lunedì 21 ottobre 2019

Squadra Italia, simbolo per il centrodestra? (Con una capatina sanremese)

Il simbolo pubblicato dal Tempo,
messo in un cerchio
A chi oggi guardasse la prima pagina del Tempo non potrebbe sfuggire, in "taglio", un titolo in grado di attirare l'attenzione di ogni drogato di politica che si rispetti: Ecco il simbolo del centrodestra; accanto, su fondo azzurro, la riproduzione di un emblema, anzi, di "uno scudetto con la scritta 'Squadra Italia' in bianco su fondo azzurro. Nella parte sottostante, un tricolore, in cui ad ognuna delle bande corrisponde uno dei partiti principali della coalizione". Per leggere l'articolo, firmato da Pietro De Leo, basta andare a pagina 3: lo stesso emblema campeggia al centro, sotto a uno scatto della manifestazione Orgoglio italiano di sabato pomeriggio, con Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini vicini e sorridenti sul palco di Piazza San Giovanni a Roma.
Spiega De Leo che avrebbe creato il simbolo, "guardando a quel che sarà, ma ancora non è", nientemeno che Michaela Biancofiore, bolzanina, iscritta a Forza Italia dal 1994 e deputata berlusconiana ininterrottamente dal 2006. Proprio colei che, con riguardo alla manifestazione di sabato, aveva rincarato la dose dopo la dichiarazione piccata di Giorgia Meloni sui simboli che sarebbero stati presenti a Orgoglio italiano ("Ci saremo, con le bandiere tricolori, come avevamo promesso e come tutti avevamo annunciato. Mi dispiace però dover scoprire, a 24 ore dal suo svolgimento, che quella che doveva essere una manifestazione di tutti avrà in realtà i simboli della Lega, addirittura sul palco"). "Ha ragione da vendere, quando si prende un impegno di unità e dignità con gli alleati, lo si deve mantenere - aveva detto Biancofiore - . Abbiamo tutti aderito con gioia alla manifestazione perché indetta dai tre leader che il popolo italiano vuole vedere unito, ma con egoistiche fughe in avanti si spegne l’entusiasmo e la speranza di un possibile ribaltamento di fronte di una squadra che gioca la stessa partita. Non ha certo montato Salvini il palco di piazza San Giovanni e magari a qualcuno dei suoi è scappata la mano, ma ora mostri serietà e non presti il fianco al Renzi di turno che gli rinfaccerà la mancanza di parola. Ci sono già i gazebo dei partiti altra cosa è una massa che sventola un’unica bandiera. Matteo faccia dunque una dichiarazione d’amore all’Italia intera che questo pomeriggio sarà in piazza, copra il simbolo della Lega con un bouquet di tricolori, il vessillo di libertà di tutti i partiti che si riconoscono nei valori comuni agli italiani". Simbolo leghista che, ovviamente, è rimasto visibile.
Già, ma il logo "Squadra Italia"? Biancofiore, che in effetti ieri ha pubblicato ieri sui suoi profili social quell'emblema (anche se la versione pubblicata dal Tempo ha ridotto lo spazio per la parola "Squadra", inserendo tra il nome e il tricolore coi simboli una banda con la dicitura "Salvini premier"), ha spiegato a De Leo di aver ideato il brand un paio di anni fa, di averne commissionato la realizzazione a un grafico e averlo depositato come marchio, per poi utilizzarlo su una felpa indossata durante le campagne elettorali in Alto Adige. L'emblema è stato pubblicato dopo gli "insieme si vince" di Salvini, ma soprattutto dopo che Berlusconi ha detto dal palco di Piazza San Giovanni "Siamo la Nazionale Azzurra della Libertà": proprio questa frase accompagna l'immagine sui profili di Biancofiore.
In effetti, spulciando la banca dati dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, si trova la versione originale dello scudetto, semplice, senza ombreggiatura nel testo e senza "pulci" dei partiti nella parte occupata dal tricolore. La domanda di marchio, depositata il 12 aprile 2016 e accolta con la registrazione il 3 luglio 2017, è valida per ben nove classi di beni e servizi, i più diversi tra loro: copre infatti le classi 9 (apparecchi e strumenti, fotografici cinematografici, ottici, Dvd, apparecchi per la registrazione,la trasmissione del suono e delle immagini), 16 (materiali di cartoleria, tipografia e per artisti, fotografie, macchine da scrivere e articoli per ufficio, materiale per l'istruzione o l'insegnamento), 18 (cuoio e sue imitazioni, pelli di animali; bauli e valigie, ombrelli e ombrelloni, bastoni da passeggio, persino "fruste e articoli di selleria"), 22 (corde, spaghi, reti, tende, teloni, vele, sacchi, materiale d'imbottitura, materie tessili fibrose), 24 (Tessuti e loro succedanei; coperte da letto e copri tavoli), 25 (articoli di abbigliamento, scarpe, cappelleria), 28 (giochi, giocattoli; articoli per la ginnastica e lo sport; decorazioni per alberi di Natale), 35 (pubblicità, gestione di affari commerciali, amministrazione commerciale, lavori di ufficio) e 41 (educazione, formazione, divertimento, attività sportive e culturali). Titolare del marchio, in effetti, non è Biancofiore, ma Marco Scorza, creative editor, libero professionista della moda (il che contribuisce a spiegare alcune delle classi di marchio indicate per la registrazione), titolare del sito www.fashionadvices.com: intervistato da Notizienazionali.it quattro anni e mezzo fa, è emersa la sua vicinanza a Biancofiore ("Michaela è una donna che fa politica e ha dei valori altissimi, in tv passa un messaggio di lei che non la rappresenta").
Nella versione del logo pubblicata tra ieri e oggi, colpisce innanzitutto l'uso dei tre simboli tutti contenenti il nome del leader di partito; addirittura per Forza Italia si è impiegato il contrassegno inaugurato alle europee, con la bandierina schiacciata e lo slogan "per cambiare l'Europa" (certamente il più brutto visto fin qui), ma evidentemente Berlusconi deve averlo approvato, se - come si intende dall'articolo - ha in qualche modo dato la sua "benedizione". Poi ovviamente c'è lo scudo, che si fa scudetto (e richiama il tifo calcistico che aveva già ispirato la nascita di Forza Italia), ma prima ancora era - come ora - presente sulle divise militari (e, se la tradizione fa risalire l'adozione calcistica a Gabriele D'Annunzio, che l'avrebbe mutuata proprio dai militari, non pare un caso che la forma adottata per lo scudo ricordi assai più quella che si vede sulle divise rispetto a quella impiegata nello sport); De Leo giustamente ricorda anche il valore dello scudo nella storia politica italiana, come segno distintivo della Democrazia cristiana (nella versione crociata) e - si aggiunge - prima ancora dei comuni italiani. Il tricolore, infine, sarebbe l'elemento di continuità visiva del centrodestra italiano, almeno a partire dalla Casa delle libertà del 2001 (c'era anche negli emblemi del Polo delle libertà e del Buongoverno nel 1994, ma lo apportava Forza Italia) e l'ingrediente principale, insieme all'azzurro (lo stesso del Pdl e che dall'inizio si è legato a Forza Italia, benché nei primi simboli non fosse presente; la font, per giunta, è l'Helvetica di sempre), della nuova possibile avventura di Squadra Italia. 

