mercoledì 22 giugno 2022

Insieme per il futuro, tra gruppi, diffide e raccolta firme (in evoluzione)

Alla Camera l'atto di nascita del gruppo denominato Insieme per il futuro si è già compiuto questa mattina
: poco dopo le 9 il presidente Roberto Fico ha letto l'elenco dei membri del nuovo gruppo (50, incluso Luigi Di Maio, provenienti dal MoVimento 5 Stelle e un altro deputato, Antonio Lombardo, proveniente dal gruppo di Coraggio Italia). 
Ci vorrà invece un po' di tempo in più per capire cosa accadrà in Senato: mentre si scrive senatrici e senatori riconducibili a Di Maio - inclusi Primo Di Nicola e Vincenzo Presutto - figurano ancora all'interno del gruppo del M5S. 
Non sono mancate ieri le voci di chi - come il costituzionalista e deputato Pd Stefano Ceccanti - ha ritenuto impossibile la formazione di un gruppo autonomo a Palazzo Madama "a causa dei diversi requisiti del Regolamento" rispetto a Montecitorio: ovviamente non è scontato che il gruppo nasca, ma si è già sostenuto ieri che l'interpretazione dell'art. 14, comma 4 del regolamento del Senato (così come modificato alla fine del 2017) data de facto con il sorgere del gruppo CAL - Alternativa - Pc - Idv ha reso possibile - pur se contro il significato proprio delle parole del testo - la costituzione di nuovi gruppi anche legati a forze politiche nate in corso di legislatura, purché facciano parte del gruppo anche persone elette che rappresentino (possibilmente avendovi nel frattempo aderito) una forza politica che ha partecipato alle elezioni politiche precedenti. Se il gruppo - o almeno una componente del gruppo misto - nascerà, di certo non sarà indifferente la forza politica che accetterà di sostenere "tecnicamente" il sorgere dell'articolazione parlamentare, risultando dunque il primo soggetto con cui il nuovo progetto politico collaborerà.

Ancora sul nome (e sulla prima diffida) 

Il nome, in qualche modo, può dirsi ancora provvisorio, come ha chiarito questa mattina il deputato Vincenzo Spadafora a Omnibus, intervistato da Gaia Tortora: "Insieme per il futuro è il nome del gruppo parlamentare, che è stato costituito per creare le basi della nascita di una forza politica che sicuramente non sarà il partito personale di Di Maio, ma vedrà coinvolte altre persone ed è evidente che avrà un nome diverso".
Non sorprende ovviamente che i gruppi parlamentari possano avere un nome diverso rispetto ai progetti politici che poi si legheranno a questi: per restare in questa legislatura, prima sono nate le compagini parlamentari di L'alternativa c'è, mentre solo in seguito è nato il partito Alternativa; altre volte il nome è rimasto uguale o quasi uguale, com'è accaduto nella XVI legislatura con Futuro e libertà. Per l'Italia e in questa legislatura con Italia viva, sempre con la nascita prima del gruppo e poi della forza politica (ovviamente ciò accade quando un partito nasce come frutto di una scissione maturata in Parlamento, dunque l'esigenza di distinguersi in aula sorge prima di quella di formare il partito; diverso è quando un partito sorge al di fuori delle aule e solo in un secondo momento si formano le relative compagini parlamentari). 
Non è del tutto improbabile che sulla scelta di dare un'altra etichetta al progetto politico nei prossimi mesi abbiano pesato anche 
le considerazioni svolte ieri su questo sito e anticipate ad Adnkronos); si deve registrare anche la protesta di Insieme, partito di cristiani che si ispira alla Costituzione e alla Dottrina sociale della Chiesa, sviluppatosi tra il 2019 e il 2020 intorno a un manifesto dell'economista Stefano Zamagni e guidato da un coordinamento composto da Giancarlo Infante, Eleonora Mosti e Maurizio Cotta. Proprio loro ieri hanno diffuso alle agenzie una nota di protesta nei confronti del nuovo progetto politico legato Di Maio che così recita (si riporta il testo quasi intero del comunicato): 
Smentiamo che ci siano relazioni tra il nostro partito 'Insieme' [...] con questo annuncio di Luigi Di Maio che chiama "Insieme per il futuro" questo suo nuovo gruppo parlamentare creando una oggettiva confusione. Pertanto diffidiamo l’onorevole Di Maio ad utilizzare il nome Insieme per la sua nuova avventura politica. Ricordiamo che il partito Insieme è già stato presente alle recenti elezioni amministrative e che ha già numerosi eletti in vari consigli comunali in Italia. Non c’è dubbio alcuno che si tratta di un tentativo di scippo di un nome che rivendichiamo come assolutamente nostro. Non è la prima volta che questo accade: chiamare "Insieme per il futuro" il proprio gruppo parlamentare sembra infatti un dispetto di Di Maio a Conte, che due anni fa tramite ambienti a lui vicini aveva fatto circolare la voce sulla possibilità di dar vita a un partito chiamato Insieme, anche in quella occasione collegato dalla stampa e vari organi di comunicazione al nostro partito. Crediamo non meritino alcun commento queste forme spregiudicate e di mancanza di rispetto per le altre forze politiche.
Che qualcuno possa avere autonomamente messo in collegamento il nascente Insieme per il futuro con l'esistente Insieme non è da escludere; non si può certo dare per scontato che Di Maio e le persone vicine a lui conoscessero l'esistenza e l'attività del partito cristiano, non ancora così capillare e nota da potersi dare per scontata. Ci si sente però di negare con nettezza che Insieme possa impedire al nuovo progetto politico di usare il nome scelto. Innanzitutto, a differenza di quanto hanno affermato i vertici del partito - che, paradossalmente, dalle notizie di ieri ha avuto un'inattesa e indubbia pubblicità anche tra chi mai ne aveva sentito parlare o non l'ha trovato sulle schede delle elezioni amministrative - 
non si può sostenere che "Insieme per il futuro" sia confondibile con "Insieme": si tratta di due messaggi diversi, uno composito (con il fine esplicitato) e uno semplice. 
In nessun caso, poi, si potrebbe accettare una sorta di "esclusiva" su una parola relativamente comune come "Insieme" a vantaggio di una determinata forza politica
. Anche perché - è il caso di ricordarlo - l'uso in politica della parola "Insieme" precede la fondazione del soggetto politico frutto del "manifesto Zamagni": alla Camera approdò Tutti insieme per l'Italia, presentatasi alle elezioni del 2013 e tornata buona per permettere ad Alternativa libera di conservare la propria componente del gruppo misto, così come al Senato sempre nella scorsa legislatura era nata la componente Insieme per l'Italia legata a Sandro Bondi (priva però di simbolo, al punto che questo sito organizzò un concorso per dargliene uno). Per non parlare della lista Insieme, che aveva unito ex ulivisti, Verdi, Psi e Area civica, che corse alle politiche del 2018, finendo sulle schede di tutta l'Italia e avrebbe potuto formare tranquillamente un'articolazione parlamentare (gruppo o componente) se non avesse eletto solo Riccardo Nencini. Loro in effetti avrebbero potuto lamentarsi dell'uso della parola "Insieme" da parte di Infante, Cotta, Mosti e Zamagni: visto che non l'hanno fatto, non si vede perché dovrebbe potersi lamentare chi ha scelto solo più tardi di chiamarsi "Insieme".

