giovedì 31 gennaio 2013

E lascia stare i santi

Ci sono vari modi, in fondo, di farsi ricusare un contrassegno alle elezioni politiche ed europee, ma anche alle consultazioni di altro livello. E non c'è nemmeno bisogno di mettersi a scimmiottare per caso o apposta l'emblema di qualche altra formazione: basta, volendo, molto meno. Anche, per esempio, piazzare una bella croce, latina o greca non importa, in modo abbastanza visibile all'interno del cerchio; oppure una raffigurazione come il Sacro Cuore di Gesù, con una crocettina al sommo dello stesso cuore. Già, perché dal 1956 in avanti questo non si può più fare: dopo che varie croci tutte cattoliche erano apparse nei primi appuntamenti elettorali, era stata fatta approvare una norma in base alla quale «Non è neppure ammessa la presentazione di contrassegni riproducenti immagini o soggetti religiosi».
L'intento, per i proponenti, era abbastanza manifesto: evitare che qualcuno speculasse su soggetti religiosi o immagini sacre in occasione delle elezioni e, magari, carpisse la buona fede dei votanti facendo loro credere che un partito agiva sotto la guida di questa o di quella figura sacra. Un vero e proprio sacrilegio per chi era credente, semplicemente una truffa per tutti gli altri. Non che fosse tutto così semplice da capire e da applicare: "Come la mettiamo con la Dc, che nel simbolo ha una croce?" si era chiesto il missino Giorgio Almirante nel dibattito in aula. Gli avevano risposto due democristiani, Michele Marotta e Angelo Raffaele Jervolino: per prima cosa quella non era una croce, ma lo scudo crociato ("Se i monarchici si presentassero con lo scudo sabaudo, userebbero anch'essi la croce, ma non come simbolo religioso"), ma soprattutto si era chiarito che i partiti non potevano usare un segno religioso nel simbolo "esclusivamente nella loro propaganda, ai fini delle elezioni", mentre non ci sarebbero stati problemi a utilizzare un soggetto religioso "come simbolo abituale di propaganda". 
Sarà che, da allora, molti soggetti hanno provato a utilizzare croci e altri segni religiosi alle elezioni senza avere alle spalle un'attività politica abbastanza lunga da far qualificare l'uso degli emblemi come "simbolo abituale di propaganda", sta di fatto che ogni volta che un simbolo religioso viene riconosciuto, finisce puntualmente sotto la mannaia del Viminale o delle altre autorità che di volta in volta sono chiamate a vagliare i contrassegni. Anche all'ultimo deposito dei marchi elettorali è stato così: non andavano bene le croci latine o greche (e sono saltati Consortio vitae e RSI Nuova Italia, anche se per l'ultimo erano più "gravi" i riferimenti all'esperienza fascista, sui quali peraltro si potrebbe discutere) e continuavano a non andar bene le riproduzioni del Sacro Cuore (per cui di Militia Christi è stato ammesso solo l'emblema con l'ancora, mentre Italia cristiana, che in passato era caduta sullo stesso punto, si era già premunita, sostituendo alla croce una piccola corona). Ma non si è salvata nemmeno una piccola croce greca inscritta in un cerchio, all'interno del contrassegno di "No alla chiusura degli ospedali": normalmente è un segno sanitario, ma per i funzionari del Ministero non doveva essere così chiaro, così quel piccolo segno è saltato.
Il solo modo che ha una croce per passare l'esame ministeriale è, a quanto pare, celarsi bene. Più di qualcuno ha notato che l'albero della zattera di Pane pace e lavoro altro non è che una croce latina, nemmeno troppo nascosta; nessuno, tuttavia, si è mai sognato di bocciarla. Anche le bandiere, a quanto pare, sono un ottimo nascondiglio, visto che di croci se ne sono viste, nei secoli, a decine. E passi per quella di San Giorgio, rossa su fondo bianco, che è la bandiera storicamente legata alla Lombardia e non solo, ma com'è possibile che nessun giudice abbia avuto da ridire sulla croce gialla in bella vista sul tricolore nel contrassegno di Io amo l'Italia? Magdi Cristiano Allam forse non avrebbe gradito, ma la legge varrebbe anche per lui ...  

mercoledì 30 gennaio 2013

Avvinta (alle bacheche) come l'edera

A volerla sparare un po' grossa, è l'Highlander della simbologia politica italiana. Non c'è nulla di più inoffensivo, calmo, quasi aggraziato di una foglia, verde peraltro. Eppure, una foglia d'edera, quasi come quella della canzone cantata da Nilla Pizzi, è rimasta avvinta alle schede (o, per lo meno, alle bacheche del Ministero dell'interno) per oltre sessant'anni di Repubblica italiana: l'edera in questione, ovviamente, è quella del Partito repubblicano italiano. Qualcuno aveva pensato di non vederla quest'anno, visto che fino alle ultime ore negli uffici del Viminale non era arrivato nessuno a portarla; si sbagliava ovviamente, visto che col numero 211 (al quartultimo posto) un funzionario del partito si è diligentemente presentato e ha fatto collocare il simbolo al posto che ha sempre avuto, ad ogni elezione di rilievo nazionale, dunque in bacheca insieme agli altri.
A guardare bene l'emblema, non si può proprio negare che l'edera repubblicana si sia conservata quasi per intero: anche le venature, in fondo, sono cambiate pochissimo rispetto alla prima raffigurazione della foglia che era riprodotta già sulle schede stampate per eleggere l'Assemblea Costituente (la versione ora in uso è stata introdotta nel 1972, ovviamente in bianco e nero). Da allora il simbolo è sopravvissuto a tutto: usura del tempo, cambi di iscritti e dirigenti (da Pacciardi a Nucara, passando per i La Malfa e Bogi), fine della prima Repubblica, accuse di tangenti, scissioni, ricomposizioni. Il Pri è l'unico soggetto politico a non avere mai cambiato nome e simbolo in tutta la storia della Repubblica italiana: un sopravvissuto ad ogni effetto, che ha cambiato nettamente diffusione e dimensioni ma non è scomparso in nessuna fase.
Negli ultimi anni, a dire il vero, qualche cambiamento era stato proposto: nella loro vita politica "ordinaria", i repubblicani usano un simbolo più moderno, con nome e sigla su fondo verde e rosso e con una foglia d'edera vera, altro che disegno a mano e a china degli inizi. Quando è il momento delle elezioni, tuttavia, rispunta sempre l'antico disegno, basato solo sul verde: "Non ce la sentiamo di cambiare, anche solo per la nostra 'nuova' foglia - spiegano dalla direzione del partito - perché è proprio quel disegno sempre uguale che ci permette ogni volta di dire che quel simbolo è solo nostro e nessuno può copiarlo". Non cade foglia che Dio non voglia; l'edera, a quanto pare, è destinata a non cadere mai.