Bonus track, per drogati cronici

Ora, potrebbe essere davvero impiegato quel nome, come potrebbe non esserlo, ma se il drogato di politica  è anche un conoscitore metodico della storia del Festival di Sanremo, non può non avere un riferimento nitido: Squadra Italia, infatti, era il nome di un "supergruppo" costruito dall'impresario Dino Vitola apposta per il palco dell'Ariston nel 1994 - lo stesso anno della vittoria berlusconiana - proprio in vista dei Mondiali di quell'anno (non era stato solo il Cav a pensare a sfruttare quell'occasione...). Nell'edizione vinta da Aleandro Baldi con Passerà (e, per le Nuove Proposte, da Andrea Bocelli con Il mare calmo della sera), si esibirono in undici tutti insieme, come una squadra di calcio: furono della partita - in ordine alfabetico - Lando Fiorini, Jimmy Fontana, Rosanna Fratello, Wilma Goich, Mario Merola, Gianni Nazzaro, Nilla Pizzi, Toni Santagata, Manuela Villa e perfino (come "quota stranieri") Wess
La loro ammissione al festival fu resa nota il 22 dicembre 1993, quando il progetto di Forza Italia era allo studio ma ufficialmente non se ne sapeva nulla, visto che l'atto costitutivo sarebbe stato rogato il 18 gennaio 1994: "Squadra Italia è nata molto prima di Forza Italia" hanno tenuto a precisare nei giorni della kermesse tanto Nilla Pizzi quanto Mario Merola, presenti come gli altri in giuria a Castrocaro l'estate precedente e riuniti da Una vecchia canzone italiana, brano scritto a otto mani, di Giampiero Artegiani e Marcello Marrocchi (quelli di Perdere l'amore, vittoriosa sei anni prima grazie a Massimo Ranieri), nonché - per il solo testo - di Fernanda Tartaglia e soprattutto di Stefano Jurgens (autore televisivo di successo per Corrado e tanti altri, ma anche di canzoni, a partire da Carletto), al quale erano stati chiesti versi "come We are the world" (così scrisse allora sulla Repubblica Maria Pia Fusco). 
Il successo non fu proprio lo stesso, visto che il brano arrivò penultimo; i drogati di politica e musica, tuttavia, non potranno non apprezzare che il supergruppo rieseguì la canzone anche nella serata finale, il 26 febbraio, quando nello stesso giorno di gennaio Berlusconi era "disceso in campo" con il suo discorso "L'Italia è il paese che amo". Che poi era il paese descritto come "Terra distesa nel mare / che in ogni canzone ci parli d'amore / terra di grano e di fiori / di sole, di vino, di spine e di allori / terra che resti nel cuore / di chi per un sogno ti deve lasciare" all'inizio del brano. Il testo scorreva con le immagini paesane della piazza, della banda, di una terra "di santi e poeti / de troppi mafiosi e pochissimi preti" ma anche "di mille stranieri / che trovano amore e non partono più" (chissà che ne penserebbero Salvini e Meloni...), fino al ritornello che esplodeva, inseguendo ovunque l'ascoltatore: "Sentirai  una radio che suona lontana / canterà una vecchia canzone italiana / rivedrai un balcone affacciato sul mare / una canzone non chiede di più / ti porta dove vuoi tu". E chissà se la nuova Squadra Italia si troverebbe d'accordo, più che sulla destinazione, sulla canzone da cui farsi portare: Nessun dorma, un brano di De André, un pezzo strappalacrime di Apicella o chissà cos'altro. Tanto il repertorio è ampio: "Passano gli anni e la vita però / una canzone noooooooo".   

sabato 19 ottobre 2019

Il simbolo sfumato (stile Instagram) e ad ali spiegate di Italia viva

L'impegno è stato rispettato, giusto con un briciolo di ritardo: alle 18 e 20 dalla Leopolda10 Matteo Renzi ha mostrato il simbolo con cui Italia Viva vorrà distinguersi da qui in avanti nella sua azione politica e - sia pure in un secondo momento - elettorale. La presentazione è arrivata dopo gli interventi di Gennaro Migliore e Lisa Noja, che hanno lavorato alla carta dei valori del nuovo soggetto politico, e a Ettore Rosato e Teresa Bellanova, che hanno lavorato allo statuto ("Qui siamo tutti amici. Qui si lavora insieme. Questa è una squadra", ha detto Rosato, anticipando di fatto il contenuto dell'articolo 1 dello statuto nascituro: "Dobbiamo essere il partito dell'empatia, della gente che non ci cerca, un partito che sa ascoltare"). 
"Un parlamentare nella chattina interna ha scritto 'non abituiamoci troppo alla democrazia interna'" - ha scherzato Renzi, salito sul palco dopo i discorsi di una serie di ospiti (l'ultimo dei quali era l'ex sindaco di Sasso Marconi Stefano Mazzetti) - "ma noi abbiamo scelto di scegliere tutti insieme il simbolo di questa nostra casa. Una casa che è simbolo di protezione, rifugio, di resistenza dal populismo e dal qualunquismo, una casa a prova di ruspa". E per contrassegnare la nuova casa, nonché la squadra "che farà dell'italia un posto più bello", è stato scelto il simbolo sfumato coi colori di Instagram, sia sul segmento inferiore sia nella V tridimensionale che si trasforma in un uccello ad ali spiegate (che a qualcuno ha ricordato il gabbiano dell'Italia dei valori, anch'esso sfumato, sia pure dei colori dell'arcobaleno). La gigantografia è stata fatta calare dall'alto ed è bastato vedere una fettina della parte inferiore per capire quale delle tre alternative fosse stata scelta.   
Una scelta che da giovedì, in realtà, si poteva già intuire. Quando è stato reso noto il logo della Leopolda del 2019, oltre al "10" disegnato come il numero da maglia dei calciatori di maggior classe, inevitabilmente saltava all'occhio la tavolozza cromatica utilizzata per campire le lettere: una sfumatura molto, molto simile a quella utilizzata per il simbolo numero 2. Proprio quello che già questa mattina era risultato in testa in base alle indiscrezioni riportate dai quotidiani.
Un vero e proprio spoiler, in un certo senso: ne era convinto Makkox (Marco Dambrosio) nella puntata di Propaganda Live di ieri sera, in cui abbiamo vivisezionato le alternative simboliche messe al voro, in cerca dei loro ascendenti grafici: "Domani il simbolo di Italia Viva sarà il secondo - ha profetizzato davanti a Diego Bianchi "Zoro" - e se non sarà così, sarà solo perché ci ha visto stasera e ha voluto cambiare le carte in tavola". Poteva anche essere che il logo della manifestazione fosse un modo per rendere l'onore delle armi ai colori di quella seconda grafica - che ha avuto apprezzamenti come anche critiche (per le sfumature, per la sagoma del volatile che ricordava la V del Vasigil anche grazie ai colori "da igiene intima" del nome) - ove fosse risultato prevalente il terzo simbolo (quello basato solo sul lettering e sui colori renziani, pur con una certa somiglianza al primo logo, mai utilizzato di Forza Italia). Così non è stato: sfumatura ovunque, per un partito sempre connesso (e che dovrà rivolgersi anche a chi Instagram non lo ha mai usato o forse non lo ha mai visto).