La questione della raccolta firme e le nuove sortite sull'esenzione

Che nasca o meno il gruppo al Senato, tuttavia, la forza politica alla cui nascita Di Maio, Spadafora e le altre persone aderenti lavoreranno avrà un ostacolo molto rilevante da superare: la raccolta delle sottoscrizioni alle elezioni politiche. Dopo che la sentenza n. 48/2021 della Corte costituzionale - originata da un ricorso di Riccardo Magi e +Europa - ha respinto le questioni di legittimità in materia di numero di firme da raccogliere (si puntava alla riduzione a un quarto) e di esenzioni dalla raccolta (si era cercato di estenderne l'applicazione), valgono le regole previste "a regime" dalla "legge Rosato-bis", pur se applicate a un numero minore di collegi (a causa dell'intervenuta riduzione dei parlamentari). In particolare, per ogni collegio plurinominale - 49 alla Camera, 26 al Senato - occorre raccogliere tra 1500 e 2000 firme, con il numero minimo che si dimezza in caso di Camere sciolte oltre 120 giorni prima della scadenza naturale. Sarebbero esentate dalla raccolta firme solo le forze politiche dotate di gruppo parlamentare in entrambe le Camere all'inizio della legislatura, che attualmente sono solo cinque (MoVimento 5 Stelle, Lega, Partito democratico, Forza Italia, Fratelli d'Italia), cui si devono aggiungere i partiti rappresentativi di minoranze linguistiche che abbiano ottenuto almeno un seggio alle ultime elezioni politiche (nel 2018 ci sono riusciti Svp-Patt e Union Valdôtaine).
A febbraio, durante il procedimento di conversione del "decreto Milleproroghe", si era già tentato con emendamenti di varia provenienza di estendere la portata delle esenzioni a soggetti politici dotati di una qualche forma di presenza parlamentare qualificata, ma il tentativo non era andato a buon fine. Ora si sta tentando una nuova sortita durante la conversione di un altro decreto-legge, il c.d. "decreto elezioni 2022", che peraltro già conteneva la norma che - come nei due anni precedenti - riduceva a un terzo le firme necessarie per presentare le liste alle ultime elezioni comunali. Questa volta sembra muoversi qualcosa in più, ma non nella direzione inizialmente sperata e probabilmente in una maniera che lascia più di un dubbio sul piano dell'equità.
In particolare, vari emendamenti - presentati ovviamente da esponenti di partiti attualmente tenuti a raccogliere le firme per presentare candidature - puntavano ad agire sul numero delle firme da raccogliere (riducendolo a un terzo o poco meno, come quelli dei deputati di Alternativa Andrea Colletti e Francesco Forciniti), ma molto più spesso cercavano di estendere, anche in modo significativo, la portata delle esenzioni, sia pure seguendo diverse "piste". Se Alternativa puntava a esonerare stabilmente dalla raccolta firme tutte le liste legate a un gruppo o a una componente del gruppo misto presente almeno in una Camera, i deputati di Coraggio Italia avevano proposto varie soluzioni diverse: esentare stabilmente le liste "espressione di partiti rappresentati nel Parlamento italiano" o di un gruppo/componente presente almeno in una Camera, le liste legate ad almeno un gruppo parlamentare (in un caso addirittura esonerate dalla raccolta firme anche alle amministrative), a fine legislatura o alla data del 31 dicembre 2021, prevedendo pure un'ulteriore fattispecie esentante per i partiti o gruppi che alle elezioni politiche precedenti avessero ottenuto almeno un seggio con proprio contrassegno. 
Da considerare con attenzione erano gli interventi proposti da Riccardo Magi ed Enrico Costa (dunque da +Europa e Azione). Loro si sono fatti latori tanto di un emendamento per eliminare alla radice ogni ipotesi di esenzione (evidentemente per mettere tutte le forze politiche nella stessa condizione), quanto di due proposte di modifica volte a prevedere una tantum l'esenzione anche per altre due categorie di partiti o gruppi politici: quelli "che abbiano presentato candidature alle ultime elezioni per la Camera [...] in almeno due terzi delle circoscrizioni o alle ultime elezioni europee ed abbiano ottenuto almeno un seggio in ragione proporzionale" (visto che però tanto alle elezioni politiche quanto alle elezioni europee è prevista una soglia di sbarramento, di fatto quest'ipotesi ampliava il novero dei soggetti esonerati dalla raccolta solo a Liberi e Uguali, soggetto che peraltro da anni opera solo sul piano parlamentare, ma politicamente "non esiste") e quelli costituiti in gruppo parlamentare almeno in una Camera alla data del 31 dicembre 2021 (oltre a LeU, ne avrebbero beneficiato Italia Viva, Coraggio Italia e, volendo, anche Udc e Psi che condividono con altri partiti la denominazione di gruppo). Curiosamente, nemmeno +Europa avrebbe beneficiato di una di queste ipotesi di esenzione (non avendo superato la soglia di sbarramento e non disponendo di un gruppo parlamentare).
Il 15 giugno - quando ancora la scissione non era formalizzata - molti di quegli emendamenti presentati in commissione Affari costituzionali sono stati ritirati, tranne quelli di Alternativa (incluso uno di cui si dirà) e quello a firma Magi-Costa che combinava le due ipotesi viste (esonero esteso ai partiti presenti con un gruppo almeno in una Camera al 31 dicembre scorso e a quelli che hanno partecipato alle ultime elezioni politiche o europee ottenendo almeno un seggio "in ragione proporzionale"). La relatrice Sabrina De Carlo (M5S) e il governo - attraverso il sottosegretario Carlo Sibilia, dello stesso partito - hanno accettato quell'emendamento, imponendone però la riformulazione nel modo che segue:
Art. 6-bis. – (Disposizioni in materia di elezioni politiche) – 1. Le disposizioni dell'articolo 18-bis, comma 2, primo periodo, del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, si applicano, per le prime elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica successive alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, anche ai partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 31 dicembre 2021 o che abbiano presentato candidature con proprio contrassegno alle ultime elezioni della Camera dei deputati o alle ultime elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia in almeno due terzi delle circoscrizioni e abbiano ottenuto almeno un seggio assegnato in ragione proporzionale o abbiano concorso alla determinazione della cifra elettorale nazionale di coalizione avendo conseguito, sul piano nazionale, un numero di voti validi superiore all'1 per cento del totale.
In sostanza, alle due ipotesi alternative previste dall'emendamento originario Magi-Costa se n'è aggiunta una terza, vale a dire quella volta a esonerare i partiti che "abbiano concorso alla determinazione della cifra elettorale nazionale di coalizione avendo conseguito, sul piano nazionale, un numero di voti validi superiore all'1 per cento del totale". Il riferimento, dunque, è alle liste coalizzate alle ultime elezioni politiche: nel centrodestra questo permetterebbe l'esenzione per Noi con l'Italia (unica lista della coalizione non dotata di proprio gruppo parlamentare), mentre nel centrosinistra potrebbe risultare esentata solo +Europa, perché né Civica popolare né Insieme hanno superato la quota dell'1% (immaginando ovviamente che l'1% si riferisca al totale dei voti validi espressi in Italia, non a quelli della coalizione). Nessuna esenzione sarebbe prevista invece per l'unica lista non coalizzata che nel 2018 aveva superato l'1%, quella di Potere al Popolo!, tuttora operante come forza politica e presente anche come componente dei gruppi misti; in ogni caso, nessuna componente (diversa da LeU, che alla Camera ha un proprio gruppo, da Noi con l'Italia e da quelle delle minoranze linguistiche) sarebbe esentata, come non lo sarebbero i gruppi ex M5S Costituzione Ambiente Lavoro - Alternativa - Pc - Idv e Insieme per il futuro, nati dopo la data fissata dall'emendamento.
In questi giorni si è autorevolmente notato - in particolare in alcune riflessioni di Gianluca De Filio - che, a differenza di quanto avvenuto nelle tre tornate elettorali precedenti, ora non si è scelto di applicare un criterio uniforme per l'esenzione una tantum (nel 2008 il disporre di due parlamentari italiani o europei che dichiaravano di essere rappresentati dal partito da esentare; nel 2013 il taglio di tre quarti delle firme per tutti i soggetti non già esonerati dalla legge elettorale; nel 2018 l'esenzione per i partiti costituiti in gruppo parlamentare almeno in una Camera alla data del 15 aprile 2017, con riduzione di tre quarti delle firme per gli altri), ma di prevedere un "doppio binario" che premia le liste coalizzate nell'ultima tornata elettorale, discriminando di fatto quelle non coalizzate (come Potere al Popolo!). Ciò è vero, ma è bene ricordare che anche nel 2006, alla prima applicazione della "legge Calderoli", si propose un "doppio binario", potenzialmente anche più discriminatorio di quello attuale. In quell'anno (e nel 2013) non erano esentate solo le liste espressione di partiti costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le Camere all'inizio della legislatura (e quelle per i partiti rappresentanti di minoranze linguistiche che avevano ottenuto almeno un seggio), ma anche quelle che si fossero coalizzate con almeno due liste legate a partiti con due gruppi parlamentari e che avessero ottenuto almeno un seggio alle precedenti elezioni europee, purché avessero impiegato lo stesso simbolo schierato a quelle ultime europee. Posto che era difficile comprendere l'effettivo significato delle disposizioni, non sfugge che già allora si erano favorite le liste coalizzate, per giunta solo di coalizioni "maggiori" (formate da almeno due partiti presenti con gruppo in entrambe le Camere) e facendo dipendere l'esenzione dalle ultime elezioni europee (forse per l'assenza di sbarramento, per cui la platea dei soggetti esentati era più ampia). Forse non fu una norma chirurgica per beneficiare solo alcuni partiti (certamente ne fruirono Alternativa sociale, Fiamma Tricolore e Pensionati); di certo tagliò fuori dall'esenzione e mise in seria difficoltà la Rosa nel Pugno, perché i radicali non vollero ripresentare il simbolo della Lista Bonino per il loro nuovo progetto con i socialisti dello Sdi e quindi dovettero raccogliere le firme (e chiudere le liste ben prima di tutti gli altri).  
Tornando all'emendamento al "decreto elezioni 2022" riformulato, vanno registrate le proteste del deputato di Alternativa Forciniti: questi, nella seduta di I commissione del 15 giugno, si era indignato per il parere negativo sull'emendamento di Alternativa che oltre a esonerare dalla raccolta firme i partiti che potevano disporre di almeno un gruppo o una componente, si preoccupava anche di ridurre stabilmente lo "sbarramento all'ingresso" per le altre forze politiche, riducendo il numero delle sottoscrizioni richieste; ciò a fronte della riformulazione dell'emendamento Magi-Costa, individuata come volta a favorire "solamente i gruppi di maggioranza", chiedendo sulla base di quali valutazioni politiche si sia scelto di "favorire certi gruppi parlamentari" (e di escluderne altri, inclusi quelli sorti nel 2022, anche se questa norma era già prevista nell'emendamento originario). Nel resoconto non c'è traccia delle spiegazioni chieste da Forciniti, mentre l'emendamento Magi-Costa riformulato è stato approvato, pur con l'astensione di Vittoria Baldino (M5S) e il voto contrario di Elisa Siragusa (Europa Verde - Verdi). Vale la pena notare che prima era stato respinto un emendamento a firma Coletti-Forciniti, identico a una proposta - ritirata - di Magi e Costa, con cui si puntava a togliere l'obbligo di indicare i nomi dei candidati dei collegi uninominali sui moduli della raccolta firme per le liste dei collegi plurinominali: era stato, questo, un nuovo tentativo di porre rimedio alla situazione "tossica" emersa già alla vigilia della presentazione delle candidature nel 2018, per cui le liste interessate a coalizzarsi ma tenute alla raccolta firme devono attendere che il resto della coalizione - a partire dalle liste che non hanno bisogno di sottoscrittori - decida i nomi dei candidati dei collegi uninominali prima di poter raccogliere le sottoscrizioni necessarie, riducendo così il già scarso tempo a disposizione. La vita per le liste non esonerate dalla raccolta firme resta dunque difficile e assai poco equa (anche se "sganciare" i candidati dei collegi uninominali da quelli delle liste avrebbe creato altri problemi).   
Se però era stato raggiunto un accordo in commissione, risulta - sempre attraverso il profilo Fb di Gianluca De Filio, in un post di ieri, giorno dell'annuncio della scissione di Di Maio e varie altre persone elette con il M5S - che sia stato presentato un emendamento dal deputato Pd Stefano Ceccanti, volto ad ampliare le ipotesi di esenzione (e proprio ieri si è rinviato l'esame del disegno di legge di conversione del decreto). Si riporta di seguito il testo dell'articolo come risulterebbe modificato dall'emendamento
Art. 6-bis. – (Disposizioni in materia di elezioni politiche) – 1. Le disposizioni dell'articolo 18-bis, comma 2, primo periodo, del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, si applicano, per le prime elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica successive alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, anche ai partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 31 dicembre 2021 o che abbiano presentato candidature con proprio contrassegno anche se composito alle ultime elezioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica o alle ultime elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia in almeno due terzi delle circoscrizioni e abbiano ottenuto almeno un seggio assegnato o che abbiano concorso alla determinazione della cifra elettorale nazionale di una coalizione che ha avuto almeno un eletto, con almeno 150.000 voti validi sul piano nazionale sia alla Camera sia al Senato e che abbia partecipato all'ultima ripartizione del gettito derivante dal 2 per mille.
Fermo restando dunque l'esonero dalla raccolta firme per i partiti legati a gruppi esistenti alla fine dello scorso anno (LeU, Italia viva, Coraggio Italia e quasi certamente Udc e Psi), il contemporaneo riferimento al contrassegno "anche se composito" alle elezioni politiche ed europee e all'ottenimento di un seggio senza più specificare "in ragione proporzionale" aprirebbe all'esenzione per un numero ben maggiore di soggetti. Potendo rilevare anche i seggi ottenuti nei collegi uninominali da soggetti che intendano fare riferimento ai partiti presenti "in miniatura" in un contrassegno composito potrebbe permettere l'esenzione - oltre che al Psi e all'Udc, se non si fossero già fatti rientrare nella fattispecie dei gruppi in una Camera - anche a Centro Democratico (che ha eletto almeno Bruno Tabacci), ai Centristi per l'Europa (che hanno eletto Casini) e ad Alternativa popolare (che aveva eletto Beatrice Lorenzin e Gabriele Toccafondi), ma a quel punto potrebbe essere difficile negare l'esenzione anche alle altre "pulci" di Insieme (Verdi, Area civica, ulivisti di Insieme) e Civica popolare (L'Italia è popolare, Unione - per il Trentino - e Idv), liste che non avevano preso l'1% ma 150mila voti sì. In più il riferimento alle elezioni europee, come giustamente nota De Filio, "potrebbe garantire una deroga anche a Calenda da solo, senza bisogno di presentare un simbolo comune con +Europa", in virtù della corsa elettorale comune alle europee del 2019 nella lista con il Pd: il fatto, tra l'altro, che Siamo europei - che ha partecipato alla ripartizione del 2 per mille, come chiesto dall'emendamento - si sia ufficialmente trasformata, anche per il Registro dei partito in Azione non comporterebbe forse nemmeno la necessità di riesumare il riferimento grafico a Siamo europei. Quanto al riferimento alla partecipazione all'ultima ripartizione del 2 per mille (dovendosi intendere per "ultima" quella decisa tra la fine del 2021 e l'inizio del 2022, non ne è troppo chiara la portata concreta: vari tra i partiti cui è stato negato l'accesso al 2 per mille per il 2022, infatti, sarebbero comunque esenti per altri motivi (M5S, Alternativa popolare, Noi con l'Italia).
Si può capire come un'eventualità simile non piaccia al centrodestra (che vedrebbe moltiplicarsi i simboli "liberi da firme" a sinistra), ma di certo non piacerebbe nemmeno ad Alternativa e al costruendo soggetto politico di Di Maio, tuttora legato alle firme da raccogliere. Si vedrà nei prossimi giorni se passerà l'emendamento di Ceccanti o se resterà il testo votato in commissione. Nel frattempo, anche stavolta, dovere o non dover raccogliere le firme potrebbe essere (anche) questione di simboli. 

