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giovedì 19 maggio 2016

In memoria di Marco Pannella: una storia, tanti simboli

La mia passione (o perversione, chissà) per i simboli dei partiti è nata presto. Doveva essere l'anno del Signore 1987-o-giù-di-lì, non avevo 4 anni e per la prima volta mi imbattei in quegli strani disegni, sui santini elettorali e sui fac-simile di scheda (premurosamente inviati a domicilio dai partiti), ma anche in televisione nei dibattiti e nelle lunghe dirette che venivano dopo il tiggì e proseguivano fino a notte inoltrata. I bambini sono attratti dai colori e in quei cerchi illustrati di colore ce n'era: le schede date ai seggi erano ancora stampate in un triste bianco e nero, ma per quel bambino non ancora quattrenne era difficile saperlo.
In quei giorni, in quella notte appena accennata - l'età imponeva pur sempre di non andare a letto tardi - si mescolarono falci, martelli, scudi, garofani, fiamme, soli e quant'altro. Un simbolo, però, attirò la mia attenzione: conteneva una rosa di cui si vedevano bene la corolla rossa (con varie sfumature) e un pezzo del gambo con due foglie; il resto era stretto in un pugno, bianco o comunque chiaro; il tutto però era seminascosto da una strana fascia diagonale nera. Il Partito radicale aveva schierato quel fiore fin dal 1976; quattro anni dopo aveva scelto di "abbrunarlo", di listarlo a lutto in segno di partecipazione alla lotta contro lo sterminio per fame e guerra perseguito dai "signori della guerra" e dai "potenti del mondo e d’Italia" (così si leggeva nella mozione congressuale del 1980). 
In quell'anno di grazia 1987 erano in molti a vestirsi di quel simbolo: ai miei occhi non passò inosservata una donna dai lunghi capelli biondi e dal curioso accento straniero, che rispondeva al nome di Anna Elena Staller (nota come Cicciolina anche a chi ne ignorava l'insolita professione); anche quella volta, tuttavia, il nome più in vista era quello del leader indiscusso del partito (anche se in quel momento il segretario era Giovanni Negri), uno che all'anagrafe si chiamava Giacinto, ma per tutti era semplicemente Marco Pannella.
Basterebbe questo, a pensarci bene, a spiegare perché è giusto, quasi sacrosanto che I simboli della discordia renda omaggio a lui, dopo che il suo cuore poche ore fa si è fermato (e non per protesta). Potrebbe bastare, ma in effetti non basta: il nome di Pannella è legato a doppio filo, oltre che alla storia dei radicali in Italia (fatta di pagine nobili e di momenti difficili come quello attuale), anche a quella dei tanti simboli utilizzati negli anni, in equilibrio tra conservazione e novità piccole o grandi. Una storia che ho cercato di raccontare da poco in un articolo per la rivista giuridica Nomos - Le attualità nel diritto, analizzando passo a passo l'evoluzione giuridico-organizzativa dei soggetti politici radicali e dei loro emblemi.
Per descrivere Marco Pannella - se non si ha il tempo di leggere la biografia "non autorizzata" (e ormai un po' datata) di Mauro Suttora Pannella-Bonino Spa (Kaos, 2001) - ci si può affidare all'intuizione di Edmondo Berselli, per il quale già nel 2004 "trasgressore o tutore, plagiario, eversore o garante, Marco Pannella è - e, ammettiamolo pure, viene difficilissimo oggi dover dire 'era' - un’autobiografia della nazione politica". Per capire le evoluzioni dell'area radicale soccorre invece una frase scritta da Pannella nella prefazione a Underground: a pugno chiuso (1973) di Andrea Valcarenghi: "Abbiamo dovuto e forse saputo [...] inventar tutto, rifiutare ogni strumento esistente, ogni scorciatoia, ogni facilità, per poter avanzare almeno di un poco. [...] La fantasia è stata una necessità, quasi una condanna, piuttosto che una scelta". La fantasia come necessità è diventato il titolo di un bel libro di Alessandro Di Tizio (Lindau, 2005), nato per raccontare a tutti l'azione politica radicale: lo stesso principio, però, si applica alle formazione e ai simboli radicali. 