giovedì 17 ottobre 2019

Costituente democratica liberale, catto-lib che guardano all'Europa

Dici "Cdl" a chi segue un minimo la politica e probabilmente chi ti ascolta penserà alla berlusconiana Casa delle libertà. Se la persona in questione appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica potrebbe anche pensare ai Cristiani democratici per la libertà, partito fondato nel 1998 da Raffaele Fitto (con cui confluì in Forza Italia, che così poté riutilizzare la stessa sigla per contrassegnare l'alleanza di centrodestra). Oggettivamente è più difficile che a qualcuno venga in mente di collegare in prima battuta l'acronimo alla Costituente democratica liberale, a meno che si tratti di un soggetto malato di politica del tutto irrecuperabile e/o sia salentino o almeno pugliese.
Già, perché questo movimento politico ha il suo cuore in Puglia, visto che è nato a Campi Salentina, nel leccese, il suo fondatore e segretario nazionale, Antonino Ingrosso: classe 1949, uomo profondamente legato alla sua terra anche se ha vissuto a lungo a Milano e a Genova dove creò l'emittente regionale Radio Stereo International, affiliata a Top Italia Radio: lì ha lavorato con lo pseudonimo di Tony Morgan). Sempre a Genova si era affacciato per la prima volta alla politica, iscrivendosi alla Democrazia cristiana nel 1966; la militanza è proseguita sempre nell'area moderata, cattolica e liberale, solco nel quale si inserisce anche la "sua" Cdl, sorta nel 2009, dopo un lungo impegno nell'area democristiana, soprattutto quella riconducibile allora a Giuseppe Pizza (ma nel 2004 si era candidato anche alle elezioni provinciali di Genova per gli Italiani nel mondo di Sergio De Gregorio e aveva lavorato alla presentazione della lista Centro - Dc - Pli alle regionali liguri del 2010, anche se poi la formazione non finì sulle schede).
Il movimento venne fondato da Ingrosso "in un momento particolare della sua vita politica, di grande caos politico, di difficoltà di comprensione della complessità che si stava evidenziando" (così è scritto nel sito del partito), con l'idea di accostare e fondere la dottrina sociale della Chiesa e la cultura liberale democratica. Vista la lunga militanza nelle correnti democristiane di centrodestra (anche se ormai il partito era andato a rotoli da un po'), non stupisce che nel 2010 il fondatore abbia stretto un accordo con Futuro e libertà di Gianfranco Fini, dando al suo gruppo il nome di Costituente destra liberale
Nel 2013, tuttavia, in coincidenza con la sostanziale consunzione di Fli, il nome tornò Costituente democratica liberale, anche in ossequio ai nuovi ingressi di quell'anno che segnarono un ritorno alle origini del movimento: i gruppi democristiani liguri e pugliesi, in particolare, contribuirono al nuovo corso della Cdl. Per un periodo, tra l'altro, la Costituente democratica liberale ha aderito alla Democrazia cristiana guidata da Angelo Sandri e in occasione del XXII congresso (2013) venne eletto vicesegretario nazionale del partito e in seguito è divenuto segretario regionale Dc Liguria. Finita quell'esperienza, Ia Costituente democratica liberale ha riacquistato la sua autonomia.
Questo nuovo inizio ha avuto riflessi anche di natura simbolica, in un emblema che si mostra come composto e complesso. "Il nucleo iniziale del simbolo è quello con i quattro colori nazionali, il blu in alto e il tricolore ribaltato in basso, leggermente curvo, tanto per distinguerci dagli altri - spiega Ingrosso - Volevamo però distinguerci ancora di più, così abbiamo creato un contrassegno "a bicicletta", che a sinistra conteneva il simbolo nostro e a destra la miniatura di eventuali forze con cui ci siamo alleati o cui abbiamo partecipato, come la Democrazia cristiana. Quando poi siamo tornati autonomi, quella struttura è stata mantenuta, associata al nostro nome e nella parte destra abbiamo inserito una bandiera europea incollata sopra quella italiana: voleva essere un omaggio al progetto dell'Europa come l'avevano concepito i suoi padri fondatori, quando abbiamo scelto una grafica definitiva per l'emblema abbiamo pensato che quella ci rappresentasse in pieno".   
Il movimento opera a livello locale raccogliendo coloro che si considerano moderati, cattolici e liberali: "Noi - precisa Ingrosso - non facciamo accordi con le aree estreme, di destra o di sinistra che siano; con le altre forze siamo disposti a collaborare, non siamo pregiudizialmente contro nessuna di queste, purché vogliano fare il bene del popolo senza seguire personalismi o cambiare idea a seconda di come tira il vento".  

Il simbolo usato nel 2017
Il simbolo non si è visto di frequente sulle schede elettorali (l'ultima volta lo si è visto nel 2017 a Bagni di Lucca) ma l'attività politica prosegue. "Costituente democratica liberale - si legge ancora nel sito - non è un punto di arrivo o un soggetto statico, ma una iniziativa aperta al contributo di singoli cittadini e ad organizzazioni di varia natura che, di fronte ai gravi problemi del nostro Paese e dell'Europa, vogliono impegnarsi per trovarne le soluzioni, convinti che le ricette liberali, opportunamente aggiornate, possano fornire una indicazione indispensabile ed efficace". Il tutto sotto l'insegna di un emblema a due simboli, molto moderati, molto italiani, molto europei.

domenica 13 ottobre 2019

Democrazia cristiana, nuove possibili evoluzioni

Se ieri gli occhi dei più erano puntati sul cinema Adriano a Roma, luogo in cui si è svolta la prima presentazione di Italia Viva (mentre alle 18 Matteo Renzi rivelava online la terna di potenziali simboli del nuovo partito), meritavano una certa attenzione anche le due assemblee che si sono svolte in mattinata, quasi contemporaneamente, per discutere (e decidere) del futuro della Democrazia cristiana
La presenza maggiore si è registrata all'assemblea costituente convocata per le 9.30 in via dei Quattro Cantoni, alla quale erano invitati a partecipare tutti (e solo) coloro che erano in grado di comprovare la loro iscrizione al partito nel 1993, anno dell'ultimo tesseramento valido. Come si è ricordato alcune settimane fa, la riunione è stata "autoconvocata" dal presidente dell'associazione degli iscritti Dc del 1993, Raffaele Cerenza, in nome e per conto della totalità dei soci: dal momento che l'assemblea dei soci di fatto sarebbe il solo organo rimasto della Dc (essendo certamente scadute tutte le cariche), essa finirebbe per rappresentare il partito e, proprio in mancanza di altri organi e responsabili, avrebbe pure titolo per autoconvocarsi a norma dell'articolo 20 del codice civile. All'assemblea hanno partecipato oltre duecento persone, che si sono avvicendate nell'arco della mattinata.
In quella sede i presenti hanno provveduto innanzitutto all'elezione del segretario politico e del segretario amministrativo della Dc. Per la prima carica è stato designato Franco De Simoni, che finora dell'associazione degli iscritti Dc del 1993 è stato il vicepresidente; il secondo ruolo sarà ricoperto da Raffaele Cerenza, che in questo modo sarà il legale rappresentante e dunque continuerà a seguire tutte le questioni giuridiche del percorso.
Nell'assemblea sono poi stati nominati i coordinatori regionali e di zona, che faranno riferimento al responsabile organizzativo nazionale Antonio Ciccarelli. Le figure locali individuate sono Armando Lizzi (Abruzzo), Giuseppe Cracò (Sicilia), Luigia Perillo (Basilicata), Marina Assandri (Lombardia), Francesco Palagiano (Puglia), Felice Spera (Campania), Lidia Modica (Liguria), Alessio Caprao (Sardegna), Alessandro Bordon (Friuli Venezia Giulia), Giovanni Sgrò (Calabria), Vincenzo Feola (Umbria), Ludovico Fierdimonti (Piemonte), Euro Errani (Emilia Romagna), Anacleto Scortichini (Marche), Carmelo Durante (Molise), Maria Bianchi (Toscana), FilippoTtrazky (Valle d'Aosta), Teresa Zimmerna (Trentino Alto Adige), Francesco Furlan (Veneto), Gaetano Tropeano (Lazio), nonché Nino Cofini e Antonio Di Stefano per la zona di Roma. Si è contestualmente provveduto anche a nominare i responsabili dei vari uffici e dipartimenti tematici, che saranno resi noti successivamente.
Al di là delle nomine, c'è stato lo spazio anche per discutere su come impostare l'attività futura. Come priorità, si è individuata la necessità di riottenere la disponibilità del simbolo dello scudo crociato, come presupposto per qualunque azione politica o elettorale: nelle prossime settimane, dunque, si studieranno le strade più opportune per tendere a questo risultato. Nel frattempo verrà aperto il tesseramento, a cura dei coordinatori regionali: spetterà a loro individuare altri iscritti del 1993, cui per primi si rivolge il progetto politico, come pure altre persone interessate che vogliano partecipare. L'obiettivo, ovviamente, è la celebrazione di un congresso, anche se è prematuro immaginare la data: "Molto dipenderà ovviamente da come andrà il tesseramento - spiega Cerenza - ma penso che l'anno prossimo i tempi possano essere maturi, anche per coinvolgere buona parte dei nuovi iscritti, visto che lo statuto della Dc richiede che siano trascorsi sei mesi dall'iscrizione perché i nuovi soci possano esercitare pienamente i loro diritti".