martedì 21 giugno 2022

Insieme per il futuro: nome vecchio (e non fortunato) per Luigi Di Maio

Era inevitabile che l'indiscrezione - poi confermata dall'interessato - secondo la quale nuovi gruppi parlamentari legati a Luigi Di Maio sarebbero stati in via di costituzione con il nome Insieme per il futuro attirasse l'attenzione di molte persone, a partire ovviamente dai #drogatidipolitica. Ovviamente al momento non si parla di un simbolo, anche se potrebbe nascere in seguito (spesso comunque i gruppi e le componenti hanno visto la luce prima dei rispettivi simboli; alle volte - come avvenne con Insieme per l'Italia - il simbolo non è mai stato creato). Di certo, però, si può già dire che il nome scelto, ove non cambiasse, non è affatto nuovo: ci sono numerosi esempi a livello locale, a volte felici, a volte molto meno (anche in termini di opportunità).

Un nome già usato 50 volte in 4 anni

Una sentenza definitiva e piuttosto dura sul nome scelto dai parlamentari vicini a Di Maio è stata resa poche ore fa da Giovanni Sasso, direttore creativo di Proforma: "Quando ci chiedono di creare il nome di una nuova forza politica, che sia un partito o una piccola lista comunale, la prima cosa che facciamo è scartare due sostantivi, perché così tanto sentiti e utilizzati in passato che hanno ormai perso ogni potere evocativo, diventando irreversibilmente vuoti e retorici. I due sostantivi sono 'insieme' e 'futuro'". Anche quest'anno, per dire, il nome "Insieme per  il futuro" figura quattro volte tra le liste presentate alle elezioni amministrative di quest'anno: sulle schede è stato trovato a San Marco dei Cavoti (Bn), con nonno e nipotino davanti al paese; Visciano (Na), con una veduta del paese in bianco e nero stretta tra due mani gialle e blu; Castiglione Messer Marino (Ch), con un girotondo di persone arcobaleno al centro e una corona gialla intorno; Torella del Sannio (Cb); stesso girotondo, tra due pecette biancoverdi sfumate, anche se qui il nome ha i puntini di sospensione (Insieme per... il futuro). Completano il quadro dei nomi visti sulle schede quest'anno due nomi decisamente simili: Insieme per un futuro visto a Bagnara Calabra (Rc) e Insieme verso il futuro, comparso invece tra le liste presentate ad Arena, sempre in Calabria, ma stavolta in provincia di Vibo Valentia.
La stessa osservazione, ovviamente, si potrebbe fare per gli anni precedenti: il sito del Ministero dell'interno mette ancora a disposizione gli elenchi delle liste ammesse nei tre anni precedenti. Uno sguardo approfondito - condotto anche grazie alle ricerche di Massimo Bosso - ha permesso di trovare liste denominate "Insieme per il futuro" (magari abbinate al nome della singola località) alle elezioni amministrative dei seguenti comuni:  
8 liste nel 2021Alpago (Bl), Civita d'Antino (Aq), Guardiaregia (Cb), Montorio Romano (Rm), Pereto (Aq), Pettoranello del Molise (Is), San Michele al Tagliamento (Ve), San Potito Sannitico (Ce);
4 liste nel 2020Casalciprano (Cb), Castronuovo di Sant'Andrea (Pz), Maropati (Rc), Torriglia (Ge) - a queste si può aggiungere Insieme verso il futuro a Collarmele (Aq);
34 liste nel 2019: Albenga (Sv), Alfiano Natta (Al), Alonte (Vi), Bagno di Romagna (Fc), Bargagli (Ge), Bassano Bresciano (Bs), Braone (Bs), Cantalupo in Sabina (Ri), Casargo (Lc), Castelverrino (Is), Cerreto Di Spoleto (Pg), Cerrina Monferrato (At), Cortiglione (At), Drapia (Vv), Gradoli (Vt), Loro Piceno (Mc), Marzano Appio (Ce), Mattie (To), Missanello (Pz), Montalto Uffugo (Cs), Montano Antilia (Sa), Ottobiano (Pv), Paderno Ponchielli (Cr), Pomaretto (To), Robella (At), Roccabianca (Pr), San Giorgio Monferrato (At), San Giovanni In Galdo (Cb), San Lorenzello (Bn), San Martino Canavese (To), Sant'Angelo Trimonte (Bn), Villanova del Battista (Av), Zerbo (Pv),  Zovencedo (Vi) - a queste si può aggiungere  Insieme verso il futuro a Mompeo (Ri).
In tutto, senza contare le versioni molto simili (per non parlare di altre combinazioni non troppo distanti nel significato: Per il futuro, Uniti verso il futuro, Futuro insieme...), solo negli ultimi quattro anni (compreso il 2022) di liste denominate "Insieme per il futuro" se ne contano ben 50: ovviamente il 2019 fa la parte del leone, visto che è l'anno con il turno più nutrito di elezioni amministrative.

Una scarsa novità a portata di tastiera

Si potrebbe sostenere che giusto i #drogatidipolitica (o i "Malati di politica" dell'omonima pagina Facebook) possono andare a spigolare nelle vecchie elezioni l'esistenza di altre liste con lo stesso nome. Anche ammesso che sia vero, per verificare come l'espressione "Insieme per il futuro" sia priva tanto di novità quanto di capacità distintiva basta ricorrere alla tastiera e a un motore di ricerca. Chi scrive ha provato a cercare su Google "Insieme per il futuro" e a guardare le occorrenze: ebbene, nella prima decina di risultati offerti, sono sbucate almeno sei liste presentate negli ultimi anni in altrettanti comuni.
In particolare, la ricerca ha offerto pagine relative a liste presentate - seguendo l'ordine di apparizione offerto allo scrivente - a Bargagli (Ge) nel 2019, al Castronuovo di Sant'Andrea (Pz) nel 2020, ad Alpago (Bl) 2021, a Godrano (Pa) nel 2020 (lista che non fa parte dell'elenco precedente, visto che non comprendeva la Sicilia), a San Michele al Tagliamento (Ve) nel 2021 e a Montegalda (Vi) nello stesso anno. 
Come si vede, i simboli sono profondamente diversi tra loro, pur restando uguale il nome (anche solo come parte di una denominazione più ampia). Basta questo, a ben guardare, a sconsigliare l'uso di quest'etichetta per distinguere un nuovo gruppo parlamentare e politico a livello nazionale. 

