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sabato 5 gennaio 2013

La conta degli scudi crociati al Viminale

Simbolo Udc: potrebbe essere così?
Che, almeno alla Camera, accanto a una "lista Monti" (la si era chiamata così in un primo tempo, quando ancora nome e contrassegno non erano noti) ci sarebbe stata anche una lista dell'Udc, era cosa nota da tempo: lo stesso Pierferdinando Casini l'aveva detto fin dall'inizio e lo ha ripetuto anche ieri, "Noi abbiamo una nostra identità, una storia da rappresentare, non possiamo rinunciare allo scudo crociato, portiamo più voti alla causa se ci siamo" (così ha riportato Carmelo Lopapa nel suo resoconto pubblicato oggi da Repubblica). Resta in effetti il dubbio della parte testuale del contrassegno, per cui Monti ha suggerito di rimettere il nome di Casini (che campeggiava nell'emblema fino a settembre), dopo il siluro lanciato dal Pdl Giuseppe Calderisi alla possibilità che il nome di Monti comparisse su tutti i simboli della coalizione; come ho già ampiamente argomentato ieri, il riferimento al Professore potrebbe comparire benissimo, a patto che fosse fatto senza creare confusione (quindi non ripetendo l'intera frase "con Monti per l'Italia"), ma alla fine la scelta sarà dei leader di partito.
Il simbolo di Adc e Dc-Fontana
Casomai, più che del nome di Monti, Casini dovrebbe preoccuparsi proprio dello scudo crociato, la parte per lui imprescindibile del contrassegno dell'Udc. Già, perché, dopo una prima dichiarazione piuttosto dura di Ombretta Fumagalli Carulli il 28 dicembre ("Casini dovrà fare a meno dello scudo crociato"), proprio ieri sarebbe stata avviata un'azione legale per impedire all'Udc e ad altri soggetti di utilizzare quel simbolo. A rivolgersi al tribunale di Roma è stata la Democrazia cristiana. A voler fare i puntigliosi, sarebbe meglio dire la Dc guidata da Gianni Fontana o la "sedicente" Democrazia cristiana storica. Già, proprio quel partito che ritiene di essere lo stesso di De Gasperi, che all'inizio del 1994 nessuno aveva sciolto e che solo nel 2012, dopo anni di tentativi, sarebbe stato "riattivato" da un gruppo di irriducibili (tra cui Clelio Darida, Fontana, la Fumagalli Carulli, Alessandro Duce e altri ancora), i quali si sono fatti forza della sentenza n. 1305/2009 della Corte d'appello di Roma (confermata dalla sentenza della Cassazione a sezioni unite n. 25999/2010), che ha accertato il mancato scioglimento del partito.
La Dc del 1994 e la Dc-Pizza
Alle elezioni di febbraio, Fontana ha tutta l'intenzione di partecipare, tant'è che giorni fa avevo ricordato il patto federativo stretto con l'Alleanza di centro di Francesco Pionati, che traghetta inevitabilmente la Dc-Fontana nel centrodestra a fianco di Berlusconi. Sta di fatto, comunque, che la Dc vuole finire sulle schede e vuole farlo con il suo vecchio simbolo, "quel simbolo glorioso - continua Fontana - che prutroppo ha assunto tante e troppe deformazioni e modificazioni".
Proprio questa frase, per assurdo, mette in difficoltà Fontana, perché è facile vedere come il suo scudo non abbia ripreso la forma della Dc "storica", attiva fino al 1994, bensì quello della Dc di Giuseppe Pizza (di cui non si hanno quasi più notizie), cioè proprio uno dei "deformatori" dello scudo di cui finisce per dolersi il nuovo segretario. I veri problemi, tuttavia, sono altri: innanzitutto, i giudici hanno riconosciuto che la Dc non è stata sciolta (cosa che nessuno voleva fare) e che il cambio di nome in Partito popolare italiano nel 1994 era stato irregolare perché non l'aveva deciso un congresso, ma significava soltanto che il partito che da allora in avanti ha operato col nome di Ppi (e che ancora esiste come semplice associazione politico-culturale), in realtà continuava a chiamarsi Democrazia cristiana. In più, la stessa Cassazione ha detto nel 2010 che l'irregolarità del cambio di nome non vale nei confronti del Ppi (l'ex-Dc, dunque), perché non era stato parte del processo. Nel caso, insomma, Fontana e gli altri non avrebbero "risvegliato" la vecchia Dc, ma avrebbero fatto nascere un altro partito. Anche avessero diritto a recuperare il vecchio emblema, tuttavia, i democristiani dovrebbero ricordare che, in base alla legge, è più tutelato chi partecipa alle elezioni con lo stesso simbolo che nella legislatura precedente era rappresentato in Parlamento: l'Udc ha eletto deputati e senatori con quello scudo nel 2006 e nel 2008 ed era presente già da prima. Difficile, praticamente impossibile averla vinta, davanti ai funzionari del Viminale.
Uno dei simboli della Dc-Sandri
A complicare le cose, potrebbe arrivare il terzo scudo crociato, proprio come nel 2008 (e non è detto che non ne spuntino altri, visto che anche in quella tornata elettorale si erano viste altre imitazioni): anche se nei giorni scorsi ha annunciato la partecipazione alle liste della Federazione dei Cristiano popolari di Mario Baccini, non è escluso che la Democrazia cristiana di Angelo Sandri voglia comunque presentare (sperando di tutelarlo) il suo simbolo, che riprende invece lo scudo "degasperiano" con bordo superiore arcuato, usato soprattutto nei vecchi manifesti del partito. Anche lui rivendica la sua qualifica di segretario della Dc e un lavoro certosino non ancora terminato, nel tentativo di non disperdere il patrimonio politico democristiano. Anche Sandri, tuttavia, finora ha dovuto soccombere all'Udc (tant'è che alle ultime elezioni ha partecipato con un simbolo a forma di cuore, al posto dello scudo): difficile credere che stavolta andrà diversamente.

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