* * *

Quasi contemporaneamente a questa riunione, come si diceva, se n'è svolta un'altra, "convocata" materialmente per le 10 in via XX settembre da Nino Luciani: lui precisa di essere stato "incaricato ad attuare la convocazione" di Gianni Fontana: questi il 26 febbraio 2017 all'hotel Ergife era stato eletto presidente della Democrazia cristiana dall'assemblea dei soci la cui convocazione era stata disposta dal Tribunale di Roma (anche se nel frattempo nel 2018 si era svolto il XIX congresso Dc, a seguito del quale Fontana era diventato presidente del consiglio nazionale, incarico che aveva peraltro lasciato prima dell'incarico a Luciani). 
A questo secondo appuntamento, convocato dopo svariate lamentele e accuse di nullità del congresso del 2018, avrebbe partecipato (a quanto si apprende) qualche decina di persone (che rappresentavano anche altri associati per delega); nei giorni scorsi, peraltro, l'ufficio politico della Dc aveva provveduto a diffidare Luciani e a deferirlo ai probiviri del partito sostenendo che non aveva alcun titolo per convocare l'assemblea (affine a quella che si era riunita all'Ergife nel 2017) e Renato Grassi, eletto segretario al congresso del 2018, aveva invitato a "non attardarsi in misere dispute pseudogiuridiche, motivate dal livore o dall'insoddisfazione di alcuni, ma concorrere tutti pur con idee e proposte diversificate alla costruzione del progetto politico del Partito".
In ogni caso, a questa seconda riunione si è parlato appunto dei lamentati vizi dell'assise e la maggioranza dei presenti si sarebbe espressa a favore della ripetizione del congresso (con la necessità probabilmente di emettere una nuova convocazione della stessa assemblea). Sarebbe però stata approvata anche una mozione particolare, proposta da Pellegrino Leo, che invitava il gruppo a evitare nuove liti e a perseguire l'unità in nome della possibilità di ridare concretezza politica alla Dc assieme a tutti coloro che ci stanno, a partire dall'Udc che potrebbe mettere a disposizione il simbolo il cui uso è stato finora protetto in sede elettorale. 
Nelle ultime settimane, in effetti, si è parlato più volte dell'interesse dell'Udc a mettere in campo una proposta di stampo democratico cristiano più ampia, unendo le forze dei vari soggetti interessati. Sembra andare in questa direzione un appello lanciato il 5 ottobre a Venezia, diffuso da Ettore Bonalberti dell'Associazione liberi e forti (e membro della direzione nazionale della Dc-Grassi), per ora firmato da Giuseppe GarganiRenato Grassi della Dc, da Mario Tassone del Nuovo Cdu, da Lorenzo Cesa dell'Udc e da Gianfranco Rotondi (eletto in Forza Italia e presidente della Fondazione Democrazia cristiana). Lo si riporta di seguito, anche per il rilievo che potrebbe acquistare dopo la partecipazione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, prevista per domani, all'apertura delle celebrazioni del centenario della nascita di Fiorentino Sullo (cui era intitolata la fondazione guidata da Rotondi fino a pochi mesi fa) ad Avellino. Nell'appello, tra l'altro, si parla dell'opportunità di dare luogo a una federazione di centro cui le varie realtà possano partecipare e che, alla prima riunione dei rappresentanti, si dia a maggioranza qualificata un simbolo elaborato a partire dalle proposte mese sul tavolo e nel quale tutti possano riconoscersi. Che lo scudo crociato sia il primo candidato? 
I sottoscritti,  
consapevoli della particolare situazione politica che attraversa il paese dopo la costituzione di un governo di emergenza tra due gruppi politici non omogenei - il PD e i Cinque stelle - e della esigenza di superare il "nazionalismo" e l'antieuropeismo che si erano affermati dopo le elezioni del 2018; 
consapevoli che la scomposizione dell’ attuale assetto politico possa portare alla costituzione di nuovi soggetti politici capaci di superare le incertezze e le patologie che abbiamo patito in questi anni; 
consapevoli che la novità in Italia e in altri paesi europei vi è la presenza di una destra eversiva e xenofoba che si è sviluppata per la crisi del centro e della sinistra; 
consapevoli che per queste ragioni è urgente superare le attuali formazioni politiche che si richiamano alle posizioni di centro politico per una nuova aggregazione e quindi un nuovo soggetto politico 
RITENGONO 
che nel ricordo di un monito a tutti noto di Alcide De Gasperi "solo se saremo uniti saremo forti, solo se saremo forti saremo liberi", si debba con urgenza costruire un nuovo centro politico cristiano democratico, popolare, liberale e riformista, come il naturale argine alle posizioni radicaleggianti di sinistra e alle posizioni sovraniste e populiste, per affermare i valori democratici e liberali; 
invitano tutti coloro che si riconoscono in questi principi e in questi valori ad aderire al costituendo "Polo di Centro" per dar vita con urgenza ad un patto federativo e per seguire una comune linea politica che sarà indicata dagli organi della federazione;
propongono che le associazioni e i partiti politici, che aderiscono alla federazione, possano conservare per intanto la loro attuale individualità giuridica e politica, restando vincolati dal comune impegno a rispettare le norme contenute nel patto federativo e da quelle che saranno approvate dai costituenti organi della Federazione; 
propongono che le singole associazioni e singoli partiti politici siano rappresentati, all'interno della federazione, dai propri segretari politici e responsabili delle associazioni, o loro delegati, capaci di esprimere, in seno all'organismo comune, la volontà del proprio gruppo; 
propongono in occasione della prima riunione del consiglio della federazione, che i singoli aderenti esprimano la loro proposta per la formazione di un simbolo unitario da adottare a maggioranza qualificata e da presentare alle prossime elezioni comunali regionali e nazionali nel quale tutti si possano riconoscere; 
auspicano che venga approvata una legge elettorale proporzionale unica legge democratica, che chiuderebbe la lunga fase di transizione che ebbe inizio negli anni 90 con la legge cosiddetta "mattarellum", e che oggi impone di ridare identità ai gruppi politici e protagonismo all'elettore.