Precedenti di non buon auspicio

Guardando i simboli che sono stati presentati quest'anno, qualche soggetto particolarmente attento avrà forse provato una sensazione di déjà vu, ovviamente con piena ragione. Insieme per... il futuro (anzi, a voler esercitare un'estrema precisione, "Insieme per... ... il futuro") è stata una presenza fissa negli ultimi anni nella rubrica Simboli "sotto i mille" curata da Massimo Bosso. Il simbolo con il girotondo umano color arcobaleno, stretto tra due cartigli verdi sfumati con il nome della lista, è infatti comparso puntualmente nelle elezioni di vari comuni con meno di mille abitanti - nei quali, com'è ormai noto, non c'è bisogno di raccogliere le firme - dal 2016 in avanti, raccogliendo quasi sempre risultati magrissimi. Per chi si fosse perso le varie puntate della saga, si può ricordare che il contrassegno è comparso in provincia di Campobasso a Guardiaregia nel 2016 (8 voti), a Torella del Sannio nel 2017 (zero voti), a Ripabottoni nel 2018 (ancora zero voti; lo stesso emblema è apparso anche a Cesara - Vco - dove invece ha vinto bene), a San Giovanni in Galdo nel 2019 (un solo voto, mentre una lista con lo stesso nome ma altro simbolo ha corso a Castelverrino, in provincia di Isernia, ottenendo 2 voti), a Casalciprano nel 2020 (2 voti); è poi rispuntato a Guardiaregia nel 2021 e - come detto - a Torella del Sannio quest'anno, in entrambi i casi senza racimolare nemmeno un voto.
Si è già avuto modo tante volte di ricordare che molte liste, soprattutto in alcune regioni (e in Molise in particolare), sono presentate senza avere alcun legame con il piccolo paese in cui concorrono e non di rado non ottengono il minimo consenso nelle urne (o conquistano pochissimi voti). Si è anche già visto come il ripetersi di determinati simboli e dei nomi di certe persone candidate faccia supporre che dietro quelle liste esistano fini diversi dalla reale partecipazione alle elezioni (arrivando spesso a identificarli nelle norme che prevedono per coloro che appartengono alle forze di polizia un regime di "aspettativa speciale con assegni" dall'accettazione della candidatura al giorno delle elezioni). Già solo i risultati ottenuti nel corso degli anni da Insieme per... il futuro non sembrano di buon auspicio per un gruppo politico che voglia chiamarsi così; ogni altra considerazione sull'opportunità di usare proprio quel nome, legato alle dinamiche di cui si è parlato, è rimessa alle riflessioni di lettrici e lettori.

La formazione del gruppo, soprattutto in Senato

Luigi Di Maio, in conferenza stampa, ha confermato di lasciare il MoVimento 5 Stelle ("Da oggi inizia un nuovo percorso insieme a persone che hanno scelto di guardare al futuro") e ha precisato che lui e i suoi compagni di avventura "non hanno nessuna intenzione di costruire una forza politica personale, di esibirvi un simbolo, di somministrarvi l'ennesimo manifesto elettorale", ma di intraprendere un cammino, "un'onda che avrà al centro le esperienze territoriali". Avrà però certamente bisogno di formare gruppi parlamentari autonomi, se non altro per avere visibilità e risorse per potere meglio agire in quest'ultima fase di legislatura.
Durante la conferenza stampa non è stato svelato il nome dei nuovi gruppi, anche se lo stesso Di Maio ha ribadito il concetto: "Ai colleghi e amici che sono qui io dico: mettiamoci in cammino 'insieme per il futuro', un futuro che sarà di tutti coloro che vorranno condividere questo progetto". Le virgolette interne alla frase sono nostre, non è dato sapere se fossero scritte nel discorso letto dal ministro degli esteri, ma potrebbero tranquillamente starci. Al di là del nome - per il quale valgono le riserve viste sopra - è però noto che occorrono requisiti precisi per la costituzione, il che non è comunque un aspetto banale. Il tema è già stato trattato altre volte in queste pagine, anche per le sue aderenze alla materia "simbolica", ma vale la pena tornarci una volta di più.
Com'è noto, in questa legislatura alla Camera per formare un gruppo è sufficiente che lo compongano venti deputati: le indiscrezioni circolate quest'oggi andrebbero proprio in questa direzione. Al Senato la questione è più delicata: si è già ricordato più volte che, se fino alla fine della scorsa legislatura, erano sufficienti dieci senatori, a fine dicembre del 2017 si approvò una nuova disposizione regolamentare. Il nuovo testo dell'art. 14, comma 4 continua a richiedere una consistenza minima di 10 senatori, ma aggiunge che ogni gruppo "deve rappresentare un partito o movimento politico, anche risultante dall'aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l'elezione di Senatori"; l'art. 15, comma 3 precisa però che possono nascere nuovi gruppi in corso di legislatura (oltre che "risultanti dall'unione di Gruppi già costituiti") purché siano sempre di almeno 10 senatori e corrispondano "a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati", dunque uniti nello stesso contrassegno (con una "pulce" o soluzioni simili) o collegati in coalizione.
Ora, è ben noto che questa regola avrebbe dovuto scoraggiare la nascita di nuovi gruppi non legati realmente al risultato elettorale, sicuramente non per dare una "casa parlamentare" a partiti di nuovo conio (cosa che impedirebbe la formazione di un gruppo come Insieme per il futuro); è però altrettanto noto che questa norma ha subito un primo strappo significativo - evidentemente con il consenso dell'istituzione senatoriale - quando si è consentita la nascita del gruppo Italia viva - Psi, grazie alla partecipazione al gruppo di Riccardo Nencini (eletto sì del Psi, ma in un collegio uninominale e assoluta minoranza nel gruppo di Iv). Altre vicende hanno messo a dura prova la tenuta della stessa regola (a partire dalla breve vita del gruppo degli Europeisti). La rigidità di quella norma è saltata però del tutto con la nascita del gruppo CAL (Costituzione, Ambiente, Lavoro) - Alternativa - Pc - Idv, dopo un primo tentativo durato solo poche ore a gennaio di formare il gruppo CAL - Idv. Quando il sorgere del gruppo è stato autorizzato dalla Presidenza del Senato (il 27 aprile scorso, con annuncio nella seduta successiva), infatti, nessun partito citato all'interno della denominazione del gruppo - allora etichettato come "C.A.L. (Costituzione, Ambiente, Lavoro)-Pc-Idv" - aveva eletto alcun senatore nel 2018 e lo stesso può dirsi oggi, dopo l'aggiunta del riferimento al partito Alternativa. Tanto il Partito comunista quanto l'Italia dei valori in effetti avevano partecipato alle elezioni (il primo autonomamente, il secondo soggetto all'interno del cartello Civica popolare), ma non avevano ottenuto alcun eletto al Senato; tutt'al più, Civica popolare aveva eletto in un collegio uninominale Pier Ferdinando Casini, ma sarebbe stato davvero impossibile considerare una sua "imputazione" all'Idv. 
Dal momento però che la costituzione del gruppo è stata concessa, si deve per forza ammettere che la Presidenza del Senato ha accettato che a rappresentare un partito che aveva partecipato alle ultime elezioni politiche fosse una senatrice o un senatore che aveva aderito in un secondo tempo al partito che diceva di rappresentare, in modo da consentire la nascita di un nuovo gruppo che formalmente rappresenta il partito richiedente, ma contiene nel nome anche altri soggetti politici. Visto che, nel frattempo, Emanuele Dessì ed Elio Lannutti hanno aderito rispettivamente al Pc e all'Idv, la costituzione del gruppo deve per forza essersi basata su questo legame, che in precedenza era già stato considerato sufficiente per far nascere una componente del gruppo misto, secondo un parere espresso dalla Giunta per il regolamento. E se in quell'occasione vari studiosi lamentarono il fatto che, in pratica, si era modificato il regolamento del Senato - che non prevede le componenti - senza seguire le regole previste dal regolamento stesso, oggi non si può non notare che con l'ultima rilettura dell'art. 14, comma 4 di fatto si è completamente annullata la restrizione introdotta nel 2017 nel medesimo regolamento (anche grazie al precedente sulle componenti), ancora una volta senza seguire le procedure prescritte e di fatto replicando una situazione simile a quella creatasi a partire dal 2005 con le componenti del gruppo misto alla Camera (per cui, oltre al requisito del minimo di tre membri, ci si è accontentati che questi "rappresentassero" un partito che aveva partecipato alle precedenti elezioni anche solo sulla base di un "sostegno tecnico", senza essere stati eletti in nome di esso o persino senza essere entrati a farne parte).
Così, a meno di qualche dietrofront nell'interpretazione, se Luigi Di Maio vorrà creare un gruppo al Senato, potrà avvalersi di uno qualunque dei partiti che abbiano partecipato, anche solo "uniti o collegati" alle elezioni politiche del 2018, accostando il suo nome a quello scelto per la nuova articolazione parlamentare, avendo solo l'accortezza di includere nel gruppo almeno una senatrice o un senatore che aderisca a quella forza politica. Potrà farlo in nome dell'interpretazione che ha permesso ad Alternativa - altri fuoriusciti dal M5S - di costituirsi in gruppo. E, ironia della sorte, potrebbe farlo - volendo prendere per buoni alcuni rumors, anche se le voci sono diverse - grazie al simbolo di Centro democratico, che pure non aveva eletto nessuno al Senato nel 2018 (Emma Bonino era indiscutibilmente legata a +Europa): proprio Centro democratico, però, insieme al Maie, aveva consentito la nascita del gruppo degli Europeisti, almeno fino al suo scioglimento alla fine di marzo del 2021. Bruno Tabacci potrebbe così essere di nuovo determinante per la geografia parlamentare italiana, soprattutto grazie alle interpretazioni che, volta per volta, hanno reso davvero lasche regole pensate per essere rigide e invincibili. 

lunedì 20 giugno 2022

Simboli sotto i mille (2022): il Centro e il Sud (di Massimo Bosso)

