pel hanno "storie diverse, ma un unico obiettivo: riportare al centro della politica italiana una cultura liberale ed europeista" attraverso un soggetto politico "liberale, aperto e plurale", per premiare il merito, dare nuove opportunità di sviluppo (soprattutto al Sud) e combattere la burocrazia. Alla presidenza del partito ci sarà ancora Francesco Patamia, così come tesoriere è rimasto lo stesso del Ple, Giovanni Antonio Cocco: "Noi liberali ci siamo: l'orgoglio di un'importante tradizione politica e culturale si è riacceso" ha detto Patamia in un video pubblicato sulla pagina Facebook, rivendicando la necessità dei liberali perché si possano fare di nuovo progetti basati sulla crescita, sul merito e sulla libertà.
Certamente non sarà facile fare tutto questo per un'area che da quasi trent'anni è divisa in varie sigle, ciascuna delle quali non è stata in grado fin qui di eleggere propri rappresentanti a livelli rilevanti. Domani, in ogni caso, il Pel rinnoverà il proprio impegno, ripartendo da dove la sua storia in qualche modo era iniziata (o, almeno, era passata di là). 

giovedì 6 gennaio 2022

Suppletive a Roma-Trionfale, simboli e candidature sulla scheda

Domenica 16 gennaio - questa volta senza che sia previsto il voto anche di lunedì - si celebreranno probabilmente le ultime elezioni suppletive di questa XVIII legislatura: eventuali dimissioni, decadenze o decessi di parlamentari eletti in collegi uninominali che dovessero avvenire dopo febbraio non vedranno nuove elezioni, mancando meno di un anno alla fine naturale del mandato parlamentare, quindi i seggi resterebbero vacanti. Il voto riguarderà il collegio uninominale Lazio 1 - 01 (chiamato tradizionalmente Roma Trionfale, anche se ovviamente non interessa solo quel quartiere) della Camera dei deputati, lo stesso che era già stato richiamato al voto nella precedente suppletiva - tenutasi il 1° marzo 2020 - nella quale era stato eletto Roberto Gualtieri (dimessosi dopo la sua elezione a sindaco di Roma), a sua volta "successore" di Paolo Gentiloni, divenuto componente della Commissione europea.
Se due anni fa - in una delle ultime elezioni prima del lockdown - si erano presentati ben sette candidati (con relativi contrassegni), questa volta a contendersi il collegio saranno "solo" cinque persone, con alcune conferme politico-simboliche, alcune assenze prevedibili (altre non scontate) e almeno una sorpresa, che meriterà un approfondimento a parte. Pur non disponendo ancora del fac-simile di scheda, candidature e contrassegni sono proposti secondo l'ordine proposto dalla pagina "Trasparenza" del Ministero dell'interno, che coincide - lo si è verificato - con l'ordine riscontrabile sui manifesti affissi a Roma. Tra l'altro - come si vedrà - c'è una discrepanza tra un simbolo contenuto su manifesti e schede e quello divulgato sui propri canali social da una delle persone candidate.

Beatrice Gamberini

La prima candidatura è quella di Potere al popolo!, il cui contrassegno elettorale è l'unico a essere stato presente e invariato nelle tre elezioni 
 (2018, 2020, 2022) nel collegio uninominale chiamato al voto il 16 gennaio. In tutte e tre le occasioni, infatti, Pap ha presentato proprie candidature autonome da ogni altra proposta elettorale, quindi ogni volta ha mandato sulle schede il proprio simbolo (inaugurato proprio nel 2018). A rappresentare Potere al popolo! in questa circostanza è Beatrice Gamberini, classe 1990 (è la più giovane tra le persone candidate), bolognese di origine e a Roma per lavoro, ingegnera, coordinatrice nazionale di Pap, ben decisa a "non regalare al governo Draghi" un altro componente del Parlamento.
 

Valerio Casini

La seconda candidatura è stata presentata da Italia viva, partito per il quale queste suppletive, in qualche modo, rappresentano il "battesimo" a livello elettorale politico: si tratta, infatti, della prima occasione in cui i
l partito fondato da Matteo Renzi si presenta con il proprio simbolo in un'elezione di livello superiore a quello regionale (anche se, ovviamente, relativa a una porzione di territorio più limitata rispetto a una regione o a un comune). Il simbolo ufficiale del partito contrassegna la candidatura di Valerio Casini, classe 1988, eletto consigliere comunale a Roma pochi mesi fa nella lista Calenda sindaco: il suo nome è stato scelto dopo che per vari giorni - deciso che Iv avrebbe presentato una propria candidatura autonoma - era circolato piuttosto quello della ministra Elena Bonetti.

Lorenzo Vanni

Il terzo nome è la vera sorpresa di queste elezioni suppletive. Perché non è legato a un partito, ma del tutto indipendente: una candidatura "popolare" (anche se legata all'imprenditoria), il cui cognome a Roma è ben noto, specialmente da chi frequenta il quartiere della Vittoria (compreso nel collegio interessato dal voto). Lorenzo Vanni, membro della famiglia che da decenni si è votata alla ristorazione (nello storico locale di via Col di Lana e altrove) e al catering, schiera se stesso alle elezioni e anche sul simbolo, grazie alla vignetta-copertina disegnata per lui da Makkox (che di fatto diventa davvero autore di un simbolo elettorale, oltre ai suoi capolavori proposti a Propaganda Live) e si propone con gli slogan "'Il' N-'Uovo' Mondo" e "Io per tutti - tutti per noi". Un universo semantico che meriterà un approfondimento a parte.

Cecilia D'Elia

Quarta candidatura è quella di Cecilia D'Elia, responsabile parità nella segreteria del Partito democratico nonché portavoce della conferenza nazionale delle donne democratiche (in passato è stata assessora comunale - con Veltroni - provinciale e municipale). E innanzitutto al Pd - e al suo segretario Enrico Letta - si deve la scelta di candidare D'Elia nel collegio (prevalendo sul nome di Enrico Gasbarra). A sostenerla, tuttavia, non sono solo i dem, come dimostra il contrassegno, identico a quello che è stato schierato alle precedenti suppletive a Roma-Primavalle, in appoggio ad Andrea Casu: il logo del Pd si restringe leggermente, per fare posto a un segmento rosso con la parola "Centrosinistra". Ci si riferisce di certo all'area Leu; non è scontato che possa identificarvisi chi vota Azione (che aveva pensato di candidare Valentina Grippo, poi ha scelto di non schierarla) o il MoVimento 5 Stelle (anche se Letta aveva proposto la candidatura a Giuseppe Conte, che però ha declinato), sapendo che comunque il simbolo dei due partiti appena citati non finirà sulla scheda.

Simonetta Matone

L'ultima delle cinque candidature è quella di Simonetta Matone, romana, magistrata, attualmente sostituta procuratrice presso la Corte d'appello di Roma, già proposta come aspirante vicesindaca di Enrico Michetti dal centrodestra alle ultime elezioni amministrative di Roma. Anche in questo caso è stato il centrodestra a proporle la candidatura e lei ha accettato di rappresentare la coalizione, ritenendo che la sfida in quel collegio - pure storicamente legato al centrosinistra - non sia già determinata in partenza. C'è, in compenso, un piccolo "giallo" proprio sul simbolo, nel senso che nella propaganda "ufficiale" viene utilizzato un emblema diverso da quello depositato e stampato su manifesti e schede.
Il sito del Ministero dell'interno e i manifesti, infatti, riportano il contrassegno "a tre", con i simboli della Lega, di Fratelli d'Italia e di Forza Italia disposti a triangolo, già visto nelle suppletive del 2019 e del 2020, fatta eccezione proprio per quelle del collegio Roma-Trionfale. Se si guarda invece nella pagina Facebook dedicata alla candidatura di Simonetta Matone, non si trovano riferimento al simbolo nella foto profilo o nell'immagine di copertina; in compenso, un post di ieri ripropone il contrassegno "a quattro" (con anche l'Udc) schierato proprio nelle elezioni suppletive romane del 2020, a sostegno di Maurizio Leo. Probabilmente chi ha preparato l'immagine del post è incorso in una svista, nemmeno troppo pregiudizievole (anche se un po' più piccoli, i simboli dei partiti del centrodestra restano riconoscibili); del resto, sembra difficile che l'Udc abbia scelto di non sostenere Matone insieme al resto della coalizione. Il dubbio di come siano andate le cose però rimane: poco male, ma l'importante è saperlo.