sabato 12 ottobre 2019

Italia viva, una settimana di tempo per scegliere tra tre simboli

Il simbolo scelto per Italia Viva, si sa da giorni, verrà svelato alla Leopolda, tra una settimana esatta. Questa mattina, tuttavia, Matteo Renzi sui suoi canali social aveva annunciato una "sorpresa" simbolica per le ore 18 di oggi e così, in un certo senso, è stato: sempre sugli stessi profili, infatti, sono apparse tre opzioni grafiche, sottoposte al voto di militanti, simpatizzanti e interessati, così da preparare la scelta dell'emblema con cui l'ex sindaco di Firenze caratterizzerà dal 19 ottobre il suo impegno politico. 
"Sabato prossimo alle 18 in punto il simbolo di Italia Viva sarà ufficialmente presentato alla Leopolda10. Sarà un grande momento di festa. Già, ma quale sarà il simbolo? Facciamo una cosa diversa dagli altri partiti: decidiamo il logo tutti insieme!", ha scritto Renzi, presentando le tre opzioni selezionate "tra le tante proposte arrivate in questi giorni". Per votare occorre andare sul sito www.italiaviva.it - che rimanda, per ora, al sito dei Comitati Azione Civile - e indicare l'opzione preferita, associando il proprio voto alla propria identità e a "indirizzi email e numeri telefonici attivi e funzionanti" (si specifica che "non verranno conteggiati i voti plurimi provenienti dagli stessi recapiti")"Mi piace l’idea  - ha continuato Renzi - che questa nostra nuova Casa sia un luogo ricco di partecipazione. A cominciare dal simbolo che ci rappresenterà sulla scheda elettorale. In attesa di votare per Italia Viva, avete una settimana per votare il simbolo!"
Al di là del nome, evidentemente ricorrente, l'impressione è che le tre proposte messe in votazione siano piuttosto diverse. La prima punta soprattutto sull'evidenza, perché indubbiamente salta all'occhio con il suo rosa vivo, quasi shocking; privilegia decisamente la seconda parola del nome rispetto alla prima, sia per le dimensioni assai più evidenti, sia per il gioco grafico tra "Viva" come aggettivo e come esclamazione, grazie alle due V bianche e accostate in modo da formare una W; nel mezzo, la "i" con il puntino sembra stilizzare la figura umana, come a dare un tocco grafico che il lettering da solo non potrebbe dare. Certo, non si può pretendere che una composizione simile dica qualcosa sull'identità del partito e qualcuno potrebbe rimanere comunque colpito da un colore di fondo che ricorda una delle prime rese grafiche di Possibile; seguendo qualche stereotipo di genere, l'immagine complessiva potrebbe ricordare un canale o un progetto "femminile" o che strizza l'occhio a quella parte di elettorato, ma si è certi che non fosse questo il pensiero di chi ha elaborato la grafica, né di chi l'ha messa in ballottaggio. La struttura, peraltro, può ricordare paradossalmente quella del simbolo originario (e non esattamente renziano) di Articolo Uno, con la prima parola molto piccola a sinistra e la seconda enorme al centro.
Il secondo simbolo sembra il più armonico e insieme il più delicato, questo soprattutto grazie alle sfumature e a un uso ben modulato di maiuscole e minuscole per il testo. Rispetto alla proposta precedente, questa non mostra tracce di horror vacui, visto il molto bianco (che tra l'altro permette l'inserimento di altri elementi a seconda della situazione). Altra questione non trascurabile, si tratta dell'unica opzione che contiene un elemento grafico assimilabile a una raffigurazione riconoscibile, identificabile, e riconducibile a valori cosa cui si può giustamente essere ancora affezionati: l'idea di partenza è una "V", ma è stata disegnata in modo dinamico e tridimensionale, così da sembrare un uccello in volo. Ovviamente, come sempre capita, si può vedere tutto in quella stessa immagine, persino - a voler esagerare - l'occhieggiare a una marca di assorbenti con le ali (anche per la tavolozza di colori utilizzata, soprattutto per il testo); al di là di questo, si tratta della proposta più leggera e aggraziata delle tre. I colori delle sfumature, peraltro, ricordano moltissimo quelli di uno dei social network più diffusi, Instagram: chi sceglierà questo emblema, probabilmente, potrà essere influenzato anche da questo.
L'ultima opzione grafica, di fatto, è basata solo sul testo e anche per questo è quella più immediatamente leggibile e, in un certo senso, più 'renziana': lo suggeriscono soprattutto i colori utilizzati, che richiamano quelli più utilizzati in passato per la comunicazione dell'ex sindaco di Firenze ed ex presidente del Consiglio. La font Helvetica (molto classica e lineare, ma anche molto "berlusconiana", per gli affezionati della grafica politica: basta vedere il primo simbolo di Forza Italia registrato come marchio) viene solo leggermente mossa grazie al corsivo, mentre l'avere "bandierato" tutti gli elementi a destra rende il risultato finale un po' sbilanciato e non proprio a suo agio nel cerchio. Non sfugge, poi, la sottolineatura rossa, che per absurdum richiama quella più sottile del simbolo di Liberi e Uguali, certo non tacciabili di italiavivismo ante litteram (né Renzi può essere sospettato di liberugualismo ex post).
La scelta della rete contribuirà alla decisione finale; occorrerà aspettare una settimana per sapere se la soluzione definitiva sarà proprio una di queste tre o ci sarà spazio per qualche aggiustamento (del resto, a dispetto del post renziano, vari altri partiti si sono affidati alla rete per la scelta, non necessariamente rispettando i risultati del voto o i tanti consigli opposti degli utenti: le soluzioni furono tutte diverse rispetto ai primi voti della Rete, per esempio, per il Movimento nazionale per la sovranità, mentre andò in modo assai più rispettoso con eViva, evoluzione dell'esperienza degli autoconvocati di Leu, che dopo una prima fase di studio mise in votazione online giusto tre alternative di nome e di grafica). Di certo, nulla batte l'inventiva di Makkox, all'anagrafe Marco Dambrosio, che ieri sera a Propaganda Live su La7 ha servito un emblema ricchissimo, tanto inadatto per le schede quanto imperdibile per gli appassionati della satira (al punto che Renzi, nell'annunciare la "sorpresa" di oggi, non ha potuto evitare di scrivere "Temo di non poterlo utilizzare per una questione di diritti, ma mi inchino al genio di Makkox. Un logo fenomenale, il suo"). A proposito, le proposte simboliche Made in Makkox ormai sono diventate parecchie: urge probabilmente una televendita, magari con adeguato dottor Armà che illustri risvolti ed evoluzioni del makkoxismo...

venerdì 11 ottobre 2019

Dc e scudo crociato: riassunto (e la mia tesi) una volta per tutte (3)

La seconda parte del riassunto delle puntate precedenti sulla Dc e sullo scudo crociato si era chiusa con una sentenza della Corte di cassazione a sezioni unite civili pubblicata alla fine del 2010. In teoria doveva essere la parola "Fine" sulle dispute che avevano contrapposto - nel corso degli anni - personaggi come Piccoli, Buttiglione, Marini, Rotondi, Duce, Castagnetti, Sandri, Pizza e tanti altri. In realtà, senza bisogno di scomodare Tiziano Terzani, quella fine ha rappresentato un nuovo inizio: più di una persona ha voluto leggere nella sentenza della Corte d'appello di Roma del 2009 (confermata dalla Cassazione nel 2010) non solo la certificazione che la Democrazia cristiana non era mai stata sciolta - vero: nessuno voleva scioglierla, ma soltanto cambiarne il nome - ma la dichiarazione che tutti i partiti che avevano operato dal 1994 (Ppi compreso) erano di fatto soggetti giuridici nuovi, mentre la "vecchia" Dc continuava a esistere, ma era rimasta in sonno da allora. Sonno da cui, evidentemente, per varie, instancabili figure doveva essere risvegliata. 

12) No, il commissario (chiesto da Fiori) no!

Publio Fiori, ad esempio, era convinto che per la Cassazione la Democrazia cristiana continuasse a esistere - dormiente - come soggetto distinto dal Ppi e dagli altri partiti operanti in seguito: per riprendere l'esempio fatto nella prima parte, era inconcepibile che Marco Cerri (il Ppi) fosse lo stesso soggetto che prima si chiamava Franco Porta (la Dc), visto che aveva fatto di tutto (e pure male) per cambiare nome. Fiori, che per primo aveva lamentato anomalie nel passaggio Dc-Ppi e nel 2006 aveva costituito con Clelio Darida Rifondazione democristiana (poi Rinascita popolare), nel 2011 contestava l'idea - rilanciata nel 2008, dopo la querelle elettorale di Pizza, da Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro e Giulio Andreotti - di consegnare all'Istituto Sturzo lo scudo crociato per far cessare le liti. "Troppo semplice, troppo facile e troppo comodo [...] mettere una pietra tombale su una così importante tradizione ideale, politica e socioeconomica": era meglio costituire un comitato per riconvocare "l'ultimo Consiglio Nazionale del partito" (senza i consiglieri che avevano aderito al Ppi o ad altri partiti) per eleggere i nuovi vertici e riprendere l'attività oppure, ove ciò non fosse stato possibile, chiedere al Tribunale di Roma di nominare "un Commissario Straordinario che accerti l’illegittimità di tutti i provvedimenti assunti in nome della Dc dopo la sua presunta trasformazione" (agendo per recuperare gli immobili ceduti senza titolo e chiedendo il rendiconto a chi aveva gestito i beni del partito), puntando a riaprire il tesseramento e a un nuovo congresso. 
In effetti Fiori ad aprile del 2011 si rivolse al Pm del tribunale romano, a nome proprio e di altri democristiani, sostenendo che dopo la Cassazione del 2010 si era accertato che la Dc "ha continuato ad esistere mantenendo formalmente inalterate le sue funzioni politiche e i suoi rapporti giuridici/patrimoniali" ma da oltre quindici anni non era legittimamente gestita, dunque occorreva ripristinare la legalità statutaria con la nomina del curatore speciale. La Procura della Repubblica, però, in maggio sottolineò che la decisione passata in giudicato non aveva affatto detto che la Dc aveva continuato a esistere come soggetto autonomo, ma solo che il cambio di nome Dc-Ppi non era avvenuto secondo lo statuto: ciò non comportava alcuna mancanza di legale rappresentante della Dc e, per giunta, nemmeno interessi pubblici da tutelare con l'intervento del Pubblico ministero. Niente curatore speciale, dunque: bisognava tentare altre strade.