martedì 29 gennaio 2013

Chi tocca le tasse muore?

L'impressione la si è già avuta, parlando in più occasioni in passato di Forza evasori - Stato Ladro: chi in qualche modo attraverso i simboli ha voluto protestare in modo tangibile contro un'eccessiva imposizione fiscale, fin quasi a sfiorare l'apologia di chi evade le tasse o si oppone a chi è chiamato a riscuoterle, ha avuto vita difficile. L'emblema proposto da Leonardo Facco - si ricorderà - era stato ricusato perché conteneva espressioni "che possono integrare fattispecie, anche penalmente rilevanti, di vilipendio dello Stato e delle istituzioni e di istigazione a delinquere (artt. 290 e 414 del codice penale)". Ora, lasciamo da parte per un attimo il vilipendio dello Stato, che qui non interessa: se si parla di "istigazione a delinquere" a partire da frasi come "Forza evasori" e "Stato ladro", è difficile individuare un reato diverso dall'evasione fiscale.
Qualcosa di simile, in fondo, è accaduto anche ai due contrassegni che contenevano un riferimento a Equitalia, il riscossore delle imposte in Italia, anche se i motivi addotti dai funzionari del Viminale che hanno ricusato gli emblemi sono stati almeno in parte diversi: il riferimento, in particolare, è al movimento Liberi da Equitalia guidato da Angelo Pisani, nonché al contrassegno "No Gerit Equitalia". Di entrambi i simboli è stata chiesta la sostituzione perché contengono un nome proprio di Equitalia, senza il consenso all'uso da parte della società; nel caso di "Liberi da Equitalia", tuttavia, pare sia stata contestata anche la violazione dell'art. 54 della Costituzione (per il quale "Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi"), dal momento che il nome inciterebbe al contrasto e alla violenza. 
Pisani ha respinto categoricamente l'accusa ("lo Statuto del nostro movimento, e l'indole di ognuno di noi, mirano a una riforma fiscale e del sistema di riscossione per l'equità fiscale, condannando da sempre ogni forma di violenza"), ma alla fine ha preferito non fare ricorso all'Ufficio elettorale presso la Cassazione (troppo alto il rischio di non riuscire a partecipare alle elezioni, per una lista apparentata con il Pdl) e sostituire il simbolo. Ha provato fino all'ultimo a utilizzare una denominazione come "Liberi per una Equa-Italia", ma per il Ministero quella soluzione era ancora troppo confondibile col nome di Equitalia, ammettendo soltanto la versione finale, "Liberi per una Italia Equa", col solito arcobalenino tricolore formato Pdl.
Altri, invece, l'hanno scampata. E' il caso di un'altra lista alleata del Pdl, Italia unita - Movimento liberaldemocratico dell'avvocato bresciano Luciano Garatti - lo stesso che nel 2001 si era fatto bocciare "Basta ladri" - che questa volta utilizza il simbolo "Basta tasse", con un lettering a metà tra il pennarello e il pennello, innovando l'emblema rispetto al passato. Qui nessuna censura mossa al simbolo, probabilmente perché il messaggio non ha nulla di anche solo velatamente minaccioso: è, in fondo, un auspicio con le tinte del grido di dolore o di pietà. Sarà per questo, forse, che nessuno ha pensato di ricusare l'emblema.

lunedì 28 gennaio 2013

La Dc di nuovo "congelata"?