Riprendiamo il viaggio nei piccoli comuni italiani che hanno votato il 12 giugno. Esaurito il Nord (allargato alla Toscana), ora è tempo di partire per il Centro e il Sud, includendovi anche la Sardegna (che, pur essendo una Regione a statuto speciale, applica norme elettorali amministrative uguali a quelle vigenti per i comuni situati nelle Regioni a statuto ordinario). Rispetto a quanto abbiamo visto nel tragitto precedente, lo scenario elettorale cambia e, come nelle tornate precedenti, si trovano le famigerate "liste per le licenze" (o almeno hanno tutta l'aria di esserlo): il tema è già stato largamente trattato in questo sito, finendo anche oggetto di alcuni servizi della trasmissione Striscia la Notizia e di alcune proposte di legge che hanno tentato di risolvere il problema.
Non si trova nulla di anomalo da segnalare nei due microcomuni in cui si è votato in
Umbria, cioè Poggiodomo e Monteleone di Spoleto: in entrambi i luoghi si sono sfidate due liste locali, con quelle sconfitte che hanno ottenuto comunque un buon risultato. Merita però di essere segnalata la curiosità relativa al comune di Poggiodomo, dove la competizione è finita 41 voti (per Poggiodomo di tutti) a 38: dal momento che gli abitanti sono 99, è facile fare il conto e notare che in questo comune il 10% della popolazione è in consiglio comunale (immaginando che tutte le persone elette risiedano in paese).
Nelle Marche
sempre con riferimento ai comuni "sotto i mille", sono andati al voto Frontino e Tavoleto. Nel primo si è presentata una sola lista, ma si è presentato alle urne il 73% degli aventi diritto, quindi non c'è stato alcun problema. Anche a Tavoleto - paese che ha circa 850 abitanti quindi non piccolissimo rispetto ad altre realtà che incontriamo di solito nei nostri viaggi virtuali - c'era una sola lista locale (quella del sindaco uscente), ma si è presentato anche il Partito Gay LGBT+: lì ha ottenuto un più che dignitoso 19,39%, pari a 76 voti (ha votato circa il 55% del corpo elettorale, dunque l'affluenza non sarebbe stata comunque un problema) e ha eletto tre consiglieri. 
Si presenta sicuramente più complessa e composita la situazione nel Lazio, in questa regione troviamo due liste della Fiamma Tricolore, presentate negli unici comuni con meno di mille abitanti della provincia di Frosinone. A Castelnuovo Parano, oltre alla lista locale - del primo cittadino uscente - Impegno per Castelnuovo che fa il pieno di voti (546 - 92,39%) e il vuoto intorno a sé,
troviamo una lista non meglio classificabile, Uniti per Castelnuovo Parano che sembra aver candidato persone residenti nel sorano e ha ottenuto 39 voti (6,60%), aggiudicandosi i 3 seggi di minoranza. Non sembra proprio che la presenza della lista e della candidata sindaca, la giornalista Marta Di Cocco, sia stata concordata, viste le polemiche sorte dopo il voto. Sono rimaste fuori dal consiglio - avendo ottenuto entrambe solo 3 voti, pari al 0,51% - la Fiamma Tricolore, che proponeva il segretario provinciale Luciano Alagia, e il Movimento politico Libertas, un partito che esiste a livello nazionale e, nel tentativo di ottenere visibilità a livello locale, ha presentato diverse liste, quasi mai con risultati apprezzabili (e in certi casi pare che nelle liste siano stati inseriti anche alcuni membri delle forze dell’ordine).
Si trovano addirittura sei liste a 
San Biagio Saracinisco, due delle quali sono indubbiamente locali e si sono divise i dieci seggi in palio. Come nel 2017 ha vinto la lista Il Campanile, ma mentre cinque anni prima aveva ottenuto il 81,89%, questa volta si è dovuta accontentare del 52,07%, cedendo voti a Consenso civico - Avanti Uniti, per la quale hanno votato 87 persone (pari al 35,95%). Al terzo posto si è piazzata Noi per san Biagio, 29 voti (11,98%), che ha mancato il seggio per un solo voto: l'ultimo quoziente utile era proprio 29, ma l'aveva ottenuto anche Consenso civico e, a parità di quoziente, il seggio è stato assegnato alla lista più votata, come previsto dalla legge. Sono rimaste a zero voti (e ovviamente fuori dal consiglio comunale) tanto la Fiamma Tricolore, quanto le liste Noi Patrioti e +Verde Cuore Ambientalista: queste ultime hanno adottato nomi e simboli già visti in passato e, viste le circostanze e gli esiti, la loro natura è facilmente identificabile.
Con protagonisti diversi una situazione simile si è prodotta a Casape, in provincia di Roma. Lì ha vinto Rinascita Casape con 226 voti (54,20%); al secondo posto è arrivata la lista civica Torre Merlata con 130 voti (21,18%), ottenendo due seggi, mentre il terzo scranno riservato alle minoranze è andato a Partecipazione popolare Casape, formazione riuscita a entrare in consiglio con 56 voti (13,43%), un risultato comunque non irrilevante. Sulla scheda erano presenti anche Il Partito Gay (2 voti, 0,48%) e Italia dei Diritti, movimento che abbiamo già incontrato nelle precedenti tornate elettorali e che anche nel 2022 ha presentato alcune liste: a Casape la formazione di Antonello De Pierro ha raccolto 3 voti (0,72%). Vale la pena sottolineare che in questo comune si era votato nel 2021 (quindi, di fatto, pochi mesi fa), ma le dimissioni del sindaco hanno provocato queste elezioni decisamente anticipate; l'anno scorso a Casape si era registrato un insolito exploit della lista Progetto Popolare (100 voti, pari al 33,90%), movimento che in passato ha presentato diverse liste ma che questa volta non ha partecipato al voto. Si può notare anche che la lista arrivata terza non sembra estranea al paese: il candidato sindaco era Matteo Pallante e il suo cognome sembra essere diffuso in paese (nel manifesto delle candidature altre quattro persone candidate al consiglio comunale avevano lo stesso patronimico).
C'erano di nuovo sei liste a Camerata Nuova e le due locali hanno lottato veramente alla  pari: Sviluppo e Tradizione - che ripresentava il sindaco uscente - ha vinto con 151 voti, prevalendo sui 147 attribuiti a Camerata si rinnova; sono di fatto risultati decisivi i 16 voti (pari al 5,10%) dati a Rinnovamento Democratico, lista non facile da collocare (anche per il simbolo abbastanza studiato, con l'immagine di un contadino alla semina). Sono rimaste invece a zero voti Italia dei Diritti, Movimento Politico Libertas e Movimento Patria Nostra, che proponeva come sindaco Valerio Arenare: il gruppo è legato al Movimento nazionale - la Rete dei Patrioti. Proprio sul profilo Facebook di Arenare si è letta una dichiarazione su queste elezioni: "La nostra candidatura a Camerata Nuova è simbolica, nessuno dei candidati in lista è residente nel piccolo paese della provincia di Roma, il nostro è stato solo un gesto simbolico per dire 'ci siamo'! E che con la Rete dei Patrioti vogliamo costruire qualcosa di serio e concreto per il nostro paese. Nonostante sia una candidatura simbolica, a dimostrazione della nostra serietà, abbiamo avviato comunque la campagna elettorale con tanto di programma politico, redatto da seri professionisti ed adatto alle esigenze di Camerata Nuova. Non sappiamo se prenderemo voti o no, non è una cosa che ci preoccupa, ma dovevamo dare un segnale e abbiamo pensato di farlo attraverso una nostra candidatura simbolica". Da segnalare che il contrassegno della lista non contiene l'ascia bipenne di norma vista nell'emblema del movimento (non è dato sapere se sia stata tolta su sollecitazione della sottocommissione elettorale circondariale o se i candidati stessi abbiano scelto di non schierarla).
A dispetto dei suoi circa 700 abitanti, Ventotene ha visto finire il proprio appuntamento elettorale sotto i riflettori a livello nazionale soprattutto per la candidatura di Mario Adinolfi, che si è proposto come primo cittadino per il partito da lui fondato, Il Popolo della Famiglia. Le cronache e gli spigolatori seriali di dati elettorali, già all'uscita dei risultati, hanno rilevato come a dispetto della notorietà del personaggio nessuna elettrice e nessun elettore di Ventotene abbia crociato il simbolo o il nome di Adinolfi, mentre il Partito Gay è riuscito a ottenere giusto un voto. Non c'è stata dunque partita con le due liste locali, che hanno raccolto rispettivamente 274 e 223 voti (ha vinto Insieme per Ventotene).
Passando in provincia di Rieti, a Latera si è presentata una sola lista locale (Insieme per Latera) che ha ottenuto il 95,91%, il restante 4,09% (pari a 19 voti) è finito all'unica altra lista, legata al Movimento politico Libertas, che così è riuscito a ottenere i tre seggi dell'opposizione. A Nespolo le liste erano invece quattro, per un paese di 245 abitanti e meno di 200 elettori: lì ha vinto con 84 voti Futuro e Tradizione (la stessa lista vincitrice nel 2017: anche il sindaco uscente è stato confermato), mentre 51 voti e i seggi di opposizione sono andati a Forza Nespolo Cambiamo!. Ha mancato l’ingresso in consiglio la lista Nespolo al centro (si noti la stessa struttura del simbolo già notata nella lista Rieti al centro, anche se qui il carattere principale è stato cambiato), che ha ottenuto 16 voti (quando ne sarebbero serviti 18 per entrare); Italia dei Diritti, per parte sua, è risultata ininfluente nella competizione, visto che non ha ricevuto nemmeno un voto.
A Casaprota ha stravinto la lista Progetto futuro condiviso con  l'83,33%, al secondo posto con 49 voti pari a 14,33% troviamo la lista Io ci credo e viene da chiedersi: quella candidatura sarà servita a tenere fuori gli estranei? Nel 2017, infatti, anche qui aveva schierato una sua lista Progetto popolare, che aveva ottenuto i consiglieri di minoranza quasi con la stessa percentuale. Questa volta hanno partecipato anche il Partito Gay ed Italia dei Diritti, che hanno raccolto 4 voti (1,17%) a testa. 
Infine a Salisano, sempre nel reatino, le due formazioni locali sono sembrate piuttosto "agguerrite" e la competizione tra loro è finita 179 voti a 155, con Uniti per Salisano risultata prevalente su Impegno Comune. Alla prova dei fatti, quindi, si è dimostrata ininfluente la presenza del Movimento Democrazia sociale che, a spoglio concluso, si è vista attribuire un solo voto. La fine del percorso in Lazio, insomma, mostra che 
in tutti i comuni sotto i mille abitanti erano presenti liste esterne, quale che ne fosse lo scopo: un vero en plein!