13) Ripartire dal consiglio nazionale: il primo tentativo (fallito) di Fontana

In effetti, nelle ultime righe del suo provvedimento, una soluzione la Pm sembrava suggerirla: sottolineando che la nomina del curatore può essere chiesta anche dal soggetto da rappresentare, aveva scritto che "i medesimi membri della Dc, qualora lo ritengano utile e necessario al fine di consentire al partito di riprendere l'attività politica, possano procedere essi stessi, nel rispetto delle previsioni statuarie, alla ricostituzione degli organi associativi e alla nomina di un nuovo rappresentante con i tempi e i modi ritenuti più opportuni". Probabilmente la magistrata si riferiva all'ultima evoluzione della Democrazia cristiana, cioè il Ppi, visto che non credeva che la Dc fosse sopravvissuta come soggetto autonomo; per altri, invece, quelle frasi provavano che occorreva passare per la ricostituzione degli organi e si doveva partire riconvocando l'organo meno numeroso e che per ultimo si era espresso sulla questione del nome (il 29 gennaio 1994), cioè il consiglio nazionale.
Secondo lo statuto Dc, per la convocazione occorreva la richiesta di un quinto dei membri, da notificare - mancando organi superiori - a chi avrebbe dovuto convocare l'organo, cioè il presidente del consiglio nazionale. La carica nel 1994 era ricoperta da Rosa Jervolino Russo: la richiesta le fu inviata, lei "tuttavia si rese irreperibile e non si fece trovare né per il tramite di lettera raccomandata A/R, né con iscrizione dell’appello all'Albo pretorio di Napoli" (è scritto sul sito www.democraziacristiana.cloud). Si è scelto allora di procedere con l'autoconvocazione ad opera del primo firmatario, che era Clelio Darida (consigliere anziano), aiutato soprattutto da Ettore Bonalberti e Silvio Lega. 
Convocazione del consiglio nel 2012
L'appuntamento era per il 30 marzo 2012, con tanto di convocazione pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale e l'idea di riaprire il tesseramento e ripristinare gli organi. In quella sede si sono presentati circa 30 aventi diritto sulla platea di oltre 180 (morti compresi), eleggendo segretario politico l’ex ministro Gianni Fontanapresidente del consiglio nazionale Silvio Lega e ristabilendo come segretario amministrativo Alessandro Duce
Quel gruppo dirigente avrebbe celebrato (di nuovo) il XIX congresso il 10-11 novembre 2012, confermando Fontana alla segreteria, anche se nelle settimane successive - che avrebbero dovuto portare alle elezioni politiche del 2013 - il gruppo sarebbe riuscito a spaccarsi con l'elezione di Ombretta Fumagalli Carulli al posto di Lega e le lamentele del gruppo che aveva promosso la riattivazione del partito ma a quel punto non si sentiva più rappresentato. Tempo qualche settimana, però, e gli ostacoli lungo il percorso sarebbero stati ben più gravi e non superabili (non in quel modo, per lo meno).
La "sentenza Romano" del 2014
Il fatto è che già alla riunione dell'autoconvocato consiglio nazionale si era litigato di brutto - alzando non poco la voce, in favore di telecamere - su questioni formali: alcuni avevano lamentato dei vizi nella convocazione e nell'operato dell'organo. Quelle critiche si erano poi tradotte in due ricorsi, volti a dichiarare nulli gli atti del consiglio nazionale: uno era stato presentato a nome dell'associazione degli iscritti Dc del 1993 da Raffaele Cerenza (presidente della stessa associazione, partecipante come avvocato alla causa che portò alla "sentenza Manzo" e come interveniente nel processo d'appello) e Gianni Potenza; l'altro da Angelo Sanza (in quel momento legato all'Udc) e Federico Fauttilli. A gennaio del 2013 - pochi giorni prima del deposito dei simboli per le elezioni - un giudice del Tribunale di Roma, Guido Romano (un nome da tenere a mente), ha sospeso l'efficacia degli atti del consiglio nazionale nel 2012, perché a norma delle disposizioni attuative del codice civile (art. 8) occorreva l'invio di un comunicazione personale a ciascun avente diritto, condizione non soddisfatta dalla pubblicazione della convocazione del consiglio sulla Gazzetta Ufficiale; la decisione è stata confermata dalla "sentenza Romano" del 2014. 
Nel frattempo, a marzo del 2013, era intervenuto un altro giudice dello stesso tribunale - Francesco Scerrato - per sospendere gli atti del XIX congresso (che, in ogni caso, non avrebbero resistito alla nullità dell'antecedente consiglio nazionale del 2012), sospensione diventata annullamento con una sentenza del settembre 2015. In quel caso chi aveva agito si era lamentato del mancato rispetto dello statuto sulla convocazione del congresso e sulla formazione della platea congressuale. 
Era stato inutile per chi aveva tentato di rifare la Dc che non si era potuto seguire lo statuto perché le dimensioni non erano più quelle di un tempo, visto che "se si intende essere i continuatori dell'esperienza politica della Dc e se quel partito aveva un determinato statuto - aveva scritto il giudice - è conseguenziale che quello Statuto deve essere osservato in ogni sua parte". 
Morale, il tentativo della "Dc-Fontana" iniziato nel 2011 di riunire il consiglio nazionale era naufragato piuttosto male; per non disperdere quelle forze, Fontana fondò comunque l'Associazione Democrazia cristiana, sperando che dai giudici arrivassero sentenze di altro segno (che non sono arrivate).