Avevano fatto una fatica del diavolo, ci avevano messo praticamente diciott'anni per riattivare - a detta loro - tutto il meccanismo di vita della Democrazia cristiana, aspettando che la Cassazione, confermando una sentenza di secondo grado, dicesse chiaramente che la Dc non era mai stata sciolta (nessuno aveva quell'idea, comunque) per sostenere che era rimasta "dormiente" fino ad allora e poter autoconvocare per il 30 marzo dell'anno scorso il consiglio nazionale (o, per lo meno, quei componenti che erano ancora in questo mondo) e dichiarare che, udite udite, la Dc non era mai morta e lo scudo crociato era roba loro. Erano arrivati addirittura a celebrare il congresso numero 19 (in continuità con quelli della Balena bianca) il 10 e l'11 novembre, confermando segretario Gianni Fontana (già indicato a marzo); ora l'ennesima ordinanza mette di nuovo in discussione tutto e congela, a meno che sia riformata in gradi successivi, quanto fatto finora. Come se la confusione non fosse stata sufficiente.
Riassumendo: l'8 gennaio un giudice del tribunale di Roma si è trovato a dover decidere su due domande - simili per lo meno quanto alle richieste e alle conclusioni - da una parte di Raffaele Cerenza, iscritto alla Dc nel 1993 e presidente dell'associazione degli iscritti di quell'anno, dall'altra di Angelo Sanza, parlamentare fino alla scorsa legislatura, transitato dalla Dc al Ppi al Cdu all'Udr a Forza Italia, fino all'ultimo passaggio nel 2008 all'Udc (per questo, all'interno della Dc-Fontana c'è chi lo riteneva un "disturbatore" mandato da Casini). Entrambi hanno chiesto al tribunale di dichiarare nulle, se non addirittura inesistenti, le delibere del consiglio nazionale del 30 marzo (e di tutti gli atti che ne sono seguiti a cascata), perché contrarie allo statuto della Dc e a norme di legge. 
Sarebbe tutta colpa, per cominciare, di come è stata convocata quell'assemblea: invece che chiamare tutti con avviso personale, si è scelto di inserire la convocazione tra gli "annunzi commerciali" della Gazzetta Ufficiale. Ora, lo statuto della Democrazia cristiana (quello storico, che ovviamente Fontana e gli altri non hanno modificato) non dice nulla di particolare sulle formalità per convocare - e, in questo caso, autoconvocare - i vari organi collegiali; per questo, va applicato l'articolo 8 delle disposizioni attuative del codice civile, per cui la convocazione va fatta "mediante avviso personale" con tanto di indicazione dell'ordine del giorno. Ora, nell'annuncio commerciale pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale era indicato l'ordine del giorno, ma tutto poteva essere meno che una comunicazione personale.
Poco conta che, come sottolineato dalla difesa della Dc-Fontana, sia stato impossibile trovare tutti i consiglieri nazionali per il tempo passato dal 1993 e convocarli direttamente. "Non si vede - ha scritto il giudice - quale sia l'impossibilità di procedere, dopo avere svolto le opportune ricerche anagrafiche, alla corretta individuazione del 185 membri del Consiglio in carica nel 1993". In poche parole, bisognava mettersi a cercare gli indirizzi di tutti i consiglieri, morti esclusi, e mandare loro la convocazione con ordine del giorno: operazione laboriosa e complessa, certo, ma non era un buon motivo per violare le regole. La convocazone del consiglio nazionale, dunque, era nulla e per il giudice vanno sospese immediatamente le decisioni prese da quell'organo (comprese le nomine, il tesseramento e il successivo congresso) per evitare che ulteriori attività siano compiute da soggetti non legittimati.
In pratica, la Democrazia cristiana "riattivata" il 30 marzo dell'anno scorso è di nuovo congelata (in attesa del processo di merito), anche se sul sito del partito non c'è la minima traccia di questo. Nel frattempo, tuttavia, Fontana ha comunque scelto di presentare il suo scudo crociato al Viminale (se non altro "per sicurezza") ma, come si è già detto, l'emblema è stato ricusato. Era in buona compagnia: hanno condiviso quella sorte anche lo scudo appena più rimodernato della Dc-Pizza, "rispuntata" dopo un lungo silenzio, e lo scudo identico a quello di Fontana depositato da Alessandro Duce, in qualità di legale rappresentante della Dc "storica", ritenuto tuttora in carica come ultimo segretario amministrativo dal 1994ultimo segretario amministrativo ultimo segretario amministrativo .  
Già, perché nel frattempo all'ultimo consiglio nazionale le cose non erano andate proprio lisce: presidente dell'organo doveva essere il napoletano Ugo Grippo, poi (ritirata la sua candidatura) era stato proposto di confermare Silvio Lega, ma alla votazione è stata preferita Ombretta Fumagalli Carulli, suggerita - secondo la piccata ricostruzione della Dc Campania - dal redivivo Paolo Cirino Pomicino. A quel punto, una parte dei consiglieri (compresi Lega e Duce) hanno abbandonato la seduta, mentre gli altri hanno proseguito nell'elezione di altre cariche, lasciando sospesi 12 posti nel consiglio nazionale per gli assenti. Aveva ragione il venerato maestro Gian Antonio Stella a dire che, dalla Balena Bianca, si è passati alla sardina o all'acciuga?