In Abruzzo, dando uno sguardo complessivo ai comuni "sotto i mille" andati al voto, si rileva una notevole presenza di liste extra muros: non di rado, l'impressione che se ne ha è proprio quella di liste presentate "a scopo licenza" (in più casi i media locali hanno messo in luce l'appartenenza alle forze di polizia dei candidati sindaci). Vale la pena procedere con una rapida carrellata, iniziando da 
Barrea, in provincia dell'Aquila: qui si trovano Siamo Italia (3 voti) e +Verde Cuore Ambientalista (stesso simbolo visto prima, rimasto a secco). Nel 2017 i tre seggi di minoranza erano andati alla già ricordata Progetto popolare; questa volta, vista la presenza di due liste locali, per gli esterni non è rimasto niente.
A Campo di Giove, nella stessa provincia, sono spuntate la Lista Beta e La Nuova Scelta 
(già viste e riviste in passato: ci mancavano vero?), vale a dire le prime formazioni che presentano nel contrassegno una grafica davvero minimal (al di là dell'arancione sfoggiato stavolta dalla Nuova scelta). Morale: entrambe hanno raccolto ben zero voti e sono rimaste fuori dal consiglio. Quanto alle altre due liste locali, ha vinto Le ali per Campo con un distacco di soli 17 voti, ma si apprende che il candidato sindaco della lista sconfitta, Insieme per Campo di Giove, avrebbe presentato accesso agli atti lamentando vari vizi nelle operazioni post-elettorali.
A Sant'Eusanio Forconese, comune ubicato sempre nell'aquilano, la lista Catena Sindaco (altra grafica che più semplice non si può, già vista l'anno scorso a Ofena con lo stesso candidato) ha ottenuto soltanto un voto. Gli altri due simboli finiti sulla scheda erano esattamente gli stessi che avevano concorso nel 2017, anche se legate ad aspiranti sindaci diversi e, in ogni caso, senza avere 
allora altre liste concorrenti: come cinque anni fa è risultata vincitrice la lista Progetto futuro, mentre Insieme per crescere ha ottenuto anche questa volta i 3 seggi riservati alla minoranza grazie a 38 voti (che comunque in questo piccolo comune sono stati pur sempre pari al 16,52%: nel 2017 ne erano bastati 29).
Sempre nella stessa provincia si trova Civitella Alfedena: lì si incontra Alternativa in Comune (un solo voto, un simbolo non nuovo in questi viaggi "sotto i mille" e un candidato sindaco già ampiamente visto negli anni precedenti in altre competizioni, anche con simboli diversi) e rispunta Noi Patrioti (zero). La lista Civitella agire comune ha vinto a mani basse (145 voti, pari all'88,41% dei voti validi): come nel 2017, è stata proposta quale seconda lista Futuro Insieme,  che con i 18 voti raccolti (10,98%) si è aggiudicata i tre consiglieri di opposizione (ammesso che di vera opposizione si tratti...); tra l'altro, il capolista di quest'anno, Alessandro Cruciani, nel 2017 era stato l'aspirante primo cittadino di quella stessa formazione.
Nel comune aquilano di Caporciano la lista Protagonismo e Partecipazione ha ottenuto soltanto 11 voti (8,73%), ma questi sono stati sufficienti a eleggere i tre consiglieri di opposizione, visto che l'unica altra lista in corsa era quella vincitrice (e certamente locale). Si può facilmente notare, peraltro, che il contrassegno della lista arrivata seconda è piuttosto elaborato (ben diverso da quelli "sospetti" visti sin qui); lo stesso cognome del candidato sindaco si ripete altre tre volte tra i nomi di coloro che aspiravano al consiglio  comunale. Se a questo si aggiunge che entrambe le liste erano composte solo da sette persone, l'impressione è che Progresso e partecipazione sia nata essenzialmente come lista per eludere il problema quorum (ha votato il 42,21% degli aventi diritto).
Occorre fare almeno un rapido salto a Prata d'Ansidonia (sempre in provincia dell'Aquila), innanzitutto per ragioni di natura simbolica: entrambe le liste presentate hanno una grafica più che elementare e certamente rivedibile. Ciò vale tanto per la lista vincitrice, Insieme per il territorio (che ha riconfermato il sindaco uscente e il nome della lista di cinque anni fa, ma non l'emblema di allora, oggettivamente fatto meglio rispetto all'immagine del fiore piazzata su fondo arancione senza essere scontornata), quanto per la seconda lista, Uniti per Prata. Il risultato di quest'ultima (41 voti, pari al 17,01%) può far interrogare sul ruolo giocato da questa formazione: posto che difficilmente ci sarebbero stati problemi di quorum (ha votato il 41,26% degli aventi diritto), si può ricordare che nel 2017 erano state presentate quattro liste, incluse La Nuova Realtà (con 9 voti) e Uniti con voi (rimasta a secco). A dispetto della grafica fin troppo semplice, il risultato (e la presenza in lista di alcuni consiglieri uscenti) sembra suggerire che Uniti per Prata sia servita più a evitare ingressi esterni in consiglio comunale che a favorirli.
Prima di abbandonare la provincia dell'Aquila, è opportuno fermarsi un momento a Villavallelonga, comune di oltre 800 abitanti. Le liste presentate erano soltanto due e, guardando il risultato, non sembrerebbe di trovarsi di fronte a una situazione troppo anomala: ha vinto Per Villavallelonga (73,38%), che ha consentito il terzo mandato consecutivo al sindaco uscente, mentre la seconda lista Insieme si può! - con la foto di un lupo nel contrassegno e un improbabile carattere Algerian per il testo - si è aggiudicata i seggi della minoranza con il restante 26,62%. Domenico Simonetti, peraltro, risultava consigliere uscente a Gioia dei Marsi (altro comune aquilano) e non particolarmente noto in paese; i non pochi voti ottenuti possono essere interpretati, oltre che come voti di chi ha inteso scegliere proprio quella lista, come espressione di protesta verso l'amministrazione uscente.  
Passando in provincia di Chieti, la prima tappa è il comune di Fraine (curiosità: per la prima volta è capitato che il manifesto sia stato inserito nell'albo pretorio con una fotografia digitale, come si può vedere a fianco). La lista locale, Uniti per cambiare Fraine, ha raccolto ben il 92,08%. Al secondo posto si è collocata la lista Tutti per Fraine, destinataria di 9 voti (5,08%), ma soltanto di due eletti: il terzo è stato conquistato da L'Alternativa (simbolo bianco e azzurrino già visto), che ha capitalizzato i suoi 5 voti. Dovendo fare un'osservazione, si è tentati di dire che se Tutti per Fraine doveva servire a evitare problemi con il quorum, poteva anche ritenersi opportuna (ha votato il 30,24% e non si poteva prevedere con certezza una terza lista); se doveva invece evitare l'ingresso di esterni in consiglio comunale, il compito è riuscito solo in parte. 
Sempre restando in provincia di Chieti, a Gamberale si è assistito a un vero e proprio derby tra la Lista Beta e la Lista Gamma (scritte tra l'altro in modo diverso; il candidato della Lista Beta, peraltro, aveva almeno quattro candidature da sindaco all'attivo). La sfida, in compenso, è finita in parità, ma sarebbe meglio dire a reti inviolate: entrambe le liste, infatti, non hanno raccolto nemmeno un voto, esattamente come Nuova Era (stessa grafica ultraelementare della Lista Gamma). Se tutti i seggi vanno alle due liste locali (entrambe dalla grafica quasi infantile, ma infinitamente più elaborata rispetto alle altre in corsa: Insieme per Gamberale è risultata vincitrice), viene spontanea una domanda: che fine avrà fatto la Lista Alfa (o Alpha)? 
Abbiamo poi già parlato del caso di Castelguidone, con una sola lista sulle schede, un solo elettore ai seggi che però ha lasciato la scheda in bianco (posto che in quella particolare circostanza il voto di quella persona non è risultato affatto segreto, pur trattandosi di un voto non valido).
Se non c'è niente di particolare da segnalare a Pennapiedemonte e Pennadomo (al di là della grafica un po' retro vista in quest'ultimo comune), vale la pena fare almeno un salto al comune di Fallo. Posto che i #drogatidipolitica calciofili rimpiangeranno l'assenza della lista Fallo in Movimento - che nel 2018 aveva vinto le elezioni - si può segnalare innanzitutto il totale cambio di nomi e simboli di lista rispetto a quattro anni fa (si è votato con un anno d'anticipo per la morte del sindaco, lo scorso dicembre). Guardando ai numeri, poi, non sfugge il risultato non eclatante in termini assoluti - unito a un simbolo poco esaltante - della lista Fallo Futura - Ancora insieme con 16 voti: quei pochi consensi si sono tradotti comunque nel 20% tondo tondo delle schede valide. In questo comune tra l'altro hanno votato 82 persone su 212 aventi diritto (il 38,68%): probabilmente la sottrazione degli iscritti Aire per il computo del quorum - secondo le norme previste a partire dal 2021 - avrebbe evitato la nullità delle elezioni e il commissariamento, ma in effetti la presenza di due liste ha evitato alla radice che sorgesse il problema. 
Nel comune di Lettopalena, sempre in provincia di Chieti, alla lista Lettopalena unita sono serviti ancora meno di 20 per entrare in consiglio comunale: con 9 schede a suo favore (pari al 5,36%), la lista è riuscita ad aggiudicarsi i seggi destinati alla minoranza (il candidato sindaco è lo stesso del 2017, ma cinque anni fa il bottino - 40 voti, pari al 21,39% - era stato migliore). Hanno votato 186 persone su 550 aventi diritto (33,82%), dunque anche qui sembra applicabile il discorso di prima; volendo, poi, si potrebbe notare che i due simboli sembrano preparati dalla stessa mano (a guardare l'uso dei caratteri).
Nella stessa provincia, a Roio del Sangro troviamo nomi e anche un simbolo diffuso in queste zone: se la lista vincente si chiama Roio popolare, i seggi di minoranza sono stati attribuiti all'unica altra formazione presentata, Democrazia e Libertà. I simboli finiti sulla scheda sono esattamente gli stessi visti nel 2017 e anche il risultato finale è identico a quello di cinque anni fa, sia pure con candidati diversi. Sembra opportuno rilevare che l'emblema di Democrazia e Libertà (niente a che vedere ovviamente con il partito della Margherita) è spesso utilizzato in Abruzzo per evitare problemi con il quorum: in effetti a Roio hanno votato solo 60 persone su 312, ma bisogna dire che gli abitanti sono un centinaio in tutto, quindi forse le nuove norme in materia di quorum non avrebbero creato problemi anche in presenza di una sola lista. Può essere che si sia preferito mantenere le vecchie abitudini, come non è da escludere che ci si sia voluti cautelare da eventuali liste di extra muros (che pure non ci sono state): in ogni caso, la sfida elettorale tra Giuseppe Cavorso e Natalino Cavorso è finita 50 a 10.
Prima di lasciare la provincia di Chieti, sembra il caso di segnalare due casi piuttosto curiosi a Rosello e Montelapiano. In entrambi i comuni sono stati riconfermati i sindaci uscenti; se però questi nel 2017 erano stati eletti rispettivamente con Rosello popolare e Montelapiano popolare, stavolta entrambi si sono presentati con il simbolo ufficiale di Europa Verde - Verdi, movimento politico nazionale con rappresentanza parlamentare, senza inserire alcun riferimento locale nel contrassegno. A Montelapiano, comunque, sulle schede è ricomparsa la lista Montelapiano popolare, anche se con simbolo diverso da quello del 2017: la candidata sindaca era Martina Scopino (sarà un caso che il sindaco riconfermato si chiami Arturo Scopino?). La presenza di questa lista, che ottiene 14 voti (21,54%) servirebbe a impedire l'ingresso in consiglio di Rinascita Italia, anche perché forse nessuno aveva previsto che a questa lista non sarebbe arrivato nemmeno un voto. Più semplice la situazione a Rosello dove la lista di minoranza è la già vista Democrazia e Libertà che qui - con un simbolo diverso da quello mostrato prima, ma sempre con una colomba su fondo azzurro - ottiene un ottimo risultato, con 41 voti pari al 34,17% (anche nel 2017 era andata bene): ciò dimostra che probabilmente esiste un radicamento dei candidati sul territorio.
Resta da fare un ultimo salto in provincia di Pescara, vedendo innanzitutto l'esito del voto nel comune di Villa Celiera. Lì le liste presentate erano quattro: certamente era una formazione locale La Svolta Buona (che non a caso ha raccolto 394 voti su 418 consensi validi, pari addirittura al 94,26%). Con i pochi voti sfuggiti alla lista vincitrice, è riuscita a ottenere i tre seggi di minoranza la lista L'Alternativa (le sono bastati 18 voti, pari al 4,21%). Il simbolo giallo con il nome nero della lista - di facilissima realizzazione, già visto in altri comuni, spesso in versione a fondo bianco o con altri colori - ha avuto più fortuna rispetto a quello total blue col nome in bianco di Voliamo tutti insieme (5 voti - 1,20%; anche questo simbolo ha corso un anno fa a Ofena e un anno prima a Guilmi) e a quello bianco, ancora più semplice di Pro Villa Celiera (1 voto - 0,24%). Poteva andare anche peggio... 
Quanto al comune di
 Brittoli, cinque anni fa aveva già destato il nostro interesse per la presenza di ben cinque liste, due delle quali - ben identificabili - erano rimaste del tutto a secco. In quest'occasione la scheda si è presentata come un po' meno affollata: le formazioni che si sono contese la guida del comune erano soltanto tre. 
Nessuna sorpresa con riguardo alla lista vincitrice, Brittoli domani come nel precedente turno elettorale (anche il sindaco uscente è stato confermato): a fronte dei suoi 120 voti, i seggi di minoranza sono andati a Insieme per Brittoli, presente anche nel 2017 (anche stavolta l'ha guidata Domenico Velluto, ma il simbolo è cambiato rispetto a cinque anni fa, mostrando comunque un minimo di elaborazione grafica); non si è invece ripresentata la terza lista che sembrava avere radicamento in paese, Alternativa per Brittoli. 
In compenso, invece che due liste di esterni, quest'anno se n'è palesata soltanto una, La Novità, solito nome nero al centro, in questo caso collocato su fondo verde. Quella Novità, però, evidentemente non interessava a nessuno, visto che alla fine nelle urne nemmeno una scheda a suo favore è stata ritrovata: anche qui, come in tanti altri comuni, bastava guardare il simbolo prima del voto per immaginare un esito simile (o non troppo diverso).