mercoledì 5 gennaio 2022

Un partito di centro e riformatore: Democrazia liberale al via

Ieri è stata annunciata la nascita di una nuova formazione politica nell'area liberale, dal nome Democrazia liberale. In effetti - e più esattamente - si tratta dell'evoluzione di un progetto esistente e, insieme, della fusione di più percorsi avviati nella stessa area, come suggerisce almeno in parte tanto l'organigramma apicale del partito, quanto il suo stesso (nuovo) simbolo.
Presidente di questo nuovo soggetto politico è Vincenzo (Enzo) Palumbo, avvocato messinese di lungo corso, vicesegretario nazionale del Pli tra il 1985 e il 1986, senatore nella IX legislatura, poi componente laico del Consiglio superiore della magistratura. Il suo nome, negli ultimi anni, è noto soprattutto per l'impegno profuso nelle battaglie contro le norme elettorali ritenute incostituzionali: prima come promotore delle richieste di referendum abrogativo della "legge Calderoli" con l'idea di far rivivere la previgente "legge Mattarella" (richieste non ammesse dalla Corte costituzionale), poi come promotore di ricorsi presentati per cercare di portare all'attenzione della Corte costituzionale le successive leggi elettorali (per l'esattezza, quello di Palumbo è stato il primo ricorso a generare questioni di costituzionalità sull'Italicum). 
Il primo simbolo di Rete liberale
Accanto alla sua attività di avvocato, Palumbo ha continuato il suo impegno politico in altre forme, soprattutto a livello territoriale: ha iniziato, in particolare, nel 2006 l'esperienza di Rete liberale in Sicilia, per poi confluire con questa nel 2009 nel Partito liberale italiano ricostituito e guidato da Stefano De Luca, diventandone presidente del consiglio nazionale. Alla fine del 2013 si sono nuovamente divisi i percorsi del Pli e di Rete liberale, che ha ripreso a operare come "soggetto pre-partitico". Dopo avere contribuito alla battaglia referendaria per il "no" alla riforma costituzionale del 2016, l'anno dopo Palumbo è stato tra i fondatori di LiberaItalia, soggetto politico liberale che a livello nazionale si proponeva come referente italiano principale dell'Alde ed era promosso, tra gli altri, dalle due figure di vertice della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto e Davide Giacalone (tuttora Palumbo fa parte del comitato scientifico della Fle). Il 5 gennaio 2018, infine, Palumbo è stato tra i fondatori di Rete liberale per la democrazia liberale, che è proprio il soggetto che oggi - in versione ampliata e rinnovata - si chiama Democrazia liberale. Ma lo si vedrà meglio più in là. 
Il nuovo segretario del partito è invece Marco Montecchi, imprenditore, a capo di Montecchi Group, fondatore e presidente della Camera di commercio italiana in Bulgaria. Dopo essere stato per alcuni mesi vicecoordinatore Maie Europa (con delega all’imprenditoria e alle Camere di commercio), Montecchi è stato tra i promotori del Partito liberale europeo, formazione politica di cui è stato segretario fino a poche settimane fa. Per l'esattezza fino al 4 dicembre scorso, quando è stato accolto tra i soci fondatori dell'associazione-partito appena ridenominata Democrazia liberale. Lui e altre persone già legate al Ple hanno scelto - anche prima che a quel partito fosse ordinato dal Tribunale di Roma di cambiare nome per la somiglianza con il Pli, vicenda dei cui sviluppi ci si occuperà tra pochi giorni - di proseguire il loro percorso all'interno di un altro soggetto politico, che con il loro apporto avrebbe potuto acquistare una dimensione nazionale.
Il simbolo di Democrazia liberale
appena sostituito
In particolare, il 4 dicembre scorso a Messina si è riunita l'assemblea dei soci fondatori di Rete liberale per la democrazia liberale, cui hanno partecipato tra gli altri Palumbo come presidente e Pippo Rao come segretario. In quell'assemblea si è proceduto innanzitutto a modificare lo statuto - quello che era stato approvato nel 2018 - in vari punti, a partire dal nome, che ora è soltanto "Democrazia liberale" (restano identici i fini, vale a dire promuovere in Italia, "attraverso iniziative di carattere culturale, sociale, politico ed elettorale [...] gli ideali liberaldemocratici"). Di fatto, quelle modifiche hanno trasformato un soggetto associativo, nato soprattutto per ridare vita alla presenza liberale in provincia di Messina, in un partito nazionale a tutti gli effetti, che aveva bisogno di un nome nuovo e più breve (del resto, democrazialiberale.org era già l'indirizzo del sito in precedenza e "Nuova democrazia liberale" era la corrente di Palumbo, nel 1986 guidata anche da Antonio Patuelli e Raffaello Morelli) e di un nuovo simbolo.
Il simbolo, in particolare, mantiene come elemento centrale il nuovo nome del partito, ma toglie la rete stilizzata e rimodula alcuni degli elementi precedenti: il fondo, in particolare, diventa tutto blu, più tendente al blu oltremare; il nome è scritto in giallo (tinta classica dei liberali europei insieme al blu) e in carattere Impact maiuscoletto, un po' stirato in orizzontale; il tricolore è stato trasformato da un semicerchio a una striscia orizzontale, leggermente ondeggiante, mentre le stelle d'Europa da cerchio si sono ristrette ad arco, nella parte del cerchio superiore al tricolore. L'associazione, nel diventare partito, ha dunque mantenuto parte del suo nome; l'emblema nuovo rimanda in parte all'esperienza del Partito liberale europeo, ma lo fa rielaborando elementi - fondo blu, stelle d'Europa, tricolore - già presenti nel simbolo di Rete liberale (depositato come marchio, alla pari del nome, nel 2014 da Palumbo) e comunque in modo che il risultato finale grafico non appaia confondibile con il simbolo usato fino a poche settimane fa dal Ple.
Tra i soci fondatori nell'assemblea sono stati cooptati, oltre a Montecchi, anche Pina Briante, Enrico Bivona, Andreina Cannizzaro di Belmontino e l'ex senatore leghista Marco Preioni. Si sarebbe dichiarato interessato al progetto di Democrazia liberale anche Alfio Di Costa, già fondatore del movimento Insieme si può - Cambiamo la politica, cambiamo la Sicilia.
L'idea, con i nuovi innesti e il nuovo statuto, è di costruire un partito che abbia una struttura territoriale in ogni regione, da rendere presto autonoma, pur restando in contatto con la direzione nazionale (organo per il quale sono stati indicati, oltre a Palumbo e Montecchi, Pina Briante, Andreina Cannizzaro, Claudio Cecchetti, Franca Cassandra, Marco Preioni, Letizia Sortino e Aldo Torchiaro, collaboratore del Riformista; nella riunione del 4 dicembre sono stati scelti anche i componenti del collegio dei probiviri). Tutto ciò dovrebbe servire a raccogliere e costruire una presenza liberale rilevante, che possa avere un peso anche all'interno delle istituzioni (dal 1994 in avanti non è stato eletto più nessuno a livello nazionale in un partito contenente la parola "liberale"; dal 2007 ci sono stati solo timidi affacci del Partito liberale italiano in Parlamento, unicamente grazie all'adesione di singoli soggetti, che non di rado hanno potuto costituire componenti del gruppo misto con la sigla Pli) e nelle competizioni elettorali. Il tutto continuando a ispirarsi - come si legge all'art. 1 dello statuto - "al principio della Libertà, quale supremo regolatore di ogni attività pubblica e privata" e riconoscendosi "nel Manifesto di Oxford del 1947, nella Dichiarazione di Stoccarda del 1976, nella Carta di Roma del 1981, nell’Agenda Liberale per il XXI secolo di Oxford del 1997 e nel Manifesto di Andorra del 2017". Aspirazione di Democrazia liberale è "operare per la riunificazione di tutti i soggetti politici italiani che s'ispirano alla cultura liberaldemocratica, anche aderendo in sede europea al partito Alleanza dei liberali democratici europei (Alde) e in sede internazionale a Liberal International" (art. 4 dello statuto).
Se le idee sono tradizionali e la "forma partito" è almeno in parte ereditata dalla storia, i mezzi per costruire e far funzionare il partito sono invece del tutto contemporanei: l'art. 29 dello statuto precisa che "tutte le comunicazioni tra gli organi del Partito con i soci e cogli aderenti saranno fatte per posta elettronica, o, in mancanza d'indirizzo mail dei destinatari, tramite pubblicazione sul sito web del Partito" e che "tutte le riunioni degli organi collegiali possono essere tenute, in tutto o in parte, a distanza, attraverso piattaforme telematiche, con tempestiva trasmissione delle relative credenziali digitali per l'accesso". Può - e forse deve - far parte anche questo di un soggetto politico che si qualifica "riformatore" (e non riformista) e di centro, che si rifà a una storia e a una tradizione politica, ma guarda innanzitutto al presente e alla sua evoluzione.

martedì 4 gennaio 2022

2006, i Pensionati uniti (di De Jorio) contro i Pensionati (di Fatuzzo)