domenica 27 gennaio 2013

Per lo sviluppo e contro le banche, Alfonso Marra prepara la lotta

C'era anche un mezzo divieto di sosta, tra i contrassegni depositati al Viminale a metà gennaio; così, almeno, poteva sembrare agli occhi di chi non ha mai visto bene quell'emblema e si limita a vedere un semicerchio bordato di rosso, con sbarra diagonale. Un divieto, in fondo, quell'emblema lo ricorda, visto che è il contrassegno del Pas: la sigla ufficialmente è "Partito di azione per lo sviluppo", una forza che sarebbe stata concepita nel 1987 dall'avvocato calabrese - ormai trapiantato stabilmente a Napoli - Alfonso Luigi Marra. 
Non volle far nascere allora il partito "perché non intendevo aggiungerne ancor uno alla pletora di quelli già esistenti", ma nella sua mente aveva già l'idea di una forza politica che potesse basarsi sul "diritto di svilupparsi liberamente, purché lo sviluppo individuale sia funzionale allo sviluppo della società". Per Marra si tratterebbe di spezzare e ribaltare una logica di subordinazione dell'uomo all'industrializzazione, che nel tempo ha fatto decisamente troppi danni (consumismo compreso), così come bisognerebbe abbandonare l'egualitarismo per passare a un più salutare principio "della diversità dei diritti in base alla diversità di ciascuno", pur senza negare i diritti fondamentali di ognuno.
Pas, volendo, potrebbe essere anche la sigla di "Partito anti signoraggio", a giudicare dalla dicitura che nell'emblema è ancora più evidente del nome del soggetto politico: "Fermiamo le banche & le tasse". Ora, se il signoraggio è costituito dai redditi che derivano dall'emissione di moneta, per Marra occorre nazionalizzare tutte le banche (centrali e di credito) per fermare una spirale "criminale" (sono parole sue) dovuta ai vari passaggi di denaro che farebbero guadagnare appunto quegli istituti e non i governi. Chi non capisce un tubo di economia è perplesso (ha rinunciato a indagare dopo aver letto la parola "banche), chi è esperto a queste teorie crede poco (anche se ti resta il dubbio che non ci credano per amore di verità o di interesse), ma le teorie ci sono e ciascuno può farsi un'idea.
Certamente colpisce che alfiere di tutto questo sia proprio Marra, il quale ha infilato prima una militanza comunista, poi socialista, fino all'elezione al Parlamento europeo nel 1994 con Forza Italia, salvo lasciare il partito (non il seggio) due anni dopo; non rieletto nel 1999 con il Ccd casiniano, nel 2010 ha guidato l'Alleanza di popolo in Campania a sostegno di Caldoro e si era pure candidato alle mai fatte primarie per la guida del centrodestra. Nel frattempo, il Marra non si è fatto mancare nemmeno una militanza democristiana, prima nella Dc legata ad Angelo Sandri, poi in quella (che si ritiene altrettanto "originale") legata al napoletano Ugo Grippo, di cui avrebbe dovuto diventare segretario, se non lo fosse diventato - prima dell'ennesima puntata in tribunale a Roma, di cui si darà conto molto presto - Gianni Fontana. 
Dieci giorni fa Marra ha interrotto il suo cammino verso la scheda elettorale con una dichiarazione imperdibile: "Pur con in mano le firme e i candidati ho deciso di fermare la corsa folle, perché gli innumerevoli movimenti che hanno reso possibile questo miracolo sono confluiti nel PAS da una settimana e, per ricevere da tutta Italia e consegnare tutto in tutta Italia entro lunedì occorre, in termini di chilometri, adempimenti e passaggi, più tempo di quanto ce ne sia. Una settimana inoltre non è stata sufficiente né per un minimo di verifiche né per rendere coesi i gruppi confluiti, e i conflitti già sorti sulle posizioni di lista sarebbero credo degenerati. Conta però che il PAS è ora una realtà, e da oggi siamo al lavoro per le europee e per le prossime politiche". Inspiegabilmente, tuttavia, la dichiarazione è passata in sordina e l'avvocato Alfonso Luigi Marra è tuttora noto soprattutto per gli spot cartacei e televisivi sui suoi libri - indimenticabili quelli con la Arcuri e Lele Mora di qualche anno fa, un trionfo del kitsch - e per la sua storia sentimentale dello scorso anno con Sara Tommasi, nudità comprese. E non c'era nemmeno uno scudo (crociato) o un cartello di divieto a coprirle.

sabato 26 gennaio 2013

Un simbolo in meno, una candidata in più

Rischio scongiurato per la Lega Nord. O, almeno, una grana da affrontare in meno, anche se la soluzione non è stata del tutto indolore. Ci erano rimasti veramente di sasso, Roberto Calderoli e gli altri esponenti del Carroccio, nel vedere che con il numero 188 nella bacheca del Ministero dell'interno era apparso il simbolo "Prima il Nord!". Con tanto di punto esclamativo, riprendeva interamente lo slogan che la Lega aveva utilizzato nella sua attività nei mesi scorsi, in particolare al congresso federale che ha portato Maroni alla guida del partito. Ritrovarselo lì, in bacheca, portato da altre mani, non era stato un bel colpo. Certo, non era scritto proprio come il disegno originale, "il" era minuscolo, la foggia delle lettere era diversa e a racchiuderle era un cerchio e non un rettangolo a timbro; lo stile, però, era sempre quello delle pennellate e il colore verde, appena più scuro rispetto alla versione "certificata", confondeva decisamente le carte.
I leghisti hanno provato a presentare un esposto al Viminale, perché il simbolo fosse ricusato, ma i funzionari l'hanno ammesso comunque; l'opposizione all'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di Cassazione non è andato meglio. Il pericolo emorragia era concreto: si era parlato persino di una candidatura di Vittorio Sgarbi come capolista sotto le insegne di "Prima il Nord", con il critico che assicurava che la parte più autentica dell'elettorato leghista avrebbe messo una croce lì sopra e non sull'Alberto da Giussano, come sempre.
Un rischio troppo grande da correre, probabilmente, per Maroni e per gli altri, soprattutto in una regione chiave come la Lombardia. Così, parallelamente si viene a sapere da alcuni giorni che "Prima il Nord" non si presenta, in compenso nelle liste della Lega in Emilia Romagna appare il nome di Sara Papinutti, friulana, peraltro in posizione di elezione certa. Il conto però torna: la Papinutti è la moglie di Diego Volpe Pasini, già uomo di riferimento del movimento "SOS Italia" e passato alla cronaca nei mesi scorsi come sedicente consulente di Berlusconi (con pronta smentita dell'interessato). Volpe Pasini, soprattutto, sarebbe il titolare del contrassegno che avrebbe potuto rubacchiare voti alla Lega Nord. Il rischio ora sembra scongiurato, anche se la base leghista non sembra aver preso molto bene la candidatura della signora Volpe Pasini, come pure un altro "paracadutato" suggerito da Tremonti, il calabrese Paolo Naccarato: stretto collaboratore di Francesco Cossiga - tra i pochi a potersi fregiare della cravatta dei Quattro Gatti - e in passato sottosegretario in un governo Prodi, ora sarà candidato con il Carroccio in Lombardia, ovviamente in posizione eleggibile. Prima il Nord, anzi, prima la ragion di partito (o di coalizione).