Se le scadenze elettorali e le dinamiche politiche per i radicali non sono situazioni per raccogliere consenso, ma occasioni per proporre agli elettori battaglie politiche, le idee da perseguire e le persone che le portano avanti contano di più delle strutture con cui si opera: partiti, movimenti e liste, dunque, vengono concepiti secondo le intuizioni del momento, hanno un ciclo vitale "naturale" e questo, serenamente, può concludersi, dunque è del tutto normale adattare nomi e simboli alle battaglie più urgenti del momento o anche lasciare che si estinguano, se hanno fatto del tutto il loro tempo. In casa radicale questo concetto viene identificato come "biodegradabilità" di strutture e simboli e il tutto richiede, indubbiamente, molta fantasia per trovare di volta in volta la veste più adatta alla causa.
Per questo, "regnante" Marco Pannella, sono stati creati e ritoccati decine di simboli, a volte più duraturi, altre volte - come nell'anno di non troppa grazia 1979 - durati giusto il tempo di depositarli al Viminale per evitare fastidiose copie o tenersi aperta la possibilità di alleanze e apparentamenti. Altre volte sono stati procacciati all'estero, quando è parso che potessero essere efficaci anche qui da noi: pochi forse sanno che il "sole che ride", tuttora simbolo dei Verdi, era stato acquistato proprio dai radicali di Pannella dagli antinuclearisti danesi che ne erano titolari e ceduto gratuitamente prima all'associazione Amici della Terra, poi alla nascente Federazione delle Liste verdi.
Il caso più famoso, tuttavia, è quello della "rosa nel pugno", diventato presto in Italia metonimia dei radicali - come si capì già dal nome di una raccolta di scritti curata da Valter Vecellio, Il pugno o la rosa - ma che si era affermato in origine tra i socialisti francesi, in corrispondenza dell'arrivo alla guida del partito di François Mitterand, prima di diventare un segno internazionale del socialismo. La storia dell'approdo dell'emblema in Italia passa ovviamente attraverso Marco Pannella, ma i contorni della storia ormai sono impossibili da definire con precisione. Proprio lui ha parlato spesso di un viaggio a Parigi (o forse al congresso di Epinay, chissà) nei primi anni '70 con l'allora segretario socialista Giacomo Mancini, interessato come lui a poter utilizzare l'emblema in Italia ma senza contare del necessario sostegno dell’intero Psi, ancora legato a falce e martello. 
Immagine messa
a disposizione
 da Massimo Gusso
Il simbolo fu concesso al Partito radicale - secondo qualcuno Pannella lo sfilò nottetempo a Mancini, ma queste sono leggende metropolitane - e venne adottato prima con una rilettura grafica del tema (dal 1974, con il disegno di Piergiorgio Maoloni), poi in modo ufficiale dal 1976; nel 1981, però, i radicali persero una causa con Marc Bonnet, autore del disegno della rose au poing (forse non c'era stato un accordo economico con lui per usare il segno come emblema in Italia) e si firmò un regolare contratto per sanare il tutto, col pagamento di parecchia moneta sonante (per Maurizio Turco erano tra i 50 e i 60 milioni di lire). 
Nel 1988, in corrispondenza dell'evoluzione del soggetto politico in Partito radicale transnazionale, il simbolo andò "in pensione", lontano per statuto dalle urne (e comunque sostituito dall'emblema di Gandhi disegnato da Paolo Budassi); di quando in quando, tuttavia, ha fatto capolino su vari contrassegni del mondo radicale, fino all'esperimento - durato poco - dell'alleanza con i socialisti dello Sdi, proprio nel segno della Rosa nel Pugno. 
In queste ultime settimane l'area radicale sta vivendo un periodo difficile, la scelta di alcuni iscritti a Radicali italiani di partecipare alle elezioni comunali a Roma e Milano con liste aventi la parola "radicali" nel simbolo ha provocato molte discussioni, incontrando il favore di chi chiede a gran voce l'impegno in tante battaglie sui diritti in Italia e la contrarietà di chi chiedeva di rispettare gli statuti dell'area radicale, in base ai quali i vari soggetti "in quanto tali e con il proprio simbolo" non partecipano alle elezioni. Non potrà essere Marco Pannella, magari con uno dei suoi discorsi fluviali, a facilitare un accordo tra i radicali: dovranno essere loro - da soli, stavolta - a trovare la sintesi. Sarebbe un peccato perdere quella voce di laicità e impegno: personalmente auguro loro con tutto il cuore di riuscirci.

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