Dopo il 2000 e le elezioni regionali in Lazio (più qualche elezione amministrativa sparsa in quello stesso anno), Filippo De Jorio sembrava intenzionato a lasciare da parte per un po' l'impegno politico: né il simbolo della Fipu - Federazione italiana pensionati uniti, né altri emblemi riconducibili all'ex consigliere regionale del Lazio si videro né sulle schede delle elezioni politiche del 2001, né nelle consultazioni rilevanti tenutesi durante la XIV legislatura (non è dato sapere se in qualche elezione amministrativa non di primo piano il simbolo sia stato utilizzato). Evidentemente la professione di avvocato e l'impegno nella Consulta dei pensionati monopolizzavano il tempo di De Jorio e gli davano più soddisfazione, rispetto all'impegno politico che negli ultimi anni gli aveva riservato varie delusioni, soprattutto per impegni non onorati.
Arrivò però il 2006 e, con questo, la fine della XIV legislatura, quella dei due governi guidati da Silvio Berlusconi; la legge elettorale nel frattempo era cambiata, prevedendo ufficialmente la presentazione di coalizioni di liste per entrambe le Camere, senza più collegi uninominali in cui sfidarsi (tranne ovviamente quello della Valle D'Aosta e, al Senato, quelli del Trentino - Alto Adige). Come principale avversario, Berlusconi avrebbe avuto di nuovo Romano Prodi, che già dieci anni prima l'aveva sconfitto alle elezioni politiche e il 16 ottobre 2005 aveva vinto nettamente le primarie per la guida della coalizione di centrosinistra ("capo della forza politica" e "capo della coalizione" erano le figure elettorali di vertice introdotte dalla "legge Calderoli" nel tentativo di indicare la figura del candidato a Palazzo Chigi, senza intaccare la prerogativa di nomina del Presidente del Consiglio, attribuita dalla Costituzione al Presidente della Repubblica).
La nuova formula elettorale - con competizione tra liste e coalizioni concorrenti, con premio di maggioranza alla lista o coalizione più votata - avrebbe fatto pesare tantissimo ogni singolo voto: per ciascuna coalizione ogni adesione era rilevante e sarebbe potuta risultare determinante. Non stupisce, dunque, che anche De Jorio e il gruppo di persone vicino a lui avesse riconsiderato l'idea di partecipare in qualche modo alle elezioni, ovviamente sostenendo il centrodestra come in passato. Probabilmente furono esponenti di quella coalizione a chiedere l'appoggio, ma è altrettanto probabile che il leader dei Pensionati uniti volesse comunque dare una mano a Berlusconi, se non altro per evitare che prevalesse il centrosinistra.
Di certo, però, De Jorio aveva escluso di presentare liste della Fipu, visto che il partito non aveva né l'organizzazione per essere presente in tutta l'Italia, né soprattutto le risorse per sostenere una campagna elettorale. L'unico modo possibile era presentare proprie candidature all'interno di altre liste e contribuire in quel modo al risultato elettorale. Diede la propria disponibilità Forza Italia: era il partito più forte della coalizione, in più era la forza politica cui aderiva Alfredo Biondi, allora vicepresidente della Camera e amico di De Jorio fin dai tempi in cui De Jorio era candidato nella Lega Casalinghe-Pensionati e Biondi era parlamentare del Pli. Lo stesso De Jorio, nel suo libro ... e le mele continuano a marcire, ricorda di aver incontrato alla fine di gennaio del 2006 Silvio Berlusconi e Sandro Bondi, quale emissario di Forza Italia, proprio nell'ufficio di Biondi a Montecitorio, concordando in quell'occasione presenze di autorevoli esponenti dei Pensionati uniti in tutte le liste presentate da Fi nelle varie circoscrizioni regionali o subregionali.
Nel giro di qualche giorno, tuttavia, i piani sarebbero stati rivoluzionati. Il 6 febbraio, alla Fabbrica del programma dell'Unione (centrosinistra), c'era anche Carlo Fatuzzo, segretario del Partito pensionati. Fino ad allora a livello nazionale aveva presentato candidature quasi sempre in proprio (centrando l'elezione di Fatuzzo al Parlamento europeo nel 1999 e nel 2004), mantenendo posizioni moderate e sostenendo solitamente il centrodestra (a livello locale, ma anche a livello nazionale); nel 2005, però, le alleanze si erano fatte variabili (in Piemonte, in Lazio e in Campania con il centrodestra; in Lombardia, in Liguria e in Puglia con il centrosinistra). In quelle nuove elezioni politiche, invece, in cui scegliere una parte o l'altra era fondamentale, la scelta era stata netta: "Il Partito dei pensionati - batté l'Adnkronos in quel 6 febbraio - per sua natura non è né di destra, né di sinistra, né di centro ma offre programmi concreti e si allea qui con il centrosinistra. Siamo stati alleati del centrodestra negli ultimi dieci anni. Abbiamo osservato con attenzione il comportamento del governo Berlusconi nel campo delle pensioni e purtroppo abbiamo visto che Berlusconi ha fatto una promessa di miglioramento ma non l’ha mantenuta". Il riferimento era soprattutto alla promessa, contenuta nel famoso "Contratto con gli Italiani", di elevare a un milione le pensioni minime: "Otto milioni di pensionati - aveva continuato Fatuzzo - hanno creduto che questo sarebbe avvenuto. Il gennaio successivo [all'elezione di Berlusconi, ndb] è stata approvata la legge per portare, appunto, la pensione a un milione. In realtà, nessuno ha avuto l’aumento. [...] Il Partito dei Pensionati ha perso la pazienza e ha deciso di dare fiducia al centrosinistra per i prossimi cinque anni. Credo che le speranze dei pensionati siano perdute se vince il centrodestra. Lo batteremo e riusciremo a migliorare le condizioni di vita e di salute dei pensionati nei limiti delle possibilità economiche del governo".
Le parole di Fatuzzo probabilmente erano risultate subito indigeribili per Silvio Berlusconi, ma al di là dello smacco personale in quel momento era parso grave e urgente soprattutto un problema di numeri: nel 2001 il Partito pensionati aveva raccolto lo 0,18%, ma alle europee del 1999 era arrivato allo 0,75% e a quelle del 2004, ben più vicine, aveva toccato l'1,15% (poco meno di Alternativa sociale, più della Fiamma tricolore, del "Partito della bellezza" di Sgarbi e La Malfa e del Patto Segni-Scognamiglio). Poteva permettersi il centrodestra di perdere circa l'1% del totale dei voti, lasciando per giunta che solo il centrosinistra si rivolgesse ai pensionati con un simbolo che parlava di loro? Certamente no. A quel punto, il primo accordo stipulato con De Jorio non andava più bene: una lista dei Pensionati uniti, da contrapporre in tutta Italia a quelle del Partito pensionati, ci voleva eccome.
Non c'era tempo da perdere: in quello stesso 6 febbraio, infatti, toccò ad Alfredo Biondi cercare l'amico e collega avvocato De Jorio per chiedergli di dichiarare immediatamente il suo sostegno a Berlusconi e alla Casa delle libertà. De Jorio, tuttavia, era a Parigi per svolgere alcune consulenze professionali e non poteva rientrare subito; Biondi lo invitò a tornare appena gli fosse stato possibile, per discutere dei dettagli organizzativi, ma insistette per ottenere subito una dichiarazione. De Jorio lo accontentò: promise che sarebbe rientrato nel giro di tre giorni e dettò al capo ufficio stampa di Biondi, Giuseppe Cipolla, il comunicato, riportato dalle agenzie in quello stesso giorno a firma di De Jorio e dello stesso Biondi: "Da tempo la Consulta nazionale dei pensionati, che riunisce 105 associazioni di pensionati, ha stabilito un'azione politica comune con Forza Italia e la sua partecipazione elettorale al suo fianco proprio per sostenere l'effettiva realizzazione di ciò che l'ondivago Partito dei pensionati del signor Fatuzzo afferma di aver proposto a Prodi. Non è vero che il governo non abbia mantenuto le promesse per migliorare le pensioni minime, innalzate a 500 euro, anzi il presidente Berlusconi ha solennemente promesso che aumenterà tutte le pensioni. L'esecutivo ha operato compatibilmente con le esigenze della situazione economica italiana ed europea privilegiando proprio le categorie più sacrificate per il minore potere d'acquisto determinato dall’introduzione dell'euro". Il comunicato si chiudeva annunciando per il 23 febbraio a Roma "una grande manifestazione nazionale della Consulta dei Pensionati alla quale interverrà il presidente Berlusconi. I pensionati italiani aderenti alla Consulta sono molti di più di quelli che hanno destinato in passato i loro voti alla lista del signor Fatuzzo e lo dimostreranno concretamente il 9 aprile".
Come promesso, il 9 febbraio De Jorio tornò a Roma, dove lo attendeva per un incontro Carlo Vizzini, ex ministro Psdi, in quel momento aderente a Forza Italia e incaricato da Berlusconi di condurre le trattative per avere i Pensionati uniti nella coalizione del centrodestra con proprie liste. Il fatto era che De Jorio non era del tutto convinto: finché si trattava di sostenere Berlusconi con proprie iniziative e singole candidature in Forza Italia poteva andare bene, ma partecipare con proprie liste voleva dire raccogliere le firme e investire molte risorse (di cui il partito, come detto, non disponeva). De Jorio espresse i suoi dubbi a Vizzini, il quale però insistette: assicurò al suo interlocutore che alla raccolta firme avrebbe provveduto Forza Italia e gli fece balenare la possibilità di candidature sicure nelle liste (bloccate) di Forza Italia, onde assicurare alla Fipu rappresentanza parlamentare (e, se le cose fossero andate bene, si sarebbe potuto profilare anche un posto da ministro o da viceministro).
De Jorio finì per convincersi e accettò, tanto l'idea della lista quanto un paio di incontri con Berlusconi, che aveva chiesto di vederlo. Al Presidente del Consiglio uscente - racconta sempre De Jorio nel suo libro - chiese rassicurazioni sulla raccolta firme per le liste ("le raccoglierà Forza Italia in un solo giorno") e sulle risorse necessarie per la campagna; ottenne risposte più evasive sulle possibilità concrete di presenza in Parlamento o nel Governo ("Ci devo pensare, sai che se ti do la parola poi la voglio mantenere") e si sentì ribadire la necessità di organizzare la manifestazione del 23 febbraio, annunciata nella prima dichiarazione. De Jorio avrebbe voluto organizzarla all'Hotel Nazionale (quello di piazza Montecitorio), Berlusconi rilanciò con una sede ancora più prestigiosa, come il salone "Renato Angiolillo" di Palazzo Wedekind, situato nella vicina piazza Colonna e sede del Tempo (sì, il quotidiano che dal 1973 al 1987 era stato diretto da Gianni Letta, chiamato al Tempo proprio da Angiolillo e ormai storico sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei governi Berlusconi).
La manifestazione in effetti si svolse il 23 febbraio: "C'erano 1600 persone provenienti da tutta l'Italia" ricorda Fatuzzo. Berlusconi in effetti intervenne (dopo aver presenziato alla conferenza di presentazione del libro Maledetto ingegnere di Roberto Castelli, allora ministro della giustizia): Radio Radicale era presente quel giorno e ci consente di sapere che parlò per quasi 40 minuti, ma purtroppo non è stata digitalizzata la registrazione. Un vero peccato, considerando quello che scrive De Jorio di quell'intervento:
Quel giorno Berlusconi fece lo showman a suo modo; mi ripeté per ben tre volte, davanti alla platea: "Il tuo posto [si riferiva al seggio in Parlamento, ndb] è sicuro". Io gli avevo fatto recapitare una "scaletta" degli argomenti da trattare, secondo i patti stabiliti. Scaletta che avevo realizzato e fatto giungere a lui per ben tre volte. [...] Ma lui, quella mattina, al palazzo de Il Tempo, continuava con le barzellette e le battute alle belle donne. Come fa sempre. Come un uomo di avanspettacolo. Del piano per i pensionati non parlava mai. Per questo, lo interruppi. "Presidente, parlaci delle pensioni", dissi. Altri pensionati fecero coro nella sala. Berlusconi fu costretto a parlare dei progetti per le pensioni.
In mancanza della registrazione non è possibile sentire dalla viva voce dei protagonisti come andarono le cose, ma alla fine dei pensionati effettivamente Berlusconi parlò: sempre le agenzie ricordano che promise di non far pagare più il canone Rai al compimento dei 70 anni e, tra le altre proposte, di far approvare la riforma - presentata in parlamento da Biondi e altri - che avrebbe legato l'entità delle pensioni all'inflazione. Questi e altri progetti sarebbero finiti al punto n. 9 del programma della Casa delle libertà (denominato "Società solidale"), anche se è lo stesso De Jorio a raccontare che in un primo tempo quel punto era stato "dimenticato" e lui stesso aveva provveduto a far notare la mancanza e a scrivere quella parte, consegnandola a Paolo Bonaiuti.
Il simbolo depositato nel 2001
In quei giorni c'era ancora un po' di tempo per raccogliere le firme a sostegno delle liste: il termine per la loro presentazione nei vari uffici elettorali, con tanto di documentazione richiesta, scadeva alle ore 20 del 6 marzo 2006. Molto più urgente, invece, era il deposito del contrassegno di lista per concorrere alle elezioni: considerando che si sarebbe votato il 9 e il 10 aprile, la presentazione presso il Ministero dell'interno sarebbe dovuta avvenire tra il 24 e il 26 febbraio. Ci si era preparati per tempo, anche perché negli incontri con De Jorio Berlusconi aveva chiesto di modificare il simbolo che la Fipu aveva usato nel 2000: non doveva essergli sembrato molto d'impatto (soprattutto per la parola "Uniti" poco leggibile) e, considerando che il Partito pensionati di Fatuzzo aveva dalla sua un emblema semplice e impossibile da confondere (che anche per questo aveva attirato non pochi voti delle persone anziane), era meglio presentarsi al voto con un simbolo più curato.
In più, quel simbolo avrebbe dovuto ospitare anche il riferimento a un'altra formazione politica di pensionati. Il 6 febbraio, infatti, oltre alla dichiarazione di Bondi e De Jorio, spulciando i lanci politici di Adnkronos si ritrova anche un breve testo a firma di Roberto Olivato, leader del Movimento pensionati: "Sollecitato dai propri iscritti a prendere le distanze dalla dichiarazione di Carlo Fatuzzo, Olivato, ribadisce la propria fiducia e quella del 'Movimento pensionati dal 1991' alla Casa delle libertà, continuando a battersi per accrescere la propria presenza nella stessa Casa delle libertà". In effetti Olivato dal 2002 al 2005 era stato segretario regionale del Partito pensionati in Toscana, poi nell'agosto 2005 lo aveva abbandonato insieme ad altre persone ed era diventato segretario nazionale di un nuovo soggetto politico - che aveva tenuto il suo evento fondativo a Massa il 18 settembre - denominato appunto "Movimento pensionati dal 1991", presieduto da Pietro Spinelli (che aveva fondato il Movimento pensionati a Piacenza appunto nel 1991). Di certo due liste di pensionati non si sarebbero potute avere nello stesso schieramento: meglio unire le forze e cercare di concorrere al meglio, per lasciare a Fatuzzo e alla sinistra il minor numero di voti possibili.
L'unione si sarebbe dovuta concretizzare anche attraverso il simbolo, quindi occorreva fondere in qualche modo i due emblemi. Visto che il Movimento pensionati aveva al centro una sagoma dell'Italia con le regioni, si sarebbe potuto inserire almeno la silhouette del Paese nel simbolo di De Jorio (che, essendo stato fondato prima, era comunque l'emblema più noto, dunque adatto a fungere da contenitore), cercando di armonizzare almeno i colori. In effetti, il 14 febbraio l'atto costitutivo dei Pensionati uniti fu modificato una prima volta con il deposito di un diverso simbolo, che su un fondo giallino (più chiaro che in passato) collocava la sagoma dell'Italia color ocra - senza regioni, per evitare che si leggessero male - e ancora sopra proponeva in blu la scritta "Pensionati uniti"; in alto era rimasta la sigla puntata della Fipu, mentre in basso - al posto di "Rinascita dei valori" era stato inserito il riferimento al Movimento pensionati di Olivato.
Quel simbolo, tuttavia, per qualcuno non doveva risultare abbastanza efficace (forse fu lo stesso Berlusconi o qualcuno del suo staff a chiedere un restyling). Fatto sta che solo tre giorni dopo fu cambiato di nuovo, sempre con atto notarile: il fondo da giallino divenne più carico, l'Italia ocra divenne un po' più arancione, la sigla della Fipu e il nome dei Pensionati uniti divenne più evidente e si tinse di nero, mentre ebbe un po' più di visibilità il Movimento pensionati (il testo divenne bianco, inserito però in un archetto nero spesso, in modo da farlo risaltare).
Fu questo il simbolo depositato effettivamente al Viminale, pronto a finire sulle schede elettorali. Quel passaggio, però, fu piuttosto doloroso: in molte regioni la lista Fipu - Pensionati uniti - Movimento pensionati non si riuscì a presentare; addirittura, in Lombardia corse al Senato, ma non apparve in alcuna delle tre circoscrizioni lombarde per la Camera. Questa presenza "a macchia di leopardo" non aiutò certo a ottenere un risultato soddisfacente: al Senato la lista ottenne lo 0,41% (a fronte dell'1,62% del Partito pensionati), mentre alla Camera arrivò solo lo 0,07%.
Quel risultato amareggiò profondamente De Jorio, soprattutto per l'episodio della Lombardia. Nel libro ... e le mele continuano a marcire, infatti, parla di un accordo per la raccolta firme in quella regione: per il Senato se ne sarebbe occupata la Lega Nord, per la Camera ci avrebbe dovuto pensare Forza Italia. A suo dire, però, Forza Italia non sarebbe stata leale: avrebbe raccolto sì le firme, ma a favore della lista comune di Democrazia cristiana (per le autonomie) e Nuovo Psi (effettivamente presente in tutte le circoscrizioni lombarde della Camera). Chi scrive, naturalmente, non ha elementi per dimostrare che le cose siano andate in questo modo, così come lascia alla responsabilità di De Jorio affermare che la mancata presentazione delle liste della Fipu in Lombardia sarebbe stata frutto di una precisa scelta di Silvio Berlusconi: alla base ci sarebbero stati alcuni sondaggi pubblicati nei giorni precedenti il deposito delle liste, secondo i quali la lista Pensionati uniti sarebbe risultata nel centrodestra la più votata tra quelle sotto la soglia del 2%, dunque alla Camera avrebbe avuto diritto ad accedere alla distribuzione dei seggi come "ripescata", a danno proprio del tandem Dca - Nuovo Psi. Se sia andata così, dunque, non lo si può certo sapere; ci si limita a notare che alla Camera in effetti la miglior lista della coalizione berlusconiana è stata proprio quella che univa Dca e Nuovo Psi (0,75%), mentre non ebbero seggi Alternativa sociale (0,67%) e la Fiamma tricolore (0,6%). 
Qualunque osservatore esterno farebbe bene a non sbilanciarsi su quanti voti in più (assoluti e in percentuale) avrebbe potuto prendere la Fipu se si fosse presentata in tutta la Lombardia e se sarebbero stati sufficienti per aspirare al "ripescaggio". Un altro dato però è facile da riscontrare: il centrosinistra alla Camera ottenne 24755 voti in più del centrodestra e in virtù di questo ebbe il premio di maggioranza, al Senato la lista Fipu - Pensionati uniti - Movimento pensionati ottenne 24081 voti solo in Lombardia. Se le liste dei Pensionati uniti fossero state presenti in tutte le circoscrizioni camerali lombarde e avessero preso gli stessi voti dati al Senato, il divario tra le due coalizioni si sarebbe quasi azzerato e il risultato sarebbe stato contestato dal centrodestra con ancora maggiore convinzione; con 700 voti in più l'esito si sarebbe ribaltato, con il premio a favore del centrodestra. Per questo De Jorio è convinto che il centrodestra abbia perso le elezioni del 2006 proprio per la mancata presentazione delle liste Fipu in Lombardia (oltre che, ovviamente, per la presenza nel centrosinistra del Partito pensionati e della Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda di Elidio De Paoli).
Quel turno elettorale fu doppiamente amaro per Filippo De Jorio: in base agli accordi con Berlusconi, infatti, fu candidato da Forza Italia per "diritto di tribuna" nella circoscrizione Lazio 2 (che comprendeva il territorio regionale senza la provincia di Roma) e fu inserito al sesto posto. La sua elezione era stata data per certa: anche nel caso in cui il centrodestra non avesse vinto il premio di maggioranza, era previsto che Forza Italia eleggesse quattro deputati; considerando che il capolista era Berlusconi (candidato in tutte le circoscrizioni) e che il secondo il lista era Rocco Crimi, candidato anche nella circoscrizione Sicilia 2 (quella della "sua" Galati Mamertino), con le opzioni e i subentri sarebbe rientrato anche lui. Il centrodestra, come detto, perse le elezioni e non ebbe il premio di maggioranza, Forza Italia nella circoscrizione Lazio 2 ottenne effettivamente quattro eletti e Berlusconi optò per la circoscrizione Campania 1. Crimi, tuttavia, invece che in Sicilia volle essere eletto in Lazio: entrò dunque il quinto della lista, Antonello Iannarilli, ma il sesto - De Jorio - rimase fuori e non risulta che chi lo aveva preceduto in lista (Gianfranco Conte, Domenico Di Virgilio e il citato Iannarilli) si sia dimesso nel corso della breve XV legislatura.
L'amarezza non impedì qualche ultimo tentativo a De Jorio, per rimediare allo smacco di quelle elezioni: fece presentare prima all'Ufficio elettorale centrale nazionale, poi ai giudici amministrativi e ancora alla Giunta per le elezioni della Camera vari ricorsi, lamentando l'illegittima esclusione delle proprie liste in più circoscrizioni (legata anche all'incompletezza dei documenti presentati, per difetti legati all'autenticazione e ai certificati di iscrizione alle liste depositati), chiedendo la ripetizione del voto in quei territori comprendendo anche le candidature della Fipu. Nessuno di quei ricorsi fu accolto; anzi, tanto i giudici quanto gli organi della Camera si rifiutarono di valutarli, ritenendo - ciascuno per sé - di non avere titolo a pronunciarsi su vicende legate al procedimento elettorale preparatorio (vicende di cui ora, dopo la sentenza n. 48/2021 della Corte costituzionale, è chiamato a occuparsi il giudice civile). Non andò meglio una causa con cui il leader dei Pensionati uniti cercò di farsi risarcire per gli accordi politici a suo dire non rispettati da Berlusconi e Forza Italia.
Quello fu proprio l'ultimo atto politico-elettorale di De Jorio, che in seguito non si sarebbe più ricandidato. Si sarebbe però tolto la soddisfazione di un ultimo gesto politico: la registrazione del simbolo della Democrazia cristiana come marchio europeo. La domanda risulta presentata e accolta nel 2013 e lui stesso, di fronte a un'espressa richiesta, conferma di avere provveduto alla registrazione: "L'ho fatto perché gli attuali detentori non meritano alcuna stima in Italia". Non vuole aggiungere altro in proposito: non entra dunque nella disputa sui titolari civili ed elettorali dello scudo crociato, né precisa se la sua scelta sia stata fatta per reagire a un partito in particolare (come l'Udc o uno qualunque dei tentativi di rimettere in piedi la Dc) o indiscriminatamente a tutti gli usi fatti dagli altri. Sta di fatto che la sua domanda è stata accolta e per De Jorio è un po' un ritorno alle origini, a quel partito che per due volte lui aveva rappresentato nel consiglio regionale del Lazio. 