venerdì 25 gennaio 2013

Un "Voto di protesta": le liste del Dr. Cirillo in Campania

Alla fine ce l'ha fatta. Il suo "Voto di protesta - diritto alla dignità" correrà in Campania, in entrambe le circoscrizioni della Camera, avendo come candidato premier proprio lui, Giuseppe Cirillo da Caserta, già Dr. Seduction, l'alfiere del Partito degli Impotenti esistenziali, dei Preservativi gratis, dell'Italia nei malori, colui che si domandava amleticamente "Italiani poca cosa?" (lasciamo perdere la risposta, magari) e che questa volta mette sul piatto - anzi, sulla scheda elettorale - la "sua" protesta in cui ha coinvolto anche altre persone. Si potrà ufficialmente dire il proprio "no" con una croce su un determinato simbolo; chi non abita in Campania, dovrà accontentarsi di trovare altri modi.
Certo, ammettiamolo, non sarà facile trovare altrove proposte come la "tassa sul tradimento", che Cirillo e compagni hanno già depositato presso un notaio e aspettano di poter proiettare verso il Parlamento: "lI tradimento non è più contemplato come colpa grave in caso di separazione - spiegano loro stessi - oggi esiste la mediazione familiare che prende in cura la coppia prima della lite e risolve i conflitti". Sarebbe un male, tutto ciò, per la salvaguardia dei valori della famiglia unita: la ricetta del "Voto di protesta" non si fa attendere. "Noi proponiamo di ripristinare la 'gravità del tradimento nella rottura del rapporto' - precisano - e l’autore dell’atto infedele verserà il 2% della sua Irpef annua o busta paga devoluta alle Politiche della famiglia, così come lotteremo per la convalida di tutte le investigazioni (anche per incentivare il lavoro) affinché venga individuato il coniuge traditore". Una nuova forma di finanziamento delle politiche familiari, insomma, oltre che una nuova fonte di lavoro per chi volesse sperimentarsi cacciatore di fedifraghi.
Per trasmettere tutto questo, però, Cirillo ha dovuto modificare leggermente il simbolo che inizialmente aveva presentato al Viminale. Nessun problema ovviamente per il nome e nemmeno per quella stellina che a qualche esponente del MoVimento 5 Stelle non era piaciuta granché (eppure ne hanno già cinque... non bastano?); quella dicitura che c'era alla base del contrassegno, quel "BEPPEciRILLO.IT", invece non andava bene, un po' troppo simile al "BEPPEGRILLO.IT" che gli attivisti M5S hanno da tempo nel loro emblema. A ben guardare sarebbe bastata una leggera modifica della dicitura, magari mettendo maiuscole le lettere prima minuscole - del resto, il capo della forza politica si chiama veramente Giuseppe "Beppe" Cirillo, perché impedirgli di usare il nome - ma lui, il Dr. Cirillo, ha preferito tagliare la testa al toro ed evitare ogni sospetto di trucco o raggiro: al posto di quel dominio, ora c'è la raffigurazione dello Yin e dello Yang, rigorosamente in bianco e nero. L'emblema, stavolta, è passato senza problemi; e meno male - verrebbe da dire - che Scilipoti non ha presentato il suo Mrn a queste elezioni, altrimenti qualcosa in contrario l'avrebbe avuto.

giovedì 24 gennaio 2013

Se conquistare un simbolo diventa un incubo

Chiedete a un bambino, con un sorrisone da manuale, "cosa vuoi fare da grande?" Una volta avrebbe detto il mestiere dei genitori oppure quello dei suoi sogni; ora forse vi parlerebbe di calciatori, di miliardari, di tronisti (o di veline, ballerine e cose simili), al più potrebbe dire "il politico!", se certi telegiornali gli hanno fatto pensare più ai denari che al bene comune. Difficilmente, però, vorrebbe fare il segretario di partito: scelta saggia, a giudicare da quello che può succedere in certi casi. Chiedetelo, per dire, a Domenico "Mimmo" Magistro, oggi presidente nazionale (presidente eh? Non segretario) di "iSD - i Socialdemocratici", ma con una storia alle spalle che proprio nessuno gli invidierebbe. 
L'inferno personale di Magistro è iniziato nell'ottobre del 2007, quando un congresso aveva "ufficializzato" il suo ruolo di segretario del Partito socialista democratico italiano (Psdi) - o per lo meno di quello che restava del partito del sole nascente, dopo tante peripezie politico-giudiziarie decisamente poco fortunate - a chiusura di un periodo di lotte intestine scoppiate all'indomani delle dimissioni del precedente segretario Giorgio Carta e della contestata elezione del suo successore, Renato D'Andria. A giugno del 2011 una sentenza del Tribunale di Roma - divenuta definitiva perché nessuno ha voluto fare ricorso - ha sostanzialmente ristabilito D'Andria alla segreteria (sulla decisione si dovrà tornare, perché la vicenda è ben più complicata di così): ora il simbolo del Psdi è di nuovo nella sua disponibilità, ma il disappunto di Magistro - che con molti componenti della vecchia direzione nazionale del Psdi ha fondato iSD - è stato essenzialmente politico: sul piano economico, probabilmente ha tirato un sospiro di sollievo. E' stato lui stesso a spiegare perché, sul sito Socialdemocraticieuropei.it.
“Qualche mese dopo la mia elezione - raccontava Magistro poco meno di un anno fa - comunicai all’Agenzia delle Entrate di Roma, come qualsiasi normale cittadino, di essere stato eletto segretario nazionale, segnalai la nuova sede a Roma e l’indirizzo a Bari della mia residenza. Da qual momento la mia casa è stata invasa da atti giudiziari di ogni genere per debiti contratti dal vecchio partito dal 1970 al 1994". 
Casa Magistro sembrava essere diventato il ricettacolo di tutti i conti sospesi (di cui quasi nessuno, certamente non il nuovo segretario, sapeva qualcosa): ingiunzioni dell’ex Iacp di Roma per i pagamenti di sezioni di Partito dal 1970 in poi (anche se nel frattempo si erano trasformati in officine o circoli privati), vertenze degli ex dipendenti, crediti, contributi previdenziali e versamenti allo Stato mai pagati. Conti da milioni di euro, mica bruscolini. "Il top - è ancora Magistro a parlare - sono stati un atto dell’ex segretario Pietro Longo che chiamava in causa il partito per la restituzione di una tangente che sarebbe stata versata al Psdi e un altro dell’ex segretario amministrativo Cuoiati che nel ’92 aveva sottoscritto un prestito mai onorato con alcune banche per qualche miliardo di vecchie lire".
Quando, in quell'improvvisamente funestata casa di Bari, è arrivata un’ingiunzione di Equitalia che pretendeva il pagamento di 840mila euro (ot-to-cen-to-qua-ran-ta-mi-la!) entro cinque giorni, per Magistro e la sua famiglia è stato decisamente troppo. Perché tutti quei conti in sospeso? E perché tutti a lui? Una verifica all'Agenzia delle entrate ha risolto l'arcano: "Ho scoperto che l’ultimo segretario noto agli uffici delle Entrate era Franco Nicolazzi e la sede ancora quella di via Santa Maria in Via, ora dell’Idv, entrambi cessati nel 1988"
Magistro allora se l'è presa con una norma infilata in sede di conversione di un "decreto milleproroghe" del 2005, diventata legge solo nel 2006, per cui si istituiva un fondo di garanzia “per il soddisfacimento dei debiti dei partiti e movimenti politici maturati in epoca antecedente all’entrata in vigore della presente legge", che naturalmente non avrebbe potuto soddisfare tutti i creditori ancora circolanti, ma soprattutto scaricava sulle casse dello Stato i debiti contratti dai partiti in passato. La norma a luglio dell'anno scorso è stata cancellata, ma il problema rimane. "I vecchi partiti, anche quelli ricchi che hanno trasferito beni ed averi nelle Fondazioni, hanno scaricato o scaricheranno sui nuovi partiti i loro vecchi debiti!" si lamentava allora Magistro. In ogni caso, se vostro figlio si mette in testa di fare il segretario di partito, ditegli che dovrà passare sul vostro cadavere o, in alternativa, cominciate a preoccuparvi.