Finalmente è arrivato il momento del Molise, uno dei più attesi nel corso degli anni: in questa piccola regione, infatti, da sempre sono presentate liste per ottenere licenze; si è detto, anzi, che quel fenomeno è nato proprio qui. in questa tornata, come pure nel 2021, troviamo però, anche due liste della Fiamma Tricolore, a Chiauci ed a San Felice del Molise. In quest'ultimo comune - della provincia di Campobasso - nel 2017 era prevalso Fausto Bellucci (Progetto sostenibile) su Corrado Zara (Insieme per San Felice) per 237 voti a 232: si era rivelata ago della bilancia la lista Insieme si può con i suoi 7 voti. Quest'anno si sono ripresentate le stesse liste locali a sostegno dei medesimi candidati: stavolta è stato Zara a vincere, 234 voti a 218, mentre la Fiamma Tricolore, con i suoi 4 voti (0,88%), è risultata ininfluente in una competizione così accesa.
A Chiauci, che si trova invece in provincia di Isernia, la scheda era decisamente più affollata: a fronte di circa 200 abitanti e ben 509 elettori, si sono affrontate ben sette liste. La più votata è stata Chiauci in Comune, con 102 voti (71,83%) contro i 40 consensi conquistati da Chiauci Futura. Considerando che i voti espressi sono stati 151 (il 29,67% degli aventi diritto) e che nelle urne sono state trovate 6 schede nulle e 3 bianche, ciò significa che nessun voto è andato alle altre cinque liste che erano in corsa: oltre alla Fiamma Tricolore, c'erano il Movimento politico Libertas, Sanniti, Chiauci e Rinascita Italia (con il simbolo dell'Altra Italia in evidenza).
A differenza di quanto è accaduto a Chiauci, in Molise sono vari i comuni nei quali, a causa della presenza di una sola lista locale, i tre seggi di minoranza sono toccati a liste che hanno ottenuto risultati davvero scarsi in termini di voti e percentuale. Un esempio interessante è costituito da Limosano (Cb): Insieme a Voi - simbolo bianco con nome in Times New Roman, quasi un marchio di fabbrica - con 27 voti (5,49%) è entrata in consiglio, mentre è rimasta fuori Ancora Insieme (un solo voto dato al simbolo già ampiamente visto della stretta di mano); curiosamente la lista vincente si chiamava a sua volta Insieme (roba da... Tutti insieme appassionatamente!). Si noti che qui gli elettori sono 1155 contro 710 abitanti: hanno votato comunque in 522, quindi il quorum sarebbe stato abbondantemente superato anche con una sola lista.
A Castellino del Biferno - dove peraltro il manifesto è stato purtroppo caricato in bianco e nero, come si può vedere - la lista locale presentata dal Movimento 24 Agosto - Equità Territoriale (il progetto politico promosso da Pino Aprile) ha ricevuto 194 voti (85,84%), mentre a Vivere Insieme ne sono toccati 30 (13,27%), un numero tutto sommato alto per queste liste esterne: è andata sicuramente peggio a un'altra lista di extra muros, Liberi di volare, che di consensi ne ha ottenuti solo 2. Si noti che la percentuale dei votanti è del 29,52%, ma tolti gli iscritti Aire il 40% degli aventi diritto sarebbe stato comunque superato.
A Duronia, sempre in provincia di Campobasso, i seggi di minoranza sono finiti divisi tra la già incontrata lista Sanniti (8 voti - 3,85%) e Politica Nuova (3 voti, 1,44% e solito simbolo bianco con testo in Times New Roman grassetto corsivo), mentre il Movimento politico Libertas è rimasto all'asciutto (un voto e niente seggi). 
A Campolieto, invece, oltre alle due liste locali (Vivere Campolieto, la vincitrice, e Campolieto prima di tutto) troviamo l’immancabile Vivere Insieme, stavolta con due persone stilizzate che abbracciano il mondo - altro simbolo già visto negli anni scorsi - ma scelta da un solo elettore (0,18%). 
A Torella del Sannio l'offerta elettorale era più ampia, con ben cinque  liste. Le due formazioni locali locali Torella nel Cuore e Insieme per Torella si sono aggiudicate tutti i 545 voti validi (finisce 300 a 245, con uno scambio di ruoli tra i candidati rispetto al mandato amministrativo precedente), le altre tre formazioni, invece, sono rimaste a zero. Si tratta di Per il  Futuro (altro simbolo bianco - Times New Roman), del Movimento politico Libertas e di Insieme per... il futuro: non solo quest'ultimo simbolo è già stato visto in passato, ma la lista ha proposto come aspirante sindaco il recordman delle candidature alla guida dei piccoli comuni molisani (è almeno la dodicesima, nonché la terza a Torella del Sannio); va rilevato anche che il candidato di Mpl era stato eletto consigliere nel 2017 a Barrea (Aq) per Progetto popolare. Ulteriore dimostrazione, questa, di come spesso i nomi dei candidati si ripetano nel tempo e in luoghi diversi, magari con simboli diversi.
Del caso Castelbottaccio, ballottaggio il 26 giugno, si è già parlato nell'articolo di apertura.
Passando alla provincia di Isernia, a
 Civitanova del Sannio si sono presentate cinque liste. Ha vinto con decisione Continuità per Civitanova con 441 voti (86,81%), mentre si è collocata al secondo posto la Lista Beta con 55 schede a suo favore (10,83%). Si tratta di un risultato oggettivamente piuttosto insolito, anche perché quel simbolo - ancora più anonimo rispetto a quello visto altrove - ha staccato nettamente la lista Civica (8 voti, 1,57%), il Movimento politico Libertas e Finalmente Noi - altro nome ben noto a chi segue le elezioni "sotto i mille" - che hanno preso solo 2 voti a testa (0,39%). Anche in questo comune gli elettori erano superiori ai residenti, ma avendo votato comunque il 37,44% il quorum del 40% sarebbe stato superato (togliendo gli iscritti Aire, certamente presenti).
A Sant'Elena Sannita si è sostanzialmente ripetuta una situazione già vissuta nel 2017, al precedente turno elettorale: anche allora si ebbe una larga vittoria di Uniti per Sant'Elena Sannita (quest'anno la lista ha raccolto 114 voti, pari all'81.43%, confermando il sindaco uscente) e anche stavolta a uscire sconfitta, dovendosi accontentare dei seggi della minoranza, è Insieme per Sant’Elena Sannita (con 26 voti – 18,57%), presentata a sostegno dello stesso candidato sindaco. Se però nel 2017 le liste esterne erano tre, questa volta si è presentato solo il Mpl, che però non ha raccolto nemmeno un voto.
A Montelongo, infine, si ci imbatte in una lista Blu Montes che, guardando solo il nome e il simbolo (che rilegge tra l'altro la nota immagine delle mani strette a globo), potrebbe benissimo apparire come una formazione locale. L'impressione non è confermata dai numeri dello scrutinio: lo spoglio ha assegnato infatti un solo voto alla lista. Bisogna comunque dire che il candidato ha un cognome, Macchiagodena (identico a un comune della provincia di Isernia), che si ritrova tra i candidati della lista vincente ed era pure quello del sindaco uscente, quindi comunque era riconducibile al paese. Per la cronaca, la lista Uniti l'ha spuntata di poco su Insieme per migliorare Montelongo, prevalendo con 117 voti contro 111.
Appare quasi anomalo, visto il contesto descritto sin qui, il caso di Montemitro (si torna per un attimo nella provincia di Campobasso), comune in cui si sono presentate solo due liste, tutte locali.