venerdì 31 dicembre 2021

Il 2021 finisce (per fortuna), la gratitudine no!

La tradizione di marcare con un ultimo post "dedicato" la fine dell'anno si ripete anche questa volta. 365 giorni fa si erano chiuse le pagine del (e sul) 2020, sperando di poterlo archiviare quanto prima sotto l'etichetta "passato" (quello che non torna e non deve tornare, nemmeno per scherzo). Ora che il 2021 sta per consumarsi del tutto, si può dire che il passato non è stato lasciato del tutto alle spalle: uno scomodo e sgradito compagno di viaggio non ha ancora preso commiato (né è diventato inoffensivo), così ne subiamo ancora le conseguenze. E, anche quest'anno, la pandemia ha avuto ricadute in materia elettorale, tradizionale e naturale brodo di coltura dei simboli di cui ci si occupa su queste pagine.
In mancanza delle elezioni politiche ed europee, si è comunque cercato di coprire al meglio possibile le altre consultazioni elettorali rilevanti, concentrate quasi tutte tra il 3 e il 4 ottobre. Si è dato conto dei simboli presentati alle uniche elezioni regionali previste (in Calabria, tenutesi a causa della morte decisamente inattesa, nel 2020, di Jole Santelli, pochi mesi dopo la sua elezione alla presidenza), come delle due suppletive necessarie per riassegnare altrettanti seggi nei collegi uninominali della Camera di Roma-Primavalle e Siena (quest'ultima con l'approfondimento della polemica legata alla scelta di Enrico Letta di candidarsi senza schierare il simbolo del Pd da lui guidato), nonché delle principali amministrative calendarizzate per quest'anno. Sono state queste, in effetti, le procedure elettorali che hanno ricevuto la maggior attenzione da parte dei media e delle persone interessate: non è difficile capire perché, visto che sono stati chiamati al voto elettori ed elettrici di Torino, Milano, TriesteBologna, Roma e Napoli. Oltre a questi sei capoluoghi di regione (con particolare attenzione per la Capitale, le cui liste sono state passate in rassegna una per una in una videochat con Stefano Mentana di TPI e in vari spezzoni realizzati per l'emittente televisiva locale SuperNovaTv - i filmati sono tutti disponibili nella pagina della rassegna stampa), sono stati seguiti altri nove capoluoghi di provincia (includendo anche Carbonia, dove le elezioni si sono tenute il 10 e l'11 ottobre), sempre nel tentativo di raccontare l'offerta elettorale locale a partire dai contrassegni schierati, a volte uguali a quelli visti nel resto del Paese, altre volte con alcune differenze, altre volte ancora decisamente peculiari (e dunque assolutamente da indagare). 

Dal Patto al gonfalone: Giuliano Bianucci tra comunicazione e simboli

A volte il simbolo e l'immagine di un partito o di un movimento si possono immaginare con calma, avendo davanti vari mesi di tempo per preparare tutto a dovere e se le elezioni - anche anticipate - arrivano più o meno quando è previsto. Altre volte la situazione precipita in modo imprevisto da un giorno all'altro: le liste vanno riempite entro una settimana o poco più e si deve trovare un simbolo in fretta, cercando di creare qualcosa che abbia un senso, sia riconoscibile e magari risulti gradevole. Prima, durante e dopo, naturalmente, c'è un'intera campagna elettorale da pensare, progettare e attuare, comunicando le persone, il partito e, ovviamente, il simbolo e il patrimonio di idee che porta con sé (quando ancora ne esisteva uno). 
Ha vissuto a lungo tutto ciò Giuliano Bianucci, da oltre trent'anni impegnato nella comunicazione istituzionale e sociale: nel 1989 ha fondato l'agenzia M&C - Marketing & Comunicazione e da allora si è occupato di un gran numero di progetti (tuttora è direttore di DentroTutti, progetto educativo-sociale di SmemoLab), ma aveva incrociato la politica già alcuni anni addietro. Dopo le prime esperienze, con l'arrivo dei '90 Bianucci ha "inventato" la comunicazione per Mariotto Segni, proprio nella fase in cui - come si racconta bene nel documentario di Antonio Plescia e Giacomo Visco Comandini Andate al mare. La disfatta della Prima Repubblica (2020), cui Bianucci ha contribuito con una testimonianza e molto materiale - tra referendum elettorali e il Patto per la riforma sembrava davvero che si potesse cambiare in meglio la politica italiana. Le elezioni del 1994 non diedero proprio il risultato sperato, ma il rapporto tra il comunicatore e il politico sarebbe proseguito, di Patto in Patto. 
Alla fine del 1993, nel frattempo, Bianucci aveva iniziato a occuparsi del Partito popolare italiano: seguì prima quello unitario che aveva appena smesso di chiamarsi Democrazia cristiana (anzi, l'adattamento del simbolo lo curò proprio lui), poi quello che si schierò con Gerardo Bianco una volta scoppiato lo scontro politico-giudiziario con Rocco Buttiglione. Proprio Giuliano Bianucci è il principale artefice grafico del simbolo dello scudo nel gonfalone, che dal 1995 al 2002 - al di là delle variazioni intervenute - ha caratterizzato quell'avventura politica e l'anno scorso è tornato alla ribalta grazie a Ciriaco e Giuseppe De Mita (dopo che per quasi quindici anni l'uso era stato custodito solo da ciò che restava dei Popolari di Moncalieri, che peraltro continuano a fregiarsene con orgoglio). La nascita di quell'emblema merita di essere raccontata, così come molte altre storie di politica e comunicazione che Bianucci ha vissuto in prima persona e che hanno molto da trasmettere e da insegnare. Anche a chi vuole fare comunicazione o ne ha bisogno oggi.