mercoledì 23 gennaio 2013

MoVimento 5 Stelle: nato debole, ora è un marchio forte


"Debole sarà lei", si sarebbe tentati di dire. Eppure bisogna ammetterlo tranquillamente e non se ne abbia a male chi ha seguito fin dall'inizio le proposte e le iniziative di Beppe Grillo: quando è stato creato, il "MoVimento 5 Stelle" all'inizio era un marchio piuttosto debole. 
Non è certo una vergogna: anche la Nutella, in fondo, lo era quando l'avevano battezzata così, mentre adesso il marchio è addirittura fortissimo, a giudicare dalle vendite e dal giro di affari che muove. Eppure, quando nel 1964 la Ferrero decise di lanciare la Nutella, quel nome altro non era altro che la versione ingentilita (con il suffisso "-ella" tipico del vezzeggiativo) di uno degli ingredienti principali del prodotto, la nocciola (che in inglese si dice nut). Un marchio che per la legge era ai limiti della validità: un segno distintivo, infatti, non può essere costituito solo da un nome o un disegno generico o da termini descrittivi di un prodotto o di un servizio, dev'esserci almeno una piccola modifica del testo che permetta di identificare e distinguere ciò cui il marchio si riferisce. Quel suffisso breve e delicato ha salvato il marchio, a renderlo famoso e praticamente inconfondibile ci hanno pensato la bontà e il successo della Nutella: si è ampiamente meritata la maiuscola e guai a non dargliela. 
Con il soggetto legato a Beppe Grillo, a ben guardare, è accaduta quasi la stessa cosa: a guardare in modo sommario il suo simbolo, non è facile trovare un elemento caratterizzante. Lo scudo crociato, la falce e il martello, la fiamma tricolore lo erano, la parola «Movimento» o l'espressione «Lista civica» nemmeno un po': sono del tutto generiche, nessuno - lo ha stabilito anche l'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Cassazione - potrebbe mai pretendere di essere l'unico titolato a usarle. Non va meglio con le stelle: in ambito commerciale sono addirittura «segni di uso comune» per indicare di solito la qualità (chiedere a Negroni e San Pellegrino, tanto per dire i primi nomi che vengono a mente), in politica hanno usato la stella i monarchici e negli ultimi anni in tanti hanno sparso poligoni a cinque punte a piene mani nei loro emblemi, dunque di capacità distintiva ne hanno pochina in sé...
A guardare meglio, peraltro, qualcosa di distintivo c'è. Quella «V» così particolare, ad esempio: sarà pure ispirata a un’altra opera dell’ingegno (il film V for Vendetta), ma è pur sempre un «carattere di fantasia» e si distingue dagli altri elementi solitamente presenti sui contrassegni; anche l'indicazione del sito «Beppegrillo.it», scritta sul fondo del simbolo come una specie di sorriso, in fondo dà un'indicazione politica chiara e può fare la differenza.
All'inizio, trattandosi di un marchio principalmente debole, la legge avrebe tutelato più che altro la combinazione degli elementi considerati e non la loro “forza” originaria singola (molto ridotta). Eppure, in questi anni, l’emblema degli attivisti legati a Beppe Grillo ha acquistato una grande capacità distintiva: ora per i media l’espressione «5 Stelle» (anche senza la parola «Movimento») identifica chiaramente gli attivisti legate alle proposte di Grillo. Proprio i mezzi di comunicazione hanno contribuito a questo rafforzamento del marchio: ne abbiano parlato bene o (come succede più spesso, a detta dei militanti) male, giornali e tv hanno fatto la loro parte. In fondo, Grillo dovrebbe essere grato anche a loro.

