mercoledì 9 gennaio 2013

Si attende un esercito di simboli furbetti

Qualcuno, tra i giornalisti e gli appassionati (con più o meno attenzione), lo ha detto e pensato più volte: la riduzione al 75% delle firme necessarie per la presentazione delle liste è un regalo al Movimento 5 Stelle. Niente di più sbagliato. Sì, certo, Beppe Grillo aveva tuonato più volte contro i tempi ristretti per raccogliere le sottoscrizioni, ma i "Firma day" indetti a dicembre sono stati sufficienti - per quanto se ne sa - a ottenere addirittura tutte le firme che sarebbero servite se non ci fosse stata la riduzione per scioglimento anticipato delle Camere. 
Ma allora, a questo punto, chi guadagnerà da quella decisione? Non è malizioso dire che la richiesta di un numero decisamente minore di firme (nelle circoscrizioni più popolose, per dire, ne bastano mille) dovrebbe consentire in effetti la massima partecipazione possibile anche per i piccoli partiti, ma soprattutto permetterà a disturbatori di ogni sorta non solo di presentare il proprio simbolo al Viminale, ma addirittura di farlo finire sulle schede elettorali: c'è da scommetterci, si sprecheranno i contrassegni trappola, simili, occhieggianti, tendenziosi, fatti giusto giusto per rubacchiare qualche voto (e, magari, paccate di voti) ai partiti cui si vuole dare disturbo, turlupinando gli elettori più distratti, non attenti a distinguere un segno da un altro.
Chi non ci crede, chi non pensa che ciò sia possibile, si ricreda andando a vedere gli emblemi depositati per le elezioni politiche del 1992 e del 1994. Già, perché il record assoluto dei contrassegni ammessi alle elezioni (anche senza la presentazione di una successiva lista) risale proprio al 1994, in coincidenza con l'avvento del sistema a prevalenza maggioritaria, con 312 emblemi; due anni prima i simboli ammessi erano meno ("solo" 125), ma in prima battuta il Ministero dell'interno ne aveva ricusati ben 130 e, anche dopo le riammissioni di alcuni di essi, quelli definitivamente esclusi sono stati 117, il primato mai battuto nella storia delle elezioni di livello nazionale. Quella fu la prima vera "esplosione simbolica": non c'entravano tanto le firme, quanto piuttosto l'introduzione del colore (che scatenò le fantasie cromatiche, anche perverse, di molti) e il tentativo di proteggere o di sfruttare parole che erano diventate appetibili.
Ci aveva provato soprattutto la Lega Nord, che aveva praticamente intasato i tavoli del Ministero con i suoi simboli. Già, perché accanto al suo emblema "ufficiale" (che conteneva quello della Lega Lombarda, con cui aveva partecipato alle elezioni precedenti, ottenendo i primi parlamentari) il partito e varie associazioni vicine ad esso - magari create ad hoc, soprattutto da Giuseppe Leoni - avevano presentato una settantina simboli che contenevano il termine "Lega" e altre parole che lo specificavano, cercando di coprire il maggior numero degli usi di quel nome. Era un tentativo, artigianale finché si vuole ma non così assurdo, di proteggere l'uso di una parola, quasi a volersela riservare. Proprio quello, però, che non è possibile fare: il Viminale li ha bocciati tutti, dal primo all'ultimo. 
I rappresentanti del Carroccio ne presero atto, ma si infuriarono parecchio quando videro che invece erano state ammesse circa 35 altre Leghe, con le grafiche più disparate. "Per evitare confusioni e fraintendimenti faremo ricorso alla Corte di Cassazione - tuonò Bossi ai giornalisti -. Evidentemente quest'opera di ostruzione nei confronti della Llega era già preordinata". Fecero davvero ricorso, i leghisti, alla'Ufficio elettorale presso la Cassazione, ma presero la seconda porta in faccia: "Lega", per i giudici, era un termine troppo generico per poter parlare di confondibilità e per ammettere che un solo soggetto ne avesse l'uso esclusivo. Leghe non "leghiste" tutte libere, insomma. Nel fine settimana si vedrà cosa è riuscita a partorire la fantasia dei presentatori di simboli: dai primi segnali, è probabile che se ne vedranno di tutti i colori.

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