Giuliano Bianucci nel 1992 al PalaEur (prima della manifestazione)
e oggi (fotogramma dal documentario Andate al mare)

* * *

Giuliano, come e quando sei arrivato a occuparti di comunicazione politica?
Ci sono arrivato occupandomi di comunicazione sociale. Nella seconda metà degli anni '70 ero un giovane giornalista in cerca di avventure, così cercai di capire che cos'avrei potuto fare da grande. Ero appunto appena diventato giornalista, ma mi sono accorto via via che quel mondo mi faceva schifo, non era per me: pensai allora che avrei potuto spostare leggermente il tiro e fare il comunalista, cioè il comunicatore delle cose utili. Ho iniziato così a lavorare sulla comunicazione pubblica, sulla comunicazione di servizio e istituzionale, legata alla cittadinanza responsabile. Era ormai la fine degli anni '70 e io in seguito ho sempre fatto il comunicatore sociale.
Giovanni Goria
D'accordo, ma la politica?
Arriva qualche anno dopo, come conseguenza del lavoro che avevo fatto fino a quel momento. A metà degli anni '80, infatti, vari sindaci con cui avevo collaborato negli anni precedenti avevano fatto carriera, entrando chi in un consiglio regionale, chi in Parlamento. Alla fine degli anni Settanta avevo conosciuto Giovanni Goria che, dopo i suoi inizi ad Asti, nella prima metà degli anni '80 aveva ottenuto incarichi sempre più importanti: ho iniziato a seguirlo nel 1986 e ho girato con lui in lungo e in largo fino al 1989. 
Dunque prima, durante e dopo il suo incarico di presidente del Consiglio.
Sì, in particolare sono stato direttore del suo progetto "Europa '92", il suo strumento di comunicazione che mettemmo in piedi subito dopo la fine della sua esperienza di governo e che lui utilizzò per la sua campagna elettorale alle europee del 1989. 
Materiali prodotti da Bianucci nell'ambito del progetto Europa '92
Quella campagna era iniziata sotto i peggiori auspici per lui: pensava che, come ex presidente del Consiglio, sarebbe stato messo al primo posto in lista nella circoscrizione Nord-Ovest, ma come capolista il partito guidato da Arnaldo Forlani impose quello di Mino Martinazzoli, allora capogruppo Dc alla Camera. A Gianni era stato tirato un trabocchetto incredibile dalla Dc: volevano mettere fuori gioco quel quarantacinquenne di successo prima rovinasse gli equilibri delle correnti. Lui accettò comunque la candidatura al secondo posto, trovandosi come terzo addirittura Roberto Formigoni, allora deputato alla prima legislatura. "Se non ce la facciamo, siamo fottuti": con questa nostra consapevolezza, Gianni e io ci impegnammo anima e corpo in una campagna porta a porta in tutta la circoscrizione; creammo perfino un house organ con il quale ci occupammo di rapporto Nord-Sud, ambiente, comunicazione pubblica, infrastrutture e modernizzazione. Credo che il 90% di quei materiali potrebbero essere considerati di estrema attualità ancora oggi.
Non male, ma anche poco consolante, visto che significa che non è cambiato praticamente nulla...
Già... in ogni caso mettemmo in piedi questo progetto e con noi lavoravano persone di altissimo livello, come Carlo Borgomeo, che ora è presidente della Fondazione Con il Sud e allora aveva già contributo alla nascita della legge n. 44 del 1986, per promuovere l'imprenditorialità giovanile nel Mezzogiorno. Si trattò dunque di un'operazione centrata sulla persona di Giovanni Goria e dette i suoi frutti: alle europee di quell'anno lui nella sua circoscrizione ottenne 640.824 preferenze, molte di più delle 466.217 ottenute dal capolista imposto Martinazzoli, battuto persino da Formigoni, anche se di poco più di 2mila preferenze. Soprattutto, però, i voti raccolti da Gianni erano stati molti di più dei 531.682 ricevuti da Giulio Andreotti nella circoscrizione Nord-Est, dei 429.130 ottenuti da Forlani nel Centro e dei 364.541 di Emilio Colombo al Sud. Un record assoluto, tanto più che nessuno era mai riuscito a battere Andreotti...
Beh, aveva di che essere soddisfatto, di fronte a quei numeri che parlavano chiaro.
E non fu l'unica soddisfazione, credimi. Devi sapere che, ancora prima che Gianni diventasse presidente del Consiglio, Emilio Giannelli - che, ben prima di approdare al Corriere della Sera, allora era uno dei vignettisti della Repubblica - aveva preso l'abitudine di ritrarlo con capelli, sopracciglia, baffi e barba, ma senza volto, occhi e bocca. Ormai quello era diventato un motivo ricorrente [al punto che quelle vignette qualcuno le ritagliava e le faceva avere al ministro, a volte persino rilegate a libro: il fondo Goria presso la sua fondazione conserva tutto questo, ndb] e quando Gianni divenne presidente del Consiglio, una volta mi scrisse "Devi venire a Roma e farmi rifare la faccia da Forattini", perché aveva scambiato Giannelli per Giorgio Forattini, che allora era il disegnatore di satira di punta sempre della Repubblica.
Dalla Repubblica del 21 giugno 1989, pagina 5
Dopo il risultato delle europee, Giannelli fece una vignetta con Goria che saltellava e finalmente aveva recuperato il suo volto, accanto a un Andreotti piuttosto piccolo che se ne andava scornato: accanto al primo c'era la scritta "Massimo", vicino al secondo si leggeva "Minimo". Ricordo che ritagliai la vignetta e la mandai a Gianni, scrivendo: "Missione compiuta. Adesso ti lascio, altrimenti divento il tuo portaborse!". 
Ed è stato così? Non hai più lavorato per lui?
Non ho più lavorato per lui, anche se in realtà abbiamo continuato a vederci con piacere; pochi anni dopo, purtroppo, Gianni si è ammalato ed è iniziata la tragedia. Nel frattempo, però, del lavoro che avevo fatto con Goria si era accorto anche Mariotto Segni, così un giorno mi contattò e mi chiese di incontrarci per espormi il suo problema: "Vede, Bianucci, io dovrei scrivere una lettera...". Io, che non capivo, ribattei: "Onorevole, scriviamo pure questa lettera, ma dov'è il problema?". E lui: "Che vorrei scrivere a un milione di persone, ma non ci sono soldi! Siamo poveri, eppure abbiamo tante idee e tanto seguito...".
Un ottimo inizio, non c'è che dire...
Già, ma io mi sono innamorato del progetto e del personaggio, così mi sono trasferito definitivamente a Roma per seguire a tempo pieno l'avventura referendaria.
Cosa ti ha fatto innamorare del personaggio?
Il fatto che si sentiva che Mario Segni, quello che diceva, lo pensava. Ricorda che io vivevo di pane e politica praticamente da sempre, ero piuttosto giovane ma ormai frequentavo l'ambiente da molti anni, per cui riconoscevo i politici immediatamente: ho capito che questo personaggio aveva in sé dei valori profetici, di cambiamento. Tieni presente che io ero tra i ragazzi che volevano cambiare il mondo e sono rimasto così anche ora, anche se sono un po' fuori età...
Pensi che, senza il lavoro fatto per Goria, avresti continuato a occuparti di comunicazione sociale, ma non di comunicazione politica in senso stretto?
In realtà non penso che sarebbe andata così: probabilmente sarebbero arrivate altre persone e altre occasioni, come in effetti è successo. Penso soprattutto al lavoro con Silvia Costa per il Partito popolare italiano, una sinergia perfetta che ha funzionato anche nelle condizioni più difficili, e abbiamo collaborato con tantissime persone...
Torniamo a Segni e alla sua lettera da mandare a un milione di italiani.
Quel primo incontro si colloca circa tra la fine del 1990 e l'inizio del 1991. Il 9 e il 10 giugno 1991, come ricorderai, si tenne il referendum che, abrogando parti della legge elettorale per la Camera, di fatto aveva ridotto a una sola le preferenze che si potevano esprimere.
Segni aveva depositato la richiesta un anno prima con Willer Bordon, Aldo De Matteo, Alberto Michelini, Augusto Barbera e Cesare San Mauro. La Corte costituzionale aveva ammesso solo quel quesito, non quelli condivisi coi radicali, volti a rendere maggioritarie le leggi elettorali per il Senato (eliminando anche le multicandidature) e per i comuni sopra i 5mila abitanti. 
Subito dopo la vittoria del 9 giugno
Esatto. Durante la campagna evitammo
 accuratamente di parlare di preferenze: scegliemmo invece slogan diretti e semplici contro la partitocrazia. Più di due elettori su tre andarono a votare e oltre il 95% di loro votò "Sì". Si cercò di capitalizzare subito il risultato ottenuto e si presentarono di nuovo le richieste per tenere i due referendum elettorali che la Corte aveva bocciato a febbraio, rivedendoli secondo le indicazioni contenute in quella sentenza. 
Vero: fu raccolto circa un milione e mezzo di firme, tre volte in più di quelle che erano necessarie. 
Di nuovo al lavoro verso il Patto
(in primo piano si vede Giuliano Bianucci)
A quel punto, visti i numeri che hai appena ricordato, era naturale guardare alle elezioni politiche, che si sarebbero comunque tenute nella primavera del 1992, per cercare di cogliere quell'opportunità di cambiamento che la gente offriva e allo stesso tempo chiedeva. Si costituì così il "Comitato 9 giugno", che aveva sede a Roma al numero 3 di largo del Nazareno, un minuto a piedi dall'attuale sede del Partito democratico. L'ufficio di presidenza era presieduto da Segni; con lui c'erano alcuni dei presentatori che hai citato, cioè Barbera, De Matteo e San Mauro, ma trovavi anche altri politici come Alfredo Biondi e Ottavio Lavaggi, futuri eletti come l'ex giornalista Rai Mauro Dutto, nonché figure di rilievo come Giulia Rodano, Mariella Gramaglia e Toni Muzi Falconi, segretario del comitato. C'erano poi tre garanti di pregio, il costituzionalista Paolo Barile, l'imprenditore Franco Morganti e lo storico Pietro Scoppola, già senatore indipendente per la Dc ma in seguito voce critica all'interno di quel mondo.
Il logo scelto per il Patto 
Di cosa erano garanti?
Di "un patto fra gli elettori e candidati appartenenti a diversi partiti", cioè chi si era impegnato per le battaglie referendarie nei mesi precedenti e aveva aderito al progetto del "Comitato 9 giugno": se ricordo bene, l'idea l'aveva lanciata Scoppola e poi si continuò a lavorare su quella. In sostanza, ognuno di quei candidati si presentava nella lista del suo partito, ma si era impegnato, in caso di elezione, a sostenere i referendum elettorali in ogni occasione, a promuovere in Parlamento una riforma elettorale che permettesse di eleggere le nuove Camere in prevalenza con il sistema maggioritario uninominale (e solo in parte minore con il sistema proporzionale), mentre per comuni, province e regioni avrebbero dovuto sostenere il sistema maggioritario con elezione diretta del sindaco o del presidente. In pratica, avrebbero dovuto condurre in Parlamento le stesse battaglie che il comitato stava portando avanti con i referendum, che si sarebbero comunque votati nel 1993: nel patto c'erano altri obiettivi, come la riduzione dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto e la formazione di "governi di legislatura legittimati dai cittadini". 
I candidati che avevano sottoscritto il patto e fossero diventati parlamentari avrebbero dovuto onorare tutti questi impegni, anche a costo di andare contro i rispettivi partiti o di non votare la fiducia al governo; i garanti servivano proprio a controllare che quel patto venisse rispettato.
Nacque lì, dunque, l'idea del Patto che in pratica ha accompagnato Segni per tutta la sua vita politica.
Esattamente. Per lanciare il comitato e intercettare il consenso nato intorno ai referendum, arrivando alle persone e invitandole a restare in contatto con il Comitato 9 giugno e a sostenerne l'attività con un contributo, preparai un'ottavina, cioè un opuscolo promozionale di otto pagine a colori. Lo intitolammo Un Patto per cambiare l'Italia e riuscimmo a farlo arrivare nelle edicole, pubblicizzandolo sui giornali, nei giorni che precedevano le elezioni politiche del 5 e 6 aprile 1992: ricordo che finì allegato persino ai due settimanali generalisti più diffusi, Panorama e L'Espresso
Pubblicità tratta da L'Unità, 4 aprile 1992
In quelle otto pagine gli elettori trovavano il contenuto del patto, le testimonianze grafiche e di cronaca della battaglia referendaria, ma soprattutto i nomi di tutti coloro che, alla Camera o al Senato, in ogni circoscrizione o collegio, avevano aderito: accanto a ognuno di loro c'era il partito che li candidava, ma lo slogan era per tutti "Usa la preferenza unica. Scegli nelle liste dei partiti i candidati del Patto". Era una campagna elettorale trasversale, per un partito che non c'era, come si diceva spesso a Samarcanda da Santoro, che però contava su oltre trecento candidati alla Camera e oltre cento al Senato, tra uomini e donne. 
Una campagna trasversale e transpartitica, insomma.
Sì, ma perché appunto contava l'adesione a quel progetto, a prescindere dal simbolo di partito sotto al quale ci si candidava. Per questo in copertina lanciammo un messaggio chiaro: "Ogni voto ai candidati del patto è un voto per l'Italia che cambia". Anche il logo blu che avevo elaborato per quell'occasione voleva esprimere quel concetto: ogni lettera della parola "Patto" era inserita in un settore di un emiciclo parlamentare stilizzato, per far intendere che i nostri candidati potevano collocarsi dove volevano nell'aula; allo stesso tempo, quasi ogni partito aveva candidati che avevano sottoscritto il Patto.
Ho provato a fare i conti. Di quel lunghissimo elenco furono eletti 122 deputati e 40 senatori, presentatisi soprattutto con il Pds e la Dc: davvero non male per un partito che non c'era. O forse un po' sì: tra i contrassegni depositati per le elezioni del 1992, dal 21 al 23 febbraio di quell'anno, ho ritrovato quello del Patto per la riforma, chiaramente antesignano di quello che avevi ideato per il materiale di propaganda del patto sulle riforme elettorali. Qualcuno aveva davvero avuto l'idea di candidarsi?