Questo post rappresenta una delle riflessioni svolte all'interno dell'articolo Contrassegni a 5 stelle: evoluzioni, usi, elezioni, imitazioni, pubblicato oggi dalla rivista web Federalismi.it.

martedì 22 gennaio 2013

I moderati 2.0 che non finiranno sulla scheda

Diciamolo subito, onde preparare il terreno: loro, sulla scheda, non li troverete nemmeno a cercare con la lente di ingrandimento. Non che manchino i moderati o sedicenti tali eh? Hanno depositato i loro emblemi i Moderati di Giacomo Portas a sostegno di Bersani e i Moderati italiani in rivoluzione di Samorì a supporto di Berlusconi, giusto uno per parte. Eppure non ci sarà la versione brownianamente riveduta dei Moderati 2.0 per le libertà (con tanto di arcobalenino tricolore, giusto per far capire bene da che parte si sarebbero piazzati): un simbolo decisamente audace, creato da alcuni supposti pirati, per un progetto non comune, sebbene la spada sembri molto meno moderata del cuore e del mare su cui si staglia.
Spulciando in rete si scopre che il movimento nasce sulla Rete e si ricollega in qualche modo al movimento politico internazionale pirata: anche qui, attraverso la democrazia liquida, lo scopo sarebbe perseguire "un radicale e viscerale rinnovamento dello Stato, nel rispetto della Costituzione Italiana e dei diritti fondamentali dell’uomo". A presiedere questa formazione è Leo Lyon Zagami, che sul web viene citato come "giornalista e teorico della cospirazione" (un titolo da tenere presente, in un paese come l'Italia); massone ma fortemente critico verso la massoneria "ufficiale"; altrove lo si identifica semplicemente come "Illuminato" (o, secondo alcuni, un ex Illuminato), una qualifica che esce direttamente dalla penna di Dan Brown ma secondo lo stesso Zagami va ben oltre, perché lui dice di raccontare la verità su una massoneria ormai "asservita al progetto di costituzione di un Nuovo Ordine Mondiale" da parte dei poteri forti
Ci avete capito qualcosa? Nemmeno noi: meglio lasciar parlare gli stessi Moderati 2.0, che settimane fa dicevano di avere in serbo un progetto politico e sociale dirompente: "L’imperativo categorico è diventare un soggetto politico e sociale, in grado di portare in maniera concreta la democrazia diretta in Parlamento ed aprire un discorso serio e puntuale sulla Sovranità Monetaria e non solo". La collocazione, manco a dirlo, è nel centrodestra: "E' manifesto che negli altri schieramenti il Mezzogiorno è una sorta di fantasma, e a testimonianza di questo basta leggere le sole 10 righe che Monti ha riservato al Sud nella sua agenda". Lo stesso Leo Lyon Zagami "un giudizio più che positivo e quasi entusiastico circa i progetti" da realizzare in sede di governo da parte di alcuni aderenti al Movimento 5 Stelle.
Se qualcuno pensa di aver capito che intenzioni abbia Zagami - e mi complimenterei con lui - ricordi che sulla scheda non troverà quel simbolo, ma dovrà spostarsi piuttosto su Grande Sud, altrettanto coalizzato con il centrodestra "I Moderati 2.0 per le libertà ora con Grande Sud scendono in campo per gli italiani. Loro ci sono per voi … e voi?" si domanda il leader Zagami: la risposta lasciamola alle urne, ammesso che gli elettori vogliano darla.

lunedì 21 gennaio 2013

Il maltolto nel salvadanaio

Alzi la mano chi non ha avuto almeno un salvadanaio da piccolo: casomai non l'ha nemmeno toccato, oppure lo ha usato solo per gioco, per il gusto di sentire il rumore delle monete entrare dentro e sbatacchiare contro le pareti, quasi a immaginarsi piccoli Paperoni senza dover investire troppo (un po' di cento, duecento e cinquecento lire, ché le mille ancora non si facevano in moneta). Per qualcuno il salvaspiccioli aveva le sembianze di una lattina, di un vaso trasparente, di una diavoleria di plastica che magari funzionava a pile; per altri era il tradizionale maialino di terracotta o ceramica, con regolare tappo sul fondo, giusto per non dover intervenire con il martello per liberare le monetine.
Non erano più molto diffusi gli altri salvadanai classici, quelli di terracotta tondeggianti e ben panciuti, che ai più grandi ricordavano l'esordio su vinile - era il 1972 - di una band da cavarsi il cappello, il Banco del Mutuo Soccorso. Eppure, giusto 22 anni dopo quel grande disco, quel salvadanaio sobrio e rassicurante nella sua capienza avrebbe tenuto a battesimo addirittura un progetto politico. Ma, più che parlare del risparmio in sé, serviva a dar voce a una denuncia. 
"Il disegno di un salvadanaio con accanto la scritta 'Recupero maltolto' - scrive il Corriere della Sera il 16 febbraio questo il simbolo di una delle liste per le prossime elezioni politiche. Il depositario è un commercialista di Pesaro che la ha ideata con riferimento a Tangentopoli". Si presentò davvero quell'anno Enrico Andreoni: candidatura individuale al Senato, uno dei contrassegni più bianchi che siano mai stati visti (e non solo nella Seconda Repubblica). Nessun nome sul simbolo, solo quella dicitura "Recupero maltolto" e la forma semplicissima del salvadanaio (che così, senza dettagli, poteva somigliare pure a un caciocavallo).
Qualcuno, insomma, quel salvadanaio l'aveva riempito e, per Andreoni, era ora di farselo restituire tutto intero. E, nel caso che qualcuno se lo fosse scordato, ci pensava lui a tenere viva la memoria, ripresentandosi al rito del deposito degli emblemi ogni volta che poteva. Già nel 1996, alle nuove elezioni politiche anticipate, il salvadanaio era diventato inspiegabilmente verde e non avrebbe più cambiato il suo colore. Più avanti, tuttavia, la denuncia dei ladrocini avrebbe iniziato a stare stretta all'Andreoni, che decise di schiacciare il salvadanaio per lasciare il posto a tutte le rivendicazioni possibili, senza troppi pregiudizi nei confronti delle cause da sostenere.
Rimase fermo un po' di anni, quasi a volersi preparare al botto, poi nel 2008 piazzò il colpo. Il salvadanaio era schiacciatissimo, sembrava piuttosto un saccone di soldi o di oro da fumetti, con la scritta "T.F.R. libero"; sotto, in compenso, c'era il mondo della protesta ampiamente rappresentato. "Liberté fraternité égalité"; "Yankee go home please" (apparso tra l'altro in un simbolo alle europee del 1999: che c'entrasse qualcosa?), "legalité securité" "flexsecurity" trovano tutte posto nella seconda metà del cerchio, a fasce verdi e bianche; l'ultimo segmento, per piccolo che sia, spetta a una rivendicazione convinta, anche se in apparenza meno evidente, "no amnistia".
L'anno dopo, forse desideroso di dare nuova visibilità, Andreoni si rimise in fila: il salvadanaio si tinse inspiegabilmente di blu, rivolgendo l'attenzione questa volta alla chiusura delle province e alla difesa dell'acqua come bene comune (prima, ben prima dei referendum), senza far cadere la battaglia contro un provvedimento di clemenza come l'amnistia. Quest'anno il salvadanaio è ancora lì ed è tornato verde (ospitando), per il nuovo turno elettorale le scritte sono circa le stesse di alcuni mesi fa: la "c" di "acqua", in compenso, si era annoiata e ha deciso di mollare il simbolo, lasciando scritto "Aqua bene comune". Le telecamere hanno colto al volo l'errore, sottolineato da cronisti impietosi: magari Andreoni si riferiva al gruppo che aveva lanciato Barbie Girl, ma definire "bene comune" quattro scandinavi vestiti in modo bizzarro (che il recuperatore di maltolto forse non ha mai sentito cantare) sembra decisamente di cattivo gusto.