Fatta eccezione per il comune appena citato, restiamo nel Sannio, ma passiamo in quello beneventano, dunque arriviamo in Campania. Si parte più esattamente da Santa Croce del Sannio, comune sulla cui scheda elettrici ed elettori hanno trovato ben 5 liste. Ha avuto decisamente la vittoria facile la lista Progetto Insieme, con 453 voti (83,89%); i seggi di minoranza sono stati attribuiti a Idee in Comune con 84 voti (15,56%), mentre sono rimasti senza rappresentanti in consiglio Uniti si Vince (2 voti), Movimento Politico Libertas (un solo voto) e Insieme Ancora (zero, a dispetto di un simbolo abbastanza elaborato, rispetto ad altri visti prima).
Si trova una situazione identica a Sassinoro: non solo le liste erano sempre cinque, ma quelle diverse dalle due locali avevano gli stessi nomi e simboli appena visti. Se è risultata vincitrice Sassinoro amministrare insieme con 290 voti (77,75%), prevalendo sul Movimento liberi cittadini (81 voti, 21,72%, risultato di poco inferiore rispetto a quello fatto registrare nel 2017), solo un voto è risultato da attribuire tanto al Mpl, quanto a Insieme ancora (stesso albero con tricolore su fondo giallo sfumato), mentre Uniti si vince è rimasta realmente a secco.
Chianche è l’unico comune "sotto i mille" chiamato al voto il 12 giugno in provincia di Avellino: lì si è registrata la concentrazione di ben 6 liste. Non ci sono dubbi su quale sia la lista locale per eccellenza, vale a dire Unione per Chiance (che, riciclando l'arcobaleno-emiciclo dell'Unione prodiana, ha ottenuto 255 voti, pari all'85,86%, e ha confermato il sindaco uscente); si sono divise i seggi dell'opposizione le liste Uniti si vince (22 voti, 7,41%, due consiglieri) e Democrazia e Partecipazione (18 voti, 6,06%, un seggio). Un solo voto è toccato a Insieme Ancora e a Noi Chianche Bene Comune, mentre Chianche nel Cuore è rimasta a zero.
Passando in provincia di Caserta troviamo il comune "sotto i mille" record per questa tornata elettorale: si tratta di Gallo Matese, che di liste ne aveva addirittura 8; non si tratta però certo del primato assoluto, visto che nel 2017 ne erano state ammesse 10. La formazione locale è sicuramente La Rinascita del Paese, visto che in pratica ha fatto il pieno: 267 voti, pari al 96,74%. Visto che però si dovevano distribuire anche i 3 di minoranza, questi sono toccati tutti a Forza Gallo Matese in forza dei suoi 6 voti (2,17%): un esito inevitabile, visto che a Noi Patrioti, a Insieme ancora e ad Alternativa Verde (già visto) è stato dato un voto a testa, mentre sono rimaste a bocca asciutta le liste del Movimento politico Libertas, di Progetto comune (a dispetto del simbolo particolare) e di Rinascita Italia (cartello che, a quanto pare, tra Abruzzo, Molise e Campania non ha ottenuto nemmeno un voto). In uno scenario come questo, qualche domanda sulla norma che attribuisce i tre seggi di minoranza in proporzione ai voti ottenuti ma con qualunque risultato in termini assoluti forse è opportuna.
Transitando invece nella provincia di Salerno, nel comune di Laurito sono state presentate quattro liste, ma la competizione ha riguardato soltanto le due locali: Insieme per Laurito, in particolare, è riuscita a vincere quasi doppiando la seconda lista Laurito terra mia (il conteggio è finito 341 voti a 176); neanche un voto, invece, è stato assegnato a Insieme ancora e Uniti si vince, gli stessi due simboli che si sono visti in gran parte dei microcomuni campani visti sin qui (il che fa pensare a una strategia almeno di portata regionale). 
A Prignano Cilento si trova la lista Rinascimento Cliento, che comunica una sensazione di già visto: sensazione giusta, visto che si tratta del nucleo del simbolo di Rinascimento Partenopeo, schierato alle suppletive di Napoli del 2020, a sostegno di Riccardo Guarino, capo di quel movimento. La lista, in ogni caso, ha convinto solo 5 elettori (0,65%), nulla potendo contro le due formazioni locali. La stessa situazione si è creata a Rutino: i voti per Rinascimento Cilento sono stati solo 3 (0,50%) e tra le locali è finita 333 a 262. A Magliano Vetere scattano Rinascimento Cilento ha strappato i tre seggi dell'opposizione: merito dei 25 voti ottenuti (6,54%), ma soprattutto della presenza di una sola altra lista.

In Puglia il 12 giugno si è votato solo in due comuni "sotto i mille" al voto, Motta Montecorvino e Isole Tremiti: lì non si sono registrate liste esterne, forse anche - chissà - per motivi logistici. Il fenomeno delle liste esterne è apparso assente anche in Basilicata, dove peraltro "sotto i mille" c'è solo il comune di San Costantino Albanese.
In Calabria, invece, la novità è la presenza della Lega con il proprio simbolo ufficiale in tre microcomuni in provincia di Cosenza: Plataci, Castroregio e Carpanzano. Premesso che in tutte e tre le località erano presenti due liste locali, il risultato migliore per la Lega è arrivato a Carpanzano con 10 voti (6,49%); lì, peraltro, i tre seggi sono toccati alla lista Cambiamo Carpanzano che di voti ne aveva 38 voti, il seggio per il Carroccio è stato mancato per soli 3 voti. A Castroregio Alberto da Giussano ha ottenuto un solo voto (0,63%), una quota molto lontana da quella della seconda lista (Viviamo Uniti, con 30 voti). A Plataci, se possibile, è andata ancora peggio, visto che nessuno ha crociato il simbolo della Lega Salvini Calabria: se lo scopo era eleggere consiglieri comunali, sono stati scelti i comuni sbagliati, considerando che sempre nel cosentino a Cellara, Marzi e Panettieri c'era una sola lista.
In provincia di Reggio Calabria a Staiti le liste erano due, a fronte di 114 voti validi. Anche qui il corpo elettorale ufficiale comprendeva certamente molti iscritti Aire, ma con le nuove norme per il conteggio del quorum non ci sarebbero stati seri rischi di commissariamento anche senza la presenza di Noi per Stati come seconda lista: questa ha raccolto solo 2 voti (1,75%), ma di consiglieri ne ha ottenuti 3 (anche qui, porsi qualche domanda sull'opportunità di un simile risultato sarebbe salutare o almeno opportuno).
A Calanna ha vinto la lista La Ginestra con 371 voti (84,90%), i seggi di minoranza se li è aggiudicati la formazione S'Intesi con 55 voti (12,59%), mentre Liberi di ricominciare ne ha presi solo 11 (2,52%) ed è rimasta fuori dal consiglio. Si è già visto nel primo articolo del viaggio di quest'anno che una lista con lo stesso nome e simbolo (tranne che per l'indicazione del nome del candidato sindaco) si è presentata anche a Laganadi: qui c'era una sola lista concorrente che ha preso 224 voti, ma i voti validi erano appunto 224, perché Liberi di ricominciare era rimasta a quota zero, dunque anche con due sole liste non è riuscita a entrare in consiglio.

Resta da dire della Sardegna, l'unica regione a statuto speciale che, come si è detto, adotta per le amministrative la legge ordinaria italiana. 
In genere non ci occupiamo di quest'isola, ma stavolta un giretto virtuale lo facciamo volentieri (per quello reale si dovrà attendere qualche settimana): ha infatti attirato la nostra attenzione Gonnoscodina, in provincia di Oristano. Lì la lista Gonnoscodina Identità e Tradizione è stata scelta solo da 16 elettori (5,54%), ma sono stati sufficienti per far eleggere tre consiglieri; in quel comune, peraltro, non sembrano esserci problemi di quorum (in fondo ha votato il 64,72% degli aventi diritto). 
A Serri (Sud Sardegna), in compenso, ci si imbatte nella lista Serri Identità e Tradizione: i nomi sono simili, i simboli no, ma in entrambi c'è una spiga. Questa lista ha preso solo 10 voti (3,04%), ma anche in questo comune i voti ottenuti sono bastati per eleggere tre consiglieri. Il candidato sindaco era Gianmario Muggiri, non residente in paese, esponente di ItalExit; lo stesso Muggiri, peraltro, era contemporaneamente candidato consigliere a Gonnoscodina e questo in qualche modo rende chiara la collocazione delle due liste Identità e Tradizione.