In realtà no, nessuno aveva intenzione di fare la lista. Alla fine si era deciso di depositare il simbolo semplicemente per mettere una bandierina sull'idea di "patto per la riforma", per dire che qualcuno era già arrivato lì, che eravamo stati i primi.



Un manifesto del referendum 1991;
in alto il simbolo del gruppo Giannini, 

in basso quello del gruppo Segni
Non va dimenticato che solo pochi giorni prima aveva preso forma il progetto di una Lista referendum guidata dall'amministrativista Massimo Severo Giannini (che nel 1991 era stato tra i fondatori del Comitato per la riforma democratica, presentatore dei referendum sulle nomine bancarie, sugli interventi straordinari nel Mezzogiorno, sull'abolizione del ministero delle partecipazioni statali), presentata col sostegno dei radicali. Non solo era un disegno che pescava quasi nello stesso bacino di elettori concorrente del progetto "trasversale" di Segni, ma il simbolo scelto schierava un enorme "Si" e  il riferimento al referendumsolo alcuni tra i promotori e sostenitori della consultazione del 1991 avevano aderito, per cui chi aveva sottoscritto il patto di Segni vide quella scelta come un'appropriazione indebita. 
Anche per questo, se non altro per rivendicare la primogenitura (e magari tentare una minima azione di disturbo), Segni fece presentare, oltre a quello del Patto per la riforma, il simbolo Italia del Sì - Riforma elettorale: nella semplicità del bianco e nero emergeva il "Si" centrale, riprendeva proprio l'elemento principale dei manifesti dell'anno prima, mentre le altre scritte utilizzavano lo stesso carattere del futuro Patto, cioè un Futura ExtraBold. Il simbolo fu depositato anche come marchio proprio dalla M&C di Bianucci (l'originale in effetti era blu, giusto un po' più chiaro dell'emiciclo poi usato per il Patto). ma al ministero dell'interno venne presentato dopo quello di Giannini: i suoi rappresentanti erano in fila da giorni davanti al Viminale, visto che in caso di simboli simili nuovi vale la regola "chi prima arriva, meglio alloggia". L'emblema di Segni, dunque, fu bocciato, ma tutti i giornali di allora parlarono della "disfida del Si".

Giuliano, mi dicevi che ti eri innamorato della figura di Segni perché lui credeva in quello che diceva. Sbaglio se dico che in quel periodo, in cui tutto stava per andare o iniziava ad andare a catafascio, non era una cosa frequente o facile?
Devi tenere conto che in quel periodo, dopo che il muro di Berlino era crollato, la gente aveva davvero le scatole piene della politica; c'erano fortissimi fermenti "rivoluzionari", se mi lasci passare questa parola. C'era quindi un sentiment estremamente diffuso, in gran parte e in un primo tempo intercettato dalla Lega Nord di allora. Credo che l'avvento di Mario Segni abbia impedito al populismo di vincere in modo istituzionale: senza di lui penso che Bossi avrebbe avuto la strada spianata. Il voto ormai era in libertà: dopo il crollo del muro, si erano sgretolati anche il "fattore K" e la paura per i comunisti, quindi ciascuno a quel punto si sentiva libero di votare come meglio credeva, come hanno dimostrato le variazioni macroscopiche delle percentuali di voto ai partiti, sconvolgimenti avvenuti nel giro di poche settimane o pochi mesi.
Mi sembra interessante la lettura che dai sul ruolo di Segni in quel periodo, ma possiamo dire che non ha avuto molta fortuna, considerando com'era partito e il seguito che aveva avuto in quel periodo. Cos'è successo, secondo te?
Beh, innanzitutto possiamo dire che il movimento referendario in realtà era fragilissimo e la cosiddetta "società civile" in realtà non esisteva. Cioè, esistevano i fermenti tra la gente, i soldi che avevamo raccolto li avevamo ricevuti dalle persone che, con le cartoline distribuite con L'Espresso, ci mandavano i pochi risparmi che avevano; i famosi stakeholder, invece, non c'erano. Eravamo popolari, ma non c'era una struttura - al di là della mia M&C - e senza si fa fatica a costruire qualcosa di concreto e stabile. Pensare che il consenso, che c'era, potesse trasformarsi automaticamente in voti era stata un'illusione e ce ne accorgemmo con chiarezza quando si fece il Patto Segni.
Ne parliamo tra poco, ma prima dobbiamo passare attraverso il 
Movimento Popolari per la riforma, che in qualche modo dette un seguito all'esperienza elettorale del 1992.
Dopo le elezioni creammo una testata di cui ero direttore, L'Italia del 9 giugno, di fatto house organ del comitato: come ti dicevo, c'era da conservare la mobilitazione nata con il referendum del 1991, anche perché le firme erano già state raccolte, ma il giudizio della Corte costituzionale sull'ammissibilità sarebbe arrivato soltanto all'inizio del 1993. 
Alla fine di luglio lanciammo il primo appuntamento importante, che si sarebbe tenuto il 10 ottobre 1992 al Palaeur di Roma. Lì - davanti a 12mila persone convenute tutte lì, un risultato mai visto prima - sono nati effettivamente i Popolari per la riforma: da lì si doveva cominciare a costruire qualcosa di nuovo, in un momento in cui tra l'altro Mario era ancora formalmente parte della Democrazia cristiana. Se ne sarebbe andato alla fine di marzo del 1993, meno di un mese prima che si tenessero i referendum del 18 e 19 aprile. 

Quella volta andò a votare circa il 77% e il quesito per rendere maggioritaria l'elezione del Senato vide prevalere il Sì con quasi l'83%: fu un ennesimo segno della voglia di cambiamento che c'era tra la gente, si voleva davvero girare pagina, anche perché nel frattempo era iniziata "Mani pulite" e l'insofferenza e la rabbia verso la politica di cui parlavi prima erano di certo aumentate.
 

In teoria dovevamo avere il vento in poppa ma, come ti ho detto, non avevamo una vera struttura. Dico "avevamo" perché io, più che un semplice "comunicatore", facevo parte del gruppo di testa del Movimento. C'era Giuseppe Bicocchi, che purtroppo è morto da oltre dieci anni, c'era Diego Masi, c'era Massimo Fantola in Sardegna e pochi altri. Bene, un bel giorno, verso l'inizio del 1994, ricordo che Mario Segni andò a trovare Silvio Berlusconi a Porto Rotondo, con Bartolo Ciccardini; la sera tornò, ci trovò a casa sua, come ci aveva chiesto e ci comunicò che avrebbe costituito il Patto
Di "Patti" in effetti in quelle settimane se ne fecero due. Uno era il Patto di rinascita nazionale, per tutti appunto il Patto Segni, visto che sul simbolo si leggeva proprio quello: si trattava del secondo cognome in assoluto a comparire sulle schede elettorali, dopo quello di Marco Pannella. 
I colori del simbolo, come è facile vedere, sono praticamente gli stessi che avevamo scelto per i Popolari per la riforma: il blu per il fondo e il tricolore come elemento di richiamo nazionale. In più, il tricolore posto ad arco richiamava in qualche modo anche l'emiciclo che avevamo usato come emblema del patto per la riforma elettorale maggioritaria, stavolta tingendolo dei colori nazionali....
L'altro "Patto", invece, era il Patto per l'Italia, che nei collegi uninominali di Camera e Senato rappresentava la coalizione costruita soprattutto con il Partito popolare italiano, assieme ad altre forze minori (
il Partito repubblicano italiano e l'Unione liberaldemocratica di Valerio Zanone) e con l'adesione di singole persone.
Lì c'era ancora il tricolore, ma era costituito da tre striscette inizialmente separate che poi si intrecciavano e formavano la banda con i colori della bandiera, che si infilava sotto al profilo dell'Italia azzurra, il tutto su fondo blu Europa. Non era un caso che il tricolore fosse stato reso in quel modo: volevamo rendere l'idea delle tre componenti che si erano unite nel patto, quella repubblicana, quella popolare e liberaldemocratica e le sensibilità più vicine al mondo socialista, visto che come ricorderai si era unito al Patto anche Giuliano Amato. Qui la parola "Patto" riacquistava un'importanza centrale, resa in maiuscolo e nello stesso carattere che avevamo usato nel 1992.
Tieni presente però che già nell'autunno del 1993 [il 29 settembre i Popolari per la riforma avevano abbandonato Alleanza democratica, ndb] io e Diego Masi avevamo confezionato una pubblicazione "operativa" nell'ambito dei Popolari per la riforma, in vista delle elezioni amministrative previste per novembre. Quella era la seconda volta che si votava per eleggere direttamente il sindaco e il presidente della provincia; in quel turno erano interessati comuni di primo piano, come Roma, Venezia, Genova, Napoli e Palermo. Era dunque importante spiegare ai potenziali candidati come affrontare al meglio la campagna elettorale, specie per chi non lo aveva mai fatto o aveva poca dimestichezza con quelle circostanze: così delle "regole per la gestione delle elezioni" si occupò Diego Masi, mentre io in
 quella pubblicazione volli inserire alcuni "Suggerimenti per la comunicazione", nel tentativo di evitare il più possibile errori legati alle iniziative di ciascun candidato o ciascun gruppo. 
In quella sezione avevo inserito alcune simulazioni dei contrassegni elettorali che si potevano presentare, suggerendo anche alcune alternative al concetto di patto (proponendo "Alleanza per" o "Insieme per") e indicando persino il carattere da utilizzare (Franklin Gothic Heavy corsivo): almeno uno di quegli emblemi, il Patto per La Spezia, fu effettivamente utilizzato alle elezioni del 21 e 22 novembre. Quei simboli, in ogni caso, avevano già la struttura che avrebbe avuto il Patto per l'Italia, con il tricolore che si formava dalle tre strisce inizialmente separate; a sua volta, l'idea della striscia tricolore orizzontale viene direttamente dal logo dei Popolari per la riforma. 
Anzi, volendo andare ancora più indietro, il primo Patto comparso alle amministrative e riconducibile al nostro progetto risaliva a qualche mese prima: alle comunali di Milano tenutesi il 6 e 7 giugno, infatti, tra i candidati sindaci c'era Adriano Teso, figura molto impegnata nel mondo imprenditoriale. L'unica lista che aveva presentato a proprio sostegno si chiamava Patto con Milano, ovviamente a fondo blu: si leggevano bene tanto la parola chiave, quanto il riferimento alla città, richiamata anche da un dettaglio del biscione, peraltro qui accompagnato a un tocco tricolore e alle stelle d'Europa. Per non lasciare dubbi sulla posizione di Teso, sul suo materiale elettorale si poteva leggere la dicitura "Con noi c'è Mario Segni".   
Insomma l'idea del Patto e la sua grafica in realtà erano nate ben prima che, il 5 gennaio 1994, venisse presentato ufficialmente il simbolo del rassemblement che avrebbe dovuto portare Segni a Palazzo Chigi.
Esatto, il lavoro grafico era già partito e lo trasferimmo "armi e bagagli" nel Patto per l'Italia, dunque l'idea del Patto ampliata a tutto il territorio nazionale. Tornando al Patto Segni e all'operazione elettorale che si fece allora, fu una fine abbastanza misera, ma di un'esperienza che a suo modo era stata grandiosa. Parlo di fine misera soprattutto se consideri che il Patto per l'Italia vinse in pochissimi collegi uninominali, mentre il Patto Segni riuscì con fatica a superare la soglia del 4% dei voti alla Camera ed elesse tredici deputati in tutto. Tempo qualche giorno e quattro di loro passarono con Berlusconi, a partire dal futuro ministro delle finanze Giulio Tremonti, ma c'erano anche Alberto Michelini, Ernesto Stajano e Giuseppe Siciliani: di fatto, avevamo portato acqua al mulino del grande manovratore... 