domenica 20 gennaio 2013

Chi ha voglia di votare "Io non voto"?

D'accordo, la cosa più trasgressiva - da un certo punto di vista, comunque piuttosto morigerato - sarebbe mettere la croce con la matita copiativa sul simbolo della "lista civica nazionale 'Io non voto'". Già, perché c'era anche il suo fondatore, Carlo Gustavo Giuliana, sulla piazza del Viminale tra coloro che erano rigorosamente in fila ad aspettare il proprio turno per depositare il proprio contrassegno: una cosa quasi glam per il colorino lilla pallido, non fosse per quell' "Io non voto" scritto con quella forma bombata e quelle virgolette che di elegante non hanno moltissimo, a dire il vero.
Le idee, questi signori, in ogni caso le hanno chiare: "Siamo un gruppo di cittadini italiani delusi, disorientati e, soprattutto, completamente estranei al giro dei partiti presenti nel panorama politico nazionale. Noi - si legge nel sito della lista - non vogliamo avere nulla a che fare con i principali schieramenti che attualmente si contrappongono sulla scena politica italiana. Siamo, quindi, un gruppo di donne e uomini i quali, facendosi interpreti del crescente sentimento di rassegnazione e sfiducia nell’attuale sistema politico, hanno deciso, da ogni parte d'Italia, di dire 'Adesso Basta!' e reagire attivando un movimento d’opinione popolare con l'obiettivo di presentarsi alle elezioni politiche con una lista civica nazionale recante nel proprio simbolo la scritta IO NON VOTO"
Il popolo che si riferisce a quel contrassegno, dunque, sarebbe quello degli astenuti e delle schede bianche, che un voto di norma non lo esprime e, se non è maggioranza, detiene comunque un'ampia fetta di elettorato. Quella degli attivisti di "Io non voto", a ben guardare, è una missione: non solo perché si propongono di "sconfiggere il cancro della politica degenerata", ma anche perché cercherebbero di batterlo davvero, il cancro. Con i soldi ricevuti a titolo di rimborso elettorale, "Io non voto" si impegnerebbe a finanziare le associazioni indipendenti dalle lobby farmaceutiche "che dimostreranno di effettuare ricerca sul cancro e/o altre malattie incurabili nell'ambito della medicina cosiddetta alternativa".
La prima sfida, naturalmente, è consistita nel farsi ammettere il contrassegno: l'impresa è riuscita quest'anno, come pure nel 2008 e prima ancora nel 2006. Non era affatto scontata: per dire, ancora nel 1983 il Ministero dell'interno aveva bocciato tre simboli presentati dall'Associazione radicale per la Costituzione contro la partitocrazia, un gruppo della galassia radicale di cui faceva parte anche Peppino Calderisi. In perfetta sintonia con lo "sciopero del voto" proposto per le elezioni del 26 giugno di quell'anno, depositarono un emblema con la scritta "Scheda bianca", un altro con "Scheda nulla" e un altro ancora con entrambe le diciture. Il Viminale li ricusò, tra l'altro, ritenendoli inaccettabili perché illogici: se la scheda bianca è quella senza segni e la scheda nulla era quella senza segni validi, come si poteva ammettere un voto per quegli emblemi così strambi, che per la legge sarebbe stato valido ma avrebbe comunicato agli elettori un messaggio decisamente contraddittorio?
Superato lo scoglio del Ministero, tuttavia, il più grave resta quello delle firme: alle ultime due elezioni politiche "Io non voto" non è riuscito a raccogliere le sottoscrizioni necessarie per presentarsi. Anche per questo, Giuliana si è rivolto ad aspiranti consiglieri comunali che potessero fungere da autenticatori, arrivando a offrire loro il posto di capolista. Ce la farà entro domani? I cittadini, in qualche parte d'Italia, potranno votare "Io non voto"?