14) Porte sbarrate e tentativi a ripetizione    

Piccolo passo indietro rispetto al 2014-2015. Si è detto che l'ordinanza del giudice Romano del 2013 era arrivata poco prima del deposito dei simboli per le elezioni politiche: l'emblema della Dc-Fontana è stato ricusato comunque per l'uso dello scudo crociato, stabilmente presente in Parlamento con l'Udc, ma Viminale e Cassazione ne bocciarono altri due, quasi identici tra loro (uno più chiaro, uno più scuro). Uno lo aveva depositato Alessandro Duce, ritenendo che la sospensione del consiglio nazionale del 2012 avesse nuovamente reso lui unico (e ultimo) legale rappresentante della Dc; l'altro lo aveva fatto presentare Francesco Mortellaro, fondatore nel 2010 e coordinatore di un "Comitato di Coordinamento Associativo Politico della Democrazia Cristiana", volto a "ripristinare gli obiettivi ideologici, politici, e morali del partito della Democrazia Cristiana, nonché di salvaguardarne l'intero patrimonio immobiliare che è stato indebitamente acquisito da soggetti non aventi alcuna legittimazione" e di difendere pure l'uso del simbolo da impieghi indebiti, con l'obiettivo di convocare un congresso (il tutto basato sulla citata sentenza di Cassazione del 1998, non quella del 2010). 
Non era stato più fortunato un ricorso dello stesso Mortellaro al Tribunale di Roma per ottenere che all'Udc fosse inibito l'uso dello scudo in vista delle elezioni: il giudice Riccardo Rosetti si era espresso quando ormai il deposito era già avvenuto (come pure le ricusazioni e l'esame delle opposizioni), sottolineando che non si era dimostrato che quel comitato fosse la Dc (quella Dc storica) né di avere posto in essere le procedure statutarie per riattivare la Dc e ricostruirne gli organi, così non c'erano motivi per credere che i fondatori del comitato potessero rappresentare il partito.
Non era andata bene nemmeno alla Dc guidata da Angelo Sandri, almeno quando si era trattato di depositare il simbolo per le europee: nuova bocciatura del Viminale, confermata dall'Ufficio elettorale nazionale della Cassazione (praticamente con lo stesso testo di sempre). Questo nonostante dal 14 al 15 dicembre 2013 a Perugia si fosse tenuto un XXII congresso - terminato con la rielezione di Sandri - che da una parte si poneva in continuità con le attività di riattivazione portate avanti dal 2001-2002 (perché per lo stesso Sandri l'aver riconosciuto ammissibile l'azione legale iniziata nel 2002 contro il Cdu equivaleva ad aver riconosciuto la coincidenza tra Dc storica e Dc "riattivata", che lui riteneva di rappresentare), dall'altra prendeva atto a suo modo delle sentenze del 2009 e del 2010: la convocazione del congresso e la legittimazione a partecipare sarebbero state estese a tutti gli iscritti del 1992-1993 e questo per Sandri era sufficiente a riannodare i fili con la storia giuridica della Dc ferma al 1994 (sul punto è lecito avere dubbi di natura giuridica). A dispetto degli ostacoli a livello nazionale, si deve comunque riconoscere una presenza politica ed elettorale della Dc-Sandri in molte realtà locali, un fenomeno che non si attenuerà con il tempo.
Nel frattempo, se si erano sostanzialmente perse le tracce della Dc-Pizza (lui stesso non era stato eletto in Parlamento nel 2013), non erano mancati altri tentativi di ridestare il partito. C'era chi aveva tentato di mettere in piedi altri comitati, come gli iscritti che si erano riuniti nel 2012 e avevano eletto alla presidenza il pugliese Raffaele Lisi, per convocare un congresso straordinario degli iscritti 1992-1993 ("straordinario" in senso etimologico, extra ordinem, non il "congresso straordinario" previsto dallo statuto) ed eleggere gli organi dirigenziali previsti dallo statuto vigente, "per dare continuità giuridica, organizzativa e ripristinare, con piena legittimazione, gli obiettivi ideologici e politici della associazione partitica". Il tutto senza riconoscere titolo ai dirigenti democristiani del 1994, ritenuti decaduti dalle loro cariche visti i limiti temporali dettati dallo statuto (non è chiaro perché il tempo decorso non dovrebbe far decadere anche le iscrizioni al partito, ma tant'è).
Altri invece avevano cercato di ricostituire la Dc "dal basso": era l'idea, per esempio, di Pellegrino Leo, altro pluripartecipante a ogni iniziativa per rimettere in moto la Dc (e depositante al Viminale, prima delle europee del 2014, di un emblema identico a quello di Sandri, ottenendo lo stesso risultato). Per lui nessuna carica del partito - men che meno quella di segretario amministrativo - era stata risparmiata dalla decadenza negli anni successivi al 1994 e poteva dirsi iscritto alla Dc solo chi in seguito non aveva militato in altri partiti (interpretando in modo severo lo statuto): questi "democristiani incrollabili" avrebbero dovuto "riaprire" le sezioni di un tempo mai soppresse e "contarsi", per poter ridare corpo al partito (benché, di nuovo, non fosse chiaro come mai gli anni trascorsi non avessero fatto decadere anche la qualità di soci), ma anche per individuare la platea degli iscritti. 
Secondo lui, infatti, invece che ricorrere allo statuto sarebbe stato meglio fare leva sul codice civile, che all'articolo 20 consentiva la convocazione dell'assemblea dell'associazione su richiesta motivata di almeno un decimo degli associati: mancando gli amministratori della Dc a causa del decorso del tempo, raccogliendo le firme ci si sarebbe potuti rivolgere direttamente al presidente del tribunale scelto. 
In effetti, Leo ha sondato questa possibilità, inoltrando istanza al Tribunale di Roma per la convocazione dei soci ex art. 20 del codice civile, firmandola con Alberto Alessi (già deputato, figlio di Giuseppe Alessi che aveva fondato la Dc e disegnato il suo primo simbolo) e il professore bolognese Nino Luciani. Il giudice l'aveva dichiarata inammissibile perché non era stato prodotto alcun elenco di iscritti e comunque era notorio che i tre istanti non rappresentavano un decimo degli associati: non aveva però chiuso la porta all'idea che si arrivasse alla convocazione per quella via, anche in mancanza degli amministratori. 
Alessi e Luciani, peraltro, avevano nel frattempo - il 12 novembre 2013 - ritenuto opportuno dare vita a una sorta di "partito ponte", la Democrazia cristiana nuova: doveva essere "uno strumento politico ed elettorale immediatamente operativo" in grado tanto di confermare gli ideali e i programmi della Dc storica, quanto di sostenere la riorganizzazione della Dc, scrivendo nello statuto che la Dc nuova si sarebbe sciolta "automaticamente al momento della costituzione della Dc storica anche sul piano organizzativo e del contestuale riconoscimento della proprietà esclusiva del simbolo con lo scudo crociato". Nel frattempo, per non farsi impedire l'attività, era stato elaborato un altro emblema, che riportava comunque in evidenza la sigla Dc e un elemento crociato.
Non sono mancati, per la cronaca, altri tentativi di rimettere in piedi la Dc senza l'intenzione di combattere una battaglia giuridica per riconnettersi al partito nato nel 1943, magari con nomi diversi (come la Federazione dei Democristiani di Ugo Grippo e Luigi Baruffi o il Movimento politico Libertas di Antonio Fierro) o comunque con simboli nuovi (come la Democrazia cristiana storica di Francesco Crocensi). Il tutto mentre l'Associazione degli iscritti alla Dc del 1993 presieduta da Raffaele Cerenza ha continuato la sua opera per tentare di ricostruire la situazione patrimoniale della Dc, rivolgendosi alla Camera per ricostruire i bilanci della Dc storica (e compiere una ricognizione sui bilanci dei partiti che hanno tratto benefici dal patrimonio democristiano, verificando anche l'esistenza di eventuali rimborsi elettorali che sarebbero spettati alla Dc) e a varie procure della Repubblica perché indagassero su eventuali irregolarità legate alla gestione degli immobili già legati alla Dc.
Quello che pochi sapevano era che, nel frattempo, qualcuno si stava muovendo per cercare di far tornare la Democrazia cristiana in un modo che sembrasse anche giuridicamente credibile, sperando di farsi un regalo di Natale anticipato.


15) Un giudice riconvoca l'assemblea Dc. Eppure...