L'esperienza politica del Patto Segni, di fatto, conobbe una sonora battuta d'arresto dopo le elezioni politiche del 1994, anche se meno di tre mesi dopo la lista partecipò comunque alle elezioni europee con lo stesso simbolo - si aggiunse solo l'indicazione "Liberaldemocratici", per sottolineare l'adesione al Partito europeo dei liberali, democratici e riformatori (Eldr) 
- e riuscì a ottenere tre eletti; la percentuale, in compenso, era calata al 3,26% e non era facile parlare di successo. Bianucci non ruppe i rapporti con Segni (come si vedrà), ma da alcuni mesi aveva già iniziato a collaborare con il Partito popolare italiano; anzi, all'inizio era ancora la Democrazia cristiana che stava per compiere il suo passaggio - nel modo sbagliato, ma questa è un'altra, lunga storia, ben nota a chi segue questo sito - da Dc a Ppi. Fu l'inizio di un'avventura comunicativa molto interessante e stimolante, nemmeno lui forse immaginava quanto.   

Giuliano, alle elezioni politiche del 1994 tu avevi già iniziato a lavorare anche per la Democrazia cristiana che si era appena trasformata in Partito popolare italiano. Com'è iniziata quella collaborazione? 
Silvia Costa
Considera che, dopo la manifestazione del Palaeur, ero rimasto comunque la figura perno della comunicazione per Segni, visto che quella era come una famiglia; ma contemporaneamente avevo iniziato anche a lavorare con la Dc che stava per diventare Ppi. Tutto è successo in modo piuttosto naturale: capitava spesso che Segni chiedesse di scrivere a qualcuno dei leader democristiani per comunicare alcune cose; portando il messaggio al destinatario poteva succedere che mi si chiedesse di rispondere direttamente a Mario, in pratica mi scrivevo e mi rispondevo da solo. Allora facevo un po' da cabina di regia di tutti, anche con Giorgio La Malfa o con Valerio Zanone c'era un rapporto analogo: era un gruppo di lavoro molto corretto, con identiche sensibilità e gli stessi punti di vista. Silvia Costa è stata, oltre che fondamentale per me, la figura chiave di questo passaggio 
per la Dc-Ppi: tutti sapevano, in piena trasparenza, che in quel periodo lavoravo su più fronti.  
Una delle prime questioni di cui ti sei occupato, se non sbaglio, riguardava proprio l'adattamento del simbolo, anche se alla fine l'unico vero cambiamento - rispetto alla grafica elaborata dall'agenzia milanese Brandani e Guastalla nel 1992 - riguardò il nome. Ti risulta che qualcuno volesse cambiare altro, sul piano grafico?
No, non mi risulta, ma di quel periodo di avvicinamento alle elezioni ricordo soprattutto l'intenzione saldissima di Mino Martinazzoli sul cambio del nome. Un'idea che, tra l'altro, fu in gran parte imposta da Mario Segni: lui sosteneva con convinzione che, per proporre il Patto per l'Italia, occorreva dare un taglio netto con la Democrazia cristiana. Anche Martinazzoli voleva voltare pagina senza abbandonare il patrimonio ideale portato avanti fino a quel momento, così si arrivò al cambio di nome. Quel simbolo nuovo venne schierato per le elezioni politiche del 27 e 28 marzo del 1994 e lo utilizzammo subito dopo anche per le europee del 12 giugno. Sui manifesti di quella campagna elettorale come committente responsabile figura Alessandro Duce.
Già, il primo tesoriere del Partito popolare italiano, dopo essere diventato segretario amministrativo della Dc un attimo prima che si compisse il cambio di nome in Ppi. Meno di un anno dopo, al momento dello scontro tra Buttiglione e Bianco, si sarebbe schierato con il primo. Ma di quei giorni parleremo dopo. Com'è stato lavorare con quel Partito popolare, in sostanza all'inizio della Seconda Repubblica?
Io sento soprattutto di essere stato il compagno di viaggio delle persone con cui ho lavorato, non il grafico che realizzava qualcosa per conto di qualcuno. E quando si viaggia, ci sono gli spazi per osare. Penso per esempio alla campagna elettorale per le europee del 1994 di cui ti dicevo prima, un periodo in cui Berlusconi e le sue tv facevano quello che volevano: dal Garante per la radiodiffusione e l'editoria non arrivava alcun provvedimento, così reagimmo a modo nostro. Già al Popolo, allora diretto da Sergio Mattarella, si era sparato alto: il 26 maggio nell'ultima pagina, adibita a "controcopertina" si era messa la foto dell'allora garante, Giuseppe Santaniello, con l'invito al lettore "Garantisciti da solo"; tempo qualche ora e Santaniello minacciò un'azione legale, così il messaggio rimase, ma al posto della sua foto si mise quella di un cane da guardia addormentato. Quelle pagine con la foto del Garante, in compenso, le usammo per tappezzare la parete per una conferenza stampa che tenemmo il 9 giugno, tre giorni prima del voto: avevamo chiamato l'evento "Il Garante è uomo di Fede" e, tra l'altro, avevamo montato un filmato intitolato Silvio dalla A alla Z, che costruiva una "carrellata alfabetica berlusconiana" basata proprio su una sua pubblicazione di propaganda, intervallata dall'inevitabile "Minchia, signor tenente" di Giorgio Faletti. Quel giorno Fede aveva mandato addirittura tre troupes per riprendere quell'evento... anche questo succedeva in quel Partito popolare.
Pagine tratte dalla Stampa (12 e 24 marzo 1995)
Tempo qualche settimana e sarebbe diventato segretario Rocco Buttiglione, che a marzo dell'anno successivo sarebbe stato protagonista di una delle vicende partitiche più convulse e dolorose che la politica italiana ricordi: una frattura totale tra i fedeli alla linea del segretario, rimasto in minoranza ma deciso a non dimettersi, e coloro che la avversavano tenacemente, con colpi di scena e attacchi reciproci continui. 
Ricordo in quei giorni un clima da "caccia all'uomo" all'interno di Palazzo Cenci Bolognetti di Piazza del Gesù: succedeva sempre qualcosa, una situazione continuamente in movimento. Il gruppo che contrastava Buttiglione era chiuso al primo piano e di continuo arrivava gente, ora per darci sostegno, come Franco Marini, ora per infastidire e provocare, come Formigoni che scendeva dal terzo piano dove stava il gruppo di Rocco Buttiglione. 
Ricostruiamo quei dodici giorni di follia. L'8 marzo 1995 il segretario Rocco Buttiglione annunciò l'accordo del Ppi col centrodestra per le regionali del 23 aprile, ma sei giorni prima il partito aveva escluso accordi con An. L'11 marzo il Consiglio nazionale con tre voti di scarto bocciò la linea del segretario, su cui Buttiglione aveva posto la fiducia. Il giorno dopo lui ci ripensò: non si dimise e contestò il voto. il 16 marzo gli avversari di Buttiglione elessero come segretario Gerardo Bianco e il 18 marzo si rivolsero al tribunale di Roma per avere l'uso del simbolo. La mattina del 23 marzo il giudice Luigi Macioce decise: Buttiglione non poteva attuare la sua linea politica, battuta all'interno del partito, ma era ancora segretario e continuava a disporre del simbolo. Era come se ci fossero due partiti in uno e quello che non seguiva Buttiglione aveva bisogno di un nuovo emblema: com'è nato?  
In effetti nessuno voleva rinunciare completamente allo scudo, che era stato mantenuto persino quando si era deciso di lasciare da parte il nome della Democrazia cristiana; di certo, però, il simbolo doveva cambiare e anche lo scudo, almeno in parte. La genesi del nuovo simbolo fu interamente gestita da Silvia Costa per il partito e da me. Siamo partiti dall'idea dello scudo crociato e dal nome che ci si era dati un anno prima, quindi dalla natura di popolari, e ci siamo chiesti cosa avrebbe potuto rappresentare in modo laico quei concetti: è stato inevitabile pensare alla municipalità, cardine e monade della democrazia territoriale. Lo scudo certamente era simbolo della municipalità: immaginandolo vuoto, senza croce, di fatto rappresentava il bordo di uno stemma comunale, da riempire coi segni del territorio. Un altro segno classico dei comuni italiani era però il gonfalone e questo, immaginato bianco, era perfetto per potervi inserire lo scudo. Avevamo trovato due simboli che evocavano la stessa idea e, abbinandoli, di fatto avevamo creato qualcosa di nuovo in politica. Avevamo fatto anche altri ragionamenti, ma questa strada dello scudo vuoto nel gonfalone piacque a tutti e alla fine seguimmo quella. 
Tieni conto, poi, che non c'era solo da costruire il simbolo, ma anche la descrizione: dovevamo assolutamente evitare rischi di bocciature del contrassegno, ma questo conteneva pur sempre uno scudo e il rischio di un diniego c'era. Per questo, ricordo che nella descrizione evitammo di parlare di scudo, riferendoci piuttosto a uno "stemma araldico"...
Tempo fa, in effetti, Silvia Costa mi disse che Guido Bodrato, suo interlocutore politico, aveva chiesto proprio un simbolo non contestabile in sede elettorale, ma che mantenesse traccia dello scudo per essere riconoscibile; in quella sede, un vecchio militante esperto di questioni elettorali e che aveva familiarità col Viminale aveva segnalato che nella descrizione del simbolo non si sarebbe dovuto dire "campeggia uno scudo", ma avrebbe dovuto campeggiare qualcos'altro, appunto il gonfalone.
In ogni caso, problemi con quel contrassegno non ce ne furono.  
La prima volta in cui ho visto il nuovo simbolo comparire su un quotidiano è stato il 24 marzo, nelle pagine torinesi della Stampa: lì si dice che il "contro-logo della sinistra" - tra l'altro si parla di gagliardetto e non di gonfalone - era arrivato nella sede di via Carlo Alberto a Torino alle 19 e 30 "direttamente da Roma", portato da un assistente di Gianfranco Morgando, segretario regionale vicino a Bianco. Il fatto che poche ore dopo la decisione del tribunale di Roma il simbolo fosse pronto per la distribuzione mi fa pensare che non si fosse aspettata l'ordinanza del giudice per correre ai ripari.
In effetti no. Io e Silvia Costa pensavamo a tenere le redini della comunicazione anche in quei momenti così difficili e ci occupavamo anche della creazione del simbolo, procedendo per aggiustamenti successivi a colpi di fax tra gli uffici di piazza del Gesù che erano stati occupati e il mio studio di Milano di allora, dove il mio socio Mauro Del Corpo coi grafici preparava i materiali. 
Il clima in ogni caso era piuttosto caldo e produttivo, con punte di creatività notevole. Penso soprattutto a un adesivo che avevo fatto con i Giovani Popolari guidati allora da Francesco Sanna, tra l'altro divertendoci molto. C'era un verme/biscia con le sopracciglia che aveva in bocca un sigaro toscano [chiara stilizzazione di Buttiglione, ndb] e sopra avevamo scritto 
"Da Striscia la notizia a striscia in via dell'Anima": avevamo citato quell'episodio della fine del 1994 in cui il programma di Antonio Ricci aveva mostrato le immagini di Buttiglione colto mentre proponeva ad Antonio Tajani un'alleanza Ppi-Forza Italia e lo avevamo messo in connessione con gli eventi del 1995, dicendo senza mezzi termini che Buttiglione alleandosi col centrodestra era andato strisciando da Berlusconi, che allora abitava in via dell'Anima. Il messaggio, che indicammo con chiarezza sotto l'immagine, era che "i veri popolari non strisciano". Ricordo che distribuimmo quell'adesivo in un milione di copie ed ebbe una diffusione virale per quel periodo.
Ironia a parte, ovviamente in quella campagna una delle necessità più impellenti era riuscire a far riconoscere il simbolo a tutte le persone che fino a quel momento avevano votato per la Democrazia cristiana e, dal 1994, per il Partito popolare italiano.
In effetti non era una cosa scontata: nel nuovo emblema c'era la parola "Popolari", ma la usava anche Buttiglione nel suo simbolo combinato con Forza Italia ("il Polo popolare"); c'era soprattutto lo scudo, ma il bordo era piuttosto esile e soprattutto era senza la croce.
Dovevamo quindi trovare il modo di restituire la croce al simbolo che non poteva averla. Ci furono lunghi confronti tra Silvia Costa e me, finché parlando pensammo di utilizzare come slogan "Lo scudo c'è. La croce aggiungila tu": era un'idea forte, che anche Bianco apprezzò molto, perché puntava direttamente a coinvolgere l'elettore, che con il suo semplice gesto del voto poteva ricostruire il disegno che noi per sicurezza avevamo preferito non riproporre. Possiamo dire che il messaggio passò, perché riuscimmo a prendere quasi ovunque almeno il 6%, persino correndo da soli, e a volte andammo anche oltre il 10%.
C'era poi tutta un'immagine da costruire, una comunicazione nuova per il partito che naturalmente aveva 
una sua proposta politica e, soprattutto, un suo retroterra e una sua storia, ma bisognava cercare di riprenderli il più possibile. Ad esempio, decidemmo di scrivere nei manifesti "Liberi e forti" sopra al simbolo e "Popolari" sotto, così da collegarci direttamente al patrimonio ideale del Partito popolare italiano di don Luigi Sturzo.
Una strategia comunicativa simile, del resto, fu utilizzata anche a livello locale. In Piemonte, per esempio, i popolari legati alla segreteria di Gerardo Bianco, guidati da Gianfranco Morgando, avevano prodotto un manifesto con lo slogan "Cambiamo simbolo per non cambiare idea", per chiarire che la trasformazione di quei popolari era solo grafica, non anche politica. Quel manifesto, tra l'altro, figura ancora all'interno del locale che era stato sede del Ppi a Moncalieri e tuttora ospita l'Associazione i Popolari - collegio 12 che dal 2006 ha registrato il simbolo del gonfalone come marchio.
Naturalmente quella storia politica e popolare doveva rivivere anche cercando di recuperare l'idea della croce almeno nelle nostre grafiche. Non a caso, tra il materiale di allora che ho ritrovato, ci sono anche vari schizzi con i quali avevo cercato di far rientrare la croce in qualche modo, cercandola di metterla in dialogo con il nuovo simbolo che avevamo dovuto escogitare.  
In quella prima campagna con il gonfalone ci eravamo persino inventati uno stratagemma carino, legato alla pratica diffusa già allora di affiggere i manifesti elettorali, oltre che nei posti più impensati, fuori dalle plance attribuite a ciascuna lista: noi avevamo prodotto delle strisce simili a quelle - solitamente gialle - che sono affisse dai comuni per contrassegnare le affissioni abusive e le attaccavamo sui manifesti che erano stati messi dove non dovevano stare. Nelle nostre strisce avevamo inserito espressamente il riferimento alla par condicio, di cui allora si parlava molto, e il simbolo del Ppi: in pratica, un'affissione abusiva su un'altra affissione abusiva... 
La mancanza della croce, però, era pesante e, dopo qualche settimana, riapparve nello scudo, sia pure sfumata: non a caso, nell'accordo del 14 luglio 1995 formalizzò il "patto di Cannes" del 24 giugno tra Buttiglione e Bianco, si sottolinea che il gruppo legato a Bianco avrebbe potuto usare il simbolo col gonfalone senza poterlo modificare neanche "nella intensità delle singole parti cromatiche ivi comprese le attuali sfumature". Nel 1996 ci fu qualche altro cambiamento: apparvero una sorta di ombra/spessore tricolore dello scudo e il nome nella parte inferiore del cerchio, coprendo un po' il gonfalone. 
L'ultimo aggiustamento del simbolo è datato 1999, poco prima delle elezioni europee. Non c'era più il tricolore dello scudo, mentre il nome era finito in alto, "ritagliando" il gonfalone privato dell'ombra esterna (ombra che invece era comparsa sotto al nome), mentre un fascio di luce sembrava colpire proprio lo scudo.
Sì, la successione è stata proprio questa. Per quell'ultima versione del marchio, tra l'altro, avevo anche preparato un manuale per la sua corretta declinazione del nuovo emblema, immaginando i vari usi che se ne sarebbero potuti fare nel corso della vita del partito, nei manifesti con i vari slogan e in tante altre occasioni... 
Nel 2002, in ogni caso, l'esperienza politica del Ppi si è conclusa (quando il partito è confluito nella Margherita). La tua attività però è continuata: come?
Quello che avevo fatto nel corso degli anni precedenti mi aveva imposto, concretamente, come il primo comunicatore politico, nel senso che prima - se togli i casi di alcune figure alla Filippo Panseca o di certi consulenti di alcuni segretari di partito - la comunicazione politica non era un mestiere; la mia idea, in realtà, non era tanto di qualificarla come "mestiere", ma come modello di comunicazione continua, che andasse oltre il semplice dialogo con gli elettori. Di fatto avevo già iniziato a lavorare così con Goria e ho continuato, seguendo moltissime campagne elettorali (ho superato di parecchio il centinaio), in consultazioni di vario livello e proponendo ogni volta modelli ad hoc, tenendo la barra dell'innovazione.  
A un certo punto, nel 2005, la mia agenzia M&C ha deciso di impegnarsi sistematicamente - oltre che in altri settori, a partire dalla comunicazione sociale, pubblica e istituzionale - nel lavoro della comunicazione politica, in partnership con la società Hill&Knowlton: in particolare, abbiamo portato e portiamo avanti l'idea di una campagna elettorale come organizzazione e formazione, più che come slogan. Rimarcavamo quindi l'esigenza di darsi una struttura per la campagna, di pensare e studiare una comunicazione mirata per i vari segmenti dell'elettorato; si affrontava il tema delle risorse da reperire e da non disperdere e si guardava anche al "dopo elezioni", con uno sguardo necessariamente complessivo. 
In tutto questo, peraltro, hai continuato anche a seguire l'esperienza politica legata a Mariotto Segni.
Proprio così. A livello nazionale nel 1999 il Patto Segni propose nuovamente candidature [nel 1995 concorse alle regionali con Socialisti italiani e Alleanza democratica nel Patto dei democratici, mentre nel 1996 alcuni "pattisti" erano stati candidati nei collegi uninominali per il centrosinistra e nella quota proporzionale nelle liste di Rinnovamento italiano, ndb], puntando alle europee previste un paio di mesi dopo un nuovo referendum volto a eliminare la quota proporzionale dalla legge elettorale, quesito di cui Segni l'anno prima era stato tra i presentatori. Il quorum fu mancato per un soffio, ma tra gli italiani che si erano recati alle urne il "Sì" aveva vinto in misura schiacciante e con quello spirito si affrontò la campagna elettorale. 
Quella campagna fu fatta insieme a parte dei referendari [come Marco Taradash, ndb] e ad Alleanza nazionale, in quel momento interessata a un percorso distinto rispetto a quello berlusconiano: l'idea di tutti questi soggetti era di proporre un progetto liberaldemocratico e riformatore alternativo al centrosinistra. In più, visto che Romano Prodi aveva lanciato insieme a Di Pietro [altro sostenitore del referendum di aprile, ndb] i Democratici con l'asinello, Segni scelse di puntare sull'Elefantino e realizzammo il simbolo che conteneva tutto questo. L'esito elettorale di quell'alleanza però non fu felice e l'esperimento politico nel giro di qualche settimana fu abbandonato.
Poi tornò il tempo del Patto, sia pure in forma aggiornata: quella del Patto - Partito dei liberaldemocratici, nato nel 2003.
Esatto: fu, se vogliamo, un tentativo di riedizione dell'esperienza dell'inizio degli anni '90 e del suo sbocco elettorale del 1994: da allora riprendemmo il nucleo del nome messo in evidenza nel simbolo, il blu come colore di fondo, che continuava a richiamare l'Europa (anche grazie alle stelle che avevamo aggiunto) e l'area moderata, nonché il tricolore, stavolta interpretato come i conci di un arco. L'idea era la stessa del progetto precedente, cioè costruire un soggetto politico liberaldemocratico, alternativo alla sinistra ma distinto da Forza Italia. Anche quel tentativo si può considerare abbastanza abortito: del resto, l'appeal tanto di Segni quanto di Scognamiglio si era ormai ridotto di parecchio. 
Nel frattempo, però, era iniziata (nel 1999) l'avventura dei Riformatori sardi, oggettivamente più fortunata sul piano dei risultati, visto che nelle ultime legislature ha sempre ottenuto consiglieri regionali. Dal punto di vista cromatico appare decisamente imparentata con quella di Segni, anzi, sembra essere stata la base grafica dell'ultimo Patto.
Lì la figura di riferimento era ed è Massimo Fantola, che aveva partecipato ai primi comitati referendari, ai Popolari per la riforma e al Patto. Devo dire che qui ho avuto un ruolo minore: nei primi tempi ho preparato loro alcuni materiali, soprattutto per il loro sito, poi hanno imparato da soli e li ho lasciati andare avanti.
Mi sembra di capire che, dopo il Ppi e al di là delle esperienze con Segni, tu non abbia più avuto un ruolo di responsabilità completa della comunicazione di un partito. È così?
Esperienze analoghe a quelle che hai citato non ne ho avute in seguito. Ti segnalo però l'esperienza che ho avuto con Scelta civica nel 2013, in vista delle elezioni politiche. Se della campagna nazionale si occupavano altre persone, io ho seguito la campagna per la Lombardia e la Toscana: in quell'occasione ci siamo comportati come se fossimo un partito nel partito, preparando anche qui il manuale per i vari candidati. Partendo dal simbolo concepito per la lista [realizzato da Proforma, ndb], abbiamo costruito un'immagine coordinata, ma - coerentemente con quanto fatto in passato - abbiamo accompagnato i candidati in tutti i passaggi del loro percorso, preparandoli anche al rapporto con i media e agli interventi in pubblico; abbiamo dato loro supporto anche per i tanti adempimenti richiesti in una campagna elettorale, di cui spesso chi si presenta non è del tutto consapevole.
Oggi com'è il tuo modo di fare comunicazione politica ed elettorale?
Rimango fedele all'idea che il valore sia dato soprattutto dai contenuti e che sia necessario metterli al centro anche quando si comunica in ambito politico. Troppo spesso i social sono diventati forme di solipsismo che incitano a fare qualcosa, ma non costruiscono: non si parla dunque di contenuti. Penso che sia invece giusto e più produttivo continuare a cercare strade diverse, anche e soprattutto in territori - come la Toscana - che dopo molti anni appaiono politicamente contendibili. C'è bisogno di strumenti che, anche sulla Rete, raccontino e magari costruiscano comunità di territorio che possano andare oltre i partiti: in quel modo si possono creare luoghi pre-politici e immateriali che consentano comunque l'aggregazione di interessi e di valori. Di questo, per la mia esperienza, c'è bisogno davvero e su questo continuo a impegnarmi. In generale, credo che sia urgente una rivoluzione comportamentale nei modelli di comunicazione: occorre che partiti e candidati escano quanto prima dalla bolla di illusione dei social network e riprendano a dare peso ai contenuti, a investire in questo, perché solo così si potrà costruire realmente qualcosa di solido. 


Il primo ringraziamento, dovuto e ovvio (ma non per questo da tralasciare) va a Giuliano Bianucci, per il tempo che ha dedicato alla ricostruzione della sua esperienza e dei suoi vari passaggi per il pubblico - occasionale o affezionato - di questo sito (e ringrazio Silvia Costa e Roberto Di Giovan Paolo per avermi messo in contatto con lui). Molti materiali visuali contenuti in questo articolo sono stati forniti dallo stesso Bianucci e gliene sono molto grato. Desidero in più ringraziare Antonio Tolone e la Biblioteca dell'Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna (per aver cercato con pazienza la vignetta di Giannelli su Goria e Andreotti), Adriano Teso (per avermi inviato il simbolo del Patto con Milano), Giancarlo Chiapello e tutti i componenti dell'associazione I Popolari - Collegio 12 di Moncalieri (che hanno fornito l'immagine del loro manifesto, ricostruito per l'occasione), nonché Loredana Vivolo e Gennaro Salzano (per avermi permesso di recuperare l'immagine dell'adesivo "Da 'Striscia la notizia'...").