Il regalo in effetti è arrivato il 14 dicembre, quando al Tribunale di Roma è stato depositato il decreto del giudice Guido Romano, con cui effettivamente si disponeva la convocazione dell'assemblea nazionale della Dc presso l'hotel Ergife di Roma (il congressificio per eccellenza), indicando per la seconda convocazione la data del 26 febbraio 2017: un provvedimento che chiudeva un iter iniziato il 12 maggio 2016, con un'istanza rivolta al presidente del tribunale da cinque persone - primo firmatario Nino Luciani - che agivano per conto del 10% degli iscritti alla Dc.  
Come ci erano riusciti, considerando che le deleghe allegate erano oltre 200? La platea di iscritti era di circa 2000 persone? Quella del 1993 certamente no, ma risultavano 1742 gli iscritti dell'elenco fornito al giudice. Come mai così pochi? Evidentemente non poteva trattarsi degli iscritti del 1993 (di cui tra l'altro non esistevano elenchi accessibili), ma di coloro che nel 2012 avevano confermato la loro iscrizione in occasione del XIX congresso che aveva confermato alla segreteria Gianni Fontana: proprio quel percorso che era stato bloccato dallo stesso giudice Romano con le sue decisioni del 2013 e del 2014. Aveva ragione il giudice nel dire che "in sede di volontaria giurisdizione, al Tribunale è devoluta esclusivamente la funzione di valutare la legittimità formale della richiesta", lasciando ogni altra questione all'eventuale contenzioso aperto in seguito (e la cosa sembrava certa o quasi), dunque al magistrato toccava solo valutare se il numero dei richiedenti corrispondeva almeno al 10% degli iscritti risultanti dall'elenco fornito; colpisce però che a disporre quella riunione sia stato proprio lo stesso giudice che, dichiarando nullo il consiglio nazionale del 30 marzo 2012, aveva privato di validità quell'elenco di iscritti. E anche se quell'elenco fosse stato valido, si sarebbe riconvocata l'assemblea della Dc-Fontana (quella del 2012), non certo quella storica: il dubbio rimaneva, visto che il giudice aveva notato come la decadenza di tutti gli organi sociali facesse venire meno il bisogno di provare l'inutile tentativo di chiedere la convocazione agli amministratori dell'associazione (quali organi erano decaduti, quelli della Dc-Fontana che aveva visto invalidate tutte le sue azioni o quelli della Dc storica grazie al decorso del tempo?).
La decisione del tribunale, in ogni caso, era arrivata (dopo tra l'altro che ai richiedenti si era chiesto di documentare la disponibilità di una sala in grado di contenere tutti i soci e qualcuno aveva anticipato di tasca sua i soldi per il contratto) ed era un passo importante, che in precedenza era sempre mancato. Alcune polemiche formali erano iniziate peraltro già nelle settimane precedenti l'assemblea, la cui convocazione spettava al primo firmatario, Luciani; quando poi l'assemblea si è effettivamente tenuta, se ne sono viste di ogni colore. Lì, ascoltato Fratelli d'Italia e cantato O bianco fiore, tra una polemica e l'altra si è arrivati a eleggere alla presidenza dell'associazione di nuovo Gianni Fontana: sarebbe toccato a lui portare la Dc a celebrare un'altra volta il XIX congresso. La data, tuttavia, è stata spostata più volte (con ampio corredo di polemiche sulla gestione del partito), fino a quella definitiva del 14 ottobre 2018 (con puntuale diffida dell'Udc): lì è stato eletto alla segreteria Renato Grassi


16) Verso la fine, tra ricorsi, sentenze, liquidazioni e fondazioni

Poteva andare tutto liscio? No, ovviamente, visto che per Raffaele Cerenza e il suo vice Franco De Simoni non era stata valida la convocazione dell'assemblea del 26 febbraio 2017 per vizi di vario tipo. Loro hanno presentato un ricorso già ad aprile del 2017, ma non si è ancora arrivati a una decisione nemmeno provvisoria e lo stesso vale per l'impugnazione degli atti del congresso del 2018, con nuove contestazioni circa la sua validità; nel frattempo non era andato a buon fine un ricorso presentato da Cerenza per inibire all'Udc l'uso dello scudo crociato e la Dc-Fontana si era vista bocciare il suo simbolo alle elezioni politiche, ma aveva accettato di sostituire lo scudo con una bandiera crociata (con grande scorno di molti, che hanno considerato quella scelta una resa: il tentativo di correre alle europee nel 2019 sotto le insegne del Ppe per non raccogliere le firme non sarebbe andato meglio) per poi diffidare dall'uso del nome Dc tanto Cerenza quanto Rotondi
Già, perché in tutto ciò, Gianfranco Rotondi ad agosto del 2018 aveva messo da parte il suo ultimo partito, Rivoluzione cristiana, per rispolverare la sua vecchia Dc (non più per le autonomie) e metterla a disposizione per un'eventuale federazione democristiana sotto l'antico nome (e magari anche lo scudo, se lo avesse apportato l'Udc); a luglio del 2019, tuttavia, anche quella Dc è stata sciolta assieme al Cdu (di cui Rotondi era ancora tesoriere) e i due simboli sono stati conferiti alla Fondazione Fiorentino Sullo, ribattezzata Fondazione Democrazia cristiana (il tutto mentre l'Udc rivendicava per l'ennesima volta la titolarità esclusiva dello scudo crociato e nelle settimane successive provava a concepire un nuovo disegno federativo di natura democratica cristiana). 
Sempre a luglio, tra l'altro, la Cassazione si è definitivamente pronunciata su una vicenda processuale iniziata nel 2006 con una citazione di Angelo Sandri, che aveva chiamato in giudizio Ccd, Cdu, Udc, Ppi e Dc-Rotondi, chiedendo che si dichiarasse nullo il cambio di nome da Dc a Ppi del 1994 (con conseguente costituzione di un nuovo partito), si inibisse a soggetti diversi dalla Dc-Sandri l'uso di nome e simbolo storici e si condannassero tutti i partiti nuovi a restituire i beni indebitamente sottratti nel frattempo. In primo e in secondo grado (2009 e 2017) le domande di Sandri sono state respinte (nessuno aveva voluto costituire un nuovo partito col nome di Ppi, non si è accolta la tesi dell'invalidità del mutamento di nome e non ci sono elementi per dire che la Dc-Sandri coincide con la Dc storica, anzi la Dc-Rotondi aveva il diritto di chiedere alla Dc-Sandri di non usare più il suo nome); un'ordinanza della Suprema Corte ha semplicemente dichiarato inammissibile il ricorso di Sandri, perché formulato in un modo ritenuto scorretto. 
Per la seconda volta, dunque, la Cassazione si è espressa su vicende relative alla Democrazia cristiana e allo scudo crociato (senza contare ovviamente i numerosi pronunciamenti sui contrassegni presentati per le elezioni politiche ed europee: almeno una decina, se non di più). I contenziosi, tuttavia, non sono finiti: restano in piedi, soprattutto, quelli legati alla validità dell'assemblea del 26 febbraio 2017 e del congresso del 2018, ma le cause saranno trattate l'anno prossimo. Nell'attesa, Cerenza - come presidente dell'associazione di iscritti alla Dc del 1993 - ha comunque autoconvocato per il 12 ottobre (domani) a Roma un'assemblea costituente del partito, ritenendo illegittimi i passi compiuti dal 2016; lo stesso giorno e quasi alla stessa ora, peraltro, Nino Luciani ha convocato un'analoga assemblea, ritenendosi delegato a ciò da Gianni Fontana (ma non con il consenso degli organi della Dc-Grassi). 
La vicenda, come si vede, non sembra avere fine e non l'avrà a breve termine; nel frattempo, resta sempre in sospeso la questione del Ppi, per il quale - lo ha detto abbastanza chiaramente la Cassazione - la dichiarazione di inesistenza delle delibere del cambio di nome non vale. In un processo, insomma, si è stabilito che la persona che si faceva chiamare Marco Cerri in realtà era ancora Franco Porta, ma quell'accertamento non valeva nei confronti di Cerri, che è ormai consunto dal tempo ma è ancora in vita e al momento può ancora farsi chiamare col nome che ha scelto tanti anni prima. Nonostante questo, c'è ancora chi si rifiuta di accettare l'idea che il Ppi e la Dc siano lo stesso soggetto giuridico, pur di non lasciare la titolarità di nome e simbolo democristiani a chi li aveva voluti mettere da parte: piuttosto che ammettere che Marco Cerri (il Ppi) sia la persona che prima si chiamava Franco Porta (la Dc), preferiscono pensare che al momento del cambio di nome Cerri sia diventato un'altra persona e che Porta sia sopravvissuto, da qualche parte, nell'attesa che qualcuno lo svegli dal sonno. Ci vorrà un altro tribunale per chiarire anche questo, una volta per tutte?


(